domenica 26 aprile 2026

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono circa 950 articoli, la maggioranza dei quali verte su yoga, meditazione, buddhismo, filosofie orientali, rapporto tra scienza e meditazione.                    

Gli articoli sono essenzialmente riassunti di libri che ho letto su questi argomenti e che mi hanno particolarmente colpito.  Per ricercare un soggetto specifico si può usare la finestrina a destra, oppure si possono usare le categorie (etichette) che si trovano sulla destra. Sul Blog sono riportati anche i libri che ho scritto sullo yoga e la meditazione e la gallery di alcuni miei viaggi.                                                 

       Buona lettura   

L'intervista a Christophe André: Vivere, rallentare, guarire

Christophe André è considerato lo psichiatra preferito dai francesi. Autore di numerosi libri sulla psicologia delle emozioni, sulla meditazione e sulla fiducia in se stessi, ha dedicato la sua carriera a rendere accessibili al grande pubblico strumenti concreti per affrontare stress, ansia e le perturbazioni inevitabili della vita. In questa intervista, realizzata nell’ambito del programma di coaching collettivo C.A.L.M.E., André si racconta con una rara apertura personale: parla della sua irrequietezza giovanile, di una diagnosi di tumore che ha cambiato il suo sguardo sull’esistenza, e dei metodi che — secondo la sua esperienza clinica e personale — permettono di rimettersi a vivere.      

    

Il punto di partenza della riflessione di André è la società contemporanea: caratterizzata da ritmi accelerati, sollecitazioni continue, uno stile di vita sempre più sedentario ma paradossalmente frenetico. La corsa sfrenata del tempo è uno dei tratti più distintivi — e più logoranti — del nostro modo di vivere.
In questo contesto, l’incapacità di dire no è una delle cause principali del burnout. André lo afferma con chiarezza: non possiamo fare tutto. E la pretesa di farcela comunque — di rispondere a ogni richiesta, di accontentare ogni aspettativa, di rimanere sempre disponibili — porta inevitabilmente all’esaurimento. La sua proposta è quella di una scelta consapevole: “Quello che scelgo di fare, lo faccio a fondo.Meno cose, ma vissute con pienezza.
La società odierna pone anche una sfida di ordine esistenziale: la scelta tra essere e avere. Il consumismo sfrenato moltiplica le promesse di felicità — viaggi, oggetti, esperienze da accumulare — ma lascia spesso insoddisfatti. André lo riconosce anche guardando alla propria vita: uno dei suoi rimpianti è aver dedicato troppo tempo al lavoro, e aver legato una parte del proprio benessere alla logica della consumazione.

A Christophe André, alcuni anni fa, è stato diagnosticato un tumore ai polmoni, nonostante non avesse mai fumato. La notizia è arrivata come un colpo improvviso, come accade a chiunque si trovi di fronte alla propria mortalità in modo diretto e inaspettato. È stato operato, e dopo cinque anni di trattamenti e controlli, sembra aver superato la malattia.
L’esperienza della malattia grave ha trasformato il suo rapporto con la vita. La meditazione — che praticava già da anni — lo ha aiutato ad attraversare il momento più difficile: digerire la notizia, fare i conti con l’idea di morire prima del previsto, restare ancorato al presente invece di perdersi nell’angoscia del futuro.
Si assapora meglio la vita quando la morte ti ha preso nelle sue mani e poi ti ha rilasciato. Restare in vita è già sufficiente ed è superbo: ci si sente alleggeriti dalla minaccia di morte.”  — Christophe André
La malattia, in questa prospettiva, non è solo una perturbazione da subire: può diventare un’opportunità per rimettere a fuoco ciò che conta davvero. La vita è un insieme di perturbazioni, e la malattia grave è una di queste — forse la più potente nel ricordarci che il tempo non è illimitato. 
 
André non esita a parlare di sé: da giovane era irrequieto e ansioso. E questa confessione personale diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia sull’ansia come condizione umana universale.
L’ansia, spiega, non è un difetto o una debolezza: è una risposta antichissima, radicata nella nostra biologia evolutiva. Quando c’era un pericolo, l’allarme del corpo e della mente era indispensabile per sopravvivere. Oggi i pericoli sono cambiati, ma il meccanismo dell’ansia è rimasto. Siamo tutti, in qualche misura, persone irrequiete e ansiose: è parte dell’essere viventi.
Sono vivente, e avrò dei problemi. La vita è bella anche con dei problemi, anche quando si è in mezzo ad essi.”  — Christophe André
Il problema non è l’ansia in sé: è la sua cronicizzazione. Quando l’ansia smette di essere una risposta a una situazione specifica e diventa un modo di stare al mondo — uno stato di allerta permanente, un rumore di fondo che non si spegne mai — allora diventa un ostacolo al benessere e alla qualità della vita.

L’ansia cronica può essere affrontata e ridotta.
André indica tre strumenti fondamentali, che si integrano e si potenziano a vicenda:
Esercizio fisico: il movimento regolare riduce i livelli di cortisolo, il principale ormone dello stress, e favorisce la produzione di sostanze che migliorano l'umore. Non serve uno sport estremo: camminare, nuotare, ballare — qualsiasi movimento regolare ha effetti misurabili sull'ansia.
Alimentazione: ciò che mangiamo influenza direttamente il nostro stato mentale ed emotivo. Un’alimentazione equilibrata, non improntata alla logica del consumo impulsivo, contribuisce alla stabilità psicofisica.
Meditazione: la pratica meditativa è uno degli strumenti più efficaci per interrompere il ciclo dell'ansia cronica. Non elimina i problemi, ma cambia il rapporto che abbiamo con essi: insegna a osservare i pensieri ansiosi senza identificarsi con loro, a tornare al momento presente, a trovare una quiete che non dipende dalle circostanze esterne.
 
Tre metodi per rimettersi a vivere.  Al di là degli strumenti tecnici, André propone una visione più ampia del percorso di guarigione e di rinascita — che sia dopo una malattia grave, un lutto, un burnout o semplicemente un lungo periodo di stanchezza esistenziale. Tre sono i cardini di questo percorso:
L'azione: agire, anche in piccolo. Non aspettare di sentirsi pronti o di avere le condizioni ideali. L'azione è il carburante che rimette in moto l'energia vitale e ricostruisce la fiducia in se stessi.
La riflessione: fermarsi a guardare la propria vita con onestà. Chiedersi cosa conta davvero, cosa si vuole portare avanti e cosa invece si può lasciare andare. La riflessione non è paralisi: è il fondamento di scelte consapevoli.
Gli affetti: coltivare le relazioni, accettare il sostegno degli altri, non isolarsi. I legami affettivi sono una delle risorse più potenti che abbiamo — e spesso, nei momenti di crisi, sono anche i primi a essere trascurati.

La meditazione, per André, non è una fuga dalla realtà né una tecnica di ottimizzazione delle performance. È una bussola, un metodo contro la corsa sfrenata del tempo, un modo di ritrovare il contatto con se stessi in una società che spinge continuamente verso l’esterno, verso il più, verso il sempre.
La sua esperienza personale — l’irrequietezza giovanile, la malattia, i rimpianti, la gratitudine per ogni giorno in più — lo rende un testimone credibile e autorevole. Non parla di serenità come di una conquista definitiva, ma come di una pratica quotidiana: un modo di stare nella vita che si rinnova ogni giorno, anche — e soprattutto — quando i problemi ci sono.
La vita è bella anche con dei problemi, anche quando si è in mezzo ad essi.”  — Christophe André

Fonte: programma C.A.L.M.E. — Intervista a Christophe André, secondo giorno, 2:10:10  
Vedi:  https://go.mentorshow.com/live/replays-faire-face-au-stress-et-a-lanxiete  

Due vie dell'Uno - Vittorio Marchi e Federico Faggin

Vittorio Marchi e Federico Faggin sono due fisici italiani che, pur partendo da percorsi diversi, convergono nel superamento del materialismo scientifico, proponendo una visione in cui la coscienza è una realtà primaria e unitaria.    Entrambi esplorano il legame tra fisica quantistica e spiritualità, vedendo l'Uno (la coscienza)  ✦  alla base dell'universo.   
 Entrambi parlano di coscienza, di unità, di realtà non riducibile alla materia. Eppure, la loro prospettiva nasce da due sponde diverse dello stesso oceano.

Marchi parla da dentro l’Uno, come un mistico che ha già dissolto la separazione. Partendo dal “sapere interiore”, lo usa per dissolvere la scienza. Non cerca, non dimostra, non costruisce ponti.
Per lui la coscienza non “appartiene” a un essere umano: è ciò che tutto è.
La materia, il tempo, il pensiero — sono onde che sorgono e svaniscono nella stessa coscienza che le osserva.      Non c’è evoluzione, ma solo ricordo.  Ricordo che l’onda non è mai stata separata dal mare.
Marchi dissolve i confini: “Non c’è nulla da raggiungere, sei già l’Essere che cerchi.”  Parla la lingua dell’energia, della risonanza e dell’esperienza diretta: la sua frequenza è pura, immediata, senza mediazioni.

Faggin parla verso l’Uno, come uno scienziato che sta costruendo un ponte tra due mondi. Parte dalla scienza e cerca di includervi lo spirito. Cerca di mostrare che la coscienza non è un prodotto del cervello, ma la sua sorgente invisibile. Vuole unire conoscenza e esperienza, logica e amore, fisica e spirito.
Per lui la vita è un viaggio di evoluzione della coscienza, un cammino verso la piena consapevolezza di sé come parte del Tutto.  Per Faggin: “Ogni esperienza è un passo del Divino che si scopre nel mondo.” Porta avanti una costruzione concettuale e scientifica affascinante, che rischia però di allontanare dalla percezione immediata dell’Uno; della la realtà così com’è.

Punti di Convergenza.   Entrambi sostengono che la scienza moderna stira verso una comprensione olistica in cui il creatore e il creato sono la stessa cosa. Vedono l'Universo come una manifestazione della coscienza, unendo fisica e misticismo orientale. Contestano l'idea che la realtà sia fatta solo di materia inerte, attribuendo un ruolo centrale al "Sè" o all'Uno. 
Entrambi ricordano che la realtà non finisce dove finisce la nostra percezione: una ci invita a ritornare a Casa, l’altra a costruirla qui.
Entrambi possono aiutarci, in base alla nostra frequenza attuale, a acquisire maggiore consapevolezza e ad avvicinarci a un reale risveglio.
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Vittorio Marchi (1937–2021) è stato insegnante di fisica e ricercatore indipendente, noto per i suoi studi sul legame tra scienza e spiritualità. Marchi parlava "da dentro l'Uno", concentrandosi sulle potenzialità della coscienza e della macchina umana.Sosteneva che la materia, il tempo e il pensiero siano onde che sorgono e svaniscono nella stessa coscienza. 
Opere chiave: L'Uno detto Dio, La Scienza dell'Uno, Mirjel, il Meraviglioso Uno.

Federico Faggin (1941) è un fisico, inventore del primo microprocessore (Intel 4004) e imprenditore, protagonista della rivoluzione della Silicon Valley. Dopo una carriera nel silicio, si è dedicato allo studio della consapevolezza, fondando la Federico and Elvia Faggin Foundation. Propone che la coscienza non sia un prodotto del cervello, ma una realtà fondamentale e irriducibile, che precede la materia e lo spazio-tempo. 
Opere chiave: Silicio, Irriducibile, Oltre l'invisibile.

Programma C.A.L.M.E.

Programma C.A.L.M.E.    Un metodo per fare fronte allo stress e all'ansietà, in modo diverso...

  • comprendre ce qui se passe en vous
  • acceuilir vos émotions
  • libérer la tension qui s'accumule dans votre corps
  • maitriser vos reactions sous pression
  • entratenir une confiance en vous plus solide.

 https://go.mentorshow.com/live/replays-faire-face-au-stress-et-a-lanxiete

La méthode pour rester maître de soi quand le stress et l’anxiété montent – et retrouver confiance en soi même quand l’émotion devient trop forte.   

