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giovedì 25 dicembre 2025

Duḥkha - la sofferenza

In sanscrito, il termine principale per indicare la sofferenza, soprattutto nel contesto buddhista e della filosofia indiana, è duḥkha, che significa letteralmente “difficile da sopportare”. Questo termine racchiude concetti di insoddisfazione, disagio e dolore, non solo fisico ma anche esistenziale. In testi come gli Yoga Sūtra, Patanjali fa riferimento alle afflizioni, o “fuochi” della sofferenza (kleśa), che sono: Avidyā (ignoranza), Asmitā (ego), Rāga (attaccamento), Dveṣa (avversione) e Abhiniveśa (paura della morte o attaccamento alla vita). Queste afflizioni bloccano la consapevolezza e generano sofferenza attraverso l’illusione e il desiderio, ostacolando il processo di liberazione.
Un altro termine usato per indicare la sofferenza è vyādhi o roga, che si riferisce al malessere fisico e mentale. Il concetto di duḥkha è inoltre centrale nelle Quattro Nobili Verità del Buddhismo.
                                                                  

Nella tradizione vedica, duḥ indica ciò che è difficile o negativo, mentre kha rimanda allo spazio o al sopportare; il significato complessivo è quindi “difficile da sopportare”. Duḥkha non indica soltanto il dolore acuto, ma anche la sofferenza intrinseca alla condizione dell’essere vivente, che include persino i momenti di felicità e serenità, poiché tutto è impermanente. Nel Buddhismo, dukkha è causato dall’attaccamento (taṇhā) alle cose impermanenti e da una falsa comprensione della realtà. Ognuno sperimenta il dukkha che deriva dalle proprie azioni, e ogni lamento è considerato superfluo nel cammino dello yoga.

I nostri atti producono effetti, talvolta anche negativi, generando dukkha. Spesso si utilizza l’esempio del carro: se una ruota, all’interno del carro, non funziona correttamente, l’andamento diventa irregolare e ne deriva uno stato di sofferenza. Una leggenda tratta da un Purāṇa presenta una vera e propria genealogia di dukkha: alla sua origine vi sono la violenza e l’ingiustizia, seguite da frode, falsità e dolore. I genitori di dukkha sono il dolore e un particolare inferno, mentre i suoi “fratelli” sono l’avidità, la collera e altre passioni distruttive. Dukkha è ciò che porta miseria; l’essere umano deve riconoscerla e cercare di superarla. Tutti i principali cammini spirituali pongono alla base della loro filosofia lo stato di sofferenza come qualcosa da trascendere, seppur con modalità diverse. Anche il Buddhismo affronta la sofferenza attraverso le Quattro Nobili Verità, che ne costituiscono il fondamento.

Negli Yoga Sūtra viene citato anche il concetto opposto, sukha, lo stato di benessere e di facilità che conduce alla liberazione dalla sofferenza.
Nel Sutra 1.2 Patanjali afferma: “Lo yoga è l’arresto delle modificazioni mentali”.
Nel Sutra 1.3 aggiunge che, in questo stato, il testimone dimora stabilmente in sé stesso; solo allora emerge la capacità della coscienza di vedere le cose con chiarezza.
Nel Sutra 1.4, invece, si afferma che negli altri stati vi è identificazione con i mutamenti della mente. Questo sutra ribadisce che, se non siamo in grado di ridurre le vṛtti, la mente continuerà a vedere il mondo attraverso di esse, generando sofferenza. Il mondo sarà quindi alimentato da dukkha se non applichiamo lo yoga. Ridurre le vṛtti significa, di conseguenza, ridurre dukkha, sviluppando le potenzialità della mente.

Questo processo è descritto anche nel Terzo Libro, Sutra 3.9, dove si afferma che nirodha pariṇāma è la trasformazione della mente quando essa viene permeata dallo stato di nirodha, un attimo di “non-mente” che interviene tra la scomparsa di un’impressione e l’insorgere di quella successiva. La mente può creare abitudini di pace, così come può creare abitudini e attitudini portatrici di dukkha. Può essere in uno stato di quiete (nirodha) oppure distratta e in continuo movimento. Molti fattori della vita quotidiana tendono a sottrarci energia, rendendo difficile il raggiungimento dello stato di nirodha. Nella malattia e nel mondo contemporaneo, dukkha tende spesso a manifestarsi in modo accentuato.

Patanjali parla esplicitamente di dukkha nei Sutra 2.15 e 2.16.
Nel Sutra 2.15 afferma che la persona dotata di discernimento riconosce che tutto porta sofferenza a causa del cambiamento, dell’ansia, delle impressioni passate e dei conflitti tra i tre guṇa e le modificazioni della mente.
Nel Sutra 2.16 afferma che la sofferenza futura può e deve essere evitata. Patanjali ci indica che non siamo obbligati a cercare di superare dukkha: è possibile vivere ignorandone il concetto. Tuttavia, il saggio è più sensibile e riesce a cogliere il potenziale di sofferenza presente in ogni cosa.

T.K.V. Desikachar definisce il tapas come la disciplina interiore e l’ardore che nascono dal profondo per sostenere una pratica autentica. Il tapas è finalizzato a purificare il sistema e a migliorare le capacità, senza mai causare sofferenza, ma piuttosto rafforzando corpo e mente per procedere con maggiore consapevolezza. Questa visione è esposta nel suo libro Il cuore dello yoga e nei suoi insegnamenti.

Esiste quindi la possibilità di uscire dalla sofferenza e dall’agire condizionato che l’ha prodotta. Cambiando la mente, si avvia un processo che permette di superare dukkha attraverso il lavoro interiore, l’attenzione mentale, lo studio del Sé, l’auto-osservazione e la capacità di lasciare andare il frutto delle azioni. Azione e aspettativa devono essere tenute separate. È importante essere consapevoli che dentro di noi operano due energie: l’energia materiale e l’energia del puruṣa, l’osservatore. Senza un minimo stato di coscienza che illumini questa distinzione, non può esserci progresso né uscita da dukkha. Ciò che appare negativo può diventare un mezzo per trascendere la sofferenza: riconoscere e accettare il proprio dukkha è il primo passo, seguito dalla comprensione della sua origine.

Nei testi Yoga e religiosità e Il cuore dello yoga viene descritto come oggi dukkha derivi dall’ansia, dal malessere esistenziale, dall’assenza di solidi pilastri dharmici e dal fatto che, dentro di noi, mancano quelle certezze naturali che invece si ritrovano nella natura. Il libero arbitrio ha fatto sì che questi pilastri dharmici siano diventati instabili e traballanti.

Arthur Schopenhauer: Morale e religione

Arthur Schopenhauer (1788-1860) è stato il filosofo che maggiormente ha influenzato la cultura europea della seconda metà del XIX secolo e dell’inizio del XX secolo, rappresentando, per un ricco stuolo di pensatori, letterati ed artisti, da Nietzsche a Freud, da Pirandello a Zola, da Kafka a Svevo e a Thomas Mann, una fonte inesauribile di stimoli speculativi, di provocazioni critiche e di suggestioni etiche ed estetiche.      

Schopenhauer non ha scritto un’unica opera intitolata Morale e religione, ma questi temi attraversano in modo centrale gran parte della sua produzione filosofica, in particolare i Parerga e Paralipomena, pubblicati nel 1851. In quest’opera egli sviluppa le sue riflessioni sulla morale, fondata sull’etica della compassione, e sulla religione. L’antologia mette in luce la sua acuta e spietata capacità di analisi demitizzante delle certezze del suo tempo, che sfocia in un approdo mistico-religioso di un pensiero permeato da un originalissimo “pessimismo”, nel quale si intrecciano tematiche e convinzioni delle migliori tradizioni filosofiche occidentali e orientali.

I principali riferimenti filosofici di Schopenhauer sono Platone e Kant: la realtà, secondo lui, deriva dalla nostra percezione. Ma al di là del mondo così come appare, esiste un nucleo permanente? Questo nucleo, privo di limiti spazio-temporali, è il principio ultimo di tutto: una forza cosmica e creatrice che muove ogni cosa. L’uomo stesso è sospinto da questo principio teorico-speculativo, che Schopenhauer analizza attraverso le diverse dimensioni dell’esistenza.

Per il filosofo, l’esistenza si articola in due dimensioni fondamentali: il mondo governato da spazio, tempo e causalità, in cui percepiamo la realtà in modo illusorio e frammentato; e  l’essenza ultima, unica, irrazionale e cieca, un desiderio insaziabile che si manifesta in ogni forma di vita, dall’uomo alla natura, ed è la causa profonda della sofferenza. La vita oscilla continuamente tra il dolore, prodotto dal desiderio non appagato, e la noia, che segue i brevi momenti di soddisfazione. 

Se esiste qualcosa di buono, come si spiega allora il male? Schopenhauer osserva come spesso la migliore amicizia si trovi tra i quadrupedi, mentre la vita umana appare come una grande mascherata. L’uomo è descritto come selvaggio e feroce, dominato da un egoismo colossale, capace di infliggere enormi tormenti anche agli animali.

A chi afferma che “la vita è bella”, Schopenhauer risponde provocatoriamente invitando a fare “un giro negli ospedali, nei campi di battaglia, nei ghetti”. Vita e morte si intrecciano: la morte è definita come “l’abito migliore” della vita. Tuttavia, un altro modo di essere è possibile, come mostra l’esempio degli animali.

Nell’uomo esiste un profondo bisogno metafisico e, all’interno di questa massa oscura dell’esistenza, emergono alcuni punti luminosi. Schopenhauer riconosce la presenza di un principio buono e redentore negli esseri umani: dal nostro interno “zampilla l’eterno”, espresso nella formula orientale Tat tvam asi — “tu sei quello”.

mercoledì 19 novembre 2025

D.T. Suzuki

I workshop di Suzuki sul Buddhismo Zen sono tra i migliori contributi alla conoscenza del Buddhismo vivente.”   — Carl Gustav Jung

Proprio qui, adesso, c’è qualcosa che dovremmo fare. Se lo perdi in questo istante, un fiore che sboccia tra mille anni non ci sarà.”   — Dialogo con Okamura Mihoko (l'assistente di D.T. Suzuki).

Il museo di D.T. Suzuki a Kanazawa in Giappone, presenta la vita e il pensiero del filosofo buddhista Daisetz Teitaro Suzuki (1870–1966), che per tutta la sua esistenza tenne conferenze e presentazioni in Giappone e all’estero con l’intento di trasmettere la cultura e il pensiero orientale — in particolare quello giapponese. La sua attività esercitò una profonda influenza su molte persone, attraverso un dialogo diretto e immediato.


