lunedì 19 ottobre 2026

Introduzione al Blog

 Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono più di 1000 articoli, la maggioranza dei quali verte su yoga, meditazione, buddhismo, filosofie orientali, rapporto tra scienza e meditazione.                    

Gli articoli sono essenzialmente riassunti di libri che ho letto su questi argomenti e che mi hanno particolarmente colpito.  Per ricercare un soggetto specifico si può usare la finestrina a destra, oppure si possono usare le categorie (etichette) che si trovano sulla destra. Sul Blog sono riportati anche i libri che ho scritto sullo yoga e la meditazione e la gallery di alcuni miei viaggi.                                                     

       Buona lettura   


domenica 18 ottobre 2026

Cambiare sé stessi per cambiare il mondo

«Tutti pensano a cambiare il mondo, nessuno pensa a cambiare se stesso» - Lev Tolstoj
Se Changer, Changer le monde.   Meditazione, sobrietà e altruismo: le voci di chi sostiene che ogni trasformazione sociale comincia da dentro.

Nell'ora delle fratture sociali e della sfiducia, l'amicizia è una potente risorsa collettiva: la capacità di creare legami, di abitare il disaccordo senza rompere, di costruire un mondo comune senza perderci. Lo sapeva Tove Jansson (scrittrice e pittrice finlandese), quando scriveva che la sola cosa che contava era aver trovato il suo primo amico e che da quel momento cominciava veramente a vivere. Lo ricorda Don Miguel Ruiz (messicano, maestro spirituale contemporaneo): secondo il modo in cui due persone sognano, creano insieme la direzione comune di quel sogno che si chiama relazione.
Ma come dare il proprio contributo a un mondo più giusto, più rispettoso dell'uomo e dell'ambiente, quando le sfide sono enormi e il tempo è contato? C'è chi sceglie l'impegno sociale, umanitario e politico, e chi preferisce il lavoro su di sé, per ritrovare serenità in un'epoca difficile. Molti pensatori, ricercatori e testimoni rispondono che le due strade non si escludono: la seconda è la condizione della prima. Ecco le loro voci.
Il meditante e il militante: Ilios Kotsou e Caroline Lesire. La missione di Emergences, l'associazione di Kotsou e Lesire, è riconciliare lo sviluppo personale e le azioni di solidarietà. Le domande da cui parte sono semplici: quale importanza hanno i nostri legami con gli altri per una trasformazione durevole? Cosa possiamo fare per iniziare il cambiamento? Come riconciliare in noi il meditante e il militante?
La risposta è che noi siamo il mondo. Se cambiamo, cambiamo una parte del mondo: certo infima, ma esistente e importante. Miliardi di piccole soluzioni, una per ogni abitante del pianeta, potrebbero renderlo più giusto. Il cambiamento è alla nostra portata, e anche l'azione più minima può contribuire in modo significativo.
Le ricerche scientifiche mostrano che la società attuale, sotto l'influenza di denaro, stress e pubblicità, ci aliena. La parola viene dal latino alienus: altro, straniero. Se non abitiamo la nostra vita e non incarniamo il cambiamento nel quotidiano, è il mondo che cambierà noi, e non noi il mondo.
La meditazione, sottolineano gli studiosi, non ci allontana dal mondo: ci collega agli altri e favorisce comportamenti prosociali. Ed è un antidoto alla stanchezza della compassione, che porta al burn-out. Cambiarsi significa prendersi cura di sé, accrescendo coscienza, saggezza ed empatia: siamo noi lo strumento attraverso cui possiamo agire sul mondo.
Il contesto è quello che Paul Crutzen, premio Nobel per la chimica, ha chiamato Antropocene. A partire dagli anni Cinquanta l'influenza dell'uomo sul sistema Terra è diventata predominante, e l'uomo si sta tagliando dalle sorgenti stesse della vita. Non ci potrà essere cambiamento di società senza cambiamento umano, perché siamo noi a organizzare la società secondo la nostra maniera di vedere.
L'idea si riassume in un racconto. A vent'anni chiedevo a Dio di aiutarmi a cambiare il mondo e mi sono battuto per vent'anni come un leone, ma poche cose sono cambiate. A quaranta gli chiedevo di aiutarmi a cambiare mia moglie, i miei figli, gli amici: altri vent'anni, nessun risultato. Ora che sono vecchio gli chiedo di aiutarmi a cambiare me stesso. Ed ecco che il mondo cambia intorno a me.

Proteggere l'interiorità: Christophe André. Per lo psichiatra Christophe André la prima tappa del cambiamento è occuparsi di se stessi. Non per egoismo o perché non si sa cosa fare, ma per proteggere e restaurare ciò che costituisce la nostra umanità: l'interiorità. Un'interiorità oggi minacciata da una certa forma di modernità, fatta di consumismo, mode e digitalizzazione, sulle cui condizioni di vita dovremmo riflettere con consapevolezza.
Le ricerche sottolineano che più siamo materialisti, più ci allontaniamo dalla felicità. Privilegiamo i valori materiali, come il denaro, lo status sociale, il possesso, a discapito della condivisione, della spiritualità, dell'equilibrio interiore. La pubblicità ci spinge a comprare, ma non abbiamo alcuna certezza che gli acquisti portino altro che un benessere transitorio. La conclusione degli studi è netta: più una società o un individuo sono materialisti, più si allontanano dal benessere.
Questo mondo è inquinato dai valori materialistici, dall'iper-consumo e dagli eccessi, e dalla sollecitazione continua di sms, social e internet. Il solo fatto di viverci senza consapevolezza, senza prendere le distanze e senza contestarlo, ci mette in pericolo. L'accumulo di stimoli provoca, nella maggior parte delle persone, problemi di stabilità emotiva.
Chi comincia a praticare la meditazione sa che non troverà la calma e il vuoto, ma un grande tumulto interiore: la nostra mente tende a vagabondare. Alcuni ricercatori hanno dimostrato che la nostra felicità non dipende soltanto dalle nostre attività, ma anche dal fatto di essere o meno presenti in ciò che facciamo.
La prima cosa da fare è comprendere la realtà, capire che impatto ha su di noi e prenderne coscienza. Esistono grandi influenze, un grande inquinamento dei nostri cuori e delle nostre menti. Dobbiamo essere attivi, vigilanti e molto esigenti con noi stessi, perché queste influenze ci sono, noi siamo molto recettivi e non ne misuriamo né l'importanza né la potenza. Molti pensano: «approfitta della vita e non farti troppe domande».
Gli approcci meditativi ci rendono molto più sensibili alle emozioni sottili. Di fronte a una pubblicità o a un piatto troppo abbondante, il meditante ha qualche possibilità in più di sentire e ascoltare il proprio cuore, che gli dirà: «fermati, non va bene, c'è un problema». Questa sensibilità può aiutarci a difenderci dall'inquinamento delle emozioni che ci incitano a diventare sempre più materialisti.
Dobbiamo privilegiare la presenza all'istante presente, all'altro, alle nostre emozioni. Abbiamo compreso che, malgrado la nostra intelligenza, siamo fragili e dipendenti: gli uni dagli altri e dalla natura. Questa presa di coscienza delle nostre fragilità e dei pericoli potrebbe aiutarci a salvarci.
I suoi consigli sono concreti. Disintossicarsi dal digitale, senza restare tutto il giorno con il viso attaccato al cellulare. Essere generosi: amare, perché la vita è bella, e dare molto, perché è ancora più bella quando si condivide; fare ogni giorno qualcosa per un'altra persona, per la natura, per se stessi. E vivere la quotidianità, perfino mangiare, in piena presenza. La meditazione di piena coscienza, spiega, sviluppa proprio questa capacità di essere presenti, intensamente, a ogni istante della propria vita.
 
La piena coscienza: Jon Kabat-Zinn. Sedendosi e cercando di restare semplicemente immobili, si può cambiare e cambiare il mondo: è la convinzione di Jon Kabat-Zinn. La pratica fa prendere coscienza di essere inclusi in un flusso di cambiamenti perpetui, che esistono indipendentemente da noi. E ci fa rendere conto di essere, nelle nostre vite, l'autorità più importante: nessuno ci conosce come noi stessi, e nessuno ha le nostre possibilità di incarnare il nostro potenziale.
La piena coscienza è l'attenzione portata, senza giudizio, all'istante presente. Non è una tecnica ma un modo di essere, molto più che stare seduti su un cuscino. Significa opporsi alla forza dell'abitudine e allenare i muscoli della calma, della chiarezza mentale, del discernimento. Corpo e respiro diventano alleati dell'attenzione: servirsi della respirazione non vuol dire pensare al respiro, ma sentirlo. In questo spazio si accolgono paure, ansie e dolori con immensa compassione e benevolenza verso se stessi.
Non c'è nessun posto dove andare, ricorda il sutra del cuore, né cose da fare, né stati particolari da raggiungere: siamo già perfetti. Gli studi, intanto, confermano gli effetti: nei pazienti allenati all'attenzione i sintomi diminuiscono in modo considerevole, e nei meditanti aumenta l'attivazione di alcune regioni della corteccia frontale sinistra, segno di più emozioni positive e di una gestione più efficace dello stress. Il ponte con la ricerca europea è la sezione di Mind and Life a Zurigo.
L'importante, conclude Kabat-Zinn, è essere ciò che siamo nella nostra pienezza, nei momenti piacevoli come in quelli difficili. Quando si vive così, il mondo è già diverso.

