Visualizzazione post con etichetta Spiritualità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Spiritualità. Mostra tutti i post

lunedì 5 ottobre 2026

San Francesco e l'amore universale

Il 3 ottobre 1226, alla Porziuncola, vicino ad Assisi, moriva Francesco. Nel 2026 se ne celebra l'ottavo centenario in tutto il mondo, cristiano e laico. Dal 2026 il 4 ottobre è tornato a essere festa nazionale (Legge 8 ottobre 2025, n. 151), una scelta che invita a riflettere sui temi centrali del suo messaggio: il legame con la natura, il dialogo interreligioso, il rifiuto del materialismo, la fratellanza. Molti di questi temi confluiscono nel Cantico delle creature. Ma quanto sappiamo davvero di Francesco?

Francesco nacque ad Assisi tra la fine del 1181 e il 1182. Il padre, Pietro di Bernardone, era in viaggio in Francia e la madre, Pica, lo fece battezzare con il nome Giovanni. Al ritorno il padre lo chiamò Francesco, "il francese", un nome fino ad allora poco diffuso in Italia.  Da giovane sognava un destino da cavaliere, suonava, organizzava feste, amava apparire ed era piuttosto egocentrico: oggi lo definiremmo un influencer. Provava repulsione per i lebbrosi. Nella guerra tra Perugia e Assisi fu fatto prigioniero e liberato dopo il pagamento di un riscatto, ma tornò a casa molto malato. Quando si riprese, anche se non del tutto, decise di partire in guerra al seguito di un nobile diretto in Puglia. A Spoleto si sentì male e in sogno il Signore gli disse di tornare ad Assisi. Tornò e riprese a far festa, ma era sempre più inquieto e pensava perfino di prendere moglie.

Fu nella chiesetta di San Damiano che riascoltò la voce: «La mia casa sta crollando a pezzi, restaurala tu». Francesco iniziò a rimettere in piedi le pietre, ma il Signore parlava dei valori della Chiesa come istituzione, e fu solo dopo un po' che capì il messaggio. Lasciare gli amici non fu facile, ma lo fece: andò dai lebbrosi, tese loro la mano, vendette tutto. Il padre lo picchiò e lo chiuse in casa. Davanti al vescovo, Francesco rinunciò all'eredità, restituì soldi e vestiti e rimase nudo; il vescovo lo coprì con il suo mantello. Da allora si innamorò della povertà, che considerava la sposa di Cristo, e volle sposarla.

Molti giovani nobili e benestanti seguirono Francesco lasciando le proprie famiglie: fu una vera e propria rivoluzione, paragonabile al 1968, che dimostrò che un altro mondo era possibile. Chiamò i suoi seguaci "frati minori" e chiese loro di versare compassione su tutti gli esseri viventi: «Dovete essere i giullari di Dio, gli ultimi degli ultimi». Il gruppo era in origine una comunità di laici, con una regola uguale al contenuto dei Vangeli, e decise di andare a Roma per farla riconoscere da Innocenzo III, uno dei papi più politici e potenti, che approvò l'ordine sperando in un rilancio della Chiesa. Francesco divenne diacono per poter scrivere la Regola che sentiva dettata dal Signore. Più tardi rinunciò alla guida dell'Ordine per essere davvero l'ultimo degli ultimi.

Nel Testamento, la sua autobiografia spirituale, si definisce "frate Francesco" e dichiara la propria fede nella Chiesa, di cui si professa figlio obbediente, non eretico. In quelle pagine sono centrali la devozione al corpo di Gesù e alla sua parola scritta.  Poi arrivò la predica agli uccelli, che tutti i pittori dell'epoca scelsero di raffigurare. Amava in particolare il canto delle allodole: la leggenda dice che alla sua morte un branco di allodole cantò sulla sua tomba.

Nel 1212, nel Duomo di Assisi, ad ascoltarlo c'era Chiara, diciottenne di famiglia nobile. Francesco la consacrò al Signore e lei visse in totale povertà. La seguirono anche la madre e le sorelle, mentre gli altri parenti furono sconvolti dal dolore e dall'incomprensione. Santa Chiara (1194-1253) fondò l'ordine delle Sorelle Povere, le Clarisse, e fu stretta collaboratrice spirituale del Poverello, con cui condivise l'ideale della povertà radicale.

Francesco tentò più volte di raggiungere i luoghi delle crociate per fermare la guerra. Nel 1219, durante la quinta crociata, amareggiato dal comportamento dei crociati e sconvolto dalla vista dei morti, attraversò le linee del fronte. Fu catturato, picchiato e portato davanti al sultano al-Kamil. Secondo il racconto, la conversazione durò tutta la notte: Francesco parlò di Cristo, il sultano lesse parti del Corano e si trovarono d'accordo sul messaggio «Ama il prossimo tuo come te stesso». Al mattino il sultano lo lasciò tornare incolume al campo crociato. Non poterono fermare la guerra, ma trovarono molti punti in comune.  È l'episodio che Tiziano Terzani ricorda in Lettere contro la guerra, nel capitolo "Il sultano e San Francesco": l'interesse del santo era per gli "altri", per quelli contro cui combattevano i crociati. Per Francesco il rifiuto della violenza equivaleva al rifiuto della ricchezza, e nella Regola chiese ai frati di evitare le liti con i saraceni e gli altri non cristiani.

Nel 1223 fece realizzare a Greccio il primo presepe. Intanto la comunità era cresciuta molto e alcuni frati cominciarono a contestarlo. Francesco entrò in crisi e nel 1224, alla Verna, chiese un segno a Dio e ricevette le stimmate, le ferite corrispondenti a quelle della Passione di Gesù. 
Nel 1225, a San Damiano, malato, scrisse il Cantico delle creature, considerato il primo testo poetico della letteratura italiana; secondo la tradizione ne compose anche la musica, e i frati dovevano cantarlo dopo le messe. Lodare il creato era una novità assoluta, soprattutto perché lo stesso Innocenzo III aveva scritto un libro sull'orrore dell'esistenza (De miseria humanae conditionis). Il Cantico è dedicato all'Altissimo e loda il sole, la luna, il vento, l'acqua, il fuoco. Le ultime strofe sono per la morte: c'è bellezza e luce anche lì, quando siamo abbracciati da lei.

Nel 1226, Francesco morì alla Porziuncola dopo aver chiesto di essere deposto sulla nuda terra, confermando fino alla fine il voto di povertà. Mentre abbracciava "sorella morte", i frati cantavano che l'uomo che stava morendo era un giusto, un santo. Tutte le città, da Roma ad Assisi a Spoleto, volevano il suo corpo. Fu sepolto nella chiesa di San Giorgio, ad Assisi.

Francesco divenne santo senza smettere di essere uomo. Scoprì, attraverso il dolore, che Dio è grazia. Non prometteva niente, solo pace, amore per gli altri e un sentimento divino verso la natura, e per questo, dicono i suoi biografi, non si poteva resistere alla sua "follia divina". Esistito davvero, non leggenda, ci lascia un messaggio ancora attuale: rivolgere lo sguardo ai più piccoli e ai più deboli. 

Quale Francesco? Le biografie.  Conoscere Francesco non è semplice. Papa Gregorio IX incaricò Tommaso da Celano di scriverne la vita: nella prima biografia Vita vennero elencati 7 miracoli compiuti da Francesco in vita e 39 dopo la morte, e nella seconda versione, la Vita breve, i miracoli aumentarono notevolmente. Seguirono altri testi, come La leggenda dei tre compagni, biografia molto popolare di autore incerto, e I fioretti di san Francesco.
Poi la Legenda maior di Bonaventura da Bagnoregio, quarant'anni dopo la morte, divenne la versione ufficiale e fu ordinato di distruggere gli scritti precedenti. Per fortuna molti documenti si salvarono e conservano tracce di aspetti che nella biografia autorizzata non compaiono. Alessandro Barbero (San Francesco, Laterza, 2025) ricostruisce questa storia e dà spazio ai codici inediti riaffiorati nei secoli, presentando le sette versioni della vita del santo.

Libri per approfondire.

Vittorino Andreoli, Il folle di Dio (De Agostini, 2025): lo psichiatra indaga la personalità di Francesco, dalla conversione alle stimmate, e ne ricava il ritratto di un uomo inquieto, capace di grandi rinunce.
Aldo Cazzullo, San Francesco, il primo italiano (HarperCollins, 2025): la storia del movimento francescano e il ruolo del santo nella nascita dell'identità linguistica nazionale.
G.K. Chesterton, San Francesco d'Assisi (1923): scritto l'anno dopo la sua conversione al cattolicesimo, vede in Francesco l'emblema di una fede semplice e possibile.
Frate Ippolito Fortino, 24 verbi di Francesco (Messaggero Padova, 2023): un percorso spirituale attraverso l'evoluzione di un uomo instancabile nella ricerca dell'Altissimo.
Chiara Frugoni, Francesco, storie di un santo: due momenti di incontro tra Francesco e la natura, raccontati da una delle maggiori esperte e illustrati da un artista.
Anthony Elenjimittam, Francesco d'Assisi. Lo yogin dell'amore universale (L'Età dell'Acquario, 1980): l'autore (1915-2011) fu sacerdote domenicano e monaco buddhista, e legge il santo alla luce dello yoga dell'amore universale e degli insegnamenti di Gandhi.
Quella di Elenjimittam è una chiave di lettura affascinante. L'amore universale non è un semplice sentimento ma una disciplina spirituale, che nasce dal superamento dell'ego e si estende a tutti gli esseri viventi, agli animali e alla natura, come nel Cantico. Si pratica con Ahimsa, la non-violenza assoluta nei pensieri, nelle parole e nelle opere, e con Satyagraha, la forza della verità capace di vincere l'odio con il bene. E si traduce in Seva, servizio concreto e disinteressato verso i poveri, gli emarginati, i sofferenti.
È la stessa idea di Radical Love proposta da Satish Kumar che attualmente ha 90 anni, Kumar è diventato celebre per una marcia per la pace di circa 13.000 chilometri tra il 1962 e il 1964.

Tra i film dedicati al santo troviamo:

Francesco d'Assisi (Michael Curtiz, 1961), produzione classica sugli anni della giovinezza e la fondazione dell'ordine.
Francesco, giullare di Dio (Roberto Rossellini, 1950), co-sceneggiato con Fellini, sulla freschezza evangelica dei primi frati.
Fratello sole, sorella luna (Franco Zeffirelli, 1972), il più celebre, con una conversione in chiave poetica e vicina alla sensibilità giovanile degli anni Settanta.
Le tre versioni di Liliana Cavani: Francesco d'Assisi (1966), che trasforma il santo in un giovane contestatore antiborghese; Francesco (1989), sul suo percorso psicologico e umano e su santa Chiara; Francesco (2014), sulla sua quotidianità e sul punto di vista di Chiara e dei primi compagni.
Francesco (Michele Soave, 2002), miniserie televisiva.
Il sogno di Francesco (Renaud Fely e Arnaud Louvet, 2016), sulla stesura della Regola e sul rapporto-scontro con frate Elia da Cortona.

