lunedì 5 ottobre 2026

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono più di 1000 articoli, la maggioranza dei quali verte su yoga, meditazione, buddhismo, filosofie orientali, rapporto tra scienza e meditazione.                    

Gli articoli sono essenzialmente riassunti di libri che ho letto su questi argomenti e che mi hanno particolarmente colpito.  Per ricercare un soggetto specifico si può usare la finestrina a destra, oppure si possono usare le categorie (etichette) che si trovano sulla destra. Sul Blog sono riportati anche i libri che ho scritto sullo yoga e la meditazione e la gallery di alcuni miei viaggi.                                                     

       Buona lettura   

 

San Francesco e l'amore universale

Il 3 ottobre 1226, alla Porziuncola, vicino ad Assisi, moriva Francesco. Nel 2026 se ne celebra l'ottavo centenario in tutto il mondo, cristiano e laico. Dal 2026 il 4 ottobre è tornato a essere festa nazionale (Legge 8 ottobre 2025, n. 151), una scelta che invita a riflettere sui temi centrali del suo messaggio: il legame con la natura, il dialogo interreligioso, il rifiuto del materialismo, la fratellanza. Molti di questi temi confluiscono nel Cantico delle creature. Ma quanto sappiamo davvero di Francesco?

Francesco nacque ad Assisi tra la fine del 1181 e il 1182. Il padre, Pietro di Bernardone, era in viaggio in Francia e la madre, Pica, lo fece battezzare con il nome Giovanni. Al ritorno il padre lo chiamò Francesco, "il francese", un nome fino ad allora poco diffuso in Italia.  Da giovane sognava un destino da cavaliere, suonava, organizzava feste, amava apparire ed era piuttosto egocentrico: oggi lo definiremmo un influencer. Provava repulsione per i lebbrosi. Nella guerra tra Perugia e Assisi fu fatto prigioniero e liberato dopo il pagamento di un riscatto, ma tornò a casa molto malato. Quando si riprese, anche se non del tutto, decise di partire in guerra al seguito di un nobile diretto in Puglia. A Spoleto si sentì male e in sogno il Signore gli disse di tornare ad Assisi. Tornò e riprese a far festa, ma era sempre più inquieto e pensava perfino di prendere moglie.

Fu nella chiesetta di San Damiano che riascoltò la voce: «La mia casa sta crollando a pezzi, restaurala tu». Francesco iniziò a rimettere in piedi le pietre, ma il Signore parlava dei valori della Chiesa come istituzione, e fu solo dopo un po' che capì il messaggio. Lasciare gli amici non fu facile, ma lo fece: andò dai lebbrosi, tese loro la mano, vendette tutto. Il padre lo picchiò e lo chiuse in casa. Davanti al vescovo, Francesco rinunciò all'eredità, restituì soldi e vestiti e rimase nudo; il vescovo lo coprì con il suo mantello. Da allora si innamorò della povertà, che considerava la sposa di Cristo, e volle sposarla.

Molti giovani nobili e benestanti seguirono Francesco lasciando le proprie famiglie: fu una vera e propria rivoluzione, paragonabile al 1968, che dimostrò che un altro mondo era possibile. Chiamò i suoi seguaci "frati minori" e chiese loro di versare compassione su tutti gli esseri viventi: «Dovete essere i giullari di Dio, gli ultimi degli ultimi». Il gruppo era in origine una comunità di laici, con una regola uguale al contenuto dei Vangeli, e decise di andare a Roma per farla riconoscere da Innocenzo III, uno dei papi più politici e potenti, che approvò l'ordine sperando in un rilancio della Chiesa. Francesco divenne diacono per poter scrivere la Regola che sentiva dettata dal Signore. Più tardi rinunciò alla guida dell'Ordine per essere davvero l'ultimo degli ultimi.

Nel Testamento, la sua autobiografia spirituale, si definisce "frate Francesco" e dichiara la propria fede nella Chiesa, di cui si professa figlio obbediente, non eretico. In quelle pagine sono centrali la devozione al corpo di Gesù e alla sua parola scritta.  Poi arrivò la predica agli uccelli, che tutti i pittori dell'epoca scelsero di raffigurare. Amava in particolare il canto delle allodole: la leggenda dice che alla sua morte un branco di allodole cantò sulla sua tomba.

Nel 1212, nel Duomo di Assisi, ad ascoltarlo c'era Chiara, diciottenne di famiglia nobile. Francesco la consacrò al Signore e lei visse in totale povertà. La seguirono anche la madre e le sorelle, mentre gli altri parenti furono sconvolti dal dolore e dall'incomprensione. Santa Chiara (1194-1253) fondò l'ordine delle Sorelle Povere, le Clarisse, e fu stretta collaboratrice spirituale del Poverello, con cui condivise l'ideale della povertà radicale.

Francesco tentò più volte di raggiungere i luoghi delle crociate per fermare la guerra. Nel 1219, durante la quinta crociata, amareggiato dal comportamento dei crociati e sconvolto dalla vista dei morti, attraversò le linee del fronte. Fu catturato, picchiato e portato davanti al sultano al-Kamil. Secondo il racconto, la conversazione durò tutta la notte: Francesco parlò di Cristo, il sultano lesse parti del Corano e si trovarono d'accordo sul messaggio «Ama il prossimo tuo come te stesso». Al mattino il sultano lo lasciò tornare incolume al campo crociato. Non poterono fermare la guerra, ma trovarono molti punti in comune.  È l'episodio che Tiziano Terzani ricorda in Lettere contro la guerra, nel capitolo "Il sultano e San Francesco": l'interesse del santo era per gli "altri", per quelli contro cui combattevano i crociati. Per Francesco il rifiuto della violenza equivaleva al rifiuto della ricchezza, e nella Regola chiese ai frati di evitare le liti con i saraceni e gli altri non cristiani.

Nel 1223 fece realizzare a Greccio il primo presepe. Intanto la comunità era cresciuta molto e alcuni frati cominciarono a contestarlo. Francesco entrò in crisi e nel 1224, alla Verna, chiese un segno a Dio e ricevette le stimmate, le ferite corrispondenti a quelle della Passione di Gesù. 
Nel 1225, a San Damiano, malato, scrisse il Cantico delle creature, considerato il primo testo poetico della letteratura italiana; secondo la tradizione ne compose anche la musica, e i frati dovevano cantarlo dopo le messe. Lodare il creato era una novità assoluta, soprattutto perché lo stesso Innocenzo III aveva scritto un libro sull'orrore dell'esistenza (De miseria humanae conditionis). Il Cantico è dedicato all'Altissimo e loda il sole, la luna, il vento, l'acqua, il fuoco. Le ultime strofe sono per la morte: c'è bellezza e luce anche lì, quando siamo abbracciati da lei.

Nel 1226, Francesco morì alla Porziuncola dopo aver chiesto di essere deposto sulla nuda terra, confermando fino alla fine il voto di povertà. Mentre abbracciava "sorella morte", i frati cantavano che l'uomo che stava morendo era un giusto, un santo. Tutte le città, da Roma ad Assisi a Spoleto, volevano il suo corpo. Fu sepolto nella chiesa di San Giorgio, ad Assisi.

Francesco divenne santo senza smettere di essere uomo. Scoprì, attraverso il dolore, che Dio è grazia. Non prometteva niente, solo pace, amore per gli altri e un sentimento divino verso la natura, e per questo, dicono i suoi biografi, non si poteva resistere alla sua "follia divina". Esistito davvero, non leggenda, ci lascia un messaggio ancora attuale: rivolgere lo sguardo ai più piccoli e ai più deboli. 

Quale Francesco? Le biografie.  Conoscere Francesco non è semplice. Papa Gregorio IX incaricò Tommaso da Celano di scriverne la vita: nella prima biografia Vita vennero elencati 7 miracoli compiuti da Francesco in vita e 39 dopo la morte, e nella seconda versione, la Vita breve, i miracoli aumentarono notevolmente. Seguirono altri testi, come La leggenda dei tre compagni, biografia molto popolare di autore incerto, e I fioretti di san Francesco.
Poi la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio, quarant'anni dopo la morte, divenne la versione ufficiale e fu ordinato di distruggere gli scritti precedenti. Per fortuna molti documenti si salvarono e conservano tracce di aspetti che nella biografia autorizzata non compaiono. Alessandro Barbero (San Francesco, Laterza, 2025) ricostruisce questa storia e dà spazio ai codici inediti riaffiorati nei secoli, presentando le sette versioni della vita del santo.

Libri per approfondire.

