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lunedì 5 ottobre 2026

Ananda e Self-Realization Fellowship: due eredità di Paramahansa Yogananda a confronto

La differenza principale tra Ananda (spesso chiamata Ananda Sangha) e la Self-Realization Fellowship (SRF) sta nel modo in cui le due organizzazioni interpretano e gestiscono l'eredità e la struttura comunitaria degli insegnamenti di Paramahansa Yogananda. Entrambe lo riconoscono come maestro spirituale, ma differiscono per origini, organizzazione e stile di vita.


La Self-Realization Fellowship fu fondata direttamente da Paramahansa Yogananda nel 1920 negli Stati Uniti, con sede principale a Los Angeles, per diffondere il Kriya Yoga in Occidente.  Ananda nacque invece nel 1968 per opera di Swami Kriyananda (nome monastico di James Donald Walters), discepolo diretto di Yogananda e per anni vicepresidente della SRF. Kriyananda si separò dalla SRF nel 1962 a causa di divergenze sulla gestione e sull'espansione della missione del Guru, e diede vita in seguito alla nuova organizzazione. Ananda ha una forte presenza anche in Italia, con la nota comunità vicino ad Assisi.

La SRF segue un modello monastico tradizionale e centralizzato. La direzione fa capo a un consiglio direttivo con sede a Los Angeles, e gli studenti ricevono gli insegnamenti tramite lezioni scritte periodiche da studiare a casa.   Ananda si basa fortemente sul concetto di comunità spirituali cooperative, le World Brotherhood Colonies, dove famiglie, singoli e monaci vivono, lavorano e meditano insieme in insediamenti dedicati. Dà inoltre molta enfasi all'Ananda Yoga, un approccio alla pratica delle posizioni (asana) che unisce il movimento corporeo ad affermazioni mentali di consapevolezza.

Dal punto di vista strettamente spirituale, il cuore degli insegnamenti è lo stesso: il Kriya Yoga trasmesso da Yogananda. Entrambe le scuole propongono il medesimo percorso di preparazione prima dell'iniziazione al Kriya vero e proprio, ma differiscono nell'enfasi e nell'applicazione pratica delle discipline corporee.  

Sia nella SRF sia in Ananda il percorso si articola in quattro fasi principali:
Esercizi di Ricarica Energetica (Energization Exercises): 39 esercizi fisici e di respirazione ideati da Yogananda per canalizzare l'energia cosmica nel corpo.
Tecnica dell'Hong-So: una tecnica di concentrazione basata sull'osservazione del respiro e sull'uso di un mantra silenzioso.
Tecnica dell'Om: una meditazione profonda incentrata sull'ascolto del suono cosmico primordiale.
Kriya Yoga: la tecnica avanzata di controllo dell'energia (pranayama) che accelera l'evoluzione spirituale attraverso la colonna vertebrale.

In Ananda, Swami Kriyananda ha sviluppato un sistema specifico di Hatha Yoga, l'Ananda Yoga per la Consapevolezza Superiore. L'esecuzione delle posizioni non è mai solo fisica: ogni postura è abbinata a una specifica affermazione mentale, pensata per elevare la coscienza e indirizzare l'energia verso il cervello, il centro cristico. Ananda integra molto anche la musica, composta dallo stesso Kriyananda, e la vita comunitaria, che diventano parti integranti della pratica.
La SRF mantiene un approccio più sobrio e tradizionale, concentrato quasi esclusivamente sulla meditazione seduta e sulle lezioni scritte (SRF Lessons). L'Hatha Yoga viene insegnato come supporto per mantenere il corpo sano e flessibile in vista della meditazione, ma non ha una codificazione interna, coreografica o filosofica, distinta come quella di Ananda.

Negli anni Novanta e nei primi anni Duemila si consumò, nelle corti degli Stati Uniti, una lunghissima e durissima battaglia legale tra la SRF e Ananda. La causa ridefinì la disponibilità pubblica delle opere di Yogananda.  La SRF intentò causa ad Ananda sostenendo di avere l'esclusiva assoluta sul nome di Paramahansa Yogananda, sui suoi scritti (inclusa la celebre Autobiografia di uno Yogi), sulle sue foto e persino sul termine "Self-Realization". Il suo obiettivo era impedire ad Ananda, e a chiunque altro fuori dalla SRF, di stampare i libri del Maestro o di usarne l'immagine per promuovere le proprie attività.

Dopo circa dodici anni la causa si concluse con una sentenza storica che vide Ananda prevalere su quasi tutti i punti fondamentali:
Pubblico dominio: il tribunale stabilì che la versione originale del 1946 dell'Autobiografia di uno Yogi e molti altri scritti giovanili di Yogananda erano ormai di pubblico dominio, perché la SRF non aveva rinnovato correttamente i diritti d'autore a tempo debito.
Uso del nome e delle foto: fu sancito che il nome e le immagini di Yogananda appartengono al mondo intero e non possono essere monopolizzati da una singola azienda o associazione.
Il termine "Self-Realization": il tribunale decretò che si tratta di un termine spirituale generico (realizzazione del Sé) e che la SRF non poteva rivendicarne il marchio esclusivo.
Il processo si concluse nell'ottobre 2002. Otto giurati stabilirono all'unanimità che Ananda e Walters (Kriyananda) avevano violato i diritti d'autore di SRF ristampando articoli e vendendo registrazioni, con un risarcimento di circa 29.000 dollari. Ognuna delle due parti dichiarò di aver ottenuto una forma di vittoria. Ananda sottolinea che la giuria non riconobbe a SRF nulla dei 33 milioni di dollari richiesti per le violazioni sugli scritti, e che SRF mantenne il copyright sulle registrazioni audio. L'avvocato di Ananda commentò che la chiesa sarebbe sopravvissuta senza danni finanziari, mentre la giuria diede ragione a SRF sull'idea che Yogananda avesse voluto che fosse la Fellowship a detenere i diritti sulle sue opere. 
Grazie a questa sentenza, Ananda è oggi libera di pubblicare le opere originali di Yogananda, spesso attraverso la propria casa editrice, Ananda Edizioni, riprendendo i testi storici del 1946 senza le modifiche editoriali che la SRF ha apportato nelle edizioni successive. La SRF detiene comunque i diritti d'autore sulle edizioni modificate e ampliate da essa stessa nel corso degli anni, e resta l'istituzione storica ufficiale. In sintesi Ananda ottenne: la libertà di usare i termini "Self-realization" e "Paramahansa Yogananda", il diritto di pubblicare molti libri originali, e la fine della minaccia di un risarcimento enorme. SRF ottenne: il riconoscimento delle violazioni su articoli e registrazioni, un risarcimento (modesto), il copyright sulle registrazioni audio e il vincolo sul nome completo di Ananda.

sabato 19 settembre 2026

La natura sportiva dello yoga

Il Ministero per lo Sport e i Giovani ha pubblicato un decreto con il quale allo yoga - e ad altre sette discipline con esso  - è stata riconosciuta natura sportiva (Decreto del Ministro per lo Sport e i Giovani del 7 luglio 2026, pubblicato a settembre 2026)  Questo il link per chi volesse visionare il provvedimento: https://www.sport.governo.it/media/ns5kwzl4/dpcm-ricon-natura-sportiva.pdf


Ovviamente ciò significa che la disciplina della Yoga esce dall’ambiguo cono d’ombra in cui si trovava e chi intenda insegnarla nelle forme previste per le attività sportive  potrà ora farlo senza problema. 

Gli istruttori e gli operatori yoga rientreranno a pieno titolo nel perimetro del lavoro sportivo disciplinato dal D.Lgs. 36/2021.  I corsi di yoga possono beneficiare della de-fiscalizzazione ai fini IVA e delle imposte dirette, oltre ai regimi agevolati per i compensi sportivi dilettantistici.

Allo stesso tempo, tuttavia, si ripropongono tutte le questioni relative alla natura riduttiva di una tale classificazione dello yoga, agli interessi che possono muovere una tale decisione e agli appetiti che essa può suscitare.   

Inquadrare lo yoga nelle griglie burocratiche del Registro sportivo nasce da un’esigenza pratica e fiscale; il risultato finale, però, assomiglia a un cortocircuito culturale: per far quadrare le carte, si è finiti per ridurre una millenaria via di ricerca interiore a una semplice variante della ginnastica posturale.  C’è un po'  di sconforto nel constatare come le istituzioni, incapaci di comprendere cosa sia veramente lo yoga, abbiano preferito timbrare e sminuire un patrimonio dell’umanità pur di catalogarlo.

Lo sport è una cosa bellissima, ma funziona a tabelle: c’è la prestazione, c’è il tabellone e c’è un avversario da battere. Lo yoga è l’antitesi della competizione. Non c’è un avversario, se non la propria tendenza a distrarsi durante un Asana. Sul tappetino l’unico “avversario” è la propria fretta, e l’obiettivo è ridimensionare l’ego — proprio ciò che lo sport competitivo tende inevitabilmente ad esaltare. 

L’assimilazione forzata alla categoria della “disciplina sportiva” comporta alcuni cortocircuiti inevitabili.
I Testi Classici, Gli Yoga Sutra di Patanjali, il Pranayama e la tradizione saranno lasciati in panchina. Prevarra l’ansia da prestazione, e la posizione del Guerriero smetterà di essere uno strumento di ascolto e diventerà un saggio ginnico per mostrare al vicino quanto siamo flessibili.
Lo yoga non si può misurare!Ccome non si può assegnare un punteggio alla qualità di una meditazione. 

Lo yoga non è un mezzo per vincere medaglie, né una ginnastica di mantenimento finalizzata alla sola forma fisica,  il CONI ha  dimostrato di non conoscere questa disciplina che per secoli ha rifiutato ogni logica di misurazione, prestazione e trofeo.

La prossima volta che srotoliamo il tappetino, ricordiamocelo: non c’è nessuna coppa ad aspettarci alla fine della lezione.  Diventa sempre più importante lavorare in difesa dello yoga.

