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domenica 18 ottobre 2026

Cambiare sé stessi per cambiare il mondo

«Tutti pensano a cambiare il mondo, nessuno pensa a cambiare se stesso» - Lev Tolstoj
Se Changer, Changer le monde.   Meditazione, sobrietà e altruismo: le voci di chi sostiene che ogni trasformazione sociale comincia da dentro.

Nell'ora delle fratture sociali e della sfiducia, l'amicizia è una potente risorsa collettiva: la capacità di creare legami, di abitare il disaccordo senza rompere, di costruire un mondo comune senza perderci. Lo sapeva Tove Jansson (scrittrice e pittrice finlandese), quando scriveva che la sola cosa che contava era aver trovato il suo primo amico e che da quel momento cominciava veramente a vivere. Lo ricorda Don Miguel Ruiz (messicano, maestro spirituale contemporaneo): secondo il modo in cui due persone sognano, creano insieme la direzione comune di quel sogno che si chiama relazione.
Ma come dare il proprio contributo a un mondo più giusto, più rispettoso dell'uomo e dell'ambiente, quando le sfide sono enormi e il tempo è contato? C'è chi sceglie l'impegno sociale, umanitario e politico, e chi preferisce il lavoro su di sé, per ritrovare serenità in un'epoca difficile. Molti pensatori, ricercatori e testimoni rispondono che le due strade non si escludono: la seconda è la condizione della prima. Ecco le loro voci.
Il meditante e il militante: Ilios Kotsou e Caroline Lesire. La missione di Emergences, l'associazione di Kotsou e Lesire, è riconciliare lo sviluppo personale e le azioni di solidarietà. Le domande da cui parte sono semplici: quale importanza hanno i nostri legami con gli altri per una trasformazione durevole? Cosa possiamo fare per iniziare il cambiamento? Come riconciliare in noi il meditante e il militante?
La risposta è che noi siamo il mondo. Se cambiamo, cambiamo una parte del mondo: certo infima, ma esistente e importante. Miliardi di piccole soluzioni, una per ogni abitante del pianeta, potrebbero renderlo più giusto. Il cambiamento è alla nostra portata, e anche l'azione più minima può contribuire in modo significativo.
Le ricerche scientifiche mostrano che la società attuale, sotto l'influenza di denaro, stress e pubblicità, ci aliena. La parola viene dal latino alienus: altro, straniero. Se non abitiamo la nostra vita e non incarniamo il cambiamento nel quotidiano, è il mondo che cambierà noi, e non noi il mondo.
La meditazione, sottolineano gli studiosi, non ci allontana dal mondo: ci collega agli altri e favorisce comportamenti prosociali. Ed è un antidoto alla stanchezza della compassione, che porta al burn-out. Cambiarsi significa prendersi cura di sé, accrescendo coscienza, saggezza ed empatia: siamo noi lo strumento attraverso cui possiamo agire sul mondo.
Il contesto è quello che Paul Crutzen, premio Nobel per la chimica, ha chiamato Antropocene. A partire dagli anni Cinquanta l'influenza dell'uomo sul sistema Terra è diventata predominante, e l'uomo si sta tagliando dalle sorgenti stesse della vita. Non ci potrà essere cambiamento di società senza cambiamento umano, perché siamo noi a organizzare la società secondo la nostra maniera di vedere.
L'idea si riassume in un racconto. A vent'anni chiedevo a Dio di aiutarmi a cambiare il mondo e mi sono battuto per vent'anni come un leone, ma poche cose sono cambiate. A quaranta gli chiedevo di aiutarmi a cambiare mia moglie, i miei figli, gli amici: altri vent'anni, nessun risultato. Ora che sono vecchio gli chiedo di aiutarmi a cambiare me stesso. Ed ecco che il mondo cambia intorno a me.