Nel trasmettere il suo pensiero, D.T. Suzuki ricorreva spesso a poesie di ogni epoca e provenienza. Tradusse anche antichi poemi giapponesi, come waka e haiku, rendendoli accessibili al pubblico inglese.

Suzuki spiegava che "una persona capace di vedere un oggetto così com’è lo ha già trasceso”. Quando qualcuno soffre, o prova caldo o freddo, e osserva quella condizione esattamente per ciò che è, senza aggiungere nulla, allora ha già superato quell’esperienza. Gli esseri umani, a differenza degli animali, possiedono questa capacità di consapevolezza.

Suzuki insisteva anche sulla necessità di conservare il senso dell’infinito e dell’eternità. Per farlo, diceva, abbiamo bisogno di un’immaginazione creativa capace di cogliere ciò che non è immediatamente visibile. A questa immaginazione egli dava il nome di “poesia”.   Senza poesia, affermava, sarebbe impossibile vivere pienamente come esseri umani, in un mondo dove spesso i sentimenti e l’interesse vengono perduti. La poesia non è soltanto una combinazione di lettere: ciascuno può custodirla nel proprio cuore, anche senza conoscere la scrittura. Nel regno della poesia è semplice viaggiare intorno al globo, abbracciare l’immenso universo buddhista, o immaginare lo spazio infinito colmo delle galassie di cui parlano gli astronauti, e spingerle sempre più lontano. 

"Chi non può vedere l’essenza delle cose, non può comprendere la realtà della poesia".   — D.T. Suzuki, vedi The Realm of Poetry

Questa visione ricorda i celebri versi di William Blake: 
Vedere il mondo in un granello di sabbia e il cielo in un fiore selvatico;
tenere l’infinito nel palmo della tua mano e l’eternità in un’ora.


Opere e approfondimenti:

  • The Essence of Buddhism
  • Lo zen e la cultura giapponese
  • Essays in Zen Buddhism
  • Buddha of Infinite Light: the teaching of Shin Buddhism, the Japanese way of wisdom and compassion
  • Buddhismo Shin 

Il Buddhismo Shin si fonda sugli insegnamenti e sui testi di Shinran, maestro religioso giapponese del XIII secolo. Il suo obiettivo è guidare l’essere umano — visto nella sua fragilità e imperfezione — verso la salvezza attraverso la fede nel Buddha Amida, un aspetto del Buddha cosmico. Amida, secondo la tradizione, avrebbe rimandato la propria illuminazione fino a quando tutti gli esseri non saranno salvati grazie alla forza del suo voto e alla sua compassione.
Il Buddhismo Shin insegna che la via di Amida opera nel cuore di ogni uomo e che la liberazione non proviene dallo sforzo personale, ma dall’affidarsi profondamente alla sua presenza illuminante.

venerdì 10 ottobre 2025

Fritjof Capra “La rivoluzione della fisica è ancora nel Tao”

 Quando nel 1975 apparve Il Tao della fisica, Fritjof Capra aprì una breccia inattesa tra il pensiero scientifico europeo e le filosofie asiatiche. A mezzo secolo di distanza, quel capolavoro ritorna come la bussola critica in un’epoca dominata dalla logica degli algoritmi e dei server, nella nuova incarnazione di un razionalismo che ha imprigionato la realtà in schemi geometrici e meccanicistici. La fisica quantistica ci invita invece a pensare in termini fluidi, relazionali, non riducibili a formule rigide: un’apertura che le tradizioni asiatiche coltivano da millenni. Il prof. Capra è un fisico, teorico dei sistemi e cofondatore del Center for ecoliteracy a Berkeley, in California, dov’è seduto nel suo studio con, alle spalle, una stampa della danza cosmica di Shiva Nataraja, che gli fa da aureola attorno ai capelli grigi ricci. A 86 anni, è vibrante e acuto come la prosa del libro che lo rese una celebrità della controrivoluzione culturale mezzo secolo fa.


Quale considera l’eredità più duratura de “Il Tao della fisica” nel dialogo tra scienza occidentale e filosofie asiatiche?
«Sono rimasto stupito dalle potenti reazioni emotive che il libro ha scatenato. Poi ho compreso: il cambiamento di paradigma avvenuto in fisica, da una visione meccanicista a una olistica ed ecologica, è un processo che sta investendo oggi tutte le scienze e la società. Non saprei dire quante persone, a volte scoppiando a piangere, mi hanno detto che il libro ha cambiato loro la vita, aiutandole a sentirsi parte di una comunità più ampia che abbraccia una visione sistemica della vita».

Se il misticismo non può essere appreso dai libri, come lei suggerisce, spiegare la filosofia asiatica con categorie scientifiche non rischia di ridurne l’essenza, rendendola più difficile invece che meno difficile da apprendere?
«Se la spiegazione fosse puramente intellettuale e analitica, sarei d’accordo. Ma quando ho scritto Il Tao della fisica, ero coinvolto non solo intellettualmente ma anche emotivamente ed esperienzialmente, e penso che questo traspaia. Ho discusso i paralleli tra fisica e misticismo asiatico vivendo questi paralleli a un livello profondo: molto più di un’analisi teorica. Oggi il mondo è cambiato anche grazie a questo. Negli anni ’70, se dicevi che non potevi partecipare a una riunione per seguire una classe di yoga, meditazione o Qigong, i superiori ti avrebbero licenziato e schernito. Oggi è scontato poter seguire queste vie».

Sì, ma oggi, in Europa e in America tanti si dedicano a pratiche come yoga e meditazione per guadagni materialistici—manager che meditano per essere più efficienti, o chi fa yoga per rimanere competitivo. Molti hanno interpretato “Il Tao della fisica” in chiave pop-culturale. Quali incomprensioni la sorprendono ancora?
«È vero che alcuni gruppi di destra hanno distorto le idee New Age. Ma gli enormi movimenti giovanili sorti con il cambiamento climatico come Sunrise, Fridays for Future, l’impegno del senatore Bernie Sanders, gli effetti del movimento Occupy, vedono il mondo come una rete interconnessa. Oggi quei movimenti alternativi sono tornati underground a causa della tragica ascesa della frammentazione, del nazionalismo, della violenza e della guerra. È una fase transitoria. Sono cicli. Ne usciremo. Un movimento evolutivo come questo cambiamento di paradigma è più grande e più forte delle azioni politiche a breve termine».

La fisica quantistica oggi è più studiata e diffusa di prima. Tuttavia, la società ragiona ancora in termini newtoniani. Perché il salto culturale non è ancora avvenuto nell’integrare la fisica quantistica nella società?
«In medicina, molti dottori, ospedali e l’industria farmaceutica vedono ancora il corpo umano come una macchina da riparare con la chimica, sostituendone un pezzo con la chirurgia. C’è anche un forte movimento di salute olistica che ha visioni diverse, ma l’approccio meccanicista è persistente. Nel management, i dirigenti gestiscono le aziende come meccanismi da mettere a punto per massimizzare il profitto. C’è stato un investimento intellettuale ed economico enorme sul modello meccanicista. Abbiamo una situazione grottesca in cui le corporazioni dell’energia fossile hanno la distruzione del pianeta come modello di business per non perdere gli investimenti. Il passaggio dalla visione meccanicista a quella ecologica sta definendo la nostra era, ma la strada è molto accidentata».

Tornando a “Il Tao della fisica” e all’opposizione tra Parmenide ed Eraclito, l’Essere in alternativa al Divenire: pensa che le filosofie asiatiche propongano un’integrazione?
«Nel Tao della fisica ho definito Eraclito “il taoista greco” per la sua visione dinamica. Sotto ogni struttura, cioè l’Essere, c’è un processo, o insiemi di processi, e la struttura emerge da processi sottostanti. La visione dinamica è qualcosa che possiamo imparare. I due grandi temi che accomunano la fisica moderna e il misticismo asiatico sono l’interconnessione di tutte le cose, e la natura dinamica dell’universo. Questi principi si riflettono nella visione sistemica della vita, che è un processo e una rete. Ecco, questa è un’idea interessante che mi è venuta adesso, quando ha menzionato Parmenide ed Eraclito, Essere e Divenire… pensandoci, nella visione sistemica della vita, la caratteristica di un sistema vivente è il metabolismo. Come diceva la microbiologa Lynn Margulis: “Se metabolizza, è vivo. Se non metabolizza, non è vivo”.
Il metabolismo è il flusso continuo di energia e materia attraverso una rete di reazioni chimiche, con un doppio aspetto: la rete come struttura, il flusso come processo. Questo unifica l’antica dicotomia tra Essere e Divenire... Ora che ci penso, dovrei scrivere qualcosa su questo...».

C’è chi pensa che l’Intelligenza artificiale potrebbe diventare una sorta di metabolismo globale. Infatti, dopo i modelli meccanicisti della Rivoluzione industriale, siamo entrati in una nuova dinamica tecnologica modellata da algoritmi, server e ora Intelligenza artificiale. Pensa che l’Ia sia una nuova prigione concettuale, o un’opportunità di trasformazione nella società?
«Entrambe. Potrebbe trasformarsi in una prigione. Ma dipende per quale scopo viene usata. La maggior parte delle applicazioni attuali punta solo a fare più soldi, a razionalizzare i processi produttivi, aumentando l’efficienza. Quest’attenzione per il profitto è letale. L’Ia è diversa dall’intelligenza naturale, che è inerente a tutta la vita. L’intelligenza che è parte di tutti i sistemi viventi, è sempre organicamente e biologicamente integrata. La sua qualità principale è la capacità di essere nel mondo, sopravvivere ed evolvere. Quando aumentiamo le applicazioni dell’Ia, c’è il rischio che interferiscano con la nostra intelligenza vivente. Viviamo in una società dove la ricchezza è considerata più importante della salute. Nel fare soldi spesso distruggiamo l’ambiente naturale da cui dipende la nostra sopravvivenza. Una civiltà che valuta il guadagno più del benessere umano e della natura non può essere definita intelligente».     Articolo di Carlo Pizzati 

“Nell’era dell’AI stiamo trascurando l’intelligenza umana”,  “Con lo sviluppo dell'intelligenza artificiale abbiamo sopravvalutato algoritmi e altre astrazioni e abbiamo trascurato la nostra intelligenza tacita, incarnata e vivente”.  

Nel suo nuovo libro,   pubblicato nel 2024, I principi sistemici della vita. Idee sulla natura e sull'ecologia umana,  Fritjof Capra asserisce che per comprendere e affrontare alcune delle principali problematiche vissute dal mondo di oggi, occorre assumere una diversa prospettiva, una prospettiva sistemica. Occorre cioè guardare al mondo non più come a una macchina composta da elementi singoli, ma come una rete di combinazioni inseparabili di relazioni.

