venerdì 19 giugno 2026

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono più di 1000 articoli, la maggioranza dei quali verte su yoga, meditazione, buddhismo, filosofie orientali, rapporto tra scienza e meditazione.                    

Gli articoli sono essenzialmente riassunti di libri che ho letto su questi argomenti e che mi hanno particolarmente colpito.  Per ricercare un soggetto specifico si può usare la finestrina a destra, oppure si possono usare le categorie (etichette) che si trovano sulla destra. Sul Blog sono riportati anche i libri che ho scritto sullo yoga e la meditazione e la gallery di alcuni miei viaggi.                                                     

       Buona lettura   

 

La Giornata Internazionale dello Yoga -2026

La Giornata Internazionale dello Yoga è una ricorrenza istituita dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e celebrata ogni anno il 21 giugno. La data non è casuale: il 21 giugno corrisponde al solstizio d'estate nell'emisfero settentrionale, il giorno più lungo dell'anno.  Il tema per il 2026  è "Yoga per un invecchiamento sano" (dall'inglese Yoga for Healthy Ageing).  L'obiettivo della giornata è promuovere la consapevolezza dei benefici dello yoga per la salute globale, sia fisica che mentale, e incoraggiare la pratica a livello individuale e collettivo. 

Il termine "yoga" deriva dalla radice sanscrita "yuj", che significa "unire", "aggiogare", "mettere insieme". Questa etimologia rivela già tutto: lo yoga è, nella sua essenza, una pratica di unione, tra corpo e mente, tra individuo e universo, tra il sé profondo e la realtà che lo circonda. Lo yoga è stato da sempre inteso non come semplice ginnastica, ma come un percorso integrale di trasformazione personale.   

Le fasi storiche dello yoga.
3000 a.C. circa - Lo yoga pre-vedico e la civiltà della Valle dell'Indo. Le prime raffigurazioni di figure in postura meditativa risalgono agli scavi di Mohenjo-daro.
1500-800 a.C. - Lo yoga vedico nei testi sacri
Il termine "yoga" compare per la prima volta nel Rigveda, il più antico testo della letteratura sanscrita. In questo periodo lo yoga è intrecciato con i rituali sacrificali e la disciplina spirituale dei Brahmani. Le Upanishad approfondiscono il concetto di unione interiore,  dichiarando l'unità indivisibile tra l'anima individuale e l'Assoluto.

500 a.C. - 800 d.C. - Lo yoga classico e la Bhagavad Gita
È il periodo della grande fioritura. La Bhagavad Gita descrive tre percorsi yogici fondamentali: Jnana (conoscenza), Bhakti (devozione) e Karma (azione). Intorno al 200 a.C., il saggio Patanjali codifica lo yoga negli Yoga Sutra, 196 aforismi che definiscono ancora oggi i principi fondamentali della disciplina.

1500 d.C.  I testi tantrici.  Swatmarama scrive l'Hatha Yoga Pradipika con lo scopo di codificare e trascrivere le tecniche di purificazione, asana, pranayama, mudra, bandha. La Gheranda Samhita è opera di Gheraṇḍa e del suo discepolo Chandakapali e data tra il XVI e XVII secolo d.C.  Della Siva Samhita. non si conosce l'autore ed è difficile stabilire il periodo in cui è stata scritta.

Dal 1893  ad  oggi.  Lo yoga arriva in Occidente e conquista il pianeta
Nel 1893, Swami Vivekananda (discepolo di RamaKrishna) porta lo yoga al Parlamento Mondiale delle Religioni di Chicago, suscitando enorme interesse.  All'inizio del Novecento, alcune figure di straordinaria influenza iniziano il lavoro che oggi chiameremmo di "traduzione" della tradizione” verso il pubblico occidentale e verso le classi medie urbane indiane.  Possiamo riportare quattro grandi protagonisti di questa “traduzione” e divulvazione in Occidente.
- Sivananda, che mantiene saldi i riferimenti al Brahman e alla dimensione trascendente pur aprendosi a un pubblico ampio.
- Krishnamacharya, che elabora il principio rivoluzionario dell'adattamento della pratica alle capacità del singolo discepolo. I suoi discepoli come  B.K.S. Iyengar e Pattabhi Jois sistematizzano e diffondono lo yoga fisico nel mondo occidentale, dando vita agli stili moderni che conosciamo oggi.
- Kuvalayananda, il "padre dello yoga scientifico", che cerca di misurare e documentare gli effetti fisiologici del prāṇāyāma, avviando quella legittimazione in chiave medica che aprirà le porte delle università e degli ospedali alla pratica yogica.  
- Yogananda che propone il sentiero del Raja Yoga, un sistema completo che unisce le asana a tecniche di meditazione scientifiche. Il fulcro del suo metodo è il Kriya Yoga, una pratica avanzata di controllo del respiro e di canalizzazione dell'energia volta a risvegliare la spiritualità.

2014, 27 settembre. Il Primo Ministro indiano Narendra Modi propone, dal podio dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, di istituire una giornata internazionale dedicata allo yoga.

2016, dicembre.  L'UNESCO iscrive lo yoga nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità, riconoscendo il suo valore universale come espressione culturale vivente.

Nel tempo il termine Yoga è stato arricchito di nuovi strati di significato, senza che nessuno ne esaurisca il campo. Gli studiosi Federico Squarcini e Luca Mori giungono a conclusione che più che di una "storia dello yoga" — locuzione che presuppone un'essenza originaria e immutabile — è corretto parlare di una "storia dei discorsi sullo yoga". Un continuum mosso, fatto di aperture e chiusure, di rotture e continuità, in cui ogni epoca ha proiettato le proprie aspirazioni sul termine Yoga, termine dalla straordinaria capacità di accogliere significati.

Lo yoga è ormai un fenomeno globale di proporzioni enormi. 

I dati parlano chiaro: secondo le stime più recenti, nel mondo ci sono oltre 300 milioni di praticanti di yoga, distribuiti in tutti i continenti. Gli Stati Uniti sono il mercato più grande, con circa 36 milioni di praticanti e un giro d'affari che supera i 16 miliardi di dollari all'anno.
In Italia, oggi ci sono 4 milioni di praticanti stimati con una netta prevalenza femminile (circa il 70%) ; negli ultimi 5 anni c'è stato un incremento del 35%.
Un dato interessante riguarda la demografia dei praticanti: tradizionalmente associato a un pubblico femminile e benestante, lo yoga sta conquistando fasce sempre più ampie della popolazione. Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Alternative and Complementary Medicine, negli ultimi anni è cresciuta significativamente la percentuale di uomini, anziani e persone con redditi medio-bassi che si avvicinano alla pratica. Il digitale ha avuto un ruolo fondamentale: la pandemia ha accelerato la diffusione dello yoga online, rendendo accessibile la pratica a chi non poteva o non può frequentare uno studio fisico. 

I benefici dello yoga per corpo e mente.   
Per molto tempo lo yoga è stato considerato in Occidente una pratica "alternativa", guardata con un certo scetticismo dalla medicina tradizionale. Oggi il quadro è completamente cambiato. Le evidenze scientifiche a favore dei benefici dello yoga si sono accumulate in modo consistente, tanto che l'Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce lo yoga come una delle attività fisiche raccomandate per la promozione della salute globale.

La meta finale dello Yoga: kaivalya e nirvāṇa.  Al vertice di questo percorso, nelle versioni più rigorose dello yoga, si staglia una meta tanto luminosa quanto esigente. Arrivare ad elevati stati di consapevolezza e coscienza. Negli Yoga Sūtra di Patañjali essa prende il nome di kaivalya: liberazione assoluta, stato in cui il Sé autentico (Puruṣa) si rivela nella sua purezza, separato una volta per tutte dal meccanismo mentale e materiale (Prakṛti).  Non si tratta di una fuga dal mondo, ma di una trasparenza interiore che dissolve l'illusione dell'identificazione con il corpo, i pensieri, le circostanze. È la fine della sofferenza come condizione strutturale dell'esistenza condizionata.

Frasi sulloYoga.   Lo yoga ha ispirato nel corso dei secoli alcune delle riflessioni più profonde sull'essere umano, sul corpo, sulla mente e sulla vita.                                                                                                        "Il yoga è il viaggio del sé, attraverso il sé, verso il sé." - Bhagavad Gita
Non c'è Rāja senza Haṭha e non c'è Haṭha senza Rāja. «Il Rāja Yoga non è coronato da successo senza lo Haṭha, né lo Haṭha senza il Rāja; perciò li si pratichi entrambi fino alla realizzazione finale.» - Haṭha Yoga Pradīpikā, II.76
"Lo yoga è integrazione ed armonia tra Pensiero parola ed azione, o integrazione tra testa cuore e mano” -  Swami Sivananda
Lo yoga è la scienza del giusto vivere …non può fornire una cura per la vita, ma presenta un metodo efficace per affrontarla” - Swami Satyananda
"Lo yoga è il movimento del respiro nell'immobilità della posizione" -Antonio Nuzzo 
"Lo yoga è una meravigliosa armonia tra corpo, mente, respiro ed energia. È la nota che dà colore alla giornata".  

Dal sito: https://www.giornatamondialedella.it/it-IT/blog/giugno/giornata-internazionale-dello-yoga--benessere-e-equilibrio-21-giugno-163.aspx 

giovedì 18 giugno 2026

Le filosofie indiane e I testi principali dello Yoga

Cronologia dello sviluppo dello Yoga. 

Civiltà della valle dell'Indo.  In quei luoghi è stato ritrovato un sigillo raffigurante una figura a gambe incrociate, ma non è stato mai accertato che facesse veramente riferimento ad uno Yogi.

I quattro Veda (il più antico data 1500 a.C.)  sono i testi sacri più antichi dell'Induismo, tramandati per secoli oralmente prima di essere messi per iscritto dal sanscrito vid ("conoscere") e riportano la conoscenza primordiale divina e fanno parte della rivelazione (sruti), considerati di origine divina.  Il termine Veda rimanda a un'aspirazione verso l'ordine e la disciplina interiore, senza che questo si traduca in un sistema strutturato. 
Nei periodi tardo-vedici emerge la volontà di dominare i sensi, di sottomettere la sofferenza alla forza della mente, di aprire la via verso elevati stati di coscienza, verso l'illuminazione.

I Veda si dividono in quattro raccolte (samhita): 

  • Rigveda (Veda degli inni): Il più antico, contiene oltre 1.000 inni sacri dedicati alle divinità vediche. 
  • Samaveda (Veda dei canti): Una raccolta di melodie e canti rituali. 
  • Yajurveda (Veda delle formule): contiene le istruzioni per eseguire correttamente i rituali e i sacrifici. 
  • Atharvaveda (Veda delle formule magiche): una raccolta di formule propiziatorie per la vita quotidiana.