Proteggere l'interiorità: Christophe André. Per lo psichiatra Christophe André la prima tappa del cambiamento è occuparsi di se stessi. Non per egoismo o perché non si sa cosa fare, ma per proteggere e restaurare ciò che costituisce la nostra umanità: l'interiorità. Un'interiorità oggi minacciata da una certa forma di modernità, fatta di consumismo, mode e digitalizzazione, sulle cui condizioni di vita dovremmo riflettere con consapevolezza.
Le ricerche sottolineano che più siamo materialisti, più ci allontaniamo dalla felicità. Privilegiamo i valori materiali, come il denaro, lo status sociale, il possesso, a discapito della condivisione, della spiritualità, dell'equilibrio interiore. La pubblicità ci spinge a comprare, ma non abbiamo alcuna certezza che gli acquisti portino altro che un benessere transitorio. La conclusione degli studi è netta: più una società o un individuo sono materialisti, più si allontanano dal benessere.
Questo mondo è inquinato dai valori materialistici, dall'iper-consumo e dagli eccessi, e dalla sollecitazione continua di sms, social e internet. Il solo fatto di viverci senza consapevolezza, senza prendere le distanze e senza contestarlo, ci mette in pericolo. L'accumulo di stimoli provoca, nella maggior parte delle persone, problemi di stabilità emotiva.
Chi comincia a praticare la meditazione sa che non troverà la calma e il vuoto, ma un grande tumulto interiore: la nostra mente tende a vagabondare. Alcuni ricercatori hanno dimostrato che la nostra felicità non dipende soltanto dalle nostre attività, ma anche dal fatto di essere o meno presenti in ciò che facciamo.
La prima cosa da fare è comprendere la realtà, capire che impatto ha su di noi e prenderne coscienza. Esistono grandi influenze, un grande inquinamento dei nostri cuori e delle nostre menti. Dobbiamo essere attivi, vigilanti e molto esigenti con noi stessi, perché queste influenze ci sono, noi siamo molto recettivi e non ne misuriamo né l'importanza né la potenza. Molti pensano: «approfitta della vita e non farti troppe domande».
Gli approcci meditativi ci rendono molto più sensibili alle emozioni sottili. Di fronte a una pubblicità o a un piatto troppo abbondante, il meditante ha qualche possibilità in più di sentire e ascoltare il proprio cuore, che gli dirà: «fermati, non va bene, c'è un problema». Questa sensibilità può aiutarci a difenderci dall'inquinamento delle emozioni che ci incitano a diventare sempre più materialisti.
Dobbiamo privilegiare la presenza all'istante presente, all'altro, alle nostre emozioni. Abbiamo compreso che, malgrado la nostra intelligenza, siamo fragili e dipendenti: gli uni dagli altri e dalla natura. Questa presa di coscienza delle nostre fragilità e dei pericoli potrebbe aiutarci a salvarci.
I suoi consigli sono concreti. Disintossicarsi dal digitale, senza restare tutto il giorno con il viso attaccato al cellulare. Essere generosi: amare, perché la vita è bella, e dare molto, perché è ancora più bella quando si condivide; fare ogni giorno qualcosa per un'altra persona, per la natura, per se stessi. E vivere la quotidianità, perfino mangiare, in piena presenza. La meditazione di piena coscienza, spiega, sviluppa proprio questa capacità di essere presenti, intensamente, a ogni istante della propria vita.
 
La piena coscienza: Jon Kabat-Zinn. Sedendosi e cercando di restare semplicemente immobili, si può cambiare e cambiare il mondo: è la convinzione di Jon Kabat-Zinn. La pratica fa prendere coscienza di essere inclusi in un flusso di cambiamenti perpetui, che esistono indipendentemente da noi. E ci fa rendere conto di essere, nelle nostre vite, l'autorità più importante: nessuno ci conosce come noi stessi, e nessuno ha le nostre possibilità di incarnare il nostro potenziale.
La piena coscienza è l'attenzione portata, senza giudizio, all'istante presente. Non è una tecnica ma un modo di essere, molto più che stare seduti su un cuscino. Significa opporsi alla forza dell'abitudine e allenare i muscoli della calma, della chiarezza mentale, del discernimento. Corpo e respiro diventano alleati dell'attenzione: servirsi della respirazione non vuol dire pensare al respiro, ma sentirlo. In questo spazio si accolgono paure, ansie e dolori con immensa compassione e benevolenza verso se stessi.
Non c'è nessun posto dove andare, ricorda il sutra del cuore, né cose da fare, né stati particolari da raggiungere: siamo già perfetti. Gli studi, intanto, confermano gli effetti: nei pazienti allenati all'attenzione i sintomi diminuiscono in modo considerevole, e nei meditanti aumenta l'attivazione di alcune regioni della corteccia frontale sinistra, segno di più emozioni positive e di una gestione più efficace dello stress. Il ponte con la ricerca europea è la sezione di Mind and Life a Zurigo.
L'importante, conclude Kabat-Zinn, è essere ciò che siamo nella nostra pienezza, nei momenti piacevoli come in quelli difficili. Quando si vive così, il mondo è già diverso.

Allenare l'altruismo: Matthieu Ricard. Per Matthieu Ricard cambiarsi per cambiare il mondo richiede un atteggiamento responsabile a tutti i livelli. Significa liberarsi delle tossine mentali (rabbia, avidità, gelosia, orgoglio, spirito di vendetta) che avvelenano la nostra esistenza e quella degli altri. E, prima ancora, trovare un senso alla propria vita, per poi provare a condividerlo.
Compassione e altruismo non dipendono dalla cultura o dal genere, ma dall'allenamento: per ottenere dei risultati occorre meditare almeno trenta minuti al giorno. L'amore, avverte, non dura: è molto più effimero di quanto la maggior parte di noi voglia riconoscere. Ma è infinitamente rinnovabile.
Ricard invita alla sobrietà. Cercare il benessere nel consumo di beni materiali mette in pericolo l'ambiente, mentre amicizia, legami sociali e contentezza danno più soddisfazione. Essere sobri non significa privarsi del necessario, ma sbarazzarsi del superfluo e rinunciare a una parte delle cause della sofferenza: se si cammina in montagna con uno zaino che contiene metà viveri e metà sassi, liberarsi dei sassi è un sollievo. Spesso si pensa che avendo di più si sarà più felici, mentre accade il contrario. Ne è un esempio l'eremita, che capisce come felicità e benessere emotivo non dipendano dalle condizioni esterne, ma dalla trasformazione della mente e dal modo in cui si trasformano le circostanze in malessere o in benessere. È nella semplicità che si trova la serenità interiore: il consumo galoppante non porta benessere né salute e non rende più altruisti. Un piccolo mantra può aiutare: «Non ho bisogno di niente». Ripetuto dieci volte, fa sentire meglio.
Sul rapporto con gli animali risuonano due voci: George Bernard Shaw («gli animali sono miei amici, io non mangio i miei amici») e Gandhi, secondo cui il grado di civiltà di una nazione si misura da come tratta gli animali.
Ricard coltiva anche una speranza. Nel tempo, i gruppi di altruisti che cooperano per un interesse comune avranno un vantaggio sui gruppi di egoisti, in costante competizione tra loro: c'è da sperare che la tendenza alla cooperazione prenda il sopravvento.
I suoi tre consigli:
1. Praticare l'altruismo. Allenarsi a vedere che la vita è molto più cooperazione che competizione, più aiuto reciproco che ostilità. Dirsi che l'altruismo è una bella cosa non basta: la compassione senza azione è sterile.
2. Mangiare meno carne. Una scelta valida sul piano etico, sanitario ed ecologico, con un impatto positivo sull'ambiente.
3. Semplificare. Non consacrare troppo tempo al superfluo e alle distrazioni, e semplificare anche le parole, pensando al tempo perso in chiacchiere e pettegolezzi inutili.
Alle riflessioni di Ricard si affiancano ricerche e testimonianze. Lo psicologo Richard Davidson, con la collaboratrice Laura Pinger, insegna meditazione ai bambini per trenta minuti al giorno: insegnando l'altruismo agli alunni delle scuole di Madison si possono eliminare le radici della discriminazione. Barbara Fredrickson, nel libro Amour 2.0, esplora gli effetti dell'amore altruista sulla salute e sul benessere. Il documentario Happy di Roko Belic mostra che a Okinawa il tasso di centenari è eccezionale: i legami sociali sono fortissimi e le persone restano vicine dalla nascita alla morte, un sostegno considerato la "pillola" della loro longevità, mentre da noi il 40% degli anziani vive solo. Lo psicologo Tim Kasser, infine, confronta nelle sue ricerche i valori intrinseci, come l'amicizia, con quelli estrinseci, come denaro e consumo.

