giovedì 25 dicembre 2025

Duḥkha - la sofferenza

In sanscrito, il termine principale per indicare la sofferenza, soprattutto nel contesto buddhista e della filosofia indiana, è duḥkha, che significa letteralmente “difficile da sopportare”. Questo termine racchiude concetti di insoddisfazione, disagio e dolore, non solo fisico ma anche esistenziale. In testi come gli Yoga Sūtra, Patanjali fa riferimento alle afflizioni, o “fuochi” della sofferenza (kleśa), che sono: Avidyā (ignoranza), Asmitā (ego), Rāga (attaccamento), Dveṣa (avversione) e Abhiniveśa (paura della morte o attaccamento alla vita). Queste afflizioni bloccano la consapevolezza e generano sofferenza attraverso l’illusione e il desiderio, ostacolando il processo di liberazione.
Un altro termine usato per indicare la sofferenza è vyādhi o roga, che si riferisce al malessere fisico e mentale. Il concetto di duḥkha è inoltre centrale nelle Quattro Nobili Verità del Buddhismo.
                                                                  

Nella tradizione vedica, duḥ indica ciò che è difficile o negativo, mentre kha rimanda allo spazio o al sopportare; il significato complessivo è quindi “difficile da sopportare”. Duḥkha non indica soltanto il dolore acuto, ma anche la sofferenza intrinseca alla condizione dell’essere vivente, che include persino i momenti di felicità e serenità, poiché tutto è impermanente. Nel Buddhismo, dukkha è causato dall’attaccamento (taṇhā) alle cose impermanenti e da una falsa comprensione della realtà. Ognuno sperimenta il dukkha che deriva dalle proprie azioni, e ogni lamento è considerato superfluo nel cammino dello yoga.

I nostri atti producono effetti, talvolta anche negativi, generando dukkha. Spesso si utilizza l’esempio del carro: se una ruota, all’interno del carro, non funziona correttamente, l’andamento diventa irregolare e ne deriva uno stato di sofferenza. Una leggenda tratta da un Purāṇa presenta una vera e propria genealogia di dukkha: alla sua origine vi sono la violenza e l’ingiustizia, seguite da frode, falsità e dolore. I genitori di dukkha sono il dolore e un particolare inferno, mentre i suoi “fratelli” sono l’avidità, la collera e altre passioni distruttive. Dukkha è ciò che porta miseria; l’essere umano deve riconoscerla e cercare di superarla. Tutti i principali cammini spirituali pongono alla base della loro filosofia lo stato di sofferenza come qualcosa da trascendere, seppur con modalità diverse. Anche il Buddhismo affronta la sofferenza attraverso le Quattro Nobili Verità, che ne costituiscono il fondamento.

Negli Yoga Sūtra viene citato anche il concetto opposto, sukha, lo stato di benessere e di facilità che conduce alla liberazione dalla sofferenza.
Nel Sutra 1.2 Patanjali afferma: “Lo yoga è l’arresto delle modificazioni mentali”.
Nel Sutra 1.3 aggiunge che, in questo stato, il testimone dimora stabilmente in sé stesso; solo allora emerge la capacità della coscienza di vedere le cose con chiarezza.
Nel Sutra 1.4, invece, si afferma che negli altri stati vi è identificazione con i mutamenti della mente. Questo sutra ribadisce che, se non siamo in grado di ridurre le vṛtti, la mente continuerà a vedere il mondo attraverso di esse, generando sofferenza. Il mondo sarà quindi alimentato da dukkha se non applichiamo lo yoga. Ridurre le vṛtti significa, di conseguenza, ridurre dukkha, sviluppando le potenzialità della mente.

Questo processo è descritto anche nel Terzo Libro, Sutra 3.9, dove si afferma che nirodha pariṇāma è la trasformazione della mente quando essa viene permeata dallo stato di nirodha, un attimo di “non-mente” che interviene tra la scomparsa di un’impressione e l’insorgere di quella successiva. La mente può creare abitudini di pace, così come può creare abitudini e attitudini portatrici di dukkha. Può essere in uno stato di quiete (nirodha) oppure distratta e in continuo movimento. Molti fattori della vita quotidiana tendono a sottrarci energia, rendendo difficile il raggiungimento dello stato di nirodha. Nella malattia e nel mondo contemporaneo, dukkha tende spesso a manifestarsi in modo accentuato.

Patanjali parla esplicitamente di dukkha nei Sutra 2.15 e 2.16.
Nel Sutra 2.15 afferma che la persona dotata di discernimento riconosce che tutto porta sofferenza a causa del cambiamento, dell’ansia, delle impressioni passate e dei conflitti tra i tre guṇa e le modificazioni della mente.
Nel Sutra 2.16 afferma che la sofferenza futura può e deve essere evitata. Patanjali ci indica che non siamo obbligati a cercare di superare dukkha: è possibile vivere ignorandone il concetto. Tuttavia, il saggio è più sensibile e riesce a cogliere il potenziale di sofferenza presente in ogni cosa.

T.K.V. Desikachar definisce il tapas come la disciplina interiore e l’ardore che nascono dal profondo per sostenere una pratica autentica. Il tapas è finalizzato a purificare il sistema e a migliorare le capacità, senza mai causare sofferenza, ma piuttosto rafforzando corpo e mente per procedere con maggiore consapevolezza. Questa visione è esposta nel suo libro Il cuore dello yoga e nei suoi insegnamenti.

Esiste quindi la possibilità di uscire dalla sofferenza e dall’agire condizionato che l’ha prodotta. Cambiando la mente, si avvia un processo che permette di superare dukkha attraverso il lavoro interiore, l’attenzione mentale, lo studio del Sé, l’auto-osservazione e la capacità di lasciare andare il frutto delle azioni. Azione e aspettativa devono essere tenute separate. È importante essere consapevoli che dentro di noi operano due energie: l’energia materiale e l’energia del puruṣa, l’osservatore. Senza un minimo stato di coscienza che illumini questa distinzione, non può esserci progresso né uscita da dukkha. Ciò che appare negativo può diventare un mezzo per trascendere la sofferenza: riconoscere e accettare il proprio dukkha è il primo passo, seguito dalla comprensione della sua origine.

Nei testi Yoga e religiosità e Il cuore dello yoga viene descritto come oggi dukkha derivi dall’ansia, dal malessere esistenziale, dall’assenza di solidi pilastri dharmici e dal fatto che, dentro di noi, mancano quelle certezze naturali che invece si ritrovano nella natura. Il libero arbitrio ha fatto sì che questi pilastri dharmici siano diventati instabili e traballanti.

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