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mercoledì 1 aprile 2026

Il Sorriso segreto dell'Essere - Mauro Bergonzi - 2

Mauro Bergonzi è docente d Religioni e Filosofie dell'India presso l'Università di Napoli e socio analista del centro Italiano di Psicologia Analitica.  A partire dagli anni '70 ha approfondito i percorsi meditativi di varie tradizioni orientali con uno spirito libero da dogmi e adesioni confessionali. Determinanti è stato il suo  incontro con gli insegnamenti di Nisargadatta Maharaji, Jiddu Krishnamurti e Tony parsons. Da diversi anni conduce gruppi di condivisione dell'essere (sat-sang) a Roma e Bologna.       

Il tesoro nascosto che cerchiamo è già qui con noi. Il risveglio consiste nella scoperta del proprio vero Sè, che coincide con la Totalità, oltre l'io individuale. La nostra natura originaria è perfetta così come è. La metafora nel buddhismo il sole è sempre lì, anche se coperto dalle nubi. Nell'Advaita vedanta si parla della signora che crede di aver perso la propria collana, mentre ce l'ha appesa al collo. Come dice Nisargadatta Maharaj: "Puoi trovare ciò che hai perdut, ma non puoi trovare ciò che non hai mai perso.  Invece di cercare ciò che non hai, scopri che cos'è che non hai mai perduto".  Il  Tao non conosce confini, eppure è sempre qui con noi. Se lo cerchi, lo perdi.

 

Esistenza e coscienza sono due parole per indicare la stessa cosa. Tutto ciò che apapre e scompare (suoni, colori, immagini, sensazioni, percezioni, ricordi, ecc) è dentro la Presenza-consapevolezza. la mente poi organizza le percezioni in insiemi separati, tracciando un confine tra le cose, me e il mondo, tra il dentro e il fuori.  E' la consapevolezza che vede tutto inclusa la mente.  Prima c'è la percezione, poi in un secondo momento sorge il pensiero "Io percepisco qualcosa" e nasce il dualismo tra osservatore e osservato. Tu non sei i molti, sei l'Uno. 

Non esiste un Io separato dall'Essere,  è l'Essere che fa tutto, compresa l'illusione di u n io separato. Noi siamo un'azione dell'Essere. Quando terminiamo di diventare diversi da quello che siamo, ci rilassiamo, smettiamo di fare e cominciamo veramente a essere.

Nel cammino della consapevolezza, si passa dalla prigione egoica alla posizione del testimone, in cui riusciamo ad essere spettatori di un fantasmagorico spettacolo sempre in movimento. L'osservatore e l'osservato sono due nomi diversi dello stesso indivisibile processo dell'osservazione. 

Il mondo esterno e la coscienza sono una sola e medesima cosa. la molteplicità delle menti individuali è solo apparenza, in verità c'è una sola mente - Schrodinger.  Anche Heisenberg ha affermato che al divisione del mondo in soggetto e oggetto, mondo interno e mondo esterno, corpo ed anima si rivela inadeguato e fonte di difficoltà. 

Dato che l'universo ci include, dire che noi osserviamo il mondo esterno equivale a dire che in realtà l'universo sta ossservando se stesso attraverso noi.  Il residuo che rimane inconoscibile nel sistema auto-osservante chiamato universo è proprio la coscienza, ossia la sorgente da cui scaturisce il nostro sguardo sul mondo. Il pensiero nel tentativo di cogliere la coscienza da cui esso stesso trae luce, crea il concetto di un illusorio io individuale limitato soltanto al soggetto osservante e falsamente contrapposto all'oggetto osservato (il mondo).   Il dilemma della nostra identità è dato da queste parole di Chuck Hillig: "Sono un puntino nero in uno spazio bianco, oppure sono uno spazio bianco con un puntino nero? 

Attraverso il p ensiero tracciamo un confine e dividiamo convenzionalmente la realtà, rimuoviamo la coscienza della sua unità, identifichiamo l'io all'interno. Sono le nostre griglie concewttuali a descrivere la realtà e decidewre dove finisce il sé e comincia il mondo esterno, e noi viivamo prigionieri di queste griglie.    Perchè non considerare l'idea che il nostro vero sé sia l'indivisibile Totalità dell'univewrso?

La verità non può essere conosciuta perchè tutti i limitati strumenti di conoscenza sono inadeguati rispetto al Tutto. 

Nell'autolimitazione in un io individuale e separato da tutto il resto, è inevitabile provare un senso di incompletezza, che ci segue come un'ombra.  Allora ad una certa età ci mettiamo nella prospettiva di una ricerca interiore e l'io diventa un ricercatore spirituale, e si procura un ennesimo esperto che gli insegni come essere felice.  Gli esperti rivolgendosi a te come un io separato non fanno altro che rinforzare l'ostacolo a vedere la completezza in te.  I veri maestri cercano di farti capire che tra loro e te non c'è nessuna differenza, siamo un unico flusso di coscienza globale.  Può succedere che il pensiero e l'attenzione collassino all'improvviso, l'io si dissolve e un gran senso di sollievo ci pervade.  

L'amore.  Tutto è Uno e io sono Quello. L'amore è la pienezza che esplode quando l'io separato sparisce.  

Tutto nell'universo è vibrazione energetica, l'energia è un movimento tra opposti che tende all'unità, nella prospettiva dualistica l'amore è un'energia che scorre tra due polarità opposte, l'io e l'altro.  Ma l'amore tende ad abolire la dualità soggetto/oggetto.  L'eros è la continua tensione verso ciò che ci manca per sentirci completi. Il maschile e femminile si annullano a vicenda nella completezza a cui tende l'eros, fisicamente simboleggiata dall'orgasmo.

Pag. 146  Spesso si fa l'amore con il proprio partner in modo routinario e ben poco soddisfacente, dall'altro si fa sesso sporco (ma più eccitante con amanti vari) per godere di ciò che non ci si permetterebbe mai di proporre alle proprie moglie e ai propri mariti, spesso con grande rammarico).   Il cosiddetto sesso tantrico si presenta il più delle volte in modo a dir poco desolante. Nelle tradizioni spirituali sono pochissime le voci che rivendicano una sessualità diversificata, piena e spontanea come espressione fisica della non dualità.  Arnaud Desjardins è uno  dei pochi che nell'ambito della spiritualità abbia osato affrontar eil tema della sessualità con spirito libero e aperto: una vera coppia si metterà nuda l'una di fronte all'altra , non solo fisicamente ma anche psicologicamente. La moglie rappresenta per il marito tutte le donne, tutte le possibilità femminili. E l'uomo rappresenta per sua moglie tutte le possibilità maschili.  Non ci sono regole, non ci sono proibizioni in un vero rpporto d'amore, c'è anche la più grande libertà di scoprire tutte le parti di sé e dell'altro. sdalle più oscure alle più luminose.  Sentiamo di non essere completi e cerchiamo la parte mancante fuori di noi, proiettandola su una persona, di solito dell'altro sesso. E attraverso questo rapporto veniamo in contatto con la parte negata in noi stessi.  Coem diceva Jung, nella second aparte delal vita, questa parte mancante riaffiora in forme psico-patologiche. 

L'eros è un'energia con cui tutti, anche gli asceti devono rapportarsi. Sempre Desjardins scrive: "l'attrazione sessuale è la legge fondamentale, la legge universale. La scelta è semplice; o una vita amorosa naturale, agevole, o l'ascesi vivificante, anche apportatrice di pienezza, oppure la nevrosi.  Molti aspirano alla realizzazione di una coscienza super-normael, dimenticando quanto faccia loro difetto la semplicissima normalità. 

L'amore altruistico è possibile, ma non può prescindere dall'amore di sé, o del Sé.  L'amore è la pienezza che esplode quando l'io separato sparisce. 

Nella prospettiva della manifestazione dualistica, l'amore - come il desiderio - è la ricercsa dell'unità.  Nella prospettiva NON dualistica, l'amore è l'espressione dell'Uno, è il sapore dell'Uno celato in ogni esperienza della nostra vita, il sapore del Sè che intimamente sentiamo di essere.  

La morte.  La nascita e la morte sono le due soglie dell'esistenza che segnano la nostra comparsa e scomparsa da un nulla ad un nulla. Allora cerchiamo di attribuire un significato alal nostra esistenza. Cominciamo a raccontarci delle storie che tentano di dare un senso alla nostra vita, per esorcizzare l'angosciosa possibilità che non abbia alcun scopo.  Non è tanto l'Ignoto in sè, di cui non abbiamo alcuna rappresentazione, a farci paura, quanto il fatto che, con al morte perderemo tutto ciò che conosciamo. Ma dal NON essere non può nascere niente. Noi prima di nascere siamo l'Universo, con la morte troneremo ad essere l'Universo.   Quando muoriamo abbandoniamo tutte le storie (tristi o allegre) del nostro film personale e ci tuffiamo in questo ignoto, nudi di ogni conoscenza. 

La coscienza. L'esperienza della realtà ci appare impropriamente come corpo, mente e mondo.     Se osserviamo il mondo percepiamo colori, suoni, sapori, sensazioni, percezioni, il mondo è una interminabile sequenza di percezioni. da queste percezioni cominciamo a costruire il corpo, la mente.  Tutto ciò che chiamiamo realtà non è aaltro che l'attività del percepire (mondo), del sentire (corpo), del pensare (mente).  L'io è il nome che diamo alla coscienza che percepisce, sente e pensa. Cominciamo anche a pensare che la coscienza sia dentro la mente.   Ma la coscienza non è immersa nel continuum spazio-temporale ma al contrario lo contiene.    Tra i contenuti che appaiono nel settore chiamato mente nasce il pensiero: io sono questo e non sono quello.   L'io sono è l'espressione verbale con cui la mente traduce l'immediata certezza di esserci e sapere di esserci, l'evidenza innegabile della mia Presenza consapevole.   Nasce così l'illusione della dualità, il sentirci individui separati dal mondo la fuori, con u n dentro (pensare e sentire) contrapposto ad un fuori (percepire). 

L'Io è coscienza, Sono è esistenza. L'esperienza primordiale dell'io sono è costante e fondamentale. Su questa identità, che viene prima di ogni esperienza specifica, si basa l'intera realtà. Senza di me - se non ci fossi io a percepire ogni cosa - l'intero universo non apparirebbe affatto. Tutto ciò che è vita e realtà presuppone l'Io sono.  Se eliminiamo la ocscienza, ogni altra cosa sparirebbe. 

Tutto è in me. Io non nego il mondo: lo vedo solo apparire nella coscienza, che è la totalità del conosciuto nell'immensità dell'ignoto.  

Chi sono io? Purtroppo nasce la convinzione che Io sia un individuo separato, Dall'idea di separazione nasce  un ineliminabile senso di perdita, mancanza, incompletezza, che a sua volta genera la ricerca della Totalità perduta.  Senza il miraggio dell'Io, non esistono libero arbitrio, né determinismo.  

ciò che sono deve essere già qui, ora.  Inoltre, ciò che sono è costante, non cambia mai, perchè ho sempre l'impressione di essere me stesso, pur attraversando tanti cambiamenti.  Resta la costante sensazione di esistere, esserci e sapere di esserci, una Presenza consapevole.    la parola coscienza rimanda a qualcosa che non è una cosa, bensì lo sfondo costante di ogni singola esperienza. L'Io è un semplice nome, un oggetto mentale che viene visto dalla vera coscienza, che resta inconoscibile e innominabile.    Quando pronuncio la parola IO, indico in realtà qualcosa oltre il pensiero, oltre ogni separazione: indico la Presenza vuota e consapevole da cui, in cui e a cui appaiono e scompaiono tutte le esperienze.  

Il Sé - ossia la coscienza - conosce l'Io separato, ma quest'ultimo (che è solo apparenza) non può conoscere il Sé. L'Io è una semplice azione del Sé.  In questa ottica, il concetto stesso di risveglio è un'irrealtà, perchè ciò che veramente siamo è una Presenza sempre sveglia. Non c'è bisogno del risveglio, la coscienza che costantemente siamo non dorme mai, neanche nel sonno o nel sonno profondo. 

Tu sei quella.  la coscienza e l'Io sono come il mare e le onde. Noi siamo sia il mare (la coscienza) sia le onde (l'individuo). Noi proviamo un senso d'incompletezzae di mancanza, di alienazione dal Tutto,  e comincia così la ricerca dell'Unità, della completezza che crediamo di avere perduto. 

A volte abbiamo l'impressione di felicità, che siamo completi e la ricerca si sospende.  La Totalità include ogni cosa anche l'Io che la cerca, e si trova ovunque (anche qui e ora). Ne consegue che la ricerca non solo è impossibile, ma anche del tutto inutile, perchè siamo la Totalità che cerchiamo. La ricerca rappresenta l'ostacolo maggiore al manifestarsi della liberazione.  La metafora classica del NON dualismo è quella della signora che cerca la collana, ma si è solo dimenticata di averla al collo. 

La ricerca spirituale è come andare in cerca del buio con una lanterna accessa in mano. Quando cade la ricerca, troverò.   Anche la ricerca, come tutte le cose, è una semplice espressione della Presenza, dell'Uno.  Il risveglio è un evento quasi impercettibile, appare quando la ricerca finisce.   Ma non ha niente a che fare con la comprensione.   

E' la coscienza che vede tutto, ma proprio per questo non può vedere se stessa. E' impossibile che la coscienza non esista, perchè essere coscienti è un'evidenza innegabile che viene prima di ogni altra esperienza. a non possiamo dire che cosa sia. 

