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mercoledì 1 aprile 2026

Il Sorriso segreto dell'Essere - Mauro Bergonzi - 2

Mauro Bergonzi è docente d Religioni e Filosofie dell'India presso l'Università di Napoli e socio analista del centro Italiano di Psicologia Analitica.  A partire dagli anni '70 ha approfondito i percorsi meditativi di varie tradizioni orientali con uno spirito libero da dogmi e adesioni confessionali. Determinanti è stato il suo  incontro con gli insegnamenti di Nisargadatta Maharaji, Jiddu Krishnamurti e Tony parsons. Da diversi anni conduce gruppi di condivisione dell'essere (sat-sang) a Roma e Bologna.       

Il tesoro nascosto che cerchiamo è già qui con noi. Il risveglio consiste nella scoperta del proprio vero Sè, che coincide con la Totalità, oltre l'io individuale. La nostra natura originaria è perfetta così come è. La metafora nel buddhismo il sole è sempre lì, anche se coperto dalle nubi. Nell'Advaita vedanta si parla della signora che crede di aver perso la propria collana, mentre ce l'ha appesa al collo. Come dice Nisargadatta Maharaj: "Puoi trovare ciò che hai perdut, ma non puoi trovare ciò che non hai mai perso.  Invece di cercare ciò che non hai, scopri che cos'è che non hai mai perduto".  Il  Tao non conosce confini, eppure è sempre qui con noi. Se lo cerchi, lo perdi.

 

Esistenza e coscienza sono due parole per indicare la stessa cosa. Tutto ciò che apapre e scompare (suoni, colori, immagini, sensazioni, percezioni, ricordi, ecc) è dentro la Presenza-consapevolezza. la mente poi organizza le percezioni in insiemi separati, tracciando un confine tra le cose, me e il mondo, tra il dentro e il fuori.  E' la consapevolezza che vede tutto inclusa la mente.  Prima c'è la percezione, poi in un secondo momento sorge il pensiero "Io percepisco qualcosa" e nasce il dualismo tra osservatore e osservato. Tu non sei i molti, sei l'Uno. 

Non esiste un Io separato dall'Essere,  è l'Essere che fa tutto, compresa l'illusione di u n io separato. Noi siamo un'azione dell'Essere. Quando terminiamo di diventare diversi da quello che siamo, ci rilassiamo, smettiamo di fare e cominciamo veramente a essere.

Nel cammino della consapevolezza, si passa dalla prigione egoica alla posizione del testimone, in cui riusciamo ad essere spettatori di un fantasmagorico spettacolo sempre in movimento. L'osservatore e l'osservato sono due nomi diversi dello stesso indivisibile processo dell'osservazione. 

Il mondo esterno e la coscienza sono una sola e medesima cosa. la molteplicità delle menti individuali è solo apparenza, in verità c'è una sola mente - Schrodinger.  Anche Heisenberg ha affermato che al divisione del mondo in soggetto e oggetto, mondo interno e mondo esterno, corpo ed anima si rivela inadeguato e fonte di difficoltà. 

Dato che l'universo ci include, dire che noi osserviamo il mondo esterno equivale a dire che in realtà l'universo sta ossservando se stesso attraverso noi.  Il residuo che rimane inconoscibile nel sistema auto-osservante chiamato universo è proprio la coscienza, ossia la sorgente da cui scaturisce il nostro sguardo sul mondo. Il pensiero nel tentativo di cogliere la coscienza da cui esso stesso trae luce, crea il concetto di un illusorio io individuale limitato soltanto al soggetto osservante e falsamente contrapposto all'oggetto osservato (il mondo).   Il dilemma della nostra identità è dato da queste parole di Chuck Hillig: "Sono un puntino nero in uno spazio bianco, oppure sono uno spazio bianco con un puntino nero? 

Attraverso il p ensiero tracciamo un confine e dividiamo convenzionalmente la realtà, rimuoviamo la coscienza della sua unità, identifichiamo l'io all'interno. Sono le nostre griglie concewttuali a descrivere la realtà e decidewre dove finisce il sé e comincia il mondo esterno, e noi viivamo prigionieri di queste griglie.    Perchè non considerare l'idea che il nostro vero sé sia l'indivisibile Totalità dell'univewrso?

La verità non può essere conosciuta perchè tutti i limitati strumenti di conoscenza sono inadeguati rispetto al Tutto. 

Nell'autolimitazione in un io individuale e separato da tutto il resto, è inevitabile provare un senso di incompletezza, che ci segue come un'ombra.  Allora ad una certa età ci mettiamo nella prospettiva di una ricerca interiore e l'io diventa un ricercatore spirituale, e si procura un ennesimo esperto che gli insegni come essere felice.  Gli esperti rivolgendosi a te come un io separato non fanno altro che rinforzare l'ostacolo a vedere la completezza in te.  I veri maestri cercano di farti capire che tra loro e te non c'è nessuna differenza, siamo un unico flusso di coscienza globale.  Può succedere che il pensiero e l'attenzione collassino all'improvviso, l'io si dissolve e un gran senso di sollievo ci pervade.  

L'amore.  Tutto è Uno e io sono Quello. L'amore è la pienezza che esplode quando l'io separato sparisce.  

Tutto nell'universo è vibrazione energetica, l'energia è un movimento tra opposti che tende all'unità, nella prospettiva dualistica l'amore è un'energia che scorre tra due polarità opposte, l'io e l'altro.  Ma l'amore tende ad abolire la dualità soggetto/oggetto.  L'eros è la continua tensione verso ciò che ci manca per sentirci completi. Il maschile e femminile si annullano a vicenda nella completezza a cui tende l'eros, fisicamente simboleggiata dall'orgasmo.

Pag. 146  Spesso si fa l'amore con il proprio partner in modo routinario e ben poco soddisfacente, dall'altro si fa sesso sporco (ma più eccitante con amanti vari) per godere di ciò che non ci si permetterebbe mai di proporre alle proprie moglie e ai propri mariti, spesso con grande rammarico).   Il cosiddetto sesso tantrico si presenta il più delle volte in modo a dir poco desolante. Nelle tradizioni spirituali sono pochissime le voci che rivendicano una sessualità diversificata, piena e spontanea come espressione fisica della non dualità.  Arnaud Desjardins è uno  dei pochi che nell'ambito della spiritualità abbia osato affrontar eil tema della sessualità con spirito libero e aperto: una vera coppia si metterà nuda l'una di fronte all'altra , non solo fisicamente ma anche psicologicamente. La moglie rappresenta per il marito tutte le donne, tutte le possibilità femminili. E l'uomo rappresenta per sua moglie tutte le possibilità maschili.  Non ci sono regole, non ci sono proibizioni in un vero rpporto d'amore, c'è anche la più grande libertà di scoprire tutte le parti di sé e dell'altro. sdalle più oscure alle più luminose.  Sentiamo di non essere completi e cerchiamo la parte mancante fuori di noi, proiettandola su una persona, di solito dell'altro sesso. E attraverso questo rapporto veniamo in contatto con la parte negata in noi stessi.  Coem diceva Jung, nella second aparte delal vita, questa parte mancante riaffiora in forme psico-patologiche. 

L'eros è un'energia con cui tutti, anche gli asceti devono rapportarsi. Sempre Desjardins scrive: "l'attrazione sessuale è la legge fondamentale, la legge universale. La scelta è semplice; o una vita amorosa naturale, agevole, o l'ascesi vivificante, anche apportatrice di pienezza, oppure la nevrosi.  Molti aspirano alla realizzazione di una coscienza super-normael, dimenticando quanto faccia loro difetto la semplicissima normalità. 

L'amore altruistico è possibile, ma non può prescindere dall'amore di sé, o del Sé.  L'amore è la pienezza che esplode quando l'io separato sparisce. 

Nella prospettiva della manifestazione dualistica, l'amore - come il desiderio - è la ricercsa dell'unità.  Nella prospettiva NON dualistica, l'amore è l'espressione dell'Uno, è il sapore dell'Uno celato in ogni esperienza della nostra vita, il sapore del Sè che intimamente sentiamo di essere.  

La morte.  La nascita e la morte sono le due soglie dell'esistenza che segnano la nostra comparsa e scomparsa da un nulla ad un nulla. Allora cerchiamo di attribuire un significato alal nostra esistenza. Cominciamo a raccontarci delle storie che tentano di dare un senso alla nostra vita, per esorcizzare l'angosciosa possibilità che non abbia alcun scopo.  Non è tanto l'Ignoto in sè, di cui non abbiamo alcuna rappresentazione, a farci paura, quanto il fatto che, con al morte perderemo tutto ciò che conosciamo. Ma dal NON essere non può nascere niente. Noi prima di nascere siamo l'Universo, con la morte troneremo ad essere l'Universo.   Quando muoriamo abbandoniamo tutte le storie (tristi o allegre) del nostro film personale e ci tuffiamo in questo ignoto, nudi di ogni conoscenza. 

La coscienza. L'esperienza della realtà ci appare impropriamente come corpo, mente e mondo.     Se osserviamo il mondo percepiamo colori, suoni, sapori, sensazioni, percezioni, il mondo è una interminabile sequenza di percezioni. da queste percezioni cominciamo a costruire il corpo, la mente.  Tutto ciò che chiamiamo realtà non è aaltro che l'attività del percepire (mondo), del sentire (corpo), del pensare (mente).  L'io è il nome che diamo alla coscienza che percepisce, sente e pensa. Cominciamo anche a pensare che la coscienza sia dentro la mente.   Ma la coscienza non è immersa nel continuum spazio-temporale ma al contrario lo contiene.    Tra i contenuti che appaiono nel settore chiamato mente nasce il pensiero: io sono questo e non sono quello.   L'io sono è l'espressione verbale con cui la mente traduce l'immediata certezza di esserci e sapere di esserci, l'evidenza innegabile della mia Presenza consapevole.   Nasce così l'illusione della dualità, il sentirci individui separati dal mondo la fuori, con u n dentro (pensare e sentire) contrapposto ad un fuori (percepire). 

L'Io è coscienza, Sono è esistenza. L'esperienza primordiale dell'io sono è costante e fondamentale. Su questa identità, che viene prima di ogni esperienza specifica, si basa l'intera realtà. Senza di me - se non ci fossi io a percepire ogni cosa - l'intero universo non apparirebbe affatto. Tutto ciò che è vita e realtà presuppone l'Io sono.  Se eliminiamo la ocscienza, ogni altra cosa sparirebbe. 