Vedi anche questi siti:

 Métamorphose di Anne Ghesquière -   https://www.metamorphosepodcast.com/

 Podcast di Fabrice Midal.   https://www.fabricemidal.com/podcast-dialogues 

Lama Michel

Lama Michel Tulku Rinpoche (nato in Brasile, nel 1981) è un importante maestro del buddhismo tibetano contemporaneo. Nato in una famiglia benestante di origini ebraico-cristiane, ha saputo integrare la sua formazione occidentale con la profonda filosofia orientale. 


All'età di 5 anni incontrò Lama Gangchen Rinpoche, che lo riconobbe come un Tulku, ovvero la reincarnazione di un maestro buddhista. A 12 anni decise di intraprendere la vita monastica, trasferendosi in India per studiare presso l'università monastica di Sera Me per dodici anni.  Alla scomparsa di Lama Gangchen nel 2020, ha assunto la guida del lignaggio NgalSo Ganden Nyengyu e di numerosi centri nel mondo. Vive principalmente in Italia ad Albagnano (sul Lago Maggiore), dove guida l'Albagnano Healing Meditation Centre. Si dedica alla divulgazione del buddhismo in modo accessibile alla società moderna, partecipando spesso a conferenze, programmi radiofonici e pubblicando libri (come "Dove vai così di fretta?").

Tiene corsi di meditazione ad Albagnano e On Line.   Vedi Link: 

  •  https://www.youtube.com/watch?v=FKpoMW1CKjc
  •  https://kunpen.ngalso.org/maestri-e-insegnanti/
  •  https://kunpen.ngalso.org/

Patanjali, storia di uno yogi - Alessandro Varani

"Patañjali - Storia di uno yogi" è un romanzo di Alessandro Varani pubblicato nel 2024. Alessandro Varani è un allievo di Chandra Klee - allieva diretta di Krishnamacharia.  L'opera non è un saggio tecnico, ma un romanzo di formazione che ricostruisce, tra realtà storica e immaginazione letteraria, la vita di Patanjali, il leggendario saggio indiano considerato il "padre" dello yoga classico.  

Il racconto segue Patanjali dall'infanzia all'età adulta, descrivendo il suo percorso per diventare un maestro e la sua evoluzione umana e spirituale.
La storia è ambientata tra il III e il II secolo a.C., in un'India al culmine del suo splendore che iniziava a mostrare i primi segni di decadenza.  Malgrado le prove a cui la vita lo sottopone, Patañjali riesce a portare a compimento un esemplare cammino di perfezionamento umano e spirituale. Ogni capitolo si apre con un sutra, collegando la narrazione agli insegnamenti degli Yoga Sutra.  Varani esplora le emozioni umane del saggio, inclusi i suoi rapporti affettivi e le prove personali, paralleli alla sua ascesa spirituale. Il libro culmina con l'esperienza di Patañjali nella grotta del "Maestro Beato", dove sperimenta le più segrete e profonde tecniche yogiche, che ispireranno la scrittura del suo testamento filosofico e spirituale: gli Yoga-Sûtra.

Alla narrazione affascinante dei fatti immaginari, Alessandro Varani accompagna i preziosi insegnamenti dello Yoga, offrendo un duplice livello di lettura in grado di soddisfare sia un pubblico generalista che i suoi praticanti.   

Breve cronologia:

  • Patanjali II-II secolo A.C.   maestro yoga, grammatico, esperto di ayurveda,  
  • Yoga sutra, Yoga darshana. Lo yoga da tradizione mistica diventa un sistema filosofico,
  • I sei sistemi filosofici; Samkhya, Yoga, Vesnata, Mimamsa,  Nyaya, Vaisesika.
  • Taoismo Lao Tse, Jainismo Mahavira  - VI secolo a.C. 
  • Buddhismo VI-V secolo a.C. 
  • Buddha muore 480 a.C,  nasce  560 a.C. , ha vissuto 80 anni 
  • Bagvad Gita è scritta  tra il V e II secolo a.C.  

Indra Devi: La Donna dei Tre Secoli che ha portato lo Yoga a Hollywood.

Esistono vite così dense che sembrano appartenere alla letteratura più che alla realtà. Quella di Indra Devi è una di queste. Nata Eugenia Peterson nel 1899 in Lettonia e scomparsa nel 2002 a 103 anni, ha attraversato tre secoli, due guerre mondiali e rivoluzioni culturali, diventando la "First Lady dello Yoga" in Occidente.    
Dalle corti della Russia imperiale ai set di Bollywood, fino alle colline di Hollywood: ecco l'incredibile viaggio di una donna che ha osato percorrere il proprio sentiero personale.


Figlia di un banchiere svizzero e di un’aristocratica russa, Eugenia cresce tra teatri e cabaret, fuggendo dalla Rivoluzione Russa per approdare nella Berlino degli anni '20. Ma la sua anima è inquieta. La svolta arriva nel 1926 quando, folgorata da un discorso di Jiddu Krishnamurti, decide di abbandonare tutto — incluso un fidanzato pronto a sposarla — per seguire il richiamo dell'India.
In India la sua vita esplode in mille direzioni: diventa una stella del cinema di Bollywood con il nome di Indra Devi, frequenta Tagore e visita l’ashram di Gandhi. Eppure, sente che manca ancora qualcosa.
L'incontro con il Maestro: Krishnamacharya
La vera trasformazione avviene a Mysore. Qui sfida le convenzioni del tempo chiedendo di essere ammessa alla scuola di Krishnamacharya, il padre dello yoga moderno. La risposta iniziale è netta: "Non ho mai insegnato a una donna, tantomeno straniera".
Solo l’intervento del Maharaja in persona convince il Maestro ad accettarla. Indra si sottopone a una disciplina ferrea: sveglia all'alba, dieta spartana e ore di pratica intensa. Impara le asana più complesse e, quando deve lasciare l'India, riceve dal suo Maestro un compito preciso: diventare la sua ambasciatrice nel mondo.

Dopo aver insegnato a Shanghai durante l'occupazione giapponese, Indra approda a Los Angeles. Negli anni '40 e '50 lo yoga era visto con sospetto, ma Indra lo trasforma in un fenomeno di costume.
Nel suo studio su Sunset Strip passano le leggende del cinema:

  •     Greta Garbo e Gloria Swanson diventano sue allieve.
  •     Marilyn Monroe si avvicina alla disciplina grazie a lei.
  •     Aldous Huxley trova sollievo nei suoi insegnamenti.

Indra intuisce che per l'America lo yoga deve essere presentato come uno strumento di salute e bellezza ("Forever Young, Forever Healthy"), rendendolo accessibile a tutti.

Con il passare degli anni, la sua visione si evolve. Se inizialmente promuoveva lo yoga come "fitness", l'assassinio di Kennedy nel 1963 la spinge verso una dimensione più spirituale. Lo yoga diventa per lei una missione di pace. Viaggia in Vietnam, incontra il Papa, il Dalai Lama e Indira Gandhi. Diventa una devota seguace di Sai Baba, portando a lui persino John Lennon e Yoko Ono.

A 80 anni, quando molti si ritirano a vita privata, Indra inizia un nuovo capitolo in Argentina. Diventa un'icona nazionale, riempie i teatri aprendo i concerti rock con preghiere e asana, e fonda la sua fondazione a Buenos Aires.
Indra Devi non ha solo insegnato posizioni fisiche; ha dimostrato che lo yoga è uno strumento di resilienza. Come amava dire: "La felicità arriva solo a coloro che osano percorrere il loro sentiero personale".  Le sue ceneri oggi riposano nel Rio de la Plata, disperse tra i fiori acquatici, lasciandoci in eredità un ponte tra Oriente e Occidente che continua a ispirare milioni di praticanti in tutto il mondo.  Biografie: 

  •  Autobiografia in spagnolo pubblicata nel 1999, scritta allo scoccare dei 100 anni: Una mujer de tres siglos (La donna di tre secoli).  
  • The Goddess Pose. The Audacious Life of Indra Devi, the Woman Who Helped Bring Yoga to the West di Michelle Goldberg (La posizione della Dea. L’audace vita di Indra Devi, la donna che contribuì a portare lo yoga in Occidente.  

Chandra Klee: Il Cuore della Tradizione di Krishnamacharya in Italia

Nel panorama dello yoga contemporaneo, esistono figure che non cercano la ribalta dei social media, ma che custodiscono con umiltà e rigore un’eredità inestimabile. Una di queste è senza dubbio Chandra Cuffaro Klee (1933 - ).
Studentessa diretta di T.K.V. Desikachar e testimone oculare dell'insegnamento del leggendario T. Krishnamacharya, Chandra ha dedicato oltre quarant’anni alla diffusione di uno yoga autentico, cucito su misura per l’essere umano. 

Nata in Svizzera nel 1933, la vita di Chandra prende una direzione decisiva nel 1951, quando si trasferisce a Chennai, in India. Immersa nella cultura e nell'arte antica, insegna per anni presso il rinomato istituto Kalakshetra, fondato da Rukmini Devi, lo stesso luogo dove Shri T. Krishnamacharya teneva le sue lezioni di yoga. Questa profonda immersione artistica e spirituale culminerà nel 1995 con la pubblicazione del suo libro "The Mystery of Art", un'opera che esplora le connessioni sottili tra estetica e spirito.
Quando Chandra si stabilisce in Italia, porta con sé un approccio rivoluzionario per l'epoca: la pratica del Viniyoga.
Mentre molti stili si concentravano (e si concentrano tuttora) sulla performance fisica della posa (asana), Chandra ha introdotto concetti fondamentali che oggi diamo per scontati, ma che allora erano pionieristici:
    L'adattamento individuale: Lo yoga non è un modello fisso a cui l'allievo deve conformarsi, ma una disciplina che deve adattarsi ai bisogni, all'età e alla salute di chi la pratica.
    Il respiro come guida: Il movimento non è mai fine a se stesso, ma è il respiro a generare e sostenere l'azione.
    Il recupero dei testi classici: Chandra ha il merito di aver riportato al centro lo studio degli Yoga Sutra di Patanjali, testi che all'epoca erano spesso trascurati dai praticanti occidentali a favore della sola ginnastica.

Oltre alla pratica fisica, Chandra Klee è una delle rarissime insegnanti in Italia abilitata alla trasmissione del Canto Vedico (Veda Chanting), appreso in anni di studio con Desikachar e sua moglie Menaka. Il suono e la vibrazione diventano, nel suo insegnamento, strumenti potenti di meditazione e guarigione.
La sua competenza è certificata dalla Krishnamacharya Health & Yoga Foundation (KHYF) anche per lo Yoga Cikitsa (Yoga Terapia), l'applicazione terapeutica dello yoga per sostenere le persone nel loro percorso di guarigione fisica e interiore.

Attraverso l’associazione Yogakshetram e la storica rivista "Viniyoga in Italia", Chandra ha formato generazioni di insegnanti, molti dei quali oggi guidano centri importanti in tutta la penisola.
Oggi, nella pace di Campagnano, vicino a Roma, Chandra continua a essere un punto di riferimento. Per chi ha cercato a lungo uno yoga che non sia solo esercizio, ma un "sostegno e una guida per un approfondimento reale", le sue parole e la sua presenza rimangono una fonte pura e inesauribile di saggezza.
È stata autorizzata direttamente da Desikachar a formare nuovi insegnanti. Ha intrapreso un percorso ininterrotto di oltre 40 anni nella stessa tradizione. La sua capacità principale è quella di trasformare la vita degli studenti attraverso le lezioni individuali.

