venerdì 16 ottobre 2026

Introduzione al Blog

 Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono più di 1000 articoli, la maggioranza dei quali verte su yoga, meditazione, buddhismo, filosofie orientali, rapporto tra scienza e meditazione.                    

Gli articoli sono essenzialmente riassunti di libri che ho letto su questi argomenti e che mi hanno particolarmente colpito.  Per ricercare un soggetto specifico si può usare la finestrina a destra, oppure si possono usare le categorie (etichette) che si trovano sulla destra. Sul Blog sono riportati anche i libri che ho scritto sullo yoga e la meditazione e la gallery di alcuni miei viaggi.                                                     

       Buona lettura   

Il sorriso segreto dell’Essere: la non-dualità secondo Mauro Bergonzi

Mauro Bergonzi è un accademico italiano che insegna e divulga la non-dualità (advaita).  Ha insegnato “Religioni e Filosofie dell’India” e “Psicologia generale” dal 1985 al 2017 all’Università “L’Orientale” di Napoli. E' socio analista del Centro Italiano di Psicologia Analitica, quindi unisce la formazione orientalistica a quella psicologica di impronta junghiana. Dal 1970 ha praticato meditazione per circa 25 anni, soprattutto nelle tradizioni buddhista, taoista e vedanta, sempre con un approccio non confessionale e non dogmatico, finché non è prevalsa una non-dualità radicale. Per questo, nel suo insegnamento, il piano accademico e quello esperienziale vanno insieme. Presenta la non-dualità non come una teoria da capire con l’intelletto, ma da sperimentare. I suoi incontri, si chiamano satsang perchè procedono attraverso il dialogo e il silenzio più che attraverso una lezione frontale. 

Libri. Il più noto è Il sorriso segreto dell’Essere, uscito per Mondadori e ripubblicato nel 2026 da Astrolabio Ubaldini in nuova edizione, con il sottotitolo “Oltre l’illusione dell’io e della ricerca spirituale”. Molto prima, nel 1980, aveva pubblicato con Laterza Inchiesta sul nuovo misticismo


Sembra un paradosso: più cerchiamo di essere felici, più la felicità sembra sfuggirci. Mauro Bergonzi, autore de Il sorriso segreto dell’Essere, parte da qui. La sua proposta, che affonda nella tradizione della non-dualità, è che la felicità non sia una meta da raggiungere alla fine di un percorso. È ciò che siamo già, e che continuiamo a perdere di vista proprio mentre lo cerchiamo.
Questo testo ripercorre il desiderio di completezza, la nascita dell’io separato, il bivio tra disillusione e ricerca spirituale, il paradosso del cammino spirituale e infine l’idea che non ci sia nulla da raggiungere.
La parola sanscrita "satsang" nasce dall’unione di sat, “essere”, e sanga, “comunanza, compagnia”. Significa dunque condivisione dell’Essere. Il termine indica un incontro in cui non ci si limita ad ascoltare un insegnamento: si prova a sentire insieme ciò che è già presente, prima di ogni concetto.
In questo senso anche la meditazione ha un carattere particolare. Non è concentrarsi su un oggetto, un respiro o un mantra, ma sentire la presenza, restando in uno stato di apertura che non si fissa su nulla. Non si fa qualcosa per ottenere qualcos’altro: si lascia che lo spazio si apra.

Tutti cerchiamo il piacere, ma il piacere ha una caratteristica: dipende da uno stimolo. Arriva con un oggetto, un’esperienza, un incontro, e quando lo stimolo finisce il piacere svanisce. Dietro la ricerca del piacere c’è però un desiderio più profondo, quello di essere felici, e il termine è più appropriato perché indica qualcosa di diverso.  La felicità si manifesta quando possiamo dire, anche solo per un istante: “in questo momento non mi manca niente, sono completo”. Si può chiamare il profumo della completezza. Ma è un profumo che ci raggiunge di rado: la condizione abituale, per la maggior parte di noi, è sentirsi incompleti, in attesa di qualcosa che deve ancora arrivare.

Da dove nasce questo senso di mancanza? Il racconto parte dall’infanzia. Nel bambino molto piccolo c’è una coscienza globale: suoni, sapori, colori e sensazioni accadono in una totalità in cui non esiste ancora un “io” che osserva e un “mondo” osservato. Non è un’idea filosofica, ma il modo in cui l’esperienza si presenta prima che si formi l’identità.  Col tempo si sviluppa l’io personale: un nucleo che si rappresenta come entità separata, collocata dentro un corpo e in relazione con altre cose e altre persone. È una conquista indispensabile, perché senza un io funzionale non potremmo vivere nel mondo. Ma ha un prezzo: insieme all’io separato arrivano il senso di mancanza e di incompletezza. Resta, tuttavia, una traccia di quella totalità originaria, una nostalgia del paradiso perduto.

In questa visione, la caratteristica dell’io è la separazione: io e mondo, dentro e fuori, me e gli altri. La prospettiva non-duale sostiene che queste differenze, pur reali sul piano dell’esperienza quotidiana, non sono separazioni ultime.  Un’immagine suggestiva viene dalla fisica contemporanea: secondo la teoria quantistica dei campi, le particelle non sono “parti” indipendenti ma increspature di un campo che è uno. Allo stesso modo, il corpo non è un’unità isolata ma una funzione dell’ambiente: non può essere separato dall’aria che respira, dal cibo che lo nutre, dalla luce che lo raggiunge. Va detto, naturalmente, che si tratta di un’analogia e non di una dimostrazione: la fisica descrive il mondo materiale, la non-dualità parla della natura della coscienza.

Quando l’io separato si è formato, nasce il cercatore: colui che si mette in cammino per ritrovare la completezza perduta. La strategia più comune è pensare che la felicità arriverà quando si raggiungerà uno scopo: la realizzazione nel lavoro, la ricchezza, il potere, la fama. Ma l’esperienza smentisce spesso la promessa. Come dice il proverbio, “i soldi non fanno la felicità, ma lo sanno solo i ricchi”: chi li ha ottenuti scopre che la sensazione di mancanza è rimasta intatta.

A questo punto ci si trova davanti a un bivio. La prima strada è concludere che la felicità non esiste. Ne derivano la depressione, il cinismo, l’amarezza di chi ha smesso di sperare.
La seconda strada è intuire che la risposta non può venire dall’esterno e che va cercata solo dentro di sé. È l’ingresso nel percorso spirituale. Chi imbocca la seconda strada incontra i maestri e pensa: “se ce l’ha fatta lui, posso farcela anch’io”. Ma spesso porta con sé una convinzione implicita: così come sono non vado bene. Bisogna dunque purificare i chakra, praticare il non attaccamento, imparare a restare nel qui e ora. Molti esperti propongono itinerari verso la felicità, e la spiritualità stessa può presentarsi come la promessa di diventare esseri umani migliori, con gradi e livelli diversi di illuminazione.
Eppure, quando arriva il momento critico, una perdita, una malattia, una crisi, ci si accorge di non essere felici, e gli strumenti acquisiti non aiutano davvero. Si era convinti di essere “realizzati” e di praticare il non attaccamento, ma di fronte alla prova tutto sembra svanire.

Il problema, osserva Mauro Bergonzi, è strutturale. Il percorso spirituale tradizionale si presenta come un cammino da A a B: bisogna cambiare se stessi, seguire un maestro, arrivare all’illuminazione, intesa come liberazione dall’io separato. Ma questo schema si fonda su una contraddizione: è proprio l’io separato a mettersi in cammino per liberarsi di sé. È un po’ come cercare di sollevarsi tirandosi per i capelli.  E poi: finito e infinito sono davvero separati? Se l’infinito è davvero infinito, include anche il mio senso di separazione. Non c’è un “fuori” dall’infinito dove io possa trovarmi.

Da questa constatazione scaturisce il messaggio centrale: come siete adesso, con tutti i difetti, siete già ciò che state cercando. La felicità è qui, anche se la vita è piena di problemi. Non si tratta di negare le difficoltà, ma di riconoscere che ciò che cerchiamo non è un oggetto futuro: è il fatto stesso di esserci e di essere coscienti. 
Krishnamurti diceva che la verità è una terra senza confini: nessun sentiero porta a essa, e non si può esprimere a parole.
Una storiella racconta di un vecchietto seduto davanti alla statua di Shiva. In India sedersi a gambe incrociate è la norma, e allungare i piedi verso una divinità è considerato offensivo. Il vecchietto aveva appunto le gambe tese verso la statua, e un passante glielo fece notare, scandalizzato. Il vecchietto rispose: “Ci ho provato a non portare la gamba verso Shiva. Dimmi tu dove non c’è Shiva”.
Se Dio è onnipresente, come può non essere qui e adesso? Il tutto è tutto, e il tuo vero Sé non può stare in nessun altro posto.
Un altro racconto, attribuito a Shankara, il grande maestro dell’advaita, parla di dieci amici che devono attraversare a nuoto un fiume. Arrivati sull’altra riva, uno di loro li conta per accertarsi che siano tutti salvi: 1, 2... 9. Ne manca uno! Un secondo amico rifà il conto, con lo stesso risultato. Passa un vecchio saggio, che li invita a contare ancora; quando si arriva a nove, posa la mano sul petto di chi sta contando e dice semplicemente: “Dieci”.
Chi contava aveva dimenticato di contare se stesso. È l’immagine perfetta della ricerca spirituale: ciò che cerchiamo è colui che cerca. Nisargadatta lo esprimeva così: “Invece di cercare quello che non hai, trova quello che hai sempre in te.”

Come si riconosce questa presenza? Non attraverso un ragionamento, ma sentendo la risonanza dell’Essere. È qualcosa che si percepisce, come si percepisce un sorriso spontaneo. L’insegnamento non vuole costruire nulla, ma esprimere ciò che c’è e rendere possibile questa risonanza. Non a caso, nella storia della spiritualità, il sorriso è spesso associato alla libertà. Naturalmente non si tratta del sorriso che si fabbrica davanti a uno specchio. È quello che nasce da solo, senza motivo, ed è il “sorriso segreto” del titolo del libro.
A volte la risonanza si manifesta in modo vistoso, come un fuoco d’artificio: ci si trova a guardare il cielo stellato in un parco e si prova un improvviso senso di non separazione, come se i confini tra sé e l’universo si dissolvessero. Queste esperienze non si lasciano trasformare in parole, e vanno ricordate per ciò che sono: inviti, non traguardi. Chi le insegue per riprodurle ricade nello schema del cercatore.