Tutto è in me. Io non nego il mondo: lo vedo solo apparire nella coscienza, che è la totalità del conosciuto nell'immensità dell'ignoto.  

Chi sono io? Purtroppo nasce la convinzione che Io sia un individuo separato, Dall'idea di separazione nasce  un ineliminabile senso di perdita, mancanza, incompletezza, che a sua volta genera la ricerca della Totalità perduta.  Senza il miraggio dell'Io, non esistono libero arbitrio, né determinismo.  

ciò che sono deve essere già qui, ora.  Inoltre, ciò che sono è costante, non cambia mai, perchè ho sempre l'impressione di essere me stesso, pur attraversando tanti cambiamenti.  Resta la costante sensazione di esistere, esserci e sapere di esserci, una Presenza consapevole.    la parola coscienza rimanda a qualcosa che non è una cosa, bensì lo sfondo costante di ogni singola esperienza. L'Io è un semplice nome, un oggetto mentale che viene visto dalla vera coscienza, che resta inconoscibile e innominabile.    Quando pronuncio la parola IO, indico in realtà qualcosa oltre il pensiero, oltre ogni separazione: indico la Presenza vuota e consapevole da cui, in cui e a cui appaiono e scompaiono tutte le esperienze.  

Il Sé - ossia la coscienza - conosce l'Io separato, ma quest'ultimo (che è solo apparenza) non può conoscere il Sé. L'Io è una semplice azione del Sé.  In questa ottica, il concetto stesso di risveglio è un'irrealtà, perchè ciò che veramente siamo è una Presenza sempre sveglia. Non c'è bisogno del risveglio, la coscienza che costantemente siamo non dorme mai, neanche nel sonno o nel sonno profondo. 

Tu sei quella.  la coscienza e l'Io sono come il mare e le onde. Noi siamo sia il mare (la coscienza) sia le onde (l'individuo). Noi proviamo un senso d'incompletezzae di mancanza, di alienazione dal Tutto,  e comincia così la ricerca dell'Unità, della completezza che crediamo di avere perduto. 

A volte abbiamo l'impressione di felicità, che siamo completi e la ricerca si sospende.  La Totalità include ogni cosa anche l'Io che la cerca, e si trova ovunque (anche qui e ora). Ne consegue che la ricerca non solo è impossibile, ma anche del tutto inutile, perchè siamo la Totalità che cerchiamo. La ricerca rappresenta l'ostacolo maggiore al manifestarsi della liberazione.  La metafora classica del NON dualismo è quella della signora che cerca la collana, ma si è solo dimenticata di averla al collo. 

La ricerca spirituale è come andare in cerca del buio con una lanterna accessa in mano. Quando cade la ricerca, troverò.   Anche la ricerca, come tutte le cose, è una semplice espressione della Presenza, dell'Uno.  Il risveglio è un evento quasi impercettibile, appare quando la ricerca finisce.   Ma non ha niente a che fare con la comprensione.   

E' la coscienza che vede tutto, ma proprio per questo non può vedere se stessa. E' impossibile che la coscienza non esista, perchè essere coscienti è un'evidenza innegabile che viene prima di ogni altra esperienza. a non possiamo dire che cosa sia. 

Questa presenza consapevole, questo esserci e sapere di esserci è l'Io sono che costantemente ci abita. da questo Io si sprigiona l'intera gamma di esperienze che appaiono e scompaiono dalla Coscienza, diventando l'universo conosciuto. Nell'incessante danza del cosmo, l'Io sono è l'unico danzatore e tutte le esperienze che compèongono il mondo non sono altro che le infinite movenze della sua danza.  Danzatore e danza sono inseparabili. Quando finisce la danza, anche il danzatore cessa di esistere.  Ogni esperienza enlal nostra vita quotidiana - piacevole o spiacevole - è un invito a sentire la risonanza della vibrante nergia che senza sosta si sprigiona dalla Presenza, divenendo noi.  Sei sempre e comunque l'espressione della Presenza. Quando affiora la risonanza di questa incontenibile vitalità, non hai più bisogno d'altro: sei in caduta libera nella meraviglia senza fondo dell'Essere. Allora la tua intera vita esplode nel Mistero che sei: il sorriso segreto dell'Essere. 

Il Sorriso segreto dell'Essere - Mauro Bergonzi

Il Sorriso segreto dell'Essere. Oltre l'illusione dell'io è un testo scritto da Mauro Bergonzi e pubblicato nel 2011. In questo testo Mauro Bergonzi fa un ritratto della persona sul percorso spirituale e  spiega la differenza tra dualismo e non dualismo.  

Nel dualismo c'è la separazione tra chi sa (il maestro) e chi non sa (il discepolo).  tra il punto di partenza (l'ignoranza) e il punto di arrivo (la saggezza), e soprattutto l'idea che esista qualcuno (un io individuale separato dal Tutto)  in grado di raggiungere qualcosa che non ha (liberazione, Dio, l'Unità, ecc). 

Nel NON dualismo radicale, non c'è verità da svelare, nè insegnamenti da impartire perchè ognuno di noi , esattamente così come è adesso, senza dover cambiare niente, in qualsiasi momento della vita può accorgersi di qualcosa che c'è sempre, vale a dire, la certezza che esistiamo e sappiamo di esistere, la Presenza consapevole che costituisce il nostro vero Sè.   Quella Presenza Non duale in cui appaiono e scompaiono tutte quelle esperienze che chiamiamo "la nostra vita".

Siamo tutti un unico Essere ( il mare) che appare come ciascuno di noi (le onde). Chi potrebbe insegnare alle onde di essere il mare? Che senso ha istruire qualcuno a diventare ciò che già è?

Ogni pagina del libro è un invito ad aprirci all'ignota vastità che siamo. a sentire l'Essere che brilla in qualsiasi istante della nostra vita. E' un invito ad esplorare il misterioso sguardo che la coscienza apre su ciò che chiamiamo realtà, il senso e non senso della meditazione e della ricerca spirituale. La ricerca spirituale non ha senso, perchè siamo già ciò che cerchiamo. Ogni manifestazione è un passo di danza di un unico Essere alla cui luce ogni separazione è soltanto apparenza e gioco.  

Possiamo affrontare queste tematiche con due approcci; una prospettiva negativa decostruendo la falsa credenza di un io individuale separato dal resto dell'universo; una prospettiva positiva di riconoscere l'innegabile e immediata evidenza di esserci e sapere di esserci, vale a dire riconoscere la Presenza costante e consapevole che costituisce la nostra vera identità. 

Alla nascita ci sentiamo gettati nella vita, nella precarietà dell'esistenza.   Churchill ha ribadito "la vita è una grande avventura dalla quale non ne usciremo vivi". 

 E se inoltre,  oltre ad essere precaria, la vita fosse senza scopo?  Questo ci fa proprio impazzire, E allora cominciamo a cercare disperatamente un obiettivo, un traguardo, un significato da conferire alla vita, un qualcosa che ci possa  permettere di dire che ne è valsa la pena di viverla... perchè aveva uno scopo.

Così la nostra vita è ntessuta di storie costruite dal pensiero che sono semplici illusioni. E ogni illusione da prima o poi, una delusione. Ci inventiamo storie sull'aldilà, sulla ricchezza come chiave della felicità, sul successo, sul potere, sul vittimismo come strategia vincente, sull'ottimismo a oltranza. Prima ci realizziamo nello studio, poi nel matrimonio, poi nel lavoro, ecc.

Siamo gettati in una esistenza che viviamo come una progione senza scopo, sospesa tra un nulla prima della nascita e un nulla dopo la morte. Per evadere dalla prigione inventiamo storie che diano un significato alal vita, convincendosi poi della loro realtà, ma essendo semplici costruzioni del pensiero, queste storie ci intrappolano in un'illusione che finisce per rinforzare la prigione stessa. Poi ci rendiamo conto dell'inconsistenza della storia e passiamo subito a raccontarcene un'altra, e la giostra continua a girare in tondo.  

Per venirne fuori, alcuni cominciano a raccontarsi la storia del risveglio, dell'illuminazione, di una definitive liberazione dai problemi della vita. Il percorso spesso si identifica con la pratica meditativa.  Ma come tutte le storie costruite dal pensiero finirà con una delusione e non ci porterà fuori dalla prigione, La buona notizia è che la meditazione può renderci più confortevole la nostra cella. Meditare è equivalente a qualsiasi attività intrapresa per cercare quella completezza, quell'unità che crediamo perduta. 

Ci sono diversi tentativi per uscire dalla prigione. Per alcuni è rimbecillirsi davanti al televisore fino a dimenticare se stessi, per altri è fare acquisti finchè non sentono di aver colmato il proprio vuoto interiore;  per altri ubriacarsi fino ad arrivare ad un completo oblio. Attraverso la meditazione si possono coltivare stati di silenzio interiore in grado di offrire una pace interiore, ma pur sempre temporanea.  Per apparire credibile la storia della meditazione ha bisogno di modelli esemplari, di irraggiungibili eroi spirituali, gli illuminati, i maestri.   Naturalmente un illuminato è una mera fantasia della nostra mente, imamginiamo una persona perfetta, impeccabile, vegetariana, vestita di bianco, sempre con il sorriso sulle labbra...  Ma prima o poi scopriamo che il guru ha simpatie e antipatie, non vuole essere contraddetto, approfitta sessualmente o economicamente dei propri discepol, ecc.      E ad un certo punto dovremmo essere vaccinati anche contro questa illusione. Invece ci diciamo che ci eravamo sbagliati, non era un vero illuminato e ci mettiamo a cercarne un altro....

 Il risveglio non ha nulla a che fare con la perfezione. on a caso tante tradizioni spirituali affermano che il vero guru è dentro di noi, o che è la vita stessa.  In questo approccio, in questa visione, il maestro non è quello che ci porta a confrontarci con falsi modelli o ci propone falsi percorsi, ma è colui che nonostante i suoi limiti e le sue imperfezioni,  ci apre cuore e mente a una risonanza con l'esplosiva vitalità dell'Essere non duale che veramente siamo. Noi siamo Uno senza Secondo.  

Il risveglio consiste nel vedere spontaneamente l'irrealtà di un io separato: è l'Essere stesso a creare e a dissolvere questa illusione nella sua danza incessante.