Link ad articoli su San Francesco di Roberto Fantini:

  • https://www.flipnews.org/index.php/life-styles/spirituality/item/5281-il-4-ottobre-si-avvicina-prepariamoci-con-francescana-umilta-alla-fiera-dell-ipocrisia.html
  • https://www.flipnews.org/index.php/life-styles/spirituality/item/5251-il-messaggio-rivoluzionario-ignorato-e-tradito-di-francesco-d-assisi-molto-di-piu-di-prediche-agli-uccelli.html 

mercoledì 5 agosto 2026

Il pellegrinaggio di Ryōjun Shionuma

: "Ciò che conta non è come gli altri mi chiamano, ma come vivo quando nessuno mi osserva. Dai pellegrinaggi ho capito che poter aprire un rubinetto e bere è uno dei miracoli più grandi ". - Ryōjun Shionuma 

Il monaco buddhista Ryōjun Shionuma, unico uomo dell'era moderna ad aver completato il leggendario cammino ascetico del Sennichi Kaihōgyō (uno dei percorsi ascetici più duri al mondo), ci racconta perché il segreto della resilienza non è evitare la sofferenza, ma imparare a sorriderle mentre la si attraversa.

Per nove anni, a partire dal 1991, ogni primavera, ha percorso a piedi 48 chilometri al giorno tra le montagne sacre del Giappone. Ha affrontato neve, gelo, fame, malattie e il rischio concreto di morire, seguendo il Sennichi Kaihōgyō del Monte Ōmine, pratica millenaria dello Shugendō che pochissimi esseri umani hanno portato a termine.

Ryōjun Shionuma, nato nel 1968 nel nord del Giappone, è l'unico uomo dell'era moderna ad aver completato questa impresa. Un anno dopo concluse anche lo Shimugyō, nove giorni senza cibo, acqua, sonno né possibilità di sdraiarsi. Per questo in Giappone è stato soprannominato «Buddha vivente», titolo che lui continua a rifiutare con disarmante semplicità. Oggi dirige il Tempio Jigenji.

 «L’arte di sorridere in salita»(Vallardi), è un libro nato dall'incontro di Ryōjun Shionuma con la giornalista del Corriere della Sera e scrittrice Costanza Rizzacasa d'Orsogna. Dopo aver affrontato, nel giro di poche settimane, la perdita del padre e del gattino disabile, protagonista delle sue favole bestseller sulla diversità, e aver visto la propria casa gravemente danneggiata da un violento nubifragio, Rizzacasa d'Orsogna ha intrapreso un percorso di ricerca nella filosofia e nella spiritualità giapponese.

lunedì 11 maggio 2026

La banalità del bene

"La tecnologia ci informa in un minuto su tutto quello che sta accadendo nel mondo come atrocità, i giornalisti, avidi di sensazionalismo, ci inondano di immagini violente e barbariche. Purtroppo i media non menzionano (o raramente) ciò che c'è di bello, buono e semplice nel mondo, né vicino casa nostra.
    Penso che bisogna ridare speranza e un'immagine più giusta della natura umana. Una persona ventenne, in Europa, ha visto più di 40.000 immagini di morti violente sui media.
    La tecnologia ci rende consapevoli di tutto. C'è un'overdose di immagini aberranti e di barbarie. Questa fenomenale distorsione ci porta all'idea del "mondo cattivo". L'uomo sarebbe cattivo. Il mondo un pozzo di violenza.
  In realtà, la violenza non smette di diminuire da cinque secoli. La maggior parte delle volte, la stragrande maggioranza dei sette miliardi di esseri umani si comporta decentemente l'uno verso l'altro. Dimentichiamo la banalità del bene.
" - Matthieu Ricard 

 

Biologo molecolare, Matthieu Ricard è anche membro attivo dell'Istituto Mind and Life, associazione che cerca di approfondire la comprensione scientifica di come funziona la mente al fine di ridurre le sofferenze interne.
 Partecipa a progetti di ricerca sugli effetti dell'allenamento mentale, anche sulla neuroplasticità cerebrale, l'equilibrio emotivo e l'invecchiamento, con un accento sulle meditazioni sulla compassione, che hanno reso particolarmente chiaro le differenze tra empatia e compassione. Ha anche co-firmato molte pubblicazioni scientifiche.
 Infatti, una verità fondamentale viene spesso trascurata: la maggior parte degli esseri umani vive, agisce e interagisce con gentilezza, discrezione e decenza, ma questo non fa i titoli per i giornali.
 I media tradizionali e digitali hanno infatti un'attrazione per ciò che è raro, spettacolare o scioccante.

Non è una novità: una catastrofe attira l'attenzione, mentre un ordinario atto di solidarietà passa inosservato. Questo crea una distorsione cognitiva: finiamo per credere che violenza, cinismo e crudeltà siano ovunque, eppure rimangono minoritari in  proporzione.
    La realtà è più sfumata:
    • La violenza è diminuita (come dimostrato da Steven Pinker in The Better Angels of Our Nature).
    • Il bene è spesso silenzioso, quotidiano e invisibile. È un vicino che aiuta, uno sconosciuto che ascolta, una mano tesa nell'ombra.
    Questa "banalità del bene" merita un riconoscimento, non per negare gli orrori del mondo, ma per bilanciare il nostro sguardo e mantenere fiducia nella nostra umanità.
    Francine Drums

mercoledì 1 aprile 2026

Il Sorriso segreto dell'Essere - Mauro Bergonzi - 2

Mauro Bergonzi è docente d Religioni e Filosofie dell'India presso l'Università di Napoli e socio analista del centro Italiano di Psicologia Analitica.  A partire dagli anni '70 ha approfondito i percorsi meditativi di varie tradizioni orientali con uno spirito libero da dogmi e adesioni confessionali. Determinanti è stato il suo  incontro con gli insegnamenti di Nisargadatta Maharaji, Jiddu Krishnamurti e Tony parsons. Da diversi anni conduce gruppi di condivisione dell'essere (sat-sang) a Roma e Bologna.       

Il tesoro nascosto che cerchiamo è già qui con noi. Il risveglio consiste nella scoperta del proprio vero Sè, che coincide con la Totalità, oltre l'io individuale. La nostra natura originaria è perfetta così come è. La metafora nel buddhismo il sole è sempre lì, anche se coperto dalle nubi. Nell'Advaita vedanta si parla della signora che crede di aver perso la propria collana, mentre ce l'ha appesa al collo. Come dice Nisargadatta Maharaj: "Puoi trovare ciò che hai perdut, ma non puoi trovare ciò che non hai mai perso.  Invece di cercare ciò che non hai, scopri che cos'è che non hai mai perduto".  Il  Tao non conosce confini, eppure è sempre qui con noi. Se lo cerchi, lo perdi.

 

Esistenza e coscienza sono due parole per indicare la stessa cosa. Tutto ciò che apapre e scompare (suoni, colori, immagini, sensazioni, percezioni, ricordi, ecc) è dentro la Presenza-consapevolezza. la mente poi organizza le percezioni in insiemi separati, tracciando un confine tra le cose, me e il mondo, tra il dentro e il fuori.  E' la consapevolezza che vede tutto inclusa la mente.  Prima c'è la percezione, poi in un secondo momento sorge il pensiero "Io percepisco qualcosa" e nasce il dualismo tra osservatore e osservato. Tu non sei i molti, sei l'Uno. 

Non esiste un Io separato dall'Essere,  è l'Essere che fa tutto, compresa l'illusione di u n io separato. Noi siamo un'azione dell'Essere. Quando terminiamo di diventare diversi da quello che siamo, ci rilassiamo, smettiamo di fare e cominciamo veramente a essere.

Nel cammino della consapevolezza, si passa dalla prigione egoica alla posizione del testimone, in cui riusciamo ad essere spettatori di un fantasmagorico spettacolo sempre in movimento. L'osservatore e l'osservato sono due nomi diversi dello stesso indivisibile processo dell'osservazione. 

Il mondo esterno e la coscienza sono una sola e medesima cosa. la molteplicità delle menti individuali è solo apparenza, in verità c'è una sola mente - Schrodinger.  Anche Heisenberg ha affermato che al divisione del mondo in soggetto e oggetto, mondo interno e mondo esterno, corpo ed anima si rivela inadeguato e fonte di difficoltà. 

Dato che l'universo ci include, dire che noi osserviamo il mondo esterno equivale a dire che in realtà l'universo sta ossservando se stesso attraverso noi.  Il residuo che rimane inconoscibile nel sistema auto-osservante chiamato universo è proprio la coscienza, ossia la sorgente da cui scaturisce il nostro sguardo sul mondo. Il pensiero nel tentativo di cogliere la coscienza da cui esso stesso trae luce, crea il concetto di un illusorio io individuale limitato soltanto al soggetto osservante e falsamente contrapposto all'oggetto osservato (il mondo).   Il dilemma della nostra identità è dato da queste parole di Chuck Hillig: "Sono un puntino nero in uno spazio bianco, oppure sono uno spazio bianco con un puntino nero? 

Attraverso il pensiero tracciamo un confine e dividiamo convenzionalmente la realtà, rimuoviamo la coscienza della sua unità, identifichiamo l'io all'interno. Sono le nostre griglie concewttuali a descrivere la realtà e decidewre dove finisce il sé e comincia il mondo esterno, e noi viivamo prigionieri di queste griglie.    Perchè non considerare l'idea che il nostro vero sé sia l'indivisibile Totalità dell'univewrso?

La verità non può essere conosciuta perchè tutti i limitati strumenti di conoscenza sono inadeguati rispetto al Tutto. 

Nell'autolimitazione in un io individuale e separato da tutto il resto, è inevitabile provare un senso di incompletezza, che ci segue come un'ombra.  Allora ad una certa età ci mettiamo nella prospettiva di una ricerca interiore e l'io diventa un ricercatore spirituale, e si procura un ennesimo esperto che gli insegni come essere felice.  Gli esperti rivolgendosi a te come un io separato non fanno altro che rinforzare l'ostacolo a vedere la completezza in te.  I veri maestri cercano di farti capire che tra loro e te non c'è nessuna differenza, siamo un unico flusso di coscienza globale.  Può succedere che il pensiero e l'attenzione collassino all'improvviso, l'io si dissolve e un gran senso di sollievo ci pervade.  

L'amore.  Tutto è Uno e io sono Quello. L'amore è la pienezza che esplode quando l'io separato sparisce.  

Tutto nell'universo è vibrazione energetica, l'energia è un movimento tra opposti che tende all'unità, nella prospettiva dualistica l'amore è un'energia che scorre tra due polarità opposte, l'io e l'altro.  Ma l'amore tende ad abolire la dualità soggetto/oggetto.  L'eros è la continua tensione verso ciò che ci manca per sentirci completi. Il maschile e femminile si annullano a vicenda nella completezza a cui tende l'eros, fisicamente simboleggiata dall'orgasmo.