Nello zen si usa un’immagine per descrivere i due modi in cui si può “bagnarsi”, cioè arrivare all’illuminazione. Si può essere bagnati di colpo, con un secchio d’acqua gettato addosso. Oppure si può entrare in una nebbia fitta e, dopo una mezz’ora, ci si ritrova ugualmente bagnati. Improvvisa o graduale, la sostanza non cambia. 
Da qui la distinzione tra due dimensioni dell’esistenza: la dimensione orizzontale è quella del tempo, dell’automiglioramento, degli obiettivi che si possono raggiungere. È la dimensione in cui ha senso impegnarsi, imparare, crescere;  la dimensione verticale è sempre presente, fuori dal tempo: è l’Essere, che non va raggiunto perché non è mai mancato.  I due piani non si escludono. Si può continuare a migliorarsi sul piano orizzontale, purché non si scambi il miglioramento per condizione della felicità. 

Un corpo-mente perfetto, d’altronde, non esiste: si vive la danza della vita. Siamo le onde sull’abisso immobile.  Non siamo soltanto corpo e mente: siamo la sorgente di tutto. Le onde nascono e muoiono, ma il mare non muore mai: il mare ondeggia. Nella visione non-duale, ciò che chiamiamo “io” è un’onda, una forma temporanea dell’oceano.  L’immagine indiana di questa unità è la danza di Shiva: Shiva incarna gli opposti, creazione e distruzione, e nella sua danza non si può separare il danzatore dalla danza.

E il male?  Un’obiezione naturale è: se tutto è espressione dell’unico Essere, che ne è del male? Mauro Bergonzi non la elude. Anche chi compie azioni terribili, anche un serial killer, vuole in fondo essere felice: ma il suo stato mente-corpo lo porta all’opposto della felicità. Lo stesso vale per l’amore, che cerca la non separazione e che a volte viene cercato in modo distorto, perfino masochistico: tutto è espressione della persona.
Anche la natura è piena di quelle che chiamiamo nefandezze: terremoti, alluvioni, catastrofi. Ma nessuna manifestazione naturale dispone del metro con cui noi distinguiamo il bene dal male: quel metro è nostro, umano. Questo non significa che bene e male non contino sul piano della vita, ma che la realtà ultima non si lascia incasellare in queste categorie.

La dualità, in definitiva, è apparente e la creiamo noi stessi attraverso l’esperienza di credere di essere un io separato. Una celebre immagine dice che Dio gioca a nascondino: crea una parte di sé, cioè noi, la cerca e intanto si nasconde.  Un meditante può dire: “Il mio io impediva l’apertura verso l’infinito. Quando meditavo, l’io separato spariva per qualche momento, poi tornava. Allora devo meditare più a lungo”. È il ragionamento di chi considera l’io un ostacolo da eliminare. Ma la presenza resta sia quando l’io c’è sia quando non c’è. Non è lo stato di meditazione a produrla.
L’io separato può essere paragonato a un miraggio nel deserto: il miraggio esiste, lo si vede, ma l’acqua che promette non c’è. Ciò che conta è capirlo, non eliminarlo. Che io creda o no all’io separato, il mio vero Sé non è separato da niente: tutto è già completo.  

La non-dualità trova una delle sue espressioni più compiute nello shivaismo del Kashmir, tradizione che vede l’intera realtà come manifestazione di un’unica coscienza. Tony Parsons dice: “Ogni esperienza è un invito a riconoscere il Tutto.”
Non c’è dunque nulla da raggiungere, ma solo qualcosa da riconoscere: la completezza che ci circonda e ci costituisce anche quando la cerchiamo altrove.

Da Maestro a Maestro

Da oggi è online la prima puntata del nuovo documentario "Da Maestro a Maestro. Nel buddhismo contemporaneo.", diretto da Giorgia Soi.        https://shorturl.at/uqKP3
Per la prima volta, un percorso riunisce in un unico progetto le voci di maestri appartenenti a diverse tradizioni buddhiste presenti oggi in Italia.
Il Reverendo Tetsugen Serra li incontra nei loro luoghi di pratica per parlare di Dharma, insegnamento e pratica, ma anche del rapporto tra il buddhismo e il tempo in cui viviamo.
Sei interviste, sei maestri, sei tradizioni.
Un dialogo che attraversa differenze e punti di incontro, per conoscere più da vicino il buddhismo contemporaneo attraverso le parole di chi lo vive e lo trasmette.
 
La prima puntata si trova su Dharma Academy e YouTube.
All'Healing Meditation Center di Albagnano, Tetsugen Serra intervista Lama Michel Rinpoche sul Buddhismo Contemporaneo.  Vedi:  https://www.youtube.com/watch?v=32HXlpkFEes
  
 L'Albagnano Healing Meditation Center non costituisce soltanto uno sfondo geografico, ma un simbolo di come la pratica spirituale si incarni nel territorio e nella quotidianità. In questo spazio dedicato alla meditazione, alla guarigione interiore e allo studio, Tetsugen Serra e Lama Michel Rinpoche si confrontano su come la saggezza ancestrale del Dharma possa parlare al cuore e alla mente dell'uomo occidentale di oggi.  

Il Cerchio, Monasteri e Centri Zen http://www.monasterozen.it
Fondazione religiosa per la pratica e lo studio del Buddhismo Soto Zen.
Affiliata all’ UBI (Unione Buddhista Italiana) e all’E.B.U. (European Buddhist Union).

Come posso essere felice quando c'è così tanta sofferenza nel mondo?

Un uomo una volta chiese a un vecchio monaco buddista:
«Come posso permettermi di sentire la pace quando il mondo è pieno di sofferenza, ingiustizia, dolore e caos?»
Il monaco lo guardò in silenzio e poi chiese:
«Se la tua casa è buia, potresti rifiutarti di accendere una candela semplicemente perché il mondo non è ancora luminoso?»
L’uomo rimase in silenzio.
«La sofferenza del mondo è reale», continuò il monaco. «Ma se distruggi completamente la tua pace, potresti perdere la chiarezza e la forza necessarie per aiutare chiunque.»
«Essere felici, però, non significa ignorare la sofferenza o fingere che tutto vada bene. Significa sviluppare abbastanza stabilità interiore da rimanere compassionevoli senza essere completamente consumati dal dolore che vediamo.»
L’uomo abbassò la testa.
«Ma il mondo è ancora così pesante.»
«Sì», rispose il monaco. «Ed è proprio per questo che la tua pace è importante.»
«Non cercare di portare via tutta la sofferenza del mondo con un solo cuore.
Sii gentile dove sei. Aiuta dove puoi.  Parla con dolcezza. Proteggi ciò che puoi.
Riduci la sofferenza nel mondo in ogni piccolo modo che è alla tua portata.»
«Una singola candela non può eliminare tutta la sofferenza del mondo, ma può illuminare un po’ la stanza intorno a te.»
Il monaco sorrise un’ultima volta:
«Non spegnere la tua luce perché il mondo è buio. Mantienila accesa. Poi usa quella luce per rendere un po’ più luminoso il piccolo angolo di mondo che ti circonda.»

Henry David Thoreau

 Henry David Thoreau (1817–1862) è stato un filosofo, scrittore, poeta e naturalista statunitense, considerato uno dei padri del trascendentalismo americano e un pioniere del pensiero ambientalista e della nonviolenza.  Nel 1845, all'età di 27 anni, si isolò per oltre due anni in una capanna da lui stesso costruita vicino al laghetto di Walden, nel Massachusetts. Da questa esperienza nacque il suo capolavoro, Walden; o, Vita nei boschi (1854), un inno alla vita semplice e all'armonia con la natura. Nel 1846 fu imprigionato per essersi rifiutato di pagare una tassa allo Stato che finanziava la guerra contro il Messico e tollerava la schiavitù. Nel saggio Disobbedienza civile (1849) teorizzò il diritto di opporsi a leggi ingiuste. Fu cacciato dall'Istituto dove insegnava perchè si rifiutò di applicare le punizioni corporali. Mentre il filosofo e scrittore americano stava morendo di tubercolosi a soli 44 anni, un amico si avvicinò al suo letto e gli chiese se riuscisse a intravedere qualcosa dell'aldilà o se avesse pensieri sul "mondo a venire". Thoreau, fedele al suo amore per il presente e per la realtà terrena, rispose semplicemente: "Oh, un mondo alla volta".


Il suo pensiero filosofico è incentrato sulla ricerca della libertà interiore, sul ritorno alla semplicità e sulla critica sociale.  Thoreau non voleva isolarsi dal mondo come un eremita (la capanna distava solo un paio di chilometri dalla sua città natale, Concord), ma voleva ridurre la vita ai suoi termini più essenziali per capire cosa fosse davvero fondamentale. Voleva dimostrare che l'uomo moderno si rende schiavo del lavoro e dei beni materiali superflui. Viveva coltivando un piccolo campo di fagioli e patate, leggendo, scrivendo e camminando nei boschi. Il suo obiettivo era lavorare lo stretto necessario (circa sei settimane all'anno) per autoprodursi il cibo e il sostentamento, dedicando il resto del tempo alla riflessione e all'osservazione della natura.   In una delle frasi più famose di Walden, spiegò così la sua scelta:"Andai nei boschi perché desideravo vivere con saggezza, per affrontare solo i fatti essenziali della vita, e per vedere se non fossi capace di imparare quanto essa aveva da insegnarmi, e per non scoprire, in punto di morte, che non avevo vissuto."