La sobrietà felice: Pierre Rabhi. In una società che definisce alienante e alienata, Pierre Rabhi muove da un amore per la vita e dalla volontà di proteggere la bellezza sacra della natura. Con l'agroecologia cerca di far lavorare le persone sul proprio cambiamento. In Burkina Faso il presidente Sankara gli aveva chiesto di estendere questa tecnica, ma fu assassinato mentre Rabhi lavorava alla riforma.
Per Rabhi cambiare il mondo passa dal livello individuale, imparando la contentezza e la moderazione: la «sobrietà felice». Ci dimentichiamo troppo spesso che non è il tempo che passa, ma siamo noi che passiamo, e passiamo troppo spesso accanto alle nostre vite. Bisogna imparare ad abitare ogni istante.
La vera rivoluzione, sostiene, è quella che ci invita a trasformare noi stessi per trasformare il mondo: il cambiamento globale non può avvenire che attraverso il cambiamento umano. Curare è per lui una manifestazione d'amore; prendendosi cura della terra ci si prende cura dell'umano, perché tutto è collegato. Quando contempla la natura, racconta, gli nasce dentro una vibrazione che produce una sorta di gioia.
Ciò che ci perturba, dice, è l'insicurezza e l'angoscia della morte; a superare quella crisi lo hanno aiutato i libri di Krishnamurti, l'anti-guru per eccellenza. L'utopia ci decondiziona e ci porta talvolta a trasgredire per sopravvivere. L'alternativa è netta: o si resta nel conformismo del «non si può fare niente», o si trasgredisce per andare verso il cambiamento.
I suoi tre consigli:
1. Imparare a meravigliarsi del mistero della vita: i nostri giardini ci collegano alle forze vitali senza le quali non esisteremmo.
2. Incarnare l'utopia nelle scelte da consumatori.
3. Incarnare l'amore nelle relazioni con i nostri simili, anche quando è difficile: essere tolleranti, non giudicare troppo presto le persone, che probabilmente sono in via di trasformazione. Rabhi si dichiara invece intransigente verso chi oltraggia il carattere sacro della vita.

Dalla coscienza all'azione. Trasformare se stessi non basta, se non si traduce in gesti. Ma l'azione deve fare i conti con due ostacoli, che la psicologia ha descritto con precisione.
Il primo, secondo lo psicologo Roy Baumeister, è che il negativo è più forte del positivo. Fanno molto più rumore i conflitti e la violenza; i numerosi atti di generosità disinteressata raramente occupano le pagine dei giornali o il centro delle nostre conversazioni.
Il secondo è la rassegnazione. Uno degli studi di riferimento è quello realizzato nel 1967 da Martin Seligman e dai suoi colleghi: quando una persona si rende conto di non poter controllare gli eventi, adotta spesso un atteggiamento passivo, che si estende anche alle situazioni in cui la sua azione sarebbe stata efficace. L'individuo diventa impermeabile al proprio ambiente e dimentica persino i piccoli gesti di solidarietà quotidiana verso un vicino in difficoltà. Per mantenere la speranza, dunque, abbiamo bisogno di percepire che le nostre azioni servono a qualcosa.
La risposta sta nei piccoli passi, indispensabili a ogni grande cambiamento e capaci di evitare lo scoraggiamento di fronte all'ampiezza del compito. Nutrire la speranza e interessarsi al positivo non significa avere una visione idealista del mondo né ignorare le sofferenze. Significa ricordare che abbiamo bisogno gli uni degli altri per esistere, e che il cambiamento è contagioso: la coerenza nella nostra vita ha effetto su di noi e, al di là, sull'ambiente in cui viviamo e sulle persone con cui interagiamo.
Non siamo separati: prendersi cura della natura, degli altri e di sé è prendersi cura della vita, restando connessi e in ascolto dei suoi cambiamenti. Serve un po' di indulgenza verso noi stessi e, di riflesso, verso gli altri e il mondo; e conviene scegliere di portare lo sguardo su esempi di persone altruiste e ispiranti.