Ogni singolo Veda si articola internamente in quattro sezioni :

  • Samhita: la parte principale, raccolta di inni, mantra e preghiere. 
  • Brāhmaṇa: i commentari e le istruzioni rituali per i sacerdoti. 
  • Āraṇyaka: i "testi della foresta", meditazioni e significati nascosti dei riti. 
  • Upaniṣhad: i trattati filosofici che esplorano l'anima individuale e l'Assoluto.

Le Upanishad sono 108 le più antiche datano tra il IX -  VI secolo a.C.   Vi sono riportati quattro aforismi fondamentali  (Mahāvākya o "Grandi Detti") riassumono l'essenza della filosofia induista, dichiarando l'unità indivisibile tra l'anima individuale e l'Assoluto: 

  • Prajñānam brahma (Il Brahman è pura Coscienza)  - Aitareya Upanishad (Rig Veda);
  •  Ayam ātmā brahma (Questo Sé è il Brahman) - Māṇḍūkya Upanishad (Atharva Veda).
  •  Tat tvam asi (Tu sei quello) - Chandogya Upanishad (Sama Veda).
  •  Aham brahmāsmi (Io sono il Brahman) - Brihadaranyaka Upanishad (Yajur Veda).

Circa venti di queste Upanishad sono dedicate allo Yoga tra cui: 
    • Kaṭha Upaniṣhad -   VI - V secolo a.C.  dove per la prima volta il dio della morte Yama espone al giovane Naciketas una dottrina organica della salvezza, introducendo i concetti di Ātman (il Sé individuale) e Brahman (l'assoluto cosmico) come cardini di un percorso di liberazione
    • Maitri Upanishad  -  III-II secolo a.C    propone nel sesto capitolo sei componenti: prāṇāyāma, pratyāhāra, dhyāna, dhāraṇā, tarka, samādhi. Tarka è la Riflessione filosofica/indagine.
    • Darshana Upanishad -  I secolo a.C. - III secolo d.C. parla di otto parti dello yoga, di mantra, japa,  di 9 posizioni associate ai chakra, di canali energetici, di ida e pingala
    • Saudiya upanishad - XIV - XVI secolo d.C  parla degli otto spetti dello yoga, di otto asana, di 10 yama e 10 niyama e di nadi sodhana
    • Yoga Chudamani upanishad - XIV -  XVI secolo d.C  parla di prana e apana, guna, del pranayama. 
    • Yoga tatva - XI -  XV secolo d.C. parla di 8 component dello yoga, bandha e siddhi. 

I Poemi Epici (detti Itihāsa) e i Purāṇa sono due categorie fondamentali della letteratura sacra indù (la Smriti), scritti in sanscrito e concepiti per trasmettere la filosofia vedica attraverso miti e racconti accessibili a tutti.  
Il Poema epico più conosciuti è il Mahabharatha scritto dal saggio Vyasa nel IV secolo a.C. ed è stato arricchito nei secoli successivi fino al IV secolo d.C.,  e il  Ramayana scritto dal saggio e poeta indiano Valmiki.  La redazione si colloca tra il III secolo a.C. e il II secolo d.C. 
All'interno del Mahabharata,  il sesto libro  corrisponde alla Bhagvad Gita - III secolo a.C  - I secolo d.C.
La Bhagavad Gītā apre su tre grandi vie: la via dell'azione (karma-yoga), la via della conoscenza (jñāna-yoga) e la via della devozione (bhakti-yoga). 


Ad esse si affiancano, nelle tradizioni successive, l'haṭha yoga, il kriyā-yoga, il mantra-yoga e il kuṇḍalinī-yoga.  Grandi personaggi hanno commentato la Gita  Adi Shankara (VIII secolo d.C.), Ramanuja (XI-XII secolo), Swami Vivekananda (1863–1902), Mahatma Gandhi (1869–1948), Sri Aurobindo (1872–1950), Paramahansa Yogananda (1893–1952),  Bhaktivedanta Swami Prabhupada (1896-1977).

Yoga Sutra di Patanjali.  II secolo a.C.  -  V secolo d.C.
Il testo più noto ed influente dello yoga sono gli “Yoga Sūtra” di Patanjali dove il cammino spirituale si articola in otto tappe progressive (aṣṭa-aṅga): yama (principi etici verso gli altri), niyama (osservanze verso se stessi), āsana (posture stabili e confortevoli), prāṇāyāma (regolazione del respiro), pratyāhāra (ritiro dei sensi dagli stimoli esterni), dhāraṇā (concentrazione su un oggetto), dhyāna (meditazione) e samādhi (assorbimento contemplativo).  
Lo yoga (che include posizioni - asana, tecniche di respirazione - pranayama per il risveglio dell'energia, tecniche di purificazione, mantra, bandha, mudra, ) era trasmesso da Maestro a discepolo o attraverso il sistema educativo Gurukhula.

Hatha Yoga Pradipika.  Nel XV secolo d.C.  con Swatmarama. nasce l'esigenza di codificare e trascrivere queste tecniche (asana, pranayama, kundalini, samadhi).

Gheranda Samhita,  opera di Gheraṇḍa e del suo discepolo Chandakapali data tra il XVI e XVII secolo d.C.
Siva Samhita. autore storicamente ignoto e di età incerta. L'opera è strutturata come una rivelazione divina in cui è il dio Śiva in persona a istruire la sua consorte Pārvatī.   Sebbene in passato fosse considerata un'opera tarda (collocata attorno al 1800 d.C. ), le ricerche contemporanee più autorevoli, collocano il testo tra il 1300 e il 1500 d.C.    

All'inizio del Novecento, alcune figure di straordinaria influenza iniziano il lavoro che oggi chiameremmo di "traduzione" della tradizione” verso il pubblico occidentale e verso le classi medie urbane indiane.
Possiamo riportare quattro grandi protagonisti di questa “traduzione” e divulvazione in occidente.
    • Sivananda, che mantiene saldi i riferimenti al Brahman e alla dimensione trascendente pur aprendosi a un pubblico ampio
    • Krishnamacharya, che elabora il principio rivoluzionario dell'adattamento della pratica alle capacità del singolo discepolo
    • Kuvalayananda, il "padre dello yoga scientifico", che cerca di misurare e documentare gli effetti fisiologici del prāṇāyāma, avviando quella legittimazione in chiave medica che aprirà le porte delle università e degli ospedali alla pratica yogica.  
    • Yogananda che propone il sentiero del Raja Yoga, un sistema completo che unisce le asana a tecniche di meditazione scientifiche. Il fulcro del suo metodo è il Kriya Yoga, una pratica avanzata di controllo del respiro e di canalizzazione dell'energia volta a risvegliare la spiritualità.
Il risultato di questi processi è che, nel corso del Novecento, l'attenzione si sposta progressivamente dalle mete spirituali del percorso yogico agli effetti corporei delle sue pratiche. Lo yoga inteso come percorso di evoluzione spirituale ed espansione della coscienza e quindi il suo fine ultimo il samādhi, assorbimento contemplativo che Patañjali pone al vertice del sentiero dello yoga, scompare dalle guide contemporanee allo yoga. 

Altri testi di riferimento: Il Cuore dello yoga T. K. V. Desikachar;  La Potenza del pensiero di Sivananda
Yoga in sei settimane di Indra Devi;  Yoga tra storia salute e mercato di Federico Squarcini e Luca Mori.

Nel tempo il termine Yoga è stato arricchito di nuovi strati di significato, senza che nessuno ne esaurisca il campo. Gli studiosi Federico Squarcini e Luca Mori giungono a conclusione che più che di una "storia dello yoga" — locuzione che presuppone un'essenza originaria e immutabile — è corretto parlare di una "storia dei discorsi sullo yoga". Un continuum mosso, fatto di aperture e chiusure, di rotture e continuità, in cui ogni epoca ha proiettato le proprie aspirazioni sul termine Yoga, termine dalla straordinaria capacità di accogliere significati.
Nel mondo dello yoga regna spesso molta confusione, e le persone scelgono un percorso senza nemmeno informarsi sul contesto sapienziale di riferimento.  

La meta finale dello Yoga: kaivalya e nirvāṇa.  Al vertice di questo percorso, nelle sue versioni più rigorose, si staglia una meta tanto luminosa quanto esigente. Negli Yoga Sūtra di Patañjali essa prende il nome di kaivalya: liberazione assoluta, stato in cui il Sé autentico (Puruṣa) si rivela nella sua purezza, separato una volta per tutte dal meccanismo mentale e materiale (Prakṛti).  Non si tratta di una fuga dal mondo, ma di una trasparenza interiore che dissolve l'illusione dell'identificazione con il corpo, i pensieri, le circostanze. È la fine della sofferenza come condizione strutturale dell'esistenza condizionata.

Rispetto ai nove sistemi filosofici indiani (darshana=visione della realtà) lo Yoga è legato alla scuola più antica: il Samkya. Gli altri sistemi sono: Vaiśeṣika, Nyāya, Mīmāṃsā, Vedānta, Buddhismo, Giainismo, Cārvāka. I primi sei sistemi filosofici sono chiamati ortodossi perchè fanno riferimento ai Veda. 

Che cos’è lo Yoga?   Swami Sivananda intende lo yoga come”…integrazione ed armonia tra Pensiero parola ed azione, o integrazione tra testa cuore e mano”.
Swami Satyananda afferma che “lo yoga è la scienza del giusto vivere …non può fornire una cura per la vita, ma presenta un metodo efficace per affrontarla”.
"Lo yoga è una meravigliosa armonia tra corpo, mente, respiro ed energia. È la nota che dà colore alla giornata".  
Bisogna intraprendere il percorso dello yoga senza aspettative, sapendo che il cammino sarà lungo. Nello yoga sono importanti la disciplina e il progressivo distacco dai sensi, che sono le due ali dello yoga. Basta semplicemente iniziare a praticare, e poi lo yoga ti coinvolgerà.   Per intraprendere il percorso dello yoga occorre avere un’etica di base, il rispetto per gli altri e la pratica della non violenza; senza queste fondamenta (che nello yoga corrispondono agli yama e ai niyama) è meglio non intraprendere il percorso.
Nel sentiero dello yoga iniziamo da ciò che abbiamo a portata di mano: il corpo ed il respiro, per poi arrivare alle dimensioni più sottili di noi stessi. Così grazie ad asana, pranayama, mudra e bandha (hatha yoga) prendiamo confidenza con la mente, creiamo spazio nella mente. Questo ci permette di essere concentrati, ed una mente concentrate è una mente focalizzata e non più dispersa.  La concentrazione è il requisito fondamentale per arrivare al nostro vero Sè tramite la meditazione e le tecniche meditative (Raja Yoga).