La produzione letteraria di Thoreau è vasta, ma la sua fama mondiale e il suo impatto politico e filosofico si fondano principalmente su due opere pilastro:
1. Walden, ovvero Vita nei boschi (1854); un resoconto rielaborato dei suoi due anni passati al laghetto.Il libro unisce la satira sociale contro il consumismo e la nascente società industriale alla poesia della natura. Contiene dettagliate osservazioni scientifiche e poetiche sugli animali, sul cambio delle stagioni e sullo specchio d'acqua di Walden, elevando la natura a specchio dell'anima umana e a fonte di risveglio spirituale.
2. Disobbedienza civile (1849);  Inizialmente pubblicato come conferenza con il titolo Resistenza al governo civile, questo saggio nacque dopo che Thoreau passò una notte in prigione nel 1846 per aver rifiutato di pagare la poll tax (la tassa elettorale).  Thoreau si oppose fermamente alla guerra guidata dagli Stati Uniti contro il Messico e alla legalità della schiavitù. Nel testo teorizza che il cittadino ha il dovere morale di violare le leggi dello Stato, in nome di qualcosa che sia superiore  e quando queste leggi calpestano la coscienza e la giustizia. Sostiene che una minoranza coscienziosa ha il potere di bloccare una macchina statale ingiusta semplicemente ritirando il proprio supporto economico e morale.

Altri scritti rilevanti.
• Camminare (1862): Un saggio breve in cui l'atto del camminare diventa una metafora della libertà assoluta e selvaggia, opposta ai confini della proprietà privata e della civiltà.
• Una vita senza principi (pubblicato postumo nel 1863): Una dura critica al modo in cui le persone spendono il proprio tempo per guadagnarsi da vivere, sacrificando l'onestà e la crescita spirituale sull'altare del commercio.

Ralph Waldo Emerson e Henry David Thoreau si incontrarono a Concord, nel Massachusetts, alla fine degli anni '30 dell'Ottocento. Emerson era più grande di 14 anni, era già un famoso intellettuale e divenne subito il mentore e il protettore del giovane Thoreau.  Fu Ralph Waldo Emerson  a introdurre Thoreau nel circolo dei Trascendentalisti (Le caratteristiche principali del trascendentalismo si fondano sulla centralità dell'individuo, sul legame spirituale con la natura e sul rifiuto dei dogmi tradizionali). Inoltre, fu proprio sul terreno di Emerson, presso il laghetto di Walden, che a Thoreau fu concesso di costruire la famosa capanna per il suo esperimento di vita essenziale.
Con il tempo, il loro rapporto divenne complesso. Emerson era un teorico, un conferenziere elegante che amava il dibattito astratto e la comodità della civiltà. Thoreau, al contrario, era un uomo d'azione che esigeva la coerenza pratica: metteva in pratica ciò che Emerson si limitava a predicare.
Nonostante le freddezze degli ultimi anni, alla morte prematura di Thoreau nel 1862, fu Emerson a tenere un commovente elogio funebre, definendolo "un'anima libera" e la mente più originale d'America.

Le idee politiche di Thoreau attraversarono gli oceani per diventare la spina dorsale dei più grandi movimenti di liberazione del XX secolo. Il suo pensiero ha influenzato profondamente grandi leader e pensatori dei secoli successivi, tra cui Mahatma Gandhi e Martin Luther King Jr., che trovarono nei suoi scritti i fondamenti della lotta nonviolenta.  Il saggio Disobbedienza civile di Thoreau arrivò tra le mani di Mahatma Gandhi nel 1907, mentre si trovava in Sudafrica a lottare contro le leggi discriminatorie verso gli indiani. Gandhi dichiarò esplicitamente che il saggio di Thoreau era diventato la sua "principale guida di vita".

Negli anni '50, anche il reverendo Martin Luther King Jr. scoprì gli scritti di Thoreau durante i suoi anni di studio teologici ed universitari.  King rimase folgorato dall'idea di Thoreau secondo cui l'uomo che accetta passivamente il male senza protestare ne diventa di fatto un complice operativo. 

Durante il celebre boicottaggio dei bus a Montgomery (1955) e le successive marce per i diritti degli afroamericani, King applicò la lezione di Thoreau su scala di massa. Nel suo celebre scritto Lettera dal carcere di Birmingham, King riecheggia perfettamente Thoreau affermando che "l'individuo che infrange una legge ingiusta che la sua coscienza gli dice essere tale, e che accetta volentieri la pena del carcere per risvegliare la coscienza della comunità, sta in realtà esprimendo il massimo rispetto per la legge".

Nell'opera tardiva Mirtilli. O l'importanza delle piccole cose Thoreau utilizza una piccola bacca scura come pretesto filosofico per affrontare temi immensi: la mercificazione della natura, la libertà individuale e il valore dell'educazione. Contiene una feroce critica verso i bianchi conquistatori, smaniosi di cupidigia, che mercificano tutto. Thoreau documenta come i boschi, un tempo comuni, dove chiunque poteva camminare e raccogliere liberamente i frutti della terra, stessero scomparendo a favore della proprietà privata e delle coltivazioni industriali. Per il filosofo, privatizzare un bosco di mirtilli significa distruggere una porzione di libertà e privare l'umanità di un rapporto spirituale e diretto con la natura.
Per Thoreau, andare a raccogliere mirtilli selvatici diventa l'emblema di una vita vissuta con lentezza e consapevolezza: un'occasione per ricostruire un dialogo con la natura e sottrarsi alle logiche del mercato, del consumismo, del profitto.  Il vero "valore" del frutto non risiede nel prezzo a cui viene venduto, ma nell'esperienza poetica ed educativa di cercarlo, coglierlo e mangiarlo.

Rousseau e Diderot

Il rapporto tra Jean-Jacques Rousseau (1712-1778)   e Denis Diderot (1713-1784) fu un'intensa amicizia nata a Parigi negli anni Quaranta del Settecento, trasformatasi poi in un aspro conflitto intellettuale e personale negli anni Cinquanta.

 

Rousseau e Diderot si conobbero a Parigi intorno al 1741 e strinsero un legame molto stretto.
Rousseau collaborò all'Encyclopédie:  il grande progetto enciclopedico diretto da Diderot, scrivendo diverse voci di carattere musicale. Nel 1749, mentre andava a trovare l'amico Diderot imprigionato nel Castello di Vincennes, Rousseau lesse il bando dell'Accademia di Digione che lo ispirò a scrivere il suo primo Discorso sulle scienze e sulle arti.
Mentre Diderot rappresentava lo spirito dell'Illuminismo fiducioso nel progresso, nella ragione e nella civiltà urbana, Rousseau iniziò a sviluppare una visione critica della società, esaltando la natura e criticando i costumi civilizzati.
La rottura definitiva avvenne tra il 1756 e il 1758, alimentata da incomprensioni personali, attriti legati a circoli e amicizie comuni (come Madame d'Épinay e Grimm) e da allusioni letterarie che Rousseau percepì come offese personali — tra cui una frase di Diderot nella commedia Le fils naturel in cui sosteneva che «il buono vive in società, il malvagio da solo».
I due ruppero definitivamente i rapporti, allontanandosi per sempre e senza mai più riconciliarsi.

Il contrasto tra Diderot e Rousseau non fu solo una lite tra vecchi amici, ma una vera e propria linea di frattura interna all'Illuminismo.
Diderot crede che la socialità sia naturale per l'uomo. Il progresso, le arti e le scienze migliorano la condizione umana.    L'uomo si realizza pienamente solo attraverso il tessuto sociale, la cultura e lo scambio intellettuale con gli altri. La ragione e la diffusione della conoscenza scientifica portano alla liberazione dai dogmi e dal fanatismo.    
Per Rousseau la società artificiale allontana l'uomo dal suo stato di natura originario, basato su innocenza e uguaglianza, introducendo la disuguaglianza. L'uomo nasce buono, ma viene corrotto dalle istituzioni. La vera virtù si trova nella solitudine spirituale o in comunità fondate sul contratto sociale. Il progresso tecnico e scientifico non coincide con il progresso morale, ma crea spesso nuovi bisogni artificiali e vizi.

Negli ultimi anni della sua vita, Rousseau sviluppò una profonda sindrome da persecuzione. Era convinto che ci fosse un complotto orchestrato dai suoi ex amici illuministi — in particolare da Denis Diderot, da Friedrich Melchior de Grimm e da Voltaire — per distruggere la sua reputazione e farlo passare alla storia come un mostro.
Le Confessioni nascono quindi anche con un forte intento difensivo: Rousseau voleva giustificarsi davanti ai contemporanei e ai posteri, offrendo la sua verità contro quelle che considerava le calunnie del circolo dei philosophes parigini. Nel testo descrive nel dettaglio il deterioramento di quelle amicizie e la sofferenza provocata dall'isolamento.
Le Confessioni (Les Confessions) sono l'opera autobiografica più celebre di Jean-Jacques Rousseau, scritta tra il 1765 e il 1770 e pubblicata postuma (tra il 1782 e il 1789). Quest'opera è considerata il testo fondativo dell'autobiografia moderna.  
A differenza delle confessioni religiose classiche (come quelle di Sant'Agostino), Rousseau compie un'operazione del tutto nuova per l'epoca: mettere a nudo la propria anima davanti al lettore, raccontando la propria vita con una sincerità spietata, senza nascondere i propri errori, le proprie debolezze e i lati più intimi e scandalosi.
L'opera racconta la sua infanzia e la sua  formazione: Il racconto dei primi anni a Ginevra, la perdita della madre, gli errori di gioventù e il vagabondaggio.
Presenta anche la sua sfera intima: Rousseau parla apertamente dei suoi desideri, delle sue nevrosi, delle sue relazioni amorose (in primis quella con Madame de Warens, da lui chiamata "Maman") e della decisione drammatica di affidare i suoi cinque figli all'ospizio dei trovatelli.

lunedì 5 ottobre 2026

San Francesco e l'amore universale

Il 3 ottobre 1226, alla Porziuncola, vicino ad Assisi, moriva Francesco. Nel 2026 se ne celebra l'ottavo centenario in tutto il mondo, cristiano e laico. Dal 2026 il 4 ottobre è tornato a essere festa nazionale (Legge 8 ottobre 2025, n. 151), una scelta che invita a riflettere sui temi centrali del suo messaggio: il legame con la natura, il dialogo interreligioso, il rifiuto del materialismo, la fratellanza. Molti di questi temi confluiscono nel Cantico delle creature. Ma quanto sappiamo davvero di Francesco?