Vittorino Andreoli, Il folle di Dio (De Agostini, 2025): lo psichiatra indaga la personalità di Francesco, dalla conversione alle stimmate, e ne ricava il ritratto di un uomo inquieto, capace di grandi rinunce.
Aldo Cazzullo, San Francesco, il primo italiano (HarperCollins, 2025): la storia del movimento francescano e il ruolo del santo nella nascita dell'identità linguistica nazionale.
G.K. Chesterton, San Francesco d'Assisi (1923): scritto l'anno dopo la sua conversione al cattolicesimo, vede in Francesco l'emblema di una fede semplice e possibile.
Frate Ippolito Fortino, 24 verbi di Francesco (Messaggero Padova, 2023): un percorso spirituale attraverso l'evoluzione di un uomo instancabile nella ricerca dell'Altissimo.
Chiara Frugoni, Francesco, storie di un santo: due momenti di incontro tra Francesco e la natura, raccontati da una delle maggiori esperte e illustrati da un artista.
Anthony Elenjimittam, Francesco d'Assisi. Lo yogin dell'amore universale (L'Età dell'Acquario, 1980): l'autore (1915-2011) fu sacerdote domenicano e monaco buddhista, e legge il santo alla luce dello yoga dell'amore universale e degli insegnamenti di Gandhi.
Quella di Elenjimittam è una chiave di lettura affascinante. L'amore universale non è un semplice sentimento ma una disciplina spirituale, che nasce dal superamento dell'ego e si estende a tutti gli esseri viventi, agli animali e alla natura, come nel Cantico. Si pratica con Ahimsa, la non-violenza assoluta nei pensieri, nelle parole e nelle opere, e con Satyagraha, la forza della verità capace di vincere l'odio con il bene. E si traduce in Seva, servizio concreto e disinteressato verso i poveri, gli emarginati, i sofferenti.
È la stessa idea di Radical Love proposta da Satish Kumar che attualmente ha 90 anni, Kumar è diventato celebre per una marcia per la pace di circa 13.000 chilometri tra il 1962 e il 1964.

Tra i film dedicati al santo troviamo:

Francesco d'Assisi (Michael Curtiz, 1961), produzione classica sugli anni della giovinezza e la fondazione dell'ordine.
Francesco, giullare di Dio (Roberto Rossellini, 1950), co-sceneggiato con Fellini, sulla freschezza evangelica dei primi frati.
Fratello sole, sorella luna (Franco Zeffirelli, 1972), il più celebre, con una conversione in chiave poetica e vicina alla sensibilità giovanile degli anni Settanta.
Le tre versioni di Liliana Cavani: Francesco d'Assisi (1966), che trasforma il santo in un giovane contestatore antiborghese; Francesco (1989), sul suo percorso psicologico e umano e su santa Chiara; Francesco (2014), sulla sua quotidianità e sul punto di vista di Chiara e dei primi compagni.
Francesco (Michele Soave, 2002), miniserie televisiva.
Il sogno di Francesco (Renaud Fely e Arnaud Louvet, 2016), sulla stesura della Regola e sul rapporto-scontro con frate Elia da Cortona.

Ananda e Self-Realization Fellowship: due eredità di Paramahansa Yogananda a confronto

La differenza principale tra Ananda (spesso chiamata Ananda Sangha) e la Self-Realization Fellowship (SRF) sta nel modo in cui le due organizzazioni interpretano e gestiscono l'eredità e la struttura comunitaria degli insegnamenti di Paramahansa Yogananda. Entrambe lo riconoscono come maestro spirituale, ma differiscono per origini, organizzazione e stile di vita.


La Self-Realization Fellowship fu fondata direttamente da Paramahansa Yogananda nel 1920 negli Stati Uniti, con sede principale a Los Angeles, per diffondere il Kriya Yoga in Occidente.  Ananda nacque invece nel 1968 per opera di Swami Kriyananda (nome monastico di James Donald Walters), discepolo diretto di Yogananda e per anni vicepresidente della SRF. Kriyananda si separò dalla SRF nel 1962 a causa di divergenze sulla gestione e sull'espansione della missione del Guru, e diede vita in seguito alla nuova organizzazione. Ananda ha una forte presenza anche in Italia, con la nota comunità vicino ad Assisi.

La SRF segue un modello monastico tradizionale e centralizzato. La direzione fa capo a un consiglio direttivo con sede a Los Angeles, e gli studenti ricevono gli insegnamenti tramite lezioni scritte periodiche da studiare a casa.   Ananda si basa fortemente sul concetto di comunità spirituali cooperative, le World Brotherhood Colonies, dove famiglie, singoli e monaci vivono, lavorano e meditano insieme in insediamenti dedicati. Dà inoltre molta enfasi all'Ananda Yoga, un approccio alla pratica delle posizioni (asana) che unisce il movimento corporeo ad affermazioni mentali di consapevolezza.

Dal punto di vista strettamente spirituale, il cuore degli insegnamenti è lo stesso: il Kriya Yoga trasmesso da Yogananda. Entrambe le scuole propongono il medesimo percorso di preparazione prima dell'iniziazione al Kriya vero e proprio, ma differiscono nell'enfasi e nell'applicazione pratica delle discipline corporee.  

Sia nella SRF sia in Ananda il percorso si articola in quattro fasi principali:
Esercizi di Ricarica Energetica (Energization Exercises): 39 esercizi fisici e di respirazione ideati da Yogananda per canalizzare l'energia cosmica nel corpo.
Tecnica dell'Hong-So: una tecnica di concentrazione basata sull'osservazione del respiro e sull'uso di un mantra silenzioso.
Tecnica dell'Om: una meditazione profonda incentrata sull'ascolto del suono cosmico primordiale.
Kriya Yoga: la tecnica avanzata di controllo dell'energia (pranayama) che accelera l'evoluzione spirituale attraverso la colonna vertebrale.

In Ananda, Swami Kriyananda ha sviluppato un sistema specifico di Hatha Yoga, l'Ananda Yoga per la Consapevolezza Superiore. L'esecuzione delle posizioni non è mai solo fisica: ogni postura è abbinata a una specifica affermazione mentale, pensata per elevare la coscienza e indirizzare l'energia verso il cervello, il centro cristico. Ananda integra molto anche la musica, composta dallo stesso Kriyananda, e la vita comunitaria, che diventano parti integranti della pratica.
La SRF mantiene un approccio più sobrio e tradizionale, concentrato quasi esclusivamente sulla meditazione seduta e sulle lezioni scritte (SRF Lessons). L'Hatha Yoga viene insegnato come supporto per mantenere il corpo sano e flessibile in vista della meditazione, ma non ha una codificazione interna, coreografica o filosofica, distinta come quella di Ananda.

Negli anni Novanta e nei primi anni Duemila si consumò, nelle corti degli Stati Uniti, una lunghissima e durissima battaglia legale tra la SRF e Ananda. La causa ridefinì la disponibilità pubblica delle opere di Yogananda.  La SRF intentò causa ad Ananda sostenendo di avere l'esclusiva assoluta sul nome di Paramahansa Yogananda, sui suoi scritti (inclusa la celebre Autobiografia di uno Yogi), sulle sue foto e persino sul termine "Self-Realization". Il suo obiettivo era impedire ad Ananda, e a chiunque altro fuori dalla SRF, di stampare i libri del Maestro o di usarne l'immagine per promuovere le proprie attività.

Dopo circa dodici anni la causa si concluse con una sentenza storica che vide Ananda prevalere su quasi tutti i punti fondamentali:
Pubblico dominio: il tribunale stabilì che la versione originale del 1946 dell'Autobiografia di uno Yogi e molti altri scritti giovanili di Yogananda erano ormai di pubblico dominio, perché la SRF non aveva rinnovato correttamente i diritti d'autore a tempo debito.
Uso del nome e delle foto: fu sancito che il nome e le immagini di Yogananda appartengono al mondo intero e non possono essere monopolizzati da una singola azienda o associazione.
Il termine "Self-Realization": il tribunale decretò che si tratta di un termine spirituale generico (realizzazione del Sé) e che la SRF non poteva rivendicarne il marchio esclusivo.
Il processo si concluse nell'ottobre 2002. Otto giurati stabilirono all'unanimità che Ananda e Walters (Kriyananda) avevano violato i diritti d'autore di SRF ristampando articoli e vendendo registrazioni, con un risarcimento di circa 29.000 dollari. Ognuna delle due parti dichiarò di aver ottenuto una forma di vittoria. Ananda sottolinea che la giuria non riconobbe a SRF nulla dei 33 milioni di dollari richiesti per le violazioni sugli scritti, e che SRF mantenne il copyright sulle registrazioni audio. L'avvocato di Ananda commentò che la chiesa sarebbe sopravvissuta senza danni finanziari, mentre la giuria diede ragione a SRF sull'idea che Yogananda avesse voluto che fosse la Fellowship a detenere i diritti sulle sue opere. 
Grazie a questa sentenza, Ananda è oggi libera di pubblicare le opere originali di Yogananda, spesso attraverso la propria casa editrice, Ananda Edizioni, riprendendo i testi storici del 1946 senza le modifiche editoriali che la SRF ha apportato nelle edizioni successive. La SRF detiene comunque i diritti d'autore sulle edizioni modificate e ampliate da essa stessa nel corso degli anni, e resta l'istituzione storica ufficiale. In sintesi Ananda ottenne: la libertà di usare i termini "Self-realization" e "Paramahansa Yogananda", il diritto di pubblicare molti libri originali, e la fine della minaccia di un risarcimento enorme. SRF ottenne: il riconoscimento delle violazioni su articoli e registrazioni, un risarcimento (modesto), il copyright sulle registrazioni audio e il vincolo sul nome completo di Ananda.

venerdì 2 ottobre 2026

La Giornata internazionale della nonviolenza

La Giornata internazionale della nonviolenza è stata creata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 15 giugno 2007 con l'obiettivo di diffondere il messaggio di pace, tolleranza ed empatia tramite l'informazione e l'educazione pubblica.
La Giornata internazionale della nonviolenza racchiude in sé una profonda filosofia politica e sociale che va ben oltre la semplice assenza di conflitti fisici.