Parole che accompagnano il cammino.
• Etty Hillesum, deportata ad Auschwitz: non possiamo correggere qualcosa nel mondo esterno se non l'abbiamo prima corretto in noi.
• Gandhi: Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo.
• Stéphane Hessel, militante dei diritti umani e autore di Indignatevi!: oltre l'indignazione, ciascuno deve prendere coscienza di essere un creatore; occorre resistere per creare senza sosta e creare per resistere. Più siamo indignati, più le nostre azioni devono restare coerenti con i nostri ideali: disconnessi da noi stessi, rischiamo di perdere i nostri valori.
• Martin Luther King: dobbiamo imparare a vivere insieme come fratelli, altrimenti moriremo tutti insieme come degli idioti.
• Seneca: vivere è essere utili agli altri.
• Confucio: chi vuole spostare la montagna comincia spostando le piccole pietre.
• André Comte-Sponville: ringraziare è dare, rendere grazia, è condividere.

Esempi a cui ispirarsi. Il cambiamento ha già molti volti concreti. A Parigi il Mouvement Colibris organizza campagne di sensibilizzazione su vari temi; Terre & Humanisme promuove l'agroecologia; Donnons.org e i Marchés Gratuits sono luoghi di dono e condivisione. L'Association pour le développement de la mindfulness (www.association-mindfulness.org) diffonde la pratica della piena coscienza, mentre Emergences (www.emergences.org) unisce sviluppo personale e solidarietà.

Una leggenda amerindiana racconta che, davanti a un grande incendio nella foresta, un colibrì si dava da fare per spegnerlo. Il leone gli disse che non sarebbe stato con quelle gocce d'acqua che avrebbe spento il fuoco. Il colibrì rispose: «Lo so, ma io faccio la mia parte».
È la stessa convinzione che attraversa tutte queste voci: il mondo cambia quando cambia chi lo abita, un gesto e un giorno alla volta.

domenica 26 aprile 2026

Vandana Shiva

«Nel mondo c’è quanto basta per le necessità dell’uomo, ma non per le sue avidità» -Gandhi
«Vivere con meno è il nostro risarcimento» - Vandana Shiva.

Vandana Shiva (1952 - ) è un'attivista politica e ambientalista indiana, si è battuta per cambiare pratiche e paradigmi nell'agricoltura e nell'alimentazione; si è occupata anche di questioni legate ai diritti sulla proprietà intellettuale, alla biodiversità, alla bioetica, alle implicazioni sociali, economiche e geopolitiche connesse all'uso di biotecnologie, ingegneria genetica e altro. È tra i principali leader dell'International Forum on Globalization, ed è vegetariana. Nel 1993 ha ricevuto il Right Livelihood Award.  E' considerata la teorica più nota dell’ecologia sociale. È conosciuta grazie al successo di Monocolture della mente (1995), un best-seller in tutto il mondo, e in Italia anche grazie al documentario del 2009 di Ermanno Olmi, Terra Madre, che mostra la raccolta del riso, nei pressi della fattoria Navdanya nella valle del Doon, dove sono custoditi i semi delle varietà locali di riso, tramandati di generazione in generazione. Lei nasce non lontano da lì, in una città dell’Uttar Pradesh, nelll’India del Nord-est. La famiglia è “progressista”, impegnata nella lotta gandiana per il superamento delle caste nell’India; la cultura e l’attenzione per i diritti civili e sociali sono di casa.

 

Il padre è una guardia forestale e la madre una maestra di scuola diventata contadina dopo la sanguinosa guerra di partizione tra India e Pakistan nel 1947-1948. La casa dei genitori è frequentata da intellettuali e discepoli del Mahatma Gandhi. Vandana, quindi, sin da piccola critica il sistema delle caste e viene educata alla parità dei sessi.   L’infanzia di Vandana non è solo cultura, ma anche contatto diretto con la terra; trascorre la sua infanzia tra le foreste del Rajahstan e la fattoria gestita dalla madre, subendo fin da piccolissima il fascino e la maestosità della natura.
Sempre grazie alla famiglia, Vandana può frequentare la scuola e il collegio cattolico di Dehra Dun e, dopo il diploma in fisica, dal 1970 l’università di Guelph, in Canada, dove consegue la laurea in filosofia della scienza, e poi quella del Western Ontario per il dottorato sui concetti filosofici della meccanica quantistica nel 1979.
Vandana torna in patria, a Bangalore, come ricercatrice in politiche agricole ed ambientali all’Indian Institute of Sciences, e all’Indian Institute of Management.
Nel 1982 Vandana torna a Dehra Dun dove crea la Fondazione per la scienza, la tecnologia e l’ecologia, un istituto indipendente di ricerca, proprio mentre nella valle si diffonde il movimento Chipko, delle donne contro la distruzione delle foreste da cui traggono sostentamento. Nell’Uttar Pradesh, sono evidenti le conseguenze della “rivoluzione verde”, dei fertilizzanti e delle varietà selezionate di semi: la resa è aumentata insieme alle estensioni coltivate a monocoltura, al degrado del suolo e delle acque, alle espropriazioni “facili” (la riforma agraria promessa da Nehru nel giorno dell’Indipendenza non è ancora iniziata). Ne sono vittime prima di tutto le donne, senza diritti men che meno di proprietà, le cui antiche pratiche sono meno produttive ma più rispettose degli ecosistemi, scrive in Staying Alive (1988). È il primo di oltre venti saggi, seguito sullo stesso tema nel 1990 dal rapporto sulle contadine indiane per conto della FAO, e da Eco-feminismo con Maria Mies, in cui scrivono: «Le donne non riproducono solo se stesse, ma formano un sistema sociale e dalla loro creatività proviene quello che io chiamo eco femminismo. Le donne sono le depositarie di un sapere originario, derivato da secoli di familiarità con la terra, un sapere che la scienza moderna baconiana e maschilista ha condannato a morte».