Questa presenza consapevole, questo esserci e sapere di esserci è l'Io sono che costantemente ci abita. da questo Io si sprigiona l'intera gamma di esperienze che appaiono e scompaiono dalla Coscienza, diventando l'universo conosciuto. Nell'incessante danza del cosmo, l'Io sono è l'unico danzatore e tutte le esperienze che compèongono il mondo non sono altro che le infinite movenze della sua danza.  Danzatore e danza sono inseparabili. Quando finisce la danza, anche il danzatore cessa di esistere.  Ogni esperienza enlal nostra vita quotidiana - piacevole o spiacevole - è un invito a sentire la risonanza della vibrante nergia che senza sosta si sprigiona dalla Presenza, divenendo noi.  Sei sempre e comunque l'espressione della Presenza. Quando affiora la risonanza di questa incontenibile vitalità, non hai più bisogno d'altro: sei in caduta libera nella meraviglia senza fondo dell'Essere. Allora la tua intera vita esplode nel Mistero che sei: il sorriso segreto dell'Essere. 

Il Sorriso segreto dell'Essere - Mauro Bergonzi

Il Sorriso segreto dell'Essere. Oltre l'illusione dell'io è un testo scritto da Mauro Bergonzi e pubblicato nel 2011. In questo testo Mauro Bergonzi fa un ritratto della persona sul percorso spirituale e  spiega la differenza tra dualismo e non dualismo.  

Nel dualismo c'è la separazione tra chi sa (il maestro) e chi non sa (il discepolo).  tra il punto di partenza (l'ignoranza) e il punto di arrivo (la saggezza), e soprattutto l'idea che esista qualcuno (un io individuale separato dal Tutto)  in grado di raggiungere qualcosa che non ha (liberazione, Dio, l'Unità, ecc). 

Nel NON dualismo radicale, non c'è verità da svelare, nè insegnamenti da impartire perchè ognuno di noi , esattamente così come è adesso, senza dover cambiare niente, in qualsiasi momento della vita può accorgersi di qualcosa che c'è sempre, vale a dire, la certezza che esistiamo e sappiamo di esistere, la Presenza consapevole che costituisce il nostro vero Sè.   Quella Presenza Non duale in cui appaiono e scompaiono tutte quelle esperienze che chiamiamo "la nostra vita".

Siamo tutti un unico Essere ( il mare) che appare come ciascuno di noi (le onde). Chi potrebbe insegnare alle onde di essere il mare? Che senso ha istruire qualcuno a diventare ciò che già è?

Ogni pagina del libro è un invito ad aprirci all'ignota vastità che siamo. a sentire l'Essere che brilla in qualsiasi istante della nostra vita. E' un invito ad esplorare il misterioso sguardo che la coscienza apre su ciò che chiamiamo realtà, il senso e non senso della meditazione e della ricerca spirituale. La ricerca spirituale non ha senso, perchè siamo già ciò che cerchiamo. Ogni manifestazione è un passo di danza di un unico Essere alla cui luce ogni separazione è soltanto apparenza e gioco.  

Possiamo affrontare queste tematiche con due approcci; una prospettiva negativa decostruendo la falsa credenza di un io individuale separato dal resto dell'universo; una prospettiva positiva di riconoscere l'innegabile e immediata evidenza di esserci e sapere di esserci, vale a dire riconoscere la Presenza costante e consapevole che costituisce la nostra vera identità. 

Alla nascita ci sentiamo gettati nella vita, nella precarietà dell'esistenza.   Churchill ha ribadito "la vita è una grande avventura dalla quale non ne usciremo vivi". 

 E se inoltre,  oltre ad essere precaria, la vita fosse senza scopo?  Questo ci fa proprio impazzire, E allora cominciamo a cercare disperatamente un obiettivo, un traguardo, un significato da conferire alla vita, un qualcosa che ci possa  permettere di dire che ne è valsa la pena di viverla... perchè aveva uno scopo.

Così la nostra vita è ntessuta di storie costruite dal pensiero che sono semplici illusioni. E ogni illusione da prima o poi, una delusione. Ci inventiamo storie sull'aldilà, sulla ricchezza come chiave della felicità, sul successo, sul potere, sul vittimismo come strategia vincente, sull'ottimismo a oltranza. Prima ci realizziamo nello studio, poi nel matrimonio, poi nel lavoro, ecc.

Siamo gettati in una esistenza che viviamo come una progione senza scopo, sospesa tra un nulla prima della nascita e un nulla dopo la morte. Per evadere dalla prigione inventiamo storie che diano un significato alal vita, convincendosi poi della loro realtà, ma essendo semplici costruzioni del pensiero, queste storie ci intrappolano in un'illusione che finisce per rinforzare la prigione stessa. Poi ci rendiamo conto dell'inconsistenza della storia e passiamo subito a raccontarcene un'altra, e la giostra continua a girare in tondo.  

Per venirne fuori, alcuni cominciano a raccontarsi la storia del risveglio, dell'illuminazione, di una definitive liberazione dai problemi della vita. Il percorso spesso si identifica con la pratica meditativa.  Ma come tutte le storie costruite dal pensiero finirà con una delusione e non ci porterà fuori dalla prigione, La buona notizia è che la meditazione può renderci più confortevole la nostra cella. Meditare è equivalente a qualsiasi attività intrapresa per cercare quella completezza, quell'unità che crediamo perduta. 

Ci sono diversi tentativi per uscire dalla prigione. Per alcuni è rimbecillirsi davanti al televisore fino a dimenticare se stessi, per altri è fare acquisti finchè non sentono di aver colmato il proprio vuoto interiore;  per altri ubriacarsi fino ad arrivare ad un completo oblio. Attraverso la meditazione si possono coltivare stati di silenzio interiore in grado di offrire una pace interiore, ma pur sempre temporanea.  Per apparire credibile la storia della meditazione ha bisogno di modelli esemplari, di irraggiungibili eroi spirituali, gli illuminati, i maestri.   Naturalmente un illuminato è una mera fantasia della nostra mente, imamginiamo una persona perfetta, impeccabile, vegetariana, vestita di bianco, sempre con il sorriso sulle labbra...  Ma prima o poi scopriamo che il guru ha simpatie e antipatie, non vuole essere contraddetto, approfitta sessualmente o economicamente dei propri discepol, ecc.      E ad un certo punto dovremmo essere vaccinati anche contro questa illusione. Invece ci diciamo che ci eravamo sbagliati, non era un vero illuminato e ci mettiamo a cercarne un altro....

 Il risveglio non ha nulla a che fare con la perfezione. on a caso tante tradizioni spirituali affermano che il vero guru è dentro di noi, o che è la vita stessa.  In questo approccio, in questa visione, il maestro non è quello che ci porta a confrontarci con falsi modelli o ci propone falsi percorsi, ma è colui che nonostante i suoi limiti e le sue imperfezioni,  ci apre cuore e mente a una risonanza con l'esplosiva vitalità dell'Essere non duale che veramente siamo. Noi siamo Uno senza Secondo.  

Il risveglio consiste nel vedere spontaneamente l'irrealtà di un io separato: è l'Essere stesso a creare e a dissolvere questa illusione nella sua danza incessante.

La storia del risveglio ha come punto di partenza la prigione, il sentirsi separati e confinati nello spazio-tempo. il percorso è la pratica meditativa, il punto di arrivo è il risveglio, il Tutto, Dio.   L'individuo che si crede separato dal Tutto è un'illusione. L'individuo fa parte del Tutto, e non può stare al di fuori della Totalità. Irreale è il punto di partenza e irreale è il percorso.  

Non è  possibile raggiungere il luogo dove già si è, così come non ci si può avvicinare allo spazio in cui siamo immersi.

In definitiva, non solo cerchiamo perchè siamo insoddisfatti, ma siamo insoddisfatti perchè cerchiamo. La ricerca non fa che rinforzare  l'illusoria esistenza di un sè separato in grado di agire indipendentemente dal resto dell'universo, perpetuando il dualismo.  E' uno spettacolo inscenato dall'Uno per esprimersi nella danza della molteplicità.

La meditazione.  "Ciò che la meditazione indicca non è un'esperienza, è libertà da qualsiasi esperienza".

Fare meditazione significa applicare un determinato metodo. Il Buddha afferma esplicitamente che una sola, semplice pratica come la consapevolezza del respiro è sufficiente a percorrere l'intero sentiero meditativo.  Il percorso deve tendere ad una progressiva semplificazione. La maturità di un meditante si riconosce dall'animo semplice e dallo sguardo innocente. Quindi dovremmo adottare quelle tecniche che vanno meglio per noi, quelle che ci risultano più facili e naturali; che ci trasmettono un senso di energia, freschezza, leggerezza e fiducia in noi stessi.  L'essenza profonda della meditazione è un atteggiamento di apertura del cuore e della mente a Ciò che è, uno sguardo sul mistero dell'Ignoto.  

Meditare è imparare da ogni esperienza e procedere oltre; è un lasciare andare, uno spogliare la mente di tutto ciò che ci impedisce di vedere direttamente Ciò che è.  La meditazione non è seprata dalla vita; è l'essenza stessa della vita.  

Il mezzo più efficace per arrivare alla suprema verità è il silenzio.  Nella nostra civiltà il silenzio fa paura o è svalutato. Quello che ci spaventa di più è il silenzio della mente.   Per arrivare la silenzio della mente dobbiamo prima dimenticare il corpo, quando rimane immobile e rilassato possiamo entrare in una dimensione  più raccolta e profonda. Possiamo comunque entrare in stati di profondo silenzio anche attraverso il movimento fisico, come nel Tai-chi-chuan attraverso la cosiddetta "esperienza di flusso". Man mano che si instaura un silenzio del corpo a livello grossolano si comincia ad avvertire sempre più chiaramente una corrente vitale di energie sottili che circola in tutte le zone dell'organismo. Nel silenzio del corpo, si arriva a sentire il movimento stesso della vita.

Importante è anche il silenzio del respiro che connette il livello fisico con quello delle energie sottili, non a caso il termine prana significa sia vita, sia respiro. Il respiro è il ponte fra diverse sfere di realtà, tra corpo e mente, tra corpo e energia, è anche il ponte per entrare in contatto con la nostra parte inconscia e con le nostre emozioni.

Le pratiche meditative basate sul respiro rientrano in due fondamentali tipologie: quelle che attivamente lo modificano (la ritenzione del respiro induce il silenzio del respiro) e quelle che lo lasciano fluire spontaneamente.  In entrambe è comunque importante focalizzare l'attenzione sul respiro su un preciso punto (narici, addome, ecc).  Con la pratica, il respiro diventa sempre più lento e sottile, fino ad avere l'impressione che scompaia...   I taoisti mettono una piuma davanti al narici che resta immobile, mentre il corpo respira con ogni cellula e poro della pelle. Quando il respiro non si percepisce più a livello grossolano, si instaura una pace profonda, e si va verso la sfera della quiete della mente.  

Si passa al ritiro dei sensi, l'attenzione si ritrae dal continuo bombardamento delel percezioni sensoriali e si arriva a uno stato di vuoto sensoriale. Per aiutare questo processo un metodo è quello di  concnetrarsi, focalizzare l'attenzione su un unico punto, che può essere un'immagine, una zona del corpo, un pensiero, una frase, il respiro. Anche nelal vita quotidiana si può cercaredi applicare questo principio, magari camminando con uno sguardo raccolto davanti a sé. In molte tradizioni spirituali si mantiene il silenzio per giorni e a volte per anni... Mentra nella nostra civiltà le parole straripano e perdono lo scopo primario che è quello di comunicare, con un enorme spreco di energia perchè la parola è essenzialmente una forma di energia. Anche il pensiero è una vibrazione energetica. 

Comunque, qualunque sia il punto di partenza della pratica meditativa - il corpo, i sensi, il respiro o la parola - alla fine si arriva sempre al silenzio della mente.  Noi siamo la coscienza, lo sconfinato spazio di consapevolezza, lo sfondo costante in cui i contenuti mentali appaiono e scompaiono.  Invece, confondiamo mente e coscienza, trasformandoli in sinonimi.  Ci identifichiamo con i soli contenuti mentali e così emerge la falsa idea di essere un io individuale e limitato.  Per questo è importante il silenzio della mente, se i nostri pensieri tacciono e i processi mentali con cui ci identifichiamo, si interrompe l'illusione di un io separato e individuale: ciò che resta è una coscienza temporaneamente priva di ogni contenuto.     Nel silenzio della mente l'energia non è più dissipata in azioni esterne e vibra all'interno e si sviluppa una sorta di calore, una fiamma interiore. 

Un altro metodo per arrivare al silenzio interiore è quello di un'apertura a trecentosessanta gradi dell'attenzione, un campo globale dell'attenzione che non escluda nessun oggetto: pensieri, sensazioni, percezioni, ecc.

Comunque questo silenzio meditativo non può che avere una durata limitata nel tempo. La pratica della meditazione ha senso se ci fa stare bene, se ci dà energia, se ci comunica esperienze piacevoli, se siamo consapevoli dei sui limiti intrinseci.

L'equivoco di fondo è che noi crediamo che il silenzio sia un'esperienza soggettiva, mentre in realtà è lo sfondo costante e inalienabile di ogni esperienza.  Il Silenzio è sempre qui: siamo noi che andiamo e veniamo.  Noi siamo questo insondabile Silenzio e il nostro Io è solo in apparenza separato da esso, come una nuvola che è fatta del cielo in cui veleggia. 

La meditazione è un'espressione della Totalità, non una via per raggiungerla.   La Totalità comprende anche l'io del meditante e diventa evidente quando scompare l'idea illusoria di un Io separato che cerca di raggiungerla.  Se si parte dal principio che non c'è un Io separato dal Tutto, perchè meditare? E soprattutto, chi fa meditazione?

La liberazione è lo sfondo costante da cui emerge qualsiasi esperienza, uno sfondo che comprende sia il soggetto (il meditante) sia l'oggetto (gli stati di sospensione dell'io). 

Dire "Io ho ragggiunto con la meditazione uno stato libero dall'io" è un palese controsenso. Come il meditare per diventar eilluminati è altrettanto controproducente che combattere per la pace. - Leo Hartong

Meditare per meditare, come danzare per danzare è una pura espressione di gioia senza scopo, una celebrazioen della vita che esplode nel silenzio della coscienza.   