La storia del risveglio ha come punto di partenza la prigione, il sentirsi separati e confinati nello spazio-tempo. il percorso è la pratica meditativa, il punto di arrivo è il risveglio, il Tutto, Dio.   L'individuo che si crede separato dal Tutto è un'illusione. L'individuo fa parte del Tutto, e non può stare al di fuori della Totalità. Irreale è il punto di partenza e irreale è il percorso.  

Non è  possibile raggiungere il luogo dove già si è, così come non ci si può avvicinare allo spazio in cui siamo immersi.

In definitiva, non solo cerchiamo perchè siamo insoddisfatti, ma siamo insoddisfatti perchè cerchiamo. La ricerca non fa che rinforzare  l'illusoria esistenza di un sè separato in grado di agire indipendentemente dal resto dell'universo, perpetuando il dualismo.  E' uno spettacolo inscenato dall'Uno per esprimersi nella danza della molteplicità.

La meditazione.  "Ciò che la meditazione indicca non è un'esperienza, è libertà da qualsiasi esperienza".

Fare meditazione significa applicare un determinato metodo. Il Buddha afferma esplicitamente che una sola, semplice pratica come la consapevolezza del respiro è sufficiente a percorrere l'intero sentiero meditativo.  Il percorso deve tendere ad una progressiva semplificazione. La maturità di un meditante si riconosce dall'animo semplice e dallo sguardo innocente. Quindi dovremmo adottare quelle tecniche che vanno meglio per noi, quelle che ci risultano più facili e naturali; che ci trasmettono un senso di energia, freschezza, leggerezza e fiducia in noi stessi.  L'essenza profonda della meditazione è un atteggiamento di apertura del cuore e della mente a Ciò che è, uno sguardo sul mistero dell'Ignoto.  

Meditare è imparare da ogni esperienza e procedere oltre; è un lasciare andare, uno spogliare la mente di tutto ciò che ci impedisce di vedere direttamente Ciò che è.  La meditazione non è seprata dalla vita; è l'essenza stessa della vita.  

Il mezzo più efficace per arrivare alla suprema verità è il silenzio.  Nella nostra civiltà il silenzio fa paura o è svalutato. Quello che ci spaventa di più è il silenzio della mente.   Per arrivare la silenzio della mente dobbiamo prima dimenticare il corpo, quando rimane immobile e rilassato possiamo entrare in una dimensione  più raccolta e profonda. Possiamo comunque entrare in stati di profondo silenzio anche attraverso il movimento fisico, come nel Tai-chi-chuan attraverso la cosiddetta "esperienza di flusso". Man mano che si instaura un silenzio del corpo a livello grossolano si comincia ad avvertire sempre più chiaramente una corrente vitale di energie sottili che circola in tutte le zone dell'organismo. Nel silenzio del corpo, si arriva a sentire il movimento stesso della vita.

Importante è anche il silenzio del respiro che connette il livello fisico con quello delle energie sottili, non a caso il termine prana significa sia vita, sia respiro. Il respiro è il ponte fra diverse sfere di realtà, tra corpo e mente, tra corpo e energia, è anche il ponte per entrare in contatto con la nostra parte inconscia e con le nostre emozioni.

Le pratiche meditative basate sul respiro rientrano in due fondamentali tipologie: quelle che attivamente lo modificano (la ritenzione del respiro induce il silenzio del respiro) e quelle che lo lasciano fluire spontaneamente.  In entrambe è comunque importante focalizzare l'attenzione sul respiro su un preciso punto (narici, addome, ecc).  Con la pratica, il respiro diventa sempre più lento e sottile, fino ad avere l'impressione che scompaia...   I taoisti mettono una piuma davanti al narici che resta immobile, mentre il corpo respira con ogni cellula e poro della pelle. Quando il respiro non si percepisce più a livello grossolano, si instaura una pace profonda, e si va verso la sfera della quiete della mente.  

Si passa al ritiro dei sensi, l'attenzione si ritrae dal continuo bombardamento delel percezioni sensoriali e si arriva a uno stato di vuoto sensoriale. Per aiutare questo processo un metodo è quello di  concnetrarsi, focalizzare l'attenzione su un unico punto, che può essere un'immagine, una zona del corpo, un pensiero, una frase, il respiro. Anche nelal vita quotidiana si può cercaredi applicare questo principio, magari camminando con uno sguardo raccolto davanti a sé. In molte tradizioni spirituali si mantiene il silenzio per giorni e a volte per anni... Mentra nella nostra civiltà le parole straripano e perdono lo scopo primario che è quello di comunicare, con un enorme spreco di energia perchè la parola è essenzialmente una forma di energia. Anche il pensiero è una vibrazione energetica. 

Comunque, qualunque sia il punto di partenza della pratica meditativa - il corpo, i sensi, il respiro o la parola - alla fine si arriva sempre al silenzio della mente.  Noi siamo la coscienza, lo sconfinato spazio di consapevolezza, lo sfondo costante in cui i contenuti mentali appaiono e scompaiono.  Invece, confondiamo mente e coscienza, trasformandoli in sinonimi.  Ci identifichiamo con i soli contenuti mentali e così emerge la falsa idea di essere un io individuale e limitato.  Per questo è importante il silenzio della mente, se i nostri pensieri tacciono e i processi mentali con cui ci identifichiamo, si interrompe l'illusione di un io separato e individuale: ciò che resta è una coscienza temporaneamente priva di ogni contenuto.     Nel silenzio della mente l'energia non è più dissipata in azioni esterne e vibra all'interno e si sviluppa una sorta di calore, una fiamma interiore. 

Un altro metodo per arrivare al silenzio interiore è quello di un'apertura a trecentosessanta gradi dell'attenzione, un campo globale dell'attenzione che non escluda nessun oggetto: pensieri, sensazioni, percezioni, ecc.

Comunque questo silenzio meditativo non può che avere una durata limitata nel tempo. La pratica della meditazione ha senso se ci fa stare bene, se ci dà energia, se ci comunica esperienze piacevoli, se siamo consapevoli dei sui limiti intrinseci.

L'equivoco di fondo è che noi crediamo che il silenzio sia un'esperienza soggettiva, mentre in realtà è lo sfondo costante e inalienabile di ogni esperienza.  Il Silenzio è sempre qui: siamo noi che andiamo e veniamo.  Noi siamo questo insondabile Silenzio e il nostro Io è solo in apparenza separato da esso, come una nuvola che è fatta del cielo in cui veleggia. 

La meditazione è un'espressione della Totalità, non una via per raggiungerla.   La Totalità comprende anche l'io del meditante e diventa evidente quando scompare l'idea illusoria di un Io separato che cerca di raggiungerla.  Se si parte dal principio che non c'è un Io separato dal Tutto, perchè meditare? E soprattutto, chi fa meditazione?

La liberazione è lo sfondo costante da cui emerge qualsiasi esperienza, uno sfondo che comprende sia il soggetto (il meditante) sia l'oggetto (gli stati di sospensione dell'io). 

Dire "Io ho ragggiunto con la meditazione uno stato libero dall'io" è un palese controsenso. Come il meditare per diventar eilluminati è altrettanto controproducente che combattere per la pace. - Leo Hartong

Meditare per meditare, come danzare per danzare è una pura espressione di gioia senza scopo, una celebrazioen della vita che esplode nel silenzio della coscienza.   

La mente è lo strumento  attraverso cui l'Uno appare come molti. Tramite i nomi e le forme, il pensiero crea un dentro (l'Io) e un fuori (il mondo), laddove in realtà c'è solo l'unitario sfondo della coscienza. Sul foglio bianco della coscienza appare una linea chiusa che sembra separare interno e esterno, i quali però entrambi non sono altro che un unico foglio indiviso. 

Durante la vita quotidiana ci sono momenti in cui, senza alcun motivo, la mente si rilassa e diventa spontaneamente quieta, in una condizione di consapevolezza silenziosa in cui percezioni e pensieri  vanno e vengono.

La meditazione non deve essere uno strumento per raggiungere una meta lontana, ma un laboratorio per esplorare chi siamo in realtà.  una volta compresa la natura illusoria del meditante, del falso io impegnato nell'impossibile compito di raggiungere qualcosa che egli già è - ogni deliberata meditazione cessa spontaneamente e ciò che resta è pura e semplice Presenza-consapevolezza, senza ceh nessuno sia presente o consapevole. 

Nela meditazione dobbiamo dimorare così come si è, dimorare nella coscienza globale lasciando che  mente, corpo e mondo si manifestino spontaneamente. La meditazione no è fare, ma smettere di fare, smettere di costruire l'entità illusoria che pensiamo di essere, allora avviene una radicale invewrsione di prospettiva. Prendiamo consapevolezza che io, corpo, mente sono semplici percezioni intermittenti che vanno e vengono nel campo globale della coscienza.  Il dimorare così come si è, non ha niente a che vedere con le pratiche meditative, perchè accade da sè, spontaneamente, senza che ci sia alcun Io a compierlo: diventa una celebrazione della vita, la danza dell'Uno che appare come molti. 

sabato 27 maggio 2023

La felicità - Mauro Bergonzi

Dalle conferenze del prof. Mauro Bergonzi.-

Alla domanda: Sei felice?  Di solito si risponde:   No, perché...    lo sarei se soltanto...     Si, ma...
Le tre risposte hanno in comune che la felicità dipende da condizioni esterne, se riuscissimo a cambiarle forse potremmo essere felici.
Ciò corrisponde alla storiella del re che fece foderare di cuoio tutte le strade del regno, invece di comprare dei sandali.
Gli eventi esterni sono al di fuori del  nostro controllo, e la felicità, seguendo questa via, diventa irraggiungibile. Però, il rapporto con gli eventi esterni può cambiare. La felicità non è il piacere, felicità e piacere sono due cose diverse.
Quando siamo felici proviamo pace, appagamento, completezza. Il desiderio per arrivare al piacere, invece, è sofferenza e mancanza. In Occidente c’è questa relazione:  desiderio = appagamento e piacere;   Se per un po' di tempo riuscissimo a mettere da parte il desiderio, potrebbe emerge la nostra natura di completezza. Ogni desiderio tende all’autodistruzione  per arrivare alla completezza. Aristofane quando parla di Eros, descrive l’uomo con quattro braccia e quattro gambe che era diventato così presuntuoso, che un giorno Zeus decise di dividerlo in due, ed adesso l'uomo passa la sua vita a cercare di trovare la parte mancante, l’anima gemella per arrivare alla completezza.