Yoga, respiro e inconscio: un percorso dal movimento all'immobilità

« L’aspetto geniale dello yoga è questo:  utilizzare strumenti che sono in noi »  -  Gerard Blitz  

« L’obiettivo è lo sviluppo della consapevolezza, della coscienza dell’uomo. La coscienza si sviluppa nella presenza coscienziale e quindi l’āsana va considerato uno strumento e non un fine. Allora si comprende il senso dello Yoga: lo Yoga è coscienza »  - Antonio Nuzzo

« Quello che uno yogin ricerca è la realizzazione, è l’incontro con il Puruśa (cioè la scintilla divina che abbiamo in noi, il Sé,). È necessario capire che solo l’immobilità consente di sviluppare la coscienza di questo incontro » - Antonio Nuzzo

« Citta è il nome che Patañjali dà alla coscienza, è una parte del complesso mentale ed è uno strumento molto elevato che c’è stato offerto, perché è capace di osservare e di lasciarsi influenzare da ciò che osserva. È assoggettato ai condizionamenti sensoriali, quindi i pensieri e le emozioni, le vṛitti, investono citta e questa subisce un’alterazione fenomenica »  - Antonio Nuzzo

«  Bisogna dirlo con tutta la comprensione del caso – la gente cerca un allenamento fisico nello Yoga e molti insegnano per campare »   

Lo yoga è una disciplina millenaria che utilizza il corpo e il respiro per ricercare l'immobilità interiore e lo sviluppo della consapevolezza. Gli asana (le posizioni) si realizzano nella stabilità e nella quiete fisica per fermare il turbinio della mente. Il respiro crea spazi di sospensione e vuoto che aiutano a calmare la coscienza ordinaria. L'attenzione e la consapevolezza nascono dal silenzio interiore coltivato durante la pratica. La ripetizione costante e il controllo del prana (energia vitale) permettono di passare dalla distrazione alla pace profonda.  Puoi approfondire questa pratica leggendo gli articoli seguenti: 

  • sui Cardini dello yoga  https://www.rispirazioni.it/yoga/i-cardini-dello-yoga-immobilita-vuoto-attenzione-e-consapevolezza/  
  • o l'intervista al Maestro Antonio Nuzzo su L'immobilità e la coscienza.  https://www.rispirazioni.it/yoga/antonio-nuzzo-limmobilita-e-la-chiave-per-sviluppare-la-coscienza/

Antonio Nuzzo è considerato il padre nobile dello Yoga italiano ed europeo e ormai da decenni insegna una pratica preziosa e fondamentale che purtroppo non si incontra spesso in questa disciplina: l’immobilità in āsana. È un concetto che ha sviluppato nel tempo, memore degli insegnamenti ricevuti dai suoi maestri, André Van Lysebeth, Swami Satchidananda, Swami Satyananda Saraswati e Vimala Thakar.  

Il corpo come linguaggio dell'inconscio. Quando si pratica yoga, la convinzione con cui ci si accosta alla pratica è fondamentale. Troppo spesso il corpo viene considerato qualcosa di inanimato, uno strumento neutro da piegare alla volontà. In realtà il corpo è il luogo in cui l'inconscio si manifesta attraverso l'agilità e lo schema corporeo: mentre la parte conscia si esprime con le parole, il corpo e la gestualità sono il linguaggio dell'inconscio. Da qui nasce spesso un desiderio: quello di modificare il corpo, di volersi diversi. Questo desiderio, però, innesca un processo conflittuale. Quando i conflitti restano bloccati, la pratica può aprire una via d'uscita: entrare in una dimensione meditativa, imparare a percepire la totalità.

Educarsi alla totalità. Uno degli obiettivi centrali della pratica è proprio questo: educarsi alla totalità. La respirazione diaframmatica-addominale aiuta a percepire la parte attiva e la parte passiva di noi stessi, insegnandoci a privilegiare l'osservazione rispetto al fare. Questo principio è centrale sia nell'asana che nel pranayama: respirando, agiamo direttamente sul corpo energetico, e l'inconscio "capta" lo stato d'animo con cui viviamo una posizione, specialmente quando questa è vissuta con sofferenza.  Non conta soltanto cosa facciamo, ma il modo in cui lo facciamo: è nella modalità dell'azione che si stabilisce il dialogo tra inconscio e mente. Un'azione svolta in modo rilassato e pacificato, senza desiderare i risultati, permette di osservare la totalità senza escludere la particolarità — un equilibrio importante per lo sviluppo della coscienza.          

La pratica yoga dovrebbe educarci a incontrare questa totalità.  Siamo abituati a dare importanza ai particolari; lo yoga ci abitua invece a espanderci al di là del singolo dettaglio, verso una dimensione che è associata all'eternità. Quando la nostra interiorità si espande nella totalità, avviene un vero cambiamento: si genera uno stato di pace e si sviluppa la comprensione di un livello diverso di realtà. È questa la totalità che si dovrebbe sperimentare nell'hatha yoga.

Uno yoga oltre la religione. Praticare yoga significa entrare in brahmacharya (concetto spirituale indiano che significa letteralmente "camminare in armonia con il divino"); l'individuo è parte integrante della totalità, e se si vive come entità separata — in modo egocentrico — l'interiorità non può essere pura. Ogni azione diventa allora occasione per onorare la totalità: nel tantrismo, per esempio, anche l'atto sessuale può essere vissuto come un modo di onorare il tutto. Lo yoga va oltre la cultura indiana stessa: in India viene interpretato in modo diverso da un bramano e da un sannyasin. I testi yogici non sono legati a una credenza religiosa particolare, ma esprimono una spiritualità dal punto di vista laico.

Il respiro come spazio di dialogo. Lavorare con il respiro a ritmi troppo sostenuti crea agitazione e insofferenza. Gli effetti del pranayama non sono sempre evidenti: se esiste un disagio sottile, sarà più difficile sostenere la pratica. Attraverso il respiro impariamo a conoscere noi stessi e a relazionarci con il nostro mondo interiore più sottile, imparando ad assaporare le piccole cose e a osservare, nel presente, il nostro corpo.   Il pranayama costruisce una relazione intima con noi stessi, un processo di armonizzazione di cui la pratica respiratoria è solo l'aspetto iniziale. Attraverso di essa si raggiunge uno stato di pacificazione che modifica anche i nostri rapporti di relazione: il pranayama è il perno attorno al quale si costruisce il cambiamento.

I nostri atteggiamenti e le regole morali che ci diamo sono spesso in contrasto con le nostre pulsioni, e questo genera conflitti. Non si tratta di "raggiungere" qualcosa: l'armonia si costruisce gradualmente con la pratica, che crea processi sottili capaci di portare a un cambiamento nel rapporto con l'inconscio. Il respiro è proprio lo spazio in cui il conscio dialoga con l'inconscio.  È importante non spingersi mai in uno stato di disagio: è il conscio che deve determinare la nostra reale capacità — per esempio, la possibilità di trattenere il respiro senza sforzo. Conoscere i propri limiti respiratori è necessario per poter dialogare con l'inconscio in modo sottile, costruendo un rapporto armonioso tra i due poli — conscio e inconscio — su cui si fonda l'azione, il cui risultato è uno stato di pacificazione profonda, quasi un "parlare per gesti". Se si superano i propri limiti nascono problemi: la coscienza deve saper interpretare correttamente le nostre reali possibilità.

Attraverso il pranayama l'individuo entra in uno stato di pacificazione e meditazione, una condizione mentale non reattiva e totalmente accogliente, capace di pacificare insieme la dimensione conscia e quella inconscia. Il pranayama cerca proprio di costruire questo stato cosciente pacificatore: lo stato di quiete raggiunto nell'asana viene poi affinato ulteriormente nel pranayama.

Cambiare ritmo, cambiare mondo.  Lo yoga possiede tecniche sottili: cambiare il ritmo del respiro significa cambiare il nostro rapporto con il mondo. Con il respiro si "chiude" progressivamente il rapporto con il mondo esterno — non sentiamo più i rumori, come se ci immergessimo nell'acqua — e non siamo più disposti ad andare verso l'esteriorità come farebbe un bambino intento a giocare. È un'abilità che si acquisisce nel tempo, e il pranayama la risveglia: inizialmente può essere difficile da ottenere.

Il ritmo del respiro fa entrare la coscienza in un mondo sottile, fatto di flussi di energia, l'essenza stessa della vitalità. Ci porta dalla materia — il mondo riempito dai cinque sensi — alla vita sottile del prana, l'energia vitale. Energia vitale e materia creano insieme una sinergia che rende viva la materia stessa: quando la coscienza si dedica ad ascoltare il respiro e l'energia, si sperimenta l'armonia con se stessi. È questo l'allenamento proprio del pranayama, capace di aprirci a un mondo sottile molto più vasto di quello materiale — cosa che nella sola pratica delle asana, più legata ai sensi e all'energia "grossolana", non può accadere.

Il kapalabhati serve a liberare la mente: si percepisce distintamente la fase espiratoria, mentre quella inspiratoria resta quasi impercettibile — si inspira, si blocca il perineo, si dilata il torace. Il kapalabhati è un pranayama preparatorio al pratyahara, la dimensione meditativa: il ritiro dei sensi, l'inversione del normale flusso degli impulsi sensoriali verso il cervello, la "chiusura delle porte" sensoriali.  

Si tratta di entrare nella profondità del nostro essere, fino a un respiro talmente sottile da non sentirlo più passare nelle narici: entrare nel mondo sottile della vita. In un certo senso, lo yoga è anche un prepararsi alla morte. Si medita perché la nostra vita diventi più bella e meno stressata: la dimensione meditativa ci fa viaggiare oltre i sensi.    Oggi lo yoga è spesso inquinato e strumentalizzato; con il pranayama, invece, cambia realmente la dimensione della coscienza. Solo quando ci si è sufficientemente purificati con pratiche come bhastrika e kapalabhati si può entrare pienamente nella dimensione del pranayama.

Dal movimento all'immobilità. Entrare in uno spazio yogico significa compiere un viaggio dal movimento all'immobilità. La crescita interiore dello yoga avviene proprio nell'immobilità: la meditazione è immobilità assoluta, e l'hatha yoga ci accompagna verso questa dimensione.