Le opere e i riferimenti principali:
    The Mystery of Art (1995): questo testo esplora il legame indissolubile tra l'espressione artistica e la dimensione spirituale dell'India antica.
    Viniyoga in Italia: Anche se la rivista ha cessato le pubblicazioni nel 2014, i suoi numeri restano una miniera d'oro per lo studio dell'applicazione del metodo di Desikachar nel contesto occidentale.
Sito:        https://yogadarshana.wordpress.com/i-maestri/

Suor Gemma Vitiello: Lo Yoga come Ponte tra Fede e Libertà

Può una suora cattolica essere una maestra di Yoga? Per molti la risposta è una sorpresa, per altri un paradosso. Eppure, la storia di Suor Gemma Vitiello (aprile 1925 - giugno 2017) ci insegna che quando la spiritualità è autentica, non conosce confini dogmatici, ma solo spazi di accoglienza. Suor Gemma  ha esaltato il dialogo interreligioso ed è stata una pioniera di una spiritualità inclusiva.
Attraverso il suo insegnamento, Suor Gemma ha dimostrato che lo Yoga non è una minaccia per la propria identità religiosa, ma uno strumento per irrigare il deserto dell'anima.
 
venezia gennaio 2009 050 

La caratteristica straordinaria di Suor Gemma era la sua capacità di essere profondamente cristiana e totalmente laica allo stesso tempo. Nelle sue classi, Cristo e Dio erano nominati con la naturalezza di chi ama, ma senza mai diventare un obbligo per gli altri. 
Il paradosso è affascinante: in un mondo dove spesso lo Yoga stesso viene trasformato in una nuova "religione" rigida, Suor Gemma offriva uno spazio di libertà assoluta. Attorno ai suoi tappetini si ritrovavano:     Cristiani che cercavano una via corporea alla preghiera;     Ebrei, atei e agnostici che cercavano pace e benessere;     Cercatori spirituali stanchi delle forme precostituite.
Tutti si sentivano accolti. Nessuno si sentiva "diverso", perché l’accoglienza di Gemma non dipendeva dall'appartenenza, ma dall'essere umani.

Suor Gemma portava con sé una provocazione sana: perché rinnegare le proprie radici geografiche e culturali per inseguire esotismi lontani? Il suo esempio era un invito a riscoprire il buono della propria tradizione, vivendola però con lo spirito aperto dello Yoga.
Il suo obiettivo non era il proselitismo, ma una lotta contro l'aridità del cuore. Voleva che nei suoi allievi si aprisse uno spiraglio di luce, affinché nessuno "morisse come un deserto". E se proprio deserto doveva essere, che fosse quello dei mistici: fatto di silenzio, spazio e fascino, non di vuoto spirituale.

L'aspetto più intimo della sua eredità emerge nel rapporto con i suoi allievi più cari e, in particolare, nel legame con la nipote, con cui ha condiviso l'inizio del cammino. Nonostante i percorsi si fossero poi divisi per seguire linguaggi diversi — l'una con i nomi di Dio e dei Santi, l'altra con il silenzio della forma pura — la loro intesa è rimasta intatta.
Suor Gemma aveva capito una verità che molti maestri dimenticano: non contano i nomi o le forme, conta la luce accesa nel fondo dell'anima. La sua fiducia non si basava sulla condivisione di un vocabolario religioso, ma sul riconoscimento di una comune "adesione alla vita" e verso gli altri.
 
Suor Gemma ci lascia l'idea che lo Yoga sia una disciplina della presenza. Ci ha insegnato a stare di fronte agli altri senza paura, con tutta l'energia che abbiamo dentro, portando avanti la nostra verità con gentilezza. In un mondo dello Yoga popolato da troppi "sedicenti guru", la figura di questa suora che praticava asana ci ricorda che la vera santità e la vera maestria risiedono nella capacità di far sentire l'altro, chiunque egli sia, pienamente a casa.
Come diceva Suor Gemma, l'importante è non lasciar inaridire il cuore

Vandana Shiva

«Nel mondo c’è quanto basta per le necessità dell’uomo, ma non per le sue avidità» -Gandhi
«Vivere con meno è il nostro risarcimento» - Vandana Shiva.

Vandana Shiva (1952 - ) è un'attivista politica e ambientalista indiana, si è battuta per cambiare pratiche e paradigmi nell'agricoltura e nell'alimentazione; si è occupata anche di questioni legate ai diritti sulla proprietà intellettuale, alla biodiversità, alla bioetica, alle implicazioni sociali, economiche e geopolitiche connesse all'uso di biotecnologie, ingegneria genetica e altro. È tra i principali leader dell'International Forum on Globalization, ed è vegetariana. Nel 1993 ha ricevuto il Right Livelihood Award.  E' considerata la teorica più nota dell’ecologia sociale. È conosciuta grazie al successo di Monocolture della mente (1995), un best-seller in tutto il mondo, e in Italia anche grazie al documentario del 2009 di Ermanno Olmi, Terra Madre, che mostra la raccolta del riso, nei pressi della fattoria Navdanya nella valle del Doon, dove sono custoditi i semi delle varietà locali di riso, tramandati di generazione in generazione. Lei nasce non lontano da lì, in una città dell’Uttar Pradesh, nelll’India del Nord-est. La famiglia è “progressista”, impegnata nella lotta gandiana per il superamento delle caste nell’India; la cultura e l’attenzione per i diritti civili e sociali sono di casa.

 

Il padre è una guardia forestale e la madre una maestra di scuola diventata contadina dopo la sanguinosa guerra di partizione tra India e Pakistan nel 1947-1948. La casa dei genitori è frequentata da intellettuali e discepoli del Mahatma Gandhi. Vandana, quindi, sin da piccola critica il sistema delle caste e viene educata alla parità dei sessi.   L’infanzia di Vandana non è solo cultura, ma anche contatto diretto con la terra; trascorre la sua infanzia tra le foreste del Rajahstan e la fattoria gestita dalla madre, subendo fin da piccolissima il fascino e la maestosità della natura.
Sempre grazie alla famiglia, Vandana può frequentare la scuola e il collegio cattolico di Dehra Dun e, dopo il diploma in fisica, dal 1970 l’università di Guelph, in Canada, dove consegue la laurea in filosofia della scienza, e poi quella del Western Ontario per il dottorato sui concetti filosofici della meccanica quantistica nel 1979.
Vandana torna in patria, a Bangalore, come ricercatrice in politiche agricole ed ambientali all’Indian Institute of Sciences, e all’Indian Institute of Management.
Nel 1982 Vandana torna a Dehra Dun dove crea la Fondazione per la scienza, la tecnologia e l’ecologia, un istituto indipendente di ricerca, proprio mentre nella valle si diffonde il movimento Chipko, delle donne contro la distruzione delle foreste da cui traggono sostentamento. Nell’Uttar Pradesh, sono evidenti le conseguenze della “rivoluzione verde”, dei fertilizzanti e delle varietà selezionate di semi: la resa è aumentata insieme alle estensioni coltivate a monocoltura, al degrado del suolo e delle acque, alle espropriazioni “facili” (la riforma agraria promessa da Nehru nel giorno dell’Indipendenza non è ancora iniziata). Ne sono vittime prima di tutto le donne, senza diritti men che meno di proprietà, le cui antiche pratiche sono meno produttive ma più rispettose degli ecosistemi, scrive in Staying Alive (1988). È il primo di oltre venti saggi, seguito sullo stesso tema nel 1990 dal rapporto sulle contadine indiane per conto della FAO, e da Eco-feminismo con Maria Mies, in cui scrivono: «Le donne non riproducono solo se stesse, ma formano un sistema sociale e dalla loro creatività proviene quello che io chiamo eco femminismo. Le donne sono le depositarie di un sapere originario, derivato da secoli di familiarità con la terra, un sapere che la scienza moderna baconiana e maschilista ha condannato a morte».

Nel 1991 Vandan Shiva fonda Navdanya (in hindi “nove semi”), il movimento che con altri sorti in tutto il mondo è presente al vertice di Rio de Janeiro nel 1992 dal quale nascono i primi accordi internazionali per la protezione della biodiversità e per la repressione della biopirateria. Da quel momento la difesa dei semi autoctoni contro le multinazionali che cercano di rivendicare come loro “proprietà intellettuale” varietà agricole selezionate nei secoli da comunità locali, diventa il maggior impegno di Vandana Shiva.

Quei “nove semi” rappresentano le nove coltivazioni da cui dipendono la sicurezza e l’autonomia alimentare dell’India. Il nome, dice Vandana Shiva, le è venuto in mente osservando un contadino che in un unico pezzo di terreno aveva piantato nove tipi di semi diversi. Oggi Navdanya conta circa 70 mila membri, donne per lo più, che praticano l’agricoltura organica in 16 stati del paese, una rete di 65 “banche dei semi” che conservano circa 6.000 varietà autoctone, e la Bija Vidyapeeth o Scuola del Seme che insegna a “vivere in modo sostenibile”.
Durante le riprese del documentario Terra Madre sopra citato, Maurizio Zaccaro ha realizzato un film documentario dal titolo "Nove semi" dove la stessa Vandana Shiva racconta l’esperienza della sua fondazione.

Ma Navdanya non è l’unico impegno di Vandana, che interviene nelle conferenze internazionali, viaggia in Africa, in Europa, in America Latina e in altri paesi asiatici, e dal 1996 partecipa in tutto il mondo alle lotte contro gli organismi geneticamente modificati, la crescita ad ogni costo, l’ingiusta ripartizione delle risorse e altri mali della globalizzazione. «Il cosiddetto sviluppo economico - scrive - anziché risolvere i problemi, rispondendo ai bisogni essenziali del mondo e della popolazione, minaccia la sopravvivenza del pianeta e degli esseri viventi che lo abitano. Questa apparente crescita economica, infatti, non ha creato nient’altro che disastri ambientali ed ha provocato un forte indebitamento dei paesi in via di sviluppo che, per creare delle basi adeguate per la loro crescita, tolgono risorse alla scuola e alla salute pubblica».

Consulente per le politiche agricole di numerosi governi, in Asia e in Europa (anche della regione Toscana), membro di decine di direttivi in altrettanti organismi internazionali, premiata più volte all’anno dal 1993, vive in parte nell’ambiente cosmopolita delle Nazione Unite e in parte nel mondo rurale indiano al quale è ancorata da Navdanya,
Le battaglie più notevoli vinte da Vandana, sono state contro le multinazionali che avevano ottenuto i brevetti del neem, del riso Basmati e del frumento Hap Nal. Questi ultimi due sono anche prodotti d’esportazione e paradossalmente, se i brevetti non fossero stati revocati, gli agricoltori indiani avrebbero dovuto pagare royalties alle società americane RiceTec e Monsanto, su ogni partita venduta all’estero.
Per questo suo enorme impegno a favore della popolazione indiana e per la sua lotta a favore dell’ambiente, Vandana Shiva nel 1993 è stata premiata con il “Right Livehood Award”, detto il Nobel per la pace alternativo.
Le resta da vincere la lotta contro gli Ogm e più in generale contro le monoculture e i loro oligopoli:
«Oggi siamo testimoni di una concentrazione senza precedenti del controllo del sistema agroalimentare internazionale in cui convergono essenzialmente tre aspetti: il controllo dei semi, il controllo dell'industria chimica, il controllo delle innovazioni biotecnologiche attraverso il sistema dei brevetti. Il diritto al cibo, la libertà di disporre del cibo è una libertà per la quale la gente dovrà lottare come ha lottato per il diritto al voto. Solo che non vivi o muori sulla base del diritto al voto, ma vivi o muori sulla base del rifiuto del diritto di disporre di cibo».