A volte, quando siamo a contatto con la natura, e siamo particolarmente tranquilli,  proviamo un senso di infinito e di eternità,  uno sprazzo momentaneo di felicità. 
Anche nella nostra esistenza non felice, la felicità c’è, traspare sempre e a volte può emergere per brevi periodi. 
Al dolore, la mente reagisce, si lamenta, occlude lo spazio del cuore e il dolore diventa insopportabile.
Se la mente, invece, si aprisse all’esperienza del dolore, si potrebbe aprire un varco alla felicità, e poi ci potremmo sentire appagati e felici.  
Dovremmo cercare di osservare un desiderio così come è: una semplice energia che si muove nell’ampio spazio del nostro cuore e quindi diventa una danza gioiosa di energia.
Soltanto un cuore aperto può amare. L’amore o è gratuito o non è amore. Noi pensiamo che siamo esperienza, invece siamo sempre presenti con il nostro vero Sé.
Che cosa c’è sempre nella nostra vita quotidiana?   L'Esistenza –  la Coscienza, il sapere di esserci,  Amiamo esserci e amiamo esistere. Nel Vedanta questo è:  Sat = esistenza,  Cit = Coscienza,  Ananda = beatitudine e felicità, amore come completezza, essere ed essere coscienti di esserci.
L'amore di sé è egoismo ed è una visione sminuita relativa a corpo e mente. Il pensiero ci convince che siamo questo corpo e questa mente. Invece, noi siamo la felicità, ed in questo caso collassa l’idea della felicità esterna a noi.

La liberazione - Mauro Bergonzi

"Chi sono io? Sono un punto nero su uno sfondo bianco o uno sfondo bianco con un puntino nero?" - Ivan Illich.

Il sutra del cuore – il sapore della vacuità, la liberazione dalla sofferenza.  Spiegato da Mauro Bergonzi..

Avidya significa non vedere, inconsapevolezza, non vediamo come sono veramente le cose, ci attacchiamo e soffriamo. L’attaccamento è impossibile, tutto è impermanente, è impossibile attaccarsi ad un oggetto o ad una persona.   Grazie ad avidya l’universo è visto come un’unità permanente e solida, crediamo che le cose siano entità solide dando vita ad angoscia e sofferenza. Occorre decostruire questa visione della realtà. Tutto ciò che nasce, muore. E' difficile attaccarsi a qualcosa, i nomi sono associati a cose messe insieme, l’universo è interamente interattivo, esiste una rete di relazioni, dove ogni cosa condiziona ed è condizionata da altre cose. Il concetto di entità solide e separate non esiste, il mondo non è fatto di cose ferme e statiche.

Il concetto di un "Io" solido e separato è errato, non trovi un "Io", ma cinque flussi (skanda)  che sono: rupa - forma, vedana - sensazione, sanna - percezione, sankhara - formazioni mentali, vinnana - coscienza. Nessuno di questi cinque skanda è permanente, e non abbiamo il controllo su questi skanda, in quanto sono flussi impersonali.  

Cosa è reale e cosa è irreale? Il Buddha critica le convinzioni e dice: "Non c’è verità, il mio insegnamento è una zattera per arrivare alla liberazione, se lo trasformate in convinzioni siete perduti".

Che cosa è il risveglio, viene illustrato con questa storia: "Un barbone si trova sotto un ponte, si ferma una Roll Royce, scende una bellissima donna, che lo porta a casa, gli dà cibo e gli propone di fare l’amore, il poveretto si risveglia e cade nel Tamigi". Viviamo una storia dove c’è illusione e disillusione. Veniamo dal nulla e dal buio, alla nascita siamo gettati nella vita, alla morte si spegne la luce e si ritorna nel buio angoscioso. Tutto questo non ha senso, diventa insopportabile; Allora cerchiamo un senso, ci rivolgiamo alla nostra mente, il nostro pensiero inventa una miriade di storie per dare senso alla nostra vita, ci dimentichiamo della nostra vera esistenza e crediamo che le storie siano vere, si diventa protagonista, e in questo modo è più facile accettare la vita. Cerchiamo ricchezza (solo i ricchi sanno che i soldi non danno la felicità), successo, potere. Siamo fragili, insicuri, abbiamo paura della morte e quando si sente parlare dell’illuminazione, ci si inoltra anche in questo sentiero. Ma quello che si raggiunge si perde, il tuo vero sé è solo qui ed ora.

"L'io sono" viene prima del pensiero "Io sono", io sono adesso, io sono qui, poi viene fuori il nostro universo. La coscienza è il comparire e lo scomparire dell’io, essere e coscienza sono la stessa cosa, non possiamo essere coscienti di essere. Nel sonno senza sogno, nel sonno profondo la coscienza scompare. La coscienza in stato di veglia –  si manifesta con percezioni (suoni, colori, tatto, odori che costituiscono il mondo),  e si manifesta nello spazio sensiente.

Sensazioni e pensieri costituiscono l’io sono, il corpo sta nel mondo, la mente sta nel corpo, non siamo  solo l'io sono, l'esserci c’è sempre. Quando dormo,  spariscono le percezioni, sparisce il mondo e il corpo. Nel sonno profondo spariscono le sensazioni, anche la mente si sospende, resta la coscienza (non c’è niente da ricordare) e la sua essenza sottile è lì.  Bisogna cercare di fermare la mente senza l’utilizzo di tecniche.

In Occidente, si sviluppano difficoltà emotive per mancanza di attaccamento primario nei primi tre anni di vita, se la mamma si allontanata, il bambino subisce dei danni emotivi che difficilmente potranno essere riparati e si creeranno problemi di personalità. Per John Bowlby  (1908 – 1990) è molto importante che il legame di attaccamento si sviluppi in maniera adeguata, poiché da questo dipende un buono sviluppo della personalità.  Stati di angoscia e depressione, in cui un soggetto si può imbattere durante l’età adulta, possono essere ricondotti a periodi in cui la persona ha fatto esperienza di disperazione, angoscia e distacco durante l’infanzia. La persona ipersensibile, ha difficoltà nell’affrontare situazioni nuove. I bambini che sembrano adulti hanno adattato difese psichiche. Molti psicologi e pediatri dichiarano che i bambini possono essere mandati all’asilo a 18 mesi, ma questa è una enorme baggianata. Ciò ha creato un disagio a intere generazioni che cercano di proteggersi con l’intelletto, ed oggi c’è disprezzo della natura e prevale il culto dei soldi e della finanza.
La nostra civiltà compensa con una iper-razionalità le ferite profonde che abbiamo subito nell’infanzia. 

Arnaud Desjardins (uno dei primi studiosi delle filosofie orientali) arriva ad affermare che la gelosia è una malattia,  la maggior parte di noi non ha una personalità matura e nel percorso spirituale non siamo discepoli ma solo aspiranti discepoli. Le persone hanno spostato tutto nel successo individuale, nessuno si complimenta con te se hai un bel rapporto di coppia per esempio. Le emozioni sono un insieme di corpo - mente. Hanno la funzione di adattamento all’ambiente. Forme di emozioni sono: il  desiderio di avere, il  desiderio di fuggire, il desiderio di distruggere, ecc.

Il linguaggio ha la funzione di tramandare esperienze e conoscenze, quindi nell’affrontare le situazioni usiamo conoscenze ed istinto. Il pensiero pensa a minacce future, e si genera così uno stress continuo, e la paura ha perso quel valore adattativo. Le emozioni sono i nostri nemici, sono collegate a neurotrasmettitori e diventi succube delle emozioni. E-movere significa, essere  trascinati da, l'emozione è quindi una specie di sequestro emotivo.  Occorre cercare di vedere le cose senza lasciarsi trascinare dalle emozioni. Le emozioni provate a lungo tendono a generalizzarsi, se provi rabbia ripetuta poi reagisci sempre nello stesso modo. 

L'emozione illude la mente su ciò che conta e ciò che non conta, ciò che si prova poi diventa realtà. L’emozione non è percepibile, si nasconde, non ne siamo consapevoli, e si vede soltanto l’oggetto.

Che strategia usiamo per affrontare in modo corretto le emozioni? Quando proviamo un'emozione negativa o possiamo scaricarla dando sfogo all’emozione e provando sollievo, oppure possiamo rimuoverla, inghiottirla e da ciò nasce la depressione.
La terza via è quella di non scaricarla, di non rimuoverla ma di sentirla fino in fondo prescindendo dall’oggetto (ad esempo contare fino a 10, viverla con leggerezza, ecc). 
Osservare con distacco un'emozione è molto importante.  Se vedi l’emozione, non sei l’emozione (e sorge l’illusione che ci sia un io). Ciò porta però a nascondere il non dualismo. Ma l’io non c’è, è una recita della mente (da una parte c’è l’io dall’altra le emozioni). Invece bisogna vedere che l’io non è separato dalle emozioni, Io sono il tutto comprese le emozioni.

La meditazione Vipassana, termine che significa "vedere le cose in profondità, come realmente sono", è una delle più antiche tecniche di meditazione dell'India. Essa fu riscoperta ed insegnata più di 2500 anni fa come metodo universale per uscire da ogni tipo di sofferenza, un'arte di vivere. E' una meditazione buddhista ispirata alla tradizione Theravada. Nei ritiri vypasana (dove non si parla per giorni) è facile odiare o innamorarsi di una persona di cui non sai assolutamente niente, senti l’emozione come energia e prescindi dall’oggetto. 

La recita della mente avviene alla luce della coscienza sconfinata, se io lascio l’"io" (perchè diventa inconsistente) a quel punto le emozioni manifestano l’energia fluttuante, le vibrazioni, la danza dell’energia, e come vengono se ne vanno, non lasciando traccia. Se invece, si afferma l’"io" le emozioni entrano in contrasto con l’"io" e le vibrazioni si trasformano in tempesta.

sabato 18 marzo 2023

La non dualità. Dal sito di Mauro Bergonzi

Dal sito di Mauro Bergonzi  Il Sorriso dell'Essere:    https://sites.google.com/site/ilsorrisodellessere/home?authuser=0

https://sites.google.com/site/ilsorrisodellessere/satsang                                        - Dialoghi

La parola ‘Non dualità’ indica il semplice fatto che nella realtà ci sono infinite differenze, ma nessuna vera separazione.  La realtà, Ciò che tu veramente sei, non è qualcosa che la mente possa comprendere col pensiero. Ma appena ti fermi un attimo (e questo può accadere in qualsiasi momento), ecco di nuovo chiara ed evidente la Presenza silenziosa che è sempre qui, sempre adesso, a mostrarti il fatto inaudito e meraviglioso che ci sei e sei cosciente. Se proprio vogliamo trovare un ‘senso’ alla nostra apparentemente effimera esistenza, è proprio questo: la meraviglia di scoprire che siamo l'eterna Presenza che non smette mai di danzare. Ma anche se non lo scopriamo, siamo sempre e comunque la Presenza.       Tutto questo non è altro che il sorriso dell'Essere.  