L'immobilità può crearsi solo in un ambiente meditativo: è un viaggio interiore che va dal movimento all'immobilità, ed è proprio questo l'allineamento cercato nello yoga. È corretto iniziare dal movimento, purché si comprenda che l'obiettivo finale è l'immobilità. Lo yoga è un processo, una gestione della trasformazione: l'hatha yoga è l'arte che ci conduce, con la progressione necessaria, dal movimento all'immobilità.   Il kevala kumbhaka — la ritenzione spontanea del respiro senza sforzo — permette di gestire l'immobilità e il rilassamento dei muscoli contratti. I ritmi del respiro cambiano a seconda della nostra vita, dei nostri pensieri, dei dubbi e delle insicurezze che portiamo.

Lo yogi è un ricercatore, il cui interesse per l'immobilità costituisce il cuore stesso del processo yogico: entrare in una situazione meditativa, indotta prima dall'asana e poi dal pranayama. L'atteggiamento occidentale, al contrario, adotta spesso una trasformazione violenta.

Un processo graduale, non violento.  Lo yoga dev'essere invece graduale: richiede amore per se stessi, pazienza, dolcezza, accoglienza. Piegare il corpo alla nostra volontà non è yoga — la mancanza di pazienza è essa stessa una forma di violenza. Dobbiamo piuttosto amalgamare la nostra energia con l'energia del cosmo.

Alcuni esempi di pratica illustrano questi principi.  Da seduti, si ascolta il corpo e le sensazioni che rivela; sdraiati, con le piante dei piedi a terra e le mani appoggiate sulle cosce, si aumenta il potere dell'inspirazione e l'elasticità dell'apparato respiratorio; spingendo poi sui gomiti mentre si respira, si amplia lo spazio vitale del cuore.

Sempre da terra, afferrando il ginocchio destro e spingendo lo sterno verso la testa con l'addome contratto, il diaframma spinge l'addome verso l'alto; nella pausa si inspira ancora un poco. Con le mani alle ginocchia si portano i gomiti verso l'alto e si spinge verso il perineo.

Da terra, portando le piante a terra, si inspira e poi si espande il corpo sollevandosi, con le mani tra le gambe; per aumentare l'espirazione si afferrano le cosce. Sempre da terra, le mani scivolano fino a incontrarsi sopra la testa, poi si espira. Nello hatha yoga questi gesti hanno spesso un valore simbolico.

Prima fare kapalabhati, poi mani sulle ginocchia, mento portato verso le clavicole per chiudere il jalandhara bandha, chiusura del perineo con il mula bandha — il prana si concentra così nel manipura chakra — spalle indietro e si afferrano le ginocchia.   

In tutti questi esercizi ciò che conta davvero è lo stato d'animo con cui vengono svolti.

Come scegliere un insegnante di yoga

Lo Yoga, oggi, è ovunque. Lo si trova sui social, nelle palestre, nei centri wellness, in videochiamata o dal vivo, con maestri che promettono trasformazioni rapide e posture da cartolina. Mai come oggi è stato così facile trovare una lezione di yoga. Eppure, proprio per questo, è diventato più difficile capire chi possa davvero accompagnarci in un cammino autentico.

Perché la verità è che saper piegare il corpo in forme impossibili non fa di nessuno un buon maestro. E nemmeno il fascino di un discorso ben costruito sulla spiritualità basta a garantire che dietro ci sia qualcosa di reale. Sono involucri seducenti, spesso vuoti al centro.

Chi ha davvero qualcosa da trasmettere si riconosce in modo più sottile: nel modo in cui occupa lo spazio, nella qualità silenziosa della sua presenza. Lo si percepisce nella cura con cui sceglie le parole per guidarti, nella capacità di leggere ciò di cui hai bisogno in quel preciso istante. Lo si intuisce osservando quanto lavoro interiore quella persona abbia realmente compiuto su di sé, e quanto la sua vita quotidiana rispecchi ciò che dice durante la lezione — perché è lì, fuori dal tappetino, che si vede se un insegnamento è vero o soltanto recitato.

Chi insegna per davvero non ha bisogno di stupirti. Non ti spingerà oltre il tuo limite solo per dimostrare qualcosa, non ti farà mai sentire sbagliato o indietro rispetto a un modello, non ridurrà la pratica a uno spettacolo da mostrare. Il suo lavoro va in un'altra direzione, molto meno appariscente: ti aiuta piano piano a sentire di più, a capire meglio, a lasciar crescere qualcosa dentro. Ti avvicina, passo dopo passo, a uno stato di presenza più pieno, a una consapevolezza più sveglia, a un ascolto che va oltre il corpo, fino a un equilibrio e a una libertà che nessuna postura, da sola, potrà mai darti. In fondo lo Yoga autentico non ha mai riguardato il fare sempre di più — riguarda l'essere sempre più qui, in ciò che già siamo.

E questo dice qualcosa anche su cosa significhi, davvero, insegnare Yoga. Non è un mestiere come un altro, né una scelta di vita alternativa da seguire per un periodo, né tantomeno una moda passeggera. È molto più vicino a una chiamata, a una responsabilità che si accetta con consapevolezza, a un modo intero di stare al mondo. Significa portare avanti, con umiltà, ciò che si è ricevuto da chi è venuto prima, senza mai smettere — nemmeno per un giorno — di essere prima di tutto un praticante come gli altri.

Chi decide di insegnare si carica di un peso che va oltre se stesso: risponde ai propri allievi, certo, ma anche a qualcosa di più grande, alla tradizione che gli ha dato ciò che ora trasmette, e in senso ancora più ampio a chiunque quella tradizione possa un giorno raggiungere. Non è un cammino che tutti possono o devono percorrere. Chiede anni di studio, una dedizione costante, coerenza tra le parole e i gesti, esperienza vissuta sulla propria pelle, e soprattutto la disponibilità, mai scontata, a rimettersi continuamente in discussione.

E forse la cosa più importante è questa: chi insegna davvero non cerca di renderti dipendente da lui, non finge di avere in tasca tutte le risposte che cerchi. Ti sta accanto con rispetto, ti sostiene il tempo necessario, finché non impari tu stesso ad ascoltare — la saggezza che già abita il tuo corpo, il silenzio che si nasconde dietro l'agitazione della tua mente, quella guida profonda che, in realtà, non è mai stata fuori di te, ma sempre e solo dentro.

Lo Yoga per gli occhi - Michel Lyonnet du Moutier

Michel Lyonnet du Moutier è ingegnere ETP, ha conseguito un MBA presso l’INSEAD ed è dottore in scienze gestionali. È professore ordinario presso l’Università Paris Ouest - Nanterre La Défense e professore associato presso l’École des Ponts - ParisTech. Dirige il master in Finanziamento dei progetti - Finanziamenti strutturati. In precedenza, ha lavorato per vent’anni presso grandi gruppi edili, prima come ingegnere di cantiere e poi come direttore finanziario. Per dieci anni ha condotto trattative con banche e concedenti per grandi progetti simili a quello della Torre Eiffel.

  •  https://www.michel-lyonnet-du-moutier.fr/mon-parcours/     

  • https://www.youtube.com/watch?v=feXRJMmMKbQ

  • Emissione consacrata allo Yoga per gli occhi: "le Mag qui fait du bien" sur C8 https://youtu.be/feXRJMmMKbQ

  • Libro : https://editions-jouvence.com/livre/guide-pratique-de-yoga-des-yeux/  

venerdì 18 settembre 2026

Prana Vidya. Yoga come coscienza: oltre la forma

Il Prana Vidya è un'avanzata pratica yogica e tantrica dedicata alla conoscenza, percezione e manipolazione cosciente del prana, ovvero l'energia o forza vitale universale.
Prana: Significa "forza vitale", "respiro" o "energia sottile" che anima ogni essere vivente e l'intero universo.
Vidya: Deriva dalla radice sanscrita vid (conoscere, vedere), indicando una conoscenza profonda ed esperienziale che va oltre i sensi ordinari.
Le radici di questa disciplina affondano nelle antiche Upanishad e nel Tantra Yoga, ed è stata sistematizzata e resa accessibile nel mondo moderno soprattutto all'interno della tradizione del Satyananda Yoga. 

La Pratica Consapevolezza energetica permette di percepire i flussi sottili dell'energia vitale nel corpo, spesso sfruttando il respiro come veicolo principale. A differenza del semplice pranayama (controllo del respiro), il Prana Vidya sposta l'attenzione sulla mente che dirige direttamente l'energia attraverso i canali sottili (nadi) e i centri psichici (chakra).  A livelli avanzati comprende tecniche di visualizzazione, risveglio del potenziale interiore e metodi di guarigione psichica o energetica.

Per avere un rapporto corretto con noi stessi e con l'energia occorre innanzitutto sensibilità. Conoscere le persone, in fondo, significa conoscere le loro energie: l'energia è un ardore costante, che non dipende dalle circostanze esterne.  Lo yoga nasce proprio da qui: è un percorso per capire se stessi. Non va confuso con una specializzazione tecnica del corpo e del respiro, come spesso accade nello yoga moderno. Lo yoga autentico è un processo di integrazione.

Ogni singola cellula del nostro corpo possiede una propria coscienza, e l'essere umano nella sua interezza è costituito dall'insieme di tutte queste cellule. Lo yoga agisce proprio a questo livello: il processo di purificazione e risveglio non riguarda solo la mente, ma tutte le cellule del corpo. Secondo prana vidya e il tantra, è compito dello yogi purificarle nella loro totalità.

La mente, per come la conosciamo, è limitata e  "malata": non si tratta però di abolirla per diventare santoni, quanto di riconoscerne i meccanismi. Le vritti sono le attività mentali abituali — sogno, memoria — che la animano costantemente. La coscienza è all'origine del pensiero, ma il ragionamento può diventare "demoniaco": da solo non è in grado di darci il senso della vita, e portato all'estremo può condurre alla pazzia. Lo scopo dello yoga è invece sviluppare la coscienza, diventare coscienti (è il tema che ritroviamo nello studio dei chakra).

Per sviluppare la coscienza dobbiamo imparare a interagire con le nostre cellule, comunicando in maniera silenziosa con le forze latenti che sono in noi. È nel silenzio che si scopre la realtà esistenziale. La salute, in questo senso, dipende innanzitutto da un equilibrio mentale. 