Allenare l'altruismo: Matthieu Ricard. Per Matthieu Ricard cambiarsi per cambiare il mondo richiede un atteggiamento responsabile a tutti i livelli. Significa liberarsi delle tossine mentali (rabbia, avidità, gelosia, orgoglio, spirito di vendetta) che avvelenano la nostra esistenza e quella degli altri. E, prima ancora, trovare un senso alla propria vita, per poi provare a condividerlo.
Compassione e altruismo non dipendono dalla cultura o dal genere, ma dall'allenamento: per ottenere dei risultati occorre meditare almeno trenta minuti al giorno. L'amore, avverte, non dura: è molto più effimero di quanto la maggior parte di noi voglia riconoscere. Ma è infinitamente rinnovabile.
Ricard invita alla sobrietà. Cercare il benessere nel consumo di beni materiali mette in pericolo l'ambiente, mentre amicizia, legami sociali e contentezza danno più soddisfazione. Essere sobri non significa privarsi del necessario, ma sbarazzarsi del superfluo e rinunciare a una parte delle cause della sofferenza: se si cammina in montagna con uno zaino che contiene metà viveri e metà sassi, liberarsi dei sassi è un sollievo. Spesso si pensa che avendo di più si sarà più felici, mentre accade il contrario. Ne è un esempio l'eremita, che capisce come felicità e benessere emotivo non dipendano dalle condizioni esterne, ma dalla trasformazione della mente e dal modo in cui si trasformano le circostanze in malessere o in benessere. È nella semplicità che si trova la serenità interiore: il consumo galoppante non porta benessere né salute e non rende più altruisti. Un piccolo mantra può aiutare: «Non ho bisogno di niente». Ripetuto dieci volte, fa sentire meglio.
Sul rapporto con gli animali risuonano due voci: George Bernard Shaw («gli animali sono miei amici, io non mangio i miei amici») e Gandhi, secondo cui il grado di civiltà di una nazione si misura da come tratta gli animali.
Ricard coltiva anche una speranza. Nel tempo, i gruppi di altruisti che cooperano per un interesse comune avranno un vantaggio sui gruppi di egoisti, in costante competizione tra loro: c'è da sperare che la tendenza alla cooperazione prenda il sopravvento.
I suoi tre consigli:
1. Praticare l'altruismo. Allenarsi a vedere che la vita è molto più cooperazione che competizione, più aiuto reciproco che ostilità. Dirsi che l'altruismo è una bella cosa non basta: la compassione senza azione è sterile.
2. Mangiare meno carne. Una scelta valida sul piano etico, sanitario ed ecologico, con un impatto positivo sull'ambiente.
3. Semplificare. Non consacrare troppo tempo al superfluo e alle distrazioni, e semplificare anche le parole, pensando al tempo perso in chiacchiere e pettegolezzi inutili.
Alle riflessioni di Ricard si affiancano ricerche e testimonianze. Lo psicologo Richard Davidson, con la collaboratrice Laura Pinger, insegna meditazione ai bambini per trenta minuti al giorno: insegnando l'altruismo agli alunni delle scuole di Madison si possono eliminare le radici della discriminazione. Barbara Fredrickson, nel libro Amour 2.0, esplora gli effetti dell'amore altruista sulla salute e sul benessere. Il documentario Happy di Roko Belic mostra che a Okinawa il tasso di centenari è eccezionale: i legami sociali sono fortissimi e le persone restano vicine dalla nascita alla morte, un sostegno considerato la "pillola" della loro longevità, mentre da noi il 40% degli anziani vive solo. Lo psicologo Tim Kasser, infine, confronta nelle sue ricerche i valori intrinseci, come l'amicizia, con quelli estrinseci, come denaro e consumo.

La sobrietà felice: Pierre Rabhi. In una società che definisce alienante e alienata, Pierre Rabhi muove da un amore per la vita e dalla volontà di proteggere la bellezza sacra della natura. Con l'agroecologia cerca di far lavorare le persone sul proprio cambiamento. In Burkina Faso il presidente Sankara gli aveva chiesto di estendere questa tecnica, ma fu assassinato mentre Rabhi lavorava alla riforma.
Per Rabhi cambiare il mondo passa dal livello individuale, imparando la contentezza e la moderazione: la «sobrietà felice». Ci dimentichiamo troppo spesso che non è il tempo che passa, ma siamo noi che passiamo, e passiamo troppo spesso accanto alle nostre vite. Bisogna imparare ad abitare ogni istante.
La vera rivoluzione, sostiene, è quella che ci invita a trasformare noi stessi per trasformare il mondo: il cambiamento globale non può avvenire che attraverso il cambiamento umano. Curare è per lui una manifestazione d'amore; prendendosi cura della terra ci si prende cura dell'umano, perché tutto è collegato. Quando contempla la natura, racconta, gli nasce dentro una vibrazione che produce una sorta di gioia.
Ciò che ci perturba, dice, è l'insicurezza e l'angoscia della morte; a superare quella crisi lo hanno aiutato i libri di Krishnamurti, l'anti-guru per eccellenza. L'utopia ci decondiziona e ci porta talvolta a trasgredire per sopravvivere. L'alternativa è netta: o si resta nel conformismo del «non si può fare niente», o si trasgredisce per andare verso il cambiamento.
I suoi tre consigli:
1. Imparare a meravigliarsi del mistero della vita: i nostri giardini ci collegano alle forze vitali senza le quali non esisteremmo.
2. Incarnare l'utopia nelle scelte da consumatori.
3. Incarnare l'amore nelle relazioni con i nostri simili, anche quando è difficile: essere tolleranti, non giudicare troppo presto le persone, che probabilmente sono in via di trasformazione. Rabhi si dichiara invece intransigente verso chi oltraggia il carattere sacro della vita.

Dalla coscienza all'azione. Trasformare se stessi non basta, se non si traduce in gesti. Ma l'azione deve fare i conti con due ostacoli, che la psicologia ha descritto con precisione.
Il primo, secondo lo psicologo Roy Baumeister, è che il negativo è più forte del positivo. Fanno molto più rumore i conflitti e la violenza; i numerosi atti di generosità disinteressata raramente occupano le pagine dei giornali o il centro delle nostre conversazioni.
Il secondo è la rassegnazione. Uno degli studi di riferimento è quello realizzato nel 1967 da Martin Seligman e dai suoi colleghi: quando una persona si rende conto di non poter controllare gli eventi, adotta spesso un atteggiamento passivo, che si estende anche alle situazioni in cui la sua azione sarebbe stata efficace. L'individuo diventa impermeabile al proprio ambiente e dimentica persino i piccoli gesti di solidarietà quotidiana verso un vicino in difficoltà. Per mantenere la speranza, dunque, abbiamo bisogno di percepire che le nostre azioni servono a qualcosa.
La risposta sta nei piccoli passi, indispensabili a ogni grande cambiamento e capaci di evitare lo scoraggiamento di fronte all'ampiezza del compito. Nutrire la speranza e interessarsi al positivo non significa avere una visione idealista del mondo né ignorare le sofferenze. Significa ricordare che abbiamo bisogno gli uni degli altri per esistere, e che il cambiamento è contagioso: la coerenza nella nostra vita ha effetto su di noi e, al di là, sull'ambiente in cui viviamo e sulle persone con cui interagiamo.
Non siamo separati: prendersi cura della natura, degli altri e di sé è prendersi cura della vita, restando connessi e in ascolto dei suoi cambiamenti. Serve un po' di indulgenza verso noi stessi e, di riflesso, verso gli altri e il mondo; e conviene scegliere di portare lo sguardo su esempi di persone altruiste e ispiranti.

Parole che accompagnano il cammino.
• Etty Hillesum, deportata ad Auschwitz: non possiamo correggere qualcosa nel mondo esterno se non l'abbiamo prima corretto in noi.
• Gandhi: Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo.
• Stéphane Hessel, militante dei diritti umani e autore di Indignatevi!: oltre l'indignazione, ciascuno deve prendere coscienza di essere un creatore; occorre resistere per creare senza sosta e creare per resistere. Più siamo indignati, più le nostre azioni devono restare coerenti con i nostri ideali: disconnessi da noi stessi, rischiamo di perdere i nostri valori.
• Martin Luther King: dobbiamo imparare a vivere insieme come fratelli, altrimenti moriremo tutti insieme come degli idioti.
• Seneca: vivere è essere utili agli altri.
• Confucio: chi vuole spostare la montagna comincia spostando le piccole pietre.
• André Comte-Sponville: ringraziare è dare, rendere grazia, è condividere.

Esempi a cui ispirarsi. Il cambiamento ha già molti volti concreti. A Parigi il Mouvement Colibris organizza campagne di sensibilizzazione su vari temi; Terre & Humanisme promuove l'agroecologia; Donnons.org e i Marchés Gratuits sono luoghi di dono e condivisione. L'Association pour le développement de la mindfulness (www.association-mindfulness.org) diffonde la pratica della piena coscienza, mentre Emergences (www.emergences.org) unisce sviluppo personale e solidarietà.

Una leggenda amerindiana racconta che, davanti a un grande incendio nella foresta, un colibrì si dava da fare per spegnerlo. Il leone gli disse che non sarebbe stato con quelle gocce d'acqua che avrebbe spento il fuoco. Il colibrì rispose: «Lo so, ma io faccio la mia parte».
È la stessa convinzione che attraversa tutte queste voci: il mondo cambia quando cambia chi lo abita, un gesto e un giorno alla volta.

sabato 17 ottobre 2026

Ci vuole coraggio per amare: Noi stessi, gli altri e il mondo - Lama Michel Rinpoche

Il coraggio è una delle parole chiave per vivere bene la quotidianità: non quello dei gesti eroici, ma quello, più silenzioso e forse più difficile, che accompagna la vita di ogni giorno. Il coraggio «è un gesto quotidiano».  «Attraverso il coraggio compiamo il nostro cammino, la nostra vita» È nelle decisioni che prendiamo, nelle scelte che comportano inevitabilmente una quota di paura.

Il libro "Ci vuole coraggio per amare: Noi stessi, gli altri e il mondo" di Lama Michel Rinpoche è un'opera che invita a riscoprire l'amore non come un sentimento debole o passivo, ma come una scelta coraggiosa e rivoluzionaria.
Ci sono diversi tipi di coraggio: 
• Il coraggio di amare sé stessi: L'amore autentico deve partire da un lavoro interiore. Richiede il coraggio di guardarsi dentro, di accogliere le proprie fragilità e la propria "ombra", di ammettere i propri errori per poter cambiare e di superare le abitudini come il lamento.
• Il coraggio di amare gli altri: Significa uscire dal proprio egoismo, riconoscere l'altro come parte del proprio essere e fare lo sforzo sincero di comprendere punti di vista comuni per creare armonia e pace.
• Il coraggio di amare il mondo e cambiare le narrazioni: Viviamo in un'epoca di conflitti e paure che fanno vacillare i valori. L'autore spiega che noi percepiamo la realtà attraverso il filtro della nostra storia e della nostra educazione. Cambiare le narrazioni interiori con cui ci raccontiamo il mondo è uno degli atti più potenti e rivoluzionari che possiamo fare per trasformare la realtà.
• Individuo e collettività sono una cosa sola: Fare del bene a sé stessi significa farne agli altri; scegliendo l'amore come bussola quotidiana, si può influenzare positivamente l'intera società.