La scelta del 2 ottobre non è casuale: celebra la nascita di Mohandas Karamchand Gandhi (1869–1948). Gandhi ha dimostrato al mondo che la nonviolenza può essere uno strumento di lotta politica di massa estremamente efficace. Il suo metodo si fondava su due pilastri in lingua sanscrita:
• Ahimsa: Il principio del non-nuocere a nessun essere vivente, che implica un rispetto assoluto per l'altro.
• Satyagraha: Letteralmente "la forza della verità" o "la fermezza nella verità". È la resistenza passiva e attiva contro l'ingiustizia, praticata senza odio e accettando le sofferenze che ne derivano pur di risvegliare la coscienza dell'oppressore.
Grazie a questi principi, Gandhi guidò l'India all'indipendenza dal dominio britannico, ispirando in seguito altri grandi movimenti globali, come quello per i diritti civili guidato da Martin Luther King Jr. negli Stati Uniti.

Secondo la definizione formale adottata dalle Nazioni Unite  l'azione nonviolenta si divide in tre grandi categorie:
1. Protesta e persuasione: Marce pacifiche, veglie, manifestazioni e campagne di sensibilizzazione pubblica.
2. Non-collaborazione (o boicottaggio): Il rifiuto deliberato e collettivo di cooperare con un sistema ritenuto ingiusto (es. boicottaggi economici, scioperi o il rifiuto di pagare tasse ingiuste).
3. Intervento nonviolento: Azioni dirette che interrompono fisicamente lo status quo, come i sit-in, i blocchi pacifici o la creazione di istituzioni e mercati alternativi.

Ogni anno il 2 ottobre le Nazioni Unite, i governi e le organizzazioni della società civile promuovono eventi in tutto il mondo soprattutto nelle scuole e nelle università. Si organizzano  Campagne digitali attraverso i social media, Marce per la pace, mostre fotografiche e incontri pubblici incentrati sulla mediazione dei conflitti urbani e sociali. 

Satish Kumar - Radical Love

 “Sii la luce che desideri vedere illuminare ed elevare il mondo”  

Satish Kumar è un attivista pacifista ed ecologista di 90 anni (è nato nel 1936), ex monaco giainista.  Ha scelto di lasciare la vita monastica per dedicarsi all'attivismo laico.  E' fautore del Radical Love, l'amore incondizionato per tutti gli esseri viventi.  Radical Love:  https://www.youtube.com/shorts/n6NZ7mY7XFk       Spiritual Ecology, a new paradigma:  https://www.youtube.com/watch?v=ZjKD_Xi_Cc8

Satish Kumar è diventato celebre per una marcia per la pace di 13.000 chilometri (oltre 8.000 miglia) a piedi, che ha toccato le capitali dei principali Paesi dotati di armi nucleari, affrontando il viaggio senza mezzi finanziari basandosi sulla fiducia e sull'amore universale. Vive in Inghilterra e dirige la rivista di ecologia e spiritualità Resurgence & The Ecologist.
Ha co-fondato lo Schumacher College, un centro internazionale di studi ecologici avanzati e sviluppo sostenibile situato nel Regno Unito.

Promuove il concetto di ecologia spirituale e profonda, la connessione con la terra (partendo dal rispetto per il suolo) e un'educazione incentrata sul rispetto della natura e sulla semplicità volontaria. È autore di diversi libri tradotti in tutto il mondo, tra cui Radical Love. 

La storica marcia per la pace di Satish Kumar è stata un'incredibile odissea a piedi di oltre 13.000 chilometri, compiuta tra il 1962 e il 1964 nell'era più calda della Guerra Fredda.
Insieme al suo compagno di viaggio E.P. Menon, Kumar partì dalla tomba del Mahatma Gandhi a Nuova Delhi con l'obiettivo di raggiungere a piedi le capitali dei quattro paesi allora in possesso di armi nucleari: Mosca, Parigi, Londra e Washington D.C.. 

L'ispirazione per il viaggio nacque quando Kumar seppe che il filosofo Bertrand Russell, a quasi 90 anni, era stato arrestato a Londra per le sue proteste anti-nucleari. Deciso ad agire, Kumar chiese consiglio al suo mentore Vinoba Bhave (storico discepolo di Gandhi), il quale gli diede due precise indicazioni:
1. Camminare senza un soldo in tasca: Questo per dimostrare che "la guerra nasce dalla paura, ma la pace inizia dalla fiducia". Viaggiare senza denaro costringeva i due giovani a fare totale affidamento sulla generosità, l'ospitalità e la fiducia degli sconosciuti che incontravano lungo il cammino.
2. Mantenere una rigida dieta vegetariana: Come segno di rispetto e totale armonia con ogni essere vivente.
Durante il passaggio in Georgia, nei pressi del Mar Nero, due donne che lavoravano in una fabbrica di tè locale rimasero colpite dalla loro storia e dalla totale assenza di denaro. Una delle donne regalò a Satish Kumar quattro pacchetti di tè, affidandogli un messaggio speciale da consegnare ai leader del Cremlino, dell'Eliseo, del civico 10 di Downing Street e della Casa Bianca:
"Se mai vi ritroverete ad avere il folle pensiero di premere il bottone nucleare, fermatevi e preparatevi prima una buona tazza di tè".
Kumar custodì gelosamente quei pacchetti e riuscì a recapitarli ai leader (o ai loro uffici) in tutte e quattro le capitali nucleari.
Il viaggio durò circa due anni e mezzo (30 mesi) e attraversò deserti, montagne, confini blindati e tensioni geopolitiche enormi. Lungo il tragitto, Kumar e Menon non solo parlarono a migliaia di cittadini comuni, ma incontrarono anche figure storiche del calibro di Martin Luther King Jr. a Washington. Il pellegrinaggio si concluse simbolicamente negli Stati Uniti presso la tomba di John F. Kennedy.

Anni dopo, Kumar racconterà che quel viaggio gli ha insegnato l'essenza dell'umanità. Nonostante le barriere linguistiche, ideologiche e religiose imposte dalla geopolitica, ovunque i due abbiano bussato hanno trovato persone pronte ad offrire loro un tetto, un pasto o una parola gentile, dimostrando che la diversità è una ricchezza da celebrare e non una divisione da temere.

Libro tradotto in italiano: Radical love. Come ritrovare la connessione profonda con la Terra, con gli altri e con sé stessi 

Mie considerazioni.   Come possiamo iniziare il cambiamento?
Una prima opzione consiste nell'impegnarsi a livello sociale e umanitario. Un'altra via è il lavoro su Sé stessi per ottenere un po' di serenità in questo mondo complicato.  Occorre risvegliare in noi il meditante e il militante.

Annie Besant

Annie Besant (nata Wood; 1847 – 1933) è stata un'attivista, saggista, oratrice socialista, femminista e una delle massime figure della Società Teosofica britannica e internazionale. Nata a Londra da una famiglia anglo-irlandese, visse inizialmente un'educazione religiosa prima di proclamarsi atea nel 1874 e diventare una fervente sostenitrice del laicismo e del socialismo accanto a Charles Bradlaugh. Si batté attivamente per i diritti delle donne, il controllo delle nascite, il miglioramento delle condizioni della classe operaia e partecipò alle lotte sindacali.
A partire dal 1889 si avvicinò alla teosofia dopo aver recensito La dottrina segreta di Helena Petrovna Blavatsky, alla quale succedette alla guida della Società Teosofica dal 1907, trasferendosi in India ad Adyar.    Sostenne con forza l'indipendenza dell'India e l'autogoverno (Movimento Home Rule), diventando nel 1917 la prima donna a ricoprire la carica di presidente del Congresso Nazionale Indiano. Contribuì in modo determinante allo sviluppo del sistema educativo indiano fondando nel 1898 il Central Hindu College a Varanasi, istituzione che in seguito costituì il nucleo fondante della Banaras Hindu University.    

Annie Besant morì nel 1933, all'età di 85 anni, ad Adyar, alla presidenza di Madras, in India britannica. Dopo la sua morte, i colleghi Aldous Huxley, Guido Ferrando e Rosalind Rajagopal, costruiranno la Happy Valley School in California, ora rinominata Besant Hill School of Happy Valley in suo onore.

Scrisse numerosi testi esoterici e promosse la conoscenza delle tradizioni orientali unite al pensiero occidentale.  Pubblicò montagne di saggi, scrisse un libro di testo, curò antologie di letteratura classica per giovani e alla fine divenne responsabile  del New India, un periodico dedicato alla causa dell'Autonomia Indiana. 