Gli yogi fanno riferimento ai cinque kosha — i cinque corpi, legati all'elemento eterico — per entrare in relazione coscienziale con la realtà spirituale. Lo yoga ci permette di combinare vibrazioni ed energia; anche le asana diventano utili solo se ci stacchiamo dalla loro forma esteriore, lasciando spazio a un'etica personale e a una felicità che nasce dalla conoscenza.

La vera realtà esistenziale è fatta di conoscenza e coscienza, non di forma e pensiero: è qui che ego e obiettivi vengono superati. Il prana vidya rappresenta una vera e propria messa a punto in questa direzione — perché lo yoga non ha confini, non è una terapia.  Nel prana vidya il focus è la coscienza: si ritorna al respiro volontario, si utilizza lo ujjayi pranayama, si dialoga con l'interno del corpo attraverso la coscienza stessa. Vale una regola semplice: dove va la coscienza, lì c'è l'energia.

Lo yoga non si "fa", si vive — e solo la coscienza può rivelarcelo. Quando la coscienza percepisce la totalità ed entra in contatto con le cellule, si vive quella che potremmo chiamare la danza della vita. Ogni posizione esalta specifiche parti del corpo, e le pratiche di purificazione — asana e pranayama — ci preparano proprio a questa relazione con noi stessi e con la coscienza.

Il centro tra le sopracciglia funge da diffusore di energia: da lì la coscienza si irradia a tutta la massa cerebrale. Parliamo di maha prana, il prana cosmico diffuso in ogni parte del corpo, e di pratiche come il japa So Hum. L'apertura del chakra del cuore corrisponde all'amore: ma se prevale la dimensione cognitiva, l'amore non può manifestarsi.
È la coscienza a costituire l'esperienza: postura e respiro ne sono la base, e la orientano. Attraverso l'azione, lo yoga genera una percezione sensoriale che cura la dispersione mentale — la mente ha bisogno di essere assorbita da qualcosa. Lo yogi cerca proprio questo: l'integrazione dei cinque kosha, una cura per i cinque involucri che ci costituiscono.

La malattia, in questa prospettiva, nasce da una dispersione di energia e da un disagio interiore, che si manifesta prima a livello mentale e poi fisico. Ecco perché posizione e contro-posizione sono fondamentali per mantenere l'equilibrio energetico.

Una pratica meditativa ben orientata ci permette di comprendere questo equilibrio. Quando muovo il braccio destro, devo essere consapevole di cosa fa il braccio sinistro: la pratica va orientata verso la totalità, così si impara a percepire l'insieme. Se invece si insegue un obiettivo preciso — come realizzare un'asana perfetta — non si arriva da nessuna parte.

Nella meditazione sui chakra, unire le energie Ha e Tha genera una corrente continua. Esercitando la coscienza, i chakra si attivano nel modo corretto, e la coscienza stessa può così iniziare la sua danza nelle nadi. 

- Riflessioni tratte dal seminario con Antonio Nuzzo dal titolo Prana Vidya (febbraio 2026). 

lunedì 7 settembre 2026

Nauli Kriya

Il Nauli (o Nauli Kriya) è una tecnica avanzata di purificazione (shatkarma) dell'Hatha Yoga che consiste nell'isolamento, contrazione e rotazione ritmica dei muscoli retti addominali. Eseguito a stomaco vuoto in apnea espiratoria (dopo aver espulso tutta l'aria), crea un profondo massaggio agli organi interni, stimolando la digestione, il metabolismo e tonificando il cuore. 

La parola deriva dal sanscrito nabhi (ombelico) e mira a purificare il corpo, aumentare il "fuoco interiore" (Agni) e migliorare la salute digestiva.  Si effettua solitamente in piedi, piegati leggermente in avanti con le mani appoggiate sulle cosce. Dopo un'espirazione completa, si crea un sottovuoto addominale (Uddiyana Bandha) e si isolano i muscoli addominali centrali (Madhyama Nauli) o si fanno ruotare lateralmente (Vama/Dakshina Nauli).
Rinforza la parete addominale, massaggia gli organi addominali, migliora la circolazione sanguigna nella zona del ventre e facilita l'eliminazione delle tossine.  Dal punto di vista energetico stimola Manipura Chakra (il terzo chakra), aumentando vitalità, fiducia in se stessi e chiarezza mentale.

Controindicazioni: Essendo una tecnica avanzata, va appresa con un insegnante esperto. È sconsigliata in caso di ernia, ipertensione, problemi cardiaci, gravidanza o ulcere. 

È considerata una delle pratiche di pulizia più importanti nello Yoga, descritta nell'Hatha Yoga Pradipika come capace di distruggere i malanni 

Vedi link:    https://www.youtube.com/watch?v=yGS2kKO6uns     

lunedì 10 agosto 2026

Lo Yoga che non è più Yoga

Articolo di Fabio Milioni           Vedi:   https://yogaromapuntoit.wordpress.com/fabio-milioni/

Dalla disciplina della trasformazione interiore alla merce del benessere, dell’immagine e del turismo esotico.   Esiste oggi una parola che viene utilizzata con una frequenza tale da aver quasi perduto il proprio significato originario: yoga. 
La si incontra nei centri fitness, negli alberghi di lusso, nei villaggi turistici, nelle piattaforme digitali, nelle riviste di lifestyle, nei cataloghi di abbigliamento, nelle campagne pubblicitarie, nei programmi di wellness, nei retreat organizzati in luoghi esotici e in una quantità crescente di prodotti destinati a un consumatore che non acquista soltanto una pratica, ma un'intera rappresentazione di sé. 
La questione non è stabilire se tutto ciò sia moralmente riprovevole. 
La questione è preliminare e molto più semplice: ciò che viene venduto con il nome di yoga corrisponde effettivamente allo Yoga? 

 

Se per Yoga intendiamo il sistema delineato dal Yoga Darśana e sistematizzato nei Yoga Sūtra di Patañjali, la risposta deve essere formulata con chiarezza: nella maggior parte delle sue manifestazioni commerciali contemporanee, ciò che viene venduto come yoga non è lo Yoga nella sua struttura propria, ma una sua riduzione selettiva, prevalentemente corporea, estetica e commerciale. Non si tratta di una sottigliezza terminologica. Cambiando la struttura cambia la natura della cosa. 

Lo Yoga di Patañjali non è anzitutto una ginnastica. È una disciplina integrale dell'essere umano, orientata alla trasformazione della coscienza.

Il celebre yogaś citta-vṛtti-nirodhaḥ definisce lo Yoga in rapporto alla cessazione delle fluttuazioni della mente; il percorso successivo non è quindi organizzato attorno alla costruzione estetica del corpo, ma alla progressiva trasformazione della relazione dell'uomo con se stesso, con il mondo, con i sensi, con la mente e infine con la coscienza. 
Gli otto aṅga costituiscono l'architettura di questo percorso: yama, niyama, āsana, prāṇāyāma, pratyāhāra, dhāraṇā, dhyāna, samādhi. 
La loro sequenza è essenziale perché rende evidente ciò che il mercato contemporaneo tende a cancellare. 
Yama e niyama costituiscono il fondamento etico e disciplinare. 
Āsana viene dopo. È il terzo aṅga, non il primo e soprattutto non il tutto. Seguono prāṇāyāma e pratyāhāra , che segnano il progressivo passaggio dalla dimensione esteriormente operativa alla dimensione interiore. Con dhāraṇā, dhyāna e samādhi il percorso entra nella sfera propriamente interna. Questa struttura è confermata anche dalla tradizione contemporanea seria. Ananda Balayogi Bhavanani, nella sua esposizione dello Yoga Darśana , presenta il sistema di Patañjali come un percorso complessivo e non come una tecnica ginnica isolata; nella sua trattazione della meditazione definisce dhyāna il settimo degli otto aṅga e parte dell'antaraṅga , il percorso interiore rivolto alla realizzazione del Sé. 
Questa premessa consente di compiere una verifica elementare. Se si prende il terzo degli otto elementi, lo si separa dagli altri sette, lo si trasforma prevalentemente in esercizio fisico, lo si confeziona come servizio commerciale e lo si presenta al pubblico come "yoga", non si è semplicemente modernizzata una disciplina. Se ne è modificata la natura. 
È questo il punto sul quale occorre essere rigorosi. 
Il problema dello yoga contemporaneo commerciale non è che contenga āsana. L'āsana appartiene allo Yoga. Il problema è che l'āsana viene estratto dall'organismo del quale costituisce una parte e viene fatto coincidere con l'organismo stesso. 
È la differenza fra una parte e il tutto. 
È come prendere un organo di un corpo e venderlo come se fosse il corpo. 
Da questa amputazione concettuale nasce lo yoga-merce.  Lo yoga-merce è anzitutto una riduzione. 
Riduce una disciplina antropologica a una tecnica corporea; riduce la tecnica corporea a esercizio; riduce l'esercizio a prestazione; riduce la prestazione a immagine; riduce l'immagine a stile di vita; riduce lo stile di vita a consumo. 
A quel punto il termine "yoga" non designa più necessariamente una trasformazione della coscienza. 
Designa un insieme di segni riconoscibili dal consumatore. 
Il tappetino è yoga. L'abbigliamento è yoga. Il corpo flessibile è yoga. Il resort è yoga. Il tramonto sulla spiaggia è yoga. Il ritiro spirituale è yoga. La fotografia in una posizione spettacolare è yoga. Il viaggio in India è yoga. Il centro benessere è yoga. Il nome sopravvive mentre il contenuto cambia. 
Ed è precisamente questa sopravvivenza nominale a rendere possibile la mercificazione. Una merce completamente nuova dovrebbe essere spiegata al consumatore. Una parola culturalmente prestigiosa, invece, possiede già un capitale simbolico. "Yoga" evoca India, spiritualità, equilibrio, salute, saggezza, armonia, autenticità, antichità. Il mercato non deve costruire da zero queste associazioni: deve semplicemente incorporarle nei propri prodotti. 
La parola diventa così un marchio. 
L'analisi antropologica di Allison Fish è particolarmente significativa. Nel suo studio sullo yoga commerciale transnazionale osserva che lo yoga praticato fuori dall'India e destinato allo scambio commerciale è divenuto un'industria di dimensioni miliardarie, accompagnata da controversie sulla natura dello Yoga, sulla proprietà del sapere yogico e sulla possibilità di gestirne commercialmente l'espressione. 
Ma la mercificazione non si limita alla vendita della lezione. Essa produce un'intera economia derivata. 
Una volta trasformato lo Yoga in pratica di consumo, diventa possibile vendere ciò che lo circonda: abbigliamento, accessori, attrezzature, libri, applicazioni, corsi, certificazioni, programmi di wellness, ritiri, esperienze, viaggi e soggiorni. 
La merce principale non è più nemmeno l'oggetto. È l'identità. 
Il consumatore non compra soltanto un paio di pantaloni per praticare. Compra l'immagine dell'individuo che li indossa. Non acquista soltanto un retreat: acquista la promessa di essere, per alcuni giorni, la persona che immagina di poter diventare. Non acquista semplicemente una lezione: acquista una rappresentazione di equilibrio, salute, disciplina e superiorità rispetto alla banalità della vita quotidiana. 
Lo Yoga diventa così una forma di consumo identitario. Ed è qui che il corpo assume un ruolo decisivo. L'āsana possiede una caratteristica che lo rende perfettamente compatibile con la società dello spettacolo: è visibile. 
Una virtù morale non è facilmente fotografabile. 
L'ahiṃsā non produce necessariamente un'immagine. La veridicità di satya non può essere mostrata in una fotografia. L'aparigraha non produce un corpo riconoscibile. Lo svādhyāya non può essere valutato attraverso un like. 
La concentrazione non possiede una forma esteriore immediatamente vendibile. Una postura, invece, sì.  Può essere fotografata, filmata, valutata, imitata, classificata e confrontata. Può diventare contenuto digitale. Può diventare pubblicità. Può diventare segno distintivo. Può diventare performance. 
È dunque quasi inevitabile che, all'interno dell'economia dell'immagine, proprio l'āsana venga privilegiato rispetto agli altri aṅga. 
La conseguenza è una trasformazione radicale del rapporto con il corpo. Nel percorso tradizionale il corpo è disciplinato in funzione di una trasformazione che lo oltrepassa. Nel sistema commerciale il corpo tende invece a diventare il risultato da esibire. La direzione si è invertita. Il corpo non è più principalmente il veicolo verso l'interiorità; diventa il supporto dell'immagine sociale. 
Il praticante non deve soltanto essere. Deve apparire. E deve apparire come yogico. 
Da qui nasce l'estetica contemporanea dello yoga: corpi giovani, flessibili, tonici, abbigliati secondo un codice riconoscibile, inseriti in ambienti accuratamente selezionati, fotografati nella posizione appropriata e associati a parole come equilibrio, armonia, naturalezza, energia, libertà. 
Non è un elemento accidentale della comunicazione commerciale. È il suo linguaggio. La ricerca sulle rappresentazioni dello yoga nei media contemporanei ha documentato proprio questa forte prevalenza dell'immagine corporea, insieme alla tendenza ad associare lo yoga alla cultura del fitness, dell'apparenza e del consumo. Il risultato è una curiosa inversione antropologica. 
Una disciplina che dovrebbe progressivamente liberare l'uomo dalla dipendenza dall'apparenza viene trasformata in una disciplina dell'apparenza. 
Il corpo deve essere osservato, migliorato, corretto, mostrato. La pratica diventa così anche una forma di auto-esposizione. 
Il social network completa il processo. La posizione non viene più soltanto praticata: viene pubblicata. La pubblicazione introduce necessariamente un osservatore. L'atto originariamente rivolto verso l'interno entra nel circuito della visibilità pubblica. Il praticante guarda se stesso attraverso lo sguardo degli altri e misura implicitamente il proprio valore attraverso reazioni, approvazioni, confronti e riconoscimento. Ciò che avrebbe dovuto favorire il progressivo distacco dall'esteriorità può diventare un nuovo dispositivo di dipendenza dall'esteriorità. Il paradosso è difficilmente eludibile. 