L'ispirazione per il titolo e per l'intera struttura del libro nasce da un episodio reale vissuto dall'autore ad Albagnano, sul Lago Maggiore, durante un campo estivo per ragazzi chiamato "Gli esploratori dello spazio interiore". Durante un'attività conclusiva ideata per i genitori, gli adulti sono stati fatti accomodare in una sala bendati.
In quel momento di buio e silenzio, una bambina di otto anni di nome Niki ha pronunciato con assoluta convinzione la frase: "Ci vuole coraggio per amare". Subito dopo, i bambini hanno iniziato a sussurrare all'orecchio degli adulti storie intime in cui avevano dovuto mostrare coraggio (come il superamento di una malattia o di una forte paura). Questo forte momento di commozione e vulnerabilità ha spinto Lama Michel a interrogarsi sul legame profondo tra coraggio e amore, trasformando quella domanda in una bussola per il lettore.

Uno dei temi psicologici e spirituali più forti del libro riguarda le narrazioni interiori. Lama Michel spiega che ognuno di noi è incastrato nelle storie che racconta a se stesso su chi è, cosa ha subito nel passato e cosa merita dal futuro.  Amare sé stessi significa avere l'audacia e il coraggio di modificare questo "copione interno", abbandonando lo sguardo giudicante. Occorre uscire dal vittimismo: lamentarsi è un'abitudine comoda ma passiva. Superare il lamento richiede lo sforzo attivo e coraggioso di guardare la propria "ombra", ammettere i propri errori e decidere consapevolmente di cambiare.

Lama Michel ridefinisce il concetto di amore per sé stessi, spogliandolo dall'accezione edonistica o egoistica. Per spiegarlo, l'autore utilizza spesso aneddoti pratici della vita quotidiana, come il suo personale rapporto con il cibo.  Dopo aver scoperto alcune intolleranze alimentari, l'istinto iniziale è stato quello di sentirsi vittima di un'ingiustizia per non poter mangiare ciò che desiderava. In seguito, ha compreso che rinunciare a ciò che fa male non è un sacrificio punitivo, ma un autentico atto d'amore e di rispetto verso il proprio corpo e la propria mente. Volersi bene significa scegliere ciò di cui abbiamo bisogno per stare bene, non ciò che soddisfa un capriccio immediato.

Nel libro si evidenzia come la società odierna spinga spesso a vivere le relazioni in modo transazionale ("ti amo se mi dai qualcosa in cambio"). Il buddhismo proposto da Lama Michel invita invece a un amore gratuito e disinteressato.  Ciò richiede coraggio perché significa accettare l'altro esattamente per quello che è, rinunciando al desiderio di controllarlo o di modellarlo secondo le nostre aspettative.  Il vero benessere non deriva dal ricevere amore, ma dalla capacità interiore di generare e donare amore gratuitamente.

In un'epoca storica segnata da conflitti globali, crisi di valori e una costante sensazione di precarietà, il libro si propone come una guida per sopportare e superare l'incertezza del mondo senza perdere la speranza. L'autore ricorda che la pace nel mondo non si costruisce con le armi o con la forza, ma coltivando la pace interiore e riconoscendo che il benessere del singolo è strettamente interconnesso a quello della collettività.

venerdì 16 ottobre 2026

Il sorriso segreto dell’Essere: la non-dualità secondo Mauro Bergonzi

Mauro Bergonzi è un accademico italiano che insegna e divulga la non-dualità (advaita).  Ha insegnato “Religioni e Filosofie dell’India” e “Psicologia generale” dal 1985 al 2017 all’Università “L’Orientale” di Napoli. E' socio analista del Centro Italiano di Psicologia Analitica, quindi unisce la formazione orientalistica a quella psicologica di impronta junghiana. Dal 1970 ha praticato meditazione per circa 25 anni, soprattutto nelle tradizioni buddhista, taoista e vedanta, sempre con un approccio non confessionale e non dogmatico, finché non è prevalsa una non-dualità radicale. Per questo, nel suo insegnamento, il piano accademico e quello esperienziale vanno insieme. Presenta la non-dualità non come una teoria da capire con l’intelletto, ma da sperimentare. I suoi incontri, si chiamano satsang perchè procedono attraverso il dialogo e il silenzio più che attraverso una lezione frontale. 

Libri. Il più noto è Il sorriso segreto dell’Essere, uscito per Mondadori e ripubblicato nel 2026 da Astrolabio Ubaldini in nuova edizione, con il sottotitolo “Oltre l’illusione dell’io e della ricerca spirituale”. Molto prima, nel 1980, aveva pubblicato con Laterza Inchiesta sul nuovo misticismo


Sembra un paradosso: più cerchiamo di essere felici, più la felicità sembra sfuggirci. Mauro Bergonzi, autore de Il sorriso segreto dell’Essere, parte da qui. La sua proposta, che affonda nella tradizione della non-dualità, è che la felicità non sia una meta da raggiungere alla fine di un percorso. È ciò che siamo già, e che continuiamo a perdere di vista proprio mentre lo cerchiamo.
Questo testo ripercorre il desiderio di completezza, la nascita dell’io separato, il bivio tra disillusione e ricerca spirituale, il paradosso del cammino spirituale e infine l’idea che non ci sia nulla da raggiungere.
La parola sanscrita "satsang" nasce dall’unione di sat, “essere”, e sanga, “comunanza, compagnia”. Significa dunque condivisione dell’Essere. Il termine indica un incontro in cui non ci si limita ad ascoltare un insegnamento: si prova a sentire insieme ciò che è già presente, prima di ogni concetto.
In questo senso anche la meditazione ha un carattere particolare. Non è concentrarsi su un oggetto, un respiro o un mantra, ma sentire la presenza, restando in uno stato di apertura che non si fissa su nulla. Non si fa qualcosa per ottenere qualcos’altro: si lascia che lo spazio si apra.

Tutti cerchiamo il piacere, ma il piacere ha una caratteristica: dipende da uno stimolo. Arriva con un oggetto, un’esperienza, un incontro, e quando lo stimolo finisce il piacere svanisce. Dietro la ricerca del piacere c’è però un desiderio più profondo, quello di essere felici, e il termine è più appropriato perché indica qualcosa di diverso.  La felicità si manifesta quando possiamo dire, anche solo per un istante: “in questo momento non mi manca niente, sono completo”. Si può chiamare il profumo della completezza. Ma è un profumo che ci raggiunge di rado: la condizione abituale, per la maggior parte di noi, è sentirsi incompleti, in attesa di qualcosa che deve ancora arrivare.

Da dove nasce questo senso di mancanza? Il racconto parte dall’infanzia. Nel bambino molto piccolo c’è una coscienza globale: suoni, sapori, colori e sensazioni accadono in una totalità in cui non esiste ancora un “io” che osserva e un “mondo” osservato. Non è un’idea filosofica, ma il modo in cui l’esperienza si presenta prima che si formi l’identità.  Col tempo si sviluppa l’io personale: un nucleo che si rappresenta come entità separata, collocata dentro un corpo e in relazione con altre cose e altre persone. È una conquista indispensabile, perché senza un io funzionale non potremmo vivere nel mondo. Ma ha un prezzo: insieme all’io separato arrivano il senso di mancanza e di incompletezza. Resta, tuttavia, una traccia di quella totalità originaria, una nostalgia del paradiso perduto.

In questa visione, la caratteristica dell’io è la separazione: io e mondo, dentro e fuori, me e gli altri. La prospettiva non-duale sostiene che queste differenze, pur reali sul piano dell’esperienza quotidiana, non sono separazioni ultime.  Un’immagine suggestiva viene dalla fisica contemporanea: secondo la teoria quantistica dei campi, le particelle non sono “parti” indipendenti ma increspature di un campo che è uno. Allo stesso modo, il corpo non è un’unità isolata ma una funzione dell’ambiente: non può essere separato dall’aria che respira, dal cibo che lo nutre, dalla luce che lo raggiunge. Va detto, naturalmente, che si tratta di un’analogia e non di una dimostrazione: la fisica descrive il mondo materiale, la non-dualità parla della natura della coscienza.

Quando l’io separato si è formato, nasce il cercatore: colui che si mette in cammino per ritrovare la completezza perduta. La strategia più comune è pensare che la felicità arriverà quando si raggiungerà uno scopo: la realizzazione nel lavoro, la ricchezza, il potere, la fama. Ma l’esperienza smentisce spesso la promessa. Come dice il proverbio, “i soldi non fanno la felicità, ma lo sanno solo i ricchi”: chi li ha ottenuti scopre che la sensazione di mancanza è rimasta intatta.

A questo punto ci si trova davanti a un bivio. La prima strada è concludere che la felicità non esiste. Ne derivano la depressione, il cinismo, l’amarezza di chi ha smesso di sperare.
La seconda strada è intuire che la risposta non può venire dall’esterno e che va cercata solo dentro di sé. È l’ingresso nel percorso spirituale. Chi imbocca la seconda strada incontra i maestri e pensa: “se ce l’ha fatta lui, posso farcela anch’io”. Ma spesso porta con sé una convinzione implicita: così come sono non vado bene. Bisogna dunque purificare i chakra, praticare il non attaccamento, imparare a restare nel qui e ora. Molti esperti propongono itinerari verso la felicità, e la spiritualità stessa può presentarsi come la promessa di diventare esseri umani migliori, con gradi e livelli diversi di illuminazione.
Eppure, quando arriva il momento critico, una perdita, una malattia, una crisi, ci si accorge di non essere felici, e gli strumenti acquisiti non aiutano davvero. Si era convinti di essere “realizzati” e di praticare il non attaccamento, ma di fronte alla prova tutto sembra svanire.