La mente è lo strumento  attraverso cui l'Uno appare come molti. Tramite i nomi e le forme, il pensiero crea un dentro (l'Io) e un fuori (il mondo), laddove in realtà c'è solo l'unitario sfondo della coscienza. Sul foglio bianco della coscienza appare una linea chiusa che sembra separare interno e esterno, i quali però entrambi non sono altro che un unico foglio indiviso. 

Durante la vita quotidiana ci sono momenti in cui, senza alcun motivo, la mente si rilassa e diventa spontaneamente quieta, in una condizione di consapevolezza silenziosa in cui percezioni e pensieri  vanno e vengono.

La meditazione non deve essere uno strumento per raggiungere una meta lontana, ma un laboratorio per esplorare chi siamo in realtà.  una volta compresa la natura illusoria del meditante, del falso io impegnato nell'impossibile compito di raggiungere qualcosa che egli già è - ogni deliberata meditazione cessa spontaneamente e ciò che resta è pura e semplice Presenza-consapevolezza, senza ceh nessuno sia presente o consapevole. 

Nela meditazione dobbiamo dimorare così come si è, dimorare nella coscienza globale lasciando che  mente, corpo e mondo si manifestino spontaneamente. La meditazione no è fare, ma smettere di fare, smettere di costruire l'entità illusoria che pensiamo di essere, allora avviene una radicale invewrsione di prospettiva. Prendiamo consapevolezza che io, corpo, mente sono semplici percezioni intermittenti che vanno e vengono nel campo globale della coscienza.  Il dimorare così come si è, non ha niente a che vedere con le pratiche meditative, perchè accade da sè, spontaneamente, senza che ci sia alcun Io a compierlo: diventa una celebrazione della vita, la danza dell'Uno che appare come molti. 

mercoledì 19 novembre 2025

La spiritualità in Giappone

I Giapponesi sono essenzialmente laici, ma tutti sono coinvolti in riti shintoisti come battesimi e matrimoni, e essere shintoista è considerato sinonimo di essere giapponese. I funerali, di solito, vengono celebrati con riti buddhisti. In Giappone è comunque difficile trovare un vero monaco durante le ore turistiche, poiché molti templi sono stati trasformati in luoghi da visitare.      
 

In Giappone convivono lo shintoismo, il buddhismo e il confucianesimo. La maggior parte delle persone aderisce a una combinazione di shintoismo e buddhismo, ma le statistiche sulle identità religiose sono complesse perché molti praticano entrambe le religioni. Secondo dati del 2021, lo shintoismo è praticato dal 48,1% e il buddhismo dal 46,5% dei credenti. Il confucianesimo non è considerato una religione separata in Giappone, ma piuttosto un sistema etico che ha influenzato profondamente la cultura e le credenze locali, sebbene non esistano statistiche specifiche sulla sua adesione.

Lo shintoismo, letteralmente “la via degli dei”, ha origine da una religione animista che adorava i kami, divinità che un tempo si riteneva albergassero in tutte le cose. Nelle cerimonie shintoiste il sacerdote agita dei rami nei quattro punti cardinali per scacciare i cattivi spiriti, coadiuvato dalle miko, le ragazze del santuario. Storicamente, le miko svolgevano un ruolo spirituale importante come intermediarie; anche se oggi tale ruolo è spesso visto come un lavoro part-time, esse sono ancora una parte integrante della tradizione shintoista.   

L’influenza cinese portò lo shintoismo verso il culto degli antenati. Tutti, e in particolare l’imperatore, sarebbero diventati kami, cioè divinità. I primi buddhisti sostenevano che i kami fossero reincarnazioni dei loro Buddha. Ciò portò a una forma di sincretismo. I santuari si caratterizzano per il portale d’ingresso (torii), solitamente di colore rosso e bianco (maschile e femminile), e per i due cani-leone (komainu) capaci di allontanare il maligno. Alcuni santuari contengono statue di animali e tavolette votive (ema).
Non esistono “scuole” shintoiste nel senso dottrinale del termine, ma l’organizzazione principale che raggruppa la maggior parte dei santuari e gestisce l’istruzione religiosa è il Jinja Honchō (Associazione delle Chiese Shintoiste del Giappone). Il Jinja Honchō amministra migliaia di templi in tutto il Paese e circa un centinaio di scuole.
Nello shintoismo la purificazione con l’acqua è fondamentale per rimuovere impurità, peccati e sfortuna prima di interagire con il sacro. I rituali principali sono il Misogi, l’abluzione completa del corpo per purificarsi da contaminazioni spirituali e fisiche (si ispira al mito di Izanagi, che si purificò in mare dopo essere stato nella terra dei morti), praticato sotto una cascata, in un fiume o in un lago, specialmente se considerato sacro; e il Temizu, una purificazione fisica e simbolica più breve delle mani e della bocca, eseguita prima di entrare in un santuario presso una fontana apposita (chiamata chōzuya o temizuya).

Una statua di un drago si trova spesso all’interno o accanto al temizuya, poiché i draghi sono associati alle divinità dell’acqua (Ryūjin). Il rituale prevede di prendere un mestolo d'acqua con la mano destra, sciacquare la sinistra; poi sciacquare la mano destra versando l’acqua nella mano sinistra; quindi raccogliere un po’ d’acqua per sciacquarsi la bocca (senza toccare il mestolo con le labbra) e sputarla a terra, lontano dalla fontana; infine sciacquare il mestolo e riporlo.
Le tavolette votive shintoiste, chiamate ema, sono tavolette di legno su cui i fedeli scrivono desideri o preghiere per poi appenderle in appositi spazi all’interno dei santuari. Le tavolette raffigurano spesso immagini simboliche o legate al santuario. In origine erano sostituite da cavalli veri, da cui deriva il nome (“cavallo disegnato”). Periodicamente i santuari bruciano le ema accumulate in un rito che simboleggia l’invio dei desideri ai kami.

In Giappone è presente anche il confucianesimo, un sistema di pensiero fondamentale che ha influenzato profondamente le riforme statali e l’etica sociale fin dal VI secolo, soprattutto durante il periodo Edo (1603–1867). Sebbene non sia una religione nel senso tradizionale, ha fornito principi etici e politici basati sul ruolo dell’individuo e sulla virtù. I giapponesi possono abbracciare i principi confuciani senza contraddizioni, pur professando altre religioni. Nonostante il confucianesimo abbia perso importanza, alcuni suoi valori sono ancora presenti nella società, e alcuni templi confuciani rimangono attivi. I più importanti sono lo Yushima Seidō a Tokyo e il Taku Seibyō (il più antico esistente); altri siti che conservano questo retaggio includono il Kōshibyō di Nagasaki.

Il buddhismo giapponese è una tradizione spirituale ricca e complessa, profondamente radicata nella cultura del Paese. Arrivato dalla Cina e dalla Corea nel VI secolo come religione di corte, si mescolò poi allo shintoismo e si sviluppò in molte scuole distinte. Le principali correnti comprendono la Tendai (IX secolo), la Shingon (IX secolo), la Terra Pura (XI secolo), lo Zen (XII–XIII secolo, con le scuole Sōtō e Rinzai) e la scuola di Nichiren (XIII secolo).

Durante il periodo Nara (710–784) esistevano sei scuole principali (Sanron, Jōjitsu, Hossō, Kusha, Ritsu e Kegon), introdotte dalla Cina e dalla Corea. Rappresentavano diverse correnti buddhiste Mahāyāna e Theravāda prima della diffusione del buddhismo esoterico Shingon, e costituivano il fondamento del buddhismo giapponese pre-Shingon.

Il buddhismo esoterico Shingon, fondato da Kūkai (774–835) nel 816, è un sistema che integra e supera gli insegnamenti delle scuole precedenti. Collega il buddhismo Mahāyāna a insegnamenti esoterici di origine tantrica. Da qui si sviluppò una tradizione particolarmente attenta all’esperienza diretta, ai rituali e alla dimensione mistica.   Il bodhisattva più conosciuto in Giappone è Kannon, derivato da Avalokiteśvara, venerato come divinità della misericordia. Un altro bodhisattva molto popolare è Jizō (Kshitigarbha), protettore dei bambini, dei viaggiatori e dei defunti. Molto noto è anche Miroku, ovvero Maitreya, che apparirà sulla Terra in futuro.

La scuola Tendai, fondata da Saichō (767–822), deriva dalla scuola cinese Tiāntái, una delle più importanti tradizioni Mahāyāna. Essa pone al centro il Sutra del Loto, la dottrina della Triplice Verità e il principio della presenza dei “tre mila mondi in un singolo istante di vita”. È stata una scuola molto influente, da cui sono nate tradizioni come lo Zen e il buddhismo della Terra Pura.

Il buddhismo della Terra Pura si diffuse nel periodo Heian e divenne una scuola indipendente nel periodo Kamakura grazie a Hōnen (1133–1212). Da essa nacque la Jōdo Shinshū fondata da Shinran, oggi una delle tradizioni più seguite.

Il buddhismo di Nichiren fu fondato nel 1253 da Nichiren (1222–1282) e si basa sul Sutra del Loto. La pratica centrale è la recitazione del mantra Nam(u) myōhō renge kyō davanti al Gohonzon.

Lo Zen si sviluppò come movimento centrato sulla meditazione (zazen) e sull’esperienza diretta (satori), più che sulla dottrina. Giunto dalla Cina tra XII e XIII secolo, fu introdotto soprattutto da Eisai (scuola Rinzai) e da Dōgen (scuola Sōtō). Una terza scuola, Ōbaku, ebbe anch’essa un ruolo importante. Lo Zen ha influenzato profondamente l’estetica giapponese e concetti come il wabi-sabi, che celebra la semplicità, l’imperfezione e la bellezza del tempo. Le differenze principali tra Sōtō e Rinzai riguardano l’uso dei kōan e il modo di praticare la meditazione.
Kyoto, Nara e Kamakura sono tre principali centri dello Zen giapponese, con numerosi templi di grande importanza come il Nanzen-ji, i Kyoto Gozan, il Ryōan-ji, il Kōshō-ji e lo Shisendō. A Nara si trovano il santuario Kasuga Taisha e il tempio Tōdai-ji; a Kamakura i templi Jufuku-ji ed Engaku-ji.

Il monastero Eihei-ji, insieme al Kōya-san, è uno dei pochi luoghi dove si può osservare da vicino la vita monastica buddhista giapponese. Il Kōya-san, centro del buddhismo esoterico Shingon, ospita il tempio principale Kongōbu-ji. Il pellegrinaggio del Kumano Kodō collega antichi siti shinto-buddhisti in un percorso simbolo del sincretismo religioso giapponese.

Giappone - Suddivisione storica per periodi: 

  • Periodo Asuka  dal 593  al 710
  • Periodo di Nara dal 710 al 794  (scuole Sanron, Jōjitsu, Hossō, Kusha, Ritsu e Kegon) e Tendai                   
  • Periodo  Heian    dal 794 al 1192                       Shingon - Terra Pura  
  • Periodo  Kamakura  dal 1192 al 1333                Nichiren,    Zen Rinzai e Soto
  • Periodo Nanbokucho  dal 1333 al 1392
  • Periodo Muromachi   dal 1392 al 1573
  • Periodo Azuchi-Momoyama dal 1573 al 1603
  • Periodo  Edo  dal 1603 al 1868
  • Periodo Meiji dal 1868 al 1912 
  • Periodo Taishò  dal 1912 al 1926
  • Periodo Showa dal 1926 al 1989 
  • Periodo Heisei  dal 1989 al 2019 
  • Periodo Reiwa dal 2019  …... 


D.T. Suzuki

I workshop di Suzuki sul Buddhismo Zen sono tra i migliori contributi alla conoscenza del Buddhismo vivente.”   — Carl Gustav Jung

Proprio qui, adesso, c’è qualcosa che dovremmo fare. Se lo perdi in questo istante, un fiore che sboccia tra mille anni non ci sarà.”   — Dialogo con Okamura Mihoko (l'assistente di D.T. Suzuki).

Il museo di D.T. Suzuki a Kanazawa in Giappone, presenta la vita e il pensiero del filosofo buddhista Daisetz Teitaro Suzuki (1870–1966), che per tutta la sua esistenza tenne conferenze e presentazioni in Giappone e all’estero con l’intento di trasmettere la cultura e il pensiero orientale — in particolare quello giapponese. La sua attività esercitò una profonda influenza su molte persone, attraverso un dialogo diretto e immediato.


Nel trasmettere il suo pensiero, D.T. Suzuki ricorreva spesso a poesie di ogni epoca e provenienza. Tradusse anche antichi poemi giapponesi, come waka e haiku, rendendoli accessibili al pubblico inglese.

Suzuki spiegava che "una persona capace di vedere un oggetto così com’è lo ha già trasceso”. Quando qualcuno soffre, o prova caldo o freddo, e osserva quella condizione esattamente per ciò che è, senza aggiungere nulla, allora ha già superato quell’esperienza. Gli esseri umani, a differenza degli animali, possiedono questa capacità di consapevolezza.

Suzuki insisteva anche sulla necessità di conservare il senso dell’infinito e dell’eternità. Per farlo, diceva, abbiamo bisogno di un’immaginazione creativa capace di cogliere ciò che non è immediatamente visibile. A questa immaginazione egli dava il nome di “poesia”.   Senza poesia, affermava, sarebbe impossibile vivere pienamente come esseri umani, in un mondo dove spesso i sentimenti e l’interesse vengono perduti. La poesia non è soltanto una combinazione di lettere: ciascuno può custodirla nel proprio cuore, anche senza conoscere la scrittura. Nel regno della poesia è semplice viaggiare intorno al globo, abbracciare l’immenso universo buddhista, o immaginare lo spazio infinito colmo delle galassie di cui parlano gli astronauti, e spingerle sempre più lontano. 