Lo Yoga classico conduce verso pratyāhāra , cioè verso il ritiro dell'attività sensoriale dagli oggetti esterni e la riconduzione dell'attenzione verso l'interno. 
Lo yoga commerciale visuale conduce nella direzione opposta: verso la produzione incessante di immagini destinate allo sguardo altrui. 
Il primo movimento sottrae. Il secondo espone. 
Il primo riduce la dispersione. Il secondo la monetizza. 
Il primo tende al silenzio. Il secondo ha bisogno di contenuto. 
Il primo conduce dall'immagine all'essere. Il secondo dall'essere all'immagine. 

A questo punto entra in scena un'altra industria: il turismo. 
Il fenomeno è ormai sufficientemente documentato da non poter essere considerato una semplice impressione. La ricerca di Bowers e Cheer sullo yoga tourism analizza esplicitamente la trasformazione dello Yoga in prodotto turistico e colloca yoga tourism e spiritual tourism all'interno della più ampia industria del wellness tourism. Gli autori discutono apertamente la tensione fra dimensione spirituale dello Yoga e sua commercializzazione e industrializzazione. 
Qui la mercificazione compie un ulteriore salto. Non si vende più soltanto la pratica. 
Si vende il luogo nel quale la pratica dovrebbe assumere un'autenticità supplementare.
India, Himalaya, Kerala, Rishikesh, Goa, Bali e altri luoghi vengono trasformati in scenografie della spiritualità. 
Il viaggio diventa parte del prodotto. Il consumatore occidentale non viene invitato semplicemente a praticare yoga. Viene invitato a vivere "l'esperienza dello Yoga" nel luogo considerato originario, autentico, esotico. Nasce così un'economia perfettamente integrata: agenzia turistica, compagnia aerea, struttura alberghiera, resort, centro benessere, insegnante, retreat organizer, ristorazione, merchandising e produzione di contenuti. 

Fabio Milioni è un noto insegnante di yoga, studioso della tradizione indiana e autore italiano. Si definisce un "viandante e ricercatore della Via Tradizionale" (Yoga sādhaka) ed è diplomato presso la Federazione Italiana Yoga (FIY). Svolge la sua attività didattica e di divulgazione principalmente a Roma ed è legato al progetto editoriale e al portale Lo Yoga della Tradizione (noto in precedenza anche come Yogaroma).  Milioni è anche attivo in progetti di rilevanza sociale, come l'iniziativa "Yoga in Ospedale", che ha portato la pratica dello yoga classico all'interno di strutture sanitarie (come il Polo Oncologico Regina Elena di Roma) a supporto del benessere dei pazienti.    Nel corso degli anni, Fabio Milioni ha pubblicato numerosi saggi e guide pratiche incentrati sullo studio filologico dei testi classici e sulla corretta esecuzione delle discipline tradizionali:

  • Asana. Lo yoga della tradizione. La bellezza dell'uno (2025)
  • Vakyasudha athava Dṛg-Dṛśya-Viveka (2024)
  • Le fondamenta: Yama e Niyama (2020)
  • Yoga. La Serie Rishikesh
  • Sāṃkhyakārikā di Īśvarakṛṣṇa (2020)

mercoledì 5 agosto 2026

Guru Purnima

"In whatever position one is in, or in whatever condition in life one is placed,  one must find balance. Balance is the state of the present - the here and now.  If you balance in the present, you are living in Eternity."   - Ligh and Life

Guru Purnima è una festa sacra dedicata all'omaggio dei maestri spirituali e accademici, celebrata nel giorno di luna piena del mese induista di Ashadha ( il 29 luglio - giugno-luglio). Commemora il saggio Vyasa ( autore del Mahabharata e curatore dei testi sacri Veda) ed è osservata da induisti, buddisti e giainisti per ringraziare la guida che porta dalla oscurità alla conoscenza. 

Rappresenta il momento in cui la saggezza viene trasmessa senza egoismo per aiutare l'evoluzione interiore dell'uomo.
 
Durante questo giorno i discepoli offrono doni, canti e preghiere (puja) ai propri guru per ringraziarli degli insegnamenti ricevuti.   Molti seguaci di grandi maestri moderni seguono incontri ed eventi in streaming dal vivo se non possono partecipare di persona.

lunedì 3 agosto 2026

Asana riconosciuti utili per l’umanità

 Le posizioni sono riportate nei testi classici dello Yoga tantrico:  Hatha Yoga Pradipika e Gheranda Samhita. 
    1. 1. Bhujangasana, posizione del cobra,     2. Shalabasana, posizione della cavalletta,
    3. Ustrasana, posizione del cammello,     4. Garudasana, posizione dell’aquila,
    5. Makarasana, posizione del coccodrillo,     6. Vrsasana, posizione del toro,
    7. Vrksasana, posizione dell’albero,     8. Uttanamandukasana, posizione della rana,
    9. Mandukasana, posizione della rana,      10. Uttanakurmasana, posizione della tartaruga,
    11. Kurmasana, posizione della tartaruga,     12. Kukkutasana, posizione del gallo,
    13. Mayurasana, posizione del pavone,     14. Sankatasana, posizione dell’orso,
    15. Utkatasana, posizione della sedia,     16. Paschinottanasana, posizione della pinza
    17. Matsyendrasana, posizione del nodo,     18. Matsyasana, posizione del pesce,
    19. Guptasana, posizione perfetta,       20. Shavasana, posizione del cadavere,
    21. Dhanurasana, posizione dell’arco,       22. Virasana, posizione dell’eroe,
    23. Gomukhasana, posizione del muso di vacca,      24. Simhasana, posizione del leone,
    25. Svastikasana, posizione attraverso,       26. Vajrasana, posizione del fulmine,
    27. Muktasana, posizione perfetta,       28. Bhadrasana, posizione felice,
    29. Padmasana, posizione del loto,       30. Siddhasana, posizione del perfetto.

Nel testo Hatha Yoga Pradipika sono riportate anche le seguenti posizioni: Kurmasana o Koormasana, Uttana korme shavasana.


 

domenica 26 aprile 2026

Patanjali, storia di uno yogi - Alessandro Varani

"Patañjali - Storia di uno yogi" è un romanzo di Alessandro Varani pubblicato nel 2024. Alessandro Varani è un allievo di Chandra Klee - allieva diretta di Krishnamacharia.  L'opera non è un saggio tecnico, ma un romanzo di formazione che ricostruisce, tra realtà storica e immaginazione letteraria, la vita di Patanjali, il leggendario saggio indiano considerato il "padre" dello yoga classico.  