Il problema, osserva Mauro Bergonzi, è strutturale. Il percorso spirituale tradizionale si presenta come un cammino da A a B: bisogna cambiare se stessi, seguire un maestro, arrivare all’illuminazione, intesa come liberazione dall’io separato. Ma questo schema si fonda su una contraddizione: è proprio l’io separato a mettersi in cammino per liberarsi di sé. È un po’ come cercare di sollevarsi tirandosi per i capelli.  E poi: finito e infinito sono davvero separati? Se l’infinito è davvero infinito, include anche il mio senso di separazione. Non c’è un “fuori” dall’infinito dove io possa trovarmi.

Da questa constatazione scaturisce il messaggio centrale: come siete adesso, con tutti i difetti, siete già ciò che state cercando. La felicità è qui, anche se la vita è piena di problemi. Non si tratta di negare le difficoltà, ma di riconoscere che ciò che cerchiamo non è un oggetto futuro: è il fatto stesso di esserci e di essere coscienti. 
Krishnamurti diceva che la verità è una terra senza confini: nessun sentiero porta a essa, e non si può esprimere a parole.
Una storiella racconta di un vecchietto seduto davanti alla statua di Shiva. In India sedersi a gambe incrociate è la norma, e allungare i piedi verso una divinità è considerato offensivo. Il vecchietto aveva appunto le gambe tese verso la statua, e un passante glielo fece notare, scandalizzato. Il vecchietto rispose: “Ci ho provato a non portare la gamba verso Shiva. Dimmi tu dove non c’è Shiva”.
Se Dio è onnipresente, come può non essere qui e adesso? Il tutto è tutto, e il tuo vero Sé non può stare in nessun altro posto.
Un altro racconto, attribuito a Shankara, il grande maestro dell’advaita, parla di dieci amici che devono attraversare a nuoto un fiume. Arrivati sull’altra riva, uno di loro li conta per accertarsi che siano tutti salvi: 1, 2... 9. Ne manca uno! Un secondo amico rifà il conto, con lo stesso risultato. Passa un vecchio saggio, che li invita a contare ancora; quando si arriva a nove, posa la mano sul petto di chi sta contando e dice semplicemente: “Dieci”.
Chi contava aveva dimenticato di contare se stesso. È l’immagine perfetta della ricerca spirituale: ciò che cerchiamo è colui che cerca. Nisargadatta lo esprimeva così: “Invece di cercare quello che non hai, trova quello che hai sempre in te.”

Come si riconosce questa presenza? Non attraverso un ragionamento, ma sentendo la risonanza dell’Essere. È qualcosa che si percepisce, come si percepisce un sorriso spontaneo. L’insegnamento non vuole costruire nulla, ma esprimere ciò che c’è e rendere possibile questa risonanza. Non a caso, nella storia della spiritualità, il sorriso è spesso associato alla libertà. Naturalmente non si tratta del sorriso che si fabbrica davanti a uno specchio. È quello che nasce da solo, senza motivo, ed è il “sorriso segreto” del titolo del libro.
A volte la risonanza si manifesta in modo vistoso, come un fuoco d’artificio: ci si trova a guardare il cielo stellato in un parco e si prova un improvviso senso di non separazione, come se i confini tra sé e l’universo si dissolvessero. Queste esperienze non si lasciano trasformare in parole, e vanno ricordate per ciò che sono: inviti, non traguardi. Chi le insegue per riprodurle ricade nello schema del cercatore.

Nello zen si usa un’immagine per descrivere i due modi in cui si può “bagnarsi”, cioè arrivare all’illuminazione. Si può essere bagnati di colpo, con un secchio d’acqua gettato addosso. Oppure si può entrare in una nebbia fitta e, dopo una mezz’ora, ci si ritrova ugualmente bagnati. Improvvisa o graduale, la sostanza non cambia. 
Da qui la distinzione tra due dimensioni dell’esistenza: la dimensione orizzontale è quella del tempo, dell’automiglioramento, degli obiettivi che si possono raggiungere. È la dimensione in cui ha senso impegnarsi, imparare, crescere;  la dimensione verticale è sempre presente, fuori dal tempo: è l’Essere, che non va raggiunto perché non è mai mancato.  I due piani non si escludono. Si può continuare a migliorarsi sul piano orizzontale, purché non si scambi il miglioramento per condizione della felicità. 

Un corpo-mente perfetto, d’altronde, non esiste: si vive la danza della vita. Siamo le onde sull’abisso immobile.  Non siamo soltanto corpo e mente: siamo la sorgente di tutto. Le onde nascono e muoiono, ma il mare non muore mai: il mare ondeggia. Nella visione non-duale, ciò che chiamiamo “io” è un’onda, una forma temporanea dell’oceano.  L’immagine indiana di questa unità è la danza di Shiva: Shiva incarna gli opposti, creazione e distruzione, e nella sua danza non si può separare il danzatore dalla danza.

E il male?  Un’obiezione naturale è: se tutto è espressione dell’unico Essere, che ne è del male? Mauro Bergonzi non la elude. Anche chi compie azioni terribili, anche un serial killer, vuole in fondo essere felice: ma il suo stato mente-corpo lo porta all’opposto della felicità. Lo stesso vale per l’amore, che cerca la non separazione e che a volte viene cercato in modo distorto, perfino masochistico: tutto è espressione della persona.
Anche la natura è piena di quelle che chiamiamo nefandezze: terremoti, alluvioni, catastrofi. Ma nessuna manifestazione naturale dispone del metro con cui noi distinguiamo il bene dal male: quel metro è nostro, umano. Questo non significa che bene e male non contino sul piano della vita, ma che la realtà ultima non si lascia incasellare in queste categorie.

La dualità, in definitiva, è apparente e la creiamo noi stessi attraverso l’esperienza di credere di essere un io separato. Una celebre immagine dice che Dio gioca a nascondino: crea una parte di sé, cioè noi, la cerca e intanto si nasconde.  Un meditante può dire: “Il mio io impediva l’apertura verso l’infinito. Quando meditavo, l’io separato spariva per qualche momento, poi tornava. Allora devo meditare più a lungo”. È il ragionamento di chi considera l’io un ostacolo da eliminare. Ma la presenza resta sia quando l’io c’è sia quando non c’è. Non è lo stato di meditazione a produrla.
L’io separato può essere paragonato a un miraggio nel deserto: il miraggio esiste, lo si vede, ma l’acqua che promette non c’è. Ciò che conta è capirlo, non eliminarlo. Che io creda o no all’io separato, il mio vero Sé non è separato da niente: tutto è già completo.  

La non-dualità trova una delle sue espressioni più compiute nello shivaismo del Kashmir, tradizione che vede l’intera realtà come manifestazione di un’unica coscienza. Tony Parsons dice: “Ogni esperienza è un invito a riconoscere il Tutto.”
Non c’è dunque nulla da raggiungere, ma solo qualcosa da riconoscere: la completezza che ci circonda e ci costituisce anche quando la cerchiamo altrove.

Da Maestro a Maestro

Da oggi è online la prima puntata del nuovo documentario "Da Maestro a Maestro. Nel buddhismo contemporaneo.", diretto da Giorgia Soi.        https://shorturl.at/uqKP3
Per la prima volta, un percorso riunisce in un unico progetto le voci di maestri appartenenti a diverse tradizioni buddhiste presenti oggi in Italia.
Il Reverendo Tetsugen Serra li incontra nei loro luoghi di pratica per parlare di Dharma, insegnamento e pratica, ma anche del rapporto tra il buddhismo e il tempo in cui viviamo.
Sei interviste, sei maestri, sei tradizioni.
Un dialogo che attraversa differenze e punti di incontro, per conoscere più da vicino il buddhismo contemporaneo attraverso le parole di chi lo vive e lo trasmette.
 
La prima puntata si trova su Dharma Academy e YouTube.
All'Healing Meditation Center di Albagnano, Tetsugen Serra intervista Lama Michel Rinpoche sul Buddhismo Contemporaneo.  Vedi:  https://www.youtube.com/watch?v=32HXlpkFEes
  
 L'Albagnano Healing Meditation Center non costituisce soltanto uno sfondo geografico, ma un simbolo di come la pratica spirituale si incarni nel territorio e nella quotidianità. In questo spazio dedicato alla meditazione, alla guarigione interiore e allo studio, Tetsugen Serra e Lama Michel Rinpoche si confrontano su come la saggezza ancestrale del Dharma possa parlare al cuore e alla mente dell'uomo occidentale di oggi.  

Il Cerchio, Monasteri e Centri Zen http://www.monasterozen.it
Fondazione religiosa per la pratica e lo studio del Buddhismo Soto Zen.
Affiliata all’ UBI (Unione Buddhista Italiana) e all’E.B.U. (European Buddhist Union).

Come posso essere felice quando c'è così tanta sofferenza nel mondo?

Un uomo una volta chiese a un vecchio monaco buddista:
«Come posso permettermi di sentire la pace quando il mondo è pieno di sofferenza, ingiustizia, dolore e caos?»
Il monaco lo guardò in silenzio e poi chiese:
«Se la tua casa è buia, potresti rifiutarti di accendere una candela semplicemente perché il mondo non è ancora luminoso?»
L’uomo rimase in silenzio.
«La sofferenza del mondo è reale», continuò il monaco. «Ma se distruggi completamente la tua pace, potresti perdere la chiarezza e la forza necessarie per aiutare chiunque.»
«Essere felici, però, non significa ignorare la sofferenza o fingere che tutto vada bene. Significa sviluppare abbastanza stabilità interiore da rimanere compassionevoli senza essere completamente consumati dal dolore che vediamo.»
L’uomo abbassò la testa.
«Ma il mondo è ancora così pesante.»
«Sì», rispose il monaco. «Ed è proprio per questo che la tua pace è importante.»
«Non cercare di portare via tutta la sofferenza del mondo con un solo cuore.
Sii gentile dove sei. Aiuta dove puoi.  Parla con dolcezza. Proteggi ciò che puoi.
Riduci la sofferenza nel mondo in ogni piccolo modo che è alla tua portata.»
«Una singola candela non può eliminare tutta la sofferenza del mondo, ma può illuminare un po’ la stanza intorno a te.»
Il monaco sorrise un’ultima volta:
«Non spegnere la tua luce perché il mondo è buio. Mantienila accesa. Poi usa quella luce per rendere un po’ più luminoso il piccolo angolo di mondo che ti circonda.»