"Chi non può vedere l’essenza delle cose, non può comprendere la realtà della poesia".   — D.T. Suzuki, vedi The Realm of Poetry

Questa visione ricorda i celebri versi di William Blake: 
Vedere il mondo in un granello di sabbia e il cielo in un fiore selvatico;
tenere l’infinito nel palmo della tua mano e l’eternità in un’ora.


Opere e approfondimenti:

  • The Essence of Buddhism
  • Lo zen e la cultura giapponese
  • Essays in Zen Buddhism
  • Buddha of Infinite Light: the teaching of Shin Buddhism, the Japanese way of wisdom and compassion
  • Buddhismo Shin 

Il Buddhismo Shin si fonda sugli insegnamenti e sui testi di Shinran, maestro religioso giapponese del XIII secolo. Il suo obiettivo è guidare l’essere umano — visto nella sua fragilità e imperfezione — verso la salvezza attraverso la fede nel Buddha Amida, un aspetto del Buddha cosmico. Amida, secondo la tradizione, avrebbe rimandato la propria illuminazione fino a quando tutti gli esseri non saranno salvati grazie alla forza del suo voto e alla sua compassione.
Il Buddhismo Shin insegna che la via di Amida opera nel cuore di ogni uomo e che la liberazione non proviene dallo sforzo personale, ma dall’affidarsi profondamente alla sua presenza illuminante.

venerdì 10 ottobre 2025

Fritjof Capra “La rivoluzione della fisica è ancora nel Tao”

 Quando nel 1975 apparve Il Tao della fisica, Fritjof Capra aprì una breccia inattesa tra il pensiero scientifico europeo e le filosofie asiatiche. A mezzo secolo di distanza, quel capolavoro ritorna come la bussola critica in un’epoca dominata dalla logica degli algoritmi e dei server, nella nuova incarnazione di un razionalismo che ha imprigionato la realtà in schemi geometrici e meccanicistici. La fisica quantistica ci invita invece a pensare in termini fluidi, relazionali, non riducibili a formule rigide: un’apertura che le tradizioni asiatiche coltivano da millenni. Il prof. Capra è un fisico, teorico dei sistemi e cofondatore del Center for ecoliteracy a Berkeley, in California, dov’è seduto nel suo studio con, alle spalle, una stampa della danza cosmica di Shiva Nataraja, che gli fa da aureola attorno ai capelli grigi ricci. A 86 anni, è vibrante e acuto come la prosa del libro che lo rese una celebrità della controrivoluzione culturale mezzo secolo fa.


Quale considera l’eredità più duratura de “Il Tao della fisica” nel dialogo tra scienza occidentale e filosofie asiatiche?
«Sono rimasto stupito dalle potenti reazioni emotive che il libro ha scatenato. Poi ho compreso: il cambiamento di paradigma avvenuto in fisica, da una visione meccanicista a una olistica ed ecologica, è un processo che sta investendo oggi tutte le scienze e la società. Non saprei dire quante persone, a volte scoppiando a piangere, mi hanno detto che il libro ha cambiato loro la vita, aiutandole a sentirsi parte di una comunità più ampia che abbraccia una visione sistemica della vita».

Se il misticismo non può essere appreso dai libri, come lei suggerisce, spiegare la filosofia asiatica con categorie scientifiche non rischia di ridurne l’essenza, rendendola più difficile invece che meno difficile da apprendere?
«Se la spiegazione fosse puramente intellettuale e analitica, sarei d’accordo. Ma quando ho scritto Il Tao della fisica, ero coinvolto non solo intellettualmente ma anche emotivamente ed esperienzialmente, e penso che questo traspaia. Ho discusso i paralleli tra fisica e misticismo asiatico vivendo questi paralleli a un livello profondo: molto più di un’analisi teorica. Oggi il mondo è cambiato anche grazie a questo. Negli anni ’70, se dicevi che non potevi partecipare a una riunione per seguire una classe di yoga, meditazione o Qigong, i superiori ti avrebbero licenziato e schernito. Oggi è scontato poter seguire queste vie».

Sì, ma oggi, in Europa e in America tanti si dedicano a pratiche come yoga e meditazione per guadagni materialistici—manager che meditano per essere più efficienti, o chi fa yoga per rimanere competitivo. Molti hanno interpretato “Il Tao della fisica” in chiave pop-culturale. Quali incomprensioni la sorprendono ancora?
«È vero che alcuni gruppi di destra hanno distorto le idee New Age. Ma gli enormi movimenti giovanili sorti con il cambiamento climatico come Sunrise, Fridays for Future, l’impegno del senatore Bernie Sanders, gli effetti del movimento Occupy, vedono il mondo come una rete interconnessa. Oggi quei movimenti alternativi sono tornati underground a causa della tragica ascesa della frammentazione, del nazionalismo, della violenza e della guerra. È una fase transitoria. Sono cicli. Ne usciremo. Un movimento evolutivo come questo cambiamento di paradigma è più grande e più forte delle azioni politiche a breve termine».

La fisica quantistica oggi è più studiata e diffusa di prima. Tuttavia, la società ragiona ancora in termini newtoniani. Perché il salto culturale non è ancora avvenuto nell’integrare la fisica quantistica nella società?
«In medicina, molti dottori, ospedali e l’industria farmaceutica vedono ancora il corpo umano come una macchina da riparare con la chimica, sostituendone un pezzo con la chirurgia. C’è anche un forte movimento di salute olistica che ha visioni diverse, ma l’approccio meccanicista è persistente. Nel management, i dirigenti gestiscono le aziende come meccanismi da mettere a punto per massimizzare il profitto. C’è stato un investimento intellettuale ed economico enorme sul modello meccanicista. Abbiamo una situazione grottesca in cui le corporazioni dell’energia fossile hanno la distruzione del pianeta come modello di business per non perdere gli investimenti. Il passaggio dalla visione meccanicista a quella ecologica sta definendo la nostra era, ma la strada è molto accidentata».

Tornando a “Il Tao della fisica” e all’opposizione tra Parmenide ed Eraclito, l’Essere in alternativa al Divenire: pensa che le filosofie asiatiche propongano un’integrazione?
«Nel Tao della fisica ho definito Eraclito “il taoista greco” per la sua visione dinamica. Sotto ogni struttura, cioè l’Essere, c’è un processo, o insiemi di processi, e la struttura emerge da processi sottostanti. La visione dinamica è qualcosa che possiamo imparare. I due grandi temi che accomunano la fisica moderna e il misticismo asiatico sono l’interconnessione di tutte le cose, e la natura dinamica dell’universo. Questi principi si riflettono nella visione sistemica della vita, che è un processo e una rete. Ecco, questa è un’idea interessante che mi è venuta adesso, quando ha menzionato Parmenide ed Eraclito, Essere e Divenire… pensandoci, nella visione sistemica della vita, la caratteristica di un sistema vivente è il metabolismo. Come diceva la microbiologa Lynn Margulis: “Se metabolizza, è vivo. Se non metabolizza, non è vivo”.
Il metabolismo è il flusso continuo di energia e materia attraverso una rete di reazioni chimiche, con un doppio aspetto: la rete come struttura, il flusso come processo. Questo unifica l’antica dicotomia tra Essere e Divenire... Ora che ci penso, dovrei scrivere qualcosa su questo...».

C’è chi pensa che l’Intelligenza artificiale potrebbe diventare una sorta di metabolismo globale. Infatti, dopo i modelli meccanicisti della Rivoluzione industriale, siamo entrati in una nuova dinamica tecnologica modellata da algoritmi, server e ora Intelligenza artificiale. Pensa che l’Ia sia una nuova prigione concettuale, o un’opportunità di trasformazione nella società?
«Entrambe. Potrebbe trasformarsi in una prigione. Ma dipende per quale scopo viene usata. La maggior parte delle applicazioni attuali punta solo a fare più soldi, a razionalizzare i processi produttivi, aumentando l’efficienza. Quest’attenzione per il profitto è letale. L’Ia è diversa dall’intelligenza naturale, che è inerente a tutta la vita. L’intelligenza che è parte di tutti i sistemi viventi, è sempre organicamente e biologicamente integrata. La sua qualità principale è la capacità di essere nel mondo, sopravvivere ed evolvere. Quando aumentiamo le applicazioni dell’Ia, c’è il rischio che interferiscano con la nostra intelligenza vivente. Viviamo in una società dove la ricchezza è considerata più importante della salute. Nel fare soldi spesso distruggiamo l’ambiente naturale da cui dipende la nostra sopravvivenza. Una civiltà che valuta il guadagno più del benessere umano e della natura non può essere definita intelligente».     Articolo di Carlo Pizzati 

“Nell’era dell’AI stiamo trascurando l’intelligenza umana”,  “Con lo sviluppo dell'intelligenza artificiale abbiamo sopravvalutato algoritmi e altre astrazioni e abbiamo trascurato la nostra intelligenza tacita, incarnata e vivente”.  

Nel suo nuovo libro,   pubblicato nel 2024, I principi sistemici della vita. Idee sulla natura e sull'ecologia umana,  Fritjof Capra asserisce che per comprendere e affrontare alcune delle principali problematiche vissute dal mondo di oggi, occorre assumere una diversa prospettiva, una prospettiva sistemica. Occorre cioè guardare al mondo non più come a una macchina composta da elementi singoli, ma come una rete di combinazioni inseparabili di relazioni.

Quando guardiamo allo stato del mondo di oggi, alla nostra crisi globale su diversi livelli, ciò che è più evidente è che nessuno dei nostri principali problemi – energia, ambiente, cambiamento climatico, disuguaglianza economica, violenze e guerre – può essere compreso separatamente. Sono questioni sistemiche, sono cioè tutte interconnesse e interdipendenti. E per capirle e risolverle, dobbiamo cambiare la nostra prospettiva: non considerando più il mondo come una macchina composta da elementi singoli, ma come una rete di combinazioni inseparabili di relazioni.
Nel corso degli ultimi decenni, Fritjof Capra ha sviluppato una teoria originale di questa nuova comprensione della vita, un orizzonte concettuale che integra quattro dimensioni: biologica, cognitiva, sociale, ed ecologica. Questa visione è raccolta nel volume di culto Vita e natura, scritto insieme a Pier Luigi Luisi, e pubblicato nel 2014.
I principi sistemici della vita raccoglie, ora, i concetti fondamentali di Vita e natura proponendoli con un linguaggio non tecnico ma suggestivo, una summa del pensiero di Capra, che dal Tao della fisica in poi si è distinto come uno dei pensatori più creativi e innovativi del nostro tempo.
Capra ci mostra che il pensiero sistemico avanzato sarà cruciale per risolvere i principali problemi del nostro tempo e ci esorta con urgenza a mettere la vita al centro delle nostre imprese, dell’economia, delle tecnologie, e delle istituzioni sociali, ricordandoci le parole dell’attivista e scrittore David Korten (1937-): “Prospereremo nella ricerca della vita, oppure periremo nella ricerca del denaro: la scelta sta a noi”.

sabato 13 settembre 2025

Le religioni si incontrano a Lavaur per meditare insieme

L’Istituto Vajra Yogini di Lavaur  ha ospitato un incontro spirituale interconfessionale di rara portata, che ha riunito 80 partecipanti provenienti da Francia, Olanda, Inghilterra e Georgia.  Erano presenti il rabbino Marianne van Praag, il venerabile Losang Gendun e il vescovo metropolita Malkhaz Songulashvili. All'origine di questa ritiro fuori dal comune: il Venerabile Losang Gendun. Al suo fianco, un vescovo georgiano, una rabbina olandese e una filosofa dei Paesi Bassi orchestrano un’esperienza collettiva in cui la spiritualità si vive a più voci.     Situato a pochi chilometri da Lavaur (vicino Toulouse in Francia), l'Istituto buddista “Vajra Yogini” è un centro di studi e meditazione della scuola Gelug del buddismo tibetano.       

Ogni giorno: silenzio, meditazione e discussioni scandite da un tema – equanimità, gioia, amore, compassione… ma senza un programma rigido.

«È un’esperienza di trasformazione interiore» spiega Losang Gendun, «ma anche di co-creazione. Non si tratta di affiancare le religioni, ma di inventare insieme un nuovo significato.»

La particolarità di questo ritiro risiede nel metodo: tutti gli esercizi vengono svolti in coppia o in piccoli gruppi interreligiosi. Questo lavoro a specchio favorisce l’ascolto attivo e l’adattamento reciproco. Anche le meditazioni vengono rielaborate collettivamente, parola per parola, affinché risuonino con le diverse tradizioni rappresentate — compresi i facilitatori.

Lontano dai classici convegni o dai dibattiti interreligiosi, qui si privilegia il sentire, l’interiorità, e la costruzione di una spiritualità viva, radicata nell’amicizia.
Frutto di questa dinamica relazionale, sono nati riti ibridi: né fusione né confusione, ma una convivenza consapevole e sensibile. Celebrazioni comuni, preghiere condivise, teatro spirituale: le forme sono libere, ma sempre ancorate al rispetto delle identità di ciascuno.

«Quello che stiamo creando è una pratica spirituale senza nome, ma profondamente sentita», spiega il monaco. Un modo per dimostrare che le tradizioni non solo possono dialogare, ma anche inventare insieme.
Per Losang Gendun, si tratta di un’urgenza: «Dopo l’attentato di Tolosa nel 2008, ho capito che la politica non bastava più. Quello che ci resta è il legame. Il vero potere è l’amicizia.»

Per molti dei partecipanti, tornati nei loro rispettivi Paesi, questa settimana ha seminato molto più di semplici ricordi: un modo nuovo di credere, dialogare, vivere insieme — forse, un inizio. 