Annie Besant accolse Krishnamurti e suo fratello più giovane Nityananda (Nitya) nella Società Teosofica  e lo preparò alla sua futura missione di "Maestro del Mondo". 
All'inizio del loro rapporto, Krishnamurti e Besant  svilupparono un legame molto stretto e lui la considerò una madre sostituta – un ruolo che lei accettava felicemente. (La sua madre biologica era morta quando lui aveva dieci anni.)
Nel 1929, venti anni dopo la sua "scoperta", Krishnamurti,  rifiutò il ruolo di nuovo Messia che molti teosofi aspettavano da lui, e lasciò la Società Teosofica.  Divenne uno dei pensatori più originali e indipendenti su questioni filosofiche, psicologiche e spirituali.
Il suo amore e l'amicizia per Besant non diminui mai, i due rimasero amici fino alla fine della sua vita.
Biografia:  https://www.varanasi.org.in/annie-besant/amp

sabato 19 settembre 2026

La mente come amica interiore: un cammino verso la libertà

"È solo instaurando una complementarità con una persona che senti vicina, che ogni essere può far emergere ciò che c'è di più unico in lui." 

Questa frase racchiude una verità semplice ma spesso dimenticata: non cresciamo da soli. È nella relazione autentica con chi sentiamo vicino che scopriamo e facciamo emergere ciò che di più unico portiamo dentro di noi. Ma prima di poter costruire questa complementarità con gli altri, dobbiamo imparare a costruirla con noi stessi — a partire dalla nostra mente.

 

La mente può fare di un paradiso un inferno, e può trasformare un inferno in un paradiso. È lo stesso strumento che può farci del male o guarirci, che può ferire noi stessi e gli altri, o diventare la nostra più fedele alleata. La domanda allora non è se la mente sia buona o cattiva, ma cosa possiamo fare per permetterle di diventare il nostro amico interiore, invece che il nostro nemico più insidioso.
Spesso non ci rendiamo nemmeno conto della fortuna che abbiamo: la semplice fortuna di respirare, di essere vivi in questo momento. È da qui, da questa consapevolezza elementare, che può iniziare un cammino di trasformazione.
Una delle chiavi di questa trasformazione è imparare a lasciar spegnere e passare l'animosità. Il pensiero che ci crea problemi va lasciato andare, non represso né combattuto, semplicemente osservato e lasciato scorrere. È in questa libertà interiore che possiamo diventare esseri umani migliori, capaci finalmente di aiutare davvero gli altri — perché solo chi ha trovato un minimo di pace dentro di sé può offrirla a chi gli sta accanto.     Prendiamo l'ansietà, per esempio: è qualcosa che ci affligge, che sembra avere un potere enorme su di noi. Ma la mente ha la possibilità di guardare l'ansietà — e nell'atto stesso di guardarla, questa diventa sempre meno potente, sempre più incapace di perturbare la mente. Che rimane, sotto la superficie agitata, uno spazio luminoso, vasto, illuminato.

La compassione e la benevolenza non hanno confini: possono riempire interamente il nostro paesaggio mentale, se solo le nutriamo con costanza, fino a che diventino presenti come il cielo — sempre lì, sempre disponibili, qualunque cosa accada in superficie.  Un buon modo per cominciare è immaginare la meditazione come un battello che scivola nella corrente, con poco vento: si parte piano, si comincia a praticare la benevolenza rivolgendola prima a un essere che ci è vicino, per poi lasciarla espandersi.  

Questo lavoro non è astratto: significa affrontare le emozioni distruttive che sentiamo radicate in noi, e permettere alla mente di passare, poco a poco, dalla confusione alla chiarezza.

Alcune pratiche per aiutarci a prendere consapevolezza. 

Immaginare di entrare in un lago e bagnarsi — una meditazione che invita a lasciarsi avvolgere, a immergersi completamente nell'esperienza presente, come l'acqua che avvolge il corpo.

Interrogarsi sulla fragilità — Come stai? Se sei fragile e vulnerabile, il tuo amico dovrebbe darti consigli, o semplicemente rimanere in silenzio accanto a te?    E se provassi a immaginare di dare a te stesso i suggerimenti che avresti voluto ricevere in quel momento?

Chiedersi cosa c'è di unico in te — una domanda che torna, che dialoga con l'idea iniziale di complementarità: solo conoscendo ciò che è unico in noi possiamo davvero incontrarci con l'unicità dell'altro.

La meditazione di autocompassione — quale comportamento vorresti cambiare? Di tanto in tanto ci si lascia prendere dalla sofferenza prevista e ineluttabile, senza approfittare del momento presente. Io devo prendere il mio posto, anche quando è un po' triste. E voi dovete trovare il vostro centro: siete un po' avventurieri, un po' filosofi — ognuno a modo suo.

L'essere che è in noi — una meditazione dedicata alla persona che si conosce, che ci abita, spesso ignorata nella frenesia quotidiana.

Alla fine, resta una domanda essenziale che accompagna ogni pratica: "chi medita, e su che cosa si medita?" Una domanda che, forse, non ha bisogno di una risposta definitiva, ma di essere continuamente riattraversata, ogni volta che ci si siede, si respira, e si lascia che la mente diventi, un po' di più, amica.   L'obiettivo è raggiungere l'unione tra il divino individuale e il divino cosmico — l'unione tra chi medita e il Divino stesso.

La natura sportiva dello yoga

Il Ministero per lo Sport e i Giovani ha pubblicato un decreto con il quale allo yoga - e ad altre sette discipline con esso  - è stata riconosciuta natura sportiva (Decreto del Ministro per lo Sport e i Giovani del 7 luglio 2026, pubblicato a settembre 2026)  Questo il link per chi volesse visionare il provvedimento: https://www.sport.governo.it/media/ns5kwzl4/dpcm-ricon-natura-sportiva.pdf


Ovviamente ciò significa che la disciplina della Yoga esce dall’ambiguo cono d’ombra in cui si trovava e chi intenda insegnarla nelle forme previste per le attività sportive  potrà ora farlo senza problema. 

Gli istruttori e gli operatori yoga rientreranno a pieno titolo nel perimetro del lavoro sportivo disciplinato dal D.Lgs. 36/2021.  I corsi di yoga possono beneficiare della de-fiscalizzazione ai fini IVA e delle imposte dirette, oltre ai regimi agevolati per i compensi sportivi dilettantistici.

Allo stesso tempo, tuttavia, si ripropongono tutte le questioni relative alla natura riduttiva di una tale classificazione dello yoga, agli interessi che possono muovere una tale decisione e agli appetiti che essa può suscitare.   

Inquadrare lo yoga nelle griglie burocratiche del Registro sportivo nasce da un’esigenza pratica e fiscale; il risultato finale, però, assomiglia a un cortocircuito culturale: per far quadrare le carte, si è finiti per ridurre una millenaria via di ricerca interiore a una semplice variante della ginnastica posturale.  C’è un po'  di sconforto nel constatare come le istituzioni, incapaci di comprendere cosa sia veramente lo yoga, abbiano preferito timbrare e sminuire un patrimonio dell’umanità pur di catalogarlo.

Lo sport è una cosa bellissima, ma funziona a tabelle: c’è la prestazione, c’è il tabellone e c’è un avversario da battere. Lo yoga è l’antitesi della competizione. Non c’è un avversario, se non la propria tendenza a distrarsi durante un Asana. Sul tappetino l’unico “avversario” è la propria fretta, e l’obiettivo è ridimensionare l’ego — proprio ciò che lo sport competitivo tende inevitabilmente ad esaltare. 

L’assimilazione forzata alla categoria della “disciplina sportiva” comporta alcuni cortocircuiti inevitabili.
I Testi Classici, Gli Yoga Sutra di Patanjali, il Pranayama e la tradizione saranno lasciati in panchina. Prevarra l’ansia da prestazione, e la posizione del Guerriero smetterà di essere uno strumento di ascolto e diventerà un saggio ginnico per mostrare al vicino quanto siamo flessibili.
Lo yoga non si può misurare!Ccome non si può assegnare un punteggio alla qualità di una meditazione. 

Lo yoga non è un mezzo per vincere medaglie, né una ginnastica di mantenimento finalizzata alla sola forma fisica,  il CONI ha  dimostrato di non conoscere questa disciplina che per secoli ha rifiutato ogni logica di misurazione, prestazione e trofeo.

La prossima volta che srotoliamo il tappetino, ricordiamocelo: non c’è nessuna coppa ad aspettarci alla fine della lezione.  Diventa sempre più importante lavorare in difesa dello yoga.