Nel 1991 Vandan Shiva fonda Navdanya (in hindi “nove semi”), il movimento che con altri sorti in tutto il mondo è presente al vertice di Rio de Janeiro nel 1992 dal quale nascono i primi accordi internazionali per la protezione della biodiversità e per la repressione della biopirateria. Da quel momento la difesa dei semi autoctoni contro le multinazionali che cercano di rivendicare come loro “proprietà intellettuale” varietà agricole selezionate nei secoli da comunità locali, diventa il maggior impegno di Vandana Shiva.

Quei “nove semi” rappresentano le nove coltivazioni da cui dipendono la sicurezza e l’autonomia alimentare dell’India. Il nome, dice Vandana Shiva, le è venuto in mente osservando un contadino che in un unico pezzo di terreno aveva piantato nove tipi di semi diversi. Oggi Navdanya conta circa 70 mila membri, donne per lo più, che praticano l’agricoltura organica in 16 stati del paese, una rete di 65 “banche dei semi” che conservano circa 6.000 varietà autoctone, e la Bija Vidyapeeth o Scuola del Seme che insegna a “vivere in modo sostenibile”.
Durante le riprese del documentario Terra Madre sopra citato, Maurizio Zaccaro ha realizzato un film documentario dal titolo "Nove semi" dove la stessa Vandana Shiva racconta l’esperienza della sua fondazione.

Ma Navdanya non è l’unico impegno di Vandana, che interviene nelle conferenze internazionali, viaggia in Africa, in Europa, in America Latina e in altri paesi asiatici, e dal 1996 partecipa in tutto il mondo alle lotte contro gli organismi geneticamente modificati, la crescita ad ogni costo, l’ingiusta ripartizione delle risorse e altri mali della globalizzazione. «Il cosiddetto sviluppo economico - scrive - anziché risolvere i problemi, rispondendo ai bisogni essenziali del mondo e della popolazione, minaccia la sopravvivenza del pianeta e degli esseri viventi che lo abitano. Questa apparente crescita economica, infatti, non ha creato nient’altro che disastri ambientali ed ha provocato un forte indebitamento dei paesi in via di sviluppo che, per creare delle basi adeguate per la loro crescita, tolgono risorse alla scuola e alla salute pubblica».

Consulente per le politiche agricole di numerosi governi, in Asia e in Europa (anche della regione Toscana), membro di decine di direttivi in altrettanti organismi internazionali, premiata più volte all’anno dal 1993, vive in parte nell’ambiente cosmopolita delle Nazione Unite e in parte nel mondo rurale indiano al quale è ancorata da Navdanya,
Le battaglie più notevoli vinte da Vandana, sono state contro le multinazionali che avevano ottenuto i brevetti del neem, del riso Basmati e del frumento Hap Nal. Questi ultimi due sono anche prodotti d’esportazione e paradossalmente, se i brevetti non fossero stati revocati, gli agricoltori indiani avrebbero dovuto pagare royalties alle società americane RiceTec e Monsanto, su ogni partita venduta all’estero.
Per questo suo enorme impegno a favore della popolazione indiana e per la sua lotta a favore dell’ambiente, Vandana Shiva nel 1993 è stata premiata con il “Right Livehood Award”, detto il Nobel per la pace alternativo.
Le resta da vincere la lotta contro gli Ogm e più in generale contro le monoculture e i loro oligopoli:
«Oggi siamo testimoni di una concentrazione senza precedenti del controllo del sistema agroalimentare internazionale in cui convergono essenzialmente tre aspetti: il controllo dei semi, il controllo dell'industria chimica, il controllo delle innovazioni biotecnologiche attraverso il sistema dei brevetti. Il diritto al cibo, la libertà di disporre del cibo è una libertà per la quale la gente dovrà lottare come ha lottato per il diritto al voto. Solo che non vivi o muori sulla base del diritto al voto, ma vivi o muori sulla base del rifiuto del diritto di disporre di cibo».

Intanto, nel settembre 2011 l’India ha denunciato la Monsanto per bioterrorismo.
Vandana Shiva propone il ritorno alla tradizione vedica in un periodo di forti tensioni con la minoranza musulmana. Molte giovani agronome hanno lasciato Navdanya per fondare movimenti simili, ma non confessionali.
Attualmente Vandana è la vicepresidente di Slow Food e collabora con «La Nuova Ecologia», la rivista di Legambiente.
Fonti, risorse bibliografiche, siti su Vandana Shiva