Lavaur si trova a circa un'ora da Toulouse. Link al centro buddhista: Link al centro buddhista     https://www.institutvajrayogini.fr/

Dalla Superficialità alla Verità: Un Viaggio Spirituale verso l’Unità Interiore

La verità è una, ed è eterna. Non può essere definita, né contenuta nei limiti della parola o del pensiero. Essa si realizza solo nel cuore dell’essere umano che, liberandosi dalla superficialità della vita dominata dall’egoismo e dal materialismo, intraprende la via della ricerca interiore. Questo articolo intende esplorare il percorso spirituale che conduce dalla frammentazione dell’ego alla piena unione con il Divino, attraverso gli insegnamenti dello yoga, della tradizione cristica e delle vie mistiche orientali e occidentali.

L’essere umano moderno, immerso nel consumismo e nella frenesia esteriore, si allontana dalla propria essenza. La perdita del contatto con l’anima genera una condizione di alienazione e insoddisfazione esistenziale. Come la rana che vive tutta la vita nello stagno ignorando l’esistenza del mare, così l’uomo vive nella superficie della coscienza, incapace di percepire la profondità del proprio essere.

Lo yoga, in tutte le sue forme—karma yoga, bhakti yoga, jnana yoga e raja yoga—offre strumenti concreti per il ritorno a sé. Il karma yoga insegna l’agire disinteressato come mezzo di elevazione; il bhakti yoga invita alla devozione amorosa; il jnana yoga guida all’autoconoscenza; il raja yoga, infine, attraverso il silenzio, conduce alla meditazione profonda, là dove si dissolve ogni separazione.

«Il regno di Dio è dentro di te» – questa verità evangelica trova un’eco profonda nella scienza yogica. Il silenzio non è solo assenza di parole, ma è spazio interiore, condizione necessaria affinché l’anima possa risuonare con la sua origine divina. Nella visione di Patanjali, il silenzio mentale (nirodha) è la chiave per raggiungere gli stati superiori della coscienza.

Sat-Chit-Ananda, termine sanscrito che descrive la natura dell’anima (Purusha), significa esistenza-coscienza-beatitudine. Man mano che si va in profondità, dalla materia si passa all’energia, e da lì alla coscienza pura. Come l’acqua che solidifica fino a diventare ghiaccio, così la realtà manifesta scaturisce da una sorgente immutabile. La verità ultima è l’anima, ed è una sola in tutti gli esseri.

Nel cuore del percorso spirituale risiede l’amore, forza centripeta che conduce verso l’unità. «Quando muori, non conta ciò che hai fatto, ma quanto hai amato»: questo principio, radicato nella mistica cristiana e presente anche nel bhakti yoga, esprime la centralità dell’amore come mezzo di unione con il Divino.  

Isvara Pranidhana, uno dei precetti dello yoga di Patanjali, è l’abbandono al Signore, l’affidamento totale dell’ego al Sé superiore. Questo atto non è passività, ma apertura profonda. L’amore autentico dissolve le barriere tra l’io e il tu, tra umano e divino.    

Cristo e l’Oriente: Visioni Unificate del Divino.   Secondo una tradizione orientale e alcuni studi meno ortodossi (come quelli di Notovich), Gesù avrebbe trascorso diciotto anni in India, apprendendo le tecniche del Kriya Yoga e altre pratiche spirituali. In questa visione, Gesù non è solo una figura storica ma un Avatar, una manifestazione dell’Assoluto sulla terra.

Il messaggio centrale del Cristo – “Tu sei figlio di Dio”, “Il regno è dentro di te” – viene interpretato in chiave gnostica e yogica come un invito alla realizzazione interiore. La spiritualità dei Padri del Deserto, così come la gnosi primitiva, non era centrata sul dogma, ma sull’esperienza diretta della Presenza divina attraverso il silenzio e la meditazione.

Nella teologia mistica, la Coscienza Cristica è l’intelligenza divina presente in ogni atomo dell’universo. È il “Dio Figlio”, che insieme al “Dio Padre” e allo “Spirito Santo” compone una trinità attiva. Questo principio è sorprendentemente affine alla concezione indiana della trinità: Brahman (Assoluto), Atman (Sé individuale), e Shakti (energia divina).

L’amore, in questa prospettiva, permea l’intera creazione. Tutti i grandi Maestri spirituali, da Buddha a Yogananda, da Krishna a Cristo, hanno mostrato come il vero cammino consista nell’annullare l’ego per fare spazio al Divino.

Yogananda, maestro del Kriya Yoga, sottolineava che la spiritualità non è un sistema di credenze, ma una scienza sperimentale. Meditazione, preghiera, mantra (japa), e pratiche energetiche come il reiki o la pranoterapia sono strumenti per aprirsi al flusso dell’energia divina. Il silenzio interiore, la pratica regolare e la compassione universale sono pilastri della trasformazione.

Secondo gli insegnamenti di Swami Kriyananda e altri discepoli, il progresso spirituale si realizza nel quotidiano, nel karma yoga del vivere consapevole, nella scelta di gruppi spirituali che stimolino l'evoluzione interiore, e nel coltivare la bontà come riflesso della Bontà divina.

Conclusione: Verso l’Unità dell’Essere.  Siamo tutti pellegrini sul sentiero della verità. La sofferenza spesso ci spinge a cercare, ma la vera libertà arriva solo quando si ama il Divino per il Divino stesso. Ogni atto d’amore, ogni momento di silenzio, ogni respiro consapevole è un passo verso l’unità.

La spiritualità autentica è l’arte di vivere nel mondo senza essere del mondo. È la via che va dalla mente al cuore, dal rumore al silenzio, dall’ego all’amore, dalla molteplicità all’Uno.

venerdì 1 agosto 2025

La difficile impresa di ricostruire la Biografia di Gesù

 “Sono molto scettico sulla possibilità di scrivere una biografia affidabile di Gesù”.  In un'intervista a Le Monde, Rémi Gounelle, decano della Facoltà di Teologia protestante dell'Università di Strasburgo, ripercorre la difficoltà di creare un'immagine canonica di Gesù durante i primi secoli del cristianesimo.

Quello che possiamo vedere è che la memoria di Gesù si è persa molto rapidamente, o almeno si è istituzionalizzata molto rapidamente”, osserva Rémi Gounelle, professore di storia dell'antichità cristiana, quando gli si chiede cosa sappiamo veramente della vita di Gesù. Dell'impressionante diversità del cristianesimo delle origini, poche correnti sono sopravvissute e “le comunità che sono scomparse più spesso hanno portato con sé le loro immagini di Gesù”, sottolinea il preside della facoltà di teologia protestante dell'Università di Strasburgo. Da qui il graduale sviluppo di un'immagine canonica del fondatore che, sebbene sia più inequivocabile, ha il merito di aver permesso al movimento di Gesù di sopravvivere, secondo l'accademico.
Perché i Vangeli canonici tacciono su gran parte della vita di Gesù?         

Gli Evangeli canonici – sottolinea Gounelle – non possono essere considerati opere storiche nel senso moderno del termine. I loro autori non intendevano scrivere una biografia oggettiva, bensì trasmettere quegli eventi della vita di Gesù che ritenevano fondamentali per fondare la fede e la prassi delle prime comunità cristiane. Miracoli, Passione e Resurrezione rappresentano i fulcri narrativi scelti.

L’enigma degli “anni oscuri” di Gesù.  Interrogato sulle ipotesi relative alla vita di Gesù tra l’infanzia e l’inizio del suo ministero pubblico – periodo sul quale i testi canonici tacciono – Gounelle si mostra prudente: secondo lui, non esiste alcuna teoria realmente fondata. Le fonti disponibili, benché numerose, sono lacunose e in parte contraddittorie. Le teorie su presunti viaggi in India, ad esempio, mancano totalmente di evidenze concrete. Più plausibile è che Gesù abbia ricevuto una formazione approfondita nelle Scritture, forse in una scuola giudaica (yeshiva), e che conoscesse a fondo il contesto religioso del suo tempo.

Il ruolo della memoria e delle istituzioni.   Gli studi sulla memoria indicano che quella individuale tende a svanire dopo alcune decadi, lasciando spazio a una memoria collettiva, modellata dalla narrazione sociale e istituzionale. La memoria di Gesù non fa eccezione: le testimonianze dirette si sono perse, mentre la sua figura è stata modellata in funzione della coesione teologica e comunitaria.

Senza l’istituzione, afferma Gounelle, il movimento carismatico di Gesù sarebbe verosimilmente svanito. L’opera di sistematizzazione teologica, a partire dal II secolo, ha cercato di conciliare le divergenze tra i quattro Evangeli – ciascuno dei quali propone un ritratto distinto – attraverso le cosiddette “armonie evangeliche”, ovvero tentativi di redigere un’unica narrazione biografica.

Evangeli perduti e testi apocrifi.  Oltre agli Evangeli canonici, circolarono altri testi, come quelli di Tommaso e di Pietro, letti ancora nei secoli III e V. Molte di queste opere non furono accolte dall’istituzione, ma hanno lasciato un’impronta significativa nell’immaginario collettivo. Le rappresentazioni dell’infanzia di Gesù, ad esempio, derivate da testi apocrifi, continuano a influenzare la tradizione popolare, tanto in Occidente quanto in Oriente e perfino nell’islam.

La pluralità del cristianesimo delle origini. Gounelle propone un’immagine suggestiva per descrivere il cristianesimo primitivo: non un albero con un unico tronco centrale, ma un nocciolo, con molteplici fusti che emergono direttamente dal terreno. Questo modello rende conto della ricchezza e della complessità delle origini cristiane, più che lo schema gerarchico troncato di un albero come la quercia. Di quella molteplicità originaria restano oggi solo alcune “ramificazioni” sopravvissute.

Nuove scoperte?   Infine, Gounelle invita alla cautela nei confronti di possibili nuove scoperte. Pur non escludendo del tutto l’emergere di testi o reperti archeologici inediti, ritiene improbabile che essi possano modificare in maniera sostanziale la conoscenza storica di Gesù. I dati ritenuti più verosimili – il battesimo, la predicazione in Galilea, la condanna romana e la crocifissione – costituiscono un nucleo narrativo condiviso, ma andare oltre questi elementi con rigore storico appare, a suo giudizio, fuori portata.

La ricerca radicale della spiritualità

 Non siamo nell'epoca della misura,  né del giusto mezzo: tutto è estremo; si va dall'iperconnessione , alle pressioni sociali, alla corsa al profitto. In questo contesto la ricerca della spiritualità è diventata un atto di resistenza radicale.   

Articolo di Eugenia Nicolosi   Vedi: https://www.alfemminile.com/salute-e-benessere/spiritualita-estrema-tra-ritiri-comunita-e-illusioni/?utm_source=firefox-newtab-it-it

Cosa è lo spirito? E cosa è la percezione dello spirito in un'epoca ipermoderna, iperconnessa, iperconsumistica, ipermaterialista? In un tempo dominato dal culto dell'io, dalla velocità e dalla sovrabbondanza informativa, la resistenza a queste stesse dinamiche è ugualmente estrema. Ecco perché la ricerca di una dimensione spirituale più autentica, profonda, a volte completamente slegata dai tradizionali riferimenti religiosi, si fa necessariamente radicale.

Non si tratta di una moda, non solo almeno, ma di un fenomeno globale che non poteva che trovare spazio nelle pieghe di un mondo sempre più logorato da stress cronico, alienazione e perdita di senso. Tanto ci siamo allontanate, allontanati, dalla dimensione spirituale, che oggi tentare di ritrovarla significa agire una rivoluzione interiore, oltre che esteriore.

Dappertutto si moltiplicano i ritiri spirituali — da quelli immersi nei boschi alle esperienze sensoriali nel deserto del Nevada — e non è raro che il/la manager, il/la creativo digitale o il/la professionista di turno, dopo ore passate tra Zoom e notifiche, scelga di spegnere tutto e cercare "un centro", qualunque cosa esso significhi. Yoga, bagni di suono, meditazioni Vipassana, digiuni, cammini, la "ayahuasca experience": le attività sono organizzate in contesti costruiti ad hoc per sembrare fuori dal tempo e dallo spazio. E nel caso dell'ayahuasca si esce davvero, dal tempo e dallo spazio.

Queste esperienze pensate per essere trasformative, rispondono a una domanda molto precisa: provvedere alla sopravvivenza dell'io spirituale in un mondo che quell'lo lo mortifica e ignora. Così, la fuga nel digitale, ora che il digitale è il posto reale, diventa una fuga nel rituale. 

Le comunità spirituali alternative esistono anche in Italia, lo sappiamo: è il caso di Damanhur, insediamento eco-spirituale nato negli anni Settanta tra le montagne piemontesi, fondato da Oberto Airaudi, e ancora oggi attivo.  Damanhur rappresenta uno dei tanti esempi di come il bisogno di spiritualità possa trovare espressione in forme comunitarie, auto-organizzate, a volte eccentriche ma profondamente strutturate. La parola "setta", in questi contesti, tende a emergere con facilità, spesso come giudizio esterno piuttosto che analisi oggettiva.

Certo, il confine tra comunità spirituale e deriva settaria può essere sottile, e la vigilanza è doverosa. Non mancano le testimonianze di sopravvissuti, sopravvissute a sette  in Italia - che raccontano di manipolazioni, abusi sessuali, psicologici ed economici, adescamenti e praticamente riduzione in schiavitù. 

Ma è altrettanto importante domandarsi, senza pregiudizi, perché queste realtà attraggono, chi è che le cerca, e cosa promettono: senso di appartenenza, contatto con la natura e la dimensione interiore, anzi, promettono uno spazio in cui la propria interiorità è il centro dell'esperienza. Che poi lo mantengano è altra questione.           