Yoga, respiro e inconscio: un percorso dal movimento all'immobilità

« L’aspetto geniale dello yoga è questo:  utilizzare strumenti che sono in noi »  -  Gerard Blitz  

« L’obiettivo è lo sviluppo della consapevolezza, della coscienza dell’uomo. La coscienza si sviluppa nella presenza coscienziale e quindi l’āsana va considerato uno strumento e non un fine. Allora si comprende il senso dello Yoga: lo Yoga è coscienza »  - Antonio Nuzzo

« Quello che uno yogin ricerca è la realizzazione, è l’incontro con il Puruśa (cioè la scintilla divina che abbiamo in noi, il Sé,). È necessario capire che solo l’immobilità consente di sviluppare la coscienza di questo incontro » - Antonio Nuzzo

« Citta è il nome che Patañjali dà alla coscienza, è una parte del complesso mentale ed è uno strumento molto elevato che c’è stato offerto, perché è capace di osservare e di lasciarsi influenzare da ciò che osserva. È assoggettato ai condizionamenti sensoriali, quindi i pensieri e le emozioni, le vṛitti, investono citta e questa subisce un’alterazione fenomenica »  - Antonio Nuzzo

«  Bisogna dirlo con tutta la comprensione del caso – la gente cerca un allenamento fisico nello Yoga e molti insegnano per campare »   

Lo yoga è una disciplina millenaria che utilizza il corpo e il respiro per ricercare l'immobilità interiore e lo sviluppo della consapevolezza. Gli asana (le posizioni) si realizzano nella stabilità e nella quiete fisica per fermare il turbinio della mente. Il respiro crea spazi di sospensione e vuoto che aiutano a calmare la coscienza ordinaria. L'attenzione e la consapevolezza nascono dal silenzio interiore coltivato durante la pratica. La ripetizione costante e il controllo del prana (energia vitale) permettono di passare dalla distrazione alla pace profonda.  Puoi approfondire questa pratica leggendo gli articoli seguenti: 

  • sui Cardini dello yoga  https://www.rispirazioni.it/yoga/i-cardini-dello-yoga-immobilita-vuoto-attenzione-e-consapevolezza/  
  • o l'intervista al Maestro Antonio Nuzzo su L'immobilità e la coscienza.  https://www.rispirazioni.it/yoga/antonio-nuzzo-limmobilita-e-la-chiave-per-sviluppare-la-coscienza/

Antonio Nuzzo è considerato il padre nobile dello Yoga italiano ed europeo e ormai da decenni insegna una pratica preziosa e fondamentale che purtroppo non si incontra spesso in questa disciplina: l’immobilità in āsana. È un concetto che ha sviluppato nel tempo, memore degli insegnamenti ricevuti dai suoi maestri, André Van Lysebeth, Swami Satchidananda, Swami Satyananda Saraswati e Vimala Thakar.  

Il corpo come linguaggio dell'inconscio. Quando si pratica yoga, la convinzione con cui ci si accosta alla pratica è fondamentale. Troppo spesso il corpo viene considerato qualcosa di inanimato, uno strumento neutro da piegare alla volontà. In realtà il corpo è il luogo in cui l'inconscio si manifesta attraverso l'agilità e lo schema corporeo: mentre la parte conscia si esprime con le parole, il corpo e la gestualità sono il linguaggio dell'inconscio. Da qui nasce spesso un desiderio: quello di modificare il corpo, di volersi diversi. Questo desiderio, però, innesca un processo conflittuale. Quando i conflitti restano bloccati, la pratica può aprire una via d'uscita: entrare in una dimensione meditativa, imparare a percepire la totalità.

Educarsi alla totalità. Uno degli obiettivi centrali della pratica è proprio questo: educarsi alla totalità. La respirazione diaframmatica-addominale aiuta a percepire la parte attiva e la parte passiva di noi stessi, insegnandoci a privilegiare l'osservazione rispetto al fare. Questo principio è centrale sia nell'asana che nel pranayama: respirando, agiamo direttamente sul corpo energetico, e l'inconscio "capta" lo stato d'animo con cui viviamo una posizione, specialmente quando questa è vissuta con sofferenza.  Non conta soltanto cosa facciamo, ma il modo in cui lo facciamo: è nella modalità dell'azione che si stabilisce il dialogo tra inconscio e mente. Un'azione svolta in modo rilassato e pacificato, senza desiderare i risultati, permette di osservare la totalità senza escludere la particolarità — un equilibrio importante per lo sviluppo della coscienza.          

La pratica yoga dovrebbe educarci a incontrare questa totalità.  Siamo abituati a dare importanza ai particolari; lo yoga ci abitua invece a espanderci al di là del singolo dettaglio, verso una dimensione che è associata all'eternità. Quando la nostra interiorità si espande nella totalità, avviene un vero cambiamento: si genera uno stato di pace e si sviluppa la comprensione di un livello diverso di realtà. È questa la totalità che si dovrebbe sperimentare nell'hatha yoga.

Uno yoga oltre la religione. Praticare yoga significa entrare in brahmacharya (concetto spirituale indiano che significa letteralmente "camminare in armonia con il divino"); l'individuo è parte integrante della totalità, e se si vive come entità separata — in modo egocentrico — l'interiorità non può essere pura. Ogni azione diventa allora occasione per onorare la totalità: nel tantrismo, per esempio, anche l'atto sessuale può essere vissuto come un modo di onorare il tutto. Lo yoga va oltre la cultura indiana stessa: in India viene interpretato in modo diverso da un bramano e da un sannyasin. I testi yogici non sono legati a una credenza religiosa particolare, ma esprimono una spiritualità dal punto di vista laico.

Il respiro come spazio di dialogo. Lavorare con il respiro a ritmi troppo sostenuti crea agitazione e insofferenza. Gli effetti del pranayama non sono sempre evidenti: se esiste un disagio sottile, sarà più difficile sostenere la pratica. Attraverso il respiro impariamo a conoscere noi stessi e a relazionarci con il nostro mondo interiore più sottile, imparando ad assaporare le piccole cose e a osservare, nel presente, il nostro corpo.   Il pranayama costruisce una relazione intima con noi stessi, un processo di armonizzazione di cui la pratica respiratoria è solo l'aspetto iniziale. Attraverso di essa si raggiunge uno stato di pacificazione che modifica anche i nostri rapporti di relazione: il pranayama è il perno attorno al quale si costruisce il cambiamento.

I nostri atteggiamenti e le regole morali che ci diamo sono spesso in contrasto con le nostre pulsioni, e questo genera conflitti. Non si tratta di "raggiungere" qualcosa: l'armonia si costruisce gradualmente con la pratica, che crea processi sottili capaci di portare a un cambiamento nel rapporto con l'inconscio. Il respiro è proprio lo spazio in cui il conscio dialoga con l'inconscio.  È importante non spingersi mai in uno stato di disagio: è il conscio che deve determinare la nostra reale capacità — per esempio, la possibilità di trattenere il respiro senza sforzo. Conoscere i propri limiti respiratori è necessario per poter dialogare con l'inconscio in modo sottile, costruendo un rapporto armonioso tra i due poli — conscio e inconscio — su cui si fonda l'azione, il cui risultato è uno stato di pacificazione profonda, quasi un "parlare per gesti". Se si superano i propri limiti nascono problemi: la coscienza deve saper interpretare correttamente le nostre reali possibilità.

Attraverso il pranayama l'individuo entra in uno stato di pacificazione e meditazione, una condizione mentale non reattiva e totalmente accogliente, capace di pacificare insieme la dimensione conscia e quella inconscia. Il pranayama cerca proprio di costruire questo stato cosciente pacificatore: lo stato di quiete raggiunto nell'asana viene poi affinato ulteriormente nel pranayama.

Cambiare ritmo, cambiare mondo.  Lo yoga possiede tecniche sottili: cambiare il ritmo del respiro significa cambiare il nostro rapporto con il mondo. Con il respiro si "chiude" progressivamente il rapporto con il mondo esterno — non sentiamo più i rumori, come se ci immergessimo nell'acqua — e non siamo più disposti ad andare verso l'esteriorità come farebbe un bambino intento a giocare. È un'abilità che si acquisisce nel tempo, e il pranayama la risveglia: inizialmente può essere difficile da ottenere.

Il ritmo del respiro fa entrare la coscienza in un mondo sottile, fatto di flussi di energia, l'essenza stessa della vitalità. Ci porta dalla materia — il mondo riempito dai cinque sensi — alla vita sottile del prana, l'energia vitale. Energia vitale e materia creano insieme una sinergia che rende viva la materia stessa: quando la coscienza si dedica ad ascoltare il respiro e l'energia, si sperimenta l'armonia con se stessi. È questo l'allenamento proprio del pranayama, capace di aprirci a un mondo sottile molto più vasto di quello materiale — cosa che nella sola pratica delle asana, più legata ai sensi e all'energia "grossolana", non può accadere.

Il kapalabhati serve a liberare la mente: si percepisce distintamente la fase espiratoria, mentre quella inspiratoria resta quasi impercettibile — si inspira, si blocca il perineo, si dilata il torace. Il kapalabhati è un pranayama preparatorio al pratyahara, la dimensione meditativa: il ritiro dei sensi, l'inversione del normale flusso degli impulsi sensoriali verso il cervello, la "chiusura delle porte" sensoriali.  

Si tratta di entrare nella profondità del nostro essere, fino a un respiro talmente sottile da non sentirlo più passare nelle narici: entrare nel mondo sottile della vita. In un certo senso, lo yoga è anche un prepararsi alla morte. Si medita perché la nostra vita diventi più bella e meno stressata: la dimensione meditativa ci fa viaggiare oltre i sensi.    Oggi lo yoga è spesso inquinato e strumentalizzato; con il pranayama, invece, cambia realmente la dimensione della coscienza. Solo quando ci si è sufficientemente purificati con pratiche come bhastrika e kapalabhati si può entrare pienamente nella dimensione del pranayama.