Quando guardiamo allo stato del mondo di oggi, alla nostra crisi globale su diversi livelli, ciò che è più evidente è che nessuno dei nostri principali problemi – energia, ambiente, cambiamento climatico, disuguaglianza economica, violenze e guerre – può essere compreso separatamente. Sono questioni sistemiche, sono cioè tutte interconnesse e interdipendenti. E per capirle e risolverle, dobbiamo cambiare la nostra prospettiva: non considerando più il mondo come una macchina composta da elementi singoli, ma come una rete di combinazioni inseparabili di relazioni.
Nel corso degli ultimi decenni, Fritjof Capra ha sviluppato una teoria originale di questa nuova comprensione della vita, un orizzonte concettuale che integra quattro dimensioni: biologica, cognitiva, sociale, ed ecologica. Questa visione è raccolta nel volume di culto Vita e natura, scritto insieme a Pier Luigi Luisi, e pubblicato nel 2014.
I principi sistemici della vita raccoglie, ora, i concetti fondamentali di Vita e natura proponendoli con un linguaggio non tecnico ma suggestivo, una summa del pensiero di Capra, che dal Tao della fisica in poi si è distinto come uno dei pensatori più creativi e innovativi del nostro tempo.
Capra ci mostra che il pensiero sistemico avanzato sarà cruciale per risolvere i principali problemi del nostro tempo e ci esorta con urgenza a mettere la vita al centro delle nostre imprese, dell’economia, delle tecnologie, e delle istituzioni sociali, ricordandoci le parole dell’attivista e scrittore David Korten (1937-): “Prospereremo nella ricerca della vita, oppure periremo nella ricerca del denaro: la scelta sta a noi”.

giovedì 16 gennaio 2025

Le religioni e le filosofie in Asia

L'India dette vita a molte religioni e filosofie che ebbero una profonda influenza in Asia.
La civiltà della valle dell'Indo che data 2600 -1900 a.C. è rappresentata da statuette di divinità femminili, animali che sono stati trovate durante le ricerche in questa vallata.  Il primo testo sacro è chiamato Veda (1500-800 a.C.), un complesso di testi sacri che parlano di divinità, da cui prende nome la più antica religione delle popolazioni arie dell’India (vedismo), da cui successivamente si svilupperà l’induismo. Il buddhismo si basa sulle idee di Siddharta Gautama (anche chiamato Shakyamuni), un principe che visse nell'est dell'India durante il 6 - 5 secolo a.C.  e riverito come il Buddha (l'illuminato). Induismo e buddhismo condividono la credenza nella reincarnazione, e il superamento del mondo materiale. Certe pratiche come la meditazione sono comuni. A partire dall'ottavo secolo il buddhismo e l'induismo furono praticati in molte parti del Sud Est asiatico.        

Buddhismo e Jainismo si svilupparono nel 5 secolo a. C.. Tutti gli aspetti della vita quotidiana dei membri della Sangha (comunità) sono regolati da codici monastici chiamati Vinaya. Ogni giorno i monaci e le monache fanno dei giri vicino al loro monastero per dare alle persone l'opportunità di ottenere del merito mettendo del cibo nella loro ciotola da mendicante.

Il Buddha è spesso rappresentato nell'arte come un monaco con una tunica con gli occhi semi-aperti in meditazione. Nei templi i devoti fanno offerte e si prostrano davanti alle immagini del Buddha. Queste offerte sono messe su un altare ornato con statuette di deva, arahat e bodhisattva. Il Buddha in stato di nirvana, è li, presente  per i suoi devoti. 

I governanti nel periodo di Angkor mantenevano la loro posizione al vertice dell'ordine sociale e religioso attraverso sontuosi e pubblichi doni. Molti degli antichi monumenti come i templi di Angkor  e Champa furono donazioni fatte dai sovrani.
La generosità e il fare dei doni (dana in sanscrito e pali) sono pratiche essenziali nella cultura Khmer.  Nel buddhismo fare doni è una delle perfezioni (paramita) - qualità che occorre coltivare se teniamo all'illuminazione. ll donatore guadagna meriti spirituali che avranno un frutto nella sua futura vita, portandolo  più vicino al nirvana (illuminazione). Il merito è anche dedicato "al beneficio di tutti gli esseri viventi". Idee simili del "puro" dono possono essere trovate anche nella filosofia Jainista e Hindù.

Il Jainismo è stato continuamente praticato in India sin dal 6 secolo a.C. Viene alla luce come reazione al Brahmanismo e il sistema delle caste, e da una differenza sul rituale del sacrificio degli animali. Lo scopo di ogni jainista è di sfuggire all'eterno ciclo delle rinascite. Raggiungono l'illuminazione attraverso severe austerità, praticando, acquisendo conoscenza e non ferendo gli esseri viventi. Il jainista riverisce 24 divinità (janas) di cui l'ultimo è Mahavira.  Il janismo si basa sul suo insegnamento. Jina significa liberatore e conquistatore, Jana sono quelli che hanno raggiunto lo stato di benedizione e trascendenza. Sono stati liberati dal ciclo delle rinascite e aiutano le creature a liberare le loro anime dai confini del corpo. Jana sono anche chiamati coloro che attraversano il fiume riferendosi al fiume che separa il mondo naturale e l'oblio.  Oggi ci sono due principali scuole: la scuola monastica di Svetambara (vesti bianche) dove i praticanti portano delle tuniche bianche e  quelli di Digambara (rivestiti del cielo) che vanno nudi.

Buddhismo e Jainismo condividono una idea simile di resistenza ai desideri e di ristrettezza. La storia del Buddha e quella di alcuni Jana sono simili e i primi monumenti jainisti furono degli stupa (senza reliquie). Molti monumenti jainisti dopo il 5 secolo sono posizionati in famosi templi hindù mostrando l'importanza del jainismo alle varie comunità. 

Lo stato del Gandhara fiorì dal primo secolo a circa il 450 d.C., quando fu conquistato dagli Unni, un popolo nomade che viveva nell'Asia centrale. Lo stato del Gandhara si trovava nell'attuale Pakistan e nel nord-est dell'Afganisthan, ed è stato un punto di contatto tra la Cina e l'Asia del sud est, e il mediterraneo. Il Gandhara fu  influenzato dai Greci, e dalla cultura indiana. Molte delle prime rappresentazioni di Buddha furono riprodotte nel Gandhara, sotto la forte influenza dell'arte greca e romana del mediterraneo.  Figure del Buddha apparirono intorno al 1 secolo in Mathura, un'area a sud di Delhi che faceva parte dell'impero  Kushan. L'arte di Mathura riprende molto delle tradizioni indiane. I bodhisattva assomigliano molto al Buddha e sono simili a forme di Shiva. Maitreya e Avalokiteshvara furono riprodotte sia nel Gandhara, sia a Mathura.
Il Buddha nella forma umana appare per la prima volta nell'arte dell'impero Kushan (dal 1 al 3 secolo). Il buddhismo Mahayana riprendeva le qualità umane del Buddha. Divenne popolare perché enfatizzava la salvezza di tutti gli esseri viventi, e non soltanto dei monaci. Questo tipo di buddhismo attirò la classe dei mercanti che supportarono la costruzione dei più grandi templi e monasteri. Gli esseri divini chiamati bodhisattva divennero molto importanti. Sono esseri compassionevoli che hanno raggiuto l'illuminazione ma rimangono nel mondo fisico per aiutare gli altri.

Sri Lanka fu una tappa del traffico marittimo tra il centro e l'Asia dell'Est ed ha una ricca storia culturale. Il Buddhismo arrivò a Sri Lanka dall'India nel 3 secolo b.C. ed è rimasta la religione dominante. Furono eretti molti stupa che  ancora oggi sono usati. Molti monasteri furono costruiti  e ci fu un contatto diretto con i centri buddhisti dell'India. Questi contatti influenzarono lo stile delle arti di Sri Lanka. Il buddhismo Theravada fu la filosofia più praticata, ma le immagini del buddhismo Mahayana suggeriscono che ci furono contatti anche con il nord dell'India dove questa forma di buddhismo era molto popolare. Come in India, molti elementi delle religioni animiste furono assimilati nel pantheon buddhista: come ad esempio serpenti (naga) e spiriti della natura ( yaksha e yokshi) ad esempio. Malgrado l'influenza indiana, uno stile distintivo dell'arte di Sri Lanka prese piede, che a sua volta influenzò le arti buddhiste nel sud-est asiatico. Dopo che  la religione buddhista perse importanza in India, i devoti viaggiavano verso Sri Lanka per imparare le più ortodosse forme di buddhismo. I più antichi testi sopravvissuti del buddhismo Theravada furono scritti in Sri Lanka, aumentandone così l'importanza come centro di insegnamento buddhista. 

A partire dal 7 secolo d.C. il buddhismo e l'induismo cominciarono a adattarsi alle culture e ambienti del sud est asiatico. Stilisticamente le immagini e le sculture cominciarono ad adattarsi alle caratteristiche locali.  Tutti i re venivano associati a Vishnù, molti personaggi si identificarono come avatar di questa divinità indù. I concetti buddhisti - come l'accumulare meriti - furono ereditati dalla classe dirigente che divenne donatore nella costruzione di templi e stupa.  Le culture asiatiche di quel periodo furono Dvaravati nella fertile piana della Thailandia centrale,  Chenla in Cambogia, precursori della civiltà di Angkor,  Pyu e Mon nella Birmania (Myanmar) Srivijaya in Sumatra,  Sallandra a Java che creò Borobudur, uno dei templi buddhsiti più grandi del mondo.

Tibet. L'arte tibetana prende ispirazione dai maestosi picchi dell'Himalaya. La religione e l'arte sono collegabili all'India e al Nepal. Il buddhismo arrivò nel 7. secolo d.C., e nel 10 secolo fu totalmente stabilito. Padmasambhava, un maestro indiano, portò il buddhismo tantrico in Tibet. Un'altra importante religione è il Bon che segue molti dei principi buddhisti, e incorpora anche credenze animiste. L'Induismo invece non divenne mai popolare in Tibet. Gli oggetti rituali tibetani sono molto importanti per i praticanti durante i rituali tantrici. Il tantra è un misterioso codice di rituali e pratiche regolate da magiche parole e matematici diagrammi, questi rituali sono usati per accedere al soprannaturale. I praticanti tantrici meditano sull'energia che circola nell'universo, e nel loro stesso corpo, per raggiungere i loro obiettivi. Il corpo è visto come un microcosmo dell'universo e l'energia sessuale umana è identificata con l'energia creativa. Tantra è la dottrina e il rituale della mano sinistra, il lato sinistro dell'essere associato al femminile. Il principio femminile Shakti è la forza dominante nell'universo e permette alle divinità maschili di agire. Questo sembra associato a un ri-emergere degli antichi culti della dea madre, ed è presente in numerose immagini delle dee. Il pensiero tantrico depredò l'induismo, il buddhismo, e il jainismo, e queste religioni adottarono elementi tantrici in modi diversi. Complicate immagini tantriche apparvero nelle pitture e sculture per illustrare questi concetti esoterici.