Il racconto segue Patanjali dall'infanzia all'età adulta, descrivendo il suo percorso per diventare un maestro e la sua evoluzione umana e spirituale.
La storia è ambientata tra il III e il II secolo a.C., in un'India al culmine del suo splendore che iniziava a mostrare i primi segni di decadenza.  Malgrado le prove a cui la vita lo sottopone, Patañjali riesce a portare a compimento un esemplare cammino di perfezionamento umano e spirituale. Ogni capitolo si apre con un sutra, collegando la narrazione agli insegnamenti degli Yoga Sutra.  Varani esplora le emozioni umane del saggio, inclusi i suoi rapporti affettivi e le prove personali, paralleli alla sua ascesa spirituale. Il libro culmina con l'esperienza di Patañjali nella grotta del "Maestro Beato", dove sperimenta le più segrete e profonde tecniche yogiche, che ispireranno la scrittura del suo testamento filosofico e spirituale: gli Yoga-Sûtra.

Alla narrazione affascinante dei fatti immaginari, Alessandro Varani accompagna i preziosi insegnamenti dello Yoga, offrendo un duplice livello di lettura in grado di soddisfare sia un pubblico generalista che i suoi praticanti.   

Breve cronologia:

  • Patanjali III-II secolo A.C.   maestro yoga, grammatico, esperto di ayurveda,  
  • Yoga sutra, Yoga darshana. Lo yoga da tradizione mistica diventa un sistema filosofico,
  • I sei sistemi filosofici; Samkhya, Yoga, Vesnata, Mimamsa,  Nyaya, Vaisesika.
  • Taoismo Lao Tse, Jainismo Mahavira  - VI secolo a.C. 
  • Buddhismo VI-V secolo a.C. 
  • Buddha muore 480 a.C,  nasce  560 a.C. , ha vissuto 80 anni 
  • Bagvad Gita è scritta  tra il V e II secolo a.C.  

mercoledì 1 aprile 2026

Mantra

Il Purnamadah Mantra o Mantra della Pienezza  è uno dei mantra più profondi e noti della tradizione vedica (tratto dalla Isha Upanishad e dalla Brihadaranyaka Upanishad):
    Om Purnamadah Purnamidam: Om. Quello (il Divino, l'Assoluto) è pienezza; questo (il mondo manifesto) è pienezza.
    Purnat purna mudacyate: Dalla pienezza, nasce la pienezza.
    Purnasia purnamadaya: Prendendo la pienezza dalla pienezza.
    Purname vavasisyate: La pienezza rimane pienezza.
    Om shanti shanti shanti: Om Pace, Pace, Pace.     

Om quello è l'assoluto, questo è l'assoluto, dall'assoluto sorge l'assoluto, si toglie l'assoluto, solo l'assoluto rimane.   Il mantra insegna che l'Assoluto (Brahman) è infinito e completo. Poiché l'intero universo manifesto deriva da questa Fonte, anche l'universo è, nella sua essenza, completo e perfetto.
In sintesi: "Dall'infinito nasce l'infinito, e anche togliendo l'infinito dall'infinito, l'infinito rimane".   
 
 
Il Sarvesham Svastir Bhavatu è un antico mantra sanscrito di pace (Shanti Mantra) che invoca il benessere, la felicità e la prosperità per tutti gli esseri viventi. Significa letteralmente: "Possa il benessere/auspicio accadere a tutti, possa la pace essere in tutti, possa la completezza essere in tutti, possa la felicità essere in tutti". 
Significato Dettagliato e Parole Chiave
Il mantra è spesso recitato nella forma: Om Sarvesham Svastir Bhavatu, Sarvesham Shantir Bhavatu, Sarvesham Poornam Bhavatu, Sarvesham Mangalam Bhavatu. 

    Om - Sarvesham: Per tutti.
    Svastir (Swasti): Benessere, salute, buon auspicio.
    Bhavatu: Possa essere / accadere.
    Shantir: Pace.
    Poornam: Completezza, pienezza.
    Mangalam: Prosperità, felicità, fortuna. 
 
Om sarvesham svastir bhavatu    -    possa essere la pace per tutti
sarvesham purnam bhavatu         -  la benedizione per tutti
sarvesham madgalam bhavatu    -  la piena realizzazione e prosperità
 
Questo mantra viene spesso cantato alla fine di una sessione di yoga o meditazione per estendere i benefici della pratica all'universo. E' una preghiera universale: È un'invocazione di armonia, pace interiore e compassione.  Utilizzato per invocare un'energia positiva e benedizioni su tutti.
   Viene spesso ripetuto in cicli (es. 12, 21 o 108 volte) per la realizzazione dei desideri e il raccoglimento spirituale. 

Sinonimi e Mantra Correlati.
    Lokah Samastah Sukhino Bhavantu: Simile invocazione che significa "Possano tutti gli esseri ovunque essere felici e liberi".
    Sarve Bhavantu Sukhinah: "Possano tutti essere felici". 
    Sarvesham Svastir Bhavatu promuove un senso di connessione con tutti gli esseri viventi, aiutando ad   aprire il cuore alla compassione. 
 
Sarve Mantra Om 
Om sarvé bhavantu sukhinan 
sarvé santù niramayan, sarve badrani pasyantù
ma  kashid duhkha bhag bhavet  Om shanti shanti
 
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Hari Om   ( supremo Brahman )  Tat (esistenza)    Sat  (trascendente) 
Hari  (realtà manifesta)     Om  (realtà immanifesta) -   il significato è la realtà è immanente e trascendente 
Tat (esistenza)    Sat  (trascendente).
 
'Hari Om Tat Sat' è un mantra molto antico, tratto dai Veda. 'Hari Om' è di per sé un mantra, e 'Om Tat Sat' é un altro mantra. Si uniscono i due mantra in 'Hari Om Tat Sat'. 'Hari' rappresenta l'universo manifesto e la vita. 'Om' rappresenta la realtà non manifesta e assoluta. Con 'realtà' intendo l'esistenza infinita. Si potrebbe anche usare la parola: Dio. La realtà, l'esistenza, Dio, il Brahman, l'assoluto, sono tutti termini sinonimi che puntano a un solo essere, ma in realtà non lo definiscono.
Questa realtà ha due fasi. Una assoluta e l'altra manifesta. Questo universo, i milioni di soli, le lune e le stelle, lo spazio, e ciò che è al di là di questa piccola terra, sono tutte manifestazioni della realtà, piuttosto che creazioni della realtà. C'è una differenza tra il processo di creazione e manifestazione. Prendete il cotone e ottenete il filato e quindi una camicia. Ecco che il cotone è diventato la camicia, ma non ha creato la maglia. Il cotone si è trasformato in una camicia. Allo stesso modo, vi è una grande forza invisibile. Nessuno può vederla e nessuno l'ha vista, tranne che alcune persone, chiamate avatar.
La realtà manifesta, questo mondo, è rappresentato da 'Hari'. 'Om' è la realtà non manifesta, l'invisibile, increato aspetto dell'assoluto. 
Quindi, 'Hari Om Tat Sat "significa" ciò che è verità". Quello che io vedo con i miei occhi e ciò che è al di là i miei occhi sono entrambi la stessa cosa, non una diversa. Il creatore e la creazione non sono due. Il creatore non ha creato la creazione, ma ha manifestato o trasformato se stesso in creazione.
Tutte queste verità sono rappresentati nel mantra 'Hari Om Tat Sat'. Quando dico 'Hari Om Tat Sat', rammento che il visibile e l'invisibile, sono due in un corpo solo. 
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 Il mantra Om Namo Bhagavate Vasudevaya è un potente canto induista di devozione a Vishnu (o Krishna). Significa "Mi inchino al Signore Divino" o "Om, saluti al Divino che risiede in tutti i cuori". Utilizzato nella meditazione per la liberazione e la pace interiore, celebra la divinità. 
Significato Dettagliato (Sillaba per sillaba):
    Om: Il suono primordiale, la vibrazione cosmica suprema.
    Namo: Inchino, saluto, adorazione.
    Bhagavate: Al Signore, al Divino, al Benedetto.
    Vasudevaya: A Vasudeva (nome di Vishnu/Krishna), che significa colui che risiede nel cuore di tutti gli esseri o colui che è ovunque. 

E' un mantra di liberazione: Conosciuto come Dwadasakshari (mantra delle 12 sillabe    
Om na mo bha ga va te de va de va ya    dodici sillabe ), è usato per la liberazione spirituale e la purificazione.
Devozione (Bhakti): Cantato per connettersi con l'energia compassionevole dell'universo, recitato 108 volte per risonanza.  Pratica Yoga: Spesso recitato all'inizio o alla fine delle sessioni per creare pace e consapevolezza. 
Sinonimi e Mantra Correlati:
    Om Namo Narayanaya: Un altro mantra che celebra Vishnu/Narayana, con significato simile di affidamento.
    Om Namah Shivaya: Mantra dedicato a Shiva, incentrato sulla trasformazione. Questo mantra è considerato un mezzo per raggiungere il benessere interiore attraverso la vibrazione sonora. 
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Om Charandass   Sukudeva Sharnam    è     il mantra del Maestro  Gyanander
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L'essenza delle Upanishad è costituita dai 4 Mahvakya: 
Io sono il Brahman ( Aham Brahmasmi)
Tu sei quello  (Tat Tvam Asi)
L'atman è il Brahman  ( Ayam atma Brahma)
La coscienza conoscenza è il Brahman (Prajnam Brahman) 

Nel capitolo Samadhi Padha degli Yoga sutra  (aforismi di Patanjali). si legge:  
Lo yoga è la sospensione delle attività della mente In questa dimensione,  lo yogi  dimora nella sua vera natura altrimenti si identifica con le modificazione della mente (del mentale)
 
Prima di praticare Yoga occorre seguire 5 regole:   Non violenza (ahimsha),  non mentire, la verità (Satya),  Non rubare (Astheya, Asthya),  Contenersi, Moderazione ( Brahmacharia), Non avidità, non accumulare (Aparigraha)
 
I 5 precetti nello Yoga sono:   Purezza (saucha),  Contentezza (Santocha), Austerità, autodisciplina ( Tapas),  Studio e conoscenza di sè (Svadhyaya), Ababndonarsi al Divino (Ishvara Pranidhana).   
 