Francesco nacque ad Assisi tra la fine del 1181 e il 1182. Il padre, Pietro di Bernardone, era in viaggio in Francia e la madre, Pica, lo fece battezzare con il nome Giovanni. Al ritorno il padre lo chiamò Francesco, "il francese", un nome fino ad allora poco diffuso in Italia.  Da giovane sognava un destino da cavaliere, suonava, organizzava feste, amava apparire ed era piuttosto egocentrico: oggi lo definiremmo un influencer. Provava repulsione per i lebbrosi. Nella guerra tra Perugia e Assisi fu fatto prigioniero e liberato dopo il pagamento di un riscatto, ma tornò a casa molto malato. Quando si riprese, anche se non del tutto, decise di partire in guerra al seguito di un nobile diretto in Puglia. A Spoleto si sentì male e in sogno il Signore gli disse di tornare ad Assisi. Tornò e riprese a far festa, ma era sempre più inquieto e pensava perfino di prendere moglie.

Fu nella chiesetta di San Damiano che riascoltò la voce: «La mia casa sta crollando a pezzi, restaurala tu». Francesco iniziò a rimettere in piedi le pietre, ma il Signore parlava dei valori della Chiesa come istituzione, e fu solo dopo un po' che capì il messaggio. Lasciare gli amici non fu facile, ma lo fece: andò dai lebbrosi, tese loro la mano, vendette tutto. Il padre lo picchiò e lo chiuse in casa. Davanti al vescovo, Francesco rinunciò all'eredità, restituì soldi e vestiti e rimase nudo; il vescovo lo coprì con il suo mantello. Da allora si innamorò della povertà, che considerava la sposa di Cristo, e volle sposarla.

Molti giovani nobili e benestanti seguirono Francesco lasciando le proprie famiglie: fu una vera e propria rivoluzione, paragonabile al 1968, che dimostrò che un altro mondo era possibile. Chiamò i suoi seguaci "frati minori" e chiese loro di versare compassione su tutti gli esseri viventi: «Dovete essere i giullari di Dio, gli ultimi degli ultimi». Il gruppo era in origine una comunità di laici, con una regola uguale al contenuto dei Vangeli, e decise di andare a Roma per farla riconoscere da Innocenzo III, uno dei papi più politici e potenti, che approvò l'ordine sperando in un rilancio della Chiesa. Francesco divenne diacono per poter scrivere la Regola che sentiva dettata dal Signore. Più tardi rinunciò alla guida dell'Ordine per essere davvero l'ultimo degli ultimi.

Nel Testamento, la sua autobiografia spirituale, si definisce "frate Francesco" e dichiara la propria fede nella Chiesa, di cui si professa figlio obbediente, non eretico. In quelle pagine sono centrali la devozione al corpo di Gesù e alla sua parola scritta.  Poi arrivò la predica agli uccelli, che tutti i pittori dell'epoca scelsero di raffigurare. Amava in particolare il canto delle allodole: la leggenda dice che alla sua morte un branco di allodole cantò sulla sua tomba.

Nel 1212, nel Duomo di Assisi, ad ascoltarlo c'era Chiara, diciottenne di famiglia nobile. Francesco la consacrò al Signore e lei visse in totale povertà. La seguirono anche la madre e le sorelle, mentre gli altri parenti furono sconvolti dal dolore e dall'incomprensione. Santa Chiara (1194-1253) fondò l'ordine delle Sorelle Povere, le Clarisse, e fu stretta collaboratrice spirituale del Poverello, con cui condivise l'ideale della povertà radicale.

Francesco tentò più volte di raggiungere i luoghi delle crociate per fermare la guerra. Nel 1219, durante la quinta crociata, amareggiato dal comportamento dei crociati e sconvolto dalla vista dei morti, attraversò le linee del fronte. Fu catturato, picchiato e portato davanti al sultano al-Kamil. Secondo il racconto, la conversazione durò tutta la notte: Francesco parlò di Cristo, il sultano lesse parti del Corano e si trovarono d'accordo sul messaggio «Ama il prossimo tuo come te stesso». Al mattino il sultano lo lasciò tornare incolume al campo crociato. Non poterono fermare la guerra, ma trovarono molti punti in comune.  È l'episodio che Tiziano Terzani ricorda in Lettere contro la guerra, nel capitolo "Il sultano e San Francesco": l'interesse del santo era per gli "altri", per quelli contro cui combattevano i crociati. Per Francesco il rifiuto della violenza equivaleva al rifiuto della ricchezza, e nella Regola chiese ai frati di evitare le liti con i saraceni e gli altri non cristiani.

Nel 1223 fece realizzare a Greccio il primo presepe. Intanto la comunità era cresciuta molto e alcuni frati cominciarono a contestarlo. Francesco entrò in crisi e nel 1224, alla Verna, chiese un segno a Dio e ricevette le stimmate, le ferite corrispondenti a quelle della Passione di Gesù. 
Nel 1225, a San Damiano, malato, scrisse il Cantico delle creature, considerato il primo testo poetico della letteratura italiana; secondo la tradizione ne compose anche la musica, e i frati dovevano cantarlo dopo le messe. Lodare il creato era una novità assoluta, soprattutto perché lo stesso Innocenzo III aveva scritto un libro sull'orrore dell'esistenza (De miseria humanae conditionis). Il Cantico è dedicato all'Altissimo e loda il sole, la luna, il vento, l'acqua, il fuoco. Le ultime strofe sono per la morte: c'è bellezza e luce anche lì, quando siamo abbracciati da lei.

Nel 1226, Francesco morì alla Porziuncola dopo aver chiesto di essere deposto sulla nuda terra, confermando fino alla fine il voto di povertà. Mentre abbracciava "sorella morte", i frati cantavano che l'uomo che stava morendo era un giusto, un santo. Tutte le città, da Roma ad Assisi a Spoleto, volevano il suo corpo. Fu sepolto nella chiesa di San Giorgio, ad Assisi.

Francesco divenne santo senza smettere di essere uomo. Scoprì, attraverso il dolore, che Dio è grazia. Non prometteva niente, solo pace, amore per gli altri e un sentimento divino verso la natura, e per questo, dicono i suoi biografi, non si poteva resistere alla sua "follia divina". Esistito davvero, non leggenda, ci lascia un messaggio ancora attuale: rivolgere lo sguardo ai più piccoli e ai più deboli. 

Quale Francesco? Le biografie.  Conoscere Francesco non è semplice. Papa Gregorio IX incaricò Tommaso da Celano di scriverne la vita: nella prima biografia Vita vennero elencati 7 miracoli compiuti da Francesco in vita e 39 dopo la morte, e nella seconda versione, la Vita breve, i miracoli aumentarono notevolmente. Seguirono altri testi, come La leggenda dei tre compagni, biografia molto popolare di autore incerto, e I fioretti di san Francesco.
Poi la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio, quarant'anni dopo la morte, divenne la versione ufficiale e fu ordinato di distruggere gli scritti precedenti. Per fortuna molti documenti si salvarono e conservano tracce di aspetti che nella biografia autorizzata non compaiono. Alessandro Barbero (San Francesco, Laterza, 2025) ricostruisce questa storia e dà spazio ai codici inediti riaffiorati nei secoli, presentando le sette versioni della vita del santo.

Libri per approfondire.

Vittorino Andreoli, Il folle di Dio (De Agostini, 2025): lo psichiatra indaga la personalità di Francesco, dalla conversione alle stimmate, e ne ricava il ritratto di un uomo inquieto, capace di grandi rinunce.
Aldo Cazzullo, San Francesco, il primo italiano (HarperCollins, 2025): la storia del movimento francescano e il ruolo del santo nella nascita dell'identità linguistica nazionale.
G.K. Chesterton, San Francesco d'Assisi (1923): scritto l'anno dopo la sua conversione al cattolicesimo, vede in Francesco l'emblema di una fede semplice e possibile.
Frate Ippolito Fortino, 24 verbi di Francesco (Messaggero Padova, 2023): un percorso spirituale attraverso l'evoluzione di un uomo instancabile nella ricerca dell'Altissimo.
Chiara Frugoni, Francesco, storie di un santo: due momenti di incontro tra Francesco e la natura, raccontati da una delle maggiori esperte e illustrati da un artista.
Anthony Elenjimittam, Francesco d'Assisi. Lo yogin dell'amore universale (L'Età dell'Acquario, 1980): l'autore (1915-2011) fu sacerdote domenicano e monaco buddhista, e legge il santo alla luce dello yoga dell'amore universale e degli insegnamenti di Gandhi.
Quella di Elenjimittam è una chiave di lettura affascinante. L'amore universale non è un semplice sentimento ma una disciplina spirituale, che nasce dal superamento dell'ego e si estende a tutti gli esseri viventi, agli animali e alla natura, come nel Cantico. Si pratica con Ahimsa, la non-violenza assoluta nei pensieri, nelle parole e nelle opere, e con Satyagraha, la forza della verità capace di vincere l'odio con il bene. E si traduce in Seva, servizio concreto e disinteressato verso i poveri, gli emarginati, i sofferenti.
È la stessa idea di Radical Love proposta da Satish Kumar che attualmente ha 90 anni, Kumar è diventato celebre per una marcia per la pace di circa 13.000 chilometri tra il 1962 e il 1964.

Tra i film dedicati al santo troviamo:

Francesco d'Assisi (Michael Curtiz, 1961), produzione classica sugli anni della giovinezza e la fondazione dell'ordine.
Francesco, giullare di Dio (Roberto Rossellini, 1950), co-sceneggiato con Fellini, sulla freschezza evangelica dei primi frati.
Fratello sole, sorella luna (Franco Zeffirelli, 1972), il più celebre, con una conversione in chiave poetica e vicina alla sensibilità giovanile degli anni Settanta.
Le tre versioni di Liliana Cavani: Francesco d'Assisi (1966), che trasforma il santo in un giovane contestatore antiborghese; Francesco (1989), sul suo percorso psicologico e umano e su santa Chiara; Francesco (2014), sulla sua quotidianità e sul punto di vista di Chiara e dei primi compagni.
Francesco (Michele Soave, 2002), miniserie televisiva.
Il sogno di Francesco (Renaud Fely e Arnaud Louvet, 2016), sulla stesura della Regola e sul rapporto-scontro con frate Elia da Cortona.