Quando vediamo le immagini del Buddha dietro delle vetrine o su una base in un museo, noi colleghiamo loro a delle opere d'arte. Ma in altri luoghi, templi, monasteri, altari famigliari o shrine, sono venerate per differenti ragioni. Nel tempio sono presenti l'odore di sandalo,  l'incenso, i fiori con colori rosa e viola su un altare basso, i praticanti si inginocchiano tre volte davanti al Buddha e toccano la testa sul suolo per tre volte. La statua é una persona storica?  un ritratto del principe Siddharta? o un idolo vivente, al quale puoi chiedere protezione dai demoni? E' un aiuto devozionale per aiutare a portare alla mente le quattro nobili verità e l'ottuplice sentiero? 

Le prime scritture buddhista (sutra) non parlano di immagini. Ma molte delle prime immagini del Buddha in India (1 secolo  d.C.) hanno delle iscrizioni con desiderio di merito per i famigliari dei donatori e per il benessere e la felicità di tutti gli esseri. Testi posteriori dal Sud Est dell'Asia incoraggiano i buddisti a fare, riparare, adorare le statue del Buddha per acquisire meriti.

Nepal. Le montagne sono considerate sacre in molte religioni e soprattutto in Nepal che è circondato dall'Himalaya. I credenti nepalesi considerano le montagne la sede degli dei. Il commercio con il Tibet e l'India contribuirono a una ricca tradizione artistica. Il centro culturale e artistico del Nepal è la vallata di Katmandhu, con tre centri Katmandhu, Patan e Bhaktopur. Gli artisti ebbero il sostegno dei sovrani per secoli e il Nepal ebbe una lunga e stabile dinastia. Quando i Lichchhavis (330 - 880 d.C.) arrivarono dal Bihar (nel nord dell'India),  buddhismo e Induismo erano già presenti. Il gruppo etnico chiamato i Newars, di cui si ritrovano le loro tracce in Shakyamuni, aderiri sia al Buddhismo sia all'induismo. 

Il sistema religioso induista in Nepal ruota intorno a Shiva e Vishnu. Shiva è rappresentato spesso in forma di linga. un culto indipendente si sviluppò intorno a Garuda.  Il buddhismo fu introdotto in Nepal dal nord dell'India durante il regno del re Asoka ( terzo secolo a. C.)  e raggiunse il suo culmine durante il periodo che è stato chiamato il Transitional Period (880-1200) ma poco documentato. Questo periodo coincide in parte con la dinastia Pala in India. Nell'arte di Pala viene rappresentato il buddhismo tantrico costituito da elaborati rituali, esoterici e exoterici, che coinvolgono molte divinità, anche femminili. L'arte di Pala è stata influenzata dall'arte del Nepal e viceversa. 

Devozione. Durante l'anno, i devoti che desiderano prendere darsana, da dei e dee Hindù devono visitare le loro immagini in pietra nei templi. O durante i vari festival i devoti possono incontrare le varie divinità. Nel festival Chitirai a Madurai nel Tamil Nadu, l'immagine di bronzo della dea Minakshi, vestita con seta, gioielli e fiori viene portata in processione su un carro nelle strade, da centinaia di fedeli, per andare al matrimonio con il dio Shiva. I devoti seguono la processione cantando inni e suonando tamburi.

La bhakti è una pratica religiosa nell'induismo dove il praticante cerca un diretto contatto con il dio prescelto; di solito Shiva o Vishnù, o la dea Shakti. Nel 7 e 8 secolo i santi-poeti Sambandar, Appar e Sundarar (chiamati muvar, i tre)  viaggiavano da città in città nella regione del Tamil, scrivendo e cantando preghiere a Shiva nei posti dove risiedevano. Questi inni nel linguaggio del Tamil sono cantati ancora oggi, e permettono all'ascoltatore di sperimentare l'amore per Dio.
A partire dall'11 secolo, numerosi templi in pietra furono costruiti nel Tamil Nadu. I più famosi dalla dinastia Chala. Brihadishvara tempio in Thanjavur, costruito da Rajaraja (regnò tra il 985 e 1014) è un esempio. Nuove forme di devozione nei templi chiamate puja si svilupparono a fianco delle pratiche bhakti. La presenza di un dio o di una dea risiede in una immagine scolpita dopo l'esecuzione dei rituali di consacrazione.

Il primo testo sanscrito a concepire l'ultima realtà come femminile è il Devi Mahatmya del 6 secolo d.C.    Devoti di Durga recitano inni tratti da questo testo. In questi inni l'energia femminile/dea è chiamata "Goddess" e è esaltata come Shakti (energia divina), Prakriti (natura terrena) e Maya (la creazione di illusioni). E' chiamata anche Lakshmi, Parvati, Kali e molti altri nomi.  

I Tantra, sono delle liturgie e pratiche che implicano una iniziazione segreta da parte di un guru, e erano diffuse tra gli Hindù, Buddhisti e Jainisti a partire dal 10 secolo. I praticanti eseguivano riti sacrificali per persuadere le divinità femminili chiamate yogini e dakini ( termine usato nel tantra), a dare loro dei poteri chiamati (siddhi).

Durga Puja
è un importante festival del raccolto in Bangladesh e nel nord est dell'India, per celebrare la vittoria della dea Durga sul demonio bufalo Mahisha. I preti risvegliano la dea e la invitano a risiedere nelle immagini policrome fatte di argilla e paglia. Queste sculture viaggiano tra pubblici santuari (pandals) attraverso la città. La folla va da santuario a santuario nella notte per essere vista da Durga. Il decimo giorno le donne augurano addio alla dea come se fosse la loro propria figlia con betel e dolcetti. Le immagini di argilla ora gusci vuoti sono poi immersi nel fiume e lasciati alla corrente.

Personaggi, Divinità e filosofi.   Buddha è spesso rappresentato con Ananda che è il cugino di Shakyamuni e il suo più giovane discepolo, e con il più vecchi monaco Kashyapa.  Ananda fu un campione di diritti femminili e creò l'ordine delle monache.  Vaishravana è il dio dei ricchi, e viene identificato dalla mangusta tenuta con la sua mano destra. E fa emettere dalla bocca della mangusta dei gioielli. La rotonda figura siede su un mitico leone delle nevi. Egli fu adattato dal dio indù Kubera e diventò parte del pantheon buddhista.
Qianshoujing (sutra delle mille mani) è una delle scritture più recitate dai buddhisti cinesi, Si crede che abbia un grande potere e la possibilità di curare le 84.000 malattie. Questo sutra può essere recitato da chiunque senza la guida di un maestro spirituale. Il bodhisattva Avalokiteshvara è rappresentato con le 34 braccia che tengono simboli buddhisti.
Sudhana fu un giovane pellegrino (secondo i testi buddhisti) che viaggiò attraverso il sud e sud-est dell'Asia per studiare con 52 maestri, includendo molti bodhisattva, per cercare di arrivare ad una profonda conoscenza spirituale e divenne un illuminato. In Cina è spesso mostrato come un attendente di Guanyn.  Ramanuja è il filosofo collegato al culto Vaishnava (soprattutto nel sud dell'India) che adora la dea Lakshmi e il dio Vishnù come un inseparabile essere. Nell'induismo si crede che la dea avesse un'importanza particolare perché agiva da mediatrice tra Vishnù e l'umanità.

Arte.   I motivi dei primi testi religiosi (i Veda) sono comuni nell'arte buddhista e induista, per esempio nel re e nella regina serpente (chiamati Naga e Nagini rispettivamente) e gli spiriti della natura. Condividono anche altri elementi quali ad esempio la divinità alata Garuda che è associata con Vishnù nell'induismo mentre nel buddhismo è una divinità di buon auspicio. L'idea di un dio come asse dell'universo data al tempo dei Veda  è  espressa nel linga di Shiva, e la rappresentazione del Buddha come un pilastro del Buddha. L'idea di una semplice vita di astinenza è espressa nella divinità induista Shiva e nel bodhisattva buddhista Avalokiteshvara.     

Una tipica forma artistica buddhista  è lo chorten, che è una forma tibetana dello stupa indiano. la costruzione e il simbolismo degli chorten in Tibet fu standardizzato nel 14 secolo dai leader buddhisti, come Buston Rinchen Grub (1290-1364) l'undicesimo abate del monastero Shalu.
Prima che il Buddha fosse rappresentato sotto forme umane (intorno al 1 secolo d.C.) i buddhisti veneravano lo stupa, un tumulo funerario che incorporava reliquie (denti, ossa, ecc. ) raccolte dopo che il corpo del Buddha fu cremato. Uno stupa è anche l'immagine del Buddha. Emblemi come lo stupa, l'albero della bodhi, la ruota del dharma sostituivano visualmente il corpo del Buddha. Gli stupa dovevano conformarsi a principi iconometrici.

Invece, una tipica forma artistica  induista è il linga. Linga è una parola sanscrita che significa segno o marca, ed è usato come nome delle immagini simboliche del dio Shiva. Il linga posa su una base, chiamata yoni che simbolizza la femminilità.
Alcuni linga contengono riferimenti alle tre principali divinità: la base quadrata rappresenta Brahma, la sezione ottagonale intermedia rappresenta Vishnù, e la parte in alto rotonda rappresenta Shiva, e a volte il suo viso  è inciso su un lato.

Lo stupa è il principale monumento buddhista. la sua forma originale proviene dai tumuli delle tombe e il suo originale scopo era di contenere reliquie associate al Buddha o a monaci importanti. Prima i templi furono costruiti per ospitare immagini del Buddha. Lo stupa era il centro spirituale della comunità buddhista. I rilievi sullo stupa sono un aiuto ai devoti per contemplare il Buddha e il sentiero per l'illuminazione.  Lo stupa prenderà differenti forme quando il buddhismo si propagherà nei diversi Paesi. Possono esser semplici cupole, circondati da piattaforme, o persino piramidi. Le pagode della Cina e del Giappone sono un'estensione del concetto di stupa. Piccoli reliquari furono spesso fatti in forma di stupa. Le prime forme dell'arte buddhista usavano simboli per rappresentare il Buddha, piuttosto che un'immagine del suo corpo o del suo viso. Queste immagini includono la ruota che rappresenta i suoi insegnamenti, e l'albero della bodhi, sotto il quale il Buddha raggiunse l'illuminazione. Questa arte è chiamata rappresentazione aniconica perché non ci sono immagini umane. Dal 2 secolo apparirono le immagini del corpo del Buddha, benché continuarono ad essere usati anche i simboli.

