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venerdì 2 gennaio 2026

Vinyasa Yoga

Il termine Vinyasa Yoga deriva dall'unione dei due termini sanscriti vi, ovvero “in modo speciale” e nyasa, “posizionare/fare”.      

Vinyasa è un termine usato in ambito militare per indicare come erano predisposte le armate,  è anche l'intelligente predisposizione di un percorso yoga ---  salita  --- apice --- discesa. Può essere paragonato ai raga, le melodie indiane.  Il termine indica anche come si entra e si esce da una posizione yoga. 

Il Vinyasa Yoga è uno stile della disciplina dello Yoga, caratterizzato da una profonda coordinazione tra movimento e pranayama, ossia da quella parte dedicata alla respirazione.  

Nel testo Yoga e religiosità, Krishnamacharya, uno dei padri dello yoga moderno, parla del Vinyasa Krama.  che non è semplicemente una sequenza fluida di posture, ma un metodo preciso e progressivo in cui ogni movimento, ogni respiro e ogni posizione sono inseriti in un contesto didattico ben strutturato. Asserisce anche che nella pratica yoga siamo l'osservatore e l'osservato. L'auto-osservazione ci permette di determinare il punto di partenza, di dove siamo. Le pratiche dello yoga dovrebbero variare in funzione del praticante e anche dell'ambiente esterno, e dell'orario della giornata. 

Nello yoga la pratica deve essere graduale.  Desikachar, il figlio di Krishnamacharia era un ingegnere, e ha applicato un principio razionale nell'impostare una sequenza di posizioni yoga. Prima si fa una struttura esterna della sequenza in cui il respiro deve guidare il movimento, poi si determina la struttura interna. La asana lavora sul corpo,  il respiro sul prana,  solo quando si uniscono ci possiamo avvicinare alla sospensione delle modificazioni della mente/coscienza:  "chitta vritti nirodha" sutra I.2 del testo Yoga Sutra di Patanjali.  Si deve rispettare anche il sutra II.16. che asserisce che le asana non dovrebbe procurare sofferenza, vedi: II.46.  II.47.  II.48.  Le asana devono essere stabili e confortevoli.   Occorre il giusto sforzo in alcune parti del corpo  e  la capacità di rilassare altre parti del corpo; Tutto questo immerso nella capacità di osservazione, della conoscenza di noi stessi; svadhyaya.

Le premesse per costruire una sequenza  sono:  1- partire dalla situazione attuale, 2-  lavorare per sciogliere il corpo, 3 - essere consapevoli di come si esce da una situazione   4- la pratica dinamica è preparatoria per la statica, 5- occorre fare una contro posizione subito dopo l'asana  6)  si parte dalle posizioni più semplici per arrivare alle più complesse.

Le asana sono degli utensili, occorre un  lavoro sulla pratica statica e sulla pratica dinamica,  un corretto riposo tra le posture per assorbire l'effetto della postura,  creare una transizione (ad esempio si inizia con posizioni in piedi, poi seduti, poi sdraiati), apportare delle modifiche adattando le posizioni agli individui,  diversificare (per rendere esperienziale l'asana), coltivare le qualità interiori (bhavana),  focalizzare l'attenzione,  canalizzare la mente sull'azione consapevole.  Il respiro è adattato alla persona, si usa il  pranayama per attivare l'energia  e il mantra per ottenere il focus.  Drishti è la “vista”, “sguardo” o “punto focale”. È un punto specifico su cui bloccare lo sguardo o la visione interiore, ed è utilizzato durante la meditazione o mentre si tiene una postura yoga.

Nel preparare le sequenze occorre considerare anche il momento della giornata e la stagione, occorre imparare ciò che attiva energia o meno, combinare la respirazione alla stessa sequenza può diventare più impegnativo o meno impegnativo.  Lo yoga chikitsa, lo yoga terapeutico segue altre regole.

Hatha Yoga - Antonio Nuzzo

Haṭha significa unione del sole e della luna: è il processo attraverso cui si sviluppano le capacità coscienziali per entrare in contatto con il corpo di energia, non con il corpo puramente fisico. L’unione delle due correnti energetiche, ida e pingala, non è un fatto meccanico, ma avviene grazie alla coscienza. L’elemento principe di questo processo è il respiro. Tutte le pratiche dovrebbero essere assoggettate al respiro, perché l’obiettivo profondo dell’haṭha yoga è il pranayama. Il respiro è il punto di partenza e anche il punto di arrivo del lavoro yogico.    

Come afferma la Hatha Yoga Pradipika: «Quando il respiro è instabile, la mente è instabile; quando il respiro è calmo, la mente è calma».

L’elemento più elevato del pranayama è il kevala kumbhaka, che comprende inspirazione, ritenzione, espirazione e ritenzione. Pranayama e kumbhaka non sono separati: il kumbhaka rappresenta la forma più evoluta del respiro. Il respiro entra naturalmente nel kumbhaka quando il corpo è immobile, la mente è rilassata e l’organismo non richiede ossigeno. Quando il respiro diventa quasi impercettibile, ci si avvicina a questo stato.

Il respiro si manifesta attraverso tre fasi: respirazione addominale, toracica e clavicolare. Nel neonato la respirazione è addominale ed è legata agli istinti primari. Crescendo, il bambino entra in relazione con la madre, nasce il sentimento, l’emozione, e la respirazione diventa più profonda, trasformandosi in respirazione toracica, spesso accompagnata dal sospiro. Nell’uomo adulto le emozioni continuano a influenzare il respiro, che tende a coinvolgere maggiormente la zona toracica.

Lo stato mentale è strettamente connesso all’energia: quando siamo in uno stato di gioia, abbiamo energia in abbondanza. Anche la posizione yogica, se correttamente ottenuta, genera gioia ed energia; al contrario, la posizione fisica praticata in modo meccanico consuma energia. In ogni pratica esiste un progetto nascosto, che non va forzato né anticipato.

Non bisogna proiettarsi sul risultato dell’azione. È necessario affidarsi a un maestro che sappia guidare il processo. Lo yoga è la maturazione di questo progetto: il respiro diventa sempre più sottile e l’azione si trasforma nello strumento attraverso cui il respiro può essere vissuto.

L’osservazione è centrale: si può osservare con gli occhi fisici o con il terzo occhio. Con il terzo occhio si penetra la materia, si impara a vedere ciò che è nascosto, come lo stomaco, il fegato, gli organi interni. Un’attenzione particolare va rivolta al diaframma. Durante l’inspirazione il diaframma si contrae, durante l’espirazione si rilassa. Il primo passo è individuarne la posizione e imparare a metterlo in attività attraverso esercizi specifici. Occorre entrare nel processo con consapevolezza, perché attraverso il respiro entriamo nella nostra vita più intima e il primo incontro avviene proprio con il diaframma.

Infine, se contiamo il respiro, la mente cognitiva entra in contrasto con esso. Non è la mente razionale che deve guidare il respiro, ma la coscienza: è la coscienza che sa determinare naturalmente quando terminare l’inspirazione e quando concludere l’espirazione.