Dal movimento all'immobilità. Entrare in uno spazio yogico significa compiere un viaggio dal movimento all'immobilità. La crescita interiore dello yoga avviene proprio nell'immobilità: la meditazione è immobilità assoluta, e l'hatha yoga ci accompagna verso questa dimensione.

L'immobilità può crearsi solo in un ambiente meditativo: è un viaggio interiore che va dal movimento all'immobilità, ed è proprio questo l'allineamento cercato nello yoga. È corretto iniziare dal movimento, purché si comprenda che l'obiettivo finale è l'immobilità. Lo yoga è un processo, una gestione della trasformazione: l'hatha yoga è l'arte che ci conduce, con la progressione necessaria, dal movimento all'immobilità.   Il kevala kumbhaka — la ritenzione spontanea del respiro senza sforzo — permette di gestire l'immobilità e il rilassamento dei muscoli contratti. I ritmi del respiro cambiano a seconda della nostra vita, dei nostri pensieri, dei dubbi e delle insicurezze che portiamo.

Lo yogi è un ricercatore, il cui interesse per l'immobilità costituisce il cuore stesso del processo yogico: entrare in una situazione meditativa, indotta prima dall'asana e poi dal pranayama. L'atteggiamento occidentale, al contrario, adotta spesso una trasformazione violenta.

Un processo graduale, non violento.  Lo yoga dev'essere invece graduale: richiede amore per se stessi, pazienza, dolcezza, accoglienza. Piegare il corpo alla nostra volontà non è yoga — la mancanza di pazienza è essa stessa una forma di violenza. Dobbiamo piuttosto amalgamare la nostra energia con l'energia del cosmo.

Alcuni esempi di pratica illustrano questi principi.  Da seduti, si ascolta il corpo e le sensazioni che rivela; sdraiati, con le piante dei piedi a terra e le mani appoggiate sulle cosce, si aumenta il potere dell'inspirazione e l'elasticità dell'apparato respiratorio; spingendo poi sui gomiti mentre si respira, si amplia lo spazio vitale del cuore.

Sempre da terra, afferrando il ginocchio destro e spingendo lo sterno verso la testa con l'addome contratto, il diaframma spinge l'addome verso l'alto; nella pausa si inspira ancora un poco. Con le mani alle ginocchia si portano i gomiti verso l'alto e si spinge verso il perineo.

Da terra, portando le piante a terra, si inspira e poi si espande il corpo sollevandosi, con le mani tra le gambe; per aumentare l'espirazione si afferrano le cosce. Sempre da terra, le mani scivolano fino a incontrarsi sopra la testa, poi si espira. Nello hatha yoga questi gesti hanno spesso un valore simbolico.

Prima fare kapalabhati, poi mani sulle ginocchia, mento portato verso le clavicole per chiudere il jalandhara bandha, chiusura del perineo con il mula bandha — il prana si concentra così nel manipura chakra — spalle indietro e si afferrano le ginocchia.   

In tutti questi esercizi ciò che conta davvero è lo stato d'animo con cui vengono svolti.

Come scegliere un insegnante di yoga

Lo Yoga, oggi, è ovunque. Lo si trova sui social, nelle palestre, nei centri wellness, in videochiamata o dal vivo, con maestri che promettono trasformazioni rapide e posture da cartolina. Mai come oggi è stato così facile trovare una lezione di yoga. Eppure, proprio per questo, è diventato più difficile capire chi possa davvero accompagnarci in un cammino autentico.

Perché la verità è che saper piegare il corpo in forme impossibili non fa di nessuno un buon maestro. E nemmeno il fascino di un discorso ben costruito sulla spiritualità basta a garantire che dietro ci sia qualcosa di reale. Sono involucri seducenti, spesso vuoti al centro.

Chi ha davvero qualcosa da trasmettere si riconosce in modo più sottile: nel modo in cui occupa lo spazio, nella qualità silenziosa della sua presenza. Lo si percepisce nella cura con cui sceglie le parole per guidarti, nella capacità di leggere ciò di cui hai bisogno in quel preciso istante. Lo si intuisce osservando quanto lavoro interiore quella persona abbia realmente compiuto su di sé, e quanto la sua vita quotidiana rispecchi ciò che dice durante la lezione — perché è lì, fuori dal tappetino, che si vede se un insegnamento è vero o soltanto recitato.

Chi insegna per davvero non ha bisogno di stupirti. Non ti spingerà oltre il tuo limite solo per dimostrare qualcosa, non ti farà mai sentire sbagliato o indietro rispetto a un modello, non ridurrà la pratica a uno spettacolo da mostrare. Il suo lavoro va in un'altra direzione, molto meno appariscente: ti aiuta piano piano a sentire di più, a capire meglio, a lasciar crescere qualcosa dentro. Ti avvicina, passo dopo passo, a uno stato di presenza più pieno, a una consapevolezza più sveglia, a un ascolto che va oltre il corpo, fino a un equilibrio e a una libertà che nessuna postura, da sola, potrà mai darti. In fondo lo Yoga autentico non ha mai riguardato il fare sempre di più — riguarda l'essere sempre più qui, in ciò che già siamo.

E questo dice qualcosa anche su cosa significhi, davvero, insegnare Yoga. Non è un mestiere come un altro, né una scelta di vita alternativa da seguire per un periodo, né tantomeno una moda passeggera. È molto più vicino a una chiamata, a una responsabilità che si accetta con consapevolezza, a un modo intero di stare al mondo. Significa portare avanti, con umiltà, ciò che si è ricevuto da chi è venuto prima, senza mai smettere — nemmeno per un giorno — di essere prima di tutto un praticante come gli altri.

Chi decide di insegnare si carica di un peso che va oltre se stesso: risponde ai propri allievi, certo, ma anche a qualcosa di più grande, alla tradizione che gli ha dato ciò che ora trasmette, e in senso ancora più ampio a chiunque quella tradizione possa un giorno raggiungere. Non è un cammino che tutti possono o devono percorrere. Chiede anni di studio, una dedizione costante, coerenza tra le parole e i gesti, esperienza vissuta sulla propria pelle, e soprattutto la disponibilità, mai scontata, a rimettersi continuamente in discussione.

E forse la cosa più importante è questa: chi insegna davvero non cerca di renderti dipendente da lui, non finge di avere in tasca tutte le risposte che cerchi. Ti sta accanto con rispetto, ti sostiene il tempo necessario, finché non impari tu stesso ad ascoltare — la saggezza che già abita il tuo corpo, il silenzio che si nasconde dietro l'agitazione della tua mente, quella guida profonda che, in realtà, non è mai stata fuori di te, ma sempre e solo dentro.

Razzismo: comprendere per combattere

Il razzismo può essere definito come la tendenza a non fidarsi delle persone che presentano caratteristiche fisiche e culturali diverse dalle nostre. È un atteggiamento profondamente radicato nella natura umana: l'uomo tende infatti a diffidare istintivamente di ciò che è diverso da lui. In questo processo, il ruolo dei genitori e dell'educazione ricevuta fin da piccoli risulta determinante nel formare, o al contrario nel prevenire, mentalità discriminatorie.


Alla base dell'atteggiamento razzista si trova spesso il sentirsi superiori semplicemente per il colore della propria pelle, ad esempio perché "si è bianchi". È fondamentale però ricordare che le differenze non implicano disuguaglianza: la diversità, di per sé, non giustifica alcun giudizio di valore. Eppure, nella pratica, la percezione della differenza porta con facilità a comportamenti e giudizi negativi.

Si può definire razzista colui che considera minacciosa per la propria tranquillità qualunque cosa sia diversa da sé. Questo atteggiamento nasconde spesso un complesso di inferiorità o di superiorità, e si accompagna a una paura specifica: quella dello straniero povero. Non a caso, un emiro straniero viene generalmente ben accolto, a differenza di un migrante povero. Lo straniero, in senso stretto, è semplicemente qualcuno che proviene da un altro paese, da un altro villaggio, da un contesto diverso dal nostro.

Il razzista è convinto che esistano più razze umane, che la propria sia la migliore e che il proprio gruppo sia superiore agli altri. È diffuso, ad esempio, il pregiudizio secondo cui alle persone nere mancherebbero intelligenza e bellezza: un'affermazione priva di qualunque fondamento. Alla radice di questa paura dello straniero c'è, il più delle volte, semplicemente l'ignoranza.

Strettamente legata al razzismo è la xenofobia, ovvero la paura verso gli stranieri. In questo ambito giocano un ruolo importante sia la cultura sia la natura umana, ma è soprattutto l'educazione — intesa come apprendimento a vivere insieme agli altri — a poter fare la differenza. Troppo spesso, infatti, si nutrono pregiudizi non verificati. Viaggiare, al contrario, è uno dei modi migliori per conoscere davvero gli altri popoli e superare questi pregiudizi.  

