Nella tradizione vedica, duḥ indica ciò che è difficile o negativo, mentre kha rimanda allo spazio o al sopportare; il significato complessivo è quindi “difficile da sopportare”. Duḥkha non indica soltanto il dolore acuto, ma anche la sofferenza intrinseca alla condizione dell’essere vivente, che include persino i momenti di felicità e serenità, poiché tutto è impermanente. Nel Buddhismo, dukkha è causato dall’attaccamento (taṇhā) alle cose impermanenti e da una falsa comprensione della realtà. Ognuno sperimenta il dukkha che deriva dalle proprie azioni, e ogni lamento è considerato superfluo nel cammino dello yoga.
I nostri atti producono effetti, talvolta anche negativi, generando dukkha. Spesso si utilizza l’esempio del carro: se una ruota, all’interno del carro, non funziona correttamente, l’andamento diventa irregolare e ne deriva uno stato di sofferenza. Una leggenda tratta da un Purāṇa presenta una vera e propria genealogia di dukkha: alla sua origine vi sono la violenza e l’ingiustizia, seguite da frode, falsità e dolore. I genitori di dukkha sono il dolore e un particolare inferno, mentre i suoi “fratelli” sono l’avidità, la collera e altre passioni distruttive. Dukkha è ciò che porta miseria; l’essere umano deve riconoscerla e cercare di superarla. Tutti i principali cammini spirituali pongono alla base della loro filosofia lo stato di sofferenza come qualcosa da trascendere, seppur con modalità diverse. Anche il Buddhismo affronta la sofferenza attraverso le Quattro Nobili Verità, che ne costituiscono il fondamento.
Questo processo è descritto anche nel Terzo Libro, Sutra 3.9, dove si afferma che nirodha pariṇāma è la trasformazione della mente quando essa viene permeata dallo stato di nirodha, un attimo di “non-mente” che interviene tra la scomparsa di un’impressione e l’insorgere di quella successiva. La mente può creare abitudini di pace, così come può creare abitudini e attitudini portatrici di dukkha. Può essere in uno stato di quiete (nirodha) oppure distratta e in continuo movimento. Molti fattori della vita quotidiana tendono a sottrarci energia, rendendo difficile il raggiungimento dello stato di nirodha. Nella malattia e nel mondo contemporaneo, dukkha tende spesso a manifestarsi in modo accentuato.
T.K.V. Desikachar definisce il tapas come la disciplina interiore e l’ardore che nascono dal profondo per sostenere una pratica autentica. Il tapas è finalizzato a purificare il sistema e a migliorare le capacità, senza mai causare sofferenza, ma piuttosto rafforzando corpo e mente per procedere con maggiore consapevolezza. Questa visione è esposta nel suo libro Il cuore dello yoga e nei suoi insegnamenti.
Esiste quindi la possibilità di uscire dalla sofferenza e dall’agire condizionato che l’ha prodotta. Cambiando la mente, si avvia un processo che permette di superare dukkha attraverso il lavoro interiore, l’attenzione mentale, lo studio del Sé, l’auto-osservazione e la capacità di lasciare andare il frutto delle azioni. Azione e aspettativa devono essere tenute separate. È importante essere consapevoli che dentro di noi operano due energie: l’energia materiale e l’energia del puruṣa, l’osservatore. Senza un minimo stato di coscienza che illumini questa distinzione, non può esserci progresso né uscita da dukkha. Ciò che appare negativo può diventare un mezzo per trascendere la sofferenza: riconoscere e accettare il proprio dukkha è il primo passo, seguito dalla comprensione della sua origine.
Nei testi Yoga e religiosità e Il cuore dello yoga viene descritto come oggi dukkha derivi dall’ansia, dal malessere esistenziale, dall’assenza di solidi pilastri dharmici e dal fatto che, dentro di noi, mancano quelle certezze naturali che invece si ritrovano nella natura. Il libero arbitrio ha fatto sì che questi pilastri dharmici siano diventati instabili e traballanti.

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