In definitiva, l’Hatha Yoga è un cammino di ascolto, integrazione e raffinamento. Attraverso il respiro, il corpo diventa il luogo della rivelazione e la coscienza lo spazio in cui le polarità si riconciliano.

giovedì 25 dicembre 2025

Chakra e Yantra

Chakra è un termine che significa "centro", "ruota". Gli Yantra sono i diagrammi simbolici, usati per la meditazione e si riferiscono ai chakra. L'energia che si accumula nei sette chakra ci consente di avere un'attività intellettuale, emotiva e spirituale. 
1° chakra, muladhara o “chakra della radice”. Posizione: nella parte inferiore del bacino, tra coccige e pube, e situato sotto l’osso sacro. Colore: rosso.    Significato: è la stabilità psichica nelle diverse situazioni della vita, la capacità di governare gli istinti;  associato all’elemento TERRA. Questo centro, formato da quattro petali è posto al di fuori della colonna vertebrale e a livello fisico corrisponde al plesso pelvico. Per attivarlo occorrono asana che lavorano sui piedi e sulle gambe.  Ghiandole: surrenali. Senso: olfatto. Bija mantra: Lam.    L'elefante è il simbolo del chakra.

2° chakra, svadhistana o chakra sacrale.  Posizione: metà inferiore del ventre, vicino al plesso sacrale.  Colore: arancio.  Significato: è connesso al cibo, alla gioia di vivere, alla sessualità e al corpo. È in relazione all’elemento ACQUA e al gusto.  Stimola creatività, sicurezza di sé e vitalità. Dal punto di vista fisico aiuta a prevenire i disturbi mestruali, e le malattie degli organi sessuali, i dolori ai reni, l’impotenza. Sei Petali.   Gli asana migliori per questo chakra, sono quelli che lavorano con i fianchi ed il bacino.   Ghiandole: testicoli e ovaie.  Senso: gusto. Bija mantra: Vam.    Il simbolo  di  questo  chakra  è il makara  un animale simile a un coccodrillo.
   
3° chakra: manipura o “chakra del plesso solare”. Posizione: metà superiore del ventre, due dita circa sotto l’ombelico. Colore: giallo.   Significato: rappresenta la volontà, l'autostima e l'autonomia personale. L’elemento è collegato al FUOCO.  Manipura controlla il potere di digerire. Questo terzo chakra è rappresentato da un fiore di loto che ha dieci petali . La vista è l’organo di senso. Quando non vi è equilibrio, c’è il rischio di nutrire un Ego smisurato, che ci impedisce di far salire l’energia verso il chakra del cuore.    La ghiandola endocrina associata a questo chakra è il pancreas. Gli asana migliori che lavorano con questo centro energetico sono quelli che utilizzano gli addominali.  Ghiandole: pancreas, surrenali. Senso: vista.   Bija mantra: Ram.  Il  simbolo  che troviamo è l'ariete, sacro ad Agni Dio del fuoco.

4° chakra, anahata o “chakra del cuore”. Posizione: zona pettorale del corpo. Colore: verde. Significato: è la capacità di amare. Composto da dodici petali. Nel chakra del Cuore risiede il Sé, l’Atma in sanscrito. La ghiandola endocrina associata a questo chakra è il timo, e questo centro energetico regola le attività dei polmoni, quindi il respiro, cuore, sistema circolatorio e respiratorio. Gli asana migliori per riequilibrare le energie di Anahata sono quelli di “apertura” del torace.  Ghiandola: timo, Senso: tatto. Bija mantra: Yam.   Il suo simbolo è la gazzella. 

5° chakra, vishuddha o “chakra della gola”. Posizione: nella metà inferiore del collo e a livello delle clavicole. Colore: azzurro / blu. Significato: è la creatività, la comunicazione, la spiccata percezione estetica.  E’ composto da Sedici petali e regola il funzionamento delle orecchie, del naso, della gola, del collo, dei denti, regola il funzionamento delle ghiandole tiroidee. dolce nella comunicazione.  La ghiandola endocrina associata a questo chakra è la tiroide, e questo centro energetico regola le attività di gola, collo, bocca, denti, mandibola, udito, esofago, parte alta dei polmoni, braccia.   La sua energia è associata all’elemento ETERE.  Ghiandole: tiroide, paratiroide. Senso: udito. Bija mantra: Ham. il  simbolo  è  l'elefante.

6° chakra, ajna o “chakra del terzo occhio”.  Posizione: si trova al centro della fronte. Colore: indaco.    Significato: è la mente razionale. Questo centro dai due petali controlla le ghiandole pituitaria e pineale a livello fisico, governa i nostri occhi.  La persona diventa compassionevole. Il chakra del terzo occhio è associato all’ipofisi, la ghiandola adibita al controllo del sistema ormonale. Le parti del corpo ad esso associate sono cervelletto, sistema nervoso, sistema ormonale, occhi, orecchie, naso e seno paranasale.  Gli asana migliori per riequilibrare questo chakra sono quelli maggiormente legati all’aspetto mentale, come gli esercizi di visualizzazione, concentrazione, o la meditazione.  Ghiandole: pineale (epifisi). Senso: vista. Bija mantra: Om. Il chakra  Ajna non è rappresentato da nessun  animale  e  questo  significa  che comprendiamo  che ogni albero, ogni pietra, ogni respiro, ogni coda di topo è il nostro SÈ; non esiste niente che non sia  in  noi.

7° chakra, sahasrara o “chakra della corona”. Posizione: sopra il cranio. Colore: viola.  Significato: comunione con il Divino, in senso individuale è l'autorealizzazione. Questo centro dai mille petali è il centro più importante ed è situato nell’area limbica del cervello.  Il chakra della corona è associato alla ghiandola pineale, un centro che, nel nostro corpo, regola il ritmo sonno-veglia, fame-sete e la temperatura corporea, oltre che stimolare l’ipofisi a produrre ormoni.   Per riequilibrare questo chakra si può fare Yoga Nidra.   Ghiandole: pituitaria (ipofisi). Bija mantra: Ah.  Qui avviene l'unione di Shakti e Shiva, gli opposti si uniscono.  

Le sette ghiandole endocrine che corrispondono ai sette chakra sono la pineale, la pituitaria, la tiroidea, la para-tiroidea, il timo, il pancreas, le ovaie e i testicoli. La pratica dei chakra stimola queste ghiandole portando il benessere.    Il prana fluisce nel nostro corpo attraverso degli speciali canali energetici chiamati “nadi“; questi canali energetici sono numerosissimi, (se ne contano più di 72.000), ma ne esistono tre principali:  Sushumna, Ida e Pingala.  Sushumna è la nadi principale; inizia il suo percorso alla base della spina dorsale e lo termina sulla sommità del capo.
 