Nello Yoga - Isvara   (dio personale)   è il solo aspetto del Purusha senza Prakrti
Negli Yoga sutra -   Kaivalya è la  trance estatica, la libertà, il vero scopo dello yoga.
Isvara Pranidhana  (uno dei Niyama) è l'abbandonsre o al Divino, all'Essere supremo.

Come costruire una sequenza di yoga secondo Desikachar

Non esiste una sequenza universale. Esiste la sequenza giusta per te, in questo momento.

Nel suo libro Il Cuore dello Yoga, T.K.V. Desikachar — figlio e allievo del grande Sri Krishnamacharya — offre qualcosa di raro: non una sequenza da seguire, ma i principi per costruirne una propria. Il suo approccio, chiamato Viniyoga, parte da un'idea rivoluzionaria: è lo yoga ad adattarsi alla persona, e non viceversa.      
Il principio fondamentale insegnato da Krishnamacharya — e raccolto da Desikachar in questo libro — è che per ottenere i risultati migliori, la pratica deve adattarsi di continuo ai mutevoli bisogni del praticante.
Costruire una sequenza di yoga, secondo Desikachar, non è un atto tecnico. È un atto di ascolto.


Il concetto chiave attorno a cui ruota tutta la costruzione di una sequenza è il vinyāsa-krama. Come scrive Desikachar, la nozione di vinyāsa-krama esprime quello che dovrebbe essere un percorso ragionato di yoga: è una nozione fondamentale perché ha a che fare con la strutturazione di un percorso graduale e intelligente che si applica a qualsiasi aspetto dello yoga.
Vinyāsa significa "passo dopo passo con intenzione"; krama indica la progressione, l'ordine intelligente. Non si tratta di eseguire una serie di posture in sequenza casuale, ma di costruire un percorso coerente in cui ogni passo prepara il successivo.

Per costruire una sequenza è necessario tenere conto del punto di partenza dell'allievo, delle sue condizioni psico-fisiche, del momento della giornata in cui si fa la pratica e dell'obiettivo prefissato; occorre scegliere in funzione di quest'ultimo la successione delle posture, adattandola alle capacità e ai bisogni individuali.
Una sequenza mattutina ha una logica diversa da una serale. Al mattino il corpo è più rigido e la mente ha bisogno di essere attivata; alla sera si cerca il rilascio e il rilassamento.

Come in un rituale o in una meditazione, la sequenza prevede tre fasi principali: una fase ascendente, una fase centrale — o cuore — e una discendente.
La sequenza non inizia mai con le posture più impegnative. La fase ascendente ha lo scopo di portare gradualmente il corpo e la mente nello stato richiesto dalla pratica. Si parte da movimenti semplici e accessibili, si scalda la colonna vertebrale, si risveglia il respiro. In questa fase l'attenzione mentale è diretta a tutte le reazioni del corpo e, in particolare, al respiro.

La fase centrale di una sequenza è quella che comprende una o più posizioni, adeguatamente preparate dalla fase ascendente, dalle caratteristiche di maggiore intensità e difficoltà. Le posizioni "cuore" saranno eseguite sia in dinamica che in statica, per un certo numero di respiri, e spesso accompagnate da specifici atteggiamenti mentali (bhāvana). È attorno a questa fase, alle sue caratteristiche e finalità, che viene costruita tutta la sequenza.
Il concetto di bhāvana — l'atteggiamento mentale intenzionale — è uno degli apporti più originali di Desikachar. Non basta eseguire una postura correttamente nel corpo: occorre abitarla con la mente, dirigere l'attenzione verso una qualità specifica dell'esperienza.

Dopo il cuore della sequenza, il percorso si inverte gradualmente. Le posture diventano progressivamente più semplici, il ritmo rallenta, il sistema nervoso si calma. Se la sequenza prevede il prāṇāyāma, potranno essere inseriti particolari ritmi respiratori e posizioni sedute che facilitano l'assunzione della posizione più idonea. Se invece non si prevede il prāṇāyāma, la sequenza potrà concludersi con il rilassamento finale in śavāsana, e/o con la meditazione oppure con movimenti che riportano il corpo nella posizione in piedi e alla ripresa delle attività della giornata.

Nel sistema di Desikachar, il respiro non è un accessorio della pratica: è il suo asse portante. Il movimento del corpo è il movimento del respiro. Il respiro è movimento. Il respiro racchiude il movimento. L'inspirazione proviene dall'alto, come ricettività; l'espirazione proviene dal basso, come forza. Asana crea bandha — la cooperazione intelligente dei gruppi muscolari — e bandha è al servizio del respiro. La pratica di asana conduce al prāṇāyāma e il prāṇāyāma porta alla meditazione. Asana, prāṇāyāma, meditazione e vita sono un processo senza soluzione di continuità.
Nella pratica concreta questo significa che ogni movimento è guidato dal respiro, non il contrario. Si entra in una postura sull'inspirazione o sull'espirazione in modo consapevole e intenzionale. La durata della permanenza in una postura si misura in respiri, non in secondi. La qualità del respiro durante la pratica è il principale indicatore di quanto la sequenza sia appropriata per il praticante in quel momento.

Uno degli insegnamenti più pratici del libro riguarda le controposizioni. Per ridurre al minimo i potenziali rischi e mantenere tutti i benefici, il Viniyoga pone particolare attenzione all'azione di compensazione. La controposizione segue la posizione che necessita di compensazione, oppure un breve momento di riposo in śavāsana. Generalmente — ma non sempre — la controposizione appartiene alla stessa classe della posizione che compensa ed è eseguita con minore intensità rispetto alla postura principale.
Ad esempio: una flessione profonda in avanti viene compensata da una leggera estensione; una torsione intensa viene seguita da un momento di neutralità della colonna. Il corpo viene così trattato con intelligenza e rispetto, evitando i rischi di una pratica squilibrata.    

Desikachar descrive un percorso progressivo che va ben oltre il tappetino. Prima di essere una pratica volta a un perfezionamento fisico o mentale, è un percorso di conoscenza e scoperta di ciò che siamo, molto al di là di quanto crediamo di essere. 
La sequenza fisica, in quest'ottica, è solo il primo strato. Man mano che la pratica si approfondisce e i principi si radicano, la sequenza diventa meditazione in movimento.

Forse la cosa più bella dell'insegnamento di Desikachar è la sua radicale inclusività. Come amava ripetere suo padre Krishnamacharya: "Chiunque sia in grado di respirare e usare le mani è anche in grado di praticare lo yoga."
Il libro fornisce gli elementi per riconoscere le qualità di un buon insegnamento — la capacità di guardare con attenzione e ascoltare l'altro, adattare su ciascuno la giusta pratica — che gli spunti per renderci progressivamente autonomi, sperimentando principi e posture, prendendo confidenza con le architetture sottili che costituiscono una sequenza.
Costruire la propria sequenza, alla luce di questi principi, non è un privilegio riservato agli esperti. È il punto di arrivo naturale di una pratica vissuta con attenzione, rispetto per sé stessi e fedeltà al momento presente.

Il Prāṇāyāma secondo Desikachar: respirare come atto di trasformazione

"Solo quando ci siamo svuotati possiamo accogliere un nuovo respiro. Solo quando possiamo portare il respiro dentro di noi possiamo trattenerlo."  — T.K.V. Desikachar

Nel capitolo dedicato al prāṇāyāma ne Il Cuore dello Yoga, Desikachar non insegna una tecnica. Insegna un modo di abitare il respiro. La differenza è enorme: la tecnica si esegue, il respiro si ascolta, si affina, si trasforma — e trasforma a sua volta chi lo pratica.



La parola prāṇāyāma unisce due radici sanscrite: prāṇa, la forza vitale che permea ogni cosa, e āyāma, espansione o estensione. Non significa semplicemente "controllo del respiro": significa espansione della dimensione del prāṇa attraverso il respiro consapevole.
Nel sistema dello yoga secondo Krishnamacharya e Desikachar, il prāṇāyāma è il quarto dei otto gradini del cammino yogico descritto da Patañjali — e rappresenta il ponte naturale tra la pratica degli āsana e la meditazione. Nella visione di Desikachar, è possibile praticare attivamente solo āsana e prāṇāyāma, mentre tutto il resto — meditazione, yama, niyama — arriva come dono spontaneo (siddhi) di una pratica personale autentica e costante.

Il ciclo respiratorio nel prāṇāyāma è composto da quattro fasi distinte, ciascuna con il proprio nome sanscrito e il proprio significato:
Pūraka — l'inspirazione. Il respiro che entra, che porta il prāṇa nel corpo, che genera energia. Deve essere lento, silenzioso, senza sforzo.
Antara kumbhaka — la sospensione dopo l'inspirazione. Il momento in cui il respiro è trattenuto a polmoni pieni. È l'immagine di un vaso colmo: l'energia cosmica trattenuta si fonde con la forza vitale individuale.
Rechaka — l'espirazione. Il respiro che esce, che trasporta fuori dal corpo le impurità, che fa spazio al nuovo. È, secondo Desikachar, la fase più importante di tutte.
Bāhya kumbhaka — la sospensione dopo l'espirazione. Il momento del vuoto, prima che il nuovo respiro entri. È lo stato in cui l'essere si apre all'energia universale.

Uno degli insegnamenti più originali e controintuitivi di Desikachar riguarda la centralità dell'espirazione. In molte tradizioni si tende a enfatizzare l'inspirazione — il ricevere, il riempirsi. Desikachar capovolge questa prospettiva.
Lo scopo essenziale dello yoga è eliminare le impurità e ridurre l'avidyā — la comprensione distorta della realtà. La trasformazione avviene attraverso l'eliminazione, non attraverso l'accumulo. L'espirazione è il veicolo di questa eliminazione: trasporta le impurità fuori dal corpo, fa spazio al prāṇa.
Chiunque non sia ancora in grado di espirare lentamente e silenziosamente, dice Desikachar esplicitamente, non è ancora pronto per il prāṇāyāma. Questo non è un giudizio, ma un'indicazione preziosa: prima di lavorare sui rapporti, sulle sospensioni e sulle tecniche avanzate, occorre padroneggiare un'espirazione lunga, uniforme, priva di sforzo.
C'è anche una logica pratica: più si è in grado di svuotare i polmoni, più spazio si crea per la successiva inspirazione. Chi fa fatica ad allungare l'inspirazione dovrebbe lavorare sull'espirazione — non sull'inspirazione stessa.