Tutto questo non può essere liquidato come fuga dalla realtà. È piuttosto un sintomo della fatica sempre più diffusa di vivere in un mondo costantemente acceso e che pretende, da chi lo abita, altrettanta performatività. Un mondo in cui ogni momento è potenzialmente produttivo e che sacrifica le emozioni che non possono essere monetizzate. In questo contesto è ovvio che il ritiro spirituale, l’appartenenza a una comunità fondata su dei valori e non sul profitto, anche solo la ricerca di un senso più grande possono essere visti come atti radicali, per quanto di legittima resistenza. 
La vulnerabilità di chi cerca un senso, una guida o una comunità può diventare riserva di caccia grossa per chi, consapevolmente o meno, sfrutta tale bisogno a proprio vantaggio. È impossibile non ricordare Osho: spiritualista carismatico, fondatore di una delle più note comunità alternative del Novecento, capace di attirare decine di migliaia di seguaci in tutto il mondo. Il suo ashram divenne negli anni Ottanta una città autonoma nel cuore dell’Oregon, Rajneeshpuram, che culminò in uno scandalo internazionale: accuse di frode, abuso di potere e un’inchiesta federale che portò alla sua espulsione dagli Stati Uniti.

Un caso estremo, certo, ma che restituisce con precisione chirurgica quanto la contaminazione capitalista si possa spingere oltre. La ricerca di spiritualità, come la promessa di comunità, non è immune da dinamiche di potere, dipendenza e sfruttamento. Per questo, se il bisogno di una dimensione interiore è legittimo — e forse più urgente che mai — è altrettanto necessario esercitare discernimento. Non ogni guida è illuminata, non ogni comunità è sana. Cercare il sacro, oggi, può essere un atto rivoluzionario soprattutto se fuori dalle dinamiche che ci hanno impedito, fino a oggi, di trovarlo.

Ma al domanda finale che io mi pongo è la seguente: Può esistere una comunità, non immune da dinamiche di potere, dipendenza e sfruttamento, in cui si possa mantenere la propria personalità, capacità di discernimento, possibilità di dialogo su alcuni principi base? 

giovedì 16 gennaio 2025

Le religioni e le filosofie in Asia

L'India dette vita a molte religioni e filosofie che ebbero una profonda influenza in Asia.
La civiltà della valle dell'Indo che data 2600 -1900 a.C. è rappresentata da statuette di divinità femminili, animali che sono stati trovate durante le ricerche in questa vallata.  Il primo testo sacro è chiamato Veda (1500-800 a.C.), un complesso di testi sacri che parlano di divinità, da cui prende nome la più antica religione delle popolazioni arie dell’India (vedismo), da cui successivamente si svilupperà l’induismo. Il buddhismo si basa sulle idee di Siddharta Gautama (anche chiamato Shakyamuni), un principe che visse nell'est dell'India durante il 6 - 5 secolo a.C.  e riverito come il Buddha (l'illuminato). Induismo e buddhismo condividono la credenza nella reincarnazione, e il superamento del mondo materiale. Certe pratiche come la meditazione sono comuni. A partire dall'ottavo secolo il buddhismo e l'induismo furono praticati in molte parti del Sud Est asiatico.        

Buddhismo e Jainismo si svilupparono nel 5 secolo a. C.. Tutti gli aspetti della vita quotidiana dei membri della Sangha (comunità) sono regolati da codici monastici chiamati Vinaya. Ogni giorno i monaci e le monache fanno dei giri vicino al loro monastero per dare alle persone l'opportunità di ottenere del merito mettendo del cibo nella loro ciotola da mendicante.

Il Buddha è spesso rappresentato nell'arte come un monaco con una tunica con gli occhi semi-aperti in meditazione. Nei templi i devoti fanno offerte e si prostrano davanti alle immagini del Buddha. Queste offerte sono messe su un altare ornato con statuette di deva, arahat e bodhisattva. Il Buddha in stato di nirvana, è li, presente  per i suoi devoti. 

I governanti nel periodo di Angkor mantenevano la loro posizione al vertice dell'ordine sociale e religioso attraverso sontuosi e pubblichi doni. Molti degli antichi monumenti come i templi di Angkor  e Champa furono donazioni fatte dai sovrani.
La generosità e il fare dei doni (dana in sanscrito e pali) sono pratiche essenziali nella cultura Khmer.  Nel buddhismo fare doni è una delle perfezioni (paramita) - qualità che occorre coltivare se teniamo all'illuminazione. ll donatore guadagna meriti spirituali che avranno un frutto nella sua futura vita, portandolo  più vicino al nirvana (illuminazione). Il merito è anche dedicato "al beneficio di tutti gli esseri viventi". Idee simili del "puro" dono possono essere trovate anche nella filosofia Jainista e Hindù.

Il Jainismo è stato continuamente praticato in India sin dal 6 secolo a.C. Viene alla luce come reazione al Brahmanismo e il sistema delle caste, e da una differenza sul rituale del sacrificio degli animali. Lo scopo di ogni jainista è di sfuggire all'eterno ciclo delle rinascite. Raggiungono l'illuminazione attraverso severe austerità, praticando, acquisendo conoscenza e non ferendo gli esseri viventi. Il jainista riverisce 24 divinità (janas) di cui l'ultimo è Mahavira.  Il janismo si basa sul suo insegnamento. Jina significa liberatore e conquistatore, Jana sono quelli che hanno raggiunto lo stato di benedizione e trascendenza. Sono stati liberati dal ciclo delle rinascite e aiutano le creature a liberare le loro anime dai confini del corpo. Jana sono anche chiamati coloro che attraversano il fiume riferendosi al fiume che separa il mondo naturale e l'oblio.  Oggi ci sono due principali scuole: la scuola monastica di Svetambara (vesti bianche) dove i praticanti portano delle tuniche bianche e  quelli di Digambara (rivestiti del cielo) che vanno nudi.

Buddhismo e Jainismo condividono una idea simile di resistenza ai desideri e di ristrettezza. La storia del Buddha e quella di alcuni Jana sono simili e i primi monumenti jainisti furono degli stupa (senza reliquie). Molti monumenti jainisti dopo il 5 secolo sono posizionati in famosi templi hindù mostrando l'importanza del jainismo alle varie comunità. 

Lo stato del Gandhara fiorì dal primo secolo a circa il 450 d.C., quando fu conquistato dagli Unni, un popolo nomade che viveva nell'Asia centrale. Lo stato del Gandhara si trovava nell'attuale Pakistan e nel nord-est dell'Afganisthan, ed è stato un punto di contatto tra la Cina e l'Asia del sud est, e il mediterraneo. Il Gandhara fu  influenzato dai Greci, e dalla cultura indiana. Molte delle prime rappresentazioni di Buddha furono riprodotte nel Gandhara, sotto la forte influenza dell'arte greca e romana del mediterraneo.  Figure del Buddha apparirono intorno al 1 secolo in Mathura, un'area a sud di Delhi che faceva parte dell'impero  Kushan. L'arte di Mathura riprende molto delle tradizioni indiane. I bodhisattva assomigliano molto al Buddha e sono simili a forme di Shiva. Maitreya e Avalokiteshvara furono riprodotte sia nel Gandhara, sia a Mathura.
Il Buddha nella forma umana appare per la prima volta nell'arte dell'impero Kushan (dal 1 al 3 secolo). Il buddhismo Mahayana riprendeva le qualità umane del Buddha. Divenne popolare perché enfatizzava la salvezza di tutti gli esseri viventi, e non soltanto dei monaci. Questo tipo di buddhismo attirò la classe dei mercanti che supportarono la costruzione dei più grandi templi e monasteri. Gli esseri divini chiamati bodhisattva divennero molto importanti. Sono esseri compassionevoli che hanno raggiuto l'illuminazione ma rimangono nel mondo fisico per aiutare gli altri.

Sri Lanka fu una tappa del traffico marittimo tra il centro e l'Asia dell'Est ed ha una ricca storia culturale. Il Buddhismo arrivò a Sri Lanka dall'India nel 3 secolo b.C. ed è rimasta la religione dominante. Furono eretti molti stupa che  ancora oggi sono usati. Molti monasteri furono costruiti  e ci fu un contatto diretto con i centri buddhisti dell'India. Questi contatti influenzarono lo stile delle arti di Sri Lanka. Il buddhismo Theravada fu la filosofia più praticata, ma le immagini del buddhismo Mahayana suggeriscono che ci furono contatti anche con il nord dell'India dove questa forma di buddhismo era molto popolare. Come in India, molti elementi delle religioni animiste furono assimilati nel pantheon buddhista: come ad esempio serpenti (naga) e spiriti della natura ( yaksha e yokshi) ad esempio. Malgrado l'influenza indiana, uno stile distintivo dell'arte di Sri Lanka prese piede, che a sua volta influenzò le arti buddhiste nel sud-est asiatico. Dopo che  la religione buddhista perse importanza in India, i devoti viaggiavano verso Sri Lanka per imparare le più ortodosse forme di buddhismo. I più antichi testi sopravvissuti del buddhismo Theravada furono scritti in Sri Lanka, aumentandone così l'importanza come centro di insegnamento buddhista. 

A partire dal 7 secolo d.C. il buddhismo e l'induismo cominciarono a adattarsi alle culture e ambienti del sud est asiatico. Stilisticamente le immagini e le sculture cominciarono ad adattarsi alle caratteristiche locali.  Tutti i re venivano associati a Vishnù, molti personaggi si identificarono come avatar di questa divinità indù. I concetti buddhisti - come l'accumulare meriti - furono ereditati dalla classe dirigente che divenne donatore nella costruzione di templi e stupa.  Le culture asiatiche di quel periodo furono Dvaravati nella fertile piana della Thailandia centrale,  Chenla in Cambogia, precursori della civiltà di Angkor,  Pyu e Mon nella Birmania (Myanmar) Srivijaya in Sumatra,  Sallandra a Java che creò Borobudur, uno dei templi buddhsiti più grandi del mondo.

Tibet. L'arte tibetana prende ispirazione dai maestosi picchi dell'Himalaya. La religione e l'arte sono collegabili all'India e al Nepal. Il buddhismo arrivò nel 7. secolo d.C., e nel 10 secolo fu totalmente stabilito. Padmasambhava, un maestro indiano, portò il buddhismo tantrico in Tibet. Un'altra importante religione è il Bon che segue molti dei principi buddhisti, e incorpora anche credenze animiste. L'Induismo invece non divenne mai popolare in Tibet. Gli oggetti rituali tibetani sono molto importanti per i praticanti durante i rituali tantrici. Il tantra è un misterioso codice di rituali e pratiche regolate da magiche parole e matematici diagrammi, questi rituali sono usati per accedere al soprannaturale. I praticanti tantrici meditano sull'energia che circola nell'universo, e nel loro stesso corpo, per raggiungere i loro obiettivi. Il corpo è visto come un microcosmo dell'universo e l'energia sessuale umana è identificata con l'energia creativa. Tantra è la dottrina e il rituale della mano sinistra, il lato sinistro dell'essere associato al femminile. Il principio femminile Shakti è la forza dominante nell'universo e permette alle divinità maschili di agire. Questo sembra associato a un ri-emergere degli antichi culti della dea madre, ed è presente in numerose immagini delle dee. Il pensiero tantrico depredò l'induismo, il buddhismo, e il jainismo, e queste religioni adottarono elementi tantrici in modi diversi. Complicate immagini tantriche apparvero nelle pitture e sculture per illustrare questi concetti esoterici.

Quando vediamo le immagini del Buddha dietro delle vetrine o su una base in un museo, noi colleghiamo loro a delle opere d'arte. Ma in altri luoghi, templi, monasteri, altari famigliari o shrine, sono venerate per differenti ragioni. Nel tempio sono presenti l'odore di sandalo,  l'incenso, i fiori con colori rosa e viola su un altare basso, i praticanti si inginocchiano tre volte davanti al Buddha e toccano la testa sul suolo per tre volte. La statua é una persona storica?  un ritratto del principe Siddharta? o un idolo vivente, al quale puoi chiedere protezione dai demoni? E' un aiuto devozionale per aiutare a portare alla mente le quattro nobili verità e l'ottuplice sentiero? 

Le prime scritture buddhista (sutra) non parlano di immagini. Ma molte delle prime immagini del Buddha in India (1 secolo  d.C.) hanno delle iscrizioni con desiderio di merito per i famigliari dei donatori e per il benessere e la felicità di tutti gli esseri. Testi posteriori dal Sud Est dell'Asia incoraggiano i buddisti a fare, riparare, adorare le statue del Buddha per acquisire meriti.

Nepal. Le montagne sono considerate sacre in molte religioni e soprattutto in Nepal che è circondato dall'Himalaya. I credenti nepalesi considerano le montagne la sede degli dei. Il commercio con il Tibet e l'India contribuirono a una ricca tradizione artistica. Il centro culturale e artistico del Nepal è la vallata di Katmandhu, con tre centri Katmandhu, Patan e Bhaktopur. Gli artisti ebbero il sostegno dei sovrani per secoli e il Nepal ebbe una lunga e stabile dinastia. Quando i Lichchhavis (330 - 880 d.C.) arrivarono dal Bihar (nel nord dell'India),  buddhismo e Induismo erano già presenti. Il gruppo etnico chiamato i Newars, di cui si ritrovano le loro tracce in Shakyamuni, aderiri sia al Buddhismo sia all'induismo. 

Il sistema religioso induista in Nepal ruota intorno a Shiva e Vishnu. Shiva è rappresentato spesso in forma di linga. un culto indipendente si sviluppò intorno a Garuda.  Il buddhismo fu introdotto in Nepal dal nord dell'India durante il regno del re Asoka ( terzo secolo a. C.)  e raggiunse il suo culmine durante il periodo che è stato chiamato il Transitional Period (880-1200) ma poco documentato. Questo periodo coincide in parte con la dinastia Pala in India. Nell'arte di Pala viene rappresentato il buddhismo tantrico costituito da elaborati rituali, esoterici e exoterici, che coinvolgono molte divinità, anche femminili. L'arte di Pala è stata influenzata dall'arte del Nepal e viceversa. 