Rāja Yoga e  Haṭha Yoga: non c'è Rāja senza Haṭha e non c'è Haṭha senza Rāja. 
                              
«Il Rāja Yoga non è coronato da successo senza lo Haṭha, né lo Haṭha senza il Rāja; perciò li si pratichi entrambi fino alla realizzazione finale
.» (Haṭha Yoga Pradīpikā, II.76)

Basterebbe fermarsi davanti a questo verso della Haṭha Yoga Pradīpikā per mettere in discussione gran parte dell'idea contemporanea di yoga. Oggi siamo abituati a considerare lo Haṭha Yoga come una pratica del corpo e il Rāja Yoga come una pratica della mente. Questa distinzione ci sembra naturale perché riflette il modo in cui la cultura occidentale ha imparato a osservare la realtà: separando. Separiamo il corpo dalla mente, l'esperienza dalla conoscenza, la pratica dalla teoria, la materia dallo spirito. Analizziamo le parti e finiamo per dimenticare il tutto. Eppure la Haṭha Yoga Pradīpikā nasce proprio per dirci che questa separazione è illusoria. Fin dai versi iniziali dell'opera, Svātmārāma presenta lo Haṭha Yoga come un sentiero che conduce al Rāja Yoga. Se lo Haṭha Yoga fosse stato concepito come una semplice pratica corporea, questa affermazione non avrebbe alcun senso.

mercoledì 17 giugno 2026

Tenzin Robert Thurman: l’uomo che portò il Buddhismo tibetano in Occidente

Con la scomparsa di Robert Alexander Farrar Thurman (1941-2026), avvenuta il 16 giugno 2026 all’età di 84 anni, il mondo perde una delle figure più influenti nella diffusione del Buddhismo tibetano in Occidente. Studioso, traduttore, insegnante, attivista e primo monaco buddhista tibetano americano della tradizione Gelug, Thurman ha dedicato oltre sessant’anni della propria vita a costruire un ponte tra la saggezza dell’Himalaya e la cultura contemporanea occidentale.
Per milioni di persone non è stato soltanto un accademico di fama internazionale, ma un interprete appassionato del Dharma, capace di trasmettere insegnamenti profondi con un linguaggio accessibile, ironico e sorprendentemente moderno.

La vicenda umana di Robert Thurman ricorda quella di molti grandi ricercatori spirituali: tutto ebbe inizio da una crisi e dalla sofferenza.   Nel 1961, appena ventenne, perse l’occhio sinistro in un grave incidente mentre riparava un’automobile. L’evento segnò una svolta radicale nella sua esistenza. Invece di proseguire una vita convenzionale, dopo l’incidente decise di riorientare la propria vita, divorziando dalla prima moglie Marie-Christophe de Menil e decise di mettersi in viaggio alla ricerca di risposte sul significato della sofferenza, della coscienza e dell’esistenza umana.

Tra il 1961 e il 1966 attraversò Turchia, Iran e India, entrando progressivamente in contatto con il mondo spirituale asiatico. Fu proprio in India che incontrò i maestri tibetani rifugiati dopo l’occupazione del Tibet e, soprattutto, colui che sarebbe diventato il suo maestro e amico per tutta la vita: il XIV Dalai Lama.

Nel 1964 Thurman ricevette l’ordinazione monastica nella tradizione Gelug, diventando il primo americano a essere ordinato monaco buddhista tibetano.  Fu il Dalai Lama stesso a conferirgli il nome Tenzin, che significa “Sostenitore della Dottrina”. Un nome che si rivelò quasi profetico.

Negli anni trascorsi in India studiò intensamente il tibetano, la filosofia buddhista e la meditazione, vivendo a stretto contatto con alcuni dei più grandi maestri del Novecento. Pur rinunciando successivamente ai voti monastici per tornare alla vita laica e sposare Nena von Schlebrügge, non abbandonò mai la propria vocazione spirituale.  Anzi, comprese che la sua missione avrebbe potuto svilupparsi in un altro luogo: l’università.

Dopo il ritorno negli Stati Uniti, Thurman completò il dottorato ad Harvard nel 1972 e intraprese una carriera accademica destinata a lasciare un segno profondo.  Presso la Columbia University ricoprì la Jey Tsong Khapa Chair in Indo-Tibetan Buddhist Studies, la prima cattedra occidentale dedicata specificamente agli studi buddhisti tibetani. Per oltre trent’anni formò generazioni di studiosi, contribuendo a dare dignità accademica a una disciplina che fino a pochi decenni prima era considerata marginale.

La sua fama derivava però non soltanto dalla competenza filologica. Thurman possedeva una rara capacità di tradurre concetti estremamente complessi in un linguaggio comprensibile senza sacrificarne la profondità.  Le sue traduzioni di testi fondamentali della tradizione tibetana sono tuttora considerate punti di riferimento internazionali. Tra queste spiccano le opere di Tsongkhapa, il Vimalakirti Sutra e il celebre Bardo Thodol, conosciuto in Occidente come Il Libro Tibetano dei Morti.

Robert Thurman non si limitò all’attività universitaria.  Attraverso libri, conferenze, interviste e apparizioni pubbliche, divenne uno dei più autorevoli divulgatori del Buddhismo contemporaneo. Per lui il Dharma non era una religione esotica né un sistema di credenze da accettare passivamente. Lo presentava piuttosto come una sofisticata scienza della mente e un percorso educativo rivolto alla trasformazione della coscienza.  Amava descrivere il Buddhismo come una forma di “super-educazione”, capace di liberare l’essere umano dalle illusioni generate dall’ego e dall’ignoranza.

Questa visione gli consentì di dialogare con il mondo accademico, la psicologia, le neuroscienze e persino la cultura popolare, contribuendo a rendere il pensiero buddhista rilevante per le sfide del mondo moderno.

Nel 1987, su richiesta del Dalai Lama, co-fondò Tibet House US insieme alla moglie Nena von Schlebrügge, all’attore Richard Gere e al compositore Philip Glass. L’organizzazione divenne uno dei principali centri internazionali per la preservazione e la promozione della cultura tibetana in esilio. Attraverso mostre, pubblicazioni, attività educative e iniziative culturali, Thurman contribuì a mantenere viva una tradizione minacciata dalla diaspora e dalle trasformazioni geopolitiche del Tibet. Successivamente fondò anche il Menla Retreat Center nello Stato di New York, luogo dedicato all’incontro tra la medicina tradizionale tibetana e gli approcci contemporanei alla salute e al benessere.

Nel corso della sua carriera ricevette numerosi riconoscimenti internazionali. Il New York Times lo definì “il massimo esperto americano di Buddhismo tibetano”, mentre la rivista Time lo inserì tra le venticinque personalità più influenti degli Stati Uniti.

Nel 2020 il Governo dell’India gli conferì il prestigioso Padma Shri Award per il contributo offerto alla valorizzazione del patrimonio buddhista e alla riscoperta della tradizione dell’antica Università di Nalanda. Riconoscimenti che testimoniano non soltanto il valore accademico del suo lavoro, ma anche il suo impatto culturale e umano.

Per molti praticanti occidentali è stato il primo incontro con il Buddhismo tibetano. Per gli studiosi è stato un pioniere capace di aprire nuovi orizzonti di ricerca. Per il popolo tibetano è stato un alleato fedele e instancabile. Ma forse il suo lascito più importante risiede nell’esempio personale.  Ha dimostrato che un occidentale può accostarsi seriamente alla tradizione buddhista senza ridurla a moda o consumo spirituale. Ha mostrato che rigore intellettuale, pratica contemplativa e impegno nel mondo possono convivere nella stessa vita.
Con la sua risata contagiosa, la sua curiosità inesauribile e la sua straordinaria capacità di comunicare la profondità con leggerezza, Tenzin Robert Thurman lascia una traccia destinata a rimanere viva ancora a lungo.
La sua voce si è spenta, ma il ponte che ha costruito tra Oriente e Occidente continua a essere attraversato ogni giorno da migliaia di studenti, praticanti e ricercatori in tutto il mondo.

Boris Cyrulnik

 Boris Cyrulnik è un neuropsichiatra, etologo e psicoanalista, nato a Bordeaux nel 1937.  Di origine ebraiche, scampato alla deportazione ma rimasto orfano e affidato ai servizi sociali, ha compiuti gli studi di Medicina all’Università di Parigi specializzandosi nel 1970 in Neurologia e Psichiatria. 

Ambientalista militante, tra i fondatori dell’etologia umana, responsabile di un gruppo di ricerca in Etologia clinica all’ospedale di Tolone, sviluppando la teoria dell’attaccamento elaborata da J. Bowlby ha ampliato al campo psicologico l’accezione tecnica del termine resilienza, intesa come capacità di reagire a traumi e difficoltà, recuperando l’equilibrio psicologico attraverso la mobilitazione delle risorse interiori e la riorganizzazione in chiave positiva della struttura della personalità. 

Tra le sue pubblicazioni tradotte in italiano si citano qui: Un merveilleux malheur (1999; trad. it. 2000); Autobiographie d'un épouvantail (2008; trad. it. 2009); Mourir de dire: la honte (2010; trad. it. 2011); Quand un enfant se donne «la mor» (2011; trad. it. Morire d’infanzia. Uno studio sul fenomeno del suicidio infantile, 2014); Sauve-toi, la vie t'appelle (2012; trad. it. La vita dopo Auschwitz. Come sono sopravvissuto alla scomparsa dei miei genitori dopo la Shoah, 2014); Psychothérapie de Dieu (2017; trad. it. 2018).  

Di fronte alla disorganizzazione sociale, Cyrulnik propone di opporre resistenza coltivando la resilienza e l’empatia. Mette in guardia dal rischio di una «decivilizzazione», caratterizzata dalla perdita dei rituali quotidiani (buone maniere, cortesia, ascolto). Per affrontarla, è essenziale ricreare legami e pensare con la propria testa. Ascoltare gli altri, mantenere relazioni affettive rassicuranti, circondarsi di persone benevole permette di stimolare il cervello, regolare le emozioni e sviluppare la fiducia in se stessi e la propria autonomia, anche a costo di isolarsi temporaneamente dal conformismo. Occorre ricostruire dei piccoli rituali di interazione come il sorriso, l'ascolto, il turno di parola, che strutturano la civiltà e favoriscono la convivenza. 