Intanto, nel settembre 2011 l’India ha denunciato la Monsanto per bioterrorismo.
Vandana Shiva propone il ritorno alla tradizione vedica in un periodo di forti tensioni con la minoranza musulmana. Molte giovani agronome hanno lasciato Navdanya per fondare movimenti simili, ma non confessionali.
Attualmente Vandana è la vicepresidente di Slow Food e collabora con «La Nuova Ecologia», la rivista di Legambiente.
Fonti, risorse bibliografiche, siti su Vandana Shiva

  • Terra Madre. Sopravvivere allo Sviluppo, UTET 2002
  • Monoculture della mente. Biodiversità, biotecnologia e agricoltura scientifica, 1995
  • Biopirateria. Il saccheggio della natura e dei saperi indigeni, 1999
  • Vacche sacre e mucche pazze. Il furto delle riserve alimentari globali, DeriveApprodi 2001
  • Campi di battaglia. Biodiversità e agricoltura industriale, Edizioni Ambiente, 2001
  • Il mondo sotto brevetto, 2002
  • Le guerre dell'acqua, Feltrinelli 2004
  • Le nuove guerre della globalizzazione, UTET 2005
  • Il bene comune della terra, Feltrinelli 2006
  • Dalla parte degli ultimi. Una vita per i diritti dei contadini, Slow Food 2008
  • India spezzata, Milano, il Saggiatore 2008
  • Ritorno alla terra, Fazi Editore 2009
  • Campi di battaglia, Edizioni Ambiente 2009

Filografia: 

  • L’economia della felicità, di Helena Norberg-Hodge, Steven Gorelick, John Page. Con Vandana Shiva. 2011.
  • Terra Madre, di Ermanno Olmi. Con Vandana Shiva. Documentario, Italia, 2009
  • Nove Semi (L’India di Vandana Shiva), di Maurizio Zaccaro, Documentario, Italia, 2009
  • Il mondo secondo Monsanto, di Marie-Monique Robin. Le Monde selon Monsanto, 2008

mercoledì 1 aprile 2026

Mantra

Il Purnamadah Mantra o Mantra della Pienezza  è uno dei mantra più profondi e noti della tradizione vedica (tratto dalla Isha Upanishad e dalla Brihadaranyaka Upanishad):
    Om Purnamadah Purnamidam: Om. Quello (il Divino, l'Assoluto) è pienezza; questo (il mondo manifesto) è pienezza.
    Purnat purna mudacyate: Dalla pienezza, nasce la pienezza.
    Purnasia purnamadaya: Prendendo la pienezza dalla pienezza.
    Purname vavasisyate: La pienezza rimane pienezza.
    Om shanti shanti shanti: Om Pace, Pace, Pace.     

Om quello è l'assoluto, questo è l'assoluto, dall'assoluto sorge l'assoluto, si toglie l'assoluto, solo l'assoluto rimane.   Il mantra insegna che l'Assoluto (Brahman) è infinito e completo. Poiché l'intero universo manifesto deriva da questa Fonte, anche l'universo è, nella sua essenza, completo e perfetto.
In sintesi: "Dall'infinito nasce l'infinito, e anche togliendo l'infinito dall'infinito, l'infinito rimane".   
 
 
Il Sarvesham Svastir Bhavatu è un antico mantra sanscrito di pace (Shanti Mantra) che invoca il benessere, la felicità e la prosperità per tutti gli esseri viventi. Significa letteralmente: "Possa il benessere/auspicio accadere a tutti, possa la pace essere in tutti, possa la completezza essere in tutti, possa la felicità essere in tutti". 
Significato Dettagliato e Parole Chiave
Il mantra è spesso recitato nella forma: Om Sarvesham Svastir Bhavatu, Sarvesham Shantir Bhavatu, Sarvesham Poornam Bhavatu, Sarvesham Mangalam Bhavatu. 

    Om - Sarvesham: Per tutti.
    Svastir (Swasti): Benessere, salute, buon auspicio.
    Bhavatu: Possa essere / accadere.
    Shantir: Pace.
    Poornam: Completezza, pienezza.
    Mangalam: Prosperità, felicità, fortuna. 
 
Om sarvesham svastir bhavatu    -    possa essere la pace per tutti
sarvesham purnam bhavatu         -  la benedizione per tutti
sarvesham madgalam bhavatu    -  la piena realizzazione e prosperità
 
Questo mantra viene spesso cantato alla fine di una sessione di yoga o meditazione per estendere i benefici della pratica all'universo. E' una preghiera universale: È un'invocazione di armonia, pace interiore e compassione.  Utilizzato per invocare un'energia positiva e benedizioni su tutti.
   Viene spesso ripetuto in cicli (es. 12, 21 o 108 volte) per la realizzazione dei desideri e il raccoglimento spirituale. 

Sinonimi e Mantra Correlati.
    Lokah Samastah Sukhino Bhavantu: Simile invocazione che significa "Possano tutti gli esseri ovunque essere felici e liberi".
    Sarve Bhavantu Sukhinah: "Possano tutti essere felici". 
    Sarvesham Svastir Bhavatu promuove un senso di connessione con tutti gli esseri viventi, aiutando ad   aprire il cuore alla compassione. 
 
Sarve Mantra Om 
Om sarvé bhavantu sukhinan 
sarvé santù niramayan, sarve badrani pasyantù
ma  kashid duhkha bhag bhavet  Om shanti shanti
 
------------------------- 
Hari Om   ( supremo Brahman )  Tat (esistenza)    Sat  (trascendente) 
Hari  (realtà manifesta)     Om  (realtà immanifesta) -   il significato è la realtà è immanente e trascendente 
Tat (esistenza)    Sat  (trascendente).
 
'Hari Om Tat Sat' è un mantra molto antico, tratto dai Veda. 'Hari Om' è di per sé un mantra, e 'Om Tat Sat' é un altro mantra. Si uniscono i due mantra in 'Hari Om Tat Sat'. 'Hari' rappresenta l'universo manifesto e la vita. 'Om' rappresenta la realtà non manifesta e assoluta. Con 'realtà' intendo l'esistenza infinita. Si potrebbe anche usare la parola: Dio. La realtà, l'esistenza, Dio, il Brahman, l'assoluto, sono tutti termini sinonimi che puntano a un solo essere, ma in realtà non lo definiscono.
Questa realtà ha due fasi. Una assoluta e l'altra manifesta. Questo universo, i milioni di soli, le lune e le stelle, lo spazio, e ciò che è al di là di questa piccola terra, sono tutte manifestazioni della realtà, piuttosto che creazioni della realtà. C'è una differenza tra il processo di creazione e manifestazione. Prendete il cotone e ottenete il filato e quindi una camicia. Ecco che il cotone è diventato la camicia, ma non ha creato la maglia. Il cotone si è trasformato in una camicia. Allo stesso modo, vi è una grande forza invisibile. Nessuno può vederla e nessuno l'ha vista, tranne che alcune persone, chiamate avatar.
La realtà manifesta, questo mondo, è rappresentato da 'Hari'. 'Om' è la realtà non manifesta, l'invisibile, increato aspetto dell'assoluto. 
Quindi, 'Hari Om Tat Sat "significa" ciò che è verità". Quello che io vedo con i miei occhi e ciò che è al di là i miei occhi sono entrambi la stessa cosa, non una diversa. Il creatore e la creazione non sono due. Il creatore non ha creato la creazione, ma ha manifestato o trasformato se stesso in creazione.
Tutte queste verità sono rappresentati nel mantra 'Hari Om Tat Sat'. Quando dico 'Hari Om Tat Sat', rammento che il visibile e l'invisibile, sono due in un corpo solo. 
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 Il mantra Om Namo Bhagavate Vasudevaya è un potente canto induista di devozione a Vishnu (o Krishna). Significa "Mi inchino al Signore Divino" o "Om, saluti al Divino che risiede in tutti i cuori". Utilizzato nella meditazione per la liberazione e la pace interiore, celebra la divinità. 
Significato Dettagliato (Sillaba per sillaba):
    Om: Il suono primordiale, la vibrazione cosmica suprema.
    Namo: Inchino, saluto, adorazione.
    Bhagavate: Al Signore, al Divino, al Benedetto.
    Vasudevaya: A Vasudeva (nome di Vishnu/Krishna), che significa colui che risiede nel cuore di tutti gli esseri o colui che è ovunque. 

E' un mantra di liberazione: Conosciuto come Dwadasakshari (mantra delle 12 sillabe    
Om na mo bha ga va te de va de va ya    dodici sillabe ), è usato per la liberazione spirituale e la purificazione.
Devozione (Bhakti): Cantato per connettersi con l'energia compassionevole dell'universo, recitato 108 volte per risonanza.  Pratica Yoga: Spesso recitato all'inizio o alla fine delle sessioni per creare pace e consapevolezza. 
Sinonimi e Mantra Correlati:
    Om Namo Narayanaya: Un altro mantra che celebra Vishnu/Narayana, con significato simile di affidamento.
    Om Namah Shivaya: Mantra dedicato a Shiva, incentrato sulla trasformazione. Questo mantra è considerato un mezzo per raggiungere il benessere interiore attraverso la vibrazione sonora. 
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Om Charandass   Sukudeva Sharnam    è     il mantra del Maestro  Gyanander
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L'essenza delle Upanishad è costituita dai 4 Mahvakya: 
Io sono il Brahman ( Aham Brahmasmi)
Tu sei quello  (Tat Tvam Asi)
L'atman è il Brahman  ( Ayam atma Brahma)
La coscienza conoscenza è il Brahman (Prajnam Brahman) 

Nel capitolo Samadhi Padha degli Yoga sutra  (aforismi di Patanjali). si legge:  
Lo yoga è la sospensione delle attività della mente In questa dimensione,  lo yogi  dimora nella sua vera natura altrimenti si identifica con le modificazione della mente (del mentale)
 
Prima di praticare Yoga occorre seguire 5 regole:   Non violenza (ahimsha),  non mentire, la verità (Satya),  Non rubare (Astheya, Asthya),  Contenersi, Moderazione ( Brahmacharia), Non avidità, non accumulare (Aparigraha)
 
I 5 precetti nello Yoga sono:   Purezza (saucha),  Contentezza (Santocha), Austerità, autodisciplina ( Tapas),  Studio e conoscenza di sè (Svadhyaya), Ababndonarsi al Divino (Ishvara Pranidhana).   
 
Nello Yoga - Isvara   (dio personale)   è il solo aspetto del Purusha senza Prakrti
Negli Yoga sutra -   Kaivalya è la  trance estatica, la libertà, il vero scopo dello yoga.
Isvara Pranidhana  (uno dei Niyama) è l'abbandonsre o al Divino, all'Essere supremo.

Il Buddhismo: essenza, sviluppo e tradizioni - Edward Conze

Il Buddha non lasciò nulla di scritto. Fu soltanto al primo Concilio, convocato qualche anno dopo la sua morte (nel 483 a.C., ) e presieduto da Mahākāśyapa, che i suoi discepoli tentarono di mettere nero su bianco il suo insegnamento. La produzione letteraria che ne scaturì fu straordinaria per volume e complessità, tanto più considerando che la tradizione fu trasmessa esclusivamente per via orale.    


Le scritture buddhiste si articolano in tre grandi categorie. Il Dharma o Sūtra raccoglie gli insegnamenti dottrinali; il Vinaya disciplina la vita monastica; l'Abhidharma approfondisce le sottili dottrine filosofiche. Ogni sūtra è un testo ritenuto formulato direttamente dal Buddha e si apre invariabilmente con la formula: "Così una volta io ho udito…". In seguito vennero aggiunti gli Śāstra, commentari ai testi originali.
Non tutte le scuole riconobbero lo stesso canone. La scuola Hīnayāna accettò come autentici soltanto i sūtra recitati al primo concilio. Il Mahāyāna estese invece il riconoscimento ad altri testi rivelati in epoche successive, tra cui i Prajñāpāramitā Sūtra — i sūtra della Perfezione della Saggezza. Secondo la tradizione, fu Nāgārjuna stesso a discendere negli inferi per recuperare questi testi e rivelarli al mondo degli uomini.
Un'ulteriore difficoltà nella datazione delle opere è dovuta al fatto che, in ambito buddhista, l'anonimato era considerato elemento indispensabile alla santità: persone diverse scrivevano spesso sotto lo stesso nome, e le date di nascita di grandi maestri come Nāgārjuna, Vasubandhu e Aśvaghoṣa non coincidono con quelle delle loro opere. Le traduzioni cinesi costituiscono uno strumento prezioso per la datazione, poiché riportano sempre la data della traduzione — sebbene tradurre un'opera potesse richiedere anche diversi secoli.