Link ad articoli su San Francesco di Roberto Fantini:

  • https://www.flipnews.org/index.php/life-styles/spirituality/item/5281-il-4-ottobre-si-avvicina-prepariamoci-con-francescana-umilta-alla-fiera-dell-ipocrisia.html
  • https://www.flipnews.org/index.php/life-styles/spirituality/item/5251-il-messaggio-rivoluzionario-ignorato-e-tradito-di-francesco-d-assisi-molto-di-piu-di-prediche-agli-uccelli.html 

Ananda e Self-Realization Fellowship: due eredità di Paramahansa Yogananda a confronto

La differenza principale tra Ananda (spesso chiamata Ananda Sangha) e la Self-Realization Fellowship (SRF) sta nel modo in cui le due organizzazioni interpretano e gestiscono l'eredità e la struttura comunitaria degli insegnamenti di Paramahansa Yogananda. Entrambe lo riconoscono come maestro spirituale, ma differiscono per origini, organizzazione e stile di vita.


La Self-Realization Fellowship fu fondata direttamente da Paramahansa Yogananda nel 1920 negli Stati Uniti, con sede principale a Los Angeles, per diffondere il Kriya Yoga in Occidente.  Ananda nacque invece nel 1968 per opera di Swami Kriyananda (nome monastico di James Donald Walters), discepolo diretto di Yogananda e per anni vicepresidente della SRF. Kriyananda si separò dalla SRF nel 1962 a causa di divergenze sulla gestione e sull'espansione della missione del Guru, e diede vita in seguito alla nuova organizzazione. Ananda ha una forte presenza anche in Italia, con la nota comunità vicino ad Assisi.

La SRF segue un modello monastico tradizionale e centralizzato. La direzione fa capo a un consiglio direttivo con sede a Los Angeles, e gli studenti ricevono gli insegnamenti tramite lezioni scritte periodiche da studiare a casa.   Ananda si basa fortemente sul concetto di comunità spirituali cooperative, le World Brotherhood Colonies, dove famiglie, singoli e monaci vivono, lavorano e meditano insieme in insediamenti dedicati. Dà inoltre molta enfasi all'Ananda Yoga, un approccio alla pratica delle posizioni (asana) che unisce il movimento corporeo ad affermazioni mentali di consapevolezza.

Dal punto di vista strettamente spirituale, il cuore degli insegnamenti è lo stesso: il Kriya Yoga trasmesso da Yogananda. Entrambe le scuole propongono il medesimo percorso di preparazione prima dell'iniziazione al Kriya vero e proprio, ma differiscono nell'enfasi e nell'applicazione pratica delle discipline corporee.  

Sia nella SRF sia in Ananda il percorso si articola in quattro fasi principali:
Esercizi di Ricarica Energetica (Energization Exercises): 39 esercizi fisici e di respirazione ideati da Yogananda per canalizzare l'energia cosmica nel corpo.
Tecnica dell'Hong-So: una tecnica di concentrazione basata sull'osservazione del respiro e sull'uso di un mantra silenzioso.
Tecnica dell'Om: una meditazione profonda incentrata sull'ascolto del suono cosmico primordiale.
Kriya Yoga: la tecnica avanzata di controllo dell'energia (pranayama) che accelera l'evoluzione spirituale attraverso la colonna vertebrale.

In Ananda, Swami Kriyananda ha sviluppato un sistema specifico di Hatha Yoga, l'Ananda Yoga per la Consapevolezza Superiore. L'esecuzione delle posizioni non è mai solo fisica: ogni postura è abbinata a una specifica affermazione mentale, pensata per elevare la coscienza e indirizzare l'energia verso il cervello, il centro cristico. Ananda integra molto anche la musica, composta dallo stesso Kriyananda, e la vita comunitaria, che diventano parti integranti della pratica.
La SRF mantiene un approccio più sobrio e tradizionale, concentrato quasi esclusivamente sulla meditazione seduta e sulle lezioni scritte (SRF Lessons). L'Hatha Yoga viene insegnato come supporto per mantenere il corpo sano e flessibile in vista della meditazione, ma non ha una codificazione interna, coreografica o filosofica, distinta come quella di Ananda.

Negli anni Novanta e nei primi anni Duemila si consumò, nelle corti degli Stati Uniti, una lunghissima e durissima battaglia legale tra la SRF e Ananda. La causa ridefinì la disponibilità pubblica delle opere di Yogananda.  La SRF intentò causa ad Ananda sostenendo di avere l'esclusiva assoluta sul nome di Paramahansa Yogananda, sui suoi scritti (inclusa la celebre Autobiografia di uno Yogi), sulle sue foto e persino sul termine "Self-Realization". Il suo obiettivo era impedire ad Ananda, e a chiunque altro fuori dalla SRF, di stampare i libri del Maestro o di usarne l'immagine per promuovere le proprie attività.

Dopo circa dodici anni la causa si concluse con una sentenza storica che vide Ananda prevalere su quasi tutti i punti fondamentali:
Pubblico dominio: il tribunale stabilì che la versione originale del 1946 dell'Autobiografia di uno Yogi e molti altri scritti giovanili di Yogananda erano ormai di pubblico dominio, perché la SRF non aveva rinnovato correttamente i diritti d'autore a tempo debito.
Uso del nome e delle foto: fu sancito che il nome e le immagini di Yogananda appartengono al mondo intero e non possono essere monopolizzati da una singola azienda o associazione.
Il termine "Self-Realization": il tribunale decretò che si tratta di un termine spirituale generico (realizzazione del Sé) e che la SRF non poteva rivendicarne il marchio esclusivo.
Il processo si concluse nell'ottobre 2002. Otto giurati stabilirono all'unanimità che Ananda e Walters (Kriyananda) avevano violato i diritti d'autore di SRF ristampando articoli e vendendo registrazioni, con un risarcimento di circa 29.000 dollari. Ognuna delle due parti dichiarò di aver ottenuto una forma di vittoria. Ananda sottolinea che la giuria non riconobbe a SRF nulla dei 33 milioni di dollari richiesti per le violazioni sugli scritti, e che SRF mantenne il copyright sulle registrazioni audio. L'avvocato di Ananda commentò che la chiesa sarebbe sopravvissuta senza danni finanziari, mentre la giuria diede ragione a SRF sull'idea che Yogananda avesse voluto che fosse la Fellowship a detenere i diritti sulle sue opere. 
Grazie a questa sentenza, Ananda è oggi libera di pubblicare le opere originali di Yogananda, spesso attraverso la propria casa editrice, Ananda Edizioni, riprendendo i testi storici del 1946 senza le modifiche editoriali che la SRF ha apportato nelle edizioni successive. La SRF detiene comunque i diritti d'autore sulle edizioni modificate e ampliate da essa stessa nel corso degli anni, e resta l'istituzione storica ufficiale. In sintesi Ananda ottenne: la libertà di usare i termini "Self-realization" e "Paramahansa Yogananda", il diritto di pubblicare molti libri originali, e la fine della minaccia di un risarcimento enorme. SRF ottenne: il riconoscimento delle violazioni su articoli e registrazioni, un risarcimento (modesto), il copyright sulle registrazioni audio e il vincolo sul nome completo di Ananda.

venerdì 2 ottobre 2026

La Giornata internazionale della nonviolenza

La Giornata internazionale della nonviolenza è stata creata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite il 15 giugno 2007 con l'obiettivo di diffondere il messaggio di pace, tolleranza ed empatia tramite l'informazione e l'educazione pubblica.
La Giornata internazionale della nonviolenza racchiude in sé una profonda filosofia politica e sociale che va ben oltre la semplice assenza di conflitti fisici.


La scelta del 2 ottobre non è casuale: celebra la nascita di Mohandas Karamchand Gandhi (1869–1948). Gandhi ha dimostrato al mondo che la nonviolenza può essere uno strumento di lotta politica di massa estremamente efficace. Il suo metodo si fondava su due pilastri in lingua sanscrita:
• Ahimsa: Il principio del non-nuocere a nessun essere vivente, che implica un rispetto assoluto per l'altro.
• Satyagraha: Letteralmente "la forza della verità" o "la fermezza nella verità". È la resistenza passiva e attiva contro l'ingiustizia, praticata senza odio e accettando le sofferenze che ne derivano pur di risvegliare la coscienza dell'oppressore.
Grazie a questi principi, Gandhi guidò l'India all'indipendenza dal dominio britannico, ispirando in seguito altri grandi movimenti globali, come quello per i diritti civili guidato da Martin Luther King Jr. negli Stati Uniti.

Secondo la definizione formale adottata dalle Nazioni Unite  l'azione nonviolenta si divide in tre grandi categorie:
1. Protesta e persuasione: Marce pacifiche, veglie, manifestazioni e campagne di sensibilizzazione pubblica.
2. Non-collaborazione (o boicottaggio): Il rifiuto deliberato e collettivo di cooperare con un sistema ritenuto ingiusto (es. boicottaggi economici, scioperi o il rifiuto di pagare tasse ingiuste).
3. Intervento nonviolento: Azioni dirette che interrompono fisicamente lo status quo, come i sit-in, i blocchi pacifici o la creazione di istituzioni e mercati alternativi.

Ogni anno il 2 ottobre le Nazioni Unite, i governi e le organizzazioni della società civile promuovono eventi in tutto il mondo soprattutto nelle scuole e nelle università. Si organizzano  Campagne digitali attraverso i social media, Marce per la pace, mostre fotografiche e incontri pubblici incentrati sulla mediazione dei conflitti urbani e sociali. 

Satish Kumar - Radical Love

 “Sii la luce che desideri vedere illuminare ed elevare il mondo”  

Satish Kumar è un attivista pacifista ed ecologista di 90 anni (è nato nel 1936), ex monaco giainista.  Ha scelto di lasciare la vita monastica per dedicarsi all'attivismo laico.  E' fautore del Radical Love, l'amore incondizionato per tutti gli esseri viventi.  Radical Love:  https://www.youtube.com/shorts/n6NZ7mY7XFk       Spiritual Ecology, a new paradigma:  https://www.youtube.com/watch?v=ZjKD_Xi_Cc8

Satish Kumar è diventato celebre per una marcia per la pace di 13.000 chilometri (oltre 8.000 miglia) a piedi, che ha toccato le capitali dei principali Paesi dotati di armi nucleari, affrontando il viaggio senza mezzi finanziari basandosi sulla fiducia e sull'amore universale. Vive in Inghilterra e dirige la rivista di ecologia e spiritualità Resurgence & The Ecologist.
Ha co-fondato lo Schumacher College, un centro internazionale di studi ecologici avanzati e sviluppo sostenibile situato nel Regno Unito.