Devozione. Durante l'anno, i devoti che desiderano prendere darsana, da dei e dee Hindù devono visitare le loro immagini in pietra nei templi. O durante i vari festival i devoti possono incontrare le varie divinità. Nel festival Chitirai a Madurai nel Tamil Nadu, l'immagine di bronzo della dea Minakshi, vestita con seta, gioielli e fiori viene portata in processione su un carro nelle strade, da centinaia di fedeli, per andare al matrimonio con il dio Shiva. I devoti seguono la processione cantando inni e suonando tamburi.

La bhakti è una pratica religiosa nell'induismo dove il praticante cerca un diretto contatto con il dio prescelto; di solito Shiva o Vishnù, o la dea Shakti. Nel 7 e 8 secolo i santi-poeti Sambandar, Appar e Sundarar (chiamati muvar, i tre)  viaggiavano da città in città nella regione del Tamil, scrivendo e cantando preghiere a Shiva nei posti dove risiedevano. Questi inni nel linguaggio del Tamil sono cantati ancora oggi, e permettono all'ascoltatore di sperimentare l'amore per Dio.
A partire dall'11 secolo, numerosi templi in pietra furono costruiti nel Tamil Nadu. I più famosi dalla dinastia Chala. Brihadishvara tempio in Thanjavur, costruito da Rajaraja (regnò tra il 985 e 1014) è un esempio. Nuove forme di devozione nei templi chiamate puja si svilupparono a fianco delle pratiche bhakti. La presenza di un dio o di una dea risiede in una immagine scolpita dopo l'esecuzione dei rituali di consacrazione.

Il primo testo sanscrito a concepire l'ultima realtà come femminile è il Devi Mahatmya del 6 secolo d.C.    Devoti di Durga recitano inni tratti da questo testo. In questi inni l'energia femminile/dea è chiamata "Goddess" e è esaltata come Shakti (energia divina), Prakriti (natura terrena) e Maya (la creazione di illusioni). E' chiamata anche Lakshmi, Parvati, Kali e molti altri nomi.  

I Tantra, sono delle liturgie e pratiche che implicano una iniziazione segreta da parte di un guru, e erano diffuse tra gli Hindù, Buddhisti e Jainisti a partire dal 10 secolo. I praticanti eseguivano riti sacrificali per persuadere le divinità femminili chiamate yogini e dakini ( termine usato nel tantra), a dare loro dei poteri chiamati (siddhi).

Durga Puja
è un importante festival del raccolto in Bangladesh e nel nord est dell'India, per celebrare la vittoria della dea Durga sul demonio bufalo Mahisha. I preti risvegliano la dea e la invitano a risiedere nelle immagini policrome fatte di argilla e paglia. Queste sculture viaggiano tra pubblici santuari (pandals) attraverso la città. La folla va da santuario a santuario nella notte per essere vista da Durga. Il decimo giorno le donne augurano addio alla dea come se fosse la loro propria figlia con betel e dolcetti. Le immagini di argilla ora gusci vuoti sono poi immersi nel fiume e lasciati alla corrente.

Personaggi, Divinità e filosofi.   Buddha è spesso rappresentato con Ananda che è il cugino di Shakyamuni e il suo più giovane discepolo, e con il più vecchi monaco Kashyapa.  Ananda fu un campione di diritti femminili e creò l'ordine delle monache.  Vaishravana è il dio dei ricchi, e viene identificato dalla mangusta tenuta con la sua mano destra. E fa emettere dalla bocca della mangusta dei gioielli. La rotonda figura siede su un mitico leone delle nevi. Egli fu adattato dal dio indù Kubera e diventò parte del pantheon buddhista.
Qianshoujing (sutra delle mille mani) è una delle scritture più recitate dai buddhisti cinesi, Si crede che abbia un grande potere e la possibilità di curare le 84.000 malattie. Questo sutra può essere recitato da chiunque senza la guida di un maestro spirituale. Il bodhisattva Avalokiteshvara è rappresentato con le 34 braccia che tengono simboli buddhisti.
Sudhana fu un giovane pellegrino (secondo i testi buddhisti) che viaggiò attraverso il sud e sud-est dell'Asia per studiare con 52 maestri, includendo molti bodhisattva, per cercare di arrivare ad una profonda conoscenza spirituale e divenne un illuminato. In Cina è spesso mostrato come un attendente di Guanyn.  Ramanuja è il filosofo collegato al culto Vaishnava (soprattutto nel sud dell'India) che adora la dea Lakshmi e il dio Vishnù come un inseparabile essere. Nell'induismo si crede che la dea avesse un'importanza particolare perché agiva da mediatrice tra Vishnù e l'umanità.

Arte.   I motivi dei primi testi religiosi (i Veda) sono comuni nell'arte buddhista e induista, per esempio nel re e nella regina serpente (chiamati Naga e Nagini rispettivamente) e gli spiriti della natura. Condividono anche altri elementi quali ad esempio la divinità alata Garuda che è associata con Vishnù nell'induismo mentre nel buddhismo è una divinità di buon auspicio. L'idea di un dio come asse dell'universo data al tempo dei Veda  è  espressa nel linga di Shiva, e la rappresentazione del Buddha come un pilastro del Buddha. L'idea di una semplice vita di astinenza è espressa nella divinità induista Shiva e nel bodhisattva buddhista Avalokiteshvara.     

Una tipica forma artistica buddhista  è lo chorten, che è una forma tibetana dello stupa indiano. la costruzione e il simbolismo degli chorten in Tibet fu standardizzato nel 14 secolo dai leader buddhisti, come Buston Rinchen Grub (1290-1364) l'undicesimo abate del monastero Shalu.
Prima che il Buddha fosse rappresentato sotto forme umane (intorno al 1 secolo d.C.) i buddhisti veneravano lo stupa, un tumulo funerario che incorporava reliquie (denti, ossa, ecc. ) raccolte dopo che il corpo del Buddha fu cremato. Uno stupa è anche l'immagine del Buddha. Emblemi come lo stupa, l'albero della bodhi, la ruota del dharma sostituivano visualmente il corpo del Buddha. Gli stupa dovevano conformarsi a principi iconometrici.

Invece, una tipica forma artistica  induista è il linga. Linga è una parola sanscrita che significa segno o marca, ed è usato come nome delle immagini simboliche del dio Shiva. Il linga posa su una base, chiamata yoni che simbolizza la femminilità.
Alcuni linga contengono riferimenti alle tre principali divinità: la base quadrata rappresenta Brahma, la sezione ottagonale intermedia rappresenta Vishnù, e la parte in alto rotonda rappresenta Shiva, e a volte il suo viso  è inciso su un lato.

Lo stupa è il principale monumento buddhista. la sua forma originale proviene dai tumuli delle tombe e il suo originale scopo era di contenere reliquie associate al Buddha o a monaci importanti. Prima i templi furono costruiti per ospitare immagini del Buddha. Lo stupa era il centro spirituale della comunità buddhista. I rilievi sullo stupa sono un aiuto ai devoti per contemplare il Buddha e il sentiero per l'illuminazione.  Lo stupa prenderà differenti forme quando il buddhismo si propagherà nei diversi Paesi. Possono esser semplici cupole, circondati da piattaforme, o persino piramidi. Le pagode della Cina e del Giappone sono un'estensione del concetto di stupa. Piccoli reliquari furono spesso fatti in forma di stupa. Le prime forme dell'arte buddhista usavano simboli per rappresentare il Buddha, piuttosto che un'immagine del suo corpo o del suo viso. Queste immagini includono la ruota che rappresenta i suoi insegnamenti, e l'albero della bodhi, sotto il quale il Buddha raggiunse l'illuminazione. Questa arte è chiamata rappresentazione aniconica perché non ci sono immagini umane. Dal 2 secolo apparirono le immagini del corpo del Buddha, benché continuarono ad essere usati anche i simboli.

Nel quarto secolo sia l'induismo, sia il buddhismo si diffusero nel sud-est asiatico. I monaci buddhisti e i brahmini trovarono supporto dai locali regnanti. Nei primi racconti si narra che un bramino indiano sposo una regina, o un naga. I re di Angkor nacquero da questa unione e rivendicarono lo statuto di semi divinità. Entrambe le religioni incorporarono le credenze animistiche locali. In Cambogia e Vietnam le locali divinità furono identificate con Shiva e Vishnù. In Laos una montagna fu venerata come un lingam, la rappresentazione fallica del potere di Shiva.  Le prime immagini induiste e buddhiste nel sud est asiatico del 5 e 6 secolo, mostrano una profonda influenza nell'arte dell'impero Gupta dell'India. Più tardi le immagini si fondono con le locali caratteristiche e dal 7 secolo circa emerge un distinto stile dell'Asia del Sud est. 

Il buddhismo arrivò in Cina attraverso l'Asia centrale e l'India nel periodo della dinastia Han (206 b.C. - 220 d.C.).   Inizialmente venne vista come una religione che non aveva punti di contatto con il Confucianesimo e la filosofia Taoista. Durante il regno delle sei dinastie (220-589 d.C.) il buddhismo Mahayana fu maggiormente accettato. Il culto del Buddha Amitaba, del bodhisattva Avalokiteshvara  (Guanin) e di Maitreya, il Buddha del futuro iniziò intorno al quarto secolo d.C.  
Lo sviluppo del buddhismo fu agevolato dalla traduzione di testi sacri indiani in cinese. La traduzione del Sutra del Loto fornì molti temi per l'arte buddhista in Cina. A partire dal terzo secolo furono prodotte anche sculture buddhiste. Ciò mostrava un dialogo tra l'arte del Gandhara e la Cina in uno stile che si ritrovava nella gioielleria e nei tessuti.

Il buddhismo cinese crebbe in seguito ai contatti con le pratiche e le credenze indiane. Questi sistemi di credenze si legarono con il confucianesimo e il taoismo, diventando noti come i "tre armoniosi insegnamenti in uno".
Il buddhismo cinese, allo storico Buddha, aggiunse numerosi Buddha celestiali, come molti bodhisattva, insegnanti e protettori. Due dei più importanti bodhisattva sono Guanyn (Avalokitedhvara in India) che incorpora la compassione e Wenshu (Manjushri), la personificazione della saggezza spirituale profonda. A partire dal 10 secolo, ad entrambi fu attribuito il potere di manifestarsi in una serie di forme. Per esempio Guanyin a volte prendeva la forma di una donna.  
Il bodhisattva Manjushri è conosciuto per la sua saggezza. Egli osserva ogni cosa che accade nel mondo, e guida e insegna agli altri. Si racconta che Manjushri fu il maestro di sette Buddha, incluso Sakyamuni. Egli possiede una così vasta conoscenza che non ha limiti. E' conosciuto come "Uno con Grande Conoscenza" tra i bodhisattva. Fu l'assistente del Buddha Sakyamuni e gli fu dato l'onorabile titolo di Principe del Dharma Manjushri. Usava il suo proprio metodo nell'insegnare ogni volta che era possibile, non limitandosi ai tradizionali metodi di insegnamento buddhisti. Enfatizza la suprema Verità e contribuisce al risveglio di tutti gli esseri senzienti.

Il bodhisattva Samantabhadra simbolizza azione e devozione nel buddhismo Mahayana, E' capace di portare avanti le azioni necessarie per adempiere un voto. Nelle sue molte vite precedenti praticava samskara per guadagnare saggezza e adempiva ai voti per far apparire Budhashetra. Quindi è un modello per i praticanti che sono sul cammino spirituale. Forma una coppia con Manjushri, Samantabhadra è incaricato del samadhi e Manjushri si prende in carico la Prajna (saggezza e conoscenza), si completano reciprocamente e sono essenziali nella pratica del "Percorso verso la Verità". In Cina è considerato uno dei quattro più importanti bohisattva. Durante la dinastia Jin, si dice che apparve sulla montagna Emei, così la montagna divenne un importante luogo sacro per i buddhisti.

Durante la dinastia Ming, il buddhismo Chan (Zen) e il buddhismo della Terra Pura divennero entrambi popolari. Chan si basava sulla meditazione e sulla consapevolezza. Dopo l'8 secolo le pratiche indiane e himalayane furono adottate in Cina. Queste pratiche includono la devozione al Buddha Vairocana, manifestazioni tantriche di bodhisattva e l'uso di mandala e altri diagrammi cosmici. Si credeva che molte di queste pratiche proteggessero la nazione e permettessero di ottenere tangibili benefici come salute e ricchezza ai governanti.  Dopo il 12 secolo, quando il buddhismo scomparve in India, la Cina , Sri Lanka e altri paesi buddhisti divennero un punto importante per lo sviluppo delle pratiche e delle immagini.

Guanyin è il nome cinese del bodhisattva conosciuto in India come Avalokiteshvara. Guanyin significa l'osservatore del suono - riferendosi alle preghiere e invocazioni degli umani. Il culto di Guanyin crebbe in popolarità con l'accettazione in Cina del Sutra del loto. Un'importante scrittura parlava del bodhisattva come la personificazione della compassione, che porta gli esseri alla salvezza ed è la personificazione della protezione. Avalokiteshvara è percepito come maschio o senza genere, mentre Guanyin appare sia maschio, sia femmina nel pensiero e nell'arte cinese. Questo indica la trascendenza del bodhisattva oltre il genere. Il culto della manifestazione femminile può portare la benedizione ai bambini.  