Ciò che è sopravvissuto delle scritture buddhiste è oggi raccolto in tre grandi collezioni:

  • Tipiṭaka pali: contiene gli insegnamenti della scuola Theravādin, una delle tradizioni Hīnayāna. Tra i testi più noti figura il Dhammapada. Nelle altre scuole Hīnayāna i testi sono conservati in cinese o sanscrito.
  • Tripiṭaka cinese: il catalogo più antico, del 518 d.C., elenca circa duemila opere.
  • Kanjur e Tanjur tibetani: il Kanjur è una collezione di sūtra in 108 volumi (13 dedicati al Vinaya, 21 alla Prajñāpāramitā, gli altri a sūtra vari e tantrici). Il Tanjur conta 255 volumi divisi in tre parti: inni, commentari tantrici e commenti alla Prajñāpāramitā.

Nell'immaginario visivo e devozionale del buddhismo, il Buddha viene raffigurato in modi assai diversi tra loro — talvolta come essere umano, talvolta nel suo "corpo glorificato", talvolta come principio spirituale assoluto. Questa molteplicità non è contraddittoria: riflette tre distinti livelli di comprensione della sua natura:

  • Come essere umano: il maestro storico, Siddhārtha Gautama, che visse, insegnò e morì.
  • Come corpo glorificato: il Buddha dotato dei 32 segni del superuomo e degli 80 segni sussidiari. Nell'arte buddhista, tra le sopracciglia compare spesso un ricciolo di lana (ūrṇā), trasformato nel Tantrismo nel terzo occhio; il corpo irradia luce.
  • Come principio spirituale: il Tathāgata — "Colui che è venuto" o "Colui che è andato" — ovvero il Buddha come corpo-del-Dharma, principio assoluto dotato di onniscienza. A Sāñcī e Bhārhut sono rappresentati i sette Tathāgata: Śākyamuni e i suoi sei predecessori.

L'onniscienza appartiene soltanto al Buddha come principio puramente spirituale: essa si identifica con la ricerca dell'estinzione del sé, e costituisce per il Mahāyāna il fine ultimo della vita spirituale. Il termine Budh significa letteralmente "risvegliarsi" e "conoscere".

Accanto alla via della saggezza e a quella della meditazione, il buddhismo ha sviluppato una via della fede (bhakti) che, dopo il 500 d.C., assunse un ruolo sempre più centrale, soprattutto nelle tradizioni Mahāyāna. In questa prospettiva, il Buddha deve salvare tutti gli esseri: se la natura di Buddha è presente in ciascuno, tutti sono ugualmente vicini alla buddhità.
I salvatori — Bodhisattva e Buddha — svolgono quattro funzioni fondamentali per il fedele:
— sviluppano le virtù del praticante;
— concedono benefici materiali;
— sono oggetto di amore e adorazione;
— offrono condizioni favorevoli per il raggiungimento dell'illuminazione.

L'orientamento devozionale (bhakti) elimina ogni fiducia nelle proprie capacità di decidere e controllare il percorso verso la salvezza. Uno dei primi Buddha a diventare oggetto di devozione fu Akṣobhya, "l'Imperturbabile". Il buddhismo della fede si rivolge in modo particolare al Bodhisattva Avalokiteśvara, che personifica la compassione, ma anche a Mañjuśrī — che impersonifica la saggezza — e a Samantabhadra.

Il buddhismo non nega l'esistenza di un Creatore, ma semplicemente non si interessa a sapere chi abbia creato l'universo: adotta una posizione agnostica sulla creazione. Se per ateismo si intende l'indifferenza verso un Dio creatore e personale, allora il buddhismo può essere definito ateo. Se invece l'ateismo è inteso come negazione attiva di Dio, la questione diventa più complessa.
I buddhisti descrivono il Nirvāṇa come permanente, imperituro, privo di divenire, realtà e meta supreme: una concezione che si avvicina in modo significativo al concetto di divino. Allo stesso modo, il Buddha come incarnazione del Nirvāṇa è oggetto di una devozione che si approssima alla religiosità. Nel buddhismo convivono, non senza tensione, atteggiamenti gnostici e devozionali.

Nei dipinti buddhisti ricorre frequentemente un cerchio diviso in sei settori, noto come "ruota dell'esistenza" (bhavacakra). Esso rappresenta le sei classi di esseri viventi riconosciute dalla tradizione: gli dèi (non immortali), gli asura (esseri celesti), gli uomini, gli spiriti (anime dei defunti), gli animali e gli esseri degli inferi. La rinascita in forma umana è considerata essenziale per poter apprezzare pienamente il Dharma e avviarsi verso il Nirvāṇa.

Il Saṃgha è composto da monaci — considerati l'élite spirituale — e dai capifamiglia. La vita di un laico è difficilmente compatibile con i gradi più elevati della vita spirituale, anche se numerosi grandi Lama ebbero una famiglia. Il Mahāyāna ha aperto ai capifamiglia la possibilità di diventare Bodhisattva.
La vita monastica è regolata dalle prescrizioni del Vinaya. Tre sono i suoi elementi essenziali: povertà, celibato e non violenza. Il tema del possesso di beni provocò la prima vera crisi dell'ordine: il secondo concilio di Vaiśālī stabilì il mantenimento delle norme originarie, anche se successivamente si diffuse una certa tolleranza in materia.
All'inizio i laici non partecipavano ad alcun rito o cerimonia. I loro doveri minimi sono riassunti nella formula dei Tre Gioielli e nei Cinque Precetti: "Nel Buddha prendo rifugio, nel Dharma prendo rifugio, nel Saṃgha prendo rifugio." I cinque precetti prevedono di astenersi dall'uccidere qualsiasi essere vivente, dal prendere ciò che non viene offerto, dall'abbandonarsi ai piaceri dei sensi in modo scorretto, dalla menzogna e dalle bevande inebrianti.

Il punto di partenza della pratica buddhista è il rifiuto del mondo così come appare. Attraverso la meditazione e altri metodi di salvezza, il praticante si mette sulla strada della liberazione o illuminazione. Questi metodi per arrivare alla liberazione sono sistematizzati nel Visuddhimagga di Buddhaghosa in tre grandi categorie: disciplina morale, estasi e saggezza.
L'estasi o liberazione si raggiunge attraverso la concentrazione e tre tipi di pratiche:

  • Gli otto dhyāna: nel sistema Yogācāra, quattro meditazioni sulla forma e quattro sulla senza-forma.
  • I quattro "illimitati" del Mahāyāna: metodi per coltivare le emozioni: interesse affettuoso (mettā), compassione, gioia ed equanimità. Attraverso questi stati si riduce progressivamente la distanza tra sé e gli altri.
  • I poteri occulti: propri della tradizione tantrica.

La saggezza (prajñā) è la virtù suprema. I metodi per svilupparla sono esposti principalmente nell'Abhidharma — sistematizzato da Buddhaghosa per i Theravādin e da Vasubandhu per i Sarvāstivādin. Attraverso le meditazioni progressive, il praticante arriva a percepire ogni cosa come spazio senza limiti, poi come coscienza illimitata, poi come vacuità. In questo stadio non esiste né percezione né non-percezione: si giunge al Nirvāṇa.

Il Nirvāṇa è uno stato in cui movimento, pensiero e parola sono assenti, mentre restano vita e calore. È una contemplazione rivolta verso la Realtà, l'unione dell'uno con il Tutto.
Strettamente connessa al Nirvāṇa è la dottrina del Vuoto (śūnyatā). La nostra personalità è "gonfia" perché formata dai cinque aggregati (skandha), ma al suo interno è vuota: priva di un sé. Il Vuoto non è il nulla, bensì l'assenza del sé; si colloca nel mezzo tra l'esistere e il non esistere, tra l'eternità e l'annichilimento. Nel Vuoto il Nirvāṇa e questo mondo coincidono: non sono più differenti, sono la stessa cosa. Sinonimo del Vuoto è la Non-dualità.
Bodhidharma lo espresse con queste parole: "Tutte le cose sono vuote e non vi è niente in esse che sia desiderabile o degno di essere ricercato."

I tre caratteri che raccolgono gli aspetti dolorosi dell'esistenza sono: impermanenza, sofferenza e Non-sé. Per liberarsi da essi occorre grande diligenza. Il grande obiettivo della vita è essere liberi dalle passioni, coltivando l'equanimità. Il saggio non fa distinzioni tra le cose esteriori: tutte sono identiche.

L'origine del Tantrismo si colloca nell'idea che il mondo sia il frutto di un'illusione magica: reale, ma ingannevole, perché scambiato per ciò che non è. Fin dalle origini del buddhismo le cose del mondo erano state chiamate māyā. Da questa premessa si fece strada la convinzione che metodi magici potessero avere efficacia in tale universo, dando vita al Tantra o buddhismo magico.
Il Tantra non ha una data di inizio certa, poiché i suoi insegnamenti erano segreti. Si può affermare che acquistò importanza dopo il 500–600 d.C., come conseguenza dell'assorbimento di credenze primitive da parte della tradizione buddhista. Il testo più antico è il Guhyasamāja-tantra. I monaci di Nālandā associavano tranquillamente magia e metafisica.

La differenza fondamentale tra il tantrismo della mano destra e quello della mano sinistra riguarda l'atteggiamento verso la sessualità. Lo shivaismo induista esercitò una grande influenza sullo shaktismo buddhista, e molte divinità femminili vennero assorbite da questa corrente. Tra le scuole più importanti della mano sinistra vi è il Vajrayāna — il Veicolo del Diamante. Il vajra è identificato con la realtà ultima, con il Dharma e con l'illuminazione. Il suo inizio risale al 300 d.C., ma si sviluppa soprattutto a partire dal 600 d.C.
Nel Tantra il vero insegnamento è trasmesso attraverso la cerimonia di iniziazione (abhiṣeka), che segna il confine tra dottrina esoterica ed essoterica. I metodi di salvezza efficaci vengono trasmessi dal guru — che occupa il posto del Buddha — al discepolo attraverso il contatto personale.

Le pratiche tantriche si articolano in tre metodi principali: la recitazione di formule magiche (mantra), il compimento di gesti rituali (mudrā) e l'identificazione con le divinità attraverso la meditazione. Ogni atto rituale deve coinvolgere i tre aspetti dell'essere: corpo (gesti), parola (mantra) e pensiero (samādhi).
Molte popolazioni asiatiche attribuiscono malattie e disgrazie a poteri demoniaci: il mantra — formula magica il cui potere si sprigiona nella pronuncia — serve a controbilanciare queste forze e a proteggere il percorso spirituale. Il celebre mantra Oṃ Maṇi Padme Hūṃ, onnipresente in Tibet, è considerato uno dei più preziosi doni di Avalokiteśvara al mondo sofferente. Accanto ai mantra, un ruolo fondamentale è svolto anche dai maṇḍala, i cerchi magici che rappresentano l'universo.

L'antico buddhismo era un sistema di valorizzazione del principio maschile: una donna non poteva diventare un Buddha. Prajñāpāramitā e Tārā furono le prime divinità femminili autonome del buddhismo. Il Tantra della mano sinistra introdusse l'adorazione delle śakti (energie femminili), la presenza di demoni e divinità terrificanti, riti connessi ai cimiteri e l'inclusione del rapporto sessuale tra le pratiche che conducono alla salvezza. Nella tradizione tantrica l'illuminazione nasce dall'unione dell'abilità dei mezzi (principio maschile) e della saggezza (principio femminile), rappresentata plasticamente nelle figure divine in unione sessuale — lo Yab-Yum, padre-madre.

Il percorso buddhista tantrico è centrato sul dominio del corpo. Si cercava di raggiungere un "corpo adamantino" attraverso una respirazione ritmica e concentrata, il controllo continuo dei movimenti muscolari, e pratiche di trance. Dall'haṭha yoga vennero ereditati i canali energetici attraverso i quali si accede a stati di beatitudine.