Promuove il concetto di ecologia spirituale e profonda, la connessione con la terra (partendo dal rispetto per il suolo) e un'educazione incentrata sul rispetto della natura e sulla semplicità volontaria. È autore di diversi libri tradotti in tutto il mondo, tra cui Radical Love. 

La storica marcia per la pace di Satish Kumar è stata un'incredibile odissea a piedi di oltre 13.000 chilometri, compiuta tra il 1962 e il 1964 nell'era più calda della Guerra Fredda.
Insieme al suo compagno di viaggio E.P. Menon, Kumar partì dalla tomba del Mahatma Gandhi a Nuova Delhi con l'obiettivo di raggiungere a piedi le capitali dei quattro paesi allora in possesso di armi nucleari: Mosca, Parigi, Londra e Washington D.C.. 

L'ispirazione per il viaggio nacque quando Kumar seppe che il filosofo Bertrand Russell, a quasi 90 anni, era stato arrestato a Londra per le sue proteste anti-nucleari. Deciso ad agire, Kumar chiese consiglio al suo mentore Vinoba Bhave (storico discepolo di Gandhi), il quale gli diede due precise indicazioni:
1. Camminare senza un soldo in tasca: Questo per dimostrare che "la guerra nasce dalla paura, ma la pace inizia dalla fiducia". Viaggiare senza denaro costringeva i due giovani a fare totale affidamento sulla generosità, l'ospitalità e la fiducia degli sconosciuti che incontravano lungo il cammino.
2. Mantenere una rigida dieta vegetariana: Come segno di rispetto e totale armonia con ogni essere vivente.
Durante il passaggio in Georgia, nei pressi del Mar Nero, due donne che lavoravano in una fabbrica di tè locale rimasero colpite dalla loro storia e dalla totale assenza di denaro. Una delle donne regalò a Satish Kumar quattro pacchetti di tè, affidandogli un messaggio speciale da consegnare ai leader del Cremlino, dell'Eliseo, del civico 10 di Downing Street e della Casa Bianca:
"Se mai vi ritroverete ad avere il folle pensiero di premere il bottone nucleare, fermatevi e preparatevi prima una buona tazza di tè".
Kumar custodì gelosamente quei pacchetti e riuscì a recapitarli ai leader (o ai loro uffici) in tutte e quattro le capitali nucleari.
Il viaggio durò circa due anni e mezzo (30 mesi) e attraversò deserti, montagne, confini blindati e tensioni geopolitiche enormi. Lungo il tragitto, Kumar e Menon non solo parlarono a migliaia di cittadini comuni, ma incontrarono anche figure storiche del calibro di Martin Luther King Jr. a Washington. Il pellegrinaggio si concluse simbolicamente negli Stati Uniti presso la tomba di John F. Kennedy.

Anni dopo, Kumar racconterà che quel viaggio gli ha insegnato l'essenza dell'umanità. Nonostante le barriere linguistiche, ideologiche e religiose imposte dalla geopolitica, ovunque i due abbiano bussato hanno trovato persone pronte ad offrire loro un tetto, un pasto o una parola gentile, dimostrando che la diversità è una ricchezza da celebrare e non una divisione da temere.

Libro tradotto in italiano: Radical love. Come ritrovare la connessione profonda con la Terra, con gli altri e con sé stessi 

Mie considerazioni.   Come possiamo iniziare il cambiamento?
Una prima opzione consiste nell'impegnarsi a livello sociale e umanitario. Un'altra via è il lavoro su Sé stessi per ottenere un po' di serenità in questo mondo complicato.  Occorre risvegliare in noi il meditante e il militante.

Annie Besant

Annie Besant (nata Wood; 1847 – 1933) è stata un'attivista, saggista, oratrice socialista, femminista e una delle massime figure della Società Teosofica britannica e internazionale. Nata a Londra da una famiglia anglo-irlandese, visse inizialmente un'educazione religiosa prima di proclamarsi atea nel 1874 e diventare una fervente sostenitrice del laicismo e del socialismo accanto a Charles Bradlaugh. Si batté attivamente per i diritti delle donne, il controllo delle nascite, il miglioramento delle condizioni della classe operaia e partecipò alle lotte sindacali.
A partire dal 1889 si avvicinò alla teosofia dopo aver recensito La dottrina segreta di Helena Petrovna Blavatsky, alla quale succedette alla guida della Società Teosofica dal 1907, trasferendosi in India ad Adyar.    Sostenne con forza l'indipendenza dell'India e l'autogoverno (Movimento Home Rule), diventando nel 1917 la prima donna a ricoprire la carica di presidente del Congresso Nazionale Indiano. Contribuì in modo determinante allo sviluppo del sistema educativo indiano fondando nel 1898 il Central Hindu College a Varanasi, istituzione che in seguito costituì il nucleo fondante della Banaras Hindu University.    

Annie Besant morì nel 1933, all'età di 85 anni, ad Adyar, alla presidenza di Madras, in India britannica. Dopo la sua morte, i colleghi Aldous Huxley, Guido Ferrando e Rosalind Rajagopal, costruiranno la Happy Valley School in California, ora rinominata Besant Hill School of Happy Valley in suo onore.

Scrisse numerosi testi esoterici e promosse la conoscenza delle tradizioni orientali unite al pensiero occidentale.  Pubblicò montagne di saggi, scrisse un libro di testo, curò antologie di letteratura classica per giovani e alla fine divenne responsabile  del New India, un periodico dedicato alla causa dell'Autonomia Indiana. 

Annie Besant accolse Krishnamurti e suo fratello più giovane Nityananda (Nitya) nella Società Teosofica  e lo preparò alla sua futura missione di "Maestro del Mondo". 
All'inizio del loro rapporto, Krishnamurti e Besant  svilupparono un legame molto stretto e lui la considerò una madre sostituta – un ruolo che lei accettava felicemente. (La sua madre biologica era morta quando lui aveva dieci anni.)
Nel 1929, venti anni dopo la sua "scoperta", Krishnamurti,  rifiutò il ruolo di nuovo Messia che molti teosofi aspettavano da lui, e lasciò la Società Teosofica.  Divenne uno dei pensatori più originali e indipendenti su questioni filosofiche, psicologiche e spirituali.
Il suo amore e l'amicizia per Besant non diminui mai, i due rimasero amici fino alla fine della sua vita.
Biografia:  https://www.varanasi.org.in/annie-besant/amp

sabato 19 settembre 2026

La mente come amica interiore: un cammino verso la libertà

"È solo instaurando una complementarità con una persona che senti vicina, che ogni essere può far emergere ciò che c'è di più unico in lui." 

Questa frase racchiude una verità semplice ma spesso dimenticata: non cresciamo da soli. È nella relazione autentica con chi sentiamo vicino che scopriamo e facciamo emergere ciò che di più unico portiamo dentro di noi. Ma prima di poter costruire questa complementarità con gli altri, dobbiamo imparare a costruirla con noi stessi — a partire dalla nostra mente.

 

La mente può fare di un paradiso un inferno, e può trasformare un inferno in un paradiso. È lo stesso strumento che può farci del male o guarirci, che può ferire noi stessi e gli altri, o diventare la nostra più fedele alleata. La domanda allora non è se la mente sia buona o cattiva, ma cosa possiamo fare per permetterle di diventare il nostro amico interiore, invece che il nostro nemico più insidioso.
Spesso non ci rendiamo nemmeno conto della fortuna che abbiamo: la semplice fortuna di respirare, di essere vivi in questo momento. È da qui, da questa consapevolezza elementare, che può iniziare un cammino di trasformazione.
Una delle chiavi di questa trasformazione è imparare a lasciar spegnere e passare l'animosità. Il pensiero che ci crea problemi va lasciato andare, non represso né combattuto, semplicemente osservato e lasciato scorrere. È in questa libertà interiore che possiamo diventare esseri umani migliori, capaci finalmente di aiutare davvero gli altri — perché solo chi ha trovato un minimo di pace dentro di sé può offrirla a chi gli sta accanto.     Prendiamo l'ansietà, per esempio: è qualcosa che ci affligge, che sembra avere un potere enorme su di noi. Ma la mente ha la possibilità di guardare l'ansietà — e nell'atto stesso di guardarla, questa diventa sempre meno potente, sempre più incapace di perturbare la mente. Che rimane, sotto la superficie agitata, uno spazio luminoso, vasto, illuminato.

La compassione e la benevolenza non hanno confini: possono riempire interamente il nostro paesaggio mentale, se solo le nutriamo con costanza, fino a che diventino presenti come il cielo — sempre lì, sempre disponibili, qualunque cosa accada in superficie.  Un buon modo per cominciare è immaginare la meditazione come un battello che scivola nella corrente, con poco vento: si parte piano, si comincia a praticare la benevolenza rivolgendola prima a un essere che ci è vicino, per poi lasciarla espandersi.  

Questo lavoro non è astratto: significa affrontare le emozioni distruttive che sentiamo radicate in noi, e permettere alla mente di passare, poco a poco, dalla confusione alla chiarezza.

Alcune pratiche per aiutarci a prendere consapevolezza. 

Immaginare di entrare in un lago e bagnarsi — una meditazione che invita a lasciarsi avvolgere, a immergersi completamente nell'esperienza presente, come l'acqua che avvolge il corpo.

Interrogarsi sulla fragilità — Come stai? Se sei fragile e vulnerabile, il tuo amico dovrebbe darti consigli, o semplicemente rimanere in silenzio accanto a te?    E se provassi a immaginare di dare a te stesso i suggerimenti che avresti voluto ricevere in quel momento?

Chiedersi cosa c'è di unico in te — una domanda che torna, che dialoga con l'idea iniziale di complementarità: solo conoscendo ciò che è unico in noi possiamo davvero incontrarci con l'unicità dell'altro.

La meditazione di autocompassione — quale comportamento vorresti cambiare? Di tanto in tanto ci si lascia prendere dalla sofferenza prevista e ineluttabile, senza approfittare del momento presente. Io devo prendere il mio posto, anche quando è un po' triste. E voi dovete trovare il vostro centro: siete un po' avventurieri, un po' filosofi — ognuno a modo suo.