 - Se cerchi la completezza di una pace incorruttibile, di una felicità che non dipenda dal piacere, dove sentirti finalmente a casa, allora quello che cerchi è già qui, adesso.
- Se cerchi Dio, dato che è Onnipresente, potrebbe non essere già qui, adesso?
- Se cerchi la vera Realtà, dato che è Tutto, potrebbe non essere già qui, adesso?
- Se cerchi il tuo vero Sé, dato che tu sei presente, potrebbe non essere già qui, adesso?
- Qualsiasi parola usi per indicare 'Ciò che è', puoi non vederlo, puoi non sapere che cosa sia, ma di sicuro dev'essere qui, adesso.     

Quindi non c'è alcun bisogno di fare qualcosa, percorrere una via o praticare un metodo per raggiungerlo.

Vi riporto alcuni testi presi dal sito:

La non dualità.  Il dischiudersi di una prospettiva radicalmente non dualista non è dipeso da una scelta deliberata, ma è 'accaduto' nella mia diretta esperienza della realtà. Qualcosa si era innescato nel lontano 1981, in occasione di uno sconvolgente incontro con Nisargadatta Maharaj: fu come un’esplosione, che è continuata sotterraneamente per tanti anni, agendo per vie misteriose. Pian piano, in modo estremamente ordinario e gentile, è come se tutti gli schermi mentali che avevo davanti agli occhi si fossero sempre più assottigliati, cadendo uno dopo l’altro, finché è rimasta soltanto una specie di ‘chiarezza’ che permea la mia vita quotidiana.  La fine di un miraggio. Con la scomparsa della ricerca spirituale e del ‘cercatore’, l’agio e la chiarezza che hanno spontaneamente permeato la mia vita ordinaria sono state meglio riconosciute alla luce di ciò che hanno detto Jiddu Krishnamurti, Ramana Maharshi, Tony Parsons ed altri autori sulla stessa lunghezza d’onda   Tutto ciò ha reso la mia comunicazione non dualista alquanto 'destabilizzante', soprattutto per chi segue un percorso di ricerca spirituale che si basi su una pratica orientata verso una meta futura.   ‘Non dualismo’ è anch’esso una parola, come tale inadeguata ad esprimere Ciò che è. Nell’imperfetto modo in cui è possibile descriverlo, ‘non dualismo’ vuol dire che non ci sono reali separazioni nella realtà (infinite differenze si, ma nessuna vera separazione). ‘Non dualismo’ non è ‘monismo’ (che afferma l’uno escludendo il due). Il non dualismo non esclude mai niente, assolutamente niente, tanto meno le nostre preoccupazioni quotidiane. E’ pace profonda che appare come conflitto e inquietudine, è uno che appare come molti, è nulla che appare come tutto, è essere che appare come divenire, è coscienza che appare come mutevoli esperienze. La pace dello spirito contrapposta al turbamento è ciò che si ottiene con le pratiche meditative del ‘testimone’ (l’osservatore che pensa: “Io non sono l’osservato”), vale a dire uno stato costruito dalla mente, una specie di ‘torre d’avorio’ che alcune tradizioni indiane scambiano per la liberazione. Ma non è possibile separare l’osservatore dall’osservato, come non puoi separare il mare dalle onde: il mare è le onde, ma è anche tanto di più. La coscienza-testimone non si può separare dai suoi contenuti, comprese le nostre quotidiane preoccupazioni: è anche quelle, ma non solo quelle. La vera pace, la vera felicità, non è qualcosa che possiamo ottenere o costruire: è qualcosa che siamo, lo sfondo costante su cui si manifestano tutte le esplosioni di piacere e dolore che chiamiamo ‘la nostra vita’.   Noi come ‘singoli individui’ continuiamo ad essere turbati, ma la coscienza che ci abita non lo è. Nel teatro dei burattini compaiono due personaggi diversi, Pulcinella e il Carabiniere, che vanno in collera e se le danno di santa ragione, finché uno vince e l’altro perde. L’illusione che siano individui separati e dotati di due coscienze diverse nasce solo dal fatto che il burattinaio è nascosto alla vista del pubblico. Il burattinaio è uno solo, anche se sembra che ci siano due diversi individui. Il burattinaio non è arrabbiato, non vince e non perde. La sua coscienza è l’unica esistente, anche se illusoriamente appaiono due coscienze diverse. Pulcinella e il Carabiniere non sono nemmeno coscienti: la coscienza che li abita è solo una, quella del burattinaio.

La realizzazione. Se il 'risveglio' è la liberazione dal miraggio di un sé separato, allora, come dice Tony Parsons, l'idea stessa di una persona liberata è una contraddizione in termini. Nessuno lo è stato o lo sarà mai, perché l'idea di un individuo separato dal Tutto è contraddittoria e illusoria.  Il concetto stesso di 'risveglio' è obsoleto, perché Ciò che veramente siamo  non dorme mai, è sempre sveglio. Secondo una prospettiva autenticamente non dualista, l''Essere è sempre realizzato, mentre non esistono 'esseri' realizzati, per il semplice fatto che non esistono separazioni. la Presenza che è sempre qui, evidente e innegabile nella semplice coscienza ordinaria che illumina ogni esperienza. Qualcuno ha detto: “L’unica differenza tra un ‘risvegliato’ e un ‘non risvegliato’ è che il secondo crede ancora di vedere una differenza”. Crediamo di essere un'onda separata dalle altre, mentre siamo tutti un unico mare che 'ondeggia'.  Può forse esistere un'onda fatta di un'acqua che sia più acqua delle altre?  Può esistere un'onda più 'realizzata' delle altre?    Come dice Ramana Maharshi, prima ci convinciamo di essere solo un io separato e limitato, poi sentiamo tutto il peso di questa illusoria limitazione e allora cerchiamo la 'realizzazione' della Totalità: ma cercare non fa che rinforzare la falsa idea che ci manchi veramente qualcosa. Finché cerchiamo, non troveremo, proprio come la signora che cerca la propria collana credendo di averla persa, mentre ha solo dimenticato che ce l’ha appesa al collo. Finché la cerca, non la trova, perché l'unico ostacolo a trovarla è la falsa idea di averla perduta.   La Presenza è al di là del credere o non credere, al di là del pensiero, dei concetti, delle parole e delle prediche. La Presenza è proprio qui, semplice, evidente, ma assolutamente niente può descriverla.  

Il non dualismo e il guru.   L'idea del guru (almeno qui da noi in Occidente) crea più problemi di quanti non ne risolva, mentre l’amicizia  è la chiave della spiritualità, esalta la parità nella differenza, perché gli amici si ritengono tutti allo stesso livello, anche se ognuno apporta contributi unici e insostituibili alla comune risonanza. La spiritualità è inseparabile dal sorriso, mille miglia lontana dalla seriosa tetraggine di tante conventicole imbalsamate che, attorno ai propri guru, si prendono troppo sul serio e trasformano la ricerca in una pratica maledettamente 'seria'. L'uguaglianza nella differenza dell'amicizia rispecchia l'Uno che appare come molti e il sorriso del 'divertimento' riecheggia la danza e il 'gioco' della Vita, così debordante che non ha bisogno di uno 'scopo' per esserci e risplende di luce propria. Mi piace anche sentire che non hai alcun desiderio di 'convertire' gli altri: la Presenza appare perfettamente in tutto ciò che è, dal fondamentalista islamico al non dualista.  In fondo, alche il non dualismo non è che un dito puntato verso Ciò che non ha nome né etichetta.

Ego ed io. Nella psiche sono attive le cosiddette ‘funzioni dell’io’ (regolazione degli scarichi pulsionali, gestione del sistema mnemonico, concettuale ed emotivo, coordinamento fra input sensoriale e output motorio, ecc.) che, fungendo da interfaccia fra organismo e ambiente, favoriscono il nostro adattamento alla realtà. Per queste funzioni utili e necessarie si usa comunemente il termine ‘io’. Di solito il termine ‘ego’ e i suoi derivati (egocentrismo, egoismo, ecc.) vengono invece usati per indicare l’esclusiva identificazione con un ‘sé’ isolato, che ci separa dal rapporto con gli altri e con la realtà, perché diventiamo prigionieri di reazioni, pensieri ed emozioni al cui centro domina appunto soltanto il nostro ego e le sue esigenze. Per esempio, nella misura in cui una sofferenza mentale o un desiderio ci isola dagli altri, è espressione del nostro ‘ego’. C’è uno spazio di consapevolezza che non si esaurisce nell’ego e ne è totalmente libero: è questo il fondamento sempre presente della nostra vera identità.