Henry David Thoreau

 Henry David Thoreau (1817–1862) è stato un filosofo, scrittore, poeta e naturalista statunitense, considerato uno dei padri del trascendentalismo americano e un pioniere del pensiero ambientalista e della nonviolenza.  Nel 1845, all'età di 27 anni, si isolò per oltre due anni in una capanna da lui stesso costruita vicino al laghetto di Walden, nel Massachusetts. Da questa esperienza nacque il suo capolavoro, Walden; o, Vita nei boschi (1854), un inno alla vita semplice e all'armonia con la natura. Nel 1846 fu imprigionato per essersi rifiutato di pagare una tassa allo Stato che finanziava la guerra contro il Messico e tollerava la schiavitù. Nel saggio Disobbedienza civile (1849) teorizzò il diritto di opporsi a leggi ingiuste. Fu cacciato dall'Istituto dove insegnava perchè si rifiutò di applicare le punizioni corporali. Mentre il filosofo e scrittore americano stava morendo di tubercolosi a soli 44 anni, un amico si avvicinò al suo letto e gli chiese se riuscisse a intravedere qualcosa dell'aldilà o se avesse pensieri sul "mondo a venire". Thoreau, fedele al suo amore per il presente e per la realtà terrena, rispose semplicemente: "Oh, un mondo alla volta".


Il suo pensiero filosofico è incentrato sulla ricerca della libertà interiore, sul ritorno alla semplicità e sulla critica sociale.  Thoreau non voleva isolarsi dal mondo come un eremita (la capanna distava solo un paio di chilometri dalla sua città natale, Concord), ma voleva ridurre la vita ai suoi termini più essenziali per capire cosa fosse davvero fondamentale. Voleva dimostrare che l'uomo moderno si rende schiavo del lavoro e dei beni materiali superflui. Viveva coltivando un piccolo campo di fagioli e patate, leggendo, scrivendo e camminando nei boschi. Il suo obiettivo era lavorare lo stretto necessario (circa sei settimane all'anno) per autoprodursi il cibo e il sostentamento, dedicando il resto del tempo alla riflessione e all'osservazione della natura.   In una delle frasi più famose di Walden, spiegò così la sua scelta:"Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non avevo vissuto."

La produzione letteraria di Thoreau è vasta, ma la sua fama mondiale e il suo impatto politico e filosofico si fondano principalmente su due opere pilastro:
1. Walden, ovvero Vita nei boschi (1854); un resoconto rielaborato dei suoi due anni passati al laghetto.Il libro unisce la satira sociale contro il consumismo e la nascente società industriale alla poesia della natura. Contiene dettagliate osservazioni scientifiche e poetiche sugli animali, sul cambio delle stagioni e sullo specchio d'acqua di Walden, elevando la natura a specchio dell'anima umana e a fonte di risveglio spirituale.
2. Disobbedienza civile (1849);  Inizialmente pubblicato come conferenza con il titolo Resistenza al governo civile, questo saggio nacque dopo che Thoreau passò una notte in prigione nel 1846 per aver rifiutato di pagare la poll tax (la tassa elettorale).  Thoreau si oppose fermamente alla guerra guidata dagli Stati Uniti contro il Messico e alla legalità della schiavitù. Nel testo teorizza che il cittadino ha il dovere morale di violare le leggi dello Stato, in nome di qualcosa che sia superiore  e quando queste leggi calpestano la coscienza e la giustizia. Sostiene che una minoranza coscienziosa ha il potere di bloccare una macchina statale ingiusta semplicemente ritirando il proprio supporto economico e morale.

Altri scritti rilevanti.
• Camminare (1862): Un saggio breve in cui l'atto del camminare diventa una metafora della libertà assoluta e selvaggia, opposta ai confini della proprietà privata e della civiltà.
• Una vita senza principi (pubblicato postumo nel 1863): Una dura critica al modo in cui le persone spendono il proprio tempo per guadagnarsi da vivere, sacrificando l'onestà e la crescita spirituale sull'altare del commercio.

Ralph Waldo Emerson e Henry David Thoreau si incontrarono a Concord, nel Massachusetts, alla fine degli anni '30 dell'Ottocento. Emerson era più grande di 14 anni, era già un famoso intellettuale e divenne subito il mentore e il protettore del giovane Thoreau.  Fu Ralph Waldo Emerson  a introdurre Thoreau nel circolo dei Trascendentalisti (Le caratteristiche principali del trascendentalismo si fondano sulla centralità dell'individuo, sul legame spirituale con la natura e sul rifiuto dei dogmi tradizionali). Inoltre, fu proprio sul terreno di Emerson, presso il laghetto di Walden, che a Thoreau fu concesso di costruire la famosa capanna per il suo esperimento di vita essenziale.
Con il tempo, il loro rapporto divenne complesso. Emerson era un teorico, un conferenziere elegante che amava il dibattito astratto e la comodità della civiltà. Thoreau, al contrario, era un uomo d'azione che esigeva la coerenza pratica: metteva in pratica ciò che Emerson si limitava a predicare.
Nonostante le freddezze degli ultimi anni, alla morte prematura di Thoreau nel 1862, fu Emerson a tenere un commovente elogio funebre, definendolo "un'anima libera" e la mente più originale d'America.

Le idee politiche di Thoreau attraversarono gli oceani per diventare la spina dorsale dei più grandi movimenti di liberazione del XX secolo. Il suo pensiero ha influenzato profondamente grandi leader e pensatori dei secoli successivi, tra cui Mahatma Gandhi e Martin Luther King Jr., che trovarono nei suoi scritti i fondamenti della lotta nonviolenta.  Il saggio Disobbedienza civile di Thoreau arrivò tra le mani di Mahatma Gandhi nel 1907, mentre si trovava in Sudafrica a lottare contro le leggi discriminatorie verso gli indiani. Gandhi dichiarò esplicitamente che il saggio di Thoreau era diventato la sua "principale guida di vita".

Negli anni '50, anche il reverendo Martin Luther King Jr. scoprì gli scritti di Thoreau durante i suoi anni di studio teologici ed universitari.  King rimase folgorato dall'idea di Thoreau secondo cui l'uomo che accetta passivamente il male senza protestare ne diventa di fatto un complice operativo. 

Durante il celebre boicottaggio dei bus a Montgomery (1955) e le successive marce per i diritti degli afroamericani, King applicò la lezione di Thoreau su scala di massa. Nel suo celebre scritto Lettera dal carcere di Birmingham, King riecheggia perfettamente Thoreau affermando che "l'individuo che infrange una legge ingiusta che la sua coscienza gli dice essere tale, e che accetta volentieri la pena del carcere per risvegliare la coscienza della comunità, sta in realtà esprimendo il massimo rispetto per la legge".

Nell'opera tardiva Mirtilli. O l'importanza delle piccole cose Thoreau utilizza una piccola bacca scura come pretesto filosofico per affrontare temi immensi: la mercificazione della natura, la libertà individuale e il valore dell'educazione. Contiene una feroce critica verso i bianchi conquistatori, smaniosi di cupidigia, che mercificano tutto. Thoreau documenta come i boschi, un tempo comuni, dove chiunque poteva camminare e raccogliere liberamente i frutti della terra, stessero scomparendo a favore della proprietà privata e delle coltivazioni industriali. Per il filosofo, privatizzare un bosco di mirtilli significa distruggere una porzione di libertà e privare l'umanità di un rapporto spirituale e diretto con la natura.
Per Thoreau, andare a raccogliere mirtilli selvatici diventa l'emblema di una vita vissuta con lentezza e consapevolezza: un'occasione per ricostruire un dialogo con la natura e sottrarsi alle logiche del mercato, del consumismo, del profitto.  Il vero "valore" del frutto non risiede nel prezzo a cui viene venduto, ma nell'esperienza poetica ed educativa di cercarlo, coglierlo e mangiarlo.

Rousseau e Diderot

Il rapporto tra Jean-Jacques Rousseau (1712-1778)   e Denis Diderot (1713-1784) fu un'intensa amicizia nata a Parigi negli anni Quaranta del Settecento, trasformatasi poi in un aspro conflitto intellettuale e personale negli anni Cinquanta.

 

Rousseau e Diderot si conobbero a Parigi intorno al 1741 e strinsero un legame molto stretto.
Rousseau collaborò all'Encyclopédie:  il grande progetto enciclopedico diretto da Diderot, scrivendo diverse voci di carattere musicale. Nel 1749, mentre andava a trovare l'amico Diderot imprigionato nel Castello di Vincennes, Rousseau lesse il bando dell'Accademia di Digione che lo ispirò a scrivere il suo primo Discorso sulle scienze e sulle arti.
Mentre Diderot rappresentava lo spirito dell'Illuminismo fiducioso nel progresso, nella ragione e nella civiltà urbana, Rousseau iniziò a sviluppare una visione critica della società, esaltando la natura e criticando i costumi civilizzati.
La rottura definitiva avvenne tra il 1756 e il 1758, alimentata da incomprensioni personali, attriti legati a circoli e amicizie comuni (come Madame d'Épinay e Grimm) e da allusioni letterarie che Rousseau percepì come offese personali — tra cui una frase di Diderot nella commedia Le fils naturel in cui sosteneva che «il buono vive in società, il malvagio da solo».
I due ruppero definitivamente i rapporti, allontanandosi per sempre e senza mai più riconciliarsi.