Nel quarto secolo sia l'induismo, sia il buddhismo si diffusero nel sud-est asiatico. I monaci buddhisti e i brahmini trovarono supporto dai locali regnanti. Nei primi racconti si narra che un bramino indiano sposo una regina, o un naga. I re di Angkor nacquero da questa unione e rivendicarono lo statuto di semi divinità. Entrambe le religioni incorporarono le credenze animistiche locali. In Cambogia e Vietnam le locali divinità furono identificate con Shiva e Vishnù. In Laos una montagna fu venerata come un lingam, la rappresentazione fallica del potere di Shiva.  Le prime immagini induiste e buddhiste nel sud est asiatico del 5 e 6 secolo, mostrano una profonda influenza nell'arte dell'impero Gupta dell'India. Più tardi le immagini si fondono con le locali caratteristiche e dal 7 secolo circa emerge un distinto stile dell'Asia del Sud est. 

Il buddhismo arrivò in Cina attraverso l'Asia centrale e l'India nel periodo della dinastia Han (206 b.C. - 220 d.C.).   Inizialmente venne vista come una religione che non aveva punti di contatto con il Confucianesimo e la filosofia Taoista. Durante il regno delle sei dinastie (220-589 d.C.) il buddhismo Mahayana fu maggiormente accettato. Il culto del Buddha Amitaba, del bodhisattva Avalokiteshvara  (Guanin) e di Maitreya, il Buddha del futuro iniziò intorno al quarto secolo d.C.  
Lo sviluppo del buddhismo fu agevolato dalla traduzione di testi sacri indiani in cinese. La traduzione del Sutra del Loto fornì molti temi per l'arte buddhista in Cina. A partire dal terzo secolo furono prodotte anche sculture buddhiste. Ciò mostrava un dialogo tra l'arte del Gandhara e la Cina in uno stile che si ritrovava nella gioielleria e nei tessuti.

Il buddhismo cinese crebbe in seguito ai contatti con le pratiche e le credenze indiane. Questi sistemi di credenze si legarono con il confucianesimo e il taoismo, diventando noti come i "tre armoniosi insegnamenti in uno".
Il buddhismo cinese, allo storico Buddha, aggiunse numerosi Buddha celestiali, come molti bodhisattva, insegnanti e protettori. Due dei più importanti bodhisattva sono Guanyn (Avalokitedhvara in India) che incorpora la compassione e Wenshu (Manjushri), la personificazione della saggezza spirituale profonda. A partire dal 10 secolo, ad entrambi fu attribuito il potere di manifestarsi in una serie di forme. Per esempio Guanyin a volte prendeva la forma di una donna.  
Il bodhisattva Manjushri è conosciuto per la sua saggezza. Egli osserva ogni cosa che accade nel mondo, e guida e insegna agli altri. Si racconta che Manjushri fu il maestro di sette Buddha, incluso Sakyamuni. Egli possiede una così vasta conoscenza che non ha limiti. E' conosciuto come "Uno con Grande Conoscenza" tra i bodhisattva. Fu l'assistente del Buddha Sakyamuni e gli fu dato l'onorabile titolo di Principe del Dharma Manjushri. Usava il suo proprio metodo nell'insegnare ogni volta che era possibile, non limitandosi ai tradizionali metodi di insegnamento buddhisti. Enfatizza la suprema Verità e contribuisce al risveglio di tutti gli esseri senzienti.

Il bodhisattva Samantabhadra simbolizza azione e devozione nel buddhismo Mahayana, E' capace di portare avanti le azioni necessarie per adempiere un voto. Nelle sue molte vite precedenti praticava samskara per guadagnare saggezza e adempiva ai voti per far apparire Budhashetra. Quindi è un modello per i praticanti che sono sul cammino spirituale. Forma una coppia con Manjushri, Samantabhadra è incaricato del samadhi e Manjushri si prende in carico la Prajna (saggezza e conoscenza), si completano reciprocamente e sono essenziali nella pratica del "Percorso verso la Verità". In Cina è considerato uno dei quattro più importanti bohisattva. Durante la dinastia Jin, si dice che apparve sulla montagna Emei, così la montagna divenne un importante luogo sacro per i buddhisti.

Durante la dinastia Ming, il buddhismo Chan (Zen) e il buddhismo della Terra Pura divennero entrambi popolari. Chan si basava sulla meditazione e sulla consapevolezza. Dopo l'8 secolo le pratiche indiane e himalayane furono adottate in Cina. Queste pratiche includono la devozione al Buddha Vairocana, manifestazioni tantriche di bodhisattva e l'uso di mandala e altri diagrammi cosmici. Si credeva che molte di queste pratiche proteggessero la nazione e permettessero di ottenere tangibili benefici come salute e ricchezza ai governanti.  Dopo il 12 secolo, quando il buddhismo scomparve in India, la Cina , Sri Lanka e altri paesi buddhisti divennero un punto importante per lo sviluppo delle pratiche e delle immagini.

Guanyin è il nome cinese del bodhisattva conosciuto in India come Avalokiteshvara. Guanyin significa l'osservatore del suono - riferendosi alle preghiere e invocazioni degli umani. Il culto di Guanyin crebbe in popolarità con l'accettazione in Cina del Sutra del loto. Un'importante scrittura parlava del bodhisattva come la personificazione della compassione, che porta gli esseri alla salvezza ed è la personificazione della protezione. Avalokiteshvara è percepito come maschio o senza genere, mentre Guanyin appare sia maschio, sia femmina nel pensiero e nell'arte cinese. Questo indica la trascendenza del bodhisattva oltre il genere. Il culto della manifestazione femminile può portare la benedizione ai bambini.  

Il Buddha rinunciò ad ogni forma di possesso. ma poi perché si incominciarono a vedere immagini del Buddha con gioielli in India, Cina e sud est asiatico?
Incominciò con l'arte indiana , quando il Buddha fu associato al concetto di supremo regnante (cakravartin in sanscrito). La rappresentazione può anche riferirsi alla ua giovinezza quando era il principe Siddharta. O può essere collegato al suo beato stato di illuminazione. O anche alla sua prossima incarnazione come Maitreya, aspettando nel cielo Tavatimsa. Nelle più recenti rappresentazioni il Buddha è rappresentato con ornamenti reali come l'ombrello. I Buddha ingioiellati appaiono in Afganistan e Pakistan intorno al 5 e 6 secolo. In kashimir intorno all'8 secolo e in Bihar dal 9 secolo.  Più tardi l'immagine diventa popolare in Cina durante la dinastia Ming e nel sud est asiatico, come nel Myanmar, Cambogia e Thailandia. L'immagine prese significati diversi legati a queste diverse culture.
Buddha come simbolo e non come uomo.  Questo concetto mostra anche l'influenza delle vecchie bramaniche idee di una divinità. Il corpo del Buddha non può essere visto come un ritratto di un umano, ma piuttosto come un mezzo di incapsulare le idee religiose.  E' un'immagine del mondo divino, che mostra lo stato di arricchimento spirituale di un vivente.

La dinastia Pala (8-12 secolo) regnò sul nord dell'India e in Bangladesh. La regione contiene molti siti sacri collegati agli eventi della vita del Buddha. Qui si svilupparono monasteri come Nalanda e Kurkihar, che divennero anche centri culturali e artistici, Questi posti attiravano pellegrini da tutta l'Asia e divenne il punto di incontro del Buddhismo, dopo che la maggior parte dell'India era diventata Hindù. Attraverso questi pellegrinaggi lo stile di Pala influenzò l'arte in tutto il sud est asiatico, l'Himalaya e la Cina. Le immagini in metallo trasportabili facilmente e prodotte dagli artisti di Pala contribuirono alla diffusione di questo stile.
L'induismo ha prosperato a fianco del buddhismo. La filosofia e la pratica di entrambe le religioni cominciò a fondersi a partire dall'8 secolo, specialmente nel culto tantrico. Tantra sono gli antichi testi che descrivono rituali attraverso i quali il praticante può velocizzare l'illuminazione e sfuggire al ciclo delle rinascite in poche vite. Con lo sviluppo del buddhismo tantrico (chiamato anche esoterico o Vajrayana), nuove divinità cominciarono ad apparire. L'idea tantrica che l'energia femminile (shakti) è la più potente forza nell'universo cominciò a diventare popolare nell'induismo e nel buddhismo. L'energia femminile mobilita l'energia maschile e la trasforma in azione. Antiche idee della dea madre ritornarono alla superfice ed emerse un gruppo di divinità femminili. Nella regione Chamunda, Manasa e Durga erano le divinità più popolari.

Nel 15 secolo il buddhismo Theravada fu la religione più popolare delle principali luoghi del sud est asiatico. Sia Sukhotai e Ayutthaya in Thailandia, e Hanthawaddy in Bago, nel Myanmar, mandarono e ricevettero missioni da Sri Lanka (il cuore del buddhismo Theravada) durante i secoli per riformare il proprio sangha (comunità di monaci).  
Con la caduta di Angkor a Ayutthaya nel 143, l'induismo dei Khmers fu soppiantato dalla dottrina Therevada. In Vietnam, Champa fu conquistata dalla monarchia Dai Viet nel 15 secolo e l'induismo scomparve sostituito dal buddhismo Mahayana.  Oggi la Thailandia, il Myanmar, la Cambogia e il Laos seguono il buddhismo Theravada, Tracce di pratiche induiste sopravvivono, soprattutto nei rituali reali e nell'ideologia, come in astronomia e la lettura del destino.  Nelle isole del sud est asiatico, l'Islam arrivò con il commercio marino degli arabi, nel 16 secolo. Il Mahjapahit, regno di Java, cadde nelle mani dei sultanati mussulmani. Oggi in Indonesia solo a Bali predomina l'induismo.