L'universo. Noi non siamo separabili dall'universo: questo è un fatto, non una ‘sensazione’. Se da un lato siamo capaci di vedere, udire, odorare, assaporare e sentire, e dall’altro non siamo separati dall’universo, ciò significa allora che è l'universo intero a vedere, udire, odorare, assaporare e sentire attraverso noi. L’'io' cosciente che ciascuno di noi crede di essere non è l'individuo, ma l'universo intero. E’ l’universo l'unico soggetto cosciente, che appare come tutto questo: alberi, case, montagne, discariche, tramonti, guerre, sorrisi, uomini buoni e uomini cattivi… tutti differenti, ma non separati. Il senso di esserci, di essere ‘io’, è quella coscienza. Tutto il resto è una costruzione mentale.Chi è l''io' che non riesce a eliminare la costruzione mentale dell'io? Un altro 'io'? Ci sono forse due 'io'? L'unico vero Sé è l'universo che appare come tutto questo mondo. In un sogno ci sei tu (il protagonista) e tanti altri personaggi apparentemente separati da te: alcuni simpatici, altri antipatici, alcuni che ti inseguono per farti del male, altri che ami e vorresti sempre accanto. Di che cosa siete fatti ‘tu’ (il protagonista del sogno) e tutti gli altri personaggi apparentemente separati? Di una sola e unica coscienza: quella del sognatore che sta dormendo tranquillamente nel proprio letto.Noi siamo i personaggi del ‘sogno’ o del ‘film’ dell'universo, fatti di una stessa e sola luce bianca che non nasce e non muore: la coscienza. Naturalmente, finché ti trovi nell'illusione del sogno, la separazione sembra reale e si sente, ma non per questo è meno illusoria. Il sogno è uno stato di coscienza diverso sia dal sonno profondo sia dalla veglia. Ma la coscienza che percepisce il sogno è forse un’altra rispetto a quella di veglia? Pensi che abbiamo più di una coscienza? Oppure sia nel sogno, sia nella veglia, ci sentiamo sempre uno stesso ‘io’ presente e cosciente? La coscienza del sognatore è una, indivisibile e contiene tutto il sogno.  Il mondo e la coscienza appaiono sempre insieme, senza eccezione. Quando due cose appaiono sempre e soltanto insieme, dobbiamo concludere che non sono due ‘cose’, ma due aspetti diversi della stessa cosa. Il ragionamento è semplice:1) Noi siamo dotati di coscienza   2) Noi non siamo separati dall'universo, che ci include. 3) Ergo: l'universo è un sistema auto-osservante dotato di coscienza, il quale vede se stesso attraverso noi.   Nell'advaita c'è una metafora che rende bene l'idea: quando guardi un vaso, facilmente puoi farti l'idea che ci sia uno spazio ‘dentro’ separato dallo spazio ‘fuori’. Il vaso simboleggia il nostro corpo/mente e lo spazio la consapevolezza. Così crediamo che la 'nostra' consapevolezza sia qualcosa di limitato e separato, dentro al corpo/mente. Ma non è lo spazio ad essere dentro al vaso, è il vaso ad essere letteralmente immerso nello spazio e fatto di spazio. Infatti tutte le sensazioni fisiche che chiamiamo 'corpo' e tutti i pensieri che chiamiamo 'mente' appaiono soltanto nella e come consapevolezza.  Ciò che veramente siamo non nasce e non muore. Quando c'è l'ego, è la Presenza che appare come ego. Quando non c'è, è la Presenza che appare come non-ego.  Quindi puoi rilassarti e riconoscere che sei sempre l'infinito spazio senziente che non nasce e non muore.pieghi che cosa intendi per ‘meravigliosa unità del Tutto’, di cui parli spesso?

L'unità del Tutto. Quando si scopre la completa identità fra sé e il tutto, ogni ‘interazione’ diventa obsoleta: invece di una relazione fra due entità separate, c’è un solo Essere che danza.  Mentre guardi un fiume, ti accorgi che la sua acqua assume infinite forme diverse: c’è un gorgo qui che ti sembra separato da un altro lì, e così via.  A un certo punto decidi di 'catturare' il gorgo più vicino con un secchio: ma appena lo fai, si dissolve e ti ritrovi con un secchio d'acqua stagnante. La rigetti nel fiume, ed ecco che di nuovo comincia a scorrere, formando mulinelli. Allora ti rendi conto che tutti questi gorghi sono inseparabili dal fiume, che non esistono come entità isolate, che sono la semplice azione di un'unica corrente d'acqua: ogni gorgo è il modo in cui si manifesta in quel punto l'indivisa corrente del fiume. C'è un’unica cosa: l’acqua del fiume. I gorghi sono solo azioni del suo movimento incessante.  Questa è l'unità del Tutto.   I taoisti raccontano una parabola:

Un barcaiolo si trova nella nebbia, lungo il fiume.  A un certo punto, si accorge che la sagoma vaga di una barca sta venendo dritta verso di lui, contromano. Grida all'altro barcaiolo di scansarsi, ma non riceve risposta. La barca continua a puntare dritta contro la sua. Il barcaiolo va in collera e comincia ad inveire contro l'altro, ma invano. Quando l'altra barca giunge più vicina e diviene ben visibile, il barcaiolo si accorge che è vuota: nessuno la guidava, si è solo sciolta dagli ormeggi per via della corrente. Allora tutta la rabbia del barcaiolo svanisce.

Quando pensiamo che gli altri abbiano un 'io' separato che li guidi, prendiamo tutto sul piano personale e restiamo in balìa della nostra rabbia. Quando li vediamo come barche vuote che seguono semplicemente la corrente, ovviamente li evitiamo, ma niente turba la nostra pace.

La coscienza e i pensieri.  La coscienza percepisce i pensieri, mentre i pensieri non percepiscono proprio niente: semplicemente appaiono e scompaiono alla luce della coscienza. Senza la coscienza, i pensieri non possono apparire, mentre la coscienza senza i pensieri fa tante altre cose: sente odori, sapori, colori, percezioni fisiche, ecc. La coscienza c'è sempre: prima, durante e dopo che un pensiero si è manifestato. Se cade l'illusione di un io separato, appare chiaro che siamo l'universo intero: un unico grande processo che non nasce e non muore.  C'è una differenza sostanziale fra la coscienza (che osserva) e il pensiero (che viene osservato).  Questo processo di identificazione con i pensieri è come dimenticarsi di avere sul naso un paio di occhiali: non puoi più osservare i pensieri (che diventano invisibili, proprio come gli occhiali sul naso). Osservare il dolore e i pensieri è come sfilarsi gli occhiali e posarli sul tavolo: adesso non vedi più tutta la stanza colorata e distorta dalle loro lenti, ma vedi gli occhiali come un semplice oggetto fra i tanti altri presenti di fronte a te.

L'Io. Non è il corpo, non è la mente, non è la coscienza: è una semplice parola, un nome per indicare di volta in volta cose diverse. Dunque 'io' è una semplice parola per indicare di volta in volta le sensazioni fisiche che chiamiamo 'corpo', i pensieri che chiamiamo 'mente' e infine la coscienza.  E' la coscienza che percepisce il pensiero come un oggetto passeggero che va e viene. Dunque la coscienza percepisce i pensieri che chiamiamo 'mente' e non viceversa. Perciò c'è una sostanziale differenza fra la coscienza da un lato e il corpo-mente dall'altra: il corpo-mente è fatto di sensazioni e pensieri che appaiono e scompaiono come semplici oggetti percepiti dallo e nello spazio della coscienza.   Immagina un foglio bianco con un puntino nero in mezzo. Il foglio è lo spazio della coscienza senza cui nulla potrebbe apparire e il puntino è il corpo-mente.  Chi sei tu? Un puntino nero su un foglio bianco, o un foglio bianco con un puntino nero?  La coscienzae percepisce tutto, per cui non è in grado di osservare se stessa come se fosse un oggetto fra gli altri oggetti, proprio come l'occhio può vedere tutto tranne se stesso.   Ciò non significa che allora non ne puoi avere esperienza, solo che non è una esperienza 'oggettiva'.  La coscienza è totalmente libera, come lo spazio è libero da tutti gli oggetti che contiene. 

La mente: La mente non esiste, è una semplice astrazione. 'Mente' è solo una parola, un termine collettivo per indicare la totalità dei pensieri. Se ti guardi dentro in cerca della mente, non la trovi: percepisci solo una serie di pensieri che velocemente appaiono e scompaiono. Una parola può forse ‘fare’ qualcosa? Può essere cosciente? Può osservare? Dunque, se la mente è solo una parola, non può fare niente, tanto meno osservare se stessa o altro. E' la coscienza che osserva tutto, compresi ì pensieri che chiamiamo 'mente'. Nella sua immediatezza e semplicità, la coscienza non può essere condizionata da nulla, perché tutti i condizionamenti sono pensieri e concetti accumulati nella memoria che stanno sempre dalla parte di ciò che è osservato, mai dalla parte di chi osserva. Non esiste dunque un’autosservazione della mente: c’è solo la coscienza che vede i pensieri, e questo avviene spontaneamente, senza alcuno sforzo. Accorgersi dei pensieri non è una pratica: semplicemente accade. La coscienza osserva tutto: sia le percezioni visive, uditive, ecc. che chiamiamo 'mondo', sia le sensazioni fisiche che chiamiamo 'corpo', sia i pensieri che chiamiamo 'mente'. Praticare l’'autosservazione' significa limitare il campo dell'attenzione solo ai pensieri che chiamiamo 'mente', escludendo tutto il resto e rinforzando così l'illusione che 'io' sia separato dal mondo 'esterno'. Invece, se osservi tutto quello che c'è ad ogni momento, accanto ai pensieri tristi ci saranno anche tante altre cose: il sole che filtra fra le foglie di un albero, le candide nuvole che veleggiano nel cielo, la freschezza di un bicchier d'acqua, il vento che accarezza la pelle, il sorriso di un bambino. Allora è difficile sentirsi soli.

Il pensiero critico è sempre indispensabile nell’analisi dei problemi specifici della realtà. Per quanto concerne però le grandi domande universali sull’esistenza, sulla nostra vera identità o sul ‘senso’ della vita, esso è di fondamentale importanza soltanto per decostruire i filtri con cui distorciamo la realtà, ossia per vedere ciò che è falso come falso: allora Ciò che è diventa evidente da sé. Ma, oltre questo punto, ostinarsi ad usare il pensiero critico risulta controproducente: è come continuare a prendere una medicina dopo che si è guariti. Nella mia comunicazione uso il pensiero sia per decostruire le false idee su noi stessi e sulla realtà, sia per indicare (come fa il dito con la luna) o suggerire ciò che è oltre la sua stessa portata.

Amore.  C'è un'unica, indivisibile Vita che si manifesta attraverso ogni cosa. L'espressione di questa unità è l'amore. Quando ami qualcuno, non desideri forse diventare tutt'uno con lui/lei? Quando viviamo la illusoria separazione fra corpo e corpo, fra anima e anima, l'amore è l'anelito a ricomporre l'unità apparentemente perduta. Quando viviamo l'unione con il tutto, l'amore è l'espressione naturale di tale unione. Senza il riconoscimento della non separazione, tutto sembra sempre meschino e gretto. amicizia.  . 


giovedì 9 marzo 2023

Tony Parsons - 2

"I principianti che partecipano a questi incontri sono lasciati senza nulla. Queste conferenze si fanno a livello di parola, ma in questi incontri accade qualcosa su di un piano di saggezza non verbale. Si tratta di una risonanza che si manifesta e si può sentire nella stanza perché quella comunicazione non è un insegnamento, semplicemente perché non c’è nessuno che impara, c’è solo il bisogno di un richiamo a qualcosa di già conosciuto".  Tony Parsons     .

