MentorShow, un'organizzazzione francese, ha programmato degli incontri e riunito i più grandi psichiatri, sociologi e filosofi francesi per parlare della fiducia in se stessi.
Questo è il link https://go.mentorshow.com/live/rdv-confiance-en-soi-rediffusion.
Fiducia in sé, emozioni e conoscenza di sé. Un percorso tra psicologia, filosofia e pratica interiore
Riferimenti: Christophe André, Fabrice Midal, Frédéric Lenoir, Carl Gustav Jung, Baruch Spinoza, Friedrich Nietzsche, Śāntideva.
Il punto di arrivo di questo percorso è ben sintetizzato da: OSER — dall’acronimo francese Oublier, Sortez du piège de la comparaison. Écouter votre
voix intérieure, Retrouver votre confiance solide. Osare: dimenticare le
proprie paure, ascoltare la propria voce interiore, ritrovare una
fiducia solida. Dare un senso alla propria vita e orientarla con
entusiasmo.
Come si costruisce una fiducia autentica in se stessi? Come si impara a convivere con le proprie fragilità senza esserne sopraffatti? Come si trasformano le emozioni difficili in risorse anziché in ostacoli? Queste domande, al crocevia tra psicologia, filosofia e pratica interiore, sono al centro di una riflessione condivisa da studiosi e pensatori molto diversi tra loro, accomunati dall’idea che il percorso verso se stessi non si compie nell’isolamento della mente, ma nell’azione, nell’interazione e nell’ascolto.
La fiducia in se stessi: una questione di azione.
Uno dei contributi più significativi alla comprensione della fiducia in se stessi viene dallo psichiatra e scrittore francese Christophe André, che ha dedicato decenni di ricerca clinica e divulgativa a questo tema. Il suo approccio smonta subito un equivoco comune: la fiducia non si costruisce guardandosi dentro, ma agendo nel mondo.
L'introspezione ha il suo valore, ma da sola non basta. Ciò che alimenta davvero la fiducia in se stessi è l'azione — e soprattutto la capacità di agire anche nelle situazioni difficili, misurando la distanza tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi. L'azione, afferma André, è il carburante della fiducia in se stessi.
Un principio fondamentale in questo percorso è quello che potremmo chiamare la “separazione onesta”: distinguere tra le difficoltà oggettive di una situazione e le risorse soggettive che abbiamo a disposizione per affrontarla. Non si tratta di minimizzare gli ostacoli, né di sopravvalutare le proprie capacità: si tratta di dirsi, con lucidità, “faccio quello che posso”, e di imparare qualcosa da ogni esperienza, anche da quelle in cui si è inciampati.
A questa prospettiva si lega inevitabilmente il tema della tolleranza alla sconfitta. Chi ha una fiducia solida in se stesso non è chi non sbaglia mai: è chi sa ricominciare dopo gli errori senza lasciarsi schiacciare da certezze negative su di sé. La stragrande maggioranza delle persone — circa il 95%
— non percepisce le nostre debolezze nel modo in cui le percepiamo noi
stessi. Ci giudichiamo con uno sguardo molto più severo di quello degli
altri.
Fiducia e stima di sé: due concetti distinti.
È importante distinguere tra fiducia in se stessi e stima di sé, due concetti spesso confusi ma profondamente diversi. La fiducia in se stessi è basata sull’azione: è la capacità di affrontare le situazioni, di esporsi, di tentare. La stima di sé è invece la visione che abbiamo di noi stessi — come ci guardiamo, come ci trattiamo, quale valore attribuiamo alla nostra persona al di là delle prestazioni.
Entrambe sono necessarie e si alimentano a vicenda. Ma mentre la fiducia può essere allenata attraverso l’esposizione progressiva alle situazioni difficili, la stima di sé richiede un lavoro più profondo: quello di imparare a riconoscere le proprie certezze negative, quelle convinzioni radicate che ci diciamo su di noi e che spesso non hanno alcun fondamento reale.
Conosci te stesso: dall'introspezione all'integrazione.
Il celebre invito di Socrate — “conosci te stesso” — è ancora oggi il punto di partenza di ogni riflessione sulla propria identità. Ma la filosofia e la psicologia contemporanee ci insegnano che questa conoscenza non può restare nel solo ambito della riflessione: deve sfociare nell’azione e, soprattutto, nell’accettazione.
Il filosofo Frédéric Lenoir, che ha dedicato ampia parte della sua ricerca al dialogo tra psicologia e tradizioni spirituali, richiama in questo contesto il pensiero di Carl Gustav Jung, e in particolare il suo concetto di individuazione: il processo attraverso cui ciascuno diventa l’essere unico e irripetibile che è, integrando tutte le proprie componenti — luci e ombre, punti di forza e fragilità.
Jung parlava dell'Ombra come di quella parte di noi che tendiamo a rifiutare, a nascondere, a non riconoscere. Le fragilità, le paure, gli aspetti che non ci piacciono di noi stessi: tutto ciò che escludiamo dall’immagine che vogliamo dare al mondo. Eppure, paradossalmente, è proprio mostrando e integrando le proprie fragilità che si diventa esseri interi. Non esistono solo parti luminose o solo parti oscure: siamo fatti di entrambe, e negarle significa impoverirsi.
“Riconoscere i difetti della persona con cui ci relazioniamo” è un esempio di saggezza relazionale — dice qualcosa di profondo: le fragilità non sono ciò che ci allontana dagli altri, ma spesso ciò che ci avvicina. L’autenticità che nasce dal mostrare la propria vulnerabilità crea legami più profondi di qualsiasi perfezione esibita.