Spesso si fa l'amore con il proprio partner in modo routinario e ben poco soddisfacente, dall'altro si fa sesso sporco (ma più eccitante con amanti vari) per godere di ciò che non ci si permetterebbe mai di proporre alle proprie moglie e ai propri mariti, spesso con grande rammarico).   Il cosiddetto sesso tantrico si presenta il più delle volte in modo a dir poco desolante. Nelle tradizioni spirituali sono pochissime le voci che rivendicano una sessualità diversificata, piena e spontanea come espressione fisica della non dualità.  Arnaud Desjardins è uno  dei pochi che nell'ambito della spiritualità abbia osato affrontare il tema della sessualità con spirito libero e aperto: una vera coppia si metterà nuda l'una di fronte all'altra , non solo fisicamente ma anche psicologicamente. La moglie rappresenta per il marito tutte le donne, tutte le possibilità femminili. E l'uomo rappresenta per sua moglie tutte le possibilità maschili.  Non ci sono regole, non ci sono proibizioni in un vero rapporto d'amore, c'è anche la più grande libertà di scoprire tutte le parti di sé e dell'altro. sdalle più oscure alle più luminose.  Sentiamo di non essere completi e cerchiamo la parte mancante fuori di noi, proiettandola su una persona, di solito dell'altro sesso. E attraverso questo rapporto veniamo in contatto con la parte negata in noi stessi.  Come diceva Jung, nella seconda parte della vita, questa parte mancante riaffiora in forme psico-patologiche. 

L'eros è un'energia con cui tutti, anche gli asceti devono rapportarsi. Sempre Desjardins scrive: "l'attrazione sessuale è la legge fondamentale, la legge universale. La scelta è semplice; o una vita amorosa naturale, agevole, o l'ascesi vivificante, anche apportatrice di pienezza, oppure la nevrosi.  Molti aspirano alla realizzazione di una coscienza super-normale, dimenticando quanto faccia loro difetto la semplicissima normalità". 

L'amore altruistico è possibile, ma non può prescindere dall'amore di sé, o del Sé.  L'amore è la pienezza che esplode quando l'io separato sparisce. 

Nella prospettiva della manifestazione dualistica, l'amore - come il desiderio - è la ricercsa dell'unità.  Nella prospettiva NON dualistica, l'amore è l'espressione dell'Uno, è il sapore dell'Uno celato in ogni esperienza della nostra vita, il sapore del Sè che intimamente sentiamo di essere.  

La morte.  La nascita e la morte sono le due soglie dell'esistenza che segnano la nostra comparsa e scomparsa da un nulla ad un nulla. Allora cerchiamo di attribuire un significato alal nostra esistenza. Cominciamo a raccontarci delle storie che tentano di dare un senso alla nostra vita, per esorcizzare l'angosciosa possibilità che non abbia alcun scopo.  Non è tanto l'Ignoto in sè, di cui non abbiamo alcuna rappresentazione, a farci paura, quanto il fatto che, con al morte perderemo tutto ciò che conosciamo. Ma dal NON essere non può nascere niente. Noi prima di nascere siamo l'Universo, con la morte troneremo ad essere l'Universo.   Quando muoriamo abbandoniamo tutte le storie (tristi o allegre) del nostro film personale e ci tuffiamo in questo ignoto, nudi di ogni conoscenza. 

La coscienza. L'esperienza della realtà ci appare impropriamente come corpo, mente e mondo.     Se osserviamo il mondo percepiamo colori, suoni, sapori, sensazioni, percezioni, il mondo è una interminabile sequenza di percezioni. da queste percezioni cominciamo a costruire il corpo, la mente.  Tutto ciò che chiamiamo realtà non è aaltro che l'attività del percepire (mondo), del sentire (corpo), del pensare (mente).  L'io è il nome che diamo alla coscienza che percepisce, sente e pensa. Cominciamo anche a pensare che la coscienza sia dentro la mente.   Ma la coscienza non è immersa nel continuum spazio-temporale ma al contrario lo contiene.    Tra i contenuti che appaiono nel settore chiamato mente nasce il pensiero: io sono questo e non sono quello.   L'io sono è l'espressione verbale con cui la mente traduce l'immediata certezza di esserci e sapere di esserci, l'evidenza innegabile della mia Presenza consapevole.   Nasce così l'illusione della dualità, il sentirci individui separati dal mondo la fuori, con u n dentro (pensare e sentire) contrapposto ad un fuori (percepire). 

L'Io è coscienza, Sono è esistenza. L'esperienza primordiale dell'io sono è costante e fondamentale. Su questa identità, che viene prima di ogni esperienza specifica, si basa l'intera realtà. Senza di me - se non ci fossi io a percepire ogni cosa - l'intero universo non apparirebbe affatto. Tutto ciò che è vita e realtà presuppone l'Io sono.  Se eliminiamo la ocscienza, ogni altra cosa sparirebbe. 

Tutto è in me. Io non nego il mondo: lo vedo solo apparire nella coscienza, che è la totalità del conosciuto nell'immensità dell'ignoto.  

Chi sono io? Purtroppo nasce la convinzione che Io sia un individuo separato, Dall'idea di separazione nasce  un ineliminabile senso di perdita, mancanza, incompletezza, che a sua volta genera la ricerca della Totalità perduta.  Senza il miraggio dell'Io, non esistono libero arbitrio, né determinismo.  

Ciò che sono deve essere già qui, ora.  Inoltre, ciò che sono è costante, non cambia mai, perchè ho sempre l'impressione di essere me stesso, pur attraversando tanti cambiamenti.  Resta la costante sensazione di esistere, esserci e sapere di esserci, una Presenza consapevole.    la parola coscienza rimanda a qualcosa che non è una cosa, bensì lo sfondo costante di ogni singola esperienza. L'Io è un semplice nome, un oggetto mentale che viene visto dalla vera coscienza, che resta inconoscibile e innominabile.    Quando pronuncio la parola IO, indico in realtà qualcosa oltre il pensiero, oltre ogni separazione: indico la Presenza vuota e consapevole da cui, in cui e a cui appaiono e scompaiono tutte le esperienze.  

Il Sé - ossia la coscienza - conosce l'Io separato, ma quest'ultimo (che è solo apparenza) non può conoscere il Sé. L'Io è una semplice azione del Sé.  In questa ottica, il concetto stesso di risveglio è un'irrealtà, perchè ciò che veramente siamo è una Presenza sempre sveglia. Non c'è bisogno del risveglio, la coscienza che costantemente siamo non dorme mai, neanche nel sonno o nel sonno profondo. 

Tu sei quella.  la coscienza e l'Io sono come il mare e le onde. Noi siamo sia il mare (la coscienza) sia le onde (l'individuo). Noi proviamo un senso d'incompletezzae di mancanza, di alienazione dal Tutto,  e comincia così la ricerca dell'Unità, della completezza che crediamo di avere perduto. 

A volte abbiamo l'impressione di felicità, che siamo completi e la ricerca si sospende.  La Totalità include ogni cosa anche l'Io che la cerca, e si trova ovunque (anche qui e ora). Ne consegue che la ricerca non solo è impossibile, ma anche del tutto inutile, perchè siamo la Totalità che cerchiamo. La ricerca rappresenta l'ostacolo maggiore al manifestarsi della liberazione.  La metafora classica del NON dualismo è quella della signora che cerca la collana, ma si è solo dimenticata di averla al collo. 

La ricerca spirituale è come andare in cerca del buio con una lanterna accessa in mano. Quando cade la ricerca, troverò.   Anche la ricerca, come tutte le cose, è una semplice espressione della Presenza, dell'Uno.  Il risveglio è un evento quasi impercettibile, appare quando la ricerca finisce.   Ma non ha niente a che fare con la comprensione.   

E' la coscienza che vede tutto, ma proprio per questo non può vedere se stessa. E' impossibile che la coscienza non esista, perchè essere coscienti è un'evidenza innegabile che viene prima di ogni altra esperienza. a non possiamo dire che cosa sia. 

Questa presenza consapevole, questo esserci e sapere di esserci è l'Io sono che costantemente ci abita. da questo Io si sprigiona l'intera gamma di esperienze che appaiono e scompaiono dalla Coscienza, diventando l'universo conosciuto. Nell'incessante danza del cosmo, l'Io sono è l'unico danzatore e tutte le esperienze che compèongono il mondo non sono altro che le infinite movenze della sua danza.  Danzatore e danza sono inseparabili. Quando finisce la danza, anche il danzatore cessa di esistere.  Ogni esperienza enlal nostra vita quotidiana - piacevole o spiacevole - è un invito a sentire la risonanza della vibrante nergia che senza sosta si sprigiona dalla Presenza, divenendo noi.  Sei sempre e comunque l'espressione della Presenza. Quando affiora la risonanza di questa incontenibile vitalità, non hai più bisogno d'altro: sei in caduta libera nella meraviglia senza fondo dell'Essere. Allora la tua intera vita esplode nel Mistero che sei: il sorriso segreto dell'Essere. 

Il Sorriso segreto dell'Essere - Mauro Bergonzi

Il Sorriso segreto dell'Essere. Oltre l'illusione dell'io è un testo scritto da Mauro Bergonzi e pubblicato nel 2011. In questo testo Mauro Bergonzi fa un ritratto della persona sul percorso spirituale e  spiega la differenza tra dualismo e non dualismo.  

Nel dualismo c'è la separazione tra chi sa (il maestro) e chi non sa (il discepolo).  tra il punto di partenza (l'ignoranza) e il punto di arrivo (la saggezza), e soprattutto l'idea che esista qualcuno (un io individuale separato dal Tutto)  in grado di raggiungere qualcosa che non ha (liberazione, Dio, l'Unità, ecc). 

Nel NON dualismo radicale, non c'è verità da svelare, nè insegnamenti da impartire perchè ognuno di noi, esattamente così come è adesso, senza dover cambiare niente, in qualsiasi momento della vita può accorgersi di qualcosa che c'è sempre, vale a dire, la certezza che esistiamo e sappiamo di esistere, la Presenza consapevole che costituisce il nostro vero Sè.   Quella Presenza Non duale in cui appaiono e scompaiono tutte quelle esperienze che chiamiamo "la nostra vita".

Siamo tutti un unico Essere ( il mare) che appare come ciascuno di noi (le onde). Chi potrebbe insegnare alle onde di essere il mare? Che senso ha istruire qualcuno a diventare ciò che già è?

Ogni pagina del libro è un invito ad aprirci all'ignota vastità che siamo. a sentire l'Essere che brilla in qualsiasi istante della nostra vita. E' un invito ad esplorare il misterioso sguardo che la coscienza apre su ciò che chiamiamo realtà, il senso e non senso della meditazione e della ricerca spirituale. La ricerca spirituale non ha senso, perchè siamo già ciò che cerchiamo. Ogni manifestazione è un passo di danza di un unico Essere alla cui luce ogni separazione è soltanto apparenza e gioco.  