Cyrulnik manda un grande messaggio di speranza: "Dobbiamo reinventare una civiltà che consenta una convivenza armoniosa tra uomini e donne, tra adulti e bambini, tra esseri umani diversi – ma anche tra gli esseri umani e la natura.».

martedì 16 giugno 2026

Raja Yoga e Hatha Yoga. Riscoprire l'unità dello Yoga

«Il Rāja Yoga non è coronato da successo senza lo Haṭha, né lo Haṭha senza il Rāja; perciò li si pratichi entrambi fino alla realizzazione finale.» - Haṭha Yoga Pradīpikā, II.76

Esistono versi che da soli riescono a mettere in discussione intere narrazioni contemporanee. Questo celebre passaggio della Haṭha Yoga Pradīpikā è uno di quelli. Oggi siamo abituati a pensare allo Haṭha Yoga come a una pratica del corpo e al Rāja Yoga come a una pratica della mente. È una distinzione che appare naturale alla sensibilità moderna, perché riflette il modo in cui la cultura occidentale ha imparato a osservare la realtà: separando. Corpo e mente, esperienza e conoscenza, materia e spirito, pratica e teoria vengono trattati come ambiti distinti.

La tradizione yogica, tuttavia, non nasce per dividere ma per integrare. Ed è proprio questa unità che il verso della Pradīpikā ci invita a recuperare.  Fin dai primi versi della Haṭha Yoga Pradīpikā, Svātmārāma definisce lo Haṭha Yoga come una preparazione al Rāja Yoga.
Nello stesso testo dichiara esplicitamente: «La conoscenza dello Haṭha viene trasmessa esclusivamente in funzione del Rāja Yoga.».  
Nella prospettiva tradizionale, āsana, prāṇāyāma, mudrā, bandha e tecniche di purificazione non costituiscono il fine dello Yoga. Sono strumenti preparatori destinati a rendere possibile un lavoro più profondo sulla mente e sulla coscienza.
Se dimentichiamo questa prospettiva, rischiamo di trasformare lo Haṭha Yoga in un fine a sé stesso, permanendo all'inizio del percorso senza mai iniziare realmente la salita.

Prima ancora di presentare l'Aṣṭāṅga Yoga (l'ottuplice sentiero), Patanjali dedica, nella sua opera Yoga Sutra, l'intero primo capitolo e gran parte del secondo all'analisi della mente, delle sue modificazioni, delle cause della sofferenza, degli ostacoli alla conoscenza e dei mezzi necessari per superarli.   
Il tema centrale dell'opera non è il comportamento morale, ma il funzionamento della coscienza
. Yama e Niyama sono certamente fondamentali, ma non rappresentano l'inizio del testo né il suo unico fondamento.  Ridurre gli Yoga Sūtra a un elenco di prescrizioni etiche significa perdere di vista la profondità dell'intero impianto filosofico costruito da Patanjali.

Anche il corpo occupa una posizione molto precisa e vengono presentati aspetti specifici della dimensione corporea e del suo rapporto con la pratica. Tuttavia il corpo non viene mai presentato come il traguardo dello Yoga.  La celebre definizione dell'āsana come posizione stabile e confortevole indica chiaramente una direzione: ridurre progressivamente l'interferenza corporea affinché la mente possa raccogliersi e stabilizzarsi.  Quando il corpo smette di reclamare continuamente attenzione attraverso tensioni, aggiustamenti e movimenti involontari, diventa possibile orientare l'energia verso livelli più sottili della pratica.

Se lo Haṭha Yoga prepara il terreno al Rāja Yoga, ne deriva una conseguenza inevitabile. A un certo punto la prevalenza del movimento deve lasciare spazio alla prevalenza della stasi. Questo non significa abbandonare il corpo, ma riconoscere che la sua funzione preparatoria è stata assolta.  Da quel momento il lavoro si sposta progressivamente verso gli strumenti descritti da Patanjali: dhāraṇā, dhyāna e samādhi.

Concentrazione, meditazione e liberazione non sono appendici marginali del percorso yogico; costituiscono il cuore stesso della trasformazione promessa dai testi tradizionali. Quando questa dimensione viene trascurata, lo Yoga rischia di ridursi a una pratica salutistica certamente utile, ma distante dagli obiettivi originari della tradizione.

La frammentazione che osserviamo oggi nello Yoga riflette una frammentazione più ampia del nostro modo di comprendere l'essere umano.  Il corpo viene trattato separatamente dalla mente. Le emozioni vengono isolate dalla coscienza. La spiritualità viene spesso separata dall'esperienza concreta.

La visione yogica è radicalmente diversa. Una postura modifica il respiro. Il respiro influenza la mente. La mente condiziona la percezione della realtà. La qualità della coscienza si riflette nelle relazioni, nelle scelte e nelle azioni quotidiane.  Tutto è interconnesso.

Per questo lo Haṭha senza il Rāja rischia di trasformarsi in una sofisticata ginnastica, mentre il Rāja senza lo Haṭha rischia di ridursi a un esercizio intellettuale privo di radicamento esperienziale. Entrambi diventano incompleti quando vengono separati. 

La trasformazione autentica non avviene attraverso il semplice perfezionamento del corpo né attraverso la sola accumulazione di conoscenze teoriche. Avviene quando il lavoro corporeo conduce progressivamente al lavoro sulla coscienza e quando la ricerca interiore trova una concreta incarnazione nella vita vissuta.

Non esistono due Yoga separati. Esiste un unico cammino, articolato in fasi differenti e strumenti differenti, orientato verso la stessa realizzazione.

lunedì 15 giugno 2026

Yoga in sei settimane - Indra Devi

Yoga deriva dalla radice yuj che significa unione, lo scopo è unire l'uomo, il finito con l'infinito, con la Coscienza cosmica, con la realtà ultima. Il raja Yoga, della consapevolezza e la forma più elevata di yoga ed inizia con l'hatha Yoga (ha: sole   e   tha: luna).  Le ultime quattro fasi dello hatha yoga fanno già parte del raja yoga.  Gli yogi ritengono il corpo come il tempio dello spirito vivente, e quindi, deve essere portato al più alto livello di perfezione per poter affrontare gli stadi avanzati del percorso yoga, che richiedono un notevole sforzo.  Le posizioni yoga tendono a normalizzare le funzioni dell'intero organismo;  a regolare gli involontari processi di respirazione, circolazione, digestione, eliminazione, metabolismo. A sollecitare le attività delle ghiandole, degli organi del sistema nervoso e della mente.
Durante la respirazione occorre lasciare le narici inattive, e usare l'area faringe.  Nella respirazione profonda, si riempe prima la parte parte inferiore dei polmoni, poi la parte mediana e poi quella superiore; nell'espirazione si svuota la parte superiore, mediana e inferiore...  La colonna vertebrale è eretta, testa dritta, bocca chiusa, ci si concentra nell'area della faringe, nella parete posteriore della bocca, e contraendo i muscoli, si inizia ad inspirare aria lentamente senza impiegare le narici, che rimarranno inattive durante il processo di respirazione.
 
 
Esercizi per il collo. La schiena in posizione eretta, ruotare dolcemente la testa. 1- portare la testa avanti e indietro, 2- ruotare la destra a destra, ritornare al centro, ruotare a sinistra e ritornare al centro, 3- flettere la testa a destra, come se qualcuno tirasse l'orecchio verso la spalla, ritornare alla posizione iniziale poi flettere la testa a sinistra. 4- allungare il collo in avanti, come una tartaruga, e riportarlo nella posizione iniziale. Poi massaggiare il collo.      Si ottengono anche benefici per i nervi oftalmici.   
Esercizi per gli occhi.  1- Alzare lo sguardo e fissare un punto visibile in alto senza sforzo e senza muovere la testa.  poi fissare un punto a terra;  2- poi a sinistra e poi a  destra all'altezza degli occhi; 3-  poi ruotare gli occhi nel senso delle lancette dell'orologio e poi all'inverso.  4- portare  una penna davanti agli occhi (oppure il pollice) e fissarla, individuare un punto lontano è fissarlo.  Alternare l'attenzione da vicino a lontano e viceversa...   5- strofinare i palmi delle mani, produrre calore e portarli sugli occhi, incrociando le dita delle mani sulla fronte.
Posizioni yoga. La prima cosa da capire è che non sei in competizione con nessuno, nemmeno con te stesso. È possibile tenere lontana la vecchiaia, finché la spina dorsale rimane in buone condizioni di agilità e flessibilità e continuiamo a darci degli obiettivi. 
Per sciogliere la colonna fare l'esercizio del dondolo. Poi posizione udhitta padasana ( gamba aderente al pavimento, l'altra perpendicolare al pavimento  e viceversa).    Posizioni yoga - da pag. 35 a pag 45. Udhitta Padasana, posizione delle gambe erette. Janushirshasana, posizione testa ginocchio.
Padmasana, la posizione del Loto una delle fondamentali insieme alla posizione sulla testa, aratro, cobra (agisce sulle ghiandole surrenali, tonifica il sistema nervoso simpatico),  a spirale (o torsione), posizione di stiramento, posizione accovacciata o utkasana).  Sono  importanti uddyana bandha ( anche nauli) e gli  yoga mudra.
Le ghiandole endocrine o a secrezione interna secernono determinati ormoni senza i quali il nostro organismo non potrebbe funzionare.
Esercizi di respirazione (pag. 46).  1- Sdraiarsi sulla schiena, appoggiando i piedi a una parete. 2- in piedi, incrociare un piede con l'altro, provare a flettere il busto in avanti fino a toccare con le punte delle dita il pavimento.  Poi in savasana.  Disteso, immagina di veder scorrere una bianca nuvoletta vagante per il cielo.  Immagina di essere questa nuvoletta. Ti senti leggero, disteso, incontri un'altra nuvoletta. Scivoli sopra una foresta, un lago, da dove vedi il tuo riflesso. Ti senti libero e felice come una nuvola nel cielo. 
Poi fare degli esercizi di meditazione concentrando la mente sulla luce infinità, sull'amore dentro e fuori di te.   Ripetere i seguenti versi: "Dall'irreale al Reale, dal buio alla luce, dalla morte all'immortalità, OM, shanti, shanti, shanti".  Ricorda a te stesso, durante il giorno, che sei di origine divina e che vivi su questa terra per portare amore, bene e pace a tutti.  Occorre dormire con i piedi a sud e la testa a nord.