L'essere che è in noi — una meditazione dedicata alla persona che si conosce, che ci abita, spesso ignorata nella frenesia quotidiana.

Alla fine, resta una domanda essenziale che accompagna ogni pratica: "chi medita, e su che cosa si medita?" Una domanda che, forse, non ha bisogno di una risposta definitiva, ma di essere continuamente riattraversata, ogni volta che ci si siede, si respira, e si lascia che la mente diventi, un po' di più, amica.   L'obiettivo è raggiungere l'unione tra il divino individuale e il divino cosmico — l'unione tra chi medita e il Divino stesso.

La natura sportiva dello yoga

Il Ministero per lo Sport e i Giovani ha pubblicato un decreto con il quale allo yoga - e ad altre sette discipline con esso  - è stata riconosciuta natura sportiva (Decreto del Ministro per lo Sport e i Giovani del 7 luglio 2026, pubblicato a settembre 2026)  Questo il link per chi volesse visionare il provvedimento: https://www.sport.governo.it/media/ns5kwzl4/dpcm-ricon-natura-sportiva.pdf


Ovviamente ciò significa che la disciplina della Yoga esce dall’ambiguo cono d’ombra in cui si trovava e chi intenda insegnarla nelle forme previste per le attività sportive  potrà ora farlo senza problema. 

Gli istruttori e gli operatori yoga rientreranno a pieno titolo nel perimetro del lavoro sportivo disciplinato dal D.Lgs. 36/2021.  I corsi di yoga possono beneficiare della de-fiscalizzazione ai fini IVA e delle imposte dirette, oltre ai regimi agevolati per i compensi sportivi dilettantistici.

Allo stesso tempo, tuttavia, si ripropongono tutte le questioni relative alla natura riduttiva di una tale classificazione dello yoga, agli interessi che possono muovere una tale decisione e agli appetiti che essa può suscitare.   

Inquadrare lo yoga nelle griglie burocratiche del Registro sportivo nasce da un’esigenza pratica e fiscale; il risultato finale, però, assomiglia a un cortocircuito culturale: per far quadrare le carte, si è finiti per ridurre una millenaria via di ricerca interiore a una semplice variante della ginnastica posturale.  C’è un po'  di sconforto nel constatare come le istituzioni, incapaci di comprendere cosa sia veramente lo yoga, abbiano preferito timbrare e sminuire un patrimonio dell’umanità pur di catalogarlo.

Lo sport è una cosa bellissima, ma funziona a tabelle: c’è la prestazione, c’è il tabellone e c’è un avversario da battere. Lo yoga è l’antitesi della competizione. Non c’è un avversario, se non la propria tendenza a distrarsi durante un Asana. Sul tappetino l’unico “avversario” è la propria fretta, e l’obiettivo è ridimensionare l’ego — proprio ciò che lo sport competitivo tende inevitabilmente ad esaltare. 

L’assimilazione forzata alla categoria della “disciplina sportiva” comporta alcuni cortocircuiti inevitabili.
I Testi Classici, Gli Yoga Sutra di Patanjali, il Pranayama e la tradizione saranno lasciati in panchina. Prevarra l’ansia da prestazione, e la posizione del Guerriero smetterà di essere uno strumento di ascolto e diventerà un saggio ginnico per mostrare al vicino quanto siamo flessibili.
Lo yoga non si può misurare!Ccome non si può assegnare un punteggio alla qualità di una meditazione. 

Lo yoga non è un mezzo per vincere medaglie, né una ginnastica di mantenimento finalizzata alla sola forma fisica,  il CONI ha  dimostrato di non conoscere questa disciplina che per secoli ha rifiutato ogni logica di misurazione, prestazione e trofeo.

La prossima volta che srotoliamo il tappetino, ricordiamocelo: non c’è nessuna coppa ad aspettarci alla fine della lezione.  Diventa sempre più importante lavorare in difesa dello yoga.

Yoga, respiro e inconscio: un percorso dal movimento all'immobilità

« L’aspetto geniale dello yoga è questo:  utilizzare strumenti che sono in noi »  -  Gerard Blitz  

« L’obiettivo è lo sviluppo della consapevolezza, della coscienza dell’uomo. La coscienza si sviluppa nella presenza coscienziale e quindi l’āsana va considerato uno strumento e non un fine. Allora si comprende il senso dello Yoga: lo Yoga è coscienza »  - Antonio Nuzzo

« Quello che uno yogin ricerca è la realizzazione, è l’incontro con il Puruśa (cioè la scintilla divina che abbiamo in noi, il Sé,). È necessario capire che solo l’immobilità consente di sviluppare la coscienza di questo incontro » - Antonio Nuzzo

« Citta è il nome che Patañjali dà alla coscienza, è una parte del complesso mentale ed è uno strumento molto elevato che c’è stato offerto, perché è capace di osservare e di lasciarsi influenzare da ciò che osserva. È assoggettato ai condizionamenti sensoriali, quindi i pensieri e le emozioni, le vṛitti, investono citta e questa subisce un’alterazione fenomenica »  - Antonio Nuzzo

«  Bisogna dirlo con tutta la comprensione del caso – la gente cerca un allenamento fisico nello Yoga e molti insegnano per campare »   

Lo yoga è una disciplina millenaria che utilizza il corpo e il respiro per ricercare l'immobilità interiore e lo sviluppo della consapevolezza. Gli asana (le posizioni) si realizzano nella stabilità e nella quiete fisica per fermare il turbinio della mente. Il respiro crea spazi di sospensione e vuoto che aiutano a calmare la coscienza ordinaria. L'attenzione e la consapevolezza nascono dal silenzio interiore coltivato durante la pratica. La ripetizione costante e il controllo del prana (energia vitale) permettono di passare dalla distrazione alla pace profonda.  Puoi approfondire questa pratica leggendo gli articoli seguenti: 

  • sui Cardini dello yoga  https://www.rispirazioni.it/yoga/i-cardini-dello-yoga-immobilita-vuoto-attenzione-e-consapevolezza/  
  • o l'intervista al Maestro Antonio Nuzzo su L'immobilità e la coscienza.  https://www.rispirazioni.it/yoga/antonio-nuzzo-limmobilita-e-la-chiave-per-sviluppare-la-coscienza/

Antonio Nuzzo è considerato il padre nobile dello Yoga italiano ed europeo e ormai da decenni insegna una pratica preziosa e fondamentale che purtroppo non si incontra spesso in questa disciplina: l’immobilità in āsana. È un concetto che ha sviluppato nel tempo, memore degli insegnamenti ricevuti dai suoi maestri, André Van Lysebeth, Swami Satchidananda, Swami Satyananda Saraswati e Vimala Thakar.  

Il corpo come linguaggio dell'inconscio. Quando si pratica yoga, la convinzione con cui ci si accosta alla pratica è fondamentale. Troppo spesso il corpo viene considerato qualcosa di inanimato, uno strumento neutro da piegare alla volontà. In realtà il corpo è il luogo in cui l'inconscio si manifesta attraverso l'agilità e lo schema corporeo: mentre la parte conscia si esprime con le parole, il corpo e la gestualità sono il linguaggio dell'inconscio. Da qui nasce spesso un desiderio: quello di modificare il corpo, di volersi diversi. Questo desiderio, però, innesca un processo conflittuale. Quando i conflitti restano bloccati, la pratica può aprire una via d'uscita: entrare in una dimensione meditativa, imparare a percepire la totalità.

Educarsi alla totalità. Uno degli obiettivi centrali della pratica è proprio questo: educarsi alla totalità. La respirazione diaframmatica-addominale aiuta a percepire la parte attiva e la parte passiva di noi stessi, insegnandoci a privilegiare l'osservazione rispetto al fare. Questo principio è centrale sia nell'asana che nel pranayama: respirando, agiamo direttamente sul corpo energetico, e l'inconscio "capta" lo stato d'animo con cui viviamo una posizione, specialmente quando questa è vissuta con sofferenza.  Non conta soltanto cosa facciamo, ma il modo in cui lo facciamo: è nella modalità dell'azione che si stabilisce il dialogo tra inconscio e mente. Un'azione svolta in modo rilassato e pacificato, senza desiderare i risultati, permette di osservare la totalità senza escludere la particolarità — un equilibrio importante per lo sviluppo della coscienza.          

La pratica yoga dovrebbe educarci a incontrare questa totalità.  Siamo abituati a dare importanza ai particolari; lo yoga ci abitua invece a espanderci al di là del singolo dettaglio, verso una dimensione che è associata all'eternità. Quando la nostra interiorità si espande nella totalità, avviene un vero cambiamento: si genera uno stato di pace e si sviluppa la comprensione di un livello diverso di realtà. È questa la totalità che si dovrebbe sperimentare nell'hatha yoga.

Uno yoga oltre la religione. Praticare yoga significa entrare in brahmacharya (concetto spirituale indiano che significa letteralmente "camminare in armonia con il divino"); l'individuo è parte integrante della totalità, e se si vive come entità separata — in modo egocentrico — l'interiorità non può essere pura. Ogni azione diventa allora occasione per onorare la totalità: nel tantrismo, per esempio, anche l'atto sessuale può essere vissuto come un modo di onorare il tutto. Lo yoga va oltre la cultura indiana stessa: in India viene interpretato in modo diverso da un bramano e da un sannyasin. I testi yogici non sono legati a una credenza religiosa particolare, ma esprimono una spiritualità dal punto di vista laico.

Il respiro come spazio di dialogo. Lavorare con il respiro a ritmi troppo sostenuti crea agitazione e insofferenza. Gli effetti del pranayama non sono sempre evidenti: se esiste un disagio sottile, sarà più difficile sostenere la pratica. Attraverso il respiro impariamo a conoscere noi stessi e a relazionarci con il nostro mondo interiore più sottile, imparando ad assaporare le piccole cose e a osservare, nel presente, il nostro corpo.   Il pranayama costruisce una relazione intima con noi stessi, un processo di armonizzazione di cui la pratica respiratoria è solo l'aspetto iniziale. Attraverso di essa si raggiunge uno stato di pacificazione che modifica anche i nostri rapporti di relazione: il pranayama è il perno attorno al quale si costruisce il cambiamento.