Possiamo affrontare queste tematiche con due approcci; una prospettiva negativa decostruendo la falsa credenza di un io individuale separato dal resto dell'universo; una prospettiva positiva di riconoscere l'innegabile e immediata evidenza di esserci e sapere di esserci, vale a dire riconoscere la Presenza costante e consapevole che costituisce la nostra vera identità. 

Alla nascita ci sentiamo gettati nella vita, nella precarietà dell'esistenza.   Churchill ha ribadito "la vita è una grande avventura dalla quale non ne usciremo vivi". 

 E se inoltre,  oltre ad essere precaria, la vita fosse senza scopo?  Questo ci fa proprio impazzire, E allora cominciamo a cercare disperatamente un obiettivo, un traguardo, un significato da conferire alla vita, un qualcosa che ci possa  permettere di dire che ne è valsa la pena di viverla... perchè aveva uno scopo.

Così la nostra vita è intessuta di storie costruite dal pensiero che sono semplici illusioni. E ogni illusione da prima o poi, una delusione. Ci inventiamo storie sull'aldilà, sulla ricchezza come chiave della felicità, sul successo, sul potere, sul vittimismo come strategia vincente, sull'ottimismo a oltranza. Prima ci realizziamo nello studio, poi nel matrimonio, poi nel lavoro, ecc.

Siamo gettati in una esistenza che viviamo come una prigione senza scopo, sospesa tra un nulla prima della nascita e un nulla dopo la morte. Per evadere dalla prigione inventiamo storie che diano un significato alal vita, convincendosi poi della loro realtà, ma essendo semplici costruzioni del pensiero, queste storie ci intrappolano in un'illusione che finisce per rinforzare la prigione stessa. Poi ci rendiamo conto dell'inconsistenza della storia e passiamo subito a raccontarcene un'altra, e la giostra continua a girare in tondo.  

Per venirne fuori, alcuni cominciano a raccontarsi la storia del risveglio, dell'illuminazione, di una definitive liberazione dai problemi della vita. Il percorso spesso si identifica con la pratica meditativa.  Ma come tutte le storie costruite dal pensiero finirà con una delusione e non ci porterà fuori dalla prigione, La buona notizia è che la meditazione può renderci più confortevole la nostra cella. Meditare è equivalente a qualsiasi attività intrapresa per cercare quella completezza, quell'unità che crediamo perduta. 

Ci sono diversi tentativi per uscire dalla prigione. Per alcuni è rimbecillirsi davanti al televisore fino a dimenticare se stessi, per altri è fare acquisti finchè non sentono di aver colmato il proprio vuoto interiore;  per altri ubriacarsi fino ad arrivare ad un completo oblio. Attraverso la meditazione si possono coltivare stati di silenzio interiore in grado di offrire una pace interiore, ma pur sempre temporanea.  Per apparire credibile la storia della meditazione ha bisogno di modelli esemplari, di irraggiungibili eroi spirituali, gli illuminati, i maestri.   Naturalmente un illuminato è una mera fantasia della nostra mente, immaginiamo una persona perfetta, impeccabile, vegetariana, vestita di bianco, sempre con il sorriso sulle labbra...  Ma prima o poi scopriamo che il guru ha simpatie e antipatie, non vuole essere contraddetto, approfitta sessualmente o economicamente dei propri discepol, ecc.      E ad un certo punto dovremmo essere vaccinati anche contro questa illusione. Invece ci diciamo che ci eravamo sbagliati, non era un vero illuminato e ci mettiamo a cercarne un altro....

 Il risveglio non ha nulla a che fare con la perfezione. non a caso tante tradizioni spirituali affermano che il vero guru è dentro di noi, o che è la vita stessa.  In questo approccio, in questa visione, il maestro non è quello che ci porta a confrontarci con falsi modelli o ci propone falsi percorsi, ma è colui che nonostante i suoi limiti e le sue imperfezioni,  ci apre cuore e mente a una risonanza con l'esplosiva vitalità dell'Essere non duale che veramente siamo. Noi siamo Uno senza Secondo.  

Il risveglio consiste nel vedere spontaneamente l'irrealtà di un io separato: è l'Essere stesso a creare e a dissolvere questa illusione nella sua danza incessante.

La storia del risveglio ha come punto di partenza la prigione, il sentirsi separati e confinati nello spazio-tempo. Il percorso è la pratica meditativa, il punto di arrivo è il risveglio, il Tutto, Dio.   L'individuo che si crede separato dal Tutto è un'illusione. L'individuo fa parte del Tutto, e non può stare al di fuori della Totalità. Irreale è il punto di partenza e irreale è il percorso.   Non è  possibile raggiungere il luogo dove già si è, così come non ci si può avvicinare allo spazio in cui siamo immersi.

In definitiva, non solo cerchiamo perchè siamo insoddisfatti, ma siamo insoddisfatti perchè cerchiamo. La ricerca non fa che rinforzare  l'illusoria esistenza di un sè separato in grado di agire indipendentemente dal resto dell'universo, perpetuando il dualismo.  E' uno spettacolo inscenato dall'Uno per esprimersi nella danza della molteplicità.

La meditazione.  "Ciò che la meditazione indica non è un'esperienza, è libertà da qualsiasi esperienza".

Fare meditazione significa applicare un determinato metodo. Il Buddha afferma esplicitamente che una sola, semplice pratica come la consapevolezza del respiro è sufficiente a percorrere l'intero sentiero meditativo.  Il percorso deve tendere ad una progressiva semplificazione. La maturità di un meditante si riconosce dall'animo semplice e dallo sguardo innocente. Quindi dovremmo adottare quelle tecniche che vanno meglio per noi, quelle che ci risultano più facili e naturali; che ci trasmettono un senso di energia, freschezza, leggerezza e fiducia in noi stessi.  L'essenza profonda della meditazione è un atteggiamento di apertura del cuore e della mente a Ciò che è, uno sguardo sul mistero dell'Ignoto.  

Meditare è imparare da ogni esperienza e procedere oltre; è un lasciare andare, uno spogliare la mente di tutto ciò che ci impedisce di vedere direttamente Ciò che è.  La meditazione non è separata dalla vita; è l'essenza stessa della vita.  

Il mezzo più efficace per arrivare alla suprema verità è il silenzio.  Nella nostra civiltà il silenzio fa paura o è svalutato. Quello che ci spaventa di più è il silenzio della mente.   Per arrivare al silenzio della mente dobbiamo prima dimenticare il corpo, quando rimane immobile e rilassato possiamo entrare in una dimensione  più raccolta e profonda. Possiamo comunque entrare in stati di profondo silenzio anche attraverso il movimento fisico, come nel Tai-chi-chuan attraverso la cosiddetta "esperienza di flusso". Man mano che si instaura un silenzio del corpo a livello grossolano si comincia ad avvertire sempre più chiaramente una corrente vitale di energie sottili che circola in tutte le zone dell'organismo. Nel silenzio del corpo, si arriva a sentire il movimento stesso della vita.

Importante è anche il silenzio del respiro che connette il livello fisico con quello delle energie sottili, non a caso il termine prana significa sia vita, sia respiro. Il respiro è il ponte fra diverse sfere di realtà, tra corpo e mente, tra corpo e energia, è anche il ponte per entrare in contatto con la nostra parte inconscia e con le nostre emozioni.

Le pratiche meditative basate sul respiro rientrano in due fondamentali tipologie: quelle che attivamente lo modificano (la ritenzione del respiro induce il silenzio del respiro) e quelle che lo lasciano fluire spontaneamente.  In entrambe è comunque importante focalizzare l'attenzione sul respiro su un preciso punto (narici, addome, ecc).  Con la pratica, il respiro diventa sempre più lento e sottile, fino ad avere l'impressione che scompaia...   I taoisti mettono una piuma, davanti alle proprie narici, che resta immobile, mentre il corpo respira con ogni cellula e poro della pelle. Quando il respiro non si percepisce più a livello grossolano, si instaura una pace profonda, e si va verso la sfera della quiete della mente.  

Poi sii passa al ritiro dei sensi, l'attenzione si ritrae dal continuo bombardamento delle percezioni sensoriali e si arriva ad uno stato di vuoto sensoriale. Un metodo per aiutare questo processo è quello di  concentrarsi, focalizzare l'attenzione su un unico punto, che può essere un'immagine, una zona del corpo, un pensiero, una frase, il respiro stesso. Anche nella vita quotidiana si può cercare di applicare questo principio, magari camminando con uno sguardo raccolto davanti a sé. In molte tradizioni spirituali si mantiene il silenzio per giorni e a volte per anni... Mentre nella nostra civiltà le parole straripano e perdono lo scopo primario che è quello di comunicare, con un enorme spreco di energia perchè la parola è essenzialmente una forma di energia. Anche il pensiero è una vibrazione energetica. 

Comunque, qualunque sia il punto di partenza della pratica meditativa - il corpo, i sensi, il respiro o la parola - alla fine si arriva sempre al silenzio della mente.  Noi siamo la coscienza, lo sconfinato spazio di consapevolezza, lo sfondo costante in cui i contenuti mentali appaiono e scompaiono.  Invece, confondiamo mente e coscienza, trasformandoli in sinonimi.  Ci identifichiamo con i soli contenuti mentali e così emerge la falsa idea di essere un io individuale e limitato.  Per questo è importante il silenzio della mente, se i nostri pensieri tacciono e i processi mentali con cui ci identifichiamo, si interrompe l'illusione di un io separato e individuale: ciò che resta è una coscienza temporaneamente priva di ogni contenuto.     Nel silenzio della mente l'energia non è più dissipata in azioni esterne e vibra all'interno e si sviluppa una sorta di calore, una fiamma interiore. 

Un altro metodo per arrivare al silenzio interiore è quello di un'apertura a trecentosessanta gradi dell'attenzione, un campo globale dell'attenzione che non escluda nessun oggetto: pensieri, sensazioni, percezioni, ecc.  Comunque questo silenzio meditativo non può che avere una durata limitata nel tempo. La pratica della meditazione ha senso se ci fa stare bene, se ci dà energia, se ci comunica esperienze piacevoli, se siamo consapevoli dei sui limiti intrinseci.

L'equivoco di fondo è che noi crediamo che il silenzio sia un'esperienza soggettiva, mentre in realtà è lo sfondo costante e inalienabile di ogni esperienza.  Il Silenzio è sempre qui: siamo noi che andiamo e veniamo.  Noi siamo questo insondabile Silenzio e il nostro Io è solo in apparenza separato da esso, come una nuvola che è fatta del cielo in cui veleggia. 

La meditazione è un'espressione della Totalità, non una via per raggiungerla.   La Totalità comprende anche l'io del meditante e diventa evidente quando scompare l'idea illusoria di un Io separato che cerca di raggiungerla.  Se si parte dal principio che non c'è un Io separato dal Tutto, perché meditare? E soprattutto, chi fa meditazione?

La liberazione è lo sfondo costante da cui emerge qualsiasi esperienza, uno sfondo che comprende sia il soggetto (il meditante) sia l'oggetto (gli stati di sospensione dell'io). 