  • Terra Madre. Sopravvivere allo Sviluppo, UTET 2002
  • Monoculture della mente. Biodiversità, biotecnologia e agricoltura scientifica, 1995
  • Biopirateria. Il saccheggio della natura e dei saperi indigeni, 1999
  • Vacche sacre e mucche pazze. Il furto delle riserve alimentari globali, DeriveApprodi 2001
  • Campi di battaglia. Biodiversità e agricoltura industriale, Edizioni Ambiente, 2001
  • Il mondo sotto brevetto, 2002
  • Le guerre dell'acqua, Feltrinelli 2004
  • Le nuove guerre della globalizzazione, UTET 2005
  • Il bene comune della terra, Feltrinelli 2006
  • Dalla parte degli ultimi. Una vita per i diritti dei contadini, Slow Food 2008
  • India spezzata, Milano, il Saggiatore 2008
  • Ritorno alla terra, Fazi Editore 2009
  • Campi di battaglia, Edizioni Ambiente 2009

Filografia: 

  • L’economia della felicità, di Helena Norberg-Hodge, Steven Gorelick, John Page. Con Vandana Shiva. 2011.
  • Terra Madre, di Ermanno Olmi. Con Vandana Shiva. Documentario, Italia, 2009
  • Nove Semi (L’India di Vandana Shiva), di Maurizio Zaccaro, Documentario, Italia, 2009
  • Il mondo secondo Monsanto, di Marie-Monique Robin. Le Monde selon Monsanto, 2008

lunedì 12 giugno 2023

Vandana Shiva

 Vandana Shiva (1952 - ) è un'attivista e ambientalista indiana che si è battuta per cambiare pratiche e paradigmi nell'agricoltura e nell'alimentazione e contro la globalizzazione. Tra le sue battaglie vi sono quelle contro OGM, colture intensive, desertificazione, ingegneria genetica, biotecnologie e biopirateria. S. inoltre ha condotto numerose campagne per la difesa dei diritti della proprietà intellettuale. Nel 1993 ha ricevuto il Right Livelihood Award ed è tra i principali leader dell’International Forum on Globalization, nonché vicepresidente di Slow Food Internazionale.

«Nel mondo c’è quanto basta per le necessità dell’uomo, ma non per le sue avidità" (Mahatma Gandhi)
«Vivere con meno è il nostro risarcimento» (Vandana Shiva).

Vandana Shiva, fisica quantistica ed economista militante ambientalista, è considerata la teorica più nota dell’ecologia sociale. È conosciuta grazie al successo di Monocolture della mente (1995), un best-seller in tutto il mondo, e in Italia anche grazie al documentario del 2009 di Ermanno Olmi, Terra Madre, che mostra la raccolta del riso, nei pressi della fattoria Navdanya nell'India del Nord-est, dove sono custoditi i semi delle varietà locali di riso, tramandati di generazione in generazione. La famiglia è “progressista”, impegnata nella lotta gandiana per il superamento delle caste nell’India.
L’infanzia di Vandana non è solo cultura, ma anche contatto diretto con la terra; trascorre la sua infanzia in piena natura tra le foreste del Rajahstan e la fattoria gestita dalla madre. Studia all'estero e in Canada consegue la laurea in filosofia della scienza, e poi un dottorato sui concetti filosofici della meccanica quantistica nel 1979.
Vandana torna in patria, a Bangalore, come ricercatrice in politiche agricole ed ambientali all’Indian Institute of Sciences, e all’Indian Institute of Management.
Nel 1982 Vandana torna a Dehra Dun dove crea la Fondazione per la scienza, la tecnologia e l’ecologia, un istituto indipendente di ricerca, proprio mentre nella valle si diffonde il movimento Chipko, delle donne contro la distruzione delle foreste da cui traggono sostentamento. Nell’Uttar Pradesh, sono evidenti le conseguenze della “rivoluzione verde”, dei fertilizzanti e delle varietà selezionate di semi: la resa è aumentata insieme alle estensioni coltivate a monocoltura, al degrado del suolo e delle acque, alle espropriazioni “facili” (la riforma agraria promessa da Nehru nel giorno dell’Indipendenza non è ancora iniziata). Ne sono vittime prima di tutto le donne, senza diritti men che meno di proprietà, le cui antiche pratiche sono meno produttive ma più rispettose degli ecosistemi, scrive in Staying Alive (1988). È il primo di oltre venti saggi, seguito sullo stesso tema nel 1990 dal rapporto sulle contadine indiane per conto della FAO, e da Eco-feminismo con Maria Mies, in cui scrivono: «Le donne non riproducono solo se stesse, ma formano un sistema sociale e dalla loro creatività proviene quello che io chiamo eco femminismo. Le donne sono le depositarie di un sapere originario, derivato da secoli di familiarità con la terra, un sapere che la scienza moderna baconiana e maschilista ha condannato a morte».
Nel 1991 Vandan Shiva fonda Navdanya (in hindi “nove semi”), il movimento che con altri sorti in tutto il mondo è presente al vertice di Rio de Janeiro nel 1992 dal quale nascono i primi accordi internazionali per la protezione della biodiversità. Da quel momento la difesa dei semi autoctoni contro le multinazionali che cercano di rivendicare come loro “proprietà intellettuale” varietà agricole selezionate nei secoli da comunità locali, diventa il maggior impegno di Vandana Shiva.
Quei “nove semi” rappresentano le nove coltivazioni da cui dipendono la sicurezza e l’autonomia alimentare dell’India. Il nome, dice Vandana Shiva, le è venuto in mente osservando un contadino che in un unico pezzo di terreno aveva piantato nove tipi di semi diversi. Oggi Navdanya conta circa 70 mila membri, donne per lo più, che praticano l’agricoltura organica in 16 stati del paese, una rete di 65 “banche dei semi” che conservano circa 6.000 varietà autoctone, e la Bija Vidyapeeth o Scuola del Seme che insegna a “vivere in modo sostenibile”.
Durante le riprese del documentario Terra Madre sopra citato, Maurizio Zaccaro ha realizzato un film documentario dal titolo Nove semi dove la stessa Vandana Shiva racconta l’esperienza della sua fondazione.
Ma Navdanya non è l’unico impegno di Vandana, che interviene nelle conferenze internazionali, viaggia in Africa, in Europa, in America Latina e in altri paesi asiatici, e dal 1996 partecipa in tutto il mondo alle lotte contro gli organismi geneticamente modificati, la crescita ad ogni costo, l’ingiusta ripartizione delle risorse e altri mali della globalizzazione. «Il cosiddetto sviluppo economico – scrive – anziché risolvere i problemi, rispondendo ai bisogni essenziali del mondo e della popolazione, minaccia la sopravvivenza del pianeta e degli esseri viventi che lo abitano. Questa apparente crescita economica, infatti, non ha creato nient’altro che disastri ambientali ed ha provocato un forte indebitamento dei paesi in via di sviluppo che, per creare delle basi adeguate per la loro crescita, tolgono risorse alla scuola e alla salute pubblica».
Consulente per le politiche agricole di numerosi governi, in Asia e in Europa (anche della regione Toscana), membro di decine di direttivi in altrettanti organismi internazionali, premiata più volte all’anno dal 1993, vive in parte nell’ambiente cosmopolita delle Nazione Unite e in parte nel mondo rurale indiano.
Le battaglie più notevoli vinte da Vandana, sono state contro le multinazionali che avevano ottenuto i brevetti del neem, del riso Basmati e del frumento Hap Nal. Questi ultimi due sono anche prodotti d’esportazione e paradossalmente, se i brevetti non fossero stati revocati, gli agricoltori indiani avrebbero dovuto pagare royalties alle società americane RiceTec e Monsanto, su ogni partita venduta all’estero.
«Oggi siamo testimoni di una concentrazione senza precedenti del controllo del sistema agroalimentare internazionale in cui convergono essenzialmente tre aspetti: il controllo dei semi, il controllo dell’industria chimica, il controllo delle innovazioni biotecnologiche attraverso il sistema dei brevetti. Il diritto al cibo, la libertà di disporre del cibo è una libertà per la quale la gente dovrà lottare come ha lottato per il diritto al voto. Solo che non vivi o muori sulla base del diritto al voto, ma vivi o muori sulla base del rifiuto del diritto di disporre di cibo».
Nel settembre 2011 l’India ha denunciato la Monsanto per bioterrorismo.
Naturalmente, le posizioni politiche di Vandana Shiva non trovano concorde la comunità scientifica ed ecologica. Inoltre, molte ambientaliste indiane sono preoccupate dalle manifestazioni religiose induiste organizzate da Navdanya e dalla recente insistenza di Vandana Shiva sul ritorno alla tradizione vedica in un periodo di forti tensioni con la minoranza musulmana. Giovani agronome hanno lasciato Navdanya, per raggiungere o fondare movimenti simili, ma non confessionali.
Collabora anche con «La Nuova Ecologia», la rivista di Legambiente.