Osho ha raggruppato i tre chakra più bassi denominandoli “la giungla”, e i tre chakra più alti denominandoli “il giardino”; il chakra centrale all'altezza del cuore l’anatha ed è la porta che conduce dalla giungla al giardino.
I primi tre appartengono ad una personalità estroversa, senza di loro la vita diverrebbe impossibile, costituiscono delle misure di sopravvivenza e vengono attivati sin dalla nascita. Sesso, denaro, reputazione, prestigio, fama appartengono tutti a questi tre chakra. Il sesso è l’epicentro della mente estroversa. I tre chakra superiori vengono attivati dopo un lungo lavoro su se stessi e di introspezione, la preghiera e la meditazione sono l’epicentro della mente introversa. Nel quarto chakra all’altezza del cuore si manifesta l’amore.
La filosofia dello yoga ci insegna che l'essere umano non è solo un corpo fisico fatto di ossa, muscoli e sangue, ma è costituito da tre corpi complessi (il corpo fisico, il corpo astrale e il corpo spirituale, comunemente conosciuto come anima) collegati tra loro attraverso l'energia vitale (il prana) e composti da molteplici strati  chiamati kosha.  
I prana sono le energie sottili di cui abbiamo bisogno per le attività della vita come pensare, parlare, muoversi, digerire, ecc. ed esistono cinque tipi di prana principali:  1- L'Udana prana si riferisce all'energia o alla forza vitale situata sopra il cuore.  2- Il prana prana funziona esplicitamente nella regione del cuore.  3- Il Samana prana è la forza vitale responsabile di facilitare la digestione e il metabolismo nel corpo umano. 4 - Il Vyana prana è  responsabile della circolazione del sangue e degli altri fluidi corporei in tutto il corpo. 5. L'Apana Prana è la forza dell'escrezione. Questo prana elimina ed espelle le scorie e le tossine dal corpo. 
Nello yoga si parla principalmente di cinque kosha (involucri) (Annamaya, Pranamaya, Manomaya, Vijnanamaya, Anandamaya) o tre corpi (fisico, sottile, causale), che descrivono la nostra esistenza su livelli diversi, dal grossolano (fisico) allo spirituale (beatitudine), ma se si cercano "4 corpi", si può fare riferimento ai quattro elementi che compongono l'Antahkarana (mente, intelletto, subconscio, ego) o ai quattro "tipi" di yoga (Kama, Artha, Dharma, Moksha), o alla "mente neutra" nel Kundalini Yoga, ma la visione più completa è quella dei cinque Kosha.     
I cinque kosha si trovano all'interno dei tre corpi. Kosha in sanscrito significa "guaina" o "copertura", i kosha sono cinque strati che racchiudono la Pura Coscienza (Purusha) o Sé (atman).  In sanscrito sono chiamati Annamaya Kosha (guaina del cibo), Pranamaya Kosha (guaina del prana o della vita), Manomaya Kosha (guaina della mente), Vijnanamaya Kosha (guaina della conoscenza o della saggezza) e Anandamaya Kosha (guaina della beatitudine). I 5 kosha, o strati, fungono da tappe per il nostro viaggio alla scoperta di noi stessi. Lavorando attraverso ciascuno di questi strati, possiamo muoverci verso uno stato di maggiore consapevolezza e autorealizzazione.

Facciamo adesso una visualizzazione degli yantra, che sono diagrammi basati sulla geometria sacra. Quando la narice sinistra Ida è attiva – la mente è predominante, quando è attiva la narice sinistra pingala – il prana è predominante.  
Partiamo dal muladhara chakra alla base della colonna fino ad arrivare all’anatha chakra dove risiedono le nostre migliori qualità. Con questa pratica risvegliamo queste qualità e generiamo buoni sentimenti sia all’interno di noi, che all’esterno.  Agiamo da spettatori, da osservatori. Adesso soffermiamoci sul respiro e sentiamo che non siamo separati dal resto e che facciamo parte del Tutto. Ritorniamo dolcemente alla nostra quotidianità.
 
-- Alla base della colonna, nel Muladhara chakra  visualizziamo un quadrato che è il simbolo della stabilità. 
-- All'altezza del plesso sacrale, nello Swadistana chakra, visualizziamo il quadrato con all'interno un cerchio simbolo della perfezione. 
-- All'altezza dell'ombelico. nel Manipura chakra, visualizziamo il quadrato con all'interno un cerchio, con all'interno un  triangolo con la punta verso l’alto che è il simbolo dell’elemento maschile. 
-- All'altezza del cuore, nell'Anatha chakra, visualizziamo il quadrato con all'interno un cerchio, con all'interno un  triangolo con la punta verso l’alto che è il simbolo dell’elemento maschile, e un triangolo con la punta verso il basso che è il simbolo dell’elemento maschile. I due triangoli rappresentano la perfezione, l’unione assoluta.                                                                                                                                 
                                                                                                                                                                                                                                                                            

Yoga contemporaneo tra tradizione, mercato e trasformazioni sociali

Nel contesto contemporaneo, lo yoga si colloca all’interno di un mercato ampio e fortemente competitivo, nel quale l’insegnamento e la pratica hanno subito profonde trasformazioni. Il praticante odierno, spesso, non si avvicina allo yoga con l’intento di approfondire i testi classici o la filosofia di riferimento, come gli Yoga Sūtra di Patañjali, ma ricerca prevalentemente benefici legati al benessere psicofisico. Questo scenario richiede agli insegnanti un atteggiamento di umiltà e apertura, nonché la capacità di superare modelli idealizzati o stereotipati dell’autorità spirituale (tipo santoni con la barba).                                                             

Lo yoga contemporaneo è largamente associato alla salute e al benessere, e ciò comporta la necessità di mediare tra le esigenze del mercato e la profondità della tradizione. Il lavoro di consapevolezza si sviluppa principalmente attraverso le āsana, intese non solo come esercizio fisico, ma come strumento di conoscenza del sé. Tuttavia, sia i praticanti sia, talvolta, gli insegnanti tendono a focalizzarsi sull’acquisizione di tecniche, rispondendo a una domanda orientata a risultati rapidi e misurabili, come la riduzione dell’ansia in tempi definiti.

Nonostante questa deriva utilitaristica, lo yoga continua a rappresentare, per molti, un percorso capace di incidere profondamente sull’esistenza individuale, offrendo un nutrimento interiore e favorendo processi di trasformazione personale. In tale prospettiva, lo yoga non dovrebbe essere concepito come un prodotto da vendere, ma come una pratica fondata sull’ascolto della persona. L’approccio pedagogico parte generalmente dalla dimensione corporea per aprirsi progressivamente a una dimensione più profonda e spirituale.

Dal punto di vista storico e sociologico, è significativo osservare come lo yoga, tradizionalmente praticato in prevalenza da uomini, sia oggi frequentato in maggioranza da donne e risulti accessibile a un pubblico ampio e diversificato. Da pratica di nicchia, riservata a contesti specifici, lo yoga si è trasformato in un’attività diffusa, subendo un’evoluzione che ha interessato sia il profilo del praticante sia le modalità della pratica stessa. In questo processo, alcune forme di yoga si sono avvicinate ad altre discipline corporee, come il pilates, mentre si è ridotto lo spazio dedicato allo studio dei testi, meditazione e alla riflessione teorica. Ne deriva la necessità di individuare una mediazione tra passato e presente, capace di preservare i fondamenti etici e filosofici della tradizione senza ignorare le trasformazioni in atto.

Lo yoga, inteso come stile di vita, si caratterizza tradizionalmente per la lentezza e per un approccio esperienziale. Tuttavia, gli insegnanti si confrontano oggi con gruppi eterogenei e con richieste diversificate, che richiedono capacità di adattamento e di osservazione. La maggioranza degli allievi tende a identificarsi con la dimensione corporea e a limitarsi alla pratica dell’Hatha Yoga, mentre solo una percentuale ridottissima partecipa a momenti di meditazione o di approfondimento testuale (circa il 2 - 3 %).