Il Buddha rinunciò ad ogni forma di possesso. ma poi perché si incominciarono a vedere immagini del Buddha con gioielli in India, Cina e sud est asiatico?
Incominciò con l'arte indiana , quando il Buddha fu associato al concetto di supremo regnante (cakravartin in sanscrito). La rappresentazione può anche riferirsi alla ua giovinezza quando era il principe Siddharta. O può essere collegato al suo beato stato di illuminazione. O anche alla sua prossima incarnazione come Maitreya, aspettando nel cielo Tavatimsa. Nelle più recenti rappresentazioni il Buddha è rappresentato con ornamenti reali come l'ombrello. I Buddha ingioiellati appaiono in Afganistan e Pakistan intorno al 5 e 6 secolo. In kashimir intorno all'8 secolo e in Bihar dal 9 secolo.  Più tardi l'immagine diventa popolare in Cina durante la dinastia Ming e nel sud est asiatico, come nel Myanmar, Cambogia e Thailandia. L'immagine prese significati diversi legati a queste diverse culture.
Buddha come simbolo e non come uomo.  Questo concetto mostra anche l'influenza delle vecchie bramaniche idee di una divinità. Il corpo del Buddha non può essere visto come un ritratto di un umano, ma piuttosto come un mezzo di incapsulare le idee religiose.  E' un'immagine del mondo divino, che mostra lo stato di arricchimento spirituale di un vivente.

La dinastia Pala (8-12 secolo) regnò sul nord dell'India e in Bangladesh. La regione contiene molti siti sacri collegati agli eventi della vita del Buddha. Qui si svilupparono monasteri come Nalanda e Kurkihar, che divennero anche centri culturali e artistici, Questi posti attiravano pellegrini da tutta l'Asia e divenne il punto di incontro del Buddhismo, dopo che la maggior parte dell'India era diventata Hindù. Attraverso questi pellegrinaggi lo stile di Pala influenzò l'arte in tutto il sud est asiatico, l'Himalaya e la Cina. Le immagini in metallo trasportabili facilmente e prodotte dagli artisti di Pala contribuirono alla diffusione di questo stile.
L'induismo ha prosperato a fianco del buddhismo. La filosofia e la pratica di entrambe le religioni cominciò a fondersi a partire dall'8 secolo, specialmente nel culto tantrico. Tantra sono gli antichi testi che descrivono rituali attraverso i quali il praticante può velocizzare l'illuminazione e sfuggire al ciclo delle rinascite in poche vite. Con lo sviluppo del buddhismo tantrico (chiamato anche esoterico o Vajrayana), nuove divinità cominciarono ad apparire. L'idea tantrica che l'energia femminile (shakti) è la più potente forza nell'universo cominciò a diventare popolare nell'induismo e nel buddhismo. L'energia femminile mobilita l'energia maschile e la trasforma in azione. Antiche idee della dea madre ritornarono alla superfice ed emerse un gruppo di divinità femminili. Nella regione Chamunda, Manasa e Durga erano le divinità più popolari.

Nel 15 secolo il buddhismo Theravada fu la religione più popolare delle principali luoghi del sud est asiatico. Sia Sukhotai e Ayutthaya in Thailandia, e Hanthawaddy in Bago, nel Myanmar, mandarono e ricevettero missioni da Sri Lanka (il cuore del buddhismo Theravada) durante i secoli per riformare il proprio sangha (comunità di monaci).  
Con la caduta di Angkor a Ayutthaya nel 143, l'induismo dei Khmers fu soppiantato dalla dottrina Therevada. In Vietnam, Champa fu conquistata dalla monarchia Dai Viet nel 15 secolo e l'induismo scomparve sostituito dal buddhismo Mahayana.  Oggi la Thailandia, il Myanmar, la Cambogia e il Laos seguono il buddhismo Theravada, Tracce di pratiche induiste sopravvivono, soprattutto nei rituali reali e nell'ideologia, come in astronomia e la lettura del destino.  Nelle isole del sud est asiatico, l'Islam arrivò con il commercio marino degli arabi, nel 16 secolo. Il Mahjapahit, regno di Java, cadde nelle mani dei sultanati mussulmani. Oggi in Indonesia solo a Bali predomina l'induismo.

Sikkismo.  Fu fondato da Guru Nanak (1469-1539) nel Punjab, una regione dell'India alla  fine del 15 secolo. I principi su cui si basa questa religione sono:  una vita onesta, condividere i nostri averi con i meno fortunati, e ricordare il creatore. Non c'è posto per rituali, adorazione di idoli, pratiche ascetiche, o sistemi di caste. Il modo di vita dei Sikh è guidato dalle loro sacre scritture, che sono basate sull'insegnamento dei dieci guru.  La scrittura sacra è chiamata Guru Granth Sahib. Il decimo guru, Guru Gobind Singh, dichiarò che dopo di lui, non ci sarebbe stato nessun altro guru vivente. Così i sikh cercano la guida nelle loro sacre scritture e vedono il libro come loro guru eterno.  Inizialmente i sikh vivevano nel Punjab e le regioni adiacenti che ora fanno parte del Pakistan. Alla metà del 19 secolo i sikh iniziarono a migrare fuori dell'India e ora vivono in diverse parti del mondo. Oggi ci sono circa 12000 sikh a Singapore e 7 templi. Sono integrati alla grande comunità indiana e alla multi-culturale società di Singapore, mantenendo la loro cultura, religione e tradizione.  

Il cristianesimo si diffuse in India nel 7 secolo d.C. soprattutto nel Kerala,  probabilmente attraverso viaggiatori che venivano dal golfo persico, si definivano Cristiani di San Tommaso, uno dei 12 discepoli di Cristo che viaggiò in India nel 1 secolo d.C.
Dopo Goa, l'India fu governata dai portoghesi nel 1510, e ci furono molte conversioni e molte chiese furono costruite. La città fu chiamata la Roma dell'Est, artisti di molte fedi produssero immagini cristiane.
L'imperatore mongolo Akbar (regnò tra il 1556-1605) e suo figlio Jahange (1605-27) stabili contatti con i gesuiti e i cattolici, e molti furono invitati ai dibattiti presso la sua corte. 

Il cristianesimo fu portato nell'Asia centrale e in Cina  attraverso il commercio all'inizio del 7 secolo. Nel 16 secolo i portoghesi e subito dopo gli spagnoli portarono missionari cattolici con loro durante i viaggi commerciali. Commercio e fede cattolica crearono una relazione simbiotica. Goa, Malacca, Manila, Macao, Nagasaki, e altri porti commerciali divennero delle basi per le missioni cristiane. Nel 17 secolo i tedeschi protestanti arrivarono in Batavia (Jakarta) e cominciarono la conversione nel sud est Asia.  La cristianità si sviluppò attraverso l'Asia e  anche al necessità di nuovi lavori artistici per decorare chiese, per raccontare storie cristiane. L'arte europea si combinò  con le tradizioni artistiche asiatiche. Il materiale e le tecniche asiatiche si combinarono con soggetti e immagini tradizionali europee. Ciò diede vita a meravigliose opere d'arte, oggetti che testimoniano storie di diversità e tolleranza.

La Spagna stabili una colonia nelle Filippine nel 1564. Come i portoghesi, avevano l'obiettivo di espandere il cattolicesimo e combinarono il lavoro missionario con il mercato e la conquista. La religione si diffuse rapidamente, ma idiosincratici elementi furono incorporati, incluse le locali divinità e l'uso di amuleti e di medium per gli spiriti. Alcune comunità indigene resistettero alla conversione, e l'ostilità spagnola verso l'islam portò a una serie di conflitti nel sud. Oggi le Filippine hanno la terza più larga popolazione cattolica nel mondo.   Le Filippine e Timor Est sono dei Paesi cattolici in modo schiacciante, e c'è una sostanziale crescita della popolazione cristiana a Singapore. Le comunità cristiane si stabilirono anche a Flores, nel Karen in Myanmar, Bataks in Sumatra, e i Minahassa nelle Sulawesi. Il missionario spagnolo Francis Xavier visitò l'isola Molucca nel 1546-47. Nel 17 secolo i protestanti tedeschi, situati in Batavia (Jakarta) cominciarono a cercare di convertire le persone nel Sud Est Asia.  Nel Vietnam missionari cattolici ottennero grandi successi. Quando la Francia arrivò nel sud del Vietnam giustificò l'intervento per proteggere i cattolici dalle persecuzioni.
La conversione a partire dal 1900, fu vista dalle amministrazioni coloniali europee come uno strumento per portare la modernità, e un maggior controllo - ai gruppi isolati dell'interno che avevano praticato per lungo tempo l'animismo e la venerazione degli antenati.
A Singapore la prima missione cristiana arrivò nel 1819, lo stesso anno l'inglese Stamford Raffles arrivò nell'isola. Nel 1836, la comunità armena aprì la prima chiesa cristiana, dedicata a san Gregorio. Protestanti e cattolici costruirono scuole, orfanotrofi, ripari per i poveri e spinsero per riforme sociali.   Le donne missionarie portarono avanti la battaglia per un miglioramento sociale e educativo per le donne. Attraverso l'Asia, l'educazione era una strategia cruciale per  la conversione. Immigranti e locali iscrivevano i loro figli in queste scuole per acquisire un'educazione che speravano potesse dare migliori opportunità sotto il governo coloniale inglese.

La prima presenza del cristianesimo in Cina data al 7 secolo, quando l'imperatore Tang ufficialmente riconobbe la Chiesa dell'Est. Questo spirito di tolleranza per la cristianità, fu spesso ravvivato, molti governanti mongoli sposarono donne cristiane durante la dinastia Yuan (1271-1368), gli imperatori Wanli offrirono patrocinio ai gesuiti intorno al 1600, e gli imperatori Kangxi emisero un editto di tolleranza nel 1692.   Il carismatico Matteo Ricci (1552-1610) e altri missionari gesuiti arrivarono in Cina alla fine del 16 secolo. Ricci fu il primo cattolico missionario a ricevere il patrocinio nella corte cinese. Si vestiva come uno studioso confuciano, e usava la sua vasta conoscenza in matematica e scienze per ottenere  favori dai governanti. Nonostante le proteste dei suoi superiori, incorporava il confucianesimo e i riti cinesi per gli antenati nelle sue preghiere. Porcellane e avori furono scolpite con soggetti cristiani per esportarli nell'Ovest attraverso i porti di Macao e Guangzhou. Sete cinesi furono usate per le vesti dei preti.  

I missionari gesuiti arrivarono in Giappone con i mercanti nel 1549. Intorno al 1600 i missionari cattolici ebbero un grande successo. Ma dispute sul commercio e lo sviluppo politico bloccarono questa diffusione. Nel 1597 iniziarono una serie di persecuzioni e proibizioni che portarono alla esecuzione di molti devoti cattolici (molti di loro giapponesi) , e proibì l'arrivo di stranieri nel Paese nel 1643.

Il divieto contro la cristianità durò circa 300 anni e molti cristiani continuarono a praticare e pregare  in segreto. Molti di loro "i cristiani nascosti" riapparvero nel 20 secolo per ricongiungersi con le fede cattolica. Ma altri continuarono a pregare in segreto e mantennero la loro fede nel loro proprio modo.  I gesuiti crearono una accademia per insegnare l'arte agli studenti giapponesi che volevano riprodurre immagini della cristianità per le chiese e per le necessità di un crescente numero di cristiani locali. Queste opere furono esportate anche in Europa. Prima delle persecuzioni, la cultura europea era in voga in Giappone e molti samurai portavano rosari e crocifissi e avevano decorazioni cristiane sulle spade e sugli abiti.

Il Giudaismo è centrato sulla credenza di un solo vero Dio, e ancorato nello studio delle scritture, la più importante delle quali è il Tanakh (la Bibbia degli ebrei). uno dei momenti chiave del Giudaismo avvenne intorno al 1300 a.C. quando l'israelita e profeta Mosè ricevette i dieci comandamenti da Dio sul monte Sinai. Questi comandamenti sono parte della Torah, la più antica e sacra parte delle Bibbia ebraica.  La sinagoga è il centro della vita della comunità ebraica, dove preghiere pubbliche sono recitate dai rabbini. La Torah è conservata nella parte più sacra della sinagoga, nel santuario (Ark) rivolto verso Gerusalemme. La comunità ebraica di Singapore data 1819, con la costituzione del porto commerciale inglese, quando Sephardi arrivò qui dall'India per costruire le case dei mercanti. La sinagoga Maghain Aboth  fu costruita nel 1878 ed è la più antica sinagoga esistente del Sud est Asia.

Templi induisti a Singapore.  Tempio Khansama  vedi: www.khansama.com.sg  khansama@pacific.net.sg   e il tempio  Mandapam.
Tempio buddhsita a Singapore: Il Buddha Tooth Relic Temple and Museum fu consacrato dal venerendo Shi Kwang Sheng, presidente della federazione buddhista, di Singapore nel 2008.
Il focus della devozione del tempio e del museo Hundred Dragons Hall è il Buddha Maitreya, il Buddha futuro. Siede con entrambe le gambe ed è supportato da un fiore di loto. Tiene un vaso prezioso con la sua sinistra e mostra la abhaya mudra con la destra che rappresenta l'insegnamento del Buddha. Ai suoi lati ci sono i bodhisattva Fayuanlin ( a sinistra) e Damiaoxiang ( a destra).

 Gesti del Buddha. Buddha siede serenamente con le mani in dhyana mudra (mano destra sopra la mano sinistra , il gesto della meditazione. Il gesto della mano  abhaya mudra - (il palmo della mano in alto) che significa senza paura, a volte vedi il Buddha con entrambe le mani in abhaya mudra.  Altro gesto importante è il dharmachakra mudra. il gesto significa " il girare della ruota della legge". Tutti gli insegnamenti del Buddha costituiscono la legge buddhista, e questo gesto mostra i suoi insegnamenti. Quando il Buddha tocca con la sua mano destra il suolo - bhumisparsha mudra - sta chiamando la terra come testimone della sua illuminazione alla fine della sua lunga meditazione. Il Buddha chiama la dea per aiutarlo a sconfiggere le armate di Mara, il demone che sta cercando di tentarlo e distrarlo. Questo è il mudra più diffuso per le immagini del Buddha in Thailandia.

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono cir...