È importante ribadirlo con chiarezza: il razzismo non ha alcuna base scientifica. Da questo deriva anche la discriminazione, cioè la pratica di separare un gruppo etnico dagli altri e trattarlo peggio. Per questo motivo si tende oggi a non utilizzare più il termine "razza", preferendo parlare di "genere umano": tutti gli esseri umani, infatti, hanno lo stesso sangue nelle vene. Anche il colore della pelle — la pelle nera, ad esempio — è semplicemente dovuto alla melanina. Le differenze tra le popolazioni sono per lo più di natura culturale, cioè legate al modo in cui una società si organizza, piuttosto che genetica. Ogni essere umano è unico: nessuno è identico a un altro.

Le grandi tradizioni religiose — la Torah, la Bibbia, il Corano — condannano tutte il razzismo, affermando che tutti gli esseri umani sono uguali. Gli integralisti, che pretendono il contrario, sono considerati dei fanatici. Non si può certo pretendere di amare tutti indistintamente, ma questo non equivale a essere razzisti: ciò che conta è imparare a rispettare gli altri.

Il razzismo nasce dall'ignoranza, dalla paura e dalla stupidità. Anche in questo caso, l'educazione e la mentalità trasmessa dai genitori giocano un ruolo cruciale. Il razzismo può essere descritto, in un certo senso, come una vera e propria malattia sociale: basterebbe viaggiare per rendersene conto con i propri occhi.   Un aspetto spesso sottovalutato riguarda l'attenzione alle parole che si utilizzano: la lotta contro il razzismo comincia anche dal lavoro sul linguaggio. Un'idea condivisibile, certo, ma non priva di difficoltà nella sua applicazione pratica.

La diversità va intesa come una fortuna per l'intera umanità. Il meticciato (o mélange) rappresenta un arricchimento naturale delle società, e ogni vita merita rispetto, senza eccezioni.

Sul piano giuridico, diversi passaggi storici hanno segnato la lotta contro il razzismo: in Francia una legge del 1972 ha sanzionato la discriminazione razziale, mentre già nel 1948 il genocidio è stato riconosciuto a livello internazionale come crimine contro l'umanità. Gli Stati dovrebbero intervenire attivamente per contrastare questi fenomeni. Resta però una domanda aperta: dove e come dovrebbe formarsi concretamente la tolleranza? Un principio guida è che dignità e giustizia non possono coesistere con l'esclusione: dove queste vengono eliminate, si aprono le porte alla discriminazione.  Anche il linguaggio comune merita attenzione: la parola "handicap", ad esempio, tende ad accentuare l'infermità fisica o mentale della persona, invece di mettere l'accento sulla persona stessa.

Va innanzitutto chiarito il significato della parola "fobia", che significa semplicemente paura. Per parlare correttamente di integrazione è preferibile usare termini come emancipazione, accettazione, inserimento nel tessuto sociale. L'assimilazione, al contrario, non rappresenta un'azione positiva: è un processo che mira a eliminare le differenze e le particolarità di un individuo o di un gruppo, anziché valorizzarle.

Al centro di questi processi si colloca il tema dell'identità: stare bene con la propria identità significa accettare pienamente le proprie origini. Quando le condizioni di vita sono difficili, questo disagio può a sua volta provocare malessere, malattia e violenza.

Il caso del velo a scuola e la laicità. Un episodio significativo riguarda il velo islamico indossato a scuola da giovani musulmane, che ha contribuito allo sviluppo di forme di islamofobia. Nel 1989, il preside di un liceo francese vietò a due giovani marocchine di indossare il velo. Le ragazze si rifiutarono di toglierlo, i genitori intervennero e il caso venne ampiamente ripreso dai media, portando poi all'adozione di una legge sui segni religiosi ostensibili nei luoghi pubblici. Va peraltro precisato che il Corano non impone esplicitamente di portare il velo a scuola; il testo si limita a raccomandare alle spose e alle figlie dei credenti di coprirsi con un velo.

La laicità, in questo contesto, permette a tutte le religioni di esistere e di essere praticate liberamente, a condizione che non intervengano nello spazio pubblico, che deve restare uno spazio neutro. Molte giovani donne francesi, tuttavia, rifiutano questo modello di laicità: il modello occidentale della donna emancipata le spaventa. Da parte loro, i genitori attribuiscono grande importanza alla morale e al pudore, temendo di perdere il controllo sulle proprie figlie; è anche per questo motivo che molte famiglie scelgono di seguire rigorosamente i precetti dell'Islam. Chiudono il quadro alcuni concetti chiave legati alla vita delle comunità: la differenziazione comunitaria e le dinamiche di esogamia ed endogamia, ovvero le regole — non scritte o codificate — che spingono a scegliere il proprio partner al di fuori o all'interno del proprio gruppo di appartenenza. 

Dal testo:  Il razzismo spiegato a mia figlia - Tahar Ben Jelloun 

Lo Yoga per gli occhi - Michel Lyonnet du Moutier

Michel Lyonnet du Moutier è ingegnere ETP, ha conseguito un MBA presso l’INSEAD ed è dottore in scienze gestionali. È professore ordinario presso l’Università Paris Ouest - Nanterre La Défense e professore associato presso l’École des Ponts - ParisTech. Dirige il master in Finanziamento dei progetti - Finanziamenti strutturati. In precedenza, ha lavorato per vent’anni presso grandi gruppi edili, prima come ingegnere di cantiere e poi come direttore finanziario. Per dieci anni ha condotto trattative con banche e concedenti per grandi progetti simili a quello della Torre Eiffel.

  •  https://www.michel-lyonnet-du-moutier.fr/mon-parcours/     

  • https://www.youtube.com/watch?v=feXRJMmMKbQ

  • Emissione consacrata allo Yoga per gli occhi: "le Mag qui fait du bien" sur C8 https://youtu.be/feXRJMmMKbQ

  • Libro : https://editions-jouvence.com/livre/guide-pratique-de-yoga-des-yeux/  

venerdì 18 settembre 2026

Prana Vidya. Yoga come coscienza: oltre la forma

Il Prana Vidya è un'avanzata pratica yogica e tantrica dedicata alla conoscenza, percezione e manipolazione cosciente del prana, ovvero l'energia o forza vitale universale.
Prana: Significa "forza vitale", "respiro" o "energia sottile" che anima ogni essere vivente e l'intero universo.
Vidya: Deriva dalla radice sanscrita vid (conoscere, vedere), indicando una conoscenza profonda ed esperienziale che va oltre i sensi ordinari.
Le radici di questa disciplina affondano nelle antiche Upanishad e nel Tantra Yoga, ed è stata sistematizzata e resa accessibile nel mondo moderno soprattutto all'interno della tradizione del Satyananda Yoga. 

La Pratica Consapevolezza energetica permette di percepire i flussi sottili dell'energia vitale nel corpo, spesso sfruttando il respiro come veicolo principale. A differenza del semplice pranayama (controllo del respiro), il Prana Vidya sposta l'attenzione sulla mente che dirige direttamente l'energia attraverso i canali sottili (nadi) e i centri psichici (chakra).  A livelli avanzati comprende tecniche di visualizzazione, risveglio del potenziale interiore e metodi di guarigione psichica o energetica.

Per avere un rapporto corretto con noi stessi e con l'energia occorre innanzitutto sensibilità. Conoscere le persone, in fondo, significa conoscere le loro energie: l'energia è un ardore costante, che non dipende dalle circostanze esterne.  Lo yoga nasce proprio da qui: è un percorso per capire se stessi. Non va confuso con una specializzazione tecnica del corpo e del respiro, come spesso accade nello yoga moderno. Lo yoga autentico è un processo di integrazione.

Ogni singola cellula del nostro corpo possiede una propria coscienza, e l'essere umano nella sua interezza è costituito dall'insieme di tutte queste cellule. Lo yoga agisce proprio a questo livello: il processo di purificazione e risveglio non riguarda solo la mente, ma tutte le cellule del corpo. Secondo prana vidya e il tantra, è compito dello yogi purificarle nella loro totalità.

La mente, per come la conosciamo, è limitata e  "malata": non si tratta però di abolirla per diventare santoni, quanto di riconoscerne i meccanismi. Le vritti sono le attività mentali abituali — sogno, memoria — che la animano costantemente. La coscienza è all'origine del pensiero, ma il ragionamento può diventare "demoniaco": da solo non è in grado di darci il senso della vita, e portato all'estremo può condurre alla pazzia. Lo scopo dello yoga è invece sviluppare la coscienza, diventare coscienti (è il tema che ritroviamo nello studio dei chakra).

Per sviluppare la coscienza dobbiamo imparare a interagire con le nostre cellule, comunicando in maniera silenziosa con le forze latenti che sono in noi. È nel silenzio che si scopre la realtà esistenziale. La salute, in questo senso, dipende innanzitutto da un equilibrio mentale. 

Gli yogi fanno riferimento ai cinque kosha — i cinque corpi, legati all'elemento eterico — per entrare in relazione coscienziale con la realtà spirituale. Lo yoga ci permette di combinare vibrazioni ed energia; anche le asana diventano utili solo se ci stacchiamo dalla loro forma esteriore, lasciando spazio a un'etica personale e a una felicità che nasce dalla conoscenza.