Dal sito: https://www.enciclopediadelledonne.it/biografie/vandana-shiva/   Fonti, risorse, siti:

  • Terra Madre. Sopravvivere allo Sviluppo, UTET 2002
  • Monoculture della mente. Biodiversità, biotecnologia e agricoltura scientifica, 1995
  • Biopirateria. Il saccheggio della natura e dei saperi indigeni, 1999
  • Vacche sacre e mucche pazze. Il furto delle riserve alimentari globali, DeriveApprodi 2001
  • Campi di battaglia. Biodiversità e agricoltura industriale, Edizioni Ambiente, 2001
  • Il mondo sotto brevetto, 2002
  • Le guerre dell'acqua, Feltrinelli 2004
  • Le nuove guerre della globalizzazione, UTET 2005
  • Il bene comune della terra, Feltrinelli 2006
  • Dalla parte degli ultimi. Una vita per i diritti dei contadini, Slow Food 2008
  • India spezzata, Milano, il Saggiatore 2008
  • Ritorno alla terra, Fazi Editore 2009
  • Campi di battaglia, Edizioni Ambiente 2009

Filmografia.

  • L’economia della felicità, di Helena Norberg-Hodge, Steven Gorelick, John Page. Con Vandana Shiva. 2011.
  • Terra Madre, di Ermanno Olmi. Con Vandana Shiva. Documentario, durata 78 min. - Italia, 2009
  • Nove Semi (L’India di Vandana Shiva), di Maurizio Zaccaro, Documentario, Italia, 2009
  • Il mondo secondo Monsanto, di Marie-Monique Robin.  2008

venerdì 7 gennaio 2022

The pillow

The Pillow è un canal Youtube aperto da alcuni ragazzi per raccontare storie di mondo, condividere prospettive diverse ed esaltare le differenze tra persone e popoli.  

Casualmente mi sono imbattuto su alcune storie riportate da questi ragazzi che danno una prospettiva diversa del modo di vivere oggi, sono storie di persone che decidono di vivere in modo più naturale, meno nevrotico, immersi nella natura, rivalutando il senso del sacro e dedicando tempo allo sviluppo di una coscienza piuttosto che al consumismo. 