Sikkismo.  Fu fondato da Guru Nanak (1469-1539) nel Punjab, una regione dell'India alla  fine del 15 secolo. I principi su cui si basa questa religione sono:  una vita onesta, condividere i nostri averi con i meno fortunati, e ricordare il creatore. Non c'è posto per rituali, adorazione di idoli, pratiche ascetiche, o sistemi di caste. Il modo di vita dei Sikh è guidato dalle loro sacre scritture, che sono basate sull'insegnamento dei dieci guru.  La scrittura sacra è chiamata Guru Granth Sahib. Il decimo guru, Guru Gobind Singh, dichiarò che dopo di lui, non ci sarebbe stato nessun altro guru vivente. Così i sikh cercano la guida nelle loro sacre scritture e vedono il libro come loro guru eterno.  Inizialmente i sikh vivevano nel Punjab e le regioni adiacenti che ora fanno parte del Pakistan. Alla metà del 19 secolo i sikh iniziarono a migrare fuori dell'India e ora vivono in diverse parti del mondo. Oggi ci sono circa 12000 sikh a Singapore e 7 templi. Sono integrati alla grande comunità indiana e alla multi-culturale società di Singapore, mantenendo la loro cultura, religione e tradizione.  

Il cristianesimo si diffuse in India nel 7 secolo d.C. soprattutto nel Kerala,  probabilmente attraverso viaggiatori che venivano dal golfo persico, si definivano Cristiani di San Tommaso, uno dei 12 discepoli di Cristo che viaggiò in India nel 1 secolo d.C.
Dopo Goa, l'India fu governata dai portoghesi nel 1510, e ci furono molte conversioni e molte chiese furono costruite. La città fu chiamata la Roma dell'Est, artisti di molte fedi produssero immagini cristiane.
L'imperatore mongolo Akbar (regnò tra il 1556-1605) e suo figlio Jahange (1605-27) stabili contatti con i gesuiti e i cattolici, e molti furono invitati ai dibattiti presso la sua corte. 

Il cristianesimo fu portato nell'Asia centrale e in Cina  attraverso il commercio all'inizio del 7 secolo. Nel 16 secolo i portoghesi e subito dopo gli spagnoli portarono missionari cattolici con loro durante i viaggi commerciali. Commercio e fede cattolica crearono una relazione simbiotica. Goa, Malacca, Manila, Macao, Nagasaki, e altri porti commerciali divennero delle basi per le missioni cristiane. Nel 17 secolo i tedeschi protestanti arrivarono in Batavia (Jakarta) e cominciarono la conversione nel sud est Asia.  La cristianità si sviluppò attraverso l'Asia e  anche al necessità di nuovi lavori artistici per decorare chiese, per raccontare storie cristiane. L'arte europea si combinò  con le tradizioni artistiche asiatiche. Il materiale e le tecniche asiatiche si combinarono con soggetti e immagini tradizionali europee. Ciò diede vita a meravigliose opere d'arte, oggetti che testimoniano storie di diversità e tolleranza.

La Spagna stabili una colonia nelle Filippine nel 1564. Come i portoghesi, avevano l'obiettivo di espandere il cattolicesimo e combinarono il lavoro missionario con il mercato e la conquista. La religione si diffuse rapidamente, ma idiosincratici elementi furono incorporati, incluse le locali divinità e l'uso di amuleti e di medium per gli spiriti. Alcune comunità indigene resistettero alla conversione, e l'ostilità spagnola verso l'islam portò a una serie di conflitti nel sud. Oggi le Filippine hanno la terza più larga popolazione cattolica nel mondo.   Le Filippine e Timor Est sono dei Paesi cattolici in modo schiacciante, e c'è una sostanziale crescita della popolazione cristiana a Singapore. Le comunità cristiane si stabilirono anche a Flores, nel Karen in Myanmar, Bataks in Sumatra, e i Minahassa nelle Sulawesi. Il missionario spagnolo Francis Xavier visitò l'isola Molucca nel 1546-47. Nel 17 secolo i protestanti tedeschi, situati in Batavia (Jakarta) cominciarono a cercare di convertire le persone nel Sud Est Asia.  Nel Vietnam missionari cattolici ottennero grandi successi. Quando la Francia arrivò nel sud del Vietnam giustificò l'intervento per proteggere i cattolici dalle persecuzioni.
La conversione a partire dal 1900, fu vista dalle amministrazioni coloniali europee come uno strumento per portare la modernità, e un maggior controllo - ai gruppi isolati dell'interno che avevano praticato per lungo tempo l'animismo e la venerazione degli antenati.
A Singapore la prima missione cristiana arrivò nel 1819, lo stesso anno l'inglese Stamford Raffles arrivò nell'isola. Nel 1836, la comunità armena aprì la prima chiesa cristiana, dedicata a san Gregorio. Protestanti e cattolici costruirono scuole, orfanotrofi, ripari per i poveri e spinsero per riforme sociali.   Le donne missionarie portarono avanti la battaglia per un miglioramento sociale e educativo per le donne. Attraverso l'Asia, l'educazione era una strategia cruciale per  la conversione. Immigranti e locali iscrivevano i loro figli in queste scuole per acquisire un'educazione che speravano potesse dare migliori opportunità sotto il governo coloniale inglese.

La prima presenza del cristianesimo in Cina data al 7 secolo, quando l'imperatore Tang ufficialmente riconobbe la Chiesa dell'Est. Questo spirito di tolleranza per la cristianità, fu spesso ravvivato, molti governanti mongoli sposarono donne cristiane durante la dinastia Yuan (1271-1368), gli imperatori Wanli offrirono patrocinio ai gesuiti intorno al 1600, e gli imperatori Kangxi emisero un editto di tolleranza nel 1692.   Il carismatico Matteo Ricci (1552-1610) e altri missionari gesuiti arrivarono in Cina alla fine del 16 secolo. Ricci fu il primo cattolico missionario a ricevere il patrocinio nella corte cinese. Si vestiva come uno studioso confuciano, e usava la sua vasta conoscenza in matematica e scienze per ottenere  favori dai governanti. Nonostante le proteste dei suoi superiori, incorporava il confucianesimo e i riti cinesi per gli antenati nelle sue preghiere. Porcellane e avori furono scolpite con soggetti cristiani per esportarli nell'Ovest attraverso i porti di Macao e Guangzhou. Sete cinesi furono usate per le vesti dei preti.  

I missionari gesuiti arrivarono in Giappone con i mercanti nel 1549. Intorno al 1600 i missionari cattolici ebbero un grande successo. Ma dispute sul commercio e lo sviluppo politico bloccarono questa diffusione. Nel 1597 iniziarono una serie di persecuzioni e proibizioni che portarono alla esecuzione di molti devoti cattolici (molti di loro giapponesi) , e proibì l'arrivo di stranieri nel Paese nel 1643.

Il divieto contro la cristianità durò circa 300 anni e molti cristiani continuarono a praticare e pregare  in segreto. Molti di loro "i cristiani nascosti" riapparvero nel 20 secolo per ricongiungersi con le fede cattolica. Ma altri continuarono a pregare in segreto e mantennero la loro fede nel loro proprio modo.  I gesuiti crearono una accademia per insegnare l'arte agli studenti giapponesi che volevano riprodurre immagini della cristianità per le chiese e per le necessità di un crescente numero di cristiani locali. Queste opere furono esportate anche in Europa. Prima delle persecuzioni, la cultura europea era in voga in Giappone e molti samurai portavano rosari e crocifissi e avevano decorazioni cristiane sulle spade e sugli abiti.

Il Giudaismo è centrato sulla credenza di un solo vero Dio, e ancorato nello studio delle scritture, la più importante delle quali è il Tanakh (la Bibbia degli ebrei). uno dei momenti chiave del Giudaismo avvenne intorno al 1300 a.C. quando l'israelita e profeta Mosè ricevette i dieci comandamenti da Dio sul monte Sinai. Questi comandamenti sono parte della Torah, la più antica e sacra parte delle Bibbia ebraica.  La sinagoga è il centro della vita della comunità ebraica, dove preghiere pubbliche sono recitate dai rabbini. La Torah è conservata nella parte più sacra della sinagoga, nel santuario (Ark) rivolto verso Gerusalemme. La comunità ebraica di Singapore data 1819, con la costituzione del porto commerciale inglese, quando Sephardi arrivò qui dall'India per costruire le case dei mercanti. La sinagoga Maghain Aboth  fu costruita nel 1878 ed è la più antica sinagoga esistente del Sud est Asia.

Templi induisti a Singapore.  Tempio Khansama  vedi: www.khansama.com.sg  khansama@pacific.net.sg   e il tempio  Mandapam.
Tempio buddhsita a Singapore: Il Buddha Tooth Relic Temple and Museum fu consacrato dal venerendo Shi Kwang Sheng, presidente della federazione buddhista, di Singapore nel 2008.
Il focus della devozione del tempio e del museo Hundred Dragons Hall è il Buddha Maitreya, il Buddha futuro. Siede con entrambe le gambe ed è supportato da un fiore di loto. Tiene un vaso prezioso con la sua sinistra e mostra la abhaya mudra con la destra che rappresenta l'insegnamento del Buddha. Ai suoi lati ci sono i bodhisattva Fayuanlin ( a sinistra) e Damiaoxiang ( a destra).

 Gesti del Buddha. Buddha siede serenamente con le mani in dhyana mudra (mano destra sopra la mano sinistra , il gesto della meditazione. Il gesto della mano  abhaya mudra - (il palmo della mano in alto) che significa senza paura, a volte vedi il Buddha con entrambe le mani in abhaya mudra.  Altro gesto importante è il dharmachakra mudra. il gesto significa " il girare della ruota della legge". Tutti gli insegnamenti del Buddha costituiscono la legge buddhista, e questo gesto mostra i suoi insegnamenti. Quando il Buddha tocca con la sua mano destra il suolo - bhumisparsha mudra - sta chiamando la terra come testimone della sua illuminazione alla fine della sua lunga meditazione. Il Buddha chiama la dea per aiutarlo a sconfiggere le armate di Mara, il demone che sta cercando di tentarlo e distrarlo. Questo è il mudra più diffuso per le immagini del Buddha in Thailandia.

lunedì 13 gennaio 2025

Le ragioni della tolleranza: Oltre i confini dell'indifferenza

 Articolo scritto dal mio amico ROBERTO FANTINI  su Flip News  (Free Lance International Press)  vedi:     https://www.flipnews.org/index.php/life-styles-2/technology-2/item/4221-le-ragioni-della-tolleranza-oltre-i-confini-dell-indifferenza.html

Dato che non penseremo mai nello stesso modo e vedremo la verità per frammenti e da diversi angoli di visuale, la regola della nostra condotta è la tolleranza reciproca.”  - Mahatma Gandhi


Le ragioni della tolleranza valgono ovunque: nei banchi di scuola, in ufficio, in fabbrica, allo stadio, nella cabina elettorale, nell’aula giudiziaria, nelle pubbliche manifestazioni. Perché sia abbattuta la barriera fra vizi privati e virtù pubbliche occorre che la tolleranza divenga un abito mentale. E’ essenziale cioè che essa divenga un valore per tutti, che il suo significato profondo venga appreso, acquisito dalla nostra coscienza e faccia parte di noi.” - Salvatore Parlagreco

La discordia è la piaga del genere umano, e la tolleranza ne è il solo rimedio.” - Voltaire                           
Capita spesso di veder confuse, in maniera alquanto discutibile e fuorviante, tolleranza ed indifferenza. Come se, l’unica possibilità per liberarci dalle innumerevoli forme di faziosità settaria, di diffidenza e rifiuto dell’altro, nonché di odio violento nei confronti di tutto ciò che appare diverso e nocivo, possa derivare dal rifiuto radicale del prendere posizione sulle cose che contano, barricandosi dentro gli angusti ma confortevoli confini della propria egoità.