Il contrasto tra Diderot e Rousseau non fu solo una lite tra vecchi amici, ma una vera e propria linea di frattura interna all'Illuminismo.
Diderot crede che la socialità sia naturale per l'uomo. Il progresso, le arti e le scienze migliorano la condizione umana.    L'uomo si realizza pienamente solo attraverso il tessuto sociale, la cultura e lo scambio intellettuale con gli altri. La ragione e la diffusione della conoscenza scientifica portano alla liberazione dai dogmi e dal fanatismo.    
Per Rousseau la società artificiale allontana l'uomo dal suo stato di natura originario, basato su innocenza e uguaglianza, introducendo la disuguaglianza. L'uomo nasce buono, ma viene corrotto dalle istituzioni. La vera virtù si trova nella solitudine spirituale o in comunità fondate sul contratto sociale. Il progresso tecnico e scientifico non coincide con il progresso morale, ma crea spesso nuovi bisogni artificiali e vizi.

Negli ultimi anni della sua vita, Rousseau sviluppò una profonda sindrome da persecuzione. Era convinto che ci fosse un complotto orchestrato dai suoi ex amici illuministi — in particolare da Denis Diderot, da Friedrich Melchior de Grimm e da Voltaire — per distruggere la sua reputazione e farlo passare alla storia come un mostro.
Le Confessioni nascono quindi anche con un forte intento difensivo: Rousseau voleva giustificarsi davanti ai contemporanei e ai posteri, offrendo la sua verità contro quelle che considerava le calunnie del circolo dei philosophes parigini. Nel testo descrive nel dettaglio il deterioramento di quelle amicizie e la sofferenza provocata dall'isolamento.
Le Confessioni (Les Confessions) sono l'opera autobiografica più celebre di Jean-Jacques Rousseau, scritta tra il 1765 e il 1770 e pubblicata postuma (tra il 1782 e il 1789). Quest'opera è considerata il testo fondativo dell'autobiografia moderna.  
A differenza delle confessioni religiose classiche (come quelle di Sant'Agostino), Rousseau compie un'operazione del tutto nuova per l'epoca: mettere a nudo la propria anima davanti al lettore, raccontando la propria vita con una sincerità spietata, senza nascondere i propri errori, le proprie debolezze e i lati più intimi e scandalosi.
L'opera racconta la sua infanzia e la sua  formazione: Il racconto dei primi anni a Ginevra, la perdita della madre, gli errori di gioventù e il vagabondaggio.
Presenta anche la sua sfera intima: Rousseau parla apertamente dei suoi desideri, delle sue nevrosi, delle sue relazioni amorose (in primis quella con Madame de Warens, da lui chiamata "Maman") e della decisione drammatica di affidare i suoi cinque figli all'ospizio dei trovatelli.

lunedì 5 ottobre 2026

San Francesco e l'amore universale

Il 3 ottobre 1226, alla Porziuncola, vicino ad Assisi, moriva Francesco. Nel 2026 se ne celebra l'ottavo centenario in tutto il mondo, cristiano e laico. Dal 2026 il 4 ottobre è tornato a essere festa nazionale (Legge 8 ottobre 2025, n. 151), una scelta che invita a riflettere sui temi centrali del suo messaggio: il legame con la natura, il dialogo interreligioso, il rifiuto del materialismo, la fratellanza. Molti di questi temi confluiscono nel Cantico delle creature. Ma quanto sappiamo davvero di Francesco?

Francesco nacque ad Assisi tra la fine del 1181 e il 1182. Il padre, Pietro di Bernardone, era in viaggio in Francia e la madre, Pica, lo fece battezzare con il nome Giovanni. Al ritorno il padre lo chiamò Francesco, "il francese", un nome fino ad allora poco diffuso in Italia.  Da giovane sognava un destino da cavaliere, suonava, organizzava feste, amava apparire ed era piuttosto egocentrico: oggi lo definiremmo un influencer. Provava repulsione per i lebbrosi. Nella guerra tra Perugia e Assisi fu fatto prigioniero e liberato dopo il pagamento di un riscatto, ma tornò a casa molto malato. Quando si riprese, anche se non del tutto, decise di partire in guerra al seguito di un nobile diretto in Puglia. A Spoleto si sentì male e in sogno il Signore gli disse di tornare ad Assisi. Tornò e riprese a far festa, ma era sempre più inquieto e pensava perfino di prendere moglie.

Fu nella chiesetta di San Damiano che riascoltò la voce: «La mia casa sta crollando a pezzi, restaurala tu». Francesco iniziò a rimettere in piedi le pietre, ma il Signore parlava dei valori della Chiesa come istituzione, e fu solo dopo un po' che capì il messaggio. Lasciare gli amici non fu facile, ma lo fece: andò dai lebbrosi, tese loro la mano, vendette tutto. Il padre lo picchiò e lo chiuse in casa. Davanti al vescovo, Francesco rinunciò all'eredità, restituì soldi e vestiti e rimase nudo; il vescovo lo coprì con il suo mantello. Da allora si innamorò della povertà, che considerava la sposa di Cristo, e volle sposarla.

Molti giovani nobili e benestanti seguirono Francesco lasciando le proprie famiglie: fu una vera e propria rivoluzione, paragonabile al 1968, che dimostrò che un altro mondo era possibile. Chiamò i suoi seguaci "frati minori" e chiese loro di versare compassione su tutti gli esseri viventi: «Dovete essere i giullari di Dio, gli ultimi degli ultimi». Il gruppo era in origine una comunità di laici, con una regola uguale al contenuto dei Vangeli, e decise di andare a Roma per farla riconoscere da Innocenzo III, uno dei papi più politici e potenti, che approvò l'ordine sperando in un rilancio della Chiesa. Francesco divenne diacono per poter scrivere la Regola che sentiva dettata dal Signore. Più tardi rinunciò alla guida dell'Ordine per essere davvero l'ultimo degli ultimi.

Nel Testamento, la sua autobiografia spirituale, si definisce "frate Francesco" e dichiara la propria fede nella Chiesa, di cui si professa figlio obbediente, non eretico. In quelle pagine sono centrali la devozione al corpo di Gesù e alla sua parola scritta.  Poi arrivò la predica agli uccelli, che tutti i pittori dell'epoca scelsero di raffigurare. Amava in particolare il canto delle allodole: la leggenda dice che alla sua morte un branco di allodole cantò sulla sua tomba.

Nel 1212, nel Duomo di Assisi, ad ascoltarlo c'era Chiara, diciottenne di famiglia nobile. Francesco la consacrò al Signore e lei visse in totale povertà. La seguirono anche la madre e le sorelle, mentre gli altri parenti furono sconvolti dal dolore e dall'incomprensione. Santa Chiara (1194-1253) fondò l'ordine delle Sorelle Povere, le Clarisse, e fu stretta collaboratrice spirituale del Poverello, con cui condivise l'ideale della povertà radicale.

Francesco tentò più volte di raggiungere i luoghi delle crociate per fermare la guerra. Nel 1219, durante la quinta crociata, amareggiato dal comportamento dei crociati e sconvolto dalla vista dei morti, attraversò le linee del fronte. Fu catturato, picchiato e portato davanti al sultano al-Kamil. Secondo il racconto, la conversazione durò tutta la notte: Francesco parlò di Cristo, il sultano lesse parti del Corano e si trovarono d'accordo sul messaggio «Ama il prossimo tuo come te stesso». Al mattino il sultano lo lasciò tornare incolume al campo crociato. Non poterono fermare la guerra, ma trovarono molti punti in comune.  È l'episodio che Tiziano Terzani ricorda in Lettere contro la guerra, nel capitolo "Il sultano e San Francesco": l'interesse del santo era per gli "altri", per quelli contro cui combattevano i crociati. Per Francesco il rifiuto della violenza equivaleva al rifiuto della ricchezza, e nella Regola chiese ai frati di evitare le liti con i saraceni e gli altri non cristiani.

Nel 1223 fece realizzare a Greccio il primo presepe. Intanto la comunità era cresciuta molto e alcuni frati cominciarono a contestarlo. Francesco entrò in crisi e nel 1224, alla Verna, chiese un segno a Dio e ricevette le stimmate, le ferite corrispondenti a quelle della Passione di Gesù. 
Nel 1225, a San Damiano, malato, scrisse il Cantico delle creature, considerato il primo testo poetico della letteratura italiana; secondo la tradizione ne compose anche la musica, e i frati dovevano cantarlo dopo le messe. Lodare il creato era una novità assoluta, soprattutto perché lo stesso Innocenzo III aveva scritto un libro sull'orrore dell'esistenza (De miseria humanae conditionis). Il Cantico è dedicato all'Altissimo e loda il sole, la luna, il vento, l'acqua, il fuoco. Le ultime strofe sono per la morte: c'è bellezza e luce anche lì, quando siamo abbracciati da lei.

Nel 1226, Francesco morì alla Porziuncola dopo aver chiesto di essere deposto sulla nuda terra, confermando fino alla fine il voto di povertà. Mentre abbracciava "sorella morte", i frati cantavano che l'uomo che stava morendo era un giusto, un santo. Tutte le città, da Roma ad Assisi a Spoleto, volevano il suo corpo. Fu sepolto nella chiesa di San Giorgio, ad Assisi.

Francesco divenne santo senza smettere di essere uomo. Scoprì, attraverso il dolore, che Dio è grazia. Non prometteva niente, solo pace, amore per gli altri e un sentimento divino verso la natura, e per questo, dicono i suoi biografi, non si poteva resistere alla sua "follia divina". Esistito davvero, non leggenda, ci lascia un messaggio ancora attuale: rivolgere lo sguardo ai più piccoli e ai più deboli. 

Quale Francesco? Le biografie.  Conoscere Francesco non è semplice. Papa Gregorio IX incaricò Tommaso da Celano di scriverne la vita: nella prima biografia Vita vennero elencati 7 miracoli compiuti da Francesco in vita e 39 dopo la morte, e nella seconda versione, la Vita breve, i miracoli aumentarono notevolmente. Seguirono altri testi, come La leggenda dei tre compagni, biografia molto popolare di autore incerto, e I fioretti di san Francesco.
Poi la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio, quarant'anni dopo la morte, divenne la versione ufficiale e fu ordinato di distruggere gli scritti precedenti. Per fortuna molti documenti si salvarono e conservano tracce di aspetti che nella biografia autorizzata non compaiono. Alessandro Barbero (San Francesco, Laterza, 2025) ricostruisce questa storia e dà spazio ai codici inediti riaffiorati nei secoli, presentando le sette versioni della vita del santo.