Dire "Io ho raggiunto con la meditazione uno stato libero dall'io" è un palese controsenso. Come il meditare per diventare illuminati è altrettanto controproducente che combattere per la pace. - Leo Hartong

Meditare per meditare, come danzare per danzare è una pura espressione di gioia senza scopo, una celebrazione della vita che esplode nel silenzio della coscienza.   

La mente è lo strumento  attraverso cui l'Uno appare come molti. Tramite i nomi e le forme, il pensiero crea un dentro (l'Io) e un fuori (il mondo), laddove in realtà c'è solo l'unitario sfondo della coscienza. Sul foglio bianco della coscienza appare una linea chiusa che sembra separare interno e esterno, i quali però entrambi non sono altro che un unico foglio indiviso. 

Durante la vita quotidiana ci sono momenti in cui, senza alcun motivo, la mente si rilassa e diventa spontaneamente quieta, in una condizione di consapevolezza silenziosa in cui percezioni e pensieri  vanno e vengono.

La meditazione non deve essere uno strumento per raggiungere una meta lontana, ma un laboratorio per esplorare chi siamo in realtà.  una volta compresa la natura illusoria del meditante, del falso io impegnato nell'impossibile compito di raggiungere qualcosa che egli già è - ogni deliberata meditazione cessa spontaneamente e ciò che resta è pura e semplice Presenza-consapevolezza, senza che nessuno sia presente o consapevole. 

Nella meditazione dobbiamo dimorare così come si è, dimorare nella coscienza globale lasciando che  mente, corpo e mondo si manifestino spontaneamente. La meditazione non è fare, ma smettere di fare, smettere di costruire l'entità illusoria che pensiamo di essere -  allora avviene una radicale inversione di prospettiva. Prendiamo consapevolezza che io, corpo, mente sono semplici percezioni intermittenti che vanno e vengono nel campo globale della coscienza.  Il dimorare così come si è, non ha niente a che vedere con le pratiche meditative, perchè accade da sè, spontaneamente, senza che ci sia alcun Io a compierlo: diventa una celebrazione della vita, la danza dell'Uno che appare come molti. 

mercoledì 19 novembre 2025

La spiritualità in Giappone

I Giapponesi sono essenzialmente laici, ma tutti sono coinvolti in riti shintoisti come battesimi e matrimoni, e essere shintoista è considerato sinonimo di essere giapponese. I funerali, di solito, vengono celebrati con riti buddhisti. In Giappone è comunque difficile trovare un vero monaco durante le ore turistiche, poiché molti templi sono stati trasformati in luoghi da visitare.      
 

In Giappone convivono lo shintoismo, il buddhismo e il confucianesimo. La maggior parte delle persone aderisce a una combinazione di shintoismo e buddhismo, ma le statistiche sulle identità religiose sono complesse perché molti praticano entrambe le religioni. Secondo dati del 2021, lo shintoismo è praticato dal 48,1% e il buddhismo dal 46,5% dei credenti. Il confucianesimo non è considerato una religione separata in Giappone, ma piuttosto un sistema etico che ha influenzato profondamente la cultura e le credenze locali, sebbene non esistano statistiche specifiche sulla sua adesione.

Lo shintoismo, letteralmente “la via degli dei”, ha origine da una religione animista che adorava i kami, divinità che un tempo si riteneva albergassero in tutte le cose. Nelle cerimonie shintoiste il sacerdote agita dei rami nei quattro punti cardinali per scacciare i cattivi spiriti, coadiuvato dalle miko, le ragazze del santuario. Storicamente, le miko svolgevano un ruolo spirituale importante come intermediarie; anche se oggi tale ruolo è spesso visto come un lavoro part-time, esse sono ancora una parte integrante della tradizione shintoista.   

L’influenza cinese portò lo shintoismo verso il culto degli antenati. Tutti, e in particolare l’imperatore, sarebbero diventati kami, cioè divinità. I primi buddhisti sostenevano che i kami fossero reincarnazioni dei loro Buddha. Ciò portò a una forma di sincretismo. I santuari si caratterizzano per il portale d’ingresso (torii), solitamente di colore rosso e bianco (maschile e femminile), e per i due cani-leone (komainu) capaci di allontanare il maligno. Alcuni santuari contengono statue di animali e tavolette votive (ema).
Non esistono “scuole” shintoiste nel senso dottrinale del termine, ma l’organizzazione principale che raggruppa la maggior parte dei santuari e gestisce l’istruzione religiosa è il Jinja Honchō (Associazione delle Chiese Shintoiste del Giappone). Il Jinja Honchō amministra migliaia di templi in tutto il Paese e circa un centinaio di scuole.
Nello shintoismo la purificazione con l’acqua è fondamentale per rimuovere impurità, peccati e sfortuna prima di interagire con il sacro. I rituali principali sono il Misogi, l’abluzione completa del corpo per purificarsi da contaminazioni spirituali e fisiche (si ispira al mito di Izanagi, che si purificò in mare dopo essere stato nella terra dei morti), praticato sotto una cascata, in un fiume o in un lago, specialmente se considerato sacro; e il Temizu, una purificazione fisica e simbolica più breve delle mani e della bocca, eseguita prima di entrare in un santuario presso una fontana apposita (chiamata chōzuya o temizuya).

Una statua di un drago si trova spesso all’interno o accanto al temizuya, poiché i draghi sono associati alle divinità dell’acqua (Ryūjin). Il rituale prevede di prendere un mestolo d'acqua con la mano destra, sciacquare la sinistra; poi sciacquare la mano destra versando l’acqua nella mano sinistra; quindi raccogliere un po’ d’acqua per sciacquarsi la bocca (senza toccare il mestolo con le labbra) e sputarla a terra, lontano dalla fontana; infine sciacquare il mestolo e riporlo.
Le tavolette votive shintoiste, chiamate ema, sono tavolette di legno su cui i fedeli scrivono desideri o preghiere per poi appenderle in appositi spazi all’interno dei santuari. Le tavolette raffigurano spesso immagini simboliche o legate al santuario. In origine erano sostituite da cavalli veri, da cui deriva il nome (“cavallo disegnato”). Periodicamente i santuari bruciano le ema accumulate in un rito che simboleggia l’invio dei desideri ai kami.

In Giappone è presente anche il confucianesimo, un sistema di pensiero fondamentale che ha influenzato profondamente le riforme statali e l’etica sociale fin dal VI secolo, soprattutto durante il periodo Edo (1603–1867). Sebbene non sia una religione nel senso tradizionale, ha fornito principi etici e politici basati sul ruolo dell’individuo e sulla virtù. I giapponesi possono abbracciare i principi confuciani senza contraddizioni, pur professando altre religioni. Nonostante il confucianesimo abbia perso importanza, alcuni suoi valori sono ancora presenti nella società, e alcuni templi confuciani rimangono attivi. I più importanti sono lo Yushima Seidō a Tokyo e il Taku Seibyō (il più antico esistente); altri siti che conservano questo retaggio includono il Kōshibyō di Nagasaki.

Il buddhismo giapponese è una tradizione spirituale ricca e complessa, profondamente radicata nella cultura del Paese. Arrivato dalla Cina e dalla Corea nel VI secolo come religione di corte, si mescolò poi allo shintoismo e si sviluppò in molte scuole distinte. Le principali correnti comprendono la Tendai (IX secolo), la Shingon (IX secolo), la Terra Pura (XI secolo), lo Zen (XII–XIII secolo, con le scuole Sōtō e Rinzai) e la scuola di Nichiren (XIII secolo).

Durante il periodo Nara (710–784) esistevano sei scuole principali (Sanron, Jōjitsu, Hossō, Kusha, Ritsu e Kegon), introdotte dalla Cina e dalla Corea. Rappresentavano diverse correnti buddhiste Mahāyāna e Theravāda prima della diffusione del buddhismo esoterico Shingon, e costituivano il fondamento del buddhismo giapponese pre-Shingon.

Il buddhismo esoterico Shingon, fondato da Kūkai (774–835) nel 816, è un sistema che integra e supera gli insegnamenti delle scuole precedenti. Collega il buddhismo Mahāyāna a insegnamenti esoterici di origine tantrica. Da qui si sviluppò una tradizione particolarmente attenta all’esperienza diretta, ai rituali e alla dimensione mistica.   Il bodhisattva più conosciuto in Giappone è Kannon, derivato da Avalokiteśvara, venerato come divinità della misericordia. Un altro bodhisattva molto popolare è Jizō (Kshitigarbha), protettore dei bambini, dei viaggiatori e dei defunti. Molto noto è anche Miroku, ovvero Maitreya, che apparirà sulla Terra in futuro.

La scuola Tendai, fondata da Saichō (767–822), deriva dalla scuola cinese Tiāntái, una delle più importanti tradizioni Mahāyāna. Essa pone al centro il Sutra del Loto, la dottrina della Triplice Verità e il principio della presenza dei “tre mila mondi in un singolo istante di vita”. È stata una scuola molto influente, da cui sono nate tradizioni come lo Zen e il buddhismo della Terra Pura.

Il buddhismo della Terra Pura si diffuse nel periodo Heian e divenne una scuola indipendente nel periodo Kamakura grazie a Hōnen (1133–1212). Da essa nacque la Jōdo Shinshū fondata da Shinran, oggi una delle tradizioni più seguite.

Il buddhismo di Nichiren fu fondato nel 1253 da Nichiren (1222–1282) e si basa sul Sutra del Loto. La pratica centrale è la recitazione del mantra Nam(u) myōhō renge kyō davanti al Gohonzon.

Lo Zen si sviluppò come movimento centrato sulla meditazione (zazen) e sull’esperienza diretta (satori), più che sulla dottrina. Giunto dalla Cina tra XII e XIII secolo, fu introdotto soprattutto da Eisai (scuola Rinzai) e da Dōgen (scuola Sōtō). Una terza scuola, Ōbaku, ebbe anch’essa un ruolo importante. Lo Zen ha influenzato profondamente l’estetica giapponese e concetti come il wabi-sabi, che celebra la semplicità, l’imperfezione e la bellezza del tempo. Le differenze principali tra Sōtō e Rinzai riguardano l’uso dei kōan e il modo di praticare la meditazione.
Kyoto, Nara e Kamakura sono tre principali centri dello Zen giapponese, con numerosi templi di grande importanza come il Nanzen-ji, i Kyoto Gozan, il Ryōan-ji, il Kōshō-ji e lo Shisendō. A Nara si trovano il santuario Kasuga Taisha e il tempio Tōdai-ji; a Kamakura i templi Jufuku-ji ed Engaku-ji.

Il monastero Eihei-ji, insieme al Kōya-san, è uno dei pochi luoghi dove si può osservare da vicino la vita monastica buddhista giapponese. Il Kōya-san, centro del buddhismo esoterico Shingon, ospita il tempio principale Kongōbu-ji. Il pellegrinaggio del Kumano Kodō collega antichi siti shinto-buddhisti in un percorso simbolo del sincretismo religioso giapponese.