Pag. 53.  La respirazione  costituisce l'essenza dello yoga ma anche di tutta la vita. Le cellule sono dei palloni, se sono gonfie, rimbalzano in aria, se non sono ossigenate si afflosciano. Come può un uomo pensare, creare e lavorare nel pieno delle sue facoltà, se non usa mai più di un terzo delle sue capacità respiratorie? Per mantenere le cellule efficienti ci vuole un buon metabolismo dell'ossigeno. Gli yogin hanno scoperto da tempo la forza straordinaria della respirazione profonda. Il tumore nasce dalla deficienza di ossigeno delle cellule malate. L'ossigeno è necessario a evitare il deperimento fisico e la vecchiaia. Sono importanti anche le tecniche di depurazione e l'alimentazione.  
La posizione yoga mudra è una posizione molto importante, per il suo valore spirituale, negli stadi avanzati dell'addestramento yoga (pag. 68) in quanto contribuisce al risveglio di kundalini.  La premessa è riuscire a fare la posizione del Loto. Poi piegarsi in avanti, braccia dietro, la mano destra stringe il polso sinistro, si riesce a toccare terra con la fronte.
Altre posizioni: arohanasana, posizione dell'arco (pag. 71), poi hastapadasa, il piegamenti in avanti, posizione della cicogna.
Differenza tra asana o posizioni e mudra o movimenti. I primi rinvigoriscono il corpo, i secondi gli conferiscono equilibrio e stabilità. 
Pag. 77. Viparitakarani mudra, la posizione capovolta, per gli yoghi in questa posizione  il sole ( all'altezza dell'ombelico) si muove al di sopra della luna (altezza del palato). Questa posizione stimola la tiroide e le gonadi.
Esercizio di respirazione speciale ( pag. 80), ginocchi a terra, fronte a terra, mani incrociate dietro la schiena, braccia verso l'alto perpendicolari al pavimento. 
In India si pensa che con la respirazione ritmica si viva in armonia con l'universo. Con essa svaniscono la paura, il dubbio, la solitudine... questa respirazione apporta un grande cambiamento nel nostro stato fisico e mentale; rappresenta il primo gradino verso la catarsi spirituale.  Pag. 82. Appoggia medio, indice e anulare della mano destra sul polso sinistro e ascolta i battiti. Poi inspiri profondamente contando fino a 4, trattieni 2, espiri 4, trattieni 2.  Una posizione di meditazione è siddhasana, siddha significa yoghi esperto.
La dieta.  Spesso raffreddori, influenze, artrite, disturbo cardiaco sono associate a condizioni di tossicità dell'organismo. Ci sono teorie contraddittorie sull'alimentazione che generano notevole confusione. Vi sono alcuni punti su cui tutti, yoghi compresi, sono d'accordo:  non mangiare troppo, non mangiare cibi morti, mangiare molta frutta e verdura, bere spremute, molta acqua e respirare aria pulita. Tra gli alimenti migliori troviamo: miele, noci, uova;  evitare cibi devitalizzati,  conservati, in scatola, farina bianca e zucchero bianco. Per i dolci è preferibile la polvere di carrube. Alcuni yoghi non mangiano cibi che non crescono alla luce del sole come aglio, cipolla, carote e patate; mangiano comunque le cime verdi delle carote e delle barbabietole.  Le verdure vanno cotte in pentole di acciaio, chiuse, con poca acqua. Il calcio, miele, limone e tuorlo d'uovo e un goccia di alcol riattivano le funzioni delle gonadi.  Importante è l'atteggiamento spirituale durante i pasti, e cercare di mangiare senza fretta.
Pag. 107. La mente presiede al dominio dei sensi, e il respiro al dominio della mente. Non si può comprimere la mente senza comprimere il respiro. L'attività mentale precede di pari passo con la respirazione.
La posizione shirshasana è chiamata il re degli asana, in quanto interessa e stimola quattro delle ghiandole più importanti - ipotesi, edifici, tiroide e paratiroidi che mantengono in perfetta forma l'attività del nostro organismo. Guarisce molti dei nostri mali fisici e morali e svolge un importante ruolo di prevenzione (non può farlo chi ha la pressione troppo alta). 
Pag 113. Altre posizioni fondamentali sono pashimatanasa, praticata negli stadi avanzati dello yoga,  e ha una grande influenza sul percorso spirituale; e halasana, l'aratro che agisce sulla tiroide, fegato e milza, e artrite. Ustrasana, la posizione del cammello,  ha effetto sulla tiroide e sulle ghiandole sessuali.
Shimasana, la posizione del leone tonifica la gola. Nel fare la posizione occorre aprire bene occhi e bocca, stendere gola e collo. Va eseguito da 6 a 10 volte al giorno.  Pag. 121 la posizione della cicogna.
 
La respirazione camminando. Inspira con un flusso contino per quattro passi, trattieni per due, espira per quattro passi. Trattieni ancora il respiro per due passi... continua in questo modo.
Lo yoga aiuta a rilassarsi e sciogliere le tensioni, che sono reazioni della mente a determinate paure. 
L 'uomo non può sfuggire a sé stesso, bisogna indagare nella parte più intima del proprio essere per capire e per trovare delle soluzioni.  
Pag. 128.  Ghiandole endocrine o a secrezione interna. Secernono determinati ormoni senza i quali il nostro organismo non potrebbe funzionare. Queste ghiandole sono: gonadi maschili e femminili, ghiandole surrenali, timo,  tiroide e paratiroidi,  pineale e pituitaria o ipofisi, la più importante perchè regola tutte le altre. 
Gli ormoni sono prodotti dalle ghiandole e attivano gli organi ricettivi. La tiroxina è prodotta dalla tiroide, il cortisone è prodotto dalle ghiandole surrenali, ecc.  L'ipofisi è il capo spirituale che respinge gli attacchi all'organismo portati da virus, batteri, e altro.   Le nostre indisposizione derivano dagli stati di tensione che impediscono le normali attività della ghiandola pituitaria, alterando il suo equilibrio, e diminuendo la nostra resistenza alle malattie. 
La mia forza sta nel non aver mai odiato e nel non aver mai litigato con qualcuno, evitando di creare tensioni.  Tratta la gente come se fossero dei fiori e vivrai una vita felice.  -  Jacques Romano
Pag. 133. Lo yoga attraverso la respirazione ritmica e la meditazione elimina tensioni, restituisce equilibrio all'intero organismo. La longevità, felicità, giovinezza  sono strettamente legati alla distensione del corpo e della mente. 
 Pag. 135.  Il dolore fisico, la  mancanza di coordinamento nei movimenti, la respirazione irregolare provocano un malessere mentale.  
Senza equilibrio, senza concentrazione, senza rilassamento, e soprattutto senza respirazione profonda, le posizioni, per quanto correttamente eseguite, cessano di essere movimenti yoga e diventano comuni esercizi. Le posizioni yoga rimangono un esercizio individuale, indipendentemente dal numero di allievi che le eseguono insieme.
Pag.139. Posizione sulla testa (massimo 10 minuti). Posizione del cigno, swanasana. La prima fase è simile alla posizione del cobra, con la differenza che i gomiti sono distesi e dita dei piedi piegate. 
Pag. 141. Posizione a spirale, ardha matsyendrasana. Pag. 143.  Uddyiana bandha crea un'azione salutare sia a livello fisico (sul fegato), sia spirituale. Pag. 146. Nauli isolamento del muscolo retto addominale tonifica la regione addominale e la mantiene in forma. Pag. 148. Posizione della cicogna. Pag. 151. esercizi di respirazione.
Pag. 152. La forza di kundalini. Quando uno yoghi risveglia questa forza assopita, l'energia solare che da essa deriva, gli dona equilibrio, armonia, liberazione dai desideri e un senso di felicità. Solo allora lo yoghi giunge alla completa realizzazione del proprio essere. La scintilla divina in lui si trasforma in fiamma e si fonde nella consapevolezza universale. Questo è lo scopo dello yoga. E spesso arriva in modo improvviso come un dono inatteso.
Pag. 164. La posizione sulla testa. Non affaticare troppo testa, collo e spalle. Il limite massimo di tenuta della posizione è 10 minuti.  Pag. 167. La posizione a triangolo (konasana). Pag. 168. Posizione a spirale.  Pag. 171. Posizione sarvangasana. Pag. 172. Posizione supina ( inarcare la schiena, sommità della testa sul pavimento). 
Pag. 173. Respirazione protettiva. In piedi,  talloni uniti, mani davanti al petto, inspiri e assorbi prana che si diffondere nel corpo, avendo chiuso il circuito. Altra variante, in posizione del loto, mani poggiate sulle piante dei piedi rivolte verso l'alto. Oppure unire pollice e medio, respirazione ritmica;  restituisce vitalità e protegge da influenze e vibrazioni negative.  Posizione del boscaiolo. In piedi, gambe leggermente divaricate, inspirando profondamente come se sollevassimo un'ascia. Poi espirare profondamente dalla bocca abbassando le braccia. 
Pag. 176. Yama e Niyama. Corrispondenza con i dieci comandamenti e con i precetti buddhisti.  Alla base c'è il rispetto della vita. J.Allen Boone, autore di Kinship with all Life, raccontava che decise di parlare con le formiche che avevano invaso la sua stanza e dopo qualche giorno scomparvero.
 Spesso si è infelici perchè si ha paura di affrontare le difficoltà. Devi affrontare la completa solitudine, in questo modo imparerai ad essere riflessivo e a vigilare su te stesso. Attraverso la solitudine conoscerai la verità. La paura spesso è la base del nostro tormento mentale. Rimani solo con i tuoi pensieri e esaminati attentamente da vicino. Quando avrai fatto questo, non avrai più paura di essi. La verità è in noi. Mentre spesso si cercano consigli e suggerimenti da amici. - Krishnamurti.
Su consiglio di Krishnamurti, Indra Devi cominciò a programmare dei giorni speciali di silenzio e a stare con sé stessa, leggendo, meditando, praticando yoga e ascoltando musica. Racconta nel libro che fu invasa, dopo alcuni momenti difficili,  da una meravigliosa sensazione di pace e gioia.   Quei silenzi furono per lei una fonte di ispirazione e di forza.  
Davanti al supremo giudice che è in te, non nascondere niente. Riuscirai a vedere nei recessi nascosti del tuo essere, per scoprire chi veramente siamo.   E piano piano, diventi testimone del fluire della vita.
Attraverso l'autodisciplina riuscirai a conoscere te stesso,  impresa difficile ma che vale la pena di provare. Esamina e rifletti sulle tue azioni giornaliere, sui pensieri e sulle parole, indugia soltanto sui dubbi e sui timori, senza considerare le tue qualità.
 