Per conoscere Tony Parsons (1953- ) vedi anche: http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/vedanta/parsons2.htm


Incontrare Tony Parsons significa trovarsi di fronte a un paradosso. Tony appare come una persona comune e ordinaria, ma il messaggio che condivide è unico, rivoluzionario e comunicato con gentile ma impersonale autenticità che emana da un'assoluta chiarezza. Tony Parsons indica senza compromessi che qualsiasi ricerca della Verità è assolutamente inutile perché essa è già totalmente presente come lo spazio in cui ogni cosa accade, ovvero il nostro essere, la nostra stessa natura. In questo riconoscimento colui che cerca, si dissolve accanto alla ricerca spirituale: quello che resta è ciò che è, una presenza che è amore incondizionato.  I workshop di Tony Parsons sono semplicemente una descrizione di qualcosa, non sono un insegnamento, sono semplicemente uno spunto attraverso il quale l’identità potrebbe morire come è successo a lui. Un giorno, in un parco ha fatto un'esperienza straordinaria, si è sentito semplicemente parte del Tutto, la sua identità era totalmente scomparsa e l’illusione che ci sia qualcosa era stata distrutta completamente. Nei workshop Tony espone che noi siamo un’illusione, poi descrive la natura del tutto, della completezza. E’ un’operazione molto difficile perché la natura del Tutto è inconoscibile. C’è solo il Tutto, ad un certo punto gli individui appaiono. Noi siamo energia contratta, questo è il senso del vivere, questo è quello che Tony sentiva, che viveva in un corpo. Il parlare è una scusa per far si che qualcosa accada. 

"Cosa sono Io, se non ho una identità personale?"  Tony Parsons propone che non c’è un individuo libero di scegliere. In alcune persone scatta una risonanza perchè sono immerse nella sola effettiva realtà.
Io e te siamo seduti uno di fronte all’altro, ma questa è un’apparenza, non c’è niente che appare e non c’è niente qui. Vediamo quello che apparentemente appare. Non c’è niente che abbia un significato, gli individui investono tempo e energia per realizzarsi. Vedi quel fiore, è giusto quello che è, siamo noi che diamo al fiore un significato. Tony Parsons parla così dei partecipanti ai suoi incontri: "Tutti i partecipanti nella stanza sono l’assoluto che si ricorda che è". Quando quel messaggio radicale è inteso, il mentale cerca di svalutarlo, denigrarlo o perfino ad evitarlo e persiste a volere che gli si dica che c’è un processo da seguire.

 Le persone che assistono a questi incontri hanno  la mente che cerca qualcosa da compiere e questo è frustrante, ma qui la mente non ottiene nessun compromesso. E’ chiaro. La mente non può più aggrapparsi a qualcosa e finisce per  abbandonarsi con grande sollievo. Questo è il processo che si produce al momento della morte e allora perché aspettare la morte fisica per vivere questo momento? Quando il risveglio arriva, si prova semplicemente gioia senza causa. Le persone mi chiedono “che posso fare per favorire il risveglio?” e io gli rispondo: “Non cercate ciò che potete fare, ma rendetevi conto che la vita si produce, semplicemente, e che non si produce per nessuno in particolare". Nei ritiri e negli incontri, c’è molto silenzio. In quel silenzio, ciò che dico alle persone è che tutto quello che accade è qui … e più tardi, quando prendo la parola, dico ancora: "Tutto ciò che è, è qui".  "Esiste solo l'essere senza la conoscenza dell'essere" - Tony Parsons.

Ciò di cui parliamo è un mistero. Un’altra realizzazione che arriva dal risveglio è che non c’è destino, niente è mai avvenuto, niente avverrà mai. Perché tutto quello che c’è è questo. E’ tutto. E’ veramente questo il messaggio, molto semplicemente. 
"Ciò che desideriamo più di ogni altra è in realtà del tutto semplice, immediato e disponibile. E, strano a dirsi, ciò che desideriamo non ci ha mai abbandonati". 
[...] Ciò che accade è che, quando siamo bambini piccoli, esiste solo l'essere senza la conoscenza dell'essere; c'è solo l'Essere. Poi arriva qualcuno che ci dice: «Tu sei Bill» o «Tu sei Mary», «Tu sei una persona». E in un modo o nell'altro, la mente - il pensiero dell'«io», l'identità, l'idea «Io sono una persona» - assume il controllo dell'energia dell'essere e lo identifica come Bill o Mary o quant'altro. S'impadronisce dell'essere e gli dà un nome. Nascono le parole, nascono le etichette, e l'intero concetto di «me» diviene il principale investimento della vita. [...] .  L'intero obiettivo è: «Io sono una persona e devo far funzionare la mia vita»,
E così vieni nutrito e cresciuto a forza di liste di cose da fare. Prima cosa essere un bravo bambino, poi un bravo studente... E poi c'è la lista dei requisiti per essere un bravo lavoratore, di solito seguita da quella per diventare un bravo marito, o moglie o partner. [...]
L'idea del «te» è continuamente rafforzata. [...] La finzione del «me» continua a essere convalidata persino nella ricerca dell'illuminazione, perché ciò che un cosiddetto maestro vi dirà è: «Io ho conseguito l'illuminazione e ora sono una persona illuminata e anche tu potrai diventare una persona illuminata». [...]    Se vuoi, puoi chiudere gli occhi e percepire l'energia che pensi sia quel «te», È come una sensazione di vitalità... [...] 
Ma quell'energia, [...] quella sensazione di chi pensi di essere - quella sensazione di vitalità ed energia - è l'essere; è solo l'essere. Non è mai venuta e non se n'è mai andata, non ti ha mai lasciato; è sempre stata presente. Pensavi che fosse "te", ma è solo il puro essere. Non è chi sei, ma ciò che sei. Ciò che sei è semplicemente essere, presenza, vita. Tu sei vita, la vita che accade [...].
La mente vorrà chiacchierare di questa cosa [...]. Accadrà che le sue domande non avranno risposte e capirà che non andrà da nessuna parte, perché è così che le cose stanno. La mente vuole dire: «Sì, ma...» [...].
Ma ad un certo punto la mente vorrà arrendersi. E alla fine, tutto ciò che sarà visto è che c'è solo la vita.
Se chiudi gli occhi, tutto ciò che trovi sono delle sensazioni. [...] Il corpo che sta seduto sulla sedia; una brezza leggera che entra dalla finestra; il rumore dei fogli di carta stropicciati; le auto che passano... Non c'è alcuna storia. La storie sono solo una finzione, perché c'è sempre stato solamente questo. [...] Tutto ciò che sta accadendo è semplicemente l'invito a vedere, che tutto ciò che esiste, è questo. In ogni momento la vita ti dice: «Guarda, c'è solo la vita. Non c'è alcuna storia, c'è solo la vita". "Semplicemente c'è la manifestazione dell'Uno"
"Penso che in molti modi, ciò che accade qui, è che la mente si fa avanti con l'intenzione di ottenere qualcosa e poi comincia a rendersi conto che non sta ottenendo un bel niente, perché non c'è niente che le viene dato. E così continua a farsi avanti, sempre con l'idea di ottenere qualcosa e alla fine poi si arrende. [...] 
Il risveglio non è affatto un'esperienza. [...] Qualunque cosa accada a Tony Parsons - tutto ciò che accade adesso: le braccia che si muovono, la voce che viene fuori, il fatto che è un po' caldo qui, il tossire di qualcuno - è semplicemente la manifestazione dell'Uno. [...]
Tony Parsons è solo un'apparenza; è solo un personaggio nel gioco e non significa nulla [...].
 
Quando ha luogo la separazione, sopraggiunge l'«io-pensiero» e, come un cuculo, si piazza nel nido e si mette seduto sulla consapevolezza presente. Da quel momento in poi, il «me» pensa di essere la totalità dell'universo e ogni cosa che emerge viene apparentemente vista dal «me».

Durante tutta la mia prima vita ho sentito che c'era un'altra possibilità che, una volta realizzata, avrebbe trasformato tutto e tutti. Un giorno quella possibilità divenne realtà, ed era semplice e ordinaria, magnifica e rivoluzionaria. È "il segreto aperto" (The open secret) che si rivela in ogni parte della nostra vita. Ma la realizzazione non emerge attraverso i nostri tentativi di cambiare la nostra vita, arriva come una riscoperta diretta di chi è che vive. The Open Secret' è un'opera singolare e radicale che parla della liberazione fondamentale che è assolutamente al di là dello sforzo, del percorso, del processo o del credo.
La liberazione avviene quando questo individuo semplicemente collassa, non c’è più l’"io", il sè, e il senso d’identità scompare. La liberazione non ha niente a che fare con il tempo, la storia, la ricerca ed è è totalmente inconcepibile che ci sia un guru, un qualcuno ti indichi il percorso per la liberazione,

Occorre liberarsi dall’illusione di essere imprigionati in una separazione. L’individuo vive nelle storie, se non c’è la storia non c’è individuo. Da qualche parte c’è una risonanza, ma questo è totalmente impersonale. C’è la cognizione che è la fine di qualcosa che non è mai esistita. Non c’è un processo da A a B. L’insegnamento di indicare il mezzo per trovare qualcosa è una manifestazione del dualismo, l'insegnamento per Tony  è un messaggio totalmente non dualista, impersonale.
L’individuo non può vedere il fiore come realmente è perché l’individuo vede il fiore come un oggetto separato,  e vive in continua insoddisfazione. Poi, ad un certo punto,  questa energia (individuo) che vede ogni cosa come separata, improvvisamente collassa, c’è ogni cosa e niente nello stesso tempo. 
 