Con il Tantrismo, il Buddha diviene la manifestazione del corpo-del-Dharma nell'universo fenomenico. Verso il 750 d.C. furono introdotti i cinque Tathāgata o cinque Jina (vincitori sulle passioni): Vairocana l'Illuminante, Akṣobhya l'Imperturbabile, Ratnasambhava il Nato dal Gioiello, Amitābha l'Infinita Luce e Amoghasiddhi l'Immancabile Successo. Questi cinque Buddha sono emanazioni del Buddha primordiale (Ādi-Buddha) e corrispondono ai cinque elementi costitutivi dell'universo. Intorno al 950 d.C. il Tathāgata diviene causa stessa dell'universo.

Il buddhismo fu introdotto in Tibet verso il 700 d.C. da monaci indiani, dove convisse con la religione autoctona magica chiamata Bön. Padmasambhava — il "Nato dal Loto", venerato come secondo Buddha — vi stabilì il buddhismo verso il 750 d.C. e fondò la scuola Nyingmapa (Berretti Rossi). La tradizione vuole che egli e altri maestri abbiano nascosto testi sacri (terma) che vennero alla luce a partire dal 1125 circa. Padmasambhava è spesso raffigurato con le sue due consorti spirituali.
Dopo il 1400 d.C., con la riforma di Tsongkhapa, la scuola dei Berretti Gialli (Gelugpa) guadagnò la supremazia. 

Il buddhismo tantrico (Vajrayāna) giunse in Giappone verso l'800 d.C. con il nome di Shingon ("Parola Vera"), portato dal monaco Kūkai. Altre dottrine esoteriche furono adottate dalla scuola Tendai, fondata da Dengyō Daishi e basata sul Loto della Buona Legge.

Affascinante è la dottrina del Bardo, l'intervallo tra la morte e la nuova nascita, esposta nel celebre Bardo Thödol (il "Libro tibetano dei Morti").

Il buddhismo fu introdotto in Cina nel 50 d.C. Verso il 500 emerge la figura di Bodhidharma, capostipite della scuola Ch'an (meditazione). Tra i protagonisti successivi spiccano Sengcan, che compose il poema Xin Xin Ming ("Credendo nello Spirito"), e Huìnéng. Nel 750 Páizhàng introdusse il lavoro manuale come pratica spirituale per i monaci.
Verso il 1200, il Ch'an fu introdotto in Giappone con il nome Zen dai maestri Eisai e Dōgen, esercitando un'influenza profonda su pittura, calligrafia, giardinaggio, cerimonia del tè, poesia, scherma e danza. La parola d'ordine dello Zen era: "Non pensate, ma sperimentate." Il Ch'an è avverso alla speculazione metafisica e vuole abolire il ragionamento sistematico: apprezza l'intuizione diretta e istantanea. Il Buddha dimora nelle piccole cose della vita quotidiana.

L'Amidismo nacque nel nord-ovest dell'India e si fece conoscere in Cina intorno al 150 d.C. Nel 350 d.C. Huìyuǎn fondò la Scuola della Terra Pura. Il buddhismo della fede raggiunse il suo massimo sviluppo con la scuola Shin e il culto di Amida (Amitābha), che rigetta riti, filosofia e ascetismo. Tutti sono accolti nel paradiso di Amida: l'unica condizione è la sua grazia. I sacerdoti Shin si adattano al mondo: mangiano carne e si sposano.

Uno sguardo d'insieme alla cronologia delle principali correnti buddhiste:

  • c. 500 a.C. Nascita del Buddhismo.
  • c. 480 a.C. Morte del Buddha. Nessun successore designato: il Dharma deve guidare la comunità. I principali discepoli sono Śāriputra, Ānanda (assistente per vent'anni) e Maudgalyāyana (noto per i suoi poteri psichici).
  • 400 a.C. Nasce la prima scuola, l'Hīnayāna, che si divide in Theravādin, Sarvāstivādin e altre correnti. Si sviluppa parallelamente un movimento devozionale (bhakti) destinato a sfociare nel buddhismo della fede.
  • 300–250 a.C. Il ramo Mahāsāṃghika costituisce la scuola più liberale del Mahāyāna e propone l'ideale del Bodhisattva.
  • 150 d.C. Nāgārjuna fonda la scuola Mādhyamaka e propone la Dottrina del Vuoto.
  • 100–200 d.C. Grande sviluppo dei sūtra Mahāyāna: la Prajñāpāramitā, il Loto della Buona Legge, la Vimalakīrti-nirdeśa.
  • 200 d.C. Si sviluppa l'Amidismo; in vari Paesi il buddhismo si mescola con lo sciamanismo locale.
  • 400 d.C. Asaṅga e Vasubandhu fondano la scuola Yogācāra. In Cina nasce la scuola Ch'an.
  • 440 d.C. Maestri Yogācāra sviluppano una logica buddhista; Dignāga è tra i fondatori.
  • 500 d.C. Sorge il Tantra o buddhismo magico; grande influenza in Tibet e Nepal.
  • c. 750 d.C. Vengono introdotti i cinque Tathāgata nel Tantrismo. Padmasambhava stabilisce il buddhismo in Tibet.
  • IX sec. I Mahāyānisti superano numericamente gli Hīnayānisti. Le due tradizioni convivono negli stessi monasteri.
  • 1000–1200 Il buddhismo scompare dall'India. Le sue idee sopravvivono nel Vedānta e in Cina e Giappone sotto il nome di Ch'an o Zen.
  • XIII. Il buddhismo in Europa
  • Già nel XVII e XVIII secolo i missionari gesuiti avevano cognizioni precise sul buddhismo. Fu Arthur Schopenhauer il primo a farlo conoscere sistematicamente all'Europa, nel XIX secolo, insieme alle prime infiltrazioni delle filosofie asiatiche nel pensiero occidentale.
  • Nel 1875 nacque la Società Teosofica, che incoraggiò gli studi sulle religioni asiatiche. H.P. Blavatsky elogiò il buddhismo; Henry Steel Olcott scrisse un catechismo buddhista; A.P. Sinnett compose un testo sul buddhismo esoterico. Edwin Arnold, nel suo poema La luce dell'Asia, offrì un ritratto del Buddha che spinse molti europei ad avvicinarsi a questa tradizione spirituale.
  • Dopo il 1900 numerosi missionari buddhisti cominciarono a diffondere questa filosofia in Europa. In Inghilterra fu fondata la Buddhist Society da Christmas Humphreys. Alcuni europei, attratti dalla vocazione verso il buddhismo, si recarono a studiare questa disciplina in Sri Lanka, Cina, Giappone e Tibet, facendo ritorno vestiti della tonaca color zafferano o viola.

Fonte: Edward Conze, Buddhism, Its Essence and Development (trad. it. Il Buddhismo), 1955. 

Il Sorriso segreto dell'Essere - Mauro Bergonzi - 2

Mauro Bergonzi è docente d Religioni e Filosofie dell'India presso l'Università di Napoli e socio analista del centro Italiano di Psicologia Analitica.  A partire dagli anni '70 ha approfondito i percorsi meditativi di varie tradizioni orientali con uno spirito libero da dogmi e adesioni confessionali. Determinanti è stato il suo  incontro con gli insegnamenti di Nisargadatta Maharaji, Jiddu Krishnamurti e Tony parsons. Da diversi anni conduce gruppi di condivisione dell'essere (sat-sang) a Roma e Bologna.       

Il tesoro nascosto che cerchiamo è già qui con noi. Il risveglio consiste nella scoperta del proprio vero Sè, che coincide con la Totalità, oltre l'io individuale. La nostra natura originaria è perfetta così come è. La metafora nel buddhismo il sole è sempre lì, anche se coperto dalle nubi. Nell'Advaita vedanta si parla della signora che crede di aver perso la propria collana, mentre ce l'ha appesa al collo. Come dice Nisargadatta Maharaj: "Puoi trovare ciò che hai perdut, ma non puoi trovare ciò che non hai mai perso.  Invece di cercare ciò che non hai, scopri che cos'è che non hai mai perduto".  Il  Tao non conosce confini, eppure è sempre qui con noi. Se lo cerchi, lo perdi.

 

Esistenza e coscienza sono due parole per indicare la stessa cosa. Tutto ciò che apapre e scompare (suoni, colori, immagini, sensazioni, percezioni, ricordi, ecc) è dentro la Presenza-consapevolezza. la mente poi organizza le percezioni in insiemi separati, tracciando un confine tra le cose, me e il mondo, tra il dentro e il fuori.  E' la consapevolezza che vede tutto inclusa la mente.  Prima c'è la percezione, poi in un secondo momento sorge il pensiero "Io percepisco qualcosa" e nasce il dualismo tra osservatore e osservato. Tu non sei i molti, sei l'Uno. 

Non esiste un Io separato dall'Essere,  è l'Essere che fa tutto, compresa l'illusione di u n io separato. Noi siamo un'azione dell'Essere. Quando terminiamo di diventare diversi da quello che siamo, ci rilassiamo, smettiamo di fare e cominciamo veramente a essere.

Nel cammino della consapevolezza, si passa dalla prigione egoica alla posizione del testimone, in cui riusciamo ad essere spettatori di un fantasmagorico spettacolo sempre in movimento. L'osservatore e l'osservato sono due nomi diversi dello stesso indivisibile processo dell'osservazione. 

Il mondo esterno e la coscienza sono una sola e medesima cosa. la molteplicità delle menti individuali è solo apparenza, in verità c'è una sola mente - Schrodinger.  Anche Heisenberg ha affermato che al divisione del mondo in soggetto e oggetto, mondo interno e mondo esterno, corpo ed anima si rivela inadeguato e fonte di difficoltà. 

Dato che l'universo ci include, dire che noi osserviamo il mondo esterno equivale a dire che in realtà l'universo sta ossservando se stesso attraverso noi.  Il residuo che rimane inconoscibile nel sistema auto-osservante chiamato universo è proprio la coscienza, ossia la sorgente da cui scaturisce il nostro sguardo sul mondo. Il pensiero nel tentativo di cogliere la coscienza da cui esso stesso trae luce, crea il concetto di un illusorio io individuale limitato soltanto al soggetto osservante e falsamente contrapposto all'oggetto osservato (il mondo).   Il dilemma della nostra identità è dato da queste parole di Chuck Hillig: "Sono un puntino nero in uno spazio bianco, oppure sono uno spazio bianco con un puntino nero? 

Attraverso il pensiero tracciamo un confine e dividiamo convenzionalmente la realtà, rimuoviamo la coscienza della sua unità, identifichiamo l'io all'interno. Sono le nostre griglie concewttuali a descrivere la realtà e decidewre dove finisce il sé e comincia il mondo esterno, e noi viivamo prigionieri di queste griglie.    Perchè non considerare l'idea che il nostro vero sé sia l'indivisibile Totalità dell'univewrso?

La verità non può essere conosciuta perchè tutti i limitati strumenti di conoscenza sono inadeguati rispetto al Tutto. 

Nell'autolimitazione in un io individuale e separato da tutto il resto, è inevitabile provare un senso di incompletezza, che ci segue come un'ombra.  Allora ad una certa età ci mettiamo nella prospettiva di una ricerca interiore e l'io diventa un ricercatore spirituale, e si procura un ennesimo esperto che gli insegni come essere felice.  Gli esperti rivolgendosi a te come un io separato non fanno altro che rinforzare l'ostacolo a vedere la completezza in te.  I veri maestri cercano di farti capire che tra loro e te non c'è nessuna differenza, siamo un unico flusso di coscienza globale.  Può succedere che il pensiero e l'attenzione collassino all'improvviso, l'io si dissolve e un gran senso di sollievo ci pervade.  

L'amore.  Tutto è Uno e io sono Quello. L'amore è la pienezza che esplode quando l'io separato sparisce.  

Tutto nell'universo è vibrazione energetica, l'energia è un movimento tra opposti che tende all'unità, nella prospettiva dualistica l'amore è un'energia che scorre tra due polarità opposte, l'io e l'altro.  Ma l'amore tende ad abolire la dualità soggetto/oggetto.  L'eros è la continua tensione verso ciò che ci manca per sentirci completi. Il maschile e femminile si annullano a vicenda nella completezza a cui tende l'eros, fisicamente simboleggiata dall'orgasmo.