Libri per approfondire.

Vittorino Andreoli, Il folle di Dio (De Agostini, 2025): lo psichiatra indaga la personalità di Francesco, dalla conversione alle stimmate, e ne ricava il ritratto di un uomo inquieto, capace di grandi rinunce.
Aldo Cazzullo, San Francesco, il primo italiano (HarperCollins, 2025): la storia del movimento francescano e il ruolo del santo nella nascita dell'identità linguistica nazionale.
G.K. Chesterton, San Francesco d'Assisi (1923): scritto l'anno dopo la sua conversione al cattolicesimo, vede in Francesco l'emblema di una fede semplice e possibile.
Frate Ippolito Fortino, 24 verbi di Francesco (Messaggero Padova, 2023): un percorso spirituale attraverso l'evoluzione di un uomo instancabile nella ricerca dell'Altissimo.
Chiara Frugoni, Francesco, storie di un santo: due momenti di incontro tra Francesco e la natura, raccontati da una delle maggiori esperte e illustrati da un artista.
Anthony Elenjimittam, Francesco d'Assisi. Lo yogin dell'amore universale (L'Età dell'Acquario, 1980): l'autore (1915-2011) fu sacerdote domenicano e monaco buddhista, e legge il santo alla luce dello yoga dell'amore universale e degli insegnamenti di Gandhi.
Quella di Elenjimittam è una chiave di lettura affascinante. L'amore universale non è un semplice sentimento ma una disciplina spirituale, che nasce dal superamento dell'ego e si estende a tutti gli esseri viventi, agli animali e alla natura, come nel Cantico. Si pratica con Ahimsa, la non-violenza assoluta nei pensieri, nelle parole e nelle opere, e con Satyagraha, la forza della verità capace di vincere l'odio con il bene. E si traduce in Seva, servizio concreto e disinteressato verso i poveri, gli emarginati, i sofferenti.
È la stessa idea di Radical Love proposta da Satish Kumar che attualmente ha 90 anni, Kumar è diventato celebre per una marcia per la pace di circa 13.000 chilometri tra il 1962 e il 1964.

Tra i film dedicati al santo troviamo:

Francesco d'Assisi (Michael Curtiz, 1961), produzione classica sugli anni della giovinezza e la fondazione dell'ordine.
Francesco, giullare di Dio (Roberto Rossellini, 1950), co-sceneggiato con Fellini, sulla freschezza evangelica dei primi frati.
Fratello sole, sorella luna (Franco Zeffirelli, 1972), il più celebre, con una conversione in chiave poetica e vicina alla sensibilità giovanile degli anni Settanta.
Le tre versioni di Liliana Cavani: Francesco d'Assisi (1966), che trasforma il santo in un giovane contestatore antiborghese; Francesco (1989), sul suo percorso psicologico e umano e su santa Chiara; Francesco (2014), sulla sua quotidianità e sul punto di vista di Chiara e dei primi compagni.
Francesco (Michele Soave, 2002), miniserie televisiva.
Il sogno di Francesco (Renaud Fely e Arnaud Louvet, 2016), sulla stesura della Regola e sul rapporto-scontro con frate Elia da Cortona.

Link ad articoli su San Francesco di Roberto Fantini:

  • https://www.flipnews.org/index.php/life-styles/spirituality/item/5281-il-4-ottobre-si-avvicina-prepariamoci-con-francescana-umilta-alla-fiera-dell-ipocrisia.html
  • https://www.flipnews.org/index.php/life-styles/spirituality/item/5251-il-messaggio-rivoluzionario-ignorato-e-tradito-di-francesco-d-assisi-molto-di-piu-di-prediche-agli-uccelli.html 

Ananda e Self-Realization Fellowship: due eredità di Paramahansa Yogananda a confronto

La differenza principale tra Ananda (spesso chiamata Ananda Sangha) e la Self-Realization Fellowship (SRF) sta nel modo in cui le due organizzazioni interpretano e gestiscono l'eredità e la struttura comunitaria degli insegnamenti di Paramahansa Yogananda. Entrambe lo riconoscono come maestro spirituale, ma differiscono per origini, organizzazione e stile di vita.


La Self-Realization Fellowship fu fondata direttamente da Paramahansa Yogananda nel 1920 negli Stati Uniti, con sede principale a Los Angeles, per diffondere il Kriya Yoga in Occidente.  Ananda nacque invece nel 1968 per opera di Swami Kriyananda (nome monastico di James Donald Walters), discepolo diretto di Yogananda e per anni vicepresidente della SRF. Kriyananda si separò dalla SRF nel 1962 a causa di divergenze sulla gestione e sull'espansione della missione del Guru, e diede vita in seguito alla nuova organizzazione. Ananda ha una forte presenza anche in Italia, con la nota comunità vicino ad Assisi.

La SRF segue un modello monastico tradizionale e centralizzato. La direzione fa capo a un consiglio direttivo con sede a Los Angeles, e gli studenti ricevono gli insegnamenti tramite lezioni scritte periodiche da studiare a casa.   Ananda si basa fortemente sul concetto di comunità spirituali cooperative, le World Brotherhood Colonies, dove famiglie, singoli e monaci vivono, lavorano e meditano insieme in insediamenti dedicati. Dà inoltre molta enfasi all'Ananda Yoga, un approccio alla pratica delle posizioni (asana) che unisce il movimento corporeo ad affermazioni mentali di consapevolezza.

Dal punto di vista strettamente spirituale, il cuore degli insegnamenti è lo stesso: il Kriya Yoga trasmesso da Yogananda. Entrambe le scuole propongono il medesimo percorso di preparazione prima dell'iniziazione al Kriya vero e proprio, ma differiscono nell'enfasi e nell'applicazione pratica delle discipline corporee.  

Sia nella SRF sia in Ananda il percorso si articola in quattro fasi principali:
Esercizi di Ricarica Energetica (Energization Exercises): 39 esercizi fisici e di respirazione ideati da Yogananda per canalizzare l'energia cosmica nel corpo.
Tecnica dell'Hong-So: una tecnica di concentrazione basata sull'osservazione del respiro e sull'uso di un mantra silenzioso.
Tecnica dell'Om: una meditazione profonda incentrata sull'ascolto del suono cosmico primordiale.
Kriya Yoga: la tecnica avanzata di controllo dell'energia (pranayama) che accelera l'evoluzione spirituale attraverso la colonna vertebrale.

In Ananda, Swami Kriyananda ha sviluppato un sistema specifico di Hatha Yoga, l'Ananda Yoga per la Consapevolezza Superiore. L'esecuzione delle posizioni non è mai solo fisica: ogni postura è abbinata a una specifica affermazione mentale, pensata per elevare la coscienza e indirizzare l'energia verso il cervello, il centro cristico. Ananda integra molto anche la musica, composta dallo stesso Kriyananda, e la vita comunitaria, che diventano parti integranti della pratica.
La SRF mantiene un approccio più sobrio e tradizionale, concentrato quasi esclusivamente sulla meditazione seduta e sulle lezioni scritte (SRF Lessons). L'Hatha Yoga viene insegnato come supporto per mantenere il corpo sano e flessibile in vista della meditazione, ma non ha una codificazione interna, coreografica o filosofica, distinta come quella di Ananda.

Negli anni Novanta e nei primi anni Duemila si consumò, nelle corti degli Stati Uniti, una lunghissima e durissima battaglia legale tra la SRF e Ananda. La causa ridefinì la disponibilità pubblica delle opere di Yogananda.  La SRF intentò causa ad Ananda sostenendo di avere l'esclusiva assoluta sul nome di Paramahansa Yogananda, sui suoi scritti (inclusa la celebre Autobiografia di uno Yogi), sulle sue foto e persino sul termine "Self-Realization". Il suo obiettivo era impedire ad Ananda, e a chiunque altro fuori dalla SRF, di stampare i libri del Maestro o di usarne l'immagine per promuovere le proprie attività.

Dopo circa dodici anni la causa si concluse con una sentenza storica che vide Ananda prevalere su quasi tutti i punti fondamentali:
Pubblico dominio: il tribunale stabilì che la versione originale del 1946 dell'Autobiografia di uno Yogi e molti altri scritti giovanili di Yogananda erano ormai di pubblico dominio, perché la SRF non aveva rinnovato correttamente i diritti d'autore a tempo debito.
Uso del nome e delle foto: fu sancito che il nome e le immagini di Yogananda appartengono al mondo intero e non possono essere monopolizzati da una singola azienda o associazione.
Il termine "Self-Realization": il tribunale decretò che si tratta di un termine spirituale generico (realizzazione del Sé) e che la SRF non poteva rivendicarne il marchio esclusivo.
Il processo si concluse nell'ottobre 2002. Otto giurati stabilirono all'unanimità che Ananda e Walters (Kriyananda) avevano violato i diritti d'autore di SRF ristampando articoli e vendendo registrazioni, con un risarcimento di circa 29.000 dollari. Ognuna delle due parti dichiarò di aver ottenuto una forma di vittoria. Ananda sottolinea che la giuria non riconobbe a SRF nulla dei 33 milioni di dollari richiesti per le violazioni sugli scritti, e che SRF mantenne il copyright sulle registrazioni audio. L'avvocato di Ananda commentò che la chiesa sarebbe sopravvissuta senza danni finanziari, mentre la giuria diede ragione a SRF sull'idea che Yogananda avesse voluto che fosse la Fellowship a detenere i diritti sulle sue opere. 
Grazie a questa sentenza, Ananda è oggi libera di pubblicare le opere originali di Yogananda, spesso attraverso la propria casa editrice, Ananda Edizioni, riprendendo i testi storici del 1946 senza le modifiche editoriali che la SRF ha apportato nelle edizioni successive. La SRF detiene comunque i diritti d'autore sulle edizioni modificate e ampliate da essa stessa nel corso degli anni, e resta l'istituzione storica ufficiale. In sintesi Ananda ottenne: la libertà di usare i termini "Self-realization" e "Paramahansa Yogananda", il diritto di pubblicare molti libri originali, e la fine della minaccia di un risarcimento enorme. SRF ottenne: il riconoscimento delle violazioni su articoli e registrazioni, un risarcimento (modesto), il copyright sulle registrazioni audio e il vincolo sul nome completo di Ananda.

venerdì 2 ottobre 2026

La Giornata internazionale della nonviolenza

La Giornata internazionale della nonviolenza è stata creata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 15 giugno 2007 con l'obiettivo di diffondere il messaggio di pace, tolleranza ed empatia tramite l'informazione e l'educazione pubblica.
La Giornata internazionale della nonviolenza racchiude in sé una profonda filosofia politica e sociale che va ben oltre la semplice assenza di conflitti fisici.