Certo, nel caso non ci si interessasse affatto di religione, di politica o di calcio, ci apparirebbero del tutto prive di senso sia le varie possibili contrapposizioni e querelles di carattere teorico che potrebbero sorgere intorno a simili tematiche, sia le lotte di carattere pratico miranti a denigrare, discriminare, perseguitare le fazioni avverse, in vista di una tanto bramata conquista del primato.

La condizione dell’indifferenza, però, pur risultando indubbiamente preferibile a quella di chi esercita l’intolleranza fanatica e aggressiva, non è in grado di presentarsi come una strategia capace di proteggere l’umanità dalla piaga dell’intolleranza. E questo, innanzitutto, perché l’indifferenza  non potrà mai venire estesa a tutti gli ambiti, ma solamente a quelli che ciascuno di noi potrà ritenere (in maniera inevitabilmente opinabile) privi di significato e di rilevanza. Inoltre, avrà sempre un’ efficacia estremamente parziale e precaria: potrà soltanto provvisoriamente impedire ai suoi sostenitori e praticanti di gettarsi nella mischia, ma non certo che altri lo facciano.

Ma perché, dopo millenni di odio teologico, di persecuzioni etnico-razziali, di crociate, inquisizioni, anatemi, epurazioni, deportazioni e stermini di massa, nonostante i tanti appelli al dialogo, all’ascolto, al reciproco rispetto, ecc., ancora  tante e così granitiche difficoltà nel coltivare e praticare elementari forme di tolleranza?

Credo che, alla base di simili resistenze, sia possibile intravedere meccanismi di ordine psicologico ricorrenti in tutta la storia del genere umano. E, come ci insegna meglio di chiunque altro il Socrate platonico, la causa prima dell’intolleranza andrebbe sempre individuata nell’ignoranza, intesa come il non sapere di chi crede di sapere.

Questo perché il credere di sapere implica necessariamente la certezza di essere in possesso della Verità e, di conseguenza, la presunzione di sapere cosa sia necessario, cosa sia utile, cosa sia doveroso fare in vista del Bene (in ogni campo e ad ogni livello): chi rifiuta quella Verità, che io ritengo essere l’unica vera e che io “so” di possedere, verrà percepito come “nemico del Vero” e, come tale, anche “nemico del Bene” (il Bene può nascere, infatti, soltanto dal Vero).

Quindi, io, che so di avere la Verità e che so cosa si dovrebbe operare per il conseguimento del nostro Bene, come potrei non sentirmi moralmente obbligato a combattere chi, volontariamente o involontariamente, rifiutando il Vero, finisce inesorabilmente per ostacolare la realizzazione del nostro Bene?

E, nello stesso tempo, come potrei non sentirmi in dovere di cercare di impedire (al fine di difendere e di realizzare il Bene di tutti) il verificarsi di tutto quello che ritengo poter nuocere all’affermarsi del Vero e alla sua concretizzazione oggettivata, sia nella sfera individuale che in quella collettiva?

E come non sentirmi pienamente autorizzato e legittimato a ricorrere ad OGNI mezzo umanamente possibile per impedire o, almeno, semplicemente rallentare il trionfo del Bene?

Di fronte ad un fine tanto elevato (e tanto indiscutibilmente giusto), risulta legittimato, anzi, doverosamente richiesto, il ricorso a qualsiasi mezzo ritenuto “utile”: censura-imposizioni-limitazioni varie-controllo sistematico-isolamento-incarcerazione-tortura-deportazione-pena di morte.   Il non farlo verrebbe ad evidenziare una grave mancanza di senso di responsabilità e di attenzione agli interessi della collettività, e, quindi, una psicologia ed una moralità spregevolmente e pericolosamente egocentriche.

Il ritenere, quindi, di poter possedere (in modo assoluto) una Verità assoluta prepara la strada alla accettazione e consacrazione di poteri anch’essi assoluti e, come tali, senza confini. Di fronte ad una simile mentalità, potrà risultare massimamente efficace  l’esercizio terapeutico della Filosofia in ottica autenticamente socratica ed ecletticamente teosofica.  Ovverosia, educando il pensiero:

    - all’uso critico-sistematico del dubbio;
   -  al coraggio del giudizio autonomo;
   -  alla capacità di autoanalisi e di autocritica;
   -  alla consapevolezza del limite sia delle proprie che delle altrui certezze;     anzi, alla consapevolezza dei limiti invalicabili dello stesso pensiero umano nel cercare di approdare a qualcosa di definibile come assolutamente certo e, quindi, non più rivedibile-discutibile-correggibile-migliorabile;
   - alla consapevolezza, perciò, della necessità irrinunciabile di un continuo processo di ricerca e, quindi,
   della necessità di diffidare di tutte le risposte blindate, dogmaticamente imposte sulla base della strategia dell’ ipse dixit;
 - nonché della necessità di una costante disponibilità al confronto sincero, allo scambio, alla cooperazione  paritaria, alla consapevolezza che ogni verità è inevitabilmente “figlia del Tempo”, e che ogni verità rappresenta inevitabilmente (soltanto) il risultato della nostra (soggettivissima) attività conoscitiva condotta nel tempo e nello spazio (nel nostro tempo e nel nostro spazio),  e che, quindi, è in grado di rappresentare esclusivamente il punto di approdo del nostro sguardo sul mondo, ovvero sempre lettura prospetticamente fondata,  e, come tale, sempre valida relativamente e provvisoriamente.

Un simile atteggiamento potrebbe condurci, allora, a pensarci come esseri non più divisi e contrapposti in quanto credenti e non-credenti, platonici e aristotelici, teisti e panteisti, rivoluzionari e controrivoluzionari, ortodossi ed eterodossi, ecc., bensì come viandanti, pellegrini, eterni ricercatori, desiderosi di conoscere sempre più e sempre meglio il Vero e il Bene.

E i vari credo (religiosi, filosofici, politici, ecc.) potranno apparirci, finalmente, non più come entità boriosamente e cruentemente condannate a lottare fra loro, bensì come differenti itinerari, tutti percorribili e tutti sperimentabili, ovvero differenti sentieri  inerpicantisi su di un’unica immensa montagna: 

- tutti relativamente validi;
- tutti meritevoli di essere presi in considerazione, di essere esaminati senza pregiudizi, di essere discussi criticamente, con lealtà, con franchezza e con rispetto.

In un articolo apparso su Lucifer, nel gennaio 1888, Helena Petrovna Blavatsky*, fondatrice della Società Teosofica (New York 1875), vulcanica scrittrice e infaticabile demolitrice di pregiudizi culturali, ci fornisce un’analisi estremamente efficace e convincente del fenomeno dell’intolleranza.
Chi crede di aver trovato l’oceano nella sua brocca d’acqua – scrive - è naturalmente intollerante nei confronti del suo prossimo, il quale, a sua volta, si compiace d’immaginare d’aver versato il mare della verità nel suo piccolo vaso, ma chiunque conosce, come i teosofi, quanto infinito è l’oceano dell’eterna saggezza, per essere scandagliato da qualche uomo, classe o partito, e comprende quanto poco contiene anche il più grande recipiente fabbricato dall’uomo, in confronto a quanto giace sopito e non ancora percepito nelle sue oscure e abissali profondità, non può essere che tollerante; perché vede che gli altri hanno attinto con i loro recipienti nello stesso grande serbatoio nel quale ha attinto egli pure e, per quanto l’acqua nei vari recipienti possa sembrare diversa all’occhio, ciò può darsi soltanto perché è colorata dall’impurità che si trovava nel recipiente prima che vi venisse versato il cristallino elemento – parte dell’eterna ed immutabile Verità.

Secondo questa prospettiva, i produttori-possessori di ciascun  recipiente conoscitivo (ovvero fede religiosa, sistema filosofico, ideologia politica, ecc.), ignorando di aver attinto tutti ad un unico immenso serbatoio, cadrebbero nell’errore di ritenersi i soli capaci di raccogliere, contenere ed offrire al mondo la sola salutare e salvifica acqua, considerando il contenuto degli altrui recipienti  sostanzialmente diverso dal proprio e, pertanto, inadeguato e nocivo.

Unica via alternativa in grado di espellere l’intolleranza dalla nostra storia, sarebbe quindi costituita – secondo la prospettiva teosofico- blavatskyana (in chiara sintonia con quella neoplatonica di Ammonio Sacca e con quella irenico-umanistica di un Giovanni Pico della Mirandola** o di un Erasmo da Rotterdam) – dal saper accettare l’idea della presenza di una parte della Verità all’interno di ogni religione e di ogni sistema filosofico e politico, nella consapevolezza che  “se vogliamo trovarla dobbiamo cercarla alle origini ed alle sorgenti di ogni sistema, alle sue radici ed ai primi germogli, non nelle tardive escrescenze delle sette e dei dogmatismi.

E unica cura contro tutti i fanatismi potrà essere soltanto – sempre su questa via - il riconoscere che tutte le proprie amatissime convinzioni non siano altro che piccolissimi  granelli di verità, inesorabilmente mescolati all’errore e  che, nello stesso tempo, “gli errori degli altri sono come quelli propri:  misti alla Verità”. 

venerdì 1 novembre 2024

Sull'altruismo - Federico Dainin Jôkô Sensei

Rileggendo un libro del maestro zen Federico Dainin Jôkô Sensei, ho trovato queste magnifiche frasi sul volontariato e l'altruismo che volevo condividere ...                 

Spesso ci piace avere l'onore di dire a noi stessi che abbiamo fatto qualcosa di grande per l'umanità. Ma in realtà, non c'è niente di più grande che seminare i semi della buona volontà ogni giorno, ovunque ci troviamo.


L'importante è pacificare la propria vita. Poi pacificare chi ci circonda. È come lo zazen: si inizia riconciliandosi con se stessi, amandosi.