Pag. 187. In India gli yoghi praticano 84 posizioni, 32 delle quali sono considerate molto utili e 10 sono veramente essenziali per il benessere dell'individuo. Krishnamacharia asseriva che si dovrebbe assumere la posizione sulla testa ogni volta che ci si sente stanchi e preoccupati. Si dovrebbe finire la sessione con esercizi di respirazione e poi di rilassamento. 
Pag. 190. La posizione di riposo ad angolo è la posizione di equilibrio ad angolo. Posizione a spirale e la posizione della montagna (parvatasana).
Pag. 197. Concentrazione e meditazione. La concentrazione concerne solo la mente, la meditazione anche il cuore e tutto l'essere. Per Patanjali la concentrazione consiste nel tener fissa la mente su un oggetto, la meditazione invece è un flusso continuo di pensieri sull'oggetto. I gradi di profondità della concentrazione e della meditazione variano da individuo a individuo. L'80% delle malattie è di origine psicosomatica, ogni cura radicale deve essere praticata solo attraverso la mente.   Esiste il potere di pensare positivo, come quello di pensare negativo. Per questo, la concentrazione deve essere preceduta dai principi dettati da yama e niyama.  
Per essere felici occorre imparare a vivere nell'eterno presente,  la consapevolezza nata dalla solitudine e dalla riflessione dà a una persona una nuova e differente visione della vita. Ti permette di vederti come veramente sei.
Per meditare dobbiamo sviluppare prima la nostra capacità di concentrazione, nel tenere la mente calma e fissa su un oggetto. Il primo passo verso la concentrazione sono le posizioni yoga, la respirazione profonda e il rilassamento. 
Chi non ha un buon controllo del proprio corpo, non può fare buon uso della mente, non può concentrarsi, tanto meno meditare. - swami Pramananda in Concentration and Meditation.
Occorrerebbe provare a concentrarsi su un oggetto determinato per almeno cinque minuti e vedere se ne siamo capaci. Probabilmente dopo alcuni secondi i pensieri cominceranno a vagare nel vuoto, occorre frenarli e riportarli sull'oggetto di concentrazione. L'oggetto più adatto su cui concentrarsi è la fiammella di una candela che brucia. Occorre guardare solo la fiammella ed associarsi la respirazione ritmica.  Lascia passare un minuto e chiudi le palpebre cercando di vedere la fiamma con gli occhi interni. Rifletti sul suo significato simbolico di luce divina e dedica all'esercizio dai cinque ai dieci minuti al giorno.  Lo stadio della meditazione è più difficile. Immagina la fiamma dentro di te che illumina ogni recondito oscuro. La fiamma nel tuo cuore  diventa sempre  più grande e splendente per tutto questo tempo, scacciando il buio della solitudine, della paura e dell'odio, dell'ira, della gelosia,  dissipando malattie e dolori, dandoti salute, forza, coraggio, diventando la fonte della compassione e amore. Quando la luce delvtuo cuore avrà invaso il tuo essere diventerai uno con il Divino.
Scegli sempre qualcosa di bello e piacevole su cui concentrarti. Importante non avere desideri egoistici, anche se non è facile stabilire cosa sia egoistico o meno.
 
 Eugenie Peterson (1899-2002), conosciuta come Indra Devi, è stata un'insegnante pioniera dello yoga come esercizio fisico e una delle prime discepole del "padre dello yoga moderno", Tirumalai Krishnamacharya. Andò in India quando aveva vent'anni, dove divenne una star del cinema e acquisì il nome d'arte Indra Devi.   

giovedì 4 giugno 2026

I Mantra e i Mahavakya

 I Gayatri sono dei Mantra che hanno una particolare metrica, di solito 24 sillabe, in parte lode ad Ishvara, il Creatore, in parte preghiera per l’illuminazione. Il Gayatri è un Mantra molto popolare in India, e questa è la forma più diffusa: 

 OM                Simbolo del Para Brahman Bhur Bhu-Loka (piano fisico) 
 Bhuvah         Antariksha-Loka (piano astrale) 
 Svah              Svarga-Loka (piano celeste) 
Tat                   Quello; Paramatman trascendente 
Savitur             Creatore 
Varenyam        Degno di essere venerato o adorato 
Bhargo            Che elimina l'ignoranza. 
Devasya          Risplendente; luminoso 
Dheemahi       Noi meditiamo 
Dhiyo              Buddhi; intelletto; comprensione 
Yo                   Che; chi 
Nah                Nostro 
Prachodayat   Illumina; guida; spinge a fare.
 
 
Il significato è il seguente:  Meditiamo sulla gloria di Savitur, che ha creato l’universo, che è degno di essere adorato, che è l’incarnazione della conoscenza e della luce, che elimina l’ignoranza. Possa Egli illuminare i nostri intelletti.

  Questo mantra è un inno a Savitur, il Dio del sole; il mantra rappresenta sia il sole, sia il divino che è presente in tutto ciò che ci circonda.
 
 Oltre a questo, che è il Gayatri Mantra fondamentale, esistono anche i Gayatri delle varie divinità, così abbiamo il Gayatri di Ganesha, di Vishnu, di Durga e così via. 
 
 Mahavakya.  Vak vuol dire ‘parola’ e ‘maha’ grande. Quindi, Mahavakya vuol dire ‘grande espressione verbale’ o ‘grande affermazione’. 
Sono delle frasi brevissime che racchiudono l’essenza della saggezza del Vedanta. Le quattro più conosciute e più importanti sono estrapolate ognuna da uno dei quattro Veda, e sono le seguenti: Prajñānam brahma - "La coscienza è Brahman" – Rig Veda 
Ayam ātmā brahma - "Questo Sé (Atman) è Brahman" –Atharva Veda 
Tat tvam asi - "Tu sei quello” - Sama Veda 
Aham brahmāsmi - "Io sono Brahman" – Yajur Veda. 
 Tutte e quattro affermano in maniera inequivocabile l’identità dell’Atman col Brahman. Nella prima l’Atman viene indicato come pura coscienza, Prajñānam, cioè, per unirsi al Brahman, bisogna essere coscienti della nostra natura divina, che è un riflesso del Brahman stesso. 
Nella seconda, l’identità è tra Atman e Brahma. 
Nella terza Tat, quello, indica l’incommensurabile, l’Essere Supremo; tvam, tu, il Jiva, e asi, sei, l’unione tra i due. 
Nella quarta, lo stesso concetto viene espresso in prima persona, Aham. 
 
 OM “La sillaba Om è tutto l'universo. Il passato, il presente, il futuro: tutto ciò è compreso nella sillaba Om. E anche ciò che è al di là del tempo, che è triplice, è compreso nella sillaba Om. Infatti, ogni cosa è il Brahman; l'Atman è il Brahman. Questo Atman ha quattro modi di essere.” Mandukya Upanishad, 1-2.   Om è il Mantra universale, il Mantra della Creazione, il suono dell’Universo. Om è l’espressione sonora o, in assenza di suono, di vibrazione sottile dello stesso Brahman. È causa ed origine di ogni suono e di ogni cosa nel Cosmo intero. 
 
Pur essendo normalmente considerato un suono unico, in realtà OM è composto da tre suoni distinti:        A, U e M. Parte dalla parte posteriore della bocca (A), passa al centro (U) e si conclude anteriormente verso le labbra (M). 
È consigliabile fare una piccola pausa di silenzio alla fine di ogni Om. I tre suoni coinvolgono anche tre Chakra, sede dei Granthi, sorta di nodi, cancelli, che impediscono alla Kundalini di salire lungo la Sushumna Nadi fino a quando il praticante non è pronto a gestirla. I tre Granthi sono il Brahma Granthi, nel Muladhara Chakra (perineo), il suono è A; il secondo è il Vishnu Granthi, nell’Anahata Chakra, il suono è U; il terzo è il Rudra, o Siva, Granthi, nell’Ajna Chakra, il suono è M. 
 
Om rappresenta molte triadi presenti nel Vedanta: Creazione (Brahma), preservazione (Vishnu) e cambiamento, Pralaya (Siva); passato, presente e futuro, i tre Guna, Tamas, Rajas e Sattva; i tre mondi o piani, Bhur, la Terra, Bhuva, l’atmosfera e Svah, il Cielo; i tre Sharira, corpi: Sthula Sharira, il corpo grossolano, fisico, Sukshma Sharira, il corpo astrale, e Karana Sharira, il corpo causale. 
 Ma la triade più importante, rappresentata dalle tre componenti dell’Om, è quella degli stati mentali: veglia, sogno e sonno profondo. Dall’analisi della mente in questi tre stati si può comprendere l’irrealtà del mondo sensibile e che l’unica realtà eterna e immutabile, Sat, è il Brahman, e il suo riflesso nel Jiva, l’Atman. Il silenzio alla fine della recitazione dell’Om rappresenta il superamento del tempo, l’infinito, del corpo e dei Guna, Moksha, dei mondi, la dimensione divina, e il quarto stato della mente, Turiya, lo stato di fermezza vigile e imperturbabile. Lo stato che si raggiunge quando il nostro livello di consapevolezza ci rende capaci di identificarci, non più, erroneamente col complesso corpo-mente-prana, ma con la nostra vera essenza divina, l’Atman.  

Hatha Yoga Pradipika - Yogi Svatmarama

Molti vogliono godersi la vita, inghiottiti da Maya. Pratica necessaria per superare gli ostacoli reati da Rajas. Risvegliare l'energia, controllare la mente, evitate desideri superflui. Aumentate solo il desiderio di aumentare la forza di volontà.

La conoscenza dell'hatha yoga è necessaria per controllare le due energie ha tha (prana e apana) e poi controllare la mente con il Raja Yoga. L'osservatore si identifica con il Sè quando le onde di pensiero vengono rallentate. Prana e apana si muovono lungo i canali Ida e Pingala. Raja yoga significa controllo delle onde di pensiero create da una corrente sottile. Per controllare il prana si controlla il respiro fisico, poi un livello più sottile, poi i pensieri. Hatha Vidya è la conoscenza dell'hatha yoga. La conoscenza si può acquisire attraverso il lignaggio Guru-discepolo. E' possibile arrestare il decadimento fisico fermando Ida e Pingala e attivando la Sushunna. È l'insegnante a capire se l'allievo è pronto. Il semplice studio dei libri non porterà i risultati desiderati. Lo yoga può fallire per sei cause: mangiare troppo, stancarsi troppo, osservare discipline inadatte, cattive compagnie e instabilità. Non mangiare la sera prima di andare a dormire altrimenti la mattina non si può eseguire il pranayama. Lo yoga ha successo grazie a sei requisiti: zelo, determinazione, coraggio, vera conoscenza, fermezza e rinuncia alla compagnia di persone inadatte.   