Giappone - Suddivisione storica per periodi: 

  • Periodo Asuka  dal 593  al 710
  • Periodo di Nara dal 710 al 794  (scuole Sanron, Jōjitsu, Hossō, Kusha, Ritsu e Kegon) e Tendai                   
  • Periodo  Heian    dal 794 al 1192                       Shingon - Terra Pura  
  • Periodo  Kamakura  dal 1192 al 1333                Nichiren,    Zen Rinzai e Soto
  • Periodo Nanbokucho  dal 1333 al 1392
  • Periodo Muromachi   dal 1392 al 1573
  • Periodo Azuchi-Momoyama dal 1573 al 1603
  • Periodo  Edo  dal 1603 al 1868
  • Periodo Meiji dal 1868 al 1912 
  • Periodo Taishò  dal 1912 al 1926
  • Periodo Showa dal 1926 al 1989 
  • Periodo Heisei  dal 1989 al 2019 
  • Periodo Reiwa dal 2019  …... 


D.T. Suzuki

“I workshop di Suzuki sul Buddhismo Zen sono tra i migliori contributi alla conoscenza del Buddhismo vivente.”   — Carl Gustav Jung

“Proprio qui, adesso, c’è qualcosa che dovremmo fare. Se lo perdi in questo istante, un fiore che sboccia tra mille anni non ci sarà.”   — Dialogo con Okamura Mihoko (l'assistente di D.T. Suzuki).

Il museo di D.T. Suzuki a Kanazawa in Giappone, presenta la vita e il pensiero del filosofo buddhista Daisetz Teitaro Suzuki (1870–1966), che per tutta la sua esistenza tenne conferenze e presentazioni in Giappone e all’estero con l’intento di trasmettere la cultura e il pensiero orientale — in particolare quello giapponese. La sua attività esercitò una profonda influenza su molte persone, attraverso un dialogo diretto e immediato.


Nel trasmettere il suo pensiero, D.T. Suzuki ricorreva spesso a poesie di ogni epoca e provenienza. Tradusse anche antichi poemi giapponesi, come waka e haiku, rendendoli accessibili al pubblico inglese.

Suzuki spiegava che "una persona capace di vedere un oggetto così com’è lo ha già trasceso”. Quando qualcuno soffre, o prova caldo o freddo, e osserva quella condizione esattamente per ciò che è, senza aggiungere nulla, allora ha già superato quell’esperienza. Gli esseri umani, a differenza degli animali, possiedono questa capacità di consapevolezza.

Suzuki insisteva anche sulla necessità di conservare il senso dell’infinito e dell’eternità. Per farlo, diceva, abbiamo bisogno di un’immaginazione creativa capace di cogliere ciò che non è immediatamente visibile. A questa immaginazione egli dava il nome di “poesia”.   Senza poesia, affermava, sarebbe impossibile vivere pienamente come esseri umani, in un mondo dove spesso i sentimenti e l’interesse vengono perduti. La poesia non è soltanto una combinazione di lettere: ciascuno può custodirla nel proprio cuore, anche senza conoscere la scrittura. Nel regno della poesia è semplice viaggiare intorno al globo, abbracciare l’immenso universo buddhista, o immaginare lo spazio infinito colmo delle galassie di cui parlano gli astronauti, e spingerle sempre più lontano. 

"Chi non può vedere l’essenza delle cose, non può comprendere la realtà della poesia".   — D.T. Suzuki, vedi The Realm of Poetry

Questa visione ricorda i celebri versi di William Blake: 
“Vedere il mondo in un granello di sabbia e il cielo in un fiore selvatico;
tenere l’infinito nel palmo della tua mano e l’eternità in un’ora.
”

Opere e approfondimenti:

  • The Essence of Buddhism
  • Lo zen e la cultura giapponese
  • Essays in Zen Buddhism
  • Buddha of Infinite Light: the teaching of Shin Buddhism, the Japanese way of wisdom and compassion
  • Buddhismo Shin 

Il Buddhismo Shin si fonda sugli insegnamenti e sui testi di Shinran, maestro religioso giapponese del XIII secolo. Il suo obiettivo è guidare l’essere umano — visto nella sua fragilità e imperfezione — verso la salvezza attraverso la fede nel Buddha Amida, un aspetto del Buddha cosmico. Amida, secondo la tradizione, avrebbe rimandato la propria illuminazione fino a quando tutti gli esseri non saranno salvati grazie alla forza del suo voto e alla sua compassione.
Il Buddhismo Shin insegna che la via di Amida opera nel cuore di ogni uomo e che la liberazione non proviene dallo sforzo personale, ma dall’affidarsi profondamente alla sua presenza illuminante.

venerdì 10 ottobre 2025

Fritjof Capra “La rivoluzione della fisica è ancora nel Tao”

 Quando nel 1975 apparve Il Tao della fisica, Fritjof Capra aprì una breccia inattesa tra il pensiero scientifico europeo e le filosofie asiatiche. A mezzo secolo di distanza, quel capolavoro ritorna come la bussola critica in un’epoca dominata dalla logica degli algoritmi e dei server, nella nuova incarnazione di un razionalismo che ha imprigionato la realtà in schemi geometrici e meccanicistici. La fisica quantistica ci invita invece a pensare in termini fluidi, relazionali, non riducibili a formule rigide: un’apertura che le tradizioni asiatiche coltivano da millenni. Il prof. Capra è un fisico, teorico dei sistemi e cofondatore del Center for ecoliteracy a Berkeley, in California, dov’è seduto nel suo studio con, alle spalle, una stampa della danza cosmica di Shiva Nataraja, che gli fa da aureola attorno ai capelli grigi ricci. A 86 anni, è vibrante e acuto come la prosa del libro che lo rese una celebrità della controrivoluzione culturale mezzo secolo fa.


Quale considera l’eredità più duratura de “Il Tao della fisica” nel dialogo tra scienza occidentale e filosofie asiatiche?
«Sono rimasto stupito dalle potenti reazioni emotive che il libro ha scatenato. Poi ho compreso: il cambiamento di paradigma avvenuto in fisica, da una visione meccanicista a una olistica ed ecologica, è un processo che sta investendo oggi tutte le scienze e la società. Non saprei dire quante persone, a volte scoppiando a piangere, mi hanno detto che il libro ha cambiato loro la vita, aiutandole a sentirsi parte di una comunità più ampia che abbraccia una visione sistemica della vita».

Se il misticismo non può essere appreso dai libri, come lei suggerisce, spiegare la filosofia asiatica con categorie scientifiche non rischia di ridurne l’essenza, rendendola più difficile invece che meno difficile da apprendere?
«Se la spiegazione fosse puramente intellettuale e analitica, sarei d’accordo. Ma quando ho scritto Il Tao della fisica, ero coinvolto non solo intellettualmente ma anche emotivamente ed esperienzialmente, e penso che questo traspaia. Ho discusso i paralleli tra fisica e misticismo asiatico vivendo questi paralleli a un livello profondo: molto più di un’analisi teorica. Oggi il mondo è cambiato anche grazie a questo. Negli anni ’70, se dicevi che non potevi partecipare a una riunione per seguire una classe di yoga, meditazione o Qigong, i superiori ti avrebbero licenziato e schernito. Oggi è scontato poter seguire queste vie».

Sì, ma oggi, in Europa e in America tanti si dedicano a pratiche come yoga e meditazione per guadagni materialistici—manager che meditano per essere più efficienti, o chi fa yoga per rimanere competitivo. Molti hanno interpretato “Il Tao della fisica” in chiave pop-culturale. Quali incomprensioni la sorprendono ancora?
«È vero che alcuni gruppi di destra hanno distorto le idee New Age. Ma gli enormi movimenti giovanili sorti con il cambiamento climatico come Sunrise, Fridays for Future, l’impegno del senatore Bernie Sanders, gli effetti del movimento Occupy, vedono il mondo come una rete interconnessa. Oggi quei movimenti alternativi sono tornati underground a causa della tragica ascesa della frammentazione, del nazionalismo, della violenza e della guerra. È una fase transitoria. Sono cicli. Ne usciremo. Un movimento evolutivo come questo cambiamento di paradigma è più grande e più forte delle azioni politiche a breve termine».

La fisica quantistica oggi è più studiata e diffusa di prima. Tuttavia, la società ragiona ancora in termini newtoniani. Perché il salto culturale non è ancora avvenuto nell’integrare la fisica quantistica nella società?
«In medicina, molti dottori, ospedali e l’industria farmaceutica vedono ancora il corpo umano come una macchina da riparare con la chimica, sostituendone un pezzo con la chirurgia. C’è anche un forte movimento di salute olistica che ha visioni diverse, ma l’approccio meccanicista è persistente. Nel management, i dirigenti gestiscono le aziende come meccanismi da mettere a punto per massimizzare il profitto. C’è stato un investimento intellettuale ed economico enorme sul modello meccanicista. Abbiamo una situazione grottesca in cui le corporazioni dell’energia fossile hanno la distruzione del pianeta come modello di business per non perdere gli investimenti. Il passaggio dalla visione meccanicista a quella ecologica sta definendo la nostra era, ma la strada è molto accidentata».

Tornando a “Il Tao della fisica” e all’opposizione tra Parmenide ed Eraclito, l’Essere in alternativa al Divenire: pensa che le filosofie asiatiche propongano un’integrazione?
«Nel Tao della fisica ho definito Eraclito “il taoista greco” per la sua visione dinamica. Sotto ogni struttura, cioè l’Essere, c’è un processo, o insiemi di processi, e la struttura emerge da processi sottostanti. La visione dinamica è qualcosa che possiamo imparare. I due grandi temi che accomunano la fisica moderna e il misticismo asiatico sono l’interconnessione di tutte le cose, e la natura dinamica dell’universo. Questi principi si riflettono nella visione sistemica della vita, che è un processo e una rete. Ecco, questa è un’idea interessante che mi è venuta adesso, quando ha menzionato Parmenide ed Eraclito, Essere e Divenire… pensandoci, nella visione sistemica della vita, la caratteristica di un sistema vivente è il metabolismo. Come diceva la microbiologa Lynn Margulis: “Se metabolizza, è vivo. Se non metabolizza, non è vivo”.
Il metabolismo è il flusso continuo di energia e materia attraverso una rete di reazioni chimiche, con un doppio aspetto: la rete come struttura, il flusso come processo. Questo unifica l’antica dicotomia tra Essere e Divenire... Ora che ci penso, dovrei scrivere qualcosa su questo...».