Ho lavorato a lungo in associazioni umanitarie e vedo squadre meravigliose di volontari che fanno sempre qualcosa per compensare la propria mancanza. Un consiglio: iniziate a rivolgervi agli altri il giorno in cui sarete in grado di stare in piedi da soli e di essere liberi.

Perché per raggiungere gli altri bisogna imparare a non aspettarsi nulla in cambio. È il dono di voi stessi. Questo dono di sé è possibile se non si ha più bisogno di nulla. È allora che si diventa un dono per gli altri.

Credo che l'atteggiamento giusto sia quello di essere profondamente a posto con se stessi, pieni, realizzati, unificati, prima di rivolgersi agli altri.    Un altro consiglio: evitate di fare il bene solo perché lo ritenete tale. Fare il bene non deve essere uno sforzo, deve scaturire da noi, e perché possa scaturire da noi, questo “noi” deve essere pacificato. A quel punto smettiamo di chiederci se “mi piacerebbe fare del bene”.

La cosa triste è che viviamo in una società che comunica molto, ma non si ascolta. L'ascolto è un dono enorme! L'ascolto è miracoloso. Se sei un buon ascoltatore, dove sei, hai già realizzato il desiderio del boddhisattva: salvare le persone dalla sofferenza.

Diventate il mondo che volete sia un posto migliore.
Ispirate gli altri con la vostra vita liberata e pacificata.
È un buon inizio.

giovedì 30 maggio 2024

La folle saggezza di Nasreddin - Matthieu Ricard, Ilios Kotsou

Nel XIII secolo, il leggendario Nasreddin rivolge il suo sguardo saggio (o forse folle) sul nostro comportamento e sulle nostre imperfezioni. Nascono così queste storie che, da allora, hanno viaggiato nel mondo e nel tempo, dalla Turchia alla Mongolia, passando per l’India e l’Iran.

Attraverso le vicende di Nasreddin, Matthieu Ricard e Ilios Kotsou ci guidano in queste pagine, del libro La folle saggezza di Nasreddin, lungo un cammino che porta alla libertà interiore rispondendo ai grandi interrogativi della vita: come cambiare prospettiva? Come liberarci dalle costruzioni mentali? Come essere autentici? Come agire nel migliore dei modi?

«Le storie» affermano gli autori «hanno il potere di risvegliare la saggezza in ognuno di noi. Abbiamo più che mai bisogno di questa saggezza. Non di una saggezza dogmatica o arida, ma di una saggezza vivace, impertinente, liberatoria, capace di aprirci gli occhi sulle illusioni che ci circondano. Benché possa sembrare eccentrica e fuori dagli schemi, la saggezza di Nasreddin non è per questo meno autentica: ci riporta alla realtà, ci restituisce l’armonia con la vita. Ci invita a non prenderci troppo sul serio e a liberarci dai preconcetti. In fondo su questa Terra non siamo forse tutti visitatori, e pure per un tempo limitato?»

 Nasreddin Khoja secondo la cultura turca sarebbe vissuto intorno al XIII  e molti Paesi e popolazioni del Vicino Oriente, del Medio Oriente e dell'Asia centrale ne rivendicano la "paternità". Il suo nome è declinato in maniera differente a seconda della nazionalità ed è spesso preceduto o seguito da titoli onorifici come "Khoja", "mullā" o "Effendi". 

Gli autori:

  • Matthieu Ricard è uno dei monaci buddhisti più conosciuto al mondo, vedi sito: https://www.matthieuricard.org/en/
  • Ilios Kotsou è fondatore di Emergences, organizzazione che propone seminari, conferenze, programi di meditazione per apprendere a conoscersi meglio, prendersi cura di sè e dell'ambiente;     vedi sito:    https://www.emergences.org/

Potete trovare le storie di Nasreddin in Pdf scritto da Gianfranco Bertagni; vedi: http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/misticaislamica/mulla.pdf

Gianfranco Bertagni è docente di Storia delle Religioni dell'Università di Bologna e professore di Filosofia delle Religioni e Fenomenologia del Sacro presso l'IFST di Modena Il sito di Gianfranco Bertagni è http://www.gianfrancobertagni.it/

lunedì 1 gennaio 2024

André Compte-Sponville - un maestro di libertà

 André Compte-Sponville (1952- ) è un ex professore alla Sorbona ed è stato componente del Comitato consultivo nazionale di etica. Autore del Mito di Icaro (1984) propone, attraverso un'opera orientata sia verso il materialismo, che verso la vita spirituale, una filosofia etica difendendo l'idea che bisogna vivere qui e adesso, in quanto solo il reale immediato conta.

All'età di 16 anni André era un cattolico praticante e militante nella JEC (gioventù studentesca cristiana). In questo periodo incontra padre Bernard Feillet al liceo che frequentava (Francois Villon). Padre Bernard gli consiglia di leggere due libri: Les Pensées di Blaise Pascal e Crainte et Tremblement di Kierkegaard. Quello che lo colpisce della lettura del primo libro è la visione dell'uomo, con la sua miseria e le sue contraddizioni, la difficoltà di essere felice e soprattutto la fede che permette di uscire da questa condizione, almeno fornisce la speranza di uscirne. Nel secondo libro trova un certo rapporto con l'assoluto e la trascendenza. Qualche anno più tardi concorderà con i due autori per dire che un ateo lucido e coerente non può sfuggire a una certa disperazione, ma non per questo deve rinunciare ai piaceri della vita, che è preziosa essendo unica.  Leggerà successivamente Albert Camus (vedi Le Mythe de Sisyphe. Essai sur l'absurde) e porterà avanti l'idea di una "gioiosa disperazione" da utilizzare nella quotidianità.  Marcel Conche, Etty Hillesum e Swami Prajnanpad sono promotori di questa "gioiosa disperazione" e l'aiutano a trovare il suo cammino: quello dell'amore della vita, in ogni circostanza.

Poi con l'avvento del maggio-68 sarà preso dalla passione politica aderendo alla sinistra e al Partito Comunista. Perderà la fede, cesserà di interessarsi a Dio e di crederci.  Poi scopre la filosofia con Pierre Hervé, eroe della resistenza, escluso dal partito comunista nel 1956 per aver criticato lo stalinismo. Hervè fa conoscere a André Compte-Sponville  Sartre e Merleau-Ponty. Conosce Althusser, che poi sarà il suo professore, e scopre che il piacere e la gioia sono altrettanto vere che l'angoscia e la disperazione. Scopre che Camus segue lo stesso cammino di Epicuro e Spinoza. 

L'idea di considerare la filosofia  una via sicura come la scienza (come asseriva Kant) era illusoria, e in fondo più Andrè filosofava e meno credeva alla filosofia, e questo lo avvicinava a Pascal: "prendersi gioco della filosofia è veramente il filosofare". I suoi maestri sono stati Louis Althusser e Marcel Conche, ma sono stati soprattutto maestri di libertà, in quanto gli hanno insegnato a pensare, ma non a pensare come loro. Un maestro di libertà è quello che aiuta le persone a trovare il loro cammino, che forma degli spiriti liberi e non dei discepoli. Marcel Conche lo ha guidato nella sua carriera universitaria e poi lo ha aiutato a diventare maestro di conferenze alla Sorbona.

Tra gli scrittori che hanno influenzato Andrè Compte-Sponville possiamo citare anche Claude Lèvi-Strauss e Clemet Rosset. E anche due maestri orientali Jiddu Krishnamurti e Swami Prajnandap, al quale ha consacrato un libro pubblicato nel 1997. A questi bisogna aggiungere due donne Simone Weil e Etty Hillesum che lo hanno aiutato a pensare all'ateismo e alla religione per poi concludere che l'amore della vita è più prezioso delle dottrine. 

Si riferisce spesso a Pascal dicendo che lo ha aiutato a intraprendere la strada della non credenza, perchè Pascal non crede nell'uomo, nella natura, nella storia e nella verità che sono le quattro idolatrie dominanti, ma crede solo a Dio.  Montaigne è il suo maestro di saggezza proprio perchè paradossalmente non crede nella saggezza. Ma offre una saggezza di secondo rango, una saggezza per chi non è saggio, non vuole diventare saggio e lo accetta. Per André questa saggezza esprime l'amore per la vita che è la sola cosa che conta.  

Per scoprire la filosofia consiglia di leggere e rileggere quello che considera il più bel libro di tutti i tempi: Le meditazioni metafisiche di Descartes.  E consiglia di cominciare a esplorare a caso la storia della filosofia il prima possibile. La filosofia non ha mai salvato nessuno, Ma ci libera dalla speranza di una salvezza. E' la buona strada: quella della lucidità e della responsabilità: Filosofare è apprendere a vivere, non a morire o a sperare un'altra vita!         

Riferimenti: I tre libri preferiti da André Compte-Sponville (in filosofia) sono: gli Essais di Montaigne, le Pensées di Pascal e l'Ethique di Spinoza.  Si definisce un filosofo materialista, nello stesso senso di Epicuro, razionalista, nello stesso senso di Spinoza, e umanista, nello stesso senso di Montaigne, e anche "ateo fedele". Propone una saggezza per il nostro tempo e una spiritualità senza Dio.

  • Libro di André Compte-Sponville per esplorare la filosofia: Le plaisir de penser, une introduction à la philosophie.
  • Ultimo libro di André Compte-Sponville La Clé des champs et autres impromptus. 2023
  • André Compte-Sponville, Swami Prajnanpad. Lettres à ses disciples: Tome 2, Les yeux ouverts
  • André Compte-Sponville, De l'autre cote du desespoir. Introduction à la pensée de Svâmi Prajnânpad 

Note:  Louis Althusser (1918-1990) è stato un filosofo francese, principale teorico del marxismo strutturale, oltreché una delle personalità di spicco della corrente filosofico-antropologica strutturalista e post-strutturalista.
Marcel Conche (1992-2022) è stato un filosofo francese e professore emerito all'Università della Sorbona.
Bernard Feillet (1932-2019) a longtemps été prêtre à la chapelle Saint-Bernard, au pied de l'horloge de la gare Montparnasse, à Paris.
Esther Hillesum (1914-1943) è stata una scrittrice olandese ebrea vittima dell'olocausto.
Clément Rosset (1939-2018) è stato un filosofo e scrittore francese
Swami Prajnanpad (1891-1974) è stato il maestro di Arnaud Desjardins (1925-2011), che poi ha trasmesso questa educazione spirituale in Francia all'inizio degli anni '70. 

Su Arnaud Desjardins vedi http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/vedanta/osatevivere.htm

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono circa...