Vi riporto alcuni servizi che penso potrebbero interessare persone che cercano una vacanza diversa, a contatto con la natura. 

  • Tra i boschi dell'Umbria si nasconde una comunità spirituale fondata sugli insegnamenti del grande Guru indiano Paramahansa Yogananda.    https://www.youtube.com/watch?v=maFzHYItcSU
  • Un borgo del Molise ha deciso di offrire un soggiorno di 4 notti in cambio di un libro. https://www.youtube.com/watch?v=bkRFN9MVIJ8   Comune di Macchiadodena (Isernia)
  • Il pianista che vive in un rifugio sul mare da 5 anni.
  • L’isola in affitto per 50€ a notte.
  • Nel nome di "another perspective" siamo partiti alla scoperta dell'isola Asinara e dell'incredibile storia del suo unico abitante.
  • Esiste un luogo in Italia in cui le persone vivono e lavorano senza mai utilizzare il denaro. 
  • Esiste un borgo ligure anche detto "Borgo degli artisti" nel quale si respira un forte senso di libertà.
  • Santo Stefano di Sessanio in Abruzzo, per incentivare il ripopolamento, è disposto a fornire alloggio e stipendio a chi fosse pronto a trasferirsi in paese per almeno 5 anni.  L'albergo diffuso Sextantio.
  • L'eremita che dal 1990 vive isolato tra i boschi dell'appennino umbro.
  • L'ex imprenditore che vive in un camper sulle sponde del lago di Garda

ecc, ecc...   Hanno scritto un libro vedi: https://www.amazon.it/gp/product/8858038657/ref=as_li_tl?ie=UTF8&camp=3414&creative=21718&creativeASIN=8858038657&linkCode=as2&tag=andreanonni-21&linkId=d63de8bf224ede1d669b79e26117eccf   

sabato 18 dicembre 2021

Pierre Rabhi, una coscienza ecologica

Pierre Rabhi è morto i primi di dicembre 2021 all'età di  83 anni. Era una figura di spicco dell'ecologia francese ed ha contribuito alla sensibilizzazione ecologica senza dargli alcun contenuto politico.

La sua autobiografia Du Sahara aux Cévennes, con il sottotitolo "La reconquête du songe" descrive la storia di Pierre Rabhi, un uomo in marcia verso una maggiore solidarietà, una maggiore fraternità. Verso quel punto di equilibrio dove l'umanità e il cosmo, i popoli del Nord e quelli del Sud, le società che stanno morendo per i loro rifiuti e quelle che stanno morendo nella miseria, dovrebbero trovare l'armonia.

Dopo aver passato la sua infanzia in Algeria, è stato adottato da occidentali, e si è trovato a vivere tra un'origine musulmana e un'educazione occidentale, tra tradizioni secolari e modernità. Pierre Rabhi è stato un lavoratore immigrato che si è confrontato con il razzismo e l'assurdità del mondo urbano, e che ha scelto insieme alla moglie la vita di campagna  - o il "ritorno alla terra", secondo la sua espressione - su una terra desolata dell'Ardèche (Francia del sud). Lì, in povertà, la coppia imparò a coltivare la terra, migliorandola e arricchendola secondo i metodi di quella che allora era appena chiamata agricoltura biologica. L'apprendista agricoltore si è ispirato al metodo biodinamico, una tecnica che come dice lui stesso: "mi sembrava in grado di rispondere al bisogno di completezza".  Con queste tecniche, ancora agli arbori, il terreno incolto e improduttivo in pochi anni viene trasformato in una fattoria produttiva.  La sua reputazione comincia a diffondersi e fu chiamato, alla fine degli anni settanta, come formatore in agroecologia per il Centre d'étude et de formation rurales appliquées (Cefra). Negli anni 80, ha promosso l'agrobiologia in Burkina Faso,Mali, Marocco, Algeria, Togo, ecc.
Creò  l'associazione Terre et humanisme (1994) e scritto molti libri e tenuto molte conferenze su questo tema.  Nel 2002 sostenuto da amici e familiari, provò a partecipare alla campagna presidenziale intorno all'idea di una "insurrezione della coscienza".
Con Cyril Dion, creò il movimento Colibris nel 2007, che esprime l'essenza del suo pensiero: agire, come il piccolo colibrì di fronte al fuoco, anche se la goccia d'acqua non può fare nulla contro il fuoco - ma forse il suo esempio ispirerà tutti gli altri ad impegnarsi, e tutti insieme, a respingere il pericolo.   Comunque, rifiutò sempre di essere coinvolto nelle lotte ecologiche, come quella di Notre-Dame-des-Landes o più tardi nel movimento Clima, ciò lo ha tagliato fuori dai giovani e dalla nuova dinamica della protesta.

La sua sincerità, il suo entusiasmo,  il suo talento, ma anche la depoliticizzazione del suo pensiero - hanno favorito il suo successo mediatico;  In una società occidentale malata di individualismo e ricerca dello sviluppo, Rabhi portava avanti valori come empatia, consapevolezza ecologica, necessità di un cambiamento negli stili di vita,  la ricerca di  una "felice sobrietà".  Pierre Rabhi sognava un mondo senza conflitti e proponeva una sincera spiritualità in un'epoca di rifiuto delle religioni.   La morte di quest'uomo affettuoso segna la fine dell'idea di un'ecologia consensuale di cui è stato, con Nicolas Hulot, uno dei promotori.

Introduzione al Blog

  Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono p...