La vera realtà esistenziale è fatta di conoscenza e coscienza, non di forma e pensiero: è qui che ego e obiettivi vengono superati. Il prana vidya rappresenta una vera e propria messa a punto in questa direzione — perché lo yoga non ha confini, non è una terapia.  Nel prana vidya il focus è la coscienza: si ritorna al respiro volontario, si utilizza lo ujjayi pranayama, si dialoga con l'interno del corpo attraverso la coscienza stessa. Vale una regola semplice: dove va la coscienza, lì c'è l'energia.

Lo yoga non si "fa", si vive — e solo la coscienza può rivelarcelo. Quando la coscienza percepisce la totalità ed entra in contatto con le cellule, si vive quella che potremmo chiamare la danza della vita. Ogni posizione esalta specifiche parti del corpo, e le pratiche di purificazione — asana e pranayama — ci preparano proprio a questa relazione con noi stessi e con la coscienza.

Il centro tra le sopracciglia funge da diffusore di energia: da lì la coscienza si irradia a tutta la massa cerebrale. Parliamo di maha prana, il prana cosmico diffuso in ogni parte del corpo, e di pratiche come il japa So Hum. L'apertura del chakra del cuore corrisponde all'amore: ma se prevale la dimensione cognitiva, l'amore non può manifestarsi.
È la coscienza a costituire l'esperienza: postura e respiro ne sono la base, e la orientano. Attraverso l'azione, lo yoga genera una percezione sensoriale che cura la dispersione mentale — la mente ha bisogno di essere assorbita da qualcosa. Lo yogi cerca proprio questo: l'integrazione dei cinque kosha, una cura per i cinque involucri che ci costituiscono.

La malattia, in questa prospettiva, nasce da una dispersione di energia e da un disagio interiore, che si manifesta prima a livello mentale e poi fisico. Ecco perché posizione e contro-posizione sono fondamentali per mantenere l'equilibrio energetico.

Una pratica meditativa ben orientata ci permette di comprendere questo equilibrio. Quando muovo il braccio destro, devo essere consapevole di cosa fa il braccio sinistro: la pratica va orientata verso la totalità, così si impara a percepire l'insieme. Se invece si insegue un obiettivo preciso — come realizzare un'asana perfetta — non si arriva da nessuna parte.

Nella meditazione sui chakra, unire le energie Ha e Tha genera una corrente continua. Esercitando la coscienza, i chakra si attivano nel modo corretto, e la coscienza stessa può così iniziare la sua danza nelle nadi. 

- Riflessioni tratte dal seminario con Antonio Nuzzo dal titolo Prana Vidya (febbraio 2026). 

giovedì 10 settembre 2026

Meditazione sui Chakra

Oggi faremo una Meditazione sugli Yantra associati ai Chakra. Chakra è un termine che significa "centro", "ruota" e questi centri di energia sono posizionati lungo il midollo spinale. Gli Yantra sono i diagrammi simbolici basati sulla geometria sacra, usati per la meditazione e fanno riferimento ai chakra. L'energia che si accumula nei sette chakra ci consente di avere un'attività intellettuale, emotiva e spirituale. 

Iniziamo seduti nella abituale posizione di meditazione, prendiamo consapevolezza della realtà fisca, del corpo, troviamo una posizione confortevole e stabile, prendiamo il tempo che serve, quando siamo pronti, iniziamo questo viaggio interiore, Manteniamo il nostro udito attivo e la mente presente nella meditazione e iniziamo la visualizzazione dei simboli associati ai chakra dalla base della colonna alla sommità della testa. 

--- Portiamo l'attenzione alla base della colonna sul primo chakra Muladhara, il chakra radice che ha una connessione con la TERRA; Il simbolo è un quadrato, immaginate di visualizzare un quadrato e meditate sul quadrato, tutti i lati sono uguali, si ha la sensazione di stabilità e la mente si calma, al centro del quadrato c'è un puntino, inspiro attraverso questo puntino e la forma si dissolve e quando espiro la forma si ricrea fuori di me, continuo per alcuni istanti. Il senso associato è l'olfatto. Il colore associato è rosso. Ripetiamo il bijia mantra LAM per tre volte dentro di noi. A questo centro sono associate Stabilità, sopravvivenza, sicurezza e radicamento

--- Poi spostiamo l'attenzione sul secondo chakra Svadhisthana, all'altezza del plesso sacrale, all'interno del quadrato, visualizziamo un cerchio che sfiora le pareti del quadrato, al centro un punto, questo chakra è la sede dell'ACQUA, il cerchio è un'immagine perfetta che calma la nostra mente, piano piano lasciamo che la mente si calmi. Inspiro attraverso il puntino, e l'immagine si dissolve e quando espiro la ricreo, faccio questo tipo di esercizio per alcuni istanti. Il senso associato è il gusto. Il colore associato è arancione. Ripetiamo il bijia mantra VAM per tre volte dentro di noi. A questo centro sono associate Emozioni, piaceri, sessualità e creatività

-- Poi salgo al terzo chakra Manipura (all'altezza dell'ombelico) che è un luogo speciale, la sede dell'elemento del FUOCO, visualizzo lo yantra: un quadrato, all'interno il cerchio, e al'interno del cerchio un triangolo con la punta verso l'alto (simbolo maschile, nella tradizione di solito è verso il basso), vogliamo rivolgerci all'energia solare, meditiamo su questo yantra che si sta formando, dal puntino inspiro la forma si dissolve e quando espiro la forma si ricrea fuori di me, continuo per alcuni istanti, Il senso associato è la vista. Il colore associato è giallo. Ripetiamo il bijia mantra RAM per tre volte dentro di noi. A questo centro sono associate Forza di volontà, autostima, energia e potere personale.

-- Poi passo al quarto chakra Anahata,  all'altezza del cuore, è la sede dell'elemento ARIA. Lo yantra è formato dal quadrato (stabilità), cerchio (perfezione),  triangolo (maschile)  e adesso aggiungo un triangolo verso il basso (femminile), due triangoli sovrapposti nella perfezione più assoluta,  l'unione perfetta tra maschile e femminile,  Inspiro attraverso il puntino, e l'immagine si dissolve e quando espiro la ricreo all'esterno a una distanza che varia a seconda della lunghezza del respiro, Generiamo  buoni sentimenti all'interno, buoni sentimenti all'esterno. Facciamo da spettatori a tutti quei sentimenti che stiamo risvegliando nel quarto chakra: benevolenza, amore, altruismo, compassione, atteggiamento non giudicante e pace ecc,  Il senso associato è il tatto. Il colore associato è verde. Ripetiamo il bijia mantra YAM per tre volte dentro di noi. Questo centro corrisponde alla porta che conduce dalla giungla (i tre chakra inferiori) al giardino (i tre chakra superiori).

-- Spostiamo l'attenzione sul quinto chakra, Visuddha o “chakra della gola”. ' posizionato nella metà inferiore del collo a livello delle clavicole.  Visualizziamo un triangolo di colore blù/azzurro con il vertice verso il basso e un cerchio bianco. La sua energia è associata all’elemento ETERE. A questo chakra sono associate le ghiandole: tiroide, paratiroide. Il senso associato è l'udito. Ripetiamo il Bija mantra: HAM per tre volte dentro di noi. A questo centro sono associate Comunicazione e ascolto.

Gli ultimi due chakra trascendono gli elementi fisici per connettersi alla luce e alla coscienza.

-- Spostiamo l'attenzione sul sesto chakra, Ajna o “chakra del terzo occhio” che si trova al centro della fronte tra le sopracciglia. Visualizziamo una luna crescente di colore indaco.   Associamo a questo centro la mente razionale. Questo centro controlla le ghiandole pituitaria e pineale (epifisi). Ripetiamo il Bija mantra OM per tre volte dentro di noi. Questo chakra rappresenta il nostro SÈ; non esiste niente che non sia  in  noi. A questo centro sono associate Intuizione e saggezza.

-- Spostiamo l'attenzione sul settimo chakra Sahasrara o “chakra della corona” che si trova sopra il cranio. Visualizziamo sopra la testa un braciere di colore viola.  Questo centro dai mille petali è il centro più importante. Per riequilibrare questo chakra si può fare Yoga Nidra.  Questa chakra rappresenta la LUCE, La ghiandola associata è la pituitaria (ipofisi). Ripetiamo il Bija mantra AH per tre volte dentro di noi. Qui avviene l'unione di Shakti e Shiva, è il posto dove gli opposti si uniscono.  Si realizza la comunione con il Divino. A questo centro sono associate Spiritualità, consapevolezza universale e connessione.

Poi dolcemente, dolcemente riportiamo l'attenzione sul respiro e sentiamo che non siamo separati dal resto e facciamo parte del Tutto. Riportiamo l'attenzione sulla nostra realtà fisica, sul corpo, prendiamo consapevolezza del corpo e prepariamoci a ritornare ai nostri doveri, alla nostra quotidianità, al nostro dharma. Importante è prendersi cura di noi stessi in modo pieno e integrale.   

Il sito India Perspectives

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