Spesso si fa l'amore con il proprio partner in modo routinario e ben poco soddisfacente, dall'altro si fa sesso sporco (ma più eccitante con amanti vari) per godere di ciò che non ci si permetterebbe mai di proporre alle proprie moglie e ai propri mariti, spesso con grande rammarico).   Il cosiddetto sesso tantrico si presenta il più delle volte in modo a dir poco desolante. Nelle tradizioni spirituali sono pochissime le voci che rivendicano una sessualità diversificata, piena e spontanea come espressione fisica della non dualità.  Arnaud Desjardins è uno  dei pochi che nell'ambito della spiritualità abbia osato affrontare il tema della sessualità con spirito libero e aperto: una vera coppia si metterà nuda l'una di fronte all'altra , non solo fisicamente ma anche psicologicamente. La moglie rappresenta per il marito tutte le donne, tutte le possibilità femminili. E l'uomo rappresenta per sua moglie tutte le possibilità maschili.  Non ci sono regole, non ci sono proibizioni in un vero rapporto d'amore, c'è anche la più grande libertà di scoprire tutte le parti di sé e dell'altro. sdalle più oscure alle più luminose.  Sentiamo di non essere completi e cerchiamo la parte mancante fuori di noi, proiettandola su una persona, di solito dell'altro sesso. E attraverso questo rapporto veniamo in contatto con la parte negata in noi stessi.  Come diceva Jung, nella seconda parte della vita, questa parte mancante riaffiora in forme psico-patologiche. 

L'eros è un'energia con cui tutti, anche gli asceti devono rapportarsi. Sempre Desjardins scrive: "l'attrazione sessuale è la legge fondamentale, la legge universale. La scelta è semplice; o una vita amorosa naturale, agevole, o l'ascesi vivificante, anche apportatrice di pienezza, oppure la nevrosi.  Molti aspirano alla realizzazione di una coscienza super-normale, dimenticando quanto faccia loro difetto la semplicissima normalità". 

L'amore altruistico è possibile, ma non può prescindere dall'amore di sé, o del Sé.  L'amore è la pienezza che esplode quando l'io separato sparisce. 

Nella prospettiva della manifestazione dualistica, l'amore - come il desiderio - è la ricercsa dell'unità.  Nella prospettiva NON dualistica, l'amore è l'espressione dell'Uno, è il sapore dell'Uno celato in ogni esperienza della nostra vita, il sapore del Sè che intimamente sentiamo di essere.  

La morte.  La nascita e la morte sono le due soglie dell'esistenza che segnano la nostra comparsa e scomparsa da un nulla ad un nulla. Allora cerchiamo di attribuire un significato alal nostra esistenza. Cominciamo a raccontarci delle storie che tentano di dare un senso alla nostra vita, per esorcizzare l'angosciosa possibilità che non abbia alcun scopo.  Non è tanto l'Ignoto in sè, di cui non abbiamo alcuna rappresentazione, a farci paura, quanto il fatto che, con al morte perderemo tutto ciò che conosciamo. Ma dal NON essere non può nascere niente. Noi prima di nascere siamo l'Universo, con la morte troneremo ad essere l'Universo.   Quando muoriamo abbandoniamo tutte le storie (tristi o allegre) del nostro film personale e ci tuffiamo in questo ignoto, nudi di ogni conoscenza. 

La coscienza. L'esperienza della realtà ci appare impropriamente come corpo, mente e mondo.     Se osserviamo il mondo percepiamo colori, suoni, sapori, sensazioni, percezioni, il mondo è una interminabile sequenza di percezioni. da queste percezioni cominciamo a costruire il corpo, la mente.  Tutto ciò che chiamiamo realtà non è aaltro che l'attività del percepire (mondo), del sentire (corpo), del pensare (mente).  L'io è il nome che diamo alla coscienza che percepisce, sente e pensa. Cominciamo anche a pensare che la coscienza sia dentro la mente.   Ma la coscienza non è immersa nel continuum spazio-temporale ma al contrario lo contiene.    Tra i contenuti che appaiono nel settore chiamato mente nasce il pensiero: io sono questo e non sono quello.   L'io sono è l'espressione verbale con cui la mente traduce l'immediata certezza di esserci e sapere di esserci, l'evidenza innegabile della mia Presenza consapevole.   Nasce così l'illusione della dualità, il sentirci individui separati dal mondo la fuori, con u n dentro (pensare e sentire) contrapposto ad un fuori (percepire). 

L'Io è coscienza, Sono è esistenza. L'esperienza primordiale dell'io sono è costante e fondamentale. Su questa identità, che viene prima di ogni esperienza specifica, si basa l'intera realtà. Senza di me - se non ci fossi io a percepire ogni cosa - l'intero universo non apparirebbe affatto. Tutto ciò che è vita e realtà presuppone l'Io sono.  Se eliminiamo la ocscienza, ogni altra cosa sparirebbe. 

Tutto è in me. Io non nego il mondo: lo vedo solo apparire nella coscienza, che è la totalità del conosciuto nell'immensità dell'ignoto.  

Chi sono io? Purtroppo nasce la convinzione che Io sia un individuo separato, Dall'idea di separazione nasce  un ineliminabile senso di perdita, mancanza, incompletezza, che a sua volta genera la ricerca della Totalità perduta.  Senza il miraggio dell'Io, non esistono libero arbitrio, né determinismo.  

Ciò che sono deve essere già qui, ora.  Inoltre, ciò che sono è costante, non cambia mai, perchè ho sempre l'impressione di essere me stesso, pur attraversando tanti cambiamenti.  Resta la costante sensazione di esistere, esserci e sapere di esserci, una Presenza consapevole.    la parola coscienza rimanda a qualcosa che non è una cosa, bensì lo sfondo costante di ogni singola esperienza. L'Io è un semplice nome, un oggetto mentale che viene visto dalla vera coscienza, che resta inconoscibile e innominabile.    Quando pronuncio la parola IO, indico in realtà qualcosa oltre il pensiero, oltre ogni separazione: indico la Presenza vuota e consapevole da cui, in cui e a cui appaiono e scompaiono tutte le esperienze.  

Il Sé - ossia la coscienza - conosce l'Io separato, ma quest'ultimo (che è solo apparenza) non può conoscere il Sé. L'Io è una semplice azione del Sé.  In questa ottica, il concetto stesso di risveglio è un'irrealtà, perchè ciò che veramente siamo è una Presenza sempre sveglia. Non c'è bisogno del risveglio, la coscienza che costantemente siamo non dorme mai, neanche nel sonno o nel sonno profondo. 

Tu sei quella.  la coscienza e l'Io sono come il mare e le onde. Noi siamo sia il mare (la coscienza) sia le onde (l'individuo). Noi proviamo un senso d'incompletezzae di mancanza, di alienazione dal Tutto,  e comincia così la ricerca dell'Unità, della completezza che crediamo di avere perduto. 

A volte abbiamo l'impressione di felicità, che siamo completi e la ricerca si sospende.  La Totalità include ogni cosa anche l'Io che la cerca, e si trova ovunque (anche qui e ora). Ne consegue che la ricerca non solo è impossibile, ma anche del tutto inutile, perchè siamo la Totalità che cerchiamo. La ricerca rappresenta l'ostacolo maggiore al manifestarsi della liberazione.  La metafora classica del NON dualismo è quella della signora che cerca la collana, ma si è solo dimenticata di averla al collo. 

La ricerca spirituale è come andare in cerca del buio con una lanterna accessa in mano. Quando cade la ricerca, troverò.   Anche la ricerca, come tutte le cose, è una semplice espressione della Presenza, dell'Uno.  Il risveglio è un evento quasi impercettibile, appare quando la ricerca finisce.   Ma non ha niente a che fare con la comprensione.   

E' la coscienza che vede tutto, ma proprio per questo non può vedere se stessa. E' impossibile che la coscienza non esista, perchè essere coscienti è un'evidenza innegabile che viene prima di ogni altra esperienza. a non possiamo dire che cosa sia. 

Questa presenza consapevole, questo esserci e sapere di esserci è l'Io sono che costantemente ci abita. da questo Io si sprigiona l'intera gamma di esperienze che appaiono e scompaiono dalla Coscienza, diventando l'universo conosciuto. Nell'incessante danza del cosmo, l'Io sono è l'unico danzatore e tutte le esperienze che compèongono il mondo non sono altro che le infinite movenze della sua danza.  Danzatore e danza sono inseparabili. Quando finisce la danza, anche il danzatore cessa di esistere.  Ogni esperienza enlal nostra vita quotidiana - piacevole o spiacevole - è un invito a sentire la risonanza della vibrante nergia che senza sosta si sprigiona dalla Presenza, divenendo noi.  Sei sempre e comunque l'espressione della Presenza. Quando affiora la risonanza di questa incontenibile vitalità, non hai più bisogno d'altro: sei in caduta libera nella meraviglia senza fondo dell'Essere. Allora la tua intera vita esplode nel Mistero che sei: il sorriso segreto dell'Essere. 

Il Sorriso segreto dell'Essere - Mauro Bergonzi

Il Sorriso segreto dell'Essere. Oltre l'illusione dell'io è un testo scritto da Mauro Bergonzi e pubblicato nel 2011. In questo testo Mauro Bergonzi fa un ritratto della persona sul percorso spirituale e  spiega la differenza tra dualismo e non dualismo.  

Nel dualismo c'è la separazione tra chi sa (il maestro) e chi non sa (il discepolo).  tra il punto di partenza (l'ignoranza) e il punto di arrivo (la saggezza), e soprattutto l'idea che esista qualcuno (un io individuale separato dal Tutto)  in grado di raggiungere qualcosa che non ha (liberazione, Dio, l'Unità, ecc). 

Nel NON dualismo radicale, non c'è verità da svelare, nè insegnamenti da impartire perchè ognuno di noi, esattamente così come è adesso, senza dover cambiare niente, in qualsiasi momento della vita può accorgersi di qualcosa che c'è sempre, vale a dire, la certezza che esistiamo e sappiamo di esistere, la Presenza consapevole che costituisce il nostro vero Sè.   Quella Presenza Non duale in cui appaiono e scompaiono tutte quelle esperienze che chiamiamo "la nostra vita".

Siamo tutti un unico Essere ( il mare) che appare come ciascuno di noi (le onde). Chi potrebbe insegnare alle onde di essere il mare? Che senso ha istruire qualcuno a diventare ciò che già è?

Ogni pagina del libro è un invito ad aprirci all'ignota vastità che siamo. a sentire l'Essere che brilla in qualsiasi istante della nostra vita. E' un invito ad esplorare il misterioso sguardo che la coscienza apre su ciò che chiamiamo realtà, il senso e non senso della meditazione e della ricerca spirituale. La ricerca spirituale non ha senso, perchè siamo già ciò che cerchiamo. Ogni manifestazione è un passo di danza di un unico Essere alla cui luce ogni separazione è soltanto apparenza e gioco.  

Possiamo affrontare queste tematiche con due approcci; una prospettiva negativa decostruendo la falsa credenza di un io individuale separato dal resto dell'universo; una prospettiva positiva di riconoscere l'innegabile e immediata evidenza di esserci e sapere di esserci, vale a dire riconoscere la Presenza costante e consapevole che costituisce la nostra vera identità. 

Alla nascita ci sentiamo gettati nella vita, nella precarietà dell'esistenza.   Churchill ha ribadito "la vita è una grande avventura dalla quale non ne usciremo vivi". 

 E se inoltre,  oltre ad essere precaria, la vita fosse senza scopo?  Questo ci fa proprio impazzire, E allora cominciamo a cercare disperatamente un obiettivo, un traguardo, un significato da conferire alla vita, un qualcosa che ci possa  permettere di dire che ne è valsa la pena di viverla... perchè aveva uno scopo.

Così la nostra vita è intessuta di storie costruite dal pensiero che sono semplici illusioni. E ogni illusione da prima o poi, una delusione. Ci inventiamo storie sull'aldilà, sulla ricchezza come chiave della felicità, sul successo, sul potere, sul vittimismo come strategia vincente, sull'ottimismo a oltranza. Prima ci realizziamo nello studio, poi nel matrimonio, poi nel lavoro, ecc.