C’è chi pensa che l’Intelligenza artificiale potrebbe diventare una sorta di metabolismo globale. Infatti, dopo i modelli meccanicisti della Rivoluzione industriale, siamo entrati in una nuova dinamica tecnologica modellata da algoritmi, server e ora Intelligenza artificiale. Pensa che l’Ia sia una nuova prigione concettuale, o un’opportunità di trasformazione nella società?
«Entrambe. Potrebbe trasformarsi in una prigione. Ma dipende per quale scopo viene usata. La maggior parte delle applicazioni attuali punta solo a fare più soldi, a razionalizzare i processi produttivi, aumentando l’efficienza. Quest’attenzione per il profitto è letale. L’Ia è diversa dall’intelligenza naturale, che è inerente a tutta la vita. L’intelligenza che è parte di tutti i sistemi viventi, è sempre organicamente e biologicamente integrata. La sua qualità principale è la capacità di essere nel mondo, sopravvivere ed evolvere. Quando aumentiamo le applicazioni dell’Ia, c’è il rischio che interferiscano con la nostra intelligenza vivente. Viviamo in una società dove la ricchezza è considerata più importante della salute. Nel fare soldi spesso distruggiamo l’ambiente naturale da cui dipende la nostra sopravvivenza. Una civiltà che valuta il guadagno più del benessere umano e della natura non può essere definita intelligente».     Articolo di Carlo Pizzati 

“Nell’era dell’AI stiamo trascurando l’intelligenza umana”,  “Con lo sviluppo dell'intelligenza artificiale abbiamo sopravvalutato algoritmi e altre astrazioni e abbiamo trascurato la nostra intelligenza tacita, incarnata e vivente”.  

Nel suo nuovo libro,   pubblicato nel 2024, I principi sistemici della vita. Idee sulla natura e sull'ecologia umana,  Fritjof Capra asserisce che per comprendere e affrontare alcune delle principali problematiche vissute dal mondo di oggi, occorre assumere una diversa prospettiva, una prospettiva sistemica. Occorre cioè guardare al mondo non più come a una macchina composta da elementi singoli, ma come una rete di combinazioni inseparabili di relazioni.

Quando guardiamo allo stato del mondo di oggi, alla nostra crisi globale su diversi livelli, ciò che è più evidente è che nessuno dei nostri principali problemi – energia, ambiente, cambiamento climatico, disuguaglianza economica, violenze e guerre – può essere compreso separatamente. Sono questioni sistemiche, sono cioè tutte interconnesse e interdipendenti. E per capirle e risolverle, dobbiamo cambiare la nostra prospettiva: non considerando più il mondo come una macchina composta da elementi singoli, ma come una rete di combinazioni inseparabili di relazioni.
Nel corso degli ultimi decenni, Fritjof Capra ha sviluppato una teoria originale di questa nuova comprensione della vita, un orizzonte concettuale che integra quattro dimensioni: biologica, cognitiva, sociale, ed ecologica. Questa visione è raccolta nel volume di culto Vita e natura, scritto insieme a Pier Luigi Luisi, e pubblicato nel 2014.
I principi sistemici della vita raccoglie, ora, i concetti fondamentali di Vita e natura proponendoli con un linguaggio non tecnico ma suggestivo, una summa del pensiero di Capra, che dal Tao della fisica in poi si è distinto come uno dei pensatori più creativi e innovativi del nostro tempo.
Capra ci mostra che il pensiero sistemico avanzato sarà cruciale per risolvere i principali problemi del nostro tempo e ci esorta con urgenza a mettere la vita al centro delle nostre imprese, dell’economia, delle tecnologie, e delle istituzioni sociali, ricordandoci le parole dell’attivista e scrittore David Korten (1937-): “Prospereremo nella ricerca della vita, oppure periremo nella ricerca del denaro: la scelta sta a noi”.

sabato 13 settembre 2025

Le religioni si incontrano a Lavaur per meditare insieme

L’Istituto Vajra Yogini di Lavaur  ha ospitato un incontro spirituale interconfessionale di rara portata, che ha riunito 80 partecipanti provenienti da Francia, Olanda, Inghilterra e Georgia.  Erano presenti il rabbino Marianne van Praag, il venerabile Losang Gendun e il vescovo metropolita Malkhaz Songulashvili. All'origine di questa ritiro fuori dal comune: il Venerabile Losang Gendun. Al suo fianco, un vescovo georgiano, una rabbina olandese e una filosofa dei Paesi Bassi orchestrano un’esperienza collettiva in cui la spiritualità si vive a più voci.     Situato a pochi chilometri da Lavaur (vicino Toulouse in Francia), l'Istituto buddista “Vajra Yogini” è un centro di studi e meditazione della scuola Gelug del buddismo tibetano.       

Ogni giorno: silenzio, meditazione e discussioni scandite da un tema – equanimità, gioia, amore, compassione… ma senza un programma rigido.

«È un’esperienza di trasformazione interiore» spiega Losang Gendun, «ma anche di co-creazione. Non si tratta di affiancare le religioni, ma di inventare insieme un nuovo significato.»

La particolarità di questo ritiro risiede nel metodo: tutti gli esercizi vengono svolti in coppia o in piccoli gruppi interreligiosi. Questo lavoro a specchio favorisce l’ascolto attivo e l’adattamento reciproco. Anche le meditazioni vengono rielaborate collettivamente, parola per parola, affinché risuonino con le diverse tradizioni rappresentate — compresi i facilitatori.

Lontano dai classici convegni o dai dibattiti interreligiosi, qui si privilegia il sentire, l’interiorità, e la costruzione di una spiritualità viva, radicata nell’amicizia.
Frutto di questa dinamica relazionale, sono nati riti ibridi: né fusione né confusione, ma una convivenza consapevole e sensibile. Celebrazioni comuni, preghiere condivise, teatro spirituale: le forme sono libere, ma sempre ancorate al rispetto delle identità di ciascuno.

«Quello che stiamo creando è una pratica spirituale senza nome, ma profondamente sentita», spiega il monaco. Un modo per dimostrare che le tradizioni non solo possono dialogare, ma anche inventare insieme.
Per Losang Gendun, si tratta di un’urgenza: «Dopo l’attentato di Tolosa nel 2008, ho capito che la politica non bastava più. Quello che ci resta è il legame. Il vero potere è l’amicizia.»

Per molti dei partecipanti, tornati nei loro rispettivi Paesi, questa settimana ha seminato molto più di semplici ricordi: un modo nuovo di credere, dialogare, vivere insieme — forse, un inizio. 

Lavaur si trova a circa un'ora da Toulouse. Link al centro buddhista: Link al centro buddhista     https://www.institutvajrayogini.fr/

Dalla Superficialità alla Verità: Un Viaggio Spirituale verso l’Unità Interiore

La verità è una, ed è eterna. Non può essere definita, né contenuta nei limiti della parola o del pensiero. Essa si realizza solo nel cuore dell’essere umano che, liberandosi dalla superficialità della vita dominata dall’egoismo e dal materialismo, intraprende la via della ricerca interiore. Questo articolo intende esplorare il percorso spirituale che conduce dalla frammentazione dell’ego alla piena unione con il Divino, attraverso gli insegnamenti dello yoga, della tradizione cristica e delle vie mistiche orientali e occidentali.

L’essere umano moderno, immerso nel consumismo e nella frenesia esteriore, si allontana dalla propria essenza. La perdita del contatto con l’anima genera una condizione di alienazione e insoddisfazione esistenziale. Come la rana che vive tutta la vita nello stagno ignorando l’esistenza del mare, così l’uomo vive nella superficie della coscienza, incapace di percepire la profondità del proprio essere.

Lo yoga, in tutte le sue forme—karma yoga, bhakti yoga, jnana yoga e raja yoga—offre strumenti concreti per il ritorno a sé. Il karma yoga insegna l’agire disinteressato come mezzo di elevazione; il bhakti yoga invita alla devozione amorosa; il jnana yoga guida all’autoconoscenza; il raja yoga, infine, attraverso il silenzio, conduce alla meditazione profonda, là dove si dissolve ogni separazione.

«Il regno di Dio è dentro di te» – questa verità evangelica trova un’eco profonda nella scienza yogica. Il silenzio non è solo assenza di parole, ma è spazio interiore, condizione necessaria affinché l’anima possa risuonare con la sua origine divina. Nella visione di Patanjali, il silenzio mentale (nirodha) è la chiave per raggiungere gli stati superiori della coscienza.

Sat-Chit-Ananda, termine sanscrito che descrive la natura dell’anima (Purusha), significa esistenza-coscienza-beatitudine. Man mano che si va in profondità, dalla materia si passa all’energia, e da lì alla coscienza pura. Come l’acqua che solidifica fino a diventare ghiaccio, così la realtà manifesta scaturisce da una sorgente immutabile. La verità ultima è l’anima, ed è una sola in tutti gli esseri.

Nel cuore del percorso spirituale risiede l’amore, forza centripeta che conduce verso l’unità. «Quando muori, non conta ciò che hai fatto, ma quanto hai amato»: questo principio, radicato nella mistica cristiana e presente anche nel bhakti yoga, esprime la centralità dell’amore come mezzo di unione con il Divino.  

Isvara Pranidhana, uno dei precetti dello yoga di Patanjali, è l’abbandono al Signore, l’affidamento totale dell’ego al Sé superiore. Questo atto non è passività, ma apertura profonda. L’amore autentico dissolve le barriere tra l’io e il tu, tra umano e divino.    

Cristo e l’Oriente: Visioni Unificate del Divino.   Secondo una tradizione orientale e alcuni studi meno ortodossi (come quelli di Notovich), Gesù avrebbe trascorso diciotto anni in India, apprendendo le tecniche del Kriya Yoga e altre pratiche spirituali. In questa visione, Gesù non è solo una figura storica ma un Avatar, una manifestazione dell’Assoluto sulla terra.

Il messaggio centrale del Cristo – “Tu sei figlio di Dio”, “Il regno è dentro di te” – viene interpretato in chiave gnostica e yogica come un invito alla realizzazione interiore. La spiritualità dei Padri del Deserto, così come la gnosi primitiva, non era centrata sul dogma, ma sull’esperienza diretta della Presenza divina attraverso il silenzio e la meditazione.

Nella teologia mistica, la Coscienza Cristica è l’intelligenza divina presente in ogni atomo dell’universo. È il “Dio Figlio”, che insieme al “Dio Padre” e allo “Spirito Santo” compone una trinità attiva. Questo principio è sorprendentemente affine alla concezione indiana della trinità: Brahman (Assoluto), Atman (Sé individuale), e Shakti (energia divina).

L’amore, in questa prospettiva, permea l’intera creazione. Tutti i grandi Maestri spirituali, da Buddha a Yogananda, da Krishna a Cristo, hanno mostrato come il vero cammino consista nell’annullare l’ego per fare spazio al Divino.

Yogananda, maestro del Kriya Yoga, sottolineava che la spiritualità non è un sistema di credenze, ma una scienza sperimentale. Meditazione, preghiera, mantra (japa), e pratiche energetiche come il reiki o la pranoterapia sono strumenti per aprirsi al flusso dell’energia divina. Il silenzio interiore, la pratica regolare e la compassione universale sono pilastri della trasformazione.