Una volta acquisita la capacità di espirare in modo tranquillo e controllato, si può iniziare a lavorare sui rapporti tra le fasi del respiro. Desikachar descrive diverse possibilità, che si raggruppano in due grandi categorie:
Rapporto uniforme: inspirazione, sospensione ed espirazione hanno tutte la stessa durata. Questo tipo è adatto a chi accompagna il prāṇāyāma con un mantra, poiché ogni fase corrisponderà alla lunghezza della recitazione.
Rapporti progressivi: le fasi hanno durate diverse, calibrate in base all'obiettivo della pratica. Ad esempio, un rapporto comune prevede che l'espirazione sia il doppio dell'inspirazione (1:2), oppure che l'inspirazione, la sospensione e l'espirazione seguano proporzioni come 1:4:2.
La scelta del rapporto non è arbitraria. Desikachar indica due criteri fondamentali: cosa è possibile per il praticante in quel momento, e quale è il suo obiettivo. Se il rapporto è troppo facile, la pratica diventa meccanica; se è troppo complesso, genera resistenza e può causare problemi. Il modo migliore per scoprire il proprio limite è osservare il respiro durante la pratica degli āsana e rilevare dove sorgono le difficoltà.

Desikachar distingue tre orientamenti principali nella pratica del prāṇāyāma, ciascuno con una propria enfasi:
Pūraka prāṇāyāma — pratica con enfasi sull'inspirazione. Utile per chi ha bisogno di energia, di apertura, di ricettività.
Rechaka prāṇāyāma — pratica con enfasi sull'espirazione. Utile per il rilascio, la purificazione, il radicamento. È il punto di partenza consigliato per chi si avvicina al prāṇāyāma.
Kumbhaka prāṇāyāma — pratica con enfasi sulla sospensione, dopo l'inspirazione, dopo l'espirazione, o entrambe. È la forma più avanzata, che richiede una preparazione solida nelle due precedenti.

Un dettaglio spesso sottovalutato riguarda la posizione in cui si pratica il prāṇāyāma. A differenza degli āsana — dove la preoccupazione principale è il corpo — nel prāṇāyāma il corpo deve essere così a proprio agio da non disturbare il respiro.
La sola richiesta al corpo durante il prāṇāyāma è questa: stare comodi e mantenere la colonna vertebrale eretta. Desikachar suggerisce diverse posizioni possibili — inclusa quella seduti su una sedia — perché ciò che conta non è la forma esteriore, ma la qualità dell'attenzione interiore. Una postura scomoda distrae dalla pratica e ne compromette i frutti.

I bandha — i cosiddetti "blocchi" o "sigilli" — sono contrazioni muscolari specifiche che accompagnano il prāṇāyāma e ne amplificano gli effetti. Nel sistema di Desikachar, i bandha non sono ornamenti tecnici: sono al servizio del respiro.
I tre principali sono mūla bandha (contrazione del perineo), uḍḍīyana bandha (ritiro dell'addome verso l'interno e verso l'alto) e jālandhara bandha (flessione del mento verso il petto). Ognuno ha un effetto specifico sul flusso del prāṇa e si applica in momenti precisi del ciclo respiratorio. La loro attivazione corretta — non forzata, ma integrata — contribuisce a creare quella cooperazione intelligente tra i gruppi muscolari che è alla base di una pratica profonda.

Nella visione di Desikachar, il prāṇāyāma non è un fine a sé stesso. È il naturale ponte tra la pratica fisica degli āsana e la meditazione. Āsana, prāṇāyāma, meditazione e vita sono un processo senza soluzione di continuità.
Man mano che il respiro si affina, la mente si stabilizza. Man mano che la mente si stabilizza, la meditazione diventa accessibile — non come tecnica da applicare, ma come stato naturale a cui si giunge. Il prāṇāyāma è, in questo senso, una forma di pratyāhāra: il ritiro graduale dei sensi verso l'interno, il raccoglimento dell'attenzione.

Desikachar non propone ricette universali. Propone principi da applicare con intelligenza e rispetto per sé stessi. Per chi si avvicina al prāṇāyāma per la prima volta, il suggerimento è semplice:
Comincia dall'espirazione. Osserva il tuo respiro senza modificarlo. Nota dove è facile e dove incontra resistenza. Poi, lentamente, inizia ad allungare l'espirazione — senza forzare, senza trattenere il respiro se non sei pronto. Lascia che il corpo e la mente si adattino gradualmente.
Il prāṇāyāma non è una conquista. È un ascolto sempre più raffinato di ciò che già c'è — quel filo sottile e potentissimo che ci lega alla vita stessa, respiro dopo respiro.

Lo yoga moderno

Negli studi sullo yoga moderno si nota spesso una tendenza a mettere in luce le derive ‘consumistiche’ e ‘capitalistiche’ dello yoga (e in generale delle discipline 'alternative' di provenienza 'orientale'), una realtà che difficilmente può essere negata e ignorata e su cui è bene tenere alta l’attenzione.  

Ma, indipendentemente da questi aspetti problematici, esiste anche un grande numero di praticanti che va in una direzione diversa e che sembra prendere molto seriamente la questione della felicità e dell’appagamento, non solo sul piano individuale ma anche su quello collettivo. 
Tanti arrivano allo yoga perché sinceramente interessati a uno stile di vita più autentico, che favorisca una vita serena ma soprattutto basata su alcuni valori etici fondamentali. 

Benché a molti esponenti dello yoga contemporaneo o di altre discipline si rimproveri molto spesso una ricerca di ‘benessere’ e un sostanziale disimpegno sul piano politico e sociale, molte delle scelte e degli stili di vita adottati da chi oggi pratica yoga hanno innegabili risvolti politici ed etici: questioni come l’ecologia, il pacifismo, il consumo consapevole, un ritorno alla frugalità e al minimalismo, la sensibilità verso i temi della discriminazione e dell’inclusione non sono affatto aspetti marginali del discorso yogico odierno. 
La ricerca di una buona vita, di una vita appagante perché consapevole, sana ed etica, semplice, meno incentrata sul possedere, il consumo e la disuguaglianza, può essere forse un modo per avvicinarsi a quelle forme di felicità e di appagamento descritte nelle fonti antiche: la contentezza (il saṃtoṣa) del monaco o dello yogin può costituire in tal modo un ideale anche per il praticante di oggi, che al termine di una sessione, magari anche soltanto per qualche istante, avverte un senso di appagamento e di pace di segno diverso da quello che deriva dal consumo o dal possesso.     

lunedì 16 marzo 2026

La Fiera dei Maestri Yoga - di Simone Carbonardi

Se giri un po’ tra sale e tappetini, succede spesso — guarda i vicini —
che nello yoga, piano piano, compaia una fiera… dell’essere umano.
 
Una fiera buffa, senza biglietto, dove ognuno insegna il metodo perfetto.
Tutti sicuri, tutti maestri, tutti convinti d’aver gli strumenti.
 
 
 
C’è quello che entra con aria importante, parla pianissimo… ma per un istante.
Sospira, ti guarda, fa cenno col mento — e tutti pensano: “che insegnamento”.
C’è la yogini tutina aderente, più posa elegante che studio presente.
Il tappeto coordinato col cielo e col mare, la disciplina… può ancora aspettare.
C’è il super sportivo che guida la classe come se fosse gara di masse:
“più plank! più forza! più ritmo! più ardore!” lo yoga diventa allenamento da cuore.
C’è il maestro da fisioterapista convinto che guarda ogni anca con zelo distinto.
Angoli, leve, gradi e torsione, ma la mente… resta fuori lezione.
C’è quello che mescola tutto un po’: zen, sciamanesimo, tantra e kung-fu.
Due campane, tre incensi, quattro visioni — lo yoga diventa buffet di fusioni.
C’è lo yogi influencer sorridente che insegna più pose che presenza della mente.
Tra tramonti perfetti e sguardi ispirati lo yoga finisce… nei post programmati.
C’è il guru del respiro concentrato che inspira piano, molto impegnato.
Conta i secondi con aria sincera… poi perde la frase a metà della sera.
C’è la maestra tutta vibrazione che parla soltanto di luce e unione.
“Tutto è energia!” ripete serena, ma se fai una domanda… cambia scena.
C’è il proto-induista molto ispirato che parla di India da appena tornato.
Tre frasi in sanscrito dette a metà, e guai se l’accento sbagliato sarà.
C’è il maestro carismatico solenne che parla lento e sospira perenne.
Atmosfera sacra, silenzio rituale — se tossisci… rovini il segnale.
C’è il moralizzatore disciplinare che sa sempre cosa non devi fare.
Se ridi un momento o sbagli un secondo ti manda a meditare… fuori dal mondo.
C’è il maestro del “lascia fluire”, che invita soltanto a non intervenire.
“Osserva, accogli, non fare resistenza”… ma perde di vista anche la presenza.
C’è la yogini sempre in ritiro, un mese nel bosco, poi torna in giro.
Racconta silenzi, digiuni e visioni — ma non spiega mai le applicazioni.
C’è quello che vede il karma ovunque andare, in ogni starnuto, in ogni inciampare.
Se oggi scivoli o perdi l’equilibrio, “è il karma che parla” — dice con piglio.
E così nella fiera dei maestri yoga ognuno racconta la propria via nuova.
Uno corregge, uno ispira, uno vende, uno promette poteri che nessuno comprende.
 
Ma se resti fermo un momento a guardare tra tutto quel gran parlare,
forse compare — tranquillo e leggero — qualcuno che osserva davvero.
 
Non fa gran scena, non cerca applausi, non vende misteri né formule strane.
Si siede, guarda la mente muovere pensiero dopo pensiero.
E mentre la fiera continua a gridare “nuova scuola! venite a provare!”
lui ride piano e dice soltanto: “meno teatro…    più Yoga Sutra, intanto.”
 

Introduzione al Blog

  Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono p...