Le asana proposte dai saggi sono: Swastikasana, gomukasana, virasana, kurmasana, kukkutasana, uttana kurmasana, dhanurasana, matsyendrasana (arma che distrugge tutte le malattie del corpo e con la pratica quotidiana fa innalzare kundalini), pascimatanasana ( è la più eccellente, fa scorrere il respiro nella Sushumna, stimola il fuoco gastrico, eliminare tutte le malattie), mayurasana (cura l'ingrossamento delle ghiandole, risveglia il fuoco gastrico). Le asana proposte da ottantaquattro, queste quattro sono le più eccellenti: siddha, padma, simha e bhadra. Solo quando c'è la completa padronanza di Siddhasana, i tre bandha si eseguono senza sforzo e con naturalezza. Lo yogi, seduto nella posizione di Padmasana, stabilizzando l'ispirazione attraverso le nadi, si libera. Bhadrasana distrugge tutte le malattie. Gli yogin, liberi dalla stanchezza derivante dalla pratica delle asana e dei bandha, dovrebbero praticare la purificazione delle nadi, i mudra, il controllo del respiro. Le asana, i kumbhaka, la concentrazione sui nada interiori costituiscono la sequenza dell'hatha yoga. Dopo un anno, un praticante che rinuncia al frutto delle proprie azioni diventa un siddha. Inibire adatti a uno yogin sono: grano, riso, orzo, latte, ghee, zucchero grezzo e candito, miele, zenzero secco, lenticchie verdi, spinaci e cetriolo ( patolaka e le cinque erbe). Il soli abito arancione non porta al successo. Occorre praticare costantemente senza aspettarmi dei risultati.

Hatha Yoga Pradipika - Yogi Svatmarama - 2

Lo yogin dopo aver perfezionato la pratica delle asana dovrebbe praticare il pranayama associata a una dieta. Quando il respiro vaga la mente e instabile. Quando il respiro è immobile (si intende non il respiro fisico ma il prana), la mente è immobile; pertanto il respiro deve essere controllato. Il prana e la mente sono interconnessi. Usando il respiro fisico si controlla il prana. Con il mula bandha si impedisce che l'energia scenda e con la pressione sul muladhara chakra spinge in alto l'apana. Una volta controllata la mente controllate tutto: prana e corpo e emozioni. Lo yogi vive a lungo perchè regola l'impulso in arrivo per respirare lentamente. L'obiettivo è purificare le nadi e far entrare il prana nella sushumna. Il primo segnale di successo è l'appagamento, non avrete più desideri, non ci sono alti e bassi nell'amore, arrivano pace e appagamento. La kundalini si è risvegliata e la shakti è aperta. Lo yogi irradia pace, ma non tutti vi loderanno... Anche swami Sivananda fu criticato dai suoi discepoli e qualcuno lo colpì con un'ascia. La vostra felicità non dovrebbe dipendere dalle influenze esterne. Nel momento in cui siete soddisfatti della vostra vita, la kundalini è risvegliata e la sushumna è purificata.  

Senza Yama e niyama non si può iniziare la pratica. Kumbhaka è al centro delle tecniche di purificazione. Inspirazione, ritenzione ed espirazione (ripetute 80 volte). Quando il corpo comincia a purificarsi si inizia a sudare, avvertire un tremore in tutto il corpo e dopo un po' si avverte uno stato interiore di beatitudine.. Dopo 4 mesi di respirazione a narici alternate e ujjay iniziate Bhastrika. Nel primo stadio il respiro (il prana) viene trattenuto per 30 secondi nella sushumna, poi un minuto, poi un minuto e trenta. Il progresso nel tempo di ritenzione porterà il prana più in alto. Con il giusto pranayama, giusto cibo e i giusti bandha ci si libera da tutte le malattie. La salute è perfetta perchè le nadi sono purificare.

La pelle, il volto e gli occhi saranno luminosi. Prima di un pranayama intenso dovrebbero essere praticate le sei kriya: neiti, dhauli, basti, tratak, nauli e kapalabhati.

Quando si contrae la gola  (jalandhara-bandha),  e l'ano (in mula-bandha) e tirando indietro l'addome (uddiyana-bandha), il prana scorre attraverso la susumna nadi. Sollevando l'apana in su il prana dovrebbe essere spinto in basso dalla gola, allo ra lo Yogi è libero dalla vecchiaia.  Solo se le nadi sono precedentemente purificate dalla respirazione a narici alternate, bhastrika darà i suoi benefici.

Si dice che il pranayama sia triplice e consiste di racaka, puraka, e kumbhaka. Kumbhaka è di due tipi: sahita e kevala.  Sahita è la ritenzione del pranayama regolare con inspirazione ed espirazione controllata.  Senza inspirazione o espirazione, quando il respiro viene trattenuto comodamente, questo tipo di pranayama è detto kevala pranayama.  E' la sospensione automatica del respiro che si verifica quando la narice destra e sinistra diventano bilanciate.  Quando il prana entra nella sushumna si può sentire il suono interiore o avvertire uno stato di pace. Attraverso il kumbhaka, la kundalini si innalza, e la sushumna è libera da tutti gli ostacoli e il praticante ha raggiunto la perfezione nell'hatha yoga. 

I segni della perfezione nell'hatha yoga sono: magrezza del corpo, luminosità del volto, manifestazione dle suono interiore (nada), sguardo chiaro, mancanza di malattie, stimolazione dle fuoco digestivo, purificazione delle nadi, discorsi potenti. La kundalini è Tat, che vuol dire Quelllo.

Gli yogi possono operare sul corpo energetico attraverso pranayama, bandha e mudra. I maha mudra (10) distruggono la vecchiaia e la morte. Uno dei più potenti è il maha-mudra (premendo sul perineo con il tallone sinistro e allungando la gamba destra, afferrate saldamente l'alluce del piede destro con le mani,  contraete la gola, espirare molto lentamente  e poi dall'altra parte).  Un bandha potente è il Maha-bandha, ( mettere il tallone del piede sinistro sul perineo e mettere il piede destro sulla coscia sinistra,  premere con forza sul petto, contrarre l'ano, e fissare la mente sulla susumna ). 

Quando prana e apana si ritirano sia dal lato destro che dal lato sinistro ed entrano nella sushunna, allora la mente si spegne.  Quando l e trasformazioni mentali (sankalpa) sono cessate completamente e quando non c'è nessun movimento fisico, ne deriva un indescrivinile stato di assorbimento, che è conosciuto dal sé, ma che è al di là delle parole. 

L'intero universo non è altro che il prodotto del pensiero.  Qualsiasi cosa in questo mondo, sia mobile che immobile, è una proiezione della mente.    

Lo stato della mente in cui la dualità soggetto-oggetto scompare è detta Raja-Yoga. 

In India esisteva il sistema Gurukhula, lo studente viveva sotto la guida di un insegnante per dieci, dodici anni. L'insegnante trasmetteva loro la conoscenza di asana e pranayama e in cambio lo aiutavano nel lavoro dei campi e allevamento nel piccolo appezzamento di terra che li ospitava.   Quando questo sistema si estinse Swatmarana introdusse l'hatha yoga.   Per questo Patanjali non scrisse nulla su asana, pranayama, mudra e bandha, in quanto in quell'epoca esisteva ancora il sistema Gurukhula.  

Il Karma: una teoria eticamente rivoluzionaria

Articolo scritto da Roberto Fantini

In seguito alla diffusione sempre più prepotente di elementi culturali di derivazione orientale, favorita, già dalla fine del secolo XIX, soprattutto dall’ appassionato lavoro divulgativo portato avanti da Helena Petrovna Blavatsky e dalla Società Teosofica da lei fondata, il concetto di Karma (in sanscrito Karman e in pali Kamma), da essa stessa ritenuto indispensabile per rendere possibile la promozione di un quanto mai necessario processo di rigenerazione etica dell’intera civiltà occidentale (profondamente viziata e corrotta da ipocrisia, egoistico utilitarismo, e grossolano materialismo), ha finito per conquistarsi un posto di rilievo all’interno del sentire collettivo. 

Nel corso del XX secolo, tale concetto, in seguito soprattutto alla crescente attenzione nei confronti del pensiero buddhista, è divenuto, infatti,  sempre più popolare e, di conseguenza, sempre più presente nel nostro comune pensare e parlare. Ma, come sovente accade in casi del genere, l’immagine concettuale che si è prevalentemente imposta risulta tristemente banalizzata, svuotata delle sue complesse valenze filosofiche, e ridotta, perlopiù, a mero sinonimo di drammatica nèmesi o di angosciante destino fatale.

Potrà, quindi, risultare sicuramente di qualche utilità il cercare di mettere meglio a fuoco l’esatta portata teoretica e le inevitabili conseguenze sul piano pratico della corretta concezione karmica, particolarmente presente nelle variegate modulazioni delle filosofie indiane, ma rintracciabile altresì anche all’interno dell’antico pensiero ellenico nonché in diversi passi evangelici e paolini (“Ogni lavoratore merita il suo salario, dice la Sapienza del Vangelo; ogni azione, buona o cattiva, è una madre prolifica, dice la Sapienza dei Secoli”).

       Secondo Sarvepalli Radhakrishnan, la cosiddetta legge del karman non sarebbe altro che “la legge della conservazione dell’energia mentale”, corrispondente, sul piano morale, alla legge dell’uniformità relativa al piano fisico. Secondo l’adozione di simile canone interpretativo applicabile all’intera realtà, nulla, nell’ambito del divenire, potrebbe essere considerato totalmente incerto e fortuito, in quanto tutti noi (anzi, tutto ciò che vive, inclusi gli stessi dèi) saremmo perennemente destinati a raccogliere i frutti da noi stessi seminati, nell’esistenza attuale o in vite anteriori.      “Il seme buono - scrive - arreca una buona messe, quello cattivo, un cattivo raccolto. Ogni azione, per quanto insignificante, produce i suoi effetti sul carattere. (…)

Non possiamo arrestare il processo dell’evoluzione morale, più di quanto non possiamo arrestare l’alternarsi delle maree o il corso degli astri. Il tentativo di scavalcare la legge del karman è altrettanto inutile quanto il tentativo di saltare oltre la propria ombra.   E’ una sorta di registrazione del suo passato, che il tempo non può confondere, né la morte cancellare.” 

Secondo il filosofo indiano, nelle Upanishad prima, e nel Buddhismo poi, il grande rilievo conferito alla concezione karmica andrebbe inteso soprattutto come rimedio all’antica credenza vedica secondo cui la redenzione dal peccato sarebbe stata conseguibile attraverso il ricorso ai sacrifici rivolti alle divinità. Come leggiamo nella Chandogya-Upanishad, l’uomo viene considerato come creatura “fatta di volontà” e, di conseguenza:       “Secondo quello che egli crede in questo mondo, tale egli sarà quando ne sarà dipartito”, e “Quale che sia il mondo che egli agogna col suo spirito, e quali che siano gli oggetti che egli desidera, l’uomo di mente pura riesce a conseguire quei mondi e quegli oggetti.”

Ancora più esplicito è quanto limpidamente asserito nel Dharmapada (in pali Dhammapada) buddhista:            “Gli elementi della realtà hanno la mente come principio,  hanno la mente come elemento essenziale e sono costituiti di mente. Chi parli oppure operi con mente corrotta,  lui segue la sventura come la ruota segue il piede (dell’animale che traina il veicolo). (…) Chi parli oppure operi con mente serena, lui segue la felicità come l’ombra che non si diparte.”;

In epoca contemporanea, poi, all’interno del pensiero teosofico, in maniera più chiaramente ed esplicitamente argomentata, il Karma  viene inteso come la LEGGE fondamentale dell’intera realtà, la vera e propria pietra angolare alla base della  struttura dell’Universo. 