Siamo gettati in una esistenza che viviamo come una prigione senza scopo, sospesa tra un nulla prima della nascita e un nulla dopo la morte. Per evadere dalla prigione inventiamo storie che diano un significato alal vita, convincendosi poi della loro realtà, ma essendo semplici costruzioni del pensiero, queste storie ci intrappolano in un'illusione che finisce per rinforzare la prigione stessa. Poi ci rendiamo conto dell'inconsistenza della storia e passiamo subito a raccontarcene un'altra, e la giostra continua a girare in tondo.  

Per venirne fuori, alcuni cominciano a raccontarsi la storia del risveglio, dell'illuminazione, di una definitive liberazione dai problemi della vita. Il percorso spesso si identifica con la pratica meditativa.  Ma come tutte le storie costruite dal pensiero finirà con una delusione e non ci porterà fuori dalla prigione, La buona notizia è che la meditazione può renderci più confortevole la nostra cella. Meditare è equivalente a qualsiasi attività intrapresa per cercare quella completezza, quell'unità che crediamo perduta. 

Ci sono diversi tentativi per uscire dalla prigione. Per alcuni è rimbecillirsi davanti al televisore fino a dimenticare se stessi, per altri è fare acquisti finchè non sentono di aver colmato il proprio vuoto interiore;  per altri ubriacarsi fino ad arrivare ad un completo oblio. Attraverso la meditazione si possono coltivare stati di silenzio interiore in grado di offrire una pace interiore, ma pur sempre temporanea.  Per apparire credibile la storia della meditazione ha bisogno di modelli esemplari, di irraggiungibili eroi spirituali, gli illuminati, i maestri.   Naturalmente un illuminato è una mera fantasia della nostra mente, immaginiamo una persona perfetta, impeccabile, vegetariana, vestita di bianco, sempre con il sorriso sulle labbra...  Ma prima o poi scopriamo che il guru ha simpatie e antipatie, non vuole essere contraddetto, approfitta sessualmente o economicamente dei propri discepol, ecc.      E ad un certo punto dovremmo essere vaccinati anche contro questa illusione. Invece ci diciamo che ci eravamo sbagliati, non era un vero illuminato e ci mettiamo a cercarne un altro....

 Il risveglio non ha nulla a che fare con la perfezione. non a caso tante tradizioni spirituali affermano che il vero guru è dentro di noi, o che è la vita stessa.  In questo approccio, in questa visione, il maestro non è quello che ci porta a confrontarci con falsi modelli o ci propone falsi percorsi, ma è colui che nonostante i suoi limiti e le sue imperfezioni,  ci apre cuore e mente a una risonanza con l'esplosiva vitalità dell'Essere non duale che veramente siamo. Noi siamo Uno senza Secondo.  

Il risveglio consiste nel vedere spontaneamente l'irrealtà di un io separato: è l'Essere stesso a creare e a dissolvere questa illusione nella sua danza incessante.

La storia del risveglio ha come punto di partenza la prigione, il sentirsi separati e confinati nello spazio-tempo. Il percorso è la pratica meditativa, il punto di arrivo è il risveglio, il Tutto, Dio.   L'individuo che si crede separato dal Tutto è un'illusione. L'individuo fa parte del Tutto, e non può stare al di fuori della Totalità. Irreale è il punto di partenza e irreale è il percorso.   Non è  possibile raggiungere il luogo dove già si è, così come non ci si può avvicinare allo spazio in cui siamo immersi.

In definitiva, non solo cerchiamo perchè siamo insoddisfatti, ma siamo insoddisfatti perchè cerchiamo. La ricerca non fa che rinforzare  l'illusoria esistenza di un sè separato in grado di agire indipendentemente dal resto dell'universo, perpetuando il dualismo.  E' uno spettacolo inscenato dall'Uno per esprimersi nella danza della molteplicità.

La meditazione.  "Ciò che la meditazione indica non è un'esperienza, è libertà da qualsiasi esperienza".

Fare meditazione significa applicare un determinato metodo. Il Buddha afferma esplicitamente che una sola, semplice pratica come la consapevolezza del respiro è sufficiente a percorrere l'intero sentiero meditativo.  Il percorso deve tendere ad una progressiva semplificazione. La maturità di un meditante si riconosce dall'animo semplice e dallo sguardo innocente. Quindi dovremmo adottare quelle tecniche che vanno meglio per noi, quelle che ci risultano più facili e naturali; che ci trasmettono un senso di energia, freschezza, leggerezza e fiducia in noi stessi.  L'essenza profonda della meditazione è un atteggiamento di apertura del cuore e della mente a Ciò che è, uno sguardo sul mistero dell'Ignoto.  

Meditare è imparare da ogni esperienza e procedere oltre; è un lasciare andare, uno spogliare la mente di tutto ciò che ci impedisce di vedere direttamente Ciò che è.  La meditazione non è separata dalla vita; è l'essenza stessa della vita.  

Il mezzo più efficace per arrivare alla suprema verità è il silenzio.  Nella nostra civiltà il silenzio fa paura o è svalutato. Quello che ci spaventa di più è il silenzio della mente.   Per arrivare al silenzio della mente dobbiamo prima dimenticare il corpo, quando rimane immobile e rilassato possiamo entrare in una dimensione  più raccolta e profonda. Possiamo comunque entrare in stati di profondo silenzio anche attraverso il movimento fisico, come nel Tai-chi-chuan attraverso la cosiddetta "esperienza di flusso". Man mano che si instaura un silenzio del corpo a livello grossolano si comincia ad avvertire sempre più chiaramente una corrente vitale di energie sottili che circola in tutte le zone dell'organismo. Nel silenzio del corpo, si arriva a sentire il movimento stesso della vita.

Importante è anche il silenzio del respiro che connette il livello fisico con quello delle energie sottili, non a caso il termine prana significa sia vita, sia respiro. Il respiro è il ponte fra diverse sfere di realtà, tra corpo e mente, tra corpo e energia, è anche il ponte per entrare in contatto con la nostra parte inconscia e con le nostre emozioni.

Le pratiche meditative basate sul respiro rientrano in due fondamentali tipologie: quelle che attivamente lo modificano (la ritenzione del respiro induce il silenzio del respiro) e quelle che lo lasciano fluire spontaneamente.  In entrambe è comunque importante focalizzare l'attenzione sul respiro su un preciso punto (narici, addome, ecc).  Con la pratica, il respiro diventa sempre più lento e sottile, fino ad avere l'impressione che scompaia...   I taoisti mettono una piuma, davanti alle proprie narici, che resta immobile, mentre il corpo respira con ogni cellula e poro della pelle. Quando il respiro non si percepisce più a livello grossolano, si instaura una pace profonda, e si va verso la sfera della quiete della mente.  

Poi sii passa al ritiro dei sensi, l'attenzione si ritrae dal continuo bombardamento delle percezioni sensoriali e si arriva ad uno stato di vuoto sensoriale. Un metodo per aiutare questo processo è quello di  concentrarsi, focalizzare l'attenzione su un unico punto, che può essere un'immagine, una zona del corpo, un pensiero, una frase, il respiro stesso. Anche nella vita quotidiana si può cercare di applicare questo principio, magari camminando con uno sguardo raccolto davanti a sé. In molte tradizioni spirituali si mantiene il silenzio per giorni e a volte per anni... Mentre nella nostra civiltà le parole straripano e perdono lo scopo primario che è quello di comunicare, con un enorme spreco di energia perchè la parola è essenzialmente una forma di energia. Anche il pensiero è una vibrazione energetica. 

Comunque, qualunque sia il punto di partenza della pratica meditativa - il corpo, i sensi, il respiro o la parola - alla fine si arriva sempre al silenzio della mente.  Noi siamo la coscienza, lo sconfinato spazio di consapevolezza, lo sfondo costante in cui i contenuti mentali appaiono e scompaiono.  Invece, confondiamo mente e coscienza, trasformandoli in sinonimi.  Ci identifichiamo con i soli contenuti mentali e così emerge la falsa idea di essere un io individuale e limitato.  Per questo è importante il silenzio della mente, se i nostri pensieri tacciono e i processi mentali con cui ci identifichiamo, si interrompe l'illusione di un io separato e individuale: ciò che resta è una coscienza temporaneamente priva di ogni contenuto.     Nel silenzio della mente l'energia non è più dissipata in azioni esterne e vibra all'interno e si sviluppa una sorta di calore, una fiamma interiore. 

Un altro metodo per arrivare al silenzio interiore è quello di un'apertura a trecentosessanta gradi dell'attenzione, un campo globale dell'attenzione che non escluda nessun oggetto: pensieri, sensazioni, percezioni, ecc.  Comunque questo silenzio meditativo non può che avere una durata limitata nel tempo. La pratica della meditazione ha senso se ci fa stare bene, se ci dà energia, se ci comunica esperienze piacevoli, se siamo consapevoli dei sui limiti intrinseci.

L'equivoco di fondo è che noi crediamo che il silenzio sia un'esperienza soggettiva, mentre in realtà è lo sfondo costante e inalienabile di ogni esperienza.  Il Silenzio è sempre qui: siamo noi che andiamo e veniamo.  Noi siamo questo insondabile Silenzio e il nostro Io è solo in apparenza separato da esso, come una nuvola che è fatta del cielo in cui veleggia. 

La meditazione è un'espressione della Totalità, non una via per raggiungerla.   La Totalità comprende anche l'io del meditante e diventa evidente quando scompare l'idea illusoria di un Io separato che cerca di raggiungerla.  Se si parte dal principio che non c'è un Io separato dal Tutto, perché meditare? E soprattutto, chi fa meditazione?

La liberazione è lo sfondo costante da cui emerge qualsiasi esperienza, uno sfondo che comprende sia il soggetto (il meditante) sia l'oggetto (gli stati di sospensione dell'io). 

Dire "Io ho raggiunto con la meditazione uno stato libero dall'io" è un palese controsenso. Come il meditare per diventare illuminati è altrettanto controproducente che combattere per la pace. - Leo Hartong

Meditare per meditare, come danzare per danzare è una pura espressione di gioia senza scopo, una celebrazione della vita che esplode nel silenzio della coscienza.   

La mente è lo strumento  attraverso cui l'Uno appare come molti. Tramite i nomi e le forme, il pensiero crea un dentro (l'Io) e un fuori (il mondo), laddove in realtà c'è solo l'unitario sfondo della coscienza. Sul foglio bianco della coscienza appare una linea chiusa che sembra separare interno e esterno, i quali però entrambi non sono altro che un unico foglio indiviso. 

Durante la vita quotidiana ci sono momenti in cui, senza alcun motivo, la mente si rilassa e diventa spontaneamente quieta, in una condizione di consapevolezza silenziosa in cui percezioni e pensieri  vanno e vengono.

La meditazione non deve essere uno strumento per raggiungere una meta lontana, ma un laboratorio per esplorare chi siamo in realtà.  una volta compresa la natura illusoria del meditante, del falso io impegnato nell'impossibile compito di raggiungere qualcosa che egli già è - ogni deliberata meditazione cessa spontaneamente e ciò che resta è pura e semplice Presenza-consapevolezza, senza che nessuno sia presente o consapevole. 

Nella meditazione dobbiamo dimorare così come si è, dimorare nella coscienza globale lasciando che  mente, corpo e mondo si manifestino spontaneamente. La meditazione non è fare, ma smettere di fare, smettere di costruire l'entità illusoria che pensiamo di essere -  allora avviene una radicale inversione di prospettiva. Prendiamo consapevolezza che io, corpo, mente sono semplici percezioni intermittenti che vanno e vengono nel campo globale della coscienza.  Il dimorare così come si è, non ha niente a che vedere con le pratiche meditative, perchè accade da sè, spontaneamente, senza che ci sia alcun Io a compierlo: diventa una celebrazione della vita, la danza dell'Uno che appare come molti. 

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Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono cir...