Non c’è un individuo separato libero di scegliere e di volere. L’individuo cresce e pensa di avere una capacità decisionale, il cervello fa una costruzione e assume che è un mondo separato. Tutto quello che c’è, è energia. Per la fisica quantistica ogni cosa è vibrazione. L'insegnamento è basato sulla negazione che tu, per esempio, puoi scegliere di meditare, questo è dualismo. Non c’è possibilità che qualcuno ti indichi la via per arrivare all’illuminazione. 
Quando l’energia individuale collassa, quando il costrutto artificiale collassa, non lascia niente.
Non c’è consapevolezza, coscienza, centro. Non rimane niente, solo quello che apparentemente accade. Bisogna lasciare che la vita si manifesti. E’ giusto quello che accade.
Abbandonarci alla vita suppone che ci sia qualcuno, suppone un processo di A verso B, la NON dualità non è questo. "Something has to happen". Il ricercatore spirituale cerca sempre che qualcosa accada. La liberazione invece non accade.  Non è un lasciarsi andare al flusso della vita. E’ la fine, é la fine di se stessi.
Noi abbiamo l’impressione di essere seduti qui, Ma non c’è niente che accade, e questo NON può essere compreso. La vita dell’individuo è una storia inventata. Quello che sta accadendo è che il cervello sta dicendo muovi il fiore e poi la mia identità dice che è stato lui. The open secret non è dire questo è vero o questo è falso, ma questo è quello che accade. Non c’è né pace, né armonia. Noi abbiamo perso la coscienza e cerchiamo di ritrovarla, anche questo è una storia falsa. Non c’è niente fuori che sta facendo qualcosa. Il mio messaggio non è di aiutare o abilitare le persone a capire.
Non c’è una coscienza da sviluppare, ogni cosa è assolutamente e completamente perfetta. Il tutto non ha bisogno di niente. Non c’è un ruolo dell’umanità. Per avere un ruolo ci deve essere una storia.
Cinquanta anni fa anni fa c’erano ancora autorità religiose e maestri, Quello che sta succedendo oggi è che i patriarchi, le autorità religiose e politiche stanno collassando. Le persone vogliono essere libere e all’autorità sta subentrando l’anarchia.
The open secret non è un messaggio ma è solo pura anarchia e mette in discussione l’ordine esistente. Occorre smantellare il sistema negando qualsiasi autorità. Non c’è tradizione, gerarchia. C’è solo quello che accade.
C’è un'illusione di individualità dove c’è causa ed effetto. Non esiste un messaggero, c’è solo quello che accade. Quello che sto comunicando esce dal nulla. C’è una risonanza che si manifesta, non c’è una agenda.
Nell’individuo c’è una insoddisfazione di fondo, perché quello che prova è di essere separato dal tutto, siamo attratti da chi può darci amore; l’impeto di questa energia e andare verso un’altra energia; essere ricompensati di quello che abbiamo perso che è la completezza, il tutto.
L’individuo è bombardato dai cinque sensi, dal pensiero; cerca di trovare l’amore, potere, ricchezza, donne. Sta cercando di colmare un bisogno che non potrà mai essere colmato, l’amore incondizionato che abbraccia tutto come individuo non potrà mai essere colmato. Amore incondizionato è accettare tutto, accettare Hitler, il terrore, la guerra, ecc.
Totale accettazione senza condizione e senza giudizio. Ogni cosa accade e tu pensi che accade a te; Improvvisamente l’io può sparire e resta solo ciò che sta accadendo e non c’è più nessuno qui.  C'è giusto quello che sta accadendo. Quando non c’è più nessuno, non c’è più il desiderio.
Ti svegli la mattina e pensi cosa farò oggi? Non programmi? No, non programmo, il programmare accade;  Nel sonno profondo, la notte, l’illusione di essere qualcuno è completamente scomparsa. Non c’è nulla. L’io è ricostruito ogni mattina dal cervello, io mi lavo, pulisco i denti, ecc, la storia ricomincia ad andare avanti.
Il messaggio finale è questo: quello che cercate è costantemente con voi, ed è già qui. Non c’è un processo individuale creativo, c’è solo la totalità che apparentemente crea. E’ giusto qualcosa che esce dal nulla.

sabato 18 febbraio 2023

Perché meditare - Mauro Bergonzi

Appunti presi durante gli incontri di ‘condivisione dell’essere’ (sat-sang) organizzati da Mauro Bergonzi.  Mauro Bergonzi è docente di “Religioni e Filosofie dell’India” presso l’Università degli Studi di Napoli “L’Orientale” e socio ordinario della International Association for Analytical Psychology (I.A.A.P.) e del Centro Italiano di Psicologia Analitica(C.I.P.A.). Ha pubblicato articoli e saggi sui processi meditativi nel buddhismo antico, sulla psicologia del misticismo, sul simbolismo religioso, sull’incontro tra Oriente religioso e Occidente contemporaneo e sul dialogo interculturale fra psicologie sapienziali orientali e psicologia occidentale. .

Quando una persona inizia una pratica di meditazione,  deve sapere quale scopo e quale risultato vuole ottenere. Ad esempio nelle pratiche buddhiste, si vuole arrivare ad una quiete e una visione profonda delle cose. Occorre quindi scegliere una pratica per ottenere risultati specifici e praticare assiduamente. Il primo obiettivo della meditazione è arrivare ad una quieta profonda, all’armonia corpo e mente, al risveglio delle energie. Il secondo obiettivo è quello di arrivare al risveglio o alla liberazione, mettersi sul cammino della felicità stabile, incoraggiati dalle persone che hanno sperimentato questo stato. Quando nasciamo, siamo gettati nella vita, proveniamo dal buio e ci troviamo nella luce, ci sentiamo piccoli, fragili, incompleti, cerchiamo la totalità (Dio, l'assoluto, il vero sé).  Ma se il tutto è tutto, come potrebbe non essere già qua?  Questa ricerca rinforza una visione illusoria, posso dire che non so che cosa è il tutto, ma posso asserire con sicurezza che sta già qua. È come la storia della signora che cerca la collana, la cerca dappertutto, ma non l’ha mai persa, in quanto si trova intorno al suo collo. La ricerca è l’ostacolo per trovare ciò che si sta cercando, in quanto noi ci percepiamo come qualcosa di separato dal tutto. Cerco fino a quando non trovo; nella meditazione cerco fino a quando non collasso, ma se non è già qui, non è quello che cerchiamo.

Il piacere della pace profonda, è uno stato costruito della mente, e quindi prima o poi se ne andrà. Si cerca di stare in questo stato finché dura, ma tutto ciò che nasce muore, non c’è eccezione nella natura, se possiamo raggiungere la liberazione possiamo anche perderla. La meditazione è quindi una caccia al tesoro, come il diamante che viene scoperto in tasca, dopo aver fatto varie tappe ed essere ritornati alla casa di partenza, e constato che durante tutto il percorso era già in nostro possesso.

Tony Parsons, uno dei teorici del non dualismo, racconta la storia del monaco che copiava manoscritti, ad un certo punto ha un dubbio su una frase che trova su un manoscritto, va a cercare l’originale e scopre che la parola celibato era stata sostituita con celebrare, quindi scopre che nella vita non bisogna adottare il celibato ma celebrare la vita. La meditazione è la celebrazione della vita, la vita può essere celebrata in diversi modi: con un atto di amore, con una passeggiata nella natura ecc. La meditazione è la celebrazione della vita, l’esplosione della vita nel silenzio.  L’universo o non ha scopo oppure è una danza e un gioco. La vita non si può evitare, la vita è un dato innegabile e sapere di esserci è un fatto incredibile.

La meditazione è un optional, un ornamento per esaltare la vita, è un modo per coprire la nostra nudità. Durante la pratica spirituale occorre decostruire, togliere, smantellare tutti i meccanismi e condizionamenti che ci fanno soffrire. La contemplazione non porta a niente, la meditazione è uno spazio maggiore alla ricettività, ma non aiuta a decostruire l’io. E’ necessaria l’accettazione, puoi arrivare alla comprensione dell’io come costruzione, ma non hai il potere di mostralo ad altri.


Sito http://www.consapevol-mente.it/mauro-bergonzi/     Bergma@libero.it

 Bibliografia

  •  1) “Mandala buddhista e vista simbolica”, Conoscenza religiosa n.1-2 (1979), pp. 174-193.
  •  2) “Osservazioni su samata e vipassanā nel buddhismo theravāda”, Rivista degli Studi Orientali, vol. LIV, fasc. I-II e III-IV (1980), pp. 143-170 e 327-357.
  •  3) Inchiesta sul nuovo misticismo, Roma-Bari 1980 (ed. Laterza).
  •  4) “Il buddhismo in Occidente”, in H.-Ch. Puech (a cura di), Storia del Buddhismo, Roma-Bari 1984 (ed. Laterza), pp. 305-396.
  •  5) "Riflessioni su buddhismo e Occidente contemporaneo", La Critica Sociologica, n°111-112 (ottobre 1994 - febbraio 1995), pp.85-101.
  •  6) "I tre risvegli del Buddha", Atti della Giornata di Studio: "Psicologia e Meditazione: Consapevolezza, Discriminazione, Ascolto. Tre Vie di Accesso al Transpersonale, Torino 1997, pp.14-22.
  •  7) "Adattamento e istinto spirituale", Studi Junghiani 5/6, vol. 3, n. 1/2 (Gennaio-Dicembre 1997), pp.89-92.
  •  8) "La consapevolezza fra psicologia del profondo e meditazione orientale", In/Formazione. Psicologia, psicoterapia, psichiatria, n° 34-35 (maggio 1998 - marzo 1999), pp.6-27).
  • 9) "L'atteggiamento transpersonale", Studi Junghiani 10, vol. 5. n. 2 (luglio-dicembre 1999), pp.91-110.
  •  10) “Prassi psicoanalitica e prassi meditativa orientale: un confronto interculturale”, in Atti del Convegno: “Crisi del freudismo e prospettive della scienza dell’uomo”, Roma 2000 (Nuove edizioni romane), pp. 25-38.
  •  11) “Riflessioni sulla morte nell’India religiosa”, in Aa.Vv. (a cura di L. Crozzoli Aite), Sarà così lasciare la vita?, Milano 2001 (Ed. Paoline), pp. 215-227.
  •  12) “Il Sé come fattore di salute e guarigione”, Studi Junghiani 13, vol. 7. n. 1 (gennaio-giugno 2001),
  •  13) “La dimensione soteriologica nel pensiero filosofico-religioso indiano”, in AA.VV. (a cura di G. D’Erme), Fedi e culture oltre il Dio di Abramo, Napoli (Ed. Guida), 2003, pp.169-183.
  •  14) “Comparatismi e dialogo interculturale fra filosofia occidentale e pensiero indiano”, in Maria Donzelli (a cura di),Comparatismi e filosofia, Liguori Editore, Napoli 2006, pp. 262-295.
  •  15) “Riflessioni sulla psicologia del misticismo”, in R. Conforti e G. Scalera McClintock (a cura di), La mente e l’estasi, Rubbettino, Soveria Mannelli 2010, pp. 221-297
  •  16) “Psicoanalisi e meditazione orientale. Una prospettiva interculturale”, in Cloe Taddei Ferretti (a cura di), Scienza cognitiva. Un approccio interdisciplinare, Il Pozzo di Giacobbe, Trapani, 2011, pp. 291-331.
  •  17) Il sorriso segreto dell’essere, Milano 2011 (Mondadori).

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