Spinoza, da parte sua, pone una domanda che non ha perso nulla della sua urgenza: "Che cosa ci mette nella gioia? Che cosa ci mette nell’entusiasmo?" Orientare la propria vita a partire da queste domande — invece di lasciarsi guidare dalla paura o dall’obbligo — è forse il modo più efficace per costruire un’esistenza piena e coerente con se stessi.
Le emozioni come guida.
Le emozioni non sono nemici da combattere né impulsi da reprimere: sono guide. Ogni emozione, anche la più scomoda, porta con sé un messaggio su ciò di cui abbiamo bisogno. Imparare a leggere questo messaggio — a vedere il desiderio che si nasconde dietro l’emozione — è una delle competenze più preziose che possiamo sviluppare.
Un'emozione positiva ci attiva e ci avvicina ai nostri bisogni fondamentali: l’amore, la connessione, il senso di appartenenza. Un’emozione difficile — la paura, la rabbia, la tristezza — segnala invece una distanza da ciò che è importante per noi, o una minaccia a qualcosa che teniamo. In entrambi i casi, la riflessione sull’emozione ha valore soltanto se sbocca in un’azione: riconoscere, accettare, e poi muoversi.
E' importante mostrare le nostre fragilità. Accettare le proprie debolezze non significa rassegnarsi: significa smettere di sprecare energia nel negarle. E poi chiedersi, con la chiarezza dello stoico: che cosa dipende da me in questa situazione? Che cosa non dipende da me? Śāntideva, il filosofo buddhista dell'VIII secolo, aveva già posto questa domanda con una logica disarmante: Se una cosa è rimediabile, non serve preoccuparsi — la si risolve. Se non è rimediabile, preoccuparsi non serve a nulla. In entrambi i casi, l’ansia è inutile.
E Nietzsche aggiunge la sua prospettiva: Ciò che non ci uccide non ci lascia semplicemente in vita — diventa un'opportunità per diventare più forti. Le difficoltà affrontate e attraversate costruiscono una fiducia che nessun successo facile può dare.
Lasciare andare il controllo.
Il filosofo e insegnante buddista Fabrice Midal porta nella conversazione un tema che tocca qualcosa di molto diffuso nella cultura contemporanea: l’ossessione del controllo. Controlliamo il tempo, controlliamo le relazioni, controlliamo le nostre performance. E quando non riusciamo a controllare, soffriamo.
Il controllo funziona bene nel mondo esterno — nella gestione dei progetti, nell’organizzazione del lavoro, nella pianificazione. Ma nel mondo interno, nel territorio delle emozioni, delle angosce e della vulnerabilità, il controllo non soltanto non funziona: peggiora le cose. Voler controllare le proprie emozioni è una contraddizione in termini: le emozioni, per definizione, non sono controllabili. Stiamo male perchè vogliamo controllare tutto.
Nel libro “Foutez-vous la paix.” — l’invito provocatorio di Fabrice Midal — “lasciatevi in pace” — è un invito a smettere di esercitare questa pressione costante su se stessi, questa pretesa di dover essere padroni di ogni stato interiore. Il problema non è essere sensibili, non è avere emozioni intense: il problema è la guerra che facciamo a queste emozioni quando si presentano.
La società contemporanea ci insegna che dobbiamo tenerci sotto controllo in qualsiasi situazione. Il risultato è che non siamo più in ascolto del nostro corpo, delle nostre emozioni, delle risorse che sono in noi. Abbiamo paura di entrare in contatto con la nostra vulnerabilità, come se il semplice fatto di riconoscerla ci rendesse più fragili.
Midal propone uno spostamento fondamentale: dal controllo alla padronanza di sé. Non si tratta di reprimere o sopprimere, ma di stare con ciò che si vive, di entrare in rapporto con le proprie emozioni invece di combatterle. Lâcher prise — lasciare andare — quando sono in collera è una contraddizione, le emozioni non
sono controllabili, dobbiamo ascoltarle, entrare in contatto con quello che
stiamo vivendo. E' la capacità di ascoltare davvero ciò che accade dentro di noi, senza giudicarlo e senza tentare di soffocarlo.
Non dobbiamo aderire a un modello prestabilito di come si dovrebbe essere: dobbiamo scoprire cosa abbiamo in noi. Riscoprire una spontaneità autentica, smettere di rifiutare l’incontro con la persona che siamo adesso — con le nostre debolezze, con la nostra storia, con tutto ciò che ancora non siamo riusciti a risolvere.
La felicità come sguardo.
Al di là delle tecniche e dei metodi, c’è una verità semplice che attraversa tutta questa riflessione: la felicità non è una condizione oggettiva del mondo esterno. È lo sguardo che abbiamo sulla vita. Due persone nella stessa situazione possono viverla in modo radicalmente diverso a seconda di come si rapportano a essa.
Avere fiducia nella vita e in se stessi significa accettare la realtà così com’è: riconoscere che le cose sono là, senza negarle e senza esserne paralizzati. Significa accettare la vita nella sua globalità — con le sue gioie e le sue difficoltà, con i suoi imprevisti e le sue perdite — e trovarvi comunque un senso.
Questo è forse il punto di arrivo più difficile e più prezioso di tutto il percorso: non l’assenza di dolore, non la perfezione di sé, non il controllo di ogni circostanza. Ma la capacità di guardare la propria vita — con le sue luci e le sue ombre, con le sue certezze e le sue domande aperte — e di orientarla con entusiasmo verso ciò che conta davvero.