I nostri atteggiamenti e le regole morali che ci diamo sono spesso in contrasto con le nostre pulsioni, e questo genera conflitti. Non si tratta di "raggiungere" qualcosa: l'armonia si costruisce gradualmente con la pratica, che crea processi sottili capaci di portare a un cambiamento nel rapporto con l'inconscio. Il respiro è proprio lo spazio in cui il conscio dialoga con l'inconscio.  È importante non spingersi mai in uno stato di disagio: è il conscio che deve determinare la nostra reale capacità — per esempio, la possibilità di trattenere il respiro senza sforzo. Conoscere i propri limiti respiratori è necessario per poter dialogare con l'inconscio in modo sottile, costruendo un rapporto armonioso tra i due poli — conscio e inconscio — su cui si fonda l'azione, il cui risultato è uno stato di pacificazione profonda, quasi un "parlare per gesti". Se si superano i propri limiti nascono problemi: la coscienza deve saper interpretare correttamente le nostre reali possibilità.

Attraverso il pranayama l'individuo entra in uno stato di pacificazione e meditazione, una condizione mentale non reattiva e totalmente accogliente, capace di pacificare insieme la dimensione conscia e quella inconscia. Il pranayama cerca proprio di costruire questo stato cosciente pacificatore: lo stato di quiete raggiunto nell'asana viene poi affinato ulteriormente nel pranayama.

Cambiare ritmo, cambiare mondo.  Lo yoga possiede tecniche sottili: cambiare il ritmo del respiro significa cambiare il nostro rapporto con il mondo. Con il respiro si "chiude" progressivamente il rapporto con il mondo esterno — non sentiamo più i rumori, come se ci immergessimo nell'acqua — e non siamo più disposti ad andare verso l'esteriorità come farebbe un bambino intento a giocare. È un'abilità che si acquisisce nel tempo, e il pranayama la risveglia: inizialmente può essere difficile da ottenere.

Il ritmo del respiro fa entrare la coscienza in un mondo sottile, fatto di flussi di energia, l'essenza stessa della vitalità. Ci porta dalla materia — il mondo riempito dai cinque sensi — alla vita sottile del prana, l'energia vitale. Energia vitale e materia creano insieme una sinergia che rende viva la materia stessa: quando la coscienza si dedica ad ascoltare il respiro e l'energia, si sperimenta l'armonia con se stessi. È questo l'allenamento proprio del pranayama, capace di aprirci a un mondo sottile molto più vasto di quello materiale — cosa che nella sola pratica delle asana, più legata ai sensi e all'energia "grossolana", non può accadere.

Il kapalabhati serve a liberare la mente: si percepisce distintamente la fase espiratoria, mentre quella inspiratoria resta quasi impercettibile — si inspira, si blocca il perineo, si dilata il torace. Il kapalabhati è un pranayama preparatorio al pratyahara, la dimensione meditativa: il ritiro dei sensi, l'inversione del normale flusso degli impulsi sensoriali verso il cervello, la "chiusura delle porte" sensoriali.  

Si tratta di entrare nella profondità del nostro essere, fino a un respiro talmente sottile da non sentirlo più passare nelle narici: entrare nel mondo sottile della vita. In un certo senso, lo yoga è anche un prepararsi alla morte. Si medita perché la nostra vita diventi più bella e meno stressata: la dimensione meditativa ci fa viaggiare oltre i sensi.    Oggi lo yoga è spesso inquinato e strumentalizzato; con il pranayama, invece, cambia realmente la dimensione della coscienza. Solo quando ci si è sufficientemente purificati con pratiche come bhastrika e kapalabhati si può entrare pienamente nella dimensione del pranayama.

Dal movimento all'immobilità. Entrare in uno spazio yogico significa compiere un viaggio dal movimento all'immobilità. La crescita interiore dello yoga avviene proprio nell'immobilità: la meditazione è immobilità assoluta, e l'hatha yoga ci accompagna verso questa dimensione.

L'immobilità può crearsi solo in un ambiente meditativo: è un viaggio interiore che va dal movimento all'immobilità, ed è proprio questo l'allineamento cercato nello yoga. È corretto iniziare dal movimento, purché si comprenda che l'obiettivo finale è l'immobilità. Lo yoga è un processo, una gestione della trasformazione: l'hatha yoga è l'arte che ci conduce, con la progressione necessaria, dal movimento all'immobilità.   Il kevala kumbhaka — la ritenzione spontanea del respiro senza sforzo — permette di gestire l'immobilità e il rilassamento dei muscoli contratti. I ritmi del respiro cambiano a seconda della nostra vita, dei nostri pensieri, dei dubbi e delle insicurezze che portiamo.

Lo yogi è un ricercatore, il cui interesse per l'immobilità costituisce il cuore stesso del processo yogico: entrare in una situazione meditativa, indotta prima dall'asana e poi dal pranayama. L'atteggiamento occidentale, al contrario, adotta spesso una trasformazione violenta.

Un processo graduale, non violento.  Lo yoga dev'essere invece graduale: richiede amore per se stessi, pazienza, dolcezza, accoglienza. Piegare il corpo alla nostra volontà non è yoga — la mancanza di pazienza è essa stessa una forma di violenza. Dobbiamo piuttosto amalgamare la nostra energia con l'energia del cosmo.

Alcuni esempi di pratica illustrano questi principi.  Da seduti, si ascolta il corpo e le sensazioni che rivela; sdraiati, con le piante dei piedi a terra e le mani appoggiate sulle cosce, si aumenta il potere dell'inspirazione e l'elasticità dell'apparato respiratorio; spingendo poi sui gomiti mentre si respira, si amplia lo spazio vitale del cuore.

Sempre da terra, afferrando il ginocchio destro e spingendo lo sterno verso la testa con l'addome contratto, il diaframma spinge l'addome verso l'alto; nella pausa si inspira ancora un poco. Con le mani alle ginocchia si portano i gomiti verso l'alto e si spinge verso il perineo.

Da terra, portando le piante a terra, si inspira e poi si espande il corpo sollevandosi, con le mani tra le gambe; per aumentare l'espirazione si afferrano le cosce. Sempre da terra, le mani scivolano fino a incontrarsi sopra la testa, poi si espira. Nello hatha yoga questi gesti hanno spesso un valore simbolico.

Prima fare kapalabhati, poi mani sulle ginocchia, mento portato verso le clavicole per chiudere il jalandhara bandha, chiusura del perineo con il mula bandha — il prana si concentra così nel manipura chakra — spalle indietro e si afferrano le ginocchia.   

In tutti questi esercizi ciò che conta davvero è lo stato d'animo con cui vengono svolti.

Come scegliere un insegnante di yoga

Lo Yoga, oggi, è ovunque. Lo si trova sui social, nelle palestre, nei centri wellness, in videochiamata o dal vivo, con maestri che promettono trasformazioni rapide e posture da cartolina. Mai come oggi è stato così facile trovare una lezione di yoga. Eppure, proprio per questo, è diventato più difficile capire chi possa davvero accompagnarci in un cammino autentico.

Perché la verità è che saper piegare il corpo in forme impossibili non fa di nessuno un buon maestro. E nemmeno il fascino di un discorso ben costruito sulla spiritualità basta a garantire che dietro ci sia qualcosa di reale. Sono involucri seducenti, spesso vuoti al centro.

Chi ha davvero qualcosa da trasmettere si riconosce in modo più sottile: nel modo in cui occupa lo spazio, nella qualità silenziosa della sua presenza. Lo si percepisce nella cura con cui sceglie le parole per guidarti, nella capacità di leggere ciò di cui hai bisogno in quel preciso istante. Lo si intuisce osservando quanto lavoro interiore quella persona abbia realmente compiuto su di sé, e quanto la sua vita quotidiana rispecchi ciò che dice durante la lezione — perché è lì, fuori dal tappetino, che si vede se un insegnamento è vero o soltanto recitato.

Chi insegna per davvero non ha bisogno di stupirti. Non ti spingerà oltre il tuo limite solo per dimostrare qualcosa, non ti farà mai sentire sbagliato o indietro rispetto a un modello, non ridurrà la pratica a uno spettacolo da mostrare. Il suo lavoro va in un'altra direzione, molto meno appariscente: ti aiuta piano piano a sentire di più, a capire meglio, a lasciar crescere qualcosa dentro. Ti avvicina, passo dopo passo, a uno stato di presenza più pieno, a una consapevolezza più sveglia, a un ascolto che va oltre il corpo, fino a un equilibrio e a una libertà che nessuna postura, da sola, potrà mai darti. In fondo lo Yoga autentico non ha mai riguardato il fare sempre di più — riguarda l'essere sempre più qui, in ciò che già siamo.

E questo dice qualcosa anche su cosa significhi, davvero, insegnare Yoga. Non è un mestiere come un altro, né una scelta di vita alternativa da seguire per un periodo, né tantomeno una moda passeggera. È molto più vicino a una chiamata, a una responsabilità che si accetta con consapevolezza, a un modo intero di stare al mondo. Significa portare avanti, con umiltà, ciò che si è ricevuto da chi è venuto prima, senza mai smettere — nemmeno per un giorno — di essere prima di tutto un praticante come gli altri.

Chi decide di insegnare si carica di un peso che va oltre se stesso: risponde ai propri allievi, certo, ma anche a qualcosa di più grande, alla tradizione che gli ha dato ciò che ora trasmette, e in senso ancora più ampio a chiunque quella tradizione possa un giorno raggiungere. Non è un cammino che tutti possono o devono percorrere. Chiede anni di studio, una dedizione costante, coerenza tra le parole e i gesti, esperienza vissuta sulla propria pelle, e soprattutto la disponibilità, mai scontata, a rimettersi continuamente in discussione.

E forse la cosa più importante è questa: chi insegna davvero non cerca di renderti dipendente da lui, non finge di avere in tasca tutte le risposte che cerchi. Ti sta accanto con rispetto, ti sostiene il tempo necessario, finché non impari tu stesso ad ascoltare — la saggezza che già abita il tuo corpo, il silenzio che si nasconde dietro l'agitazione della tua mente, quella guida profonda che, in realtà, non è mai stata fuori di te, ma sempre e solo dentro.

Introduzione al Blog

  Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono p...