La scelta del 2 ottobre non è casuale: celebra la nascita di Mohandas Karamchand Gandhi (1869–1948). Gandhi ha dimostrato al mondo che la nonviolenza può essere uno strumento di lotta politica di massa estremamente efficace. Il suo metodo si fondava su due pilastri in lingua sanscrita:
• Ahimsa: Il principio del non-nuocere a nessun essere vivente, che implica un rispetto assoluto per l'altro.
• Satyagraha: Letteralmente "la forza della verità" o "la fermezza nella verità". È la resistenza passiva e attiva contro l'ingiustizia, praticata senza odio e accettando le sofferenze che ne derivano pur di risvegliare la coscienza dell'oppressore.
Grazie a questi principi, Gandhi guidò l'India all'indipendenza dal dominio britannico, ispirando in seguito altri grandi movimenti globali, come quello per i diritti civili guidato da Martin Luther King Jr. negli Stati Uniti.

Secondo la definizione formale adottata dalle Nazioni Unite  l'azione nonviolenta si divide in tre grandi categorie:
1. Protesta e persuasione: Marce pacifiche, veglie, manifestazioni e campagne di sensibilizzazione pubblica.
2. Non-collaborazione (o boicottaggio): Il rifiuto deliberato e collettivo di cooperare con un sistema ritenuto ingiusto (es. boicottaggi economici, scioperi o il rifiuto di pagare tasse ingiuste).
3. Intervento nonviolento: Azioni dirette che interrompono fisicamente lo status quo, come i sit-in, i blocchi pacifici o la creazione di istituzioni e mercati alternativi.

Ogni anno il 2 ottobre le Nazioni Unite, i governi e le organizzazioni della società civile promuovono eventi in tutto il mondo soprattutto nelle scuole e nelle università. Si organizzano  Campagne digitali attraverso i social media, Marce per la pace, mostre fotografiche e incontri pubblici incentrati sulla mediazione dei conflitti urbani e sociali. 

Satish Kumar - Radical Love

 “Sii la luce che desideri vedere illuminare ed elevare il mondo”  

Satish Kumar è un attivista pacifista ed ecologista di 90 anni (è nato nel 1936), ex monaco giainista.  Ha scelto di lasciare la vita monastica per dedicarsi all'attivismo laico.  E' fautore del Radical Love, l'amore incondizionato per tutti gli esseri viventi.  Radical Love:  https://www.youtube.com/shorts/n6NZ7mY7XFk       Spiritual Ecology, a new paradigma:  https://www.youtube.com/watch?v=ZjKD_Xi_Cc8

Satish Kumar è diventato celebre per una marcia per la pace di 13.000 chilometri (oltre 8.000 miglia) a piedi, che ha toccato le capitali dei principali Paesi dotati di armi nucleari, affrontando il viaggio senza mezzi finanziari basandosi sulla fiducia e sull'amore universale. Vive in Inghilterra e dirige la rivista di ecologia e spiritualità Resurgence & The Ecologist.
Ha co-fondato lo Schumacher College, un centro internazionale di studi ecologici avanzati e sviluppo sostenibile situato nel Regno Unito.

Promuove il concetto di ecologia spirituale e profonda, la connessione con la terra (partendo dal rispetto per il suolo) e un'educazione incentrata sul rispetto della natura e sulla semplicità volontaria. È autore di diversi libri tradotti in tutto il mondo, tra cui Radical Love. 

La storica marcia per la pace di Satish Kumar è stata un'incredibile odissea a piedi di oltre 13.000 chilometri, compiuta tra il 1962 e il 1964 nell'era più calda della Guerra Fredda.
Insieme al suo compagno di viaggio E.P. Menon, Kumar partì dalla tomba del Mahatma Gandhi a Nuova Delhi con l'obiettivo di raggiungere a piedi le capitali dei quattro paesi allora in possesso di armi nucleari: Mosca, Parigi, Londra e Washington D.C.. 

L'ispirazione per il viaggio nacque quando Kumar seppe che il filosofo Bertrand Russell, a quasi 90 anni, era stato arrestato a Londra per le sue proteste anti-nucleari. Deciso ad agire, Kumar chiese consiglio al suo mentore Vinoba Bhave (storico discepolo di Gandhi), il quale gli diede due precise indicazioni:
1. Camminare senza un soldo in tasca: Questo per dimostrare che "la guerra nasce dalla paura, ma la pace inizia dalla fiducia". Viaggiare senza denaro costringeva i due giovani a fare totale affidamento sulla generosità, l'ospitalità e la fiducia degli sconosciuti che incontravano lungo il cammino.
2. Mantenere una rigida dieta vegetariana: Come segno di rispetto e totale armonia con ogni essere vivente.
Durante il passaggio in Georgia, nei pressi del Mar Nero, due donne che lavoravano in una fabbrica di tè locale rimasero colpite dalla loro storia e dalla totale assenza di denaro. Una delle donne regalò a Satish Kumar quattro pacchetti di tè, affidandogli un messaggio speciale da consegnare ai leader del Cremlino, dell'Eliseo, del civico 10 di Downing Street e della Casa Bianca:
"Se mai vi ritroverete ad avere il folle pensiero di premere il bottone nucleare, fermatevi e preparatevi prima una buona tazza di tè".
Kumar custodì gelosamente quei pacchetti e riuscì a recapitarli ai leader (o ai loro uffici) in tutte e quattro le capitali nucleari.
Il viaggio durò circa due anni e mezzo (30 mesi) e attraversò deserti, montagne, confini blindati e tensioni geopolitiche enormi. Lungo il tragitto, Kumar e Menon non solo parlarono a migliaia di cittadini comuni, ma incontrarono anche figure storiche del calibro di Martin Luther King Jr. a Washington. Il pellegrinaggio si concluse simbolicamente negli Stati Uniti presso la tomba di John F. Kennedy.

Anni dopo, Kumar racconterà che quel viaggio gli ha insegnato l'essenza dell'umanità. Nonostante le barriere linguistiche, ideologiche e religiose imposte dalla geopolitica, ovunque i due abbiano bussato hanno trovato persone pronte ad offrire loro un tetto, un pasto o una parola gentile, dimostrando che la diversità è una ricchezza da celebrare e non una divisione da temere.

Libro tradotto in italiano: Radical love. Come ritrovare la connessione profonda con la Terra, con gli altri e con sé stessi 

Mie considerazioni.   Come possiamo iniziare il cambiamento?
Una prima opzione consiste nell'impegnarsi a livello sociale e umanitario. Un'altra via è il lavoro su Sé stessi per ottenere un po' di serenità in questo mondo complicato.  Occorre risvegliare in noi il meditante e il militante.

Annie Besant

Annie Besant (nata Wood; 1847 – 1933) è stata un'attivista, saggista, oratrice socialista, femminista e una delle massime figure della Società Teosofica britannica e internazionale. Nata a Londra da una famiglia anglo-irlandese, visse inizialmente un'educazione religiosa prima di proclamarsi atea nel 1874 e diventare una fervente sostenitrice del laicismo e del socialismo accanto a Charles Bradlaugh. Si batté attivamente per i diritti delle donne, il controllo delle nascite, il miglioramento delle condizioni della classe operaia e partecipò alle lotte sindacali.
A partire dal 1889 si avvicinò alla teosofia dopo aver recensito La dottrina segreta di Helena Petrovna Blavatsky, alla quale succedette alla guida della Società Teosofica dal 1907, trasferendosi in India ad Adyar.    Sostenne con forza l'indipendenza dell'India e l'autogoverno (Movimento Home Rule), diventando nel 1917 la prima donna a ricoprire la carica di presidente del Congresso Nazionale Indiano. Contribuì in modo determinante allo sviluppo del sistema educativo indiano fondando nel 1898 il Central Hindu College a Varanasi, istituzione che in seguito costituì il nucleo fondante della Banaras Hindu University.    

Annie Besant morì nel 1933, all'età di 85 anni, ad Adyar, alla presidenza di Madras, in India britannica. Dopo la sua morte, i colleghi Aldous Huxley, Guido Ferrando e Rosalind Rajagopal, costruiranno la Happy Valley School in California, ora rinominata Besant Hill School of Happy Valley in suo onore.

Scrisse numerosi testi esoterici e promosse la conoscenza delle tradizioni orientali unite al pensiero occidentale.  Pubblicò montagne di saggi, scrisse un libro di testo, curò antologie di letteratura classica per giovani e alla fine divenne responsabile  del New India, un periodico dedicato alla causa dell'Autonomia Indiana. 

Annie Besant accolse Krishnamurti e suo fratello più giovane Nityananda (Nitya) nella Società Teosofica  e lo preparò alla sua futura missione di "Maestro del Mondo". 
All'inizio del loro rapporto, Krishnamurti e Besant  svilupparono un legame molto stretto e lui la considerò una madre sostituta – un ruolo che lei accettava felicemente. (La sua madre biologica era morta quando lui aveva dieci anni.)
Nel 1929, venti anni dopo la sua "scoperta", Krishnamurti,  rifiutò il ruolo di nuovo Messia che molti teosofi aspettavano da lui, e lasciò la Società Teosofica.  Divenne uno dei pensatori più originali e indipendenti su questioni filosofiche, psicologiche e spirituali.
Il suo amore e l'amicizia per Besant non diminui mai, i due rimasero amici fino alla fine della sua vita.
Biografia:  https://www.varanasi.org.in/annie-besant/amp

Introduzione al Blog

  Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono p...