Secondo gli insegnamenti di Swami Kriyananda e altri discepoli, il progresso spirituale si realizza nel quotidiano, nel karma yoga del vivere consapevole, nella scelta di gruppi spirituali che stimolino l'evoluzione interiore, e nel coltivare la bontà come riflesso della Bontà divina.

Conclusione: Verso l’Unità dell’Essere.  Siamo tutti pellegrini sul sentiero della verità. La sofferenza spesso ci spinge a cercare, ma la vera libertà arriva solo quando si ama il Divino per il Divino stesso. Ogni atto d’amore, ogni momento di silenzio, ogni respiro consapevole è un passo verso l’unità.

La spiritualità autentica è l’arte di vivere nel mondo senza essere del mondo. È la via che va dalla mente al cuore, dal rumore al silenzio, dall’ego all’amore, dalla molteplicità all’Uno.

venerdì 1 agosto 2025

La difficile impresa di ricostruire la Biografia di Gesù

 “Sono molto scettico sulla possibilità di scrivere una biografia affidabile di Gesù”.  In un'intervista a Le Monde, Rémi Gounelle, decano della Facoltà di Teologia protestante dell'Università di Strasburgo, ripercorre la difficoltà di creare un'immagine canonica di Gesù durante i primi secoli del cristianesimo.

“Quello che possiamo vedere è che la memoria di Gesù si è persa molto rapidamente, o almeno si è istituzionalizzata molto rapidamente”, osserva Rémi Gounelle, professore di storia dell'antichità cristiana, quando gli si chiede cosa sappiamo veramente della vita di Gesù. Dell'impressionante diversità del cristianesimo delle origini, poche correnti sono sopravvissute e “le comunità che sono scomparse più spesso hanno portato con sé le loro immagini di Gesù”, sottolinea il preside della facoltà di teologia protestante dell'Università di Strasburgo. Da qui il graduale sviluppo di un'immagine canonica del fondatore che, sebbene sia più inequivocabile, ha il merito di aver permesso al movimento di Gesù di sopravvivere, secondo l'accademico.
Perché i Vangeli canonici tacciono su gran parte della vita di Gesù?         

Gli Evangeli canonici – sottolinea Gounelle – non possono essere considerati opere storiche nel senso moderno del termine. I loro autori non intendevano scrivere una biografia oggettiva, bensì trasmettere quegli eventi della vita di Gesù che ritenevano fondamentali per fondare la fede e la prassi delle prime comunità cristiane. Miracoli, Passione e Resurrezione rappresentano i fulcri narrativi scelti.

L’enigma degli “anni oscuri” di Gesù.  Interrogato sulle ipotesi relative alla vita di Gesù tra l’infanzia e l’inizio del suo ministero pubblico – periodo sul quale i testi canonici tacciono – Gounelle si mostra prudente: secondo lui, non esiste alcuna teoria realmente fondata. Le fonti disponibili, benché numerose, sono lacunose e in parte contraddittorie. Le teorie su presunti viaggi in India, ad esempio, mancano totalmente di evidenze concrete. Più plausibile è che Gesù abbia ricevuto una formazione approfondita nelle Scritture, forse in una scuola giudaica (yeshiva), e che conoscesse a fondo il contesto religioso del suo tempo.

Il ruolo della memoria e delle istituzioni.   Gli studi sulla memoria indicano che quella individuale tende a svanire dopo alcune decadi, lasciando spazio a una memoria collettiva, modellata dalla narrazione sociale e istituzionale. La memoria di Gesù non fa eccezione: le testimonianze dirette si sono perse, mentre la sua figura è stata modellata in funzione della coesione teologica e comunitaria.

Senza l’istituzione, afferma Gounelle, il movimento carismatico di Gesù sarebbe verosimilmente svanito. L’opera di sistematizzazione teologica, a partire dal II secolo, ha cercato di conciliare le divergenze tra i quattro Evangeli – ciascuno dei quali propone un ritratto distinto – attraverso le cosiddette “armonie evangeliche”, ovvero tentativi di redigere un’unica narrazione biografica.

Evangeli perduti e testi apocrifi.  Oltre agli Evangeli canonici, circolarono altri testi, come quelli di Tommaso e di Pietro, letti ancora nei secoli III e V. Molte di queste opere non furono accolte dall’istituzione, ma hanno lasciato un’impronta significativa nell’immaginario collettivo. Le rappresentazioni dell’infanzia di Gesù, ad esempio, derivate da testi apocrifi, continuano a influenzare la tradizione popolare, tanto in Occidente quanto in Oriente e perfino nell’islam.

La pluralità del cristianesimo delle origini. Gounelle propone un’immagine suggestiva per descrivere il cristianesimo primitivo: non un albero con un unico tronco centrale, ma un nocciolo, con molteplici fusti che emergono direttamente dal terreno. Questo modello rende conto della ricchezza e della complessità delle origini cristiane, più che lo schema gerarchico troncato di un albero come la quercia. Di quella molteplicità originaria restano oggi solo alcune “ramificazioni” sopravvissute.

Nuove scoperte?   Infine, Gounelle invita alla cautela nei confronti di possibili nuove scoperte. Pur non escludendo del tutto l’emergere di testi o reperti archeologici inediti, ritiene improbabile che essi possano modificare in maniera sostanziale la conoscenza storica di Gesù. I dati ritenuti più verosimili – il battesimo, la predicazione in Galilea, la condanna romana e la crocifissione – costituiscono un nucleo narrativo condiviso, ma andare oltre questi elementi con rigore storico appare, a suo giudizio, fuori portata.

La ricerca radicale della spiritualità

 Non siamo nell'epoca della misura,  né del giusto mezzo: tutto è estremo; si va dall'iperconnessione , alle pressioni sociali, alla corsa al profitto. In questo contesto la ricerca della spiritualità è diventata un atto di resistenza radicale.   

Articolo di Eugenia Nicolosi   Vedi: https://www.alfemminile.com/salute-e-benessere/spiritualita-estrema-tra-ritiri-comunita-e-illusioni/?utm_source=firefox-newtab-it-it

Cosa è lo spirito? E cosa è la percezione dello spirito in un'epoca ipermoderna, iperconnessa, iperconsumistica, ipermaterialista? In un tempo dominato dal culto dell'io, dalla velocità e dalla sovrabbondanza informativa, la resistenza a queste stesse dinamiche è ugualmente estrema. Ecco perché la ricerca di una dimensione spirituale più autentica, profonda, a volte completamente slegata dai tradizionali riferimenti religiosi, si fa necessariamente radicale.

Non si tratta di una moda, non solo almeno, ma di un fenomeno globale che non poteva che trovare spazio nelle pieghe di un mondo sempre più logorato da stress cronico, alienazione e perdita di senso. Tanto ci siamo allontanate, allontanati, dalla dimensione spirituale, che oggi tentare di ritrovarla significa agire una rivoluzione interiore, oltre che esteriore.

Dappertutto si moltiplicano i ritiri spirituali — da quelli immersi nei boschi alle esperienze sensoriali nel deserto del Nevada — e non è raro che il/la manager, il/la creativo digitale o il/la professionista di turno, dopo ore passate tra Zoom e notifiche, scelga di spegnere tutto e cercare "un centro", qualunque cosa esso significhi. Yoga, bagni di suono, meditazioni Vipassana, digiuni, cammini, la "ayahuasca experience": le attività sono organizzate in contesti costruiti ad hoc per sembrare fuori dal tempo e dallo spazio. E nel caso dell'ayahuasca si esce davvero, dal tempo e dallo spazio.

Queste esperienze pensate per essere trasformative, rispondono a una domanda molto precisa: provvedere alla sopravvivenza dell'io spirituale in un mondo che quell'lo lo mortifica e ignora. Così, la fuga nel digitale, ora che il digitale è il posto reale, diventa una fuga nel rituale. 

Le comunità spirituali alternative esistono anche in Italia, lo sappiamo: è il caso di Damanhur, insediamento eco-spirituale nato negli anni Settanta tra le montagne piemontesi, fondato da Oberto Airaudi, e ancora oggi attivo.  Damanhur rappresenta uno dei tanti esempi di come il bisogno di spiritualità possa trovare espressione in forme comunitarie, auto-organizzate, a volte eccentriche ma profondamente strutturate. La parola "setta", in questi contesti, tende a emergere con facilità, spesso come giudizio esterno piuttosto che analisi oggettiva.

Certo, il confine tra comunità spirituale e deriva settaria può essere sottile, e la vigilanza è doverosa. Non mancano le testimonianze di sopravvissuti, sopravvissute a sette  in Italia - che raccontano di manipolazioni, abusi sessuali, psicologici ed economici, adescamenti e praticamente riduzione in schiavitù. 

Ma è altrettanto importante domandarsi, senza pregiudizi, perché queste realtà attraggono, chi è che le cerca, e cosa promettono: senso di appartenenza, contatto con la natura e la dimensione interiore, anzi, promettono uno spazio in cui la propria interiorità è il centro dell'esperienza. Che poi lo mantengano è altra questione.           

Tutto questo non può essere liquidato come fuga dalla realtà. È piuttosto un sintomo della fatica sempre più diffusa di vivere in un mondo costantemente acceso e che pretende, da chi lo abita, altrettanta performatività. Un mondo in cui ogni momento è potenzialmente produttivo e che sacrifica le emozioni che non possono essere monetizzate. In questo contesto è ovvio che il ritiro spirituale, l’appartenenza a una comunità fondata su dei valori e non sul profitto, anche solo la ricerca di un senso più grande possono essere visti come atti radicali, per quanto di legittima resistenza. 
La vulnerabilità di chi cerca un senso, una guida o una comunità può diventare riserva di caccia grossa per chi, consapevolmente o meno, sfrutta tale bisogno a proprio vantaggio. È impossibile non ricordare Osho: spiritualista carismatico, fondatore di una delle più note comunità alternative del Novecento, capace di attirare decine di migliaia di seguaci in tutto il mondo. Il suo ashram divenne negli anni Ottanta una città autonoma nel cuore dell’Oregon, Rajneeshpuram, che culminò in uno scandalo internazionale: accuse di frode, abuso di potere e un’inchiesta federale che portò alla sua espulsione dagli Stati Uniti.

Un caso estremo, certo, ma che restituisce con precisione chirurgica quanto la contaminazione capitalista si possa spingere oltre. La ricerca di spiritualità, come la promessa di comunità, non è immune da dinamiche di potere, dipendenza e sfruttamento. Per questo, se il bisogno di una dimensione interiore è legittimo — e forse più urgente che mai — è altrettanto necessario esercitare discernimento. Non ogni guida è illuminata, non ogni comunità è sana. Cercare il sacro, oggi, può essere un atto rivoluzionario soprattutto se fuori dalle dinamiche che ci hanno impedito, fino a oggi, di trovarlo.

Ma al domanda finale che io mi pongo è la seguente: Può esistere una comunità, non immune da dinamiche di potere, dipendenza e sfruttamento, in cui si possa mantenere la propria personalità, capacità di discernimento, possibilità di dialogo su alcuni principi base? 

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono più...