Helena Petrovna Blavatsky, ne La Chiave della Teosofia, la definisce  la “Legge Ultima” della Vita universale, ovvero la legge infallibile, “la sorgente, l’origine e la fonte da cui derivano tutte le altre”. 
In sanscrito karman  significa “azione”, ovvero - come spiega W.Q. Judge (cofondatore della Società Teosofica ed uno dei principali collaboratori di Madame Blavatsky) -  “l’effetto che sgorga fuori della causa, l’azione e la reazione, l’esatto risultato di ogni pensiero ed azione.”   Essendo  l’Universo considerato come  una unità organica e intelligente, ogni movimento all’interno di esso risulta essere un’ azione che conduce a risultati a loro volta causa di altri risultati.
 “Karma  -  dice sempre la Blavatsky  -  è in sé stesso inconoscibile, ma la sua azione è percettibile”. Ciò implica che, pur venendo considerata la sua essenza noumenica al di sopra di ogni possibilità di comprensione, a risultare esperibili in maniera tangibile sono le sue manifestazioni fenomeniche.
Qualcosa, quindi, di assai più complesso di quanto  ci potrebbero far pensare le diffuse volgarizzazioni mediatiche dei nostri tempi, tanto che, dalla stessa Madame Blavatsky, venne definita come “la più difficile” fra tutte  le dottrine teosofiche.
Nonostante, però, l’impenetrabilità della sua vera natura sotto il profilo strettamente  ontologico (fisico e metafisico), la sua dignità speculativa e le sue numerose valenze concettuali appaiono filosoficamente ben comprensibili, sul piano logico ed ancor più su quello etico.   
         “Se si applica alla vita morale dell’uomo -  scrive ancora Judge - Karma è la legge della causalità etica, della giustizia, della ricompensa e della punizione; la causa della nascita e della rinascita, ma allo stesso tempo il mezzo per cui si può sfuggire all’incarnazione.” 

Nella coscienza di chi accetta di lasciarsi conquistare da questa  rigorosa visione del mondo può venirsi a produrre un cambiamento di prospettiva e di atteggiamento psicologico sommamente benefico, capace di svolgere una funzione profondamente terapeutica, liberandoci da erronee quanto pericolose opinioni come il ritenere:       che il divenire del mondo sia dominato dalla mera casualità che, in molti casi, viene a coincidere con la più ripugnante assurdità;     che il mondo sia sottoposto al volere imperscrutabile di una o più divinità, il cui operare (ai nostri occhi soventemente privo di ragionevolezza e di senso della giustizia) appare del tutto incomprensibile ed incontrollabile, oppure parzialmente modificabile solo in base all’adozione e all’utilizzo di determinate pratiche rituali.
Ovverosia: che non sussista alcuna possibilità di orientare il proprio cammino nel mondo; che il nostro vivere sia continuamente subordinato al potere di forze a noi superiori a cui dovremmo, di conseguenza, pienamente sottometterci e che dovremmo cercare di ingraziarci, ricorrendo agli espedienti adottati dalle varie religioni nel corso del tempo (preghiere, sacrifici, penitenze, pellegrinaggi, ecc.), responsabili della diffusione di una mentalità e di una prassi comportamentale accidiosamente ignave, opportunistiche ed utilitaristiche.
 Visioni del mondo entrambe destinate a generare, sia a livello individuale che collettivo, un velenoso effetto di degradante deresponsabilizzazione.

Secondo la Teosofia, quindi,  “Non vi è che questa dottrina che possa spiegare il misterioso problema del bene e del male e riconciliare l’uomo con la terribile ed apparente ingiustizia della vita; sola questa certezza può calmare il nostro senso di giustizia offeso” ed impedirci “di maledire la vita, gli uomini ed il loro supposto Creatore.” 
Infatti, tale concezione, se correttamente intesa, ci mette al riparo sia da forme di grossolano materialismo (oggi sempre più imperanti) sia da forme di fideismo e di fatalismo, mettendoci in condizione di  accettare in serena consapevolezza: 
    che il nostro cammino sia il frutto di nostri innumerevoli precedenti cammini;
    che il nostro pensare e il nostro agire siano sempre ricchi di valore;
    che tutto quello che facciamo, anche le cose apparentemente più piccole ed irrilevanti, abbiano un immenso significato.
Continuamente costruiamo noi stessi. Continuamente contribuiamo nella costruzione delle vite di tutti gli innumerevoli esseri che ci vivono e che ci vivranno accanto, nell’infinito viaggio che conduciamo e condurremo nell’infinito tempo e nell’infinito spazio.

Dovremmo pensarci e sentirci, quindi, come lavoratori perennemente all’opera nella vigna immensa della Vita Universale, chiamati a scegliere, attimo per attimo, cosa, come, dove, quanto e quando seminare, chiamati a scegliere fra le varie metodologie di aratura, concimazione, potatura, ecc … Lavoratori sempre in grado di migliorare i propri orti e i propri frutteti, sempre in grado di eliminare erbacce, di dare più acqua, di dare (soprattutto)  più amore a tutto ciò che faremo germogliare, sbocciare, maturare …
Lavoratori saggiamente consapevoli che tutto quello che andremo a fare, e a non fare, lascerà un segno indelebile sul corso degli eventi, che nulla potrà essere mai cancellato, azzerato, riportato indietro nel tempo.
Ma anche consapevoli che sempre i nostri (inevitabili) errori e mancanze  potranno essere curati, corretti, sanati.
Grazie, soprattutto, alla nostra convinzione di non essere mai sconfitti del tutto e definitivamente, mai condannati ad arrenderci e a firmare  una  resa  senza condizioni.

Come ben sottolinea Nyanaponika Thera (uno dei massimi esponenti contemporanei del Buddhismo Theravada), non dovremmo mai dimenticare che il karma non è soltanto qualcosa che siamo costretti a subire, bensì qualcosa di perennemente modificabile, definito suggestivamente come “l’utero da cui nasciamo, il vero creatore del mondo e di noi stessi quali sperimentatori del mondo,” ma inteso anche come la legge immanente alla realtà che, sapientemente compresa e vissuta, ci consentirà di liberarci da ogni forma di schiavitù, dedicando tutte le nostre azioni e i loro frutti al raggiungimento della meta più elevata:     “ la liberazione finale di se stessi e di tutti gli esseri viventi.”
“La dottrina del kamma (in pali) enunciata dal Buddha si dimostra (…)  - pertanto - un insegnamento di responsabilità morale e spirituale per sé e per gli altri”, in quanto tutti gli esseri viventi sono, di fatto, gli unici veri ed inalienabili proprietari e responsabili del proprio karma:
“Essi sono i soli eredi legittimi delle loro azioni, ed entreranno in possesso del patrimonio di risultati positivi e negativi.”
 “incessantemente affaccendati a costruire e ricostruire questo mondo e i mondi superiori.”  

         In definitiva, una filosofia di vita fondata sul pensiero karmico - secondo l’insegnamento del Buddha come secondo il pensiero teosofico di Madame Blavatsky - sarebbe felicemente in grado di conferire alla persona umana una centrale dignità, affermandosi concretamente  come scuola di autoconsapevolezza capace di attuare una vera e propria “rivoluzione” etica e culturale, rendendoci compassionevoli collaboratori del cammino cosmico e coraggiosi seminatori e costruttori di Pace.
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NOTE.      Helena Petrovna Blavatsky (1831-1891), definita dallo storico Theodore Roszak come “uno dei pensatori più originali e penetranti del suo tempo”, fu senza dubbio una delle donne più straordinarie del XIX secolo e dell’intera età moderna.
Dopo decenni di viaggi ed incontri con maestri, occultisti e ricercatori spirituali di varie culture, scuole e discipline mistiche, nel 1875, a New York, fondò con alcuni collaboratori la Theosophical Society (Società Teosofica), dando avvio a quello che sarebbe diventato un grande movimento di rinnovamento  culturale, che si sarebbe esteso rapidamente su scala internazionale, segnando in maniera significativa la sua epoca. La Società Teosofica si diffuse rapidamente sia in India, dove venne istituita la sede internazionale ad Adyar (Madras), sia in Europa. Il suo obiettivo fondamentale fu di promuovere, in nome della libera ricerca e di un amore incondizionato per la Verità, un concreto sentimento di Fratellanza, al di là di qualsiasi possibile distinzione, capace di accomunare donne e uomini di ogni credo (o di nessun credo), in un clima costruttivo di scambio, dialogo e collaborazione.  Oltre ad un numero impressionante di articoli e saggi apparsi su riviste di vari paesi, diede alla luce alcune opere letterarie di straordinaria ricchezza filosofica e di incomparabile valore mistico-esoterico:     

   Testi di riferimento:  Iside svelata, un’opera monumentale che affronta una ricca gamma di tematiche che vanno dalle mitologie arcaiche alla filosofia greca, dai vari aspetti delle scienze occulte alla vera natura della magia, dal problema delle radici della cristianità agli errori del dogmatismo cristiano, dalla rassegna di fenomeni paranormali del passato alla confutazione delle credenze dello spiritismo contemporaneo;
    La Chiave della Teosofia, densa ed incisiva esposizione delle principali concezioni filosofiche della Teosofia, nonché della natura e della missione storica della Società Teosofica;
    La Voce del Silenzio, contenente brani tradotti da un antico testo sacro orientale (Il libro dei precetti d'oro), da lei appresi a memoria durante il suo addestramento in Tibet.
    La Dottrina Segreta, opera di circa 1.500 pagine, in due volumi (Cosmogenesi e Antropogenesi), che costituisce il più ampio tentativo di presentare le concezioni teosofiche sulle origini e sull’evoluzione del Cosmo e dell’Uomo. Un Glossario teosofico di straordinaria ricchezza, rimasto sfortunatamente incompiuto e pubblicato postumo.
    Radhakrishnan, La filosofia indiana. Dal Veda al Buddhismo, Einaudi, Torino 1974, p.230.
    Ivi, pp.230-1.
    Dhammapada, I, 1-2, in Canone buddhista, Utet, Torino.
    Helena Petrovna Blavatsky, La Chiave della Teosofia, Editrice Libraria “Sirio”, Trieste 1966, p. 178.
    William Q. Judge, L’Oceano della Teosofia, Editrice Libraria “Sirio”, Trieste 1964, p. 125.
    P. Blavatsky, op. cit., p. 187.
    Nyanaponika Thera, La visione del Dhamma, Ubaldini Editore, Roma 1987, pp. 250-253.

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