La tensione tra etica e mercato emerge con particolare evidenza quando l’insegnamento dello yoga rappresenta l’unica fonte di reddito. I social media e le nuove tecnologie hanno modificato profondamente le dinamiche di autorevolezza e visibilità, contribuendo a una trasformazione rapida che può generare opportunità ma anche squilibri. La pandemia da Covid-19 ha ulteriormente accelerato questi processi, favorendo la diffusione dello yoga online e creando nuovi spazi di condivisione e relazione. Oggi solo l'insegnante yoga presente sui social è considerato autorevole.

Parallelamente, la crescente diffusione dei corsi di yoga risponde a una domanda prevalentemente orientata alla risoluzione di problematiche fisiche, mentre la ricerca spirituale resta marginale. Sebbene la ricerca scientifica abbia confermato i benefici dello yoga, tale legittimazione ha contribuito anche alla sua mercificazione, lo yoga è diventato un prodotto, trasformando i praticanti in consumatori e relegando la dimensione spirituale a una piccola nicchia del mercato.   Ciò solleva interrogativi rilevanti su come preservare l’integrità della tradizione.

Anche se iniziative come la Giornata Mondiale dello Yoga promuovono un modello di yoga tradizionale, affermare l’esistenza di un’unica forma legittima di yoga diventa difficile. Comunque il marketing, pur essendo uno strumento inevitabile, dovrebbe essere subordinato a una proposta (anche se personale) autentica ancorata alla tradizione.

Fare l'insegnante yoga richiede passione, impegno ed etica e farne una professione a tempo pieno in un mercato molto competitivo diventa limitativo. La facilità con cui è possibile ottenere certificazioni in tempi brevi solleva questioni di responsabilità individuale e professionale.  

Un ulteriore nodo critico riguarda il valore economico dell’insegnamento. Tradizionalmente, chi seguiva dei corsi  faceva un'offerta. Oggi,  in una società in cui ciò che non è monetizzato tende a essere svalutato, la gratuità e l'offerta rischiano di assumere una dimensione ambigua, talvolta l'insegnante che chiede una semplice offerta, è accusato di essere espressione di dinamiche egoiche più che di autentica condivisione. 
Quasi la totalità degli insegnanti di yoga asserisce che i corsi di yoga devono essere fatti pagare perché gli insegnanti investono risorse economiche e tempo nella formazione e svolgono un’attività professionale che merita un riconoscimento adeguato. In questo senso, la remunerazione non è in contraddizione con l’etica dello yoga, ma ne costituisce una legittima declinazione nel contesto contemporaneo.

Riconoscere la complessità e la grandezza dello yoga implica accettarne la molteplicità: non esiste un’unica via, ma una pluralità di approcci coerenti con la diversità delle esperienze umane. 

Si può conservare l'etica e resistere alle lusinghe del mercato?  

Social media e Yoga

«Quando sei bloccato nel traffico, ricordati che anche tu sei il traffico»: 

La frase di Sharon Salzberg, richiamata da Good Taking Selfies di Adrita Das, offre una chiave efficace per riflettere sul nostro rapporto con i social media. I social network non sono entità astratte o strumenti neutrali: sono reti di persone, e il loro funzionamento dipende direttamente dall’uso che ne facciamo. In questo senso, la responsabilità non è solo tecnologica, ma profondamente umana.

L’uso intensivo delle piattaforme digitali è oggi associato a fenomeni come il tecno-stress, una forma di stress legata alla costante esposizione agli stimoli tecnologici. Come evidenziano studi e riflessioni presenti in testi come Umani, animali, macchine di Damiano Cantoni e Franco Fabbro, la relazione tra esseri umani e tecnologie sta ridefinendo i confini dell’esperienza, generando nuove illusioni percettive e relazionali. Le illusioni dei social, analizzate da Luca Chittaro e Giuliano Castigliego, mostrano come la comunicazione digitale semplifichi e distorca la realtà, mentre Serena Mazzini, ne Il lato oscuro dei social network, mette in luce i meccanismi di manipolazione e dipendenza.

Anna Lembke, ne L’era della dopamina, spiega come i social sfruttino i circuiti neurobiologici della ricompensa: la dopamina, originariamente legata a comportamenti di sopravvivenza come cibo e sesso, viene oggi stimolata artificialmente da notifiche, like e contenuti infiniti. Da qui derivano fenomeni come la FOMO (fear of missing out) e il doom scrolling, ovvero la tendenza a soffermarsi compulsivamente su notizie negative, alimentata dal cosiddetto negativity bias, che ci rende più reattivi agli stimoli negativi.

Questa esposizione costante ha anche conseguenze sul corpo: aumenta il dolore somatico, come dimostra la crescita dei casi di fibromialgia, e si accompagna a stanchezza mentale, depressione e zoom fatigue, emersa soprattutto dopo la pandemia. La comunicazione digitale, infatti, altera l’equilibrio tra comunicazione verbale (10%), paraverbale (50%) e non verbale (30%), sovraccaricando quest’ultima. Le emoticon, nate nel 1982 all’Università Carnegie Mellon grazie a Scott Fahlman, tentano di compensare questa mancanza, ma non eliminano il problema.

Il multi-tasking digitale ha effetti negativi sulla memoria e sull’attenzione, contribuendo a una vera e propria crisi dell’attenzione, tanto che in alcuni paesi, come l’Australia, si sta arrivando a vietare l’uso degli schermi sotto i 14 anni. Byung-Chul Han, in Nello sciame, descrive il digitale come uno spazio che favorisce la polarizzazione, la perdita dell’individualità e l’omologazione emotiva.

Un altro aspetto cruciale riguarda la profilazione: più informazioni condividiamo, più il nostro profilo diventa dettagliato e commerciabile, come dimostrano le inchieste sulla vendita dei dati (cash investigation). A questo si aggiungono fenomeni come i sock puppet, profili falsi usati per influenzare opinioni, e le strategie della psicologia della persuasione, che sfruttano scorciatoie cognitive come riprova sociale, gradimento, autorità e scarsità.

Esistono poi le ombre ambientali dei social: l’intelligenza artificiale e i data center hanno un impatto enorme, con consumi d’acqua equivalenti a quelli di 10 milioni di persone e emissioni di CO₂ paragonabili a quelle di 10 milioni di automobili.

Sul piano esistenziale, i social alimentano una solitudine digitale fatta di maschere e identità frammentate. Si parla di quattro tipi di sé: il sé online, il sé offline, il sé ideale e il sé reale. Pratiche come il phubbing (snobbare chi è presente per guardare il telefono), la condivisione continua delle vacanze e l’uso passivo dei social — limitarsi a osservare la vita degli altri — rafforzano il senso di alienazione. Jean M. Twenge, in Iperconnessi, e Jonathan Haidt, ne La generazione ansiosa, descrivono una generazione sempre più fragile, mentre Giuseppe Riva, in Io, noi, loro, analizza le trasformazioni dell’identità nell’era digitale.

A tutto questo si oppongono pratiche di consapevolezza come il digital detox e lo yoga, che aiutano a recuperare l’embodiment, ovvero il radicamento nel corpo, contrastando il disembodiment, l’alienazione corporea. Le neuroscienze mostrano che lo yoga stimola l’insula, area di integrazione mente-corpo, aumentando la materia grigia e favorendo un’immagine corporea più positiva.

Contrastare l’era dei social significa allora coltivare uno sguardo critico, accettare l’ipotesi di non sapere, mettersi nei panni dell’altro e osservare noi stessi dall’esterno. Iniziative come Parole O_stili (vedi link: https://www.paroleostili.it/) vanno in questa direzione, promuovendo un uso etico e consapevole della comunicazione digitale. Perché, in fondo, se i social sono il traffico, noi ne siamo parte attiva — e possiamo scegliere come attraversarlo.

Krishnamacharya e il cuore degli Yoga Sutra

Tirumalai Krishnamacharya (1888–1989) è considerato uno dei più grandi maestri di yoga del XX secolo. Egli riteneva che gli Yoga Sutra di Patanjali fossero l’unico testo capace di offrire una presentazione chiara, completa e sistematica dello yoga, e sosteneva che ogni sutra potesse essere direttamente collegato alla pratica. Per Krishnamacharya, infatti, il Raja Yoga non aveva alcun senso senza una sadhana concreta, vissuta e quotidiana

                                                      

L’immagine di Patanjali lo rappresenta con quattro mani e quattro oggetti. La spada simboleggia il taglio dell’ignoranza: i sutra devono essere praticati anche nella vita quotidiana, e chi li commenta deve averli vissuti personalmente.

I sutra, secondo Krishnamacharya, non devono essere solo studiati: i due sutra centrali del primo libro si rivolgono al cuore, il terzo a chi ha elevata comprensione mentale e il quarto offre la possibilità di collegarsi con il mondo. 

Questa visione nasceva da una formazione straordinaria: Krishnamacharya era diplomato in tutte e sei le darśana, le scuole filosofiche indiane ortodosse (Nyaya, Vaisheshika, Samkhya, Yoga, Mimamsa e Vedanta). Gli Yoga Sutra rappresentavano per lui una vera e propria “stella polare”, il punto di riferimento costante sia per la pratica sia per l’insegnamento.

Secondo il racconto di Krishnamacharya, uno dei suoi maestri principali fu Rama Mohan Brahmachari, figura leggendaria che visse per molti anni in una grotta sulle montagne himalayane, vicino al Tibet. Brahmachari insegnava gli Yoga Sutra, lo yoga terapeutico e una vastissima pratica di asana, che secondo la tradizione arrivava a migliaia di posizioni. Si dice inoltre che avesse studiato l’antico e mitico testo yogico Yoga Korunta, attribuito a Vamana Rishi.

Krishnamacharya visse con lui per circa sette anni, apprendendo non solo gli aspetti filosofici dello yoga, ma anche l’uso terapeutico della pratica e tecniche avanzate legate al controllo del respiro e del sistema nervoso (come la capacità di “fermare il polso”). Nel 1918, Brahmachari gli ordinò di tornare a Mysore, insegnare yoga e formare una famiglia, segnando l’inizio della sua missione pubblica.

Gli Yoga Sutra di Patanjali sono spesso considerati un sunto essenziale degli insegnamenti filosofici indiani sulla mente, sul suo funzionamento e sul suo potenziale. Da quasi duemila anni resistono alla prova del tempo e costituiscono la base teorica non solo dello yoga, ma anche di una parte importante della filosofia indiana classica. La letteratura dei sutra ha infatti rappresentato la spina dorsale delle sei darśana, e in particolare delle scuole Yoga e Samkhya.

Un sutra possiede caratteristiche ben precise: è conciso, chiaro, ricco di significato, universale, applicabile nella pratica, degno e logicamente inconfutabile. Proprio per questo, i sutra restano validi in ogni epoca e in ogni contesto culturale.

Insieme al figlio T.K.V. Desikachar, Krishnamacharya sviluppò un metodo in cui la pratica fisica, il respiro e la mente erano integrati secondo gli otto anga dell’Ashtanga Yoga di Patanjali (yama, niyama, asana, pranayama, pratyahara, dharana, dhyana, samadhi). Questi insegnamenti sono raccolti nel testo Il cuore dello yoga, considerato uno dei riferimenti principali dello yoga moderno.

Il principio centrale era il vinyasa krama, cioè una progressione graduale e intelligente: krama significa infatti “ordine” o “passo dopo passo”. La pratica deve partire da dove la persona si trova, avere un obiettivo chiaro e, una volta raggiunto, riportare il praticante al punto di partenza in modo equilibrato. Questo approccio tiene conto del concetto di dukkha, il disagio o la sofferenza: riconoscerla è il primo passo per evitarla, come afferma Patanjali nel Sutra II.16 (heyam duḥkham anāgatam – “la sofferenza futura può essere evitata”).

Lo Sri Yantra

Lo Sri Yantra è considerato il più potente e sacro degli yantra (diagramma sacri) ed è utilizzato da migliaia di anni nella meditazione, nello yoga e nell'armonizzazione energetica.   Conosciuto anche come Sri Chakra o Shree Yantra, questo complesso diagramma è un vero e proprio strumento di trasformazione interiore, rinomato per i suoi potenti benefici spirituali e vibratori;  ogni diagramma  rappresenta un chakra del corpo umano. I chakra sono i centri energetici del corpo e sono associati a diverse aree della vita, come la salute, l'amore, la creatività e così via.

Composto da nove triangoli intrecciati, rappresenta l'unione di maschile e femminile, microcosmo e macrocosmo, il cammino verso l'unità interiore. Disegnato e contemplato da oltre 2000 anni in India, lo Sri Yantra eleva la coscienza e favorisce il risveglio spirituale.

La parola yantra, derivata dal sanscrito, significa "strumento" o "strumento di maestria". Nelle tradizioni induista e buddhista, uno yantra è un diagramma geometrico sacro usato come supporto per la meditazione, la concentrazione e la visualizzazione.  L'Enciclopedia Universale lo definisce così: "Diagrammi o immagini lineari usati come supporto per la meditazione, il cui significato metafisico è colto dall'intelligenza intuitiva".

Ogni yantra è un ponte tra il visibile e l'invisibile, una mappa simbolica dell'universo, del corpo umano o delle forze divine. Queste figure possono includere cerchi, triangoli, loti e quadrati, ognuno dei quali porta con sé un significato profondo.

Lo yantra è un ausilio visivo utilizzato nella meditazione, così come il mantra è un ausilio vocale. Si dice che meditare su uno yantra dia accesso all'unità con il concetto ad esso collegato. Le forme che lo compongono - triangoli, quadrati, cerchi - veicolano contenuti coscienti attraverso il loro significato noto, ma fanno anche appello a strutture psichiche inconsce. Queste composizioni di segni geometrici proporzionati e centrati ricordano i mandala.

Uno yantra è sempre circoscritto all'interno di una struttura generalmente quadrata. Nel simbolismo mistico tradizionale indiano, il significato di queste figure geometriche è il seguente:

  • Il punto, Bindu, rappresenta l'energia, il centro da dove si dipana la creazione (nel Tantrismo, il bindu è anche un chakra);
  • Il triangolo equilatero con la punta verso il basso, Shakti Kona, rappresenta l'aspetto femminile, l'acqua;
  • Il triangolo equilatero con la punta verso l'alto, Shiva Kona, rappresenta l'aspetto maschile, il fuoco;
  • Il cerchio, rappresenta la perfezione, un hcakra, l'aria;
  • Il quadrato, Bhupura (o Bhur in sanscrito), rasppresenta la solidità, la terra;
  • Il fiore di loto, Padma, rappresenta la purezza.

Il punto è la più semplice e astratta delle figure geometriche. Infinitamente piccolo per definizione, rappresenta tuttavia il primo stadio della manifestazione dell'energia creativa nel mondo della forma. In sanscrito, bindu significa sia "punto" (in un piano) sia "goccia" (nello spazio). Evoca il seme primordiale, la prima scintilla che emerge dal vuoto perfetto. Nelle tradizioni spirituali dell'India, il Bindu è il centro originario di tutti gli yantra e i mandala. È da qui che viene tracciata la sacra struttura geometrica: dal vuoto alla forma, dal sottile al visibile. Durante la meditazione, il praticante fissa lo sguardo o l'attenzione su questo punto centrale. Simbolicamente entra nello yantra attraverso il Bindu, per ripercorrere il cammino inverso della creazione: dalla materia allo Spirito, dalla forma all'Unità. Il Bindu è quindi una porta tra i mondi, sia l'inizio della manifestazione che il ritorno al piano divino. Incarna l'origine e la fine del viaggio spirituale.  

Tradizionalmente, le donne indiane disegnano o incollano questo bindu tra le sopracciglia, sotto forma di un punto rosso. Considerato  il terzo occhio, simboleggia l'apertura della coscienza e la capacità di vedere oltre le apparenze, oltre la dualità materiale.

Lo Sri Yantra è una rappresentazione sacra composta da nove triangoli intrecciati intorno a un punto centrale, il Bindu. Questi triangoli non sono disposti a caso:

  • i 4 triangoli rivolti verso l'alto simboleggiano Shiva, l'energia maschile, l'elevazione spirituale.
  • i 5 triangoli rivolti verso il basso rappresentano Shakti, l'energia femminile, la discesa nella materia.

Insieme, queste due forze opposte e complementari formano un'unione perfetta, simile allo yin e allo yang taoisti, che si incontrano nel Bindu. È l'espressione stessa dell'equilibrio cosmico e della non-dualità (Advaita).  Questi 9 triangoli si intrecciano per creare un totale di 43 triangoli più piccoli, formando una matrice di creazione che riflette la struttura dell'universo. Lo Sri Yantra è quindi un mandala cosmico, una mappa simbolica del cammino dell'anima verso l'unità.

Dall'esterno verso il centro, passiamo attraverso nove livelli di esperienza:

  1. Trailokya Mohana (il quadrato esterno): rappresenta la Terra, con le sue 4 porte che si aprono sulle direzioni cardinali
  2. Loto a 16 petali: livello dei desideri soddisfatti
  3. Loto a 8 petali: livello dei desideri soddisfatti. Loto a 8 petali: livello delle energie attive
  4. I Cinque livelli formati da triangoli: rappresentano i diversi stadi della realizzazione spirituale
  5. Il Bindu: punto finale delle energie attive.

Ogni livello ci guida dalla periferia al centro, dal mondo materiale al cuore dell'Essere, oltre l'illusione (Mâyâ). Lo Sri Yantra non è solo un disegno: è un viaggio interiore, un'ascesa spirituale incisa nella geometria.

Può essere posizionato di fronte a voi in posizione seduta, o anche visualizzato mentalmente una volta memorizzato. Il semplice atto di fissare lo sguardo sul centro dello Sri Yantra, senza sforzo, vi porterà gradualmente verso uno stato di calma, chiarezza e presenza. Questo simbolo diventerà naturalmente un compagno spirituale, guidandovi verso una maggiore profondità e connessione interiore a ogni sessione. 

Lo «Yoga sutra» di Patanjali

Lo «Yoga sutra» di Patanjali è il più autorevole testo sullo yoga giunto sino a noi. Consta di 196 «sutra» o aforismi, divisi in quattro capitoli o «pada», della lunghezza rispettivamente di 51, 55, 56 e 34 sutra.      
Ci sono degli studiosi che asseriscono che Patanjali sia vissuto nel II sec. a.C. e il quarto capitolo sia un'aggiunta posteriore, altri che sia vissuto intorno al V sec. d.C.  Si dice che egli sia stato un esperto non soltanto nel campo della grammatica e della filosofia Yoga, ma anche della medicina tradizionale o Ayurveda.  Infatti, viene rappresentato nei monumenti a lui dedicati come un cobra a tre teste. 
Patanjali non è l'autore dei sutra, ma il suo contributo sta soprattutto nell'aver preservato tali conoscenze, di averle ordinate secondo logica in modo da poter essere utilizzate come guida nella pratica. 
I sutra, interpretati in tanti modi, sono stati commentati da tantissimi esperti. Il più autorevole commentatore è stato Vyasa con il suo Yoga -bhasya, Vyasa è vissuto nel VII -VIII sec.  Comunque lo stesso Vyasa lo ha sottolineato: «Lo Yoga si capisce (solo) praticandolo». 
L'arte della composizione in «sutra» è nata quando l'accumularsi delle conoscenze relative a una determinata scienza – fino ad allora trasmessa oralmente da maestro a discepolo – ha reso necessario condensarle in formule dal minor numero possibile di parole, senza tuttavia omettere nulla di essenziale.  Letteralmente, «su tra» significa «filo»: quello che tiene insieme le perle di una collana, o lega in una continuità le idee di un trattato. Successivamente, il termine ha acquisito una seconda accezione, di formula concisa o «aforisma». Quello dei sutra  è anche un periodo storico nell'evoluzione del pensiero indiano. Esistono sutra  buddhisti e anche di altre scienze.  
  
Nell'Induismo, i darshana sono i sistemi filosofici «ortodossi» che accettano l'autorità dei Veda).  Sono «punti di vista» ottenuti dai saggi (da drs, vedere, da cui drashta , il veggente), attraverso processi meditativi.  I sei darshana  sono: Nyaya, Vaisesika, Samkhya, Yoga, Purva Mimamsa, Uttara Mimamsa o Vedanta. 


Lo «Yoga -sutra» di Patanjali è considerato il testo autentico e fondamentale del quarto darshana. A differenza dagli altri sistemi, lo yoga non ritiene che la sola conoscenza intellettuale sia sufficiente per realizzare la nostra reale ed  essenziale natura, e quindi giungere alla liberazione dalla condizione umana.  Occorre anche una pratica che ci aiuta a portare alla luce la conoscenza che è già in noi.
Il testo di Patanjali, pertanto, va considerato come una guida per l'aspirante avanzato, da consultare ogni  qual volta insorgano dei dubbi o incertezze nel cammino.  
 
Nel suo Trattato, Patanjali definisce come «Yoga classico» il sistema ad otto elementi noto come «Ashtanga Yoga », vedi il II capitolo a partire dal sutra 29.  Questi otto elementi devono essere sviluppati contemporaneamente.  
Patanjali delinea anche il  « Kriya yoga », descritto all'inizio del II capitolo; qui troviamo l'analisi della sofferenza umana e delle cause  che la determinano (la cosiddetta « Teoria dei klesa »).  «Il Kriya yoga si pratica in tre modalità inseparabili: sforzo sostenuto, autocoscienza interiore e abbandono alla volontà divina; è praticato con l'obiettivo di alleviare le cause della sofferenza e consentire il samādhi.»  (Yoga Sūtra, cap. II, versi 1 e 2).    
Tramandato in forma riservata per secoli, il kriya yoga consiste nella forma più elevata di raja yoga, ed è definito da Patanjali la «Via Regale di unione con Dio» attraverso la meditazione. 
  
Il Kriya è un'avanzata tecnica di pranayama del Raja Yoga. Il Kriya rafforza e rivitalizza le sottili correnti di energia vitale (prana) nella colonna vertebrale e nel cervello. Consiste anche in una serie di tecniche di meditazione avanzate. Kriya significa azione e yoga significa unità. Kriya Yoga indica quindi l'azione che ricongiunge l'anima decaduta con lo Spirito. Secondo Yogananda, anche la Bhagavad Gita contiene la descrizione della tecnica del kriya yoga, alla quale si riferirebbe Krishna quando racconta di essere stato lui, in una precedente incarnazione, a comunicare il segreto dello yoga indistruttibile.
 
Lo Yoga sutra non è un testo destinato ai principianti, ma un manuale di rapido riferimento e consultazione per esperti, già ben addentro alla teoria e la pratica di questa disciplina. Un praticante deve – prima di utilizzare proficuamente i sutra  di Patanjali – studiare e praticare a lungo lo yoga, possibilmente sotto la guida di un esperto e di commentatori attendibili.  Nel Trattato vi sono chiare indicazioni che Patanjali si è limitato a raccogliere e a sistemare in modo condensato una quantità di conoscenze circa la scienza dello yoga, specialmente nei suoi aspetti applicativi. Nella sua compilazione, egli accoglie anche elementi non vedici, come quelli propri del buddhismo e del jainismo. Ci sono parole e frasi non vediche (come ad es. nel sutra I : 33 "maitri -karuna" ecc., che si ritrova nel buddhismo.  E' anche probabile che Patanjali abbia tenuto conto di altri pre-esistenti  trattati e testi sullo yoga.  

Il sutra I:2Yogas citta vrtti nirodhah   -  delinea il pensiero di Patanjali circa lo yoga in quanto metodo per raggiungere lo scopo. I singoli mezzi del sentiero verranno descritti da Patanjali nel Secondo Capitolo, opportunamente intitolato Sadhana - pada , ossia sezione della sadhana (pratica, tecnica: tali pratiche o mezzi sono elencati in particolare in II:1 e in II:29).  
Citta.  Non esiste un esatto equivalente del termine citta nelle lingue occidentali. Molti commentatori hanno tradotto citta con mente, ma ciò non è esatto. L'equivalente sanscrito che più si avvicina al termine mente è manas, come si può evincere dai sutra I:33 e I:35. Il termine significa invece, letteralmente, «ciò che viene reso conscio».  Nell'essere umano, citta va dal livello fisico, con gli organi di senso, a quello  mentale comprendente l'inconscio, il conscio e il Superconscio (la sfera intuitiva).  La «mente» (« manas ») è pertanto solo una minima parte dell'intera sfera di citta.  All'inizio della pratica yoga, pertanto, la regione dalla quale l'aspirante deve partire, prima di addentrarsi nel proprio intimo, è quella della mente comune.  
Vrtti significa mulinello, parola che ben esemplifica il tipico dinamismo di citta. A causa delle vrtti che ne agitano costantemente la sostanza mentale, l'uomo non conosce la sua vera ed essenziale natura. 
Nirodha significa «arresto completo» (delle vrtti).
 
Dal punto di vista filosofico, il darshana Yoga completa il precedente, il Samkhya, introducendo il concetto di Ishwara ( o Iswara, Isvara), un dio personale, un'entità incorporea della stessa natura dell'Essere universale. Tale principio non è il Primo Assoluto nell'ordine universale: Ishwara è l'Essere, e al di là dell'Essere c'è il supremo indescrivibile Brahman. Una probabile relazione tra i due sistemi si può rinvenire nei sutra II:17 -23.  Sarà l'ultimo darshana,  il Vedanta, a trattare della metafisica pura e della realizzazione nell'Assoluto Brahman.  Un altro punto di differenziazione è il concetto di citta, tipico dello yoga, che non è presente nel Samkhya  tradizionale.   
Il Samkhya  postula l'esistenza di due principi eterni e increati: purusha e prakrti. Prakrti  è il «principio oggettuale» o «materia», dalla cui proliferazione deriva ogni aspetto del mondo fenomenico. Purusha  è il principio primordiale perfettamente immutabile e inattivo in ogni circostanza. L'attivazione di prakrti  causata dalla mera presenza di purusha è un processo  mistico e misterioso chiamato samyoga che porta alla creazione delle innumerevoli forme del mondo fenomenico. Purusha e prakrti comunque  rimangono completamente separati e indipendenti.  

Scuole e testi Yoga

Nel corso del tempo, per adattarsi alle diverse epoche, lo Yoga ha prodotto una quantità di “Scuole”. Lo scopo finale di tutte rimane lo stesso, e cioè la conoscenza diretta e immediata del vero Sé, non soggetto alla legge del mutamento, attraverso la soppressione di tutto ciò che  impedisce questa esperienza metafisica. Ogni Scuola possiede la propria letteratura, la propria terminologia e i propri metodi caratteristici.    
In base all'approccio prevalentemente adottato, le principali Scuole si possono classificare in due categorie:   
  • scuole in cui prevale l'approccio psicologico, che possiamo chiamare “bhavana yoga”;  
  • scuole in cui prevale l'approccio fisiologico o vitale, che possiamo chiamare “prana - samyama yoga”.  
Bhavana Yoga. Bhavana  significa “ripetizione costante” (di un determinato concetto o atteggiamento) finché nella mente non si sia formato un canale preferenziale: l'idea è quella della “goccia che scava la roccia”. Nell‟ Ayurveda, bhavana significa una “cura da ripetere regolarmente”.  Un buon esempio del concetto di bhavana  lo si può trovare nella voce della coscienza che, più debole di quella degli istinti, non smette tuttavia di ammonirci e ci ricorda continuamente qual è il nostro dovere o “ dharma ”.  
Nelle Scuole appartenenti a questo gruppo, il praticante si sforza di vivere in modo tale da favorire un graduale cambiamento nei suoi atteggiamenti, pensieri e sentimenti, ripetendo incessantemente alla propria mente determinati concetti o compiendo determinati rituali. Si tratta,  in sostanza, di passare gradualmente, con vari mezzi, da un atteggiamento egocentrico, separativo e chiuso, ad uno sempre più aperto, luminoso, universale.  
Le più importanti Scuole di questo gruppo, sono lo Jnanayoga  e l'Ashtanga yoga di Patanjali; ad esse possiamo aggiungere i sentieri o “ marga ” del “ Bhakti ” e del “Karma ” della Bhagavad Gita che però non si classificano come vie autenticamente “yoga ” in quanto per quest'ultimo solo la conoscenza è liberatrice, non l'azione o la devozione; restano tuttavia due sentieri importanti in quanto tendono ad eliminare l‟ego, considerato uno dei principali ostacoli alla conoscenza del Sé.  
 
Il termine Jnanayoga compare per la prima volta nella Gita (III.3), sebbene la tradizione cui appartiene risalga alla prime Upanisad . E‟ il metodo di realizzazione spirituale praticato nelle scuole dell'Advaita Vedanta. Qui il termine yoga  significa soprattutto  “fusione” del sé individuale con l‟Assoluto fino alla scomparsa del primo. Infatti, il sé fenomenico è il prodotto di un profondo errore cognitivo: credere che vi sia una dualità.
Nella Trisikhibrahmana - Upanisad  si legge: “lo jnanayoga  consiste nella fissazione costante dell'attenzione sul Supremo”: lo strumento principale di questo yoga  è dunque il controllo della mente: questa deve essere svuotata da ogni sensazione ed emozione che la distraggono, e focalizzata incessantemente sull'Unico Assoluto.
 Questo tipo di yoga  è diverso da ogni altro ed è unico nella storia del mondo. Jnana ” non significa, come talvolta si legge, “conoscenza”, ma piuttosto “sapienza”.  Secondo la Gita (IV,39), gli elementi del jnanayoga  sono: 1) la fede o sraddha ; 2) l‟orientamento costante verso la conoscenza trascendente o viveka ; 3) il controllo dei sensi o vairagya. 
Per sraddha - fede non s'intende una credenza cieca ma piuttosto l'aspirazione di raggiungere la conoscenza liberatrice; ed è anche la fiducia nella parola del maestro e negli insegnamenti perenni delle Upanisad,  basati in entrambi i casi sull'intuizione metafisica.  Avendo assimilato intimamente la nozione che solo l'Assoluto è reale, e che l'esperienza della molteplicità non è che il risultato di un profondo errore metafisico, l'aspirante procede applicando questa concezione alla sua vita quotidiana, in tal modo dissociandosi da ogni fenomeno, sia esterno che interno al corpo-mente.
Pratiche quotidiane esemplari di questa Scuola sono:  
-osservare attentamente l'intervallo fra due pensieri;
-coltivare l'atteggiamento del testimone disinteressato durante tutta la giornata;  
-negli attimi che seguono il risveglio e precedono l'addormentarsi, osservare la comparsa e la scomparsa, nella  coscienza, del mondo esterno, del corpo e del senso dell'”io sono”.
La Liberazione finale, consiste nel trascendimento della coscienza  umana nei tre stati di veglia, sogno e sonno  profondo , per stabilirsi permanente nel quarto stato, quello della coscienza cosmica o turiya.
 
Bhakti-marga. E' la Via della Devozione verso Dio (chiunque Egli sia) portata alle estreme conseguenze. E ‟ un sentiero particolarmente veloce a adatto ai temperamenti naturalmente portati alla devozione.  La pratica consiste nei rituali o puja (adorazione dell'immagine o del simbolo), nella ripetizione ininterrotta e devota del Suo nome, e nell'atteggiamento di totale resa o abbandono  a tutto ciò che ci accade.  
 
 Karma-marga. Karma è un termine tecnico che significa ”azione” ed è un sentiero particolarmente adatto agli spiriti attivi. Le attività quotidiane, se compiute senza fini egoistici, unicamente in conformità al proprio “ dharma ”, in modo impersonale, possono contribuire alla diminuzione dell'ego, quindi sono considerate purificatrici.  La Bhagavad - Gita definisce lo yoga “ karmasu -kausalam ”: ovvero abilità nell'agire: non possiamo non agire, ma possiamo farlo “abilmente”, cioè senza desiderio dei frutti delle nostre azioni, per non rimanerne legati.  
 
“Prana -samyama” yoga.  Nelle Scuole classificate in questa categoria, derivate dal tantrismo, ma già prefigurate  nei Veda, l'enfasi viene posto sul controllo del prana. 
Concetto di “prana”. Il termine “ prana ” indica l'energia cosmica che regola il funzionamento dell'universo. A livello umano, questa “energia” (concetto da non confondere con quello occidentale, puramente fisico) è anche detta kundalini  ed è la forza vitale. In questi yoga si impara a controllare questa energia, per risvegliare l'entità psichica che abita il corpo, cioè il Sé. I testi yoga sostengono che il prana opera all'interno del corpo, e quando la sua attività cessa, la persona muore. Tutte le funzioni vitali sono manifestazioni di adho -gami prana, cioè di impulsi nervosi che agiscono in direzione discendente e centrifuga. Mediante particolari tecniche, in questi yoga si vuole sviluppare un'esperienza di urdhva -gami prana, ossia degli impulsi operanti nella direzione opposta, ascendente e centripeta.   
Le quattro Scuole note come “Maha yoga” sono: Mantra – Hatha – Laya e Rajayoga. Lo Hathayoga è considerato una tappa per ascendere al Rajayoga. Tutte le pratiche di questo gruppo agiscono direttamente o indirettamente sugli impulsi pranici, per arrivare, attraverso gli stessi, all'entità cosciente.  
Mantra -yoga. I Mantra  sono determinati suoni sacri o sillabe mistiche che si dice posseggano particolari effetti sul corpo  pranico. Con le vibrazioni del mantra , è possibile risvegliare le corrispondenti energie nell'organismo sottile. Queste scorrono nel corpo umano in determinati canali immateriali detti “ nadi” e si condensano nei chakra. Il mantra  apre alle esperienze di tipo trascendentale.  Nella Mantrayoga Samhita ” viene descritto che il discepolo riceve il mantra dal maestro che deve far parte di un lignaggio mai interrotto; l'iniziazione è detta diksha  ed è una effettiva trasmissione di potere spirituale. Il mantra  segreto viene solitamente sussurrato all'orecchio destro e ripetuto per tre volte.  

- Hatha yoga.   Il sistema dello Hathayoga  si basa sul principio secondo il quale le correnti praniche 
fluiscono nel nostro corpo. Lo scopo è quello di purificare il prana e internalizzare la nostra consapevolezza. La realizzazione dell'equilibrio fra Ida e Pingala si ottiene mediante un lungo processo costituente il programma tipico dello Hathayoga: asana, pranayama, suddhikriya, bandha & mudra, e nadanusandhana.  
Concetto di chakra. Le regioni principali del corpo sono sette: perine o, coccige, addome, cuore, gola, fronte, sommità del capo (ad ognuna corrisponde un chakra)  e le esperienze  provenienti da ognuna di esse sono diverse dalle esperienze provenienti da ogni altra. Nello yoga si parla del “Sé che si esprime maggiormente ad  un determinato livello rispetto agli altri”. L'intermediario fra il Sé e le funzioni vitali è il prana. L'attività vitale del mistico e del bhakta si concentra principalmente nella regione del cuore, mentre quella di uno jnani si situa fra le sopracciglia. L'obiettivo è il risveglio di  kundalini e la mente vi si assorbe, sospendendo le sue funzioni normali. Questo stadio è detto Laya  (fusione), e il praticante giunge fino al completo oblio del corpo e della mente, in uno stato di pienezza e consapevolezza superiore difficilmente descrivibile.  
Lo stato di Laya-yoga  sbocca automaticamente nel Raja-yoga, stato ancor più indescrivibile nel quale ogni dualismo è abolito e la mente individuale diventa Uno con l‟Assoluto.  
 
Il termine Hatha è composto da Ha, sole o polo positivo, e Tha, luna o polo negativo. I testi classici dello Hathayoga sono lo Hatha yoga pradipika di Svatmarama, la Gheranda samhita di Gheranda e lo Siva samhita. La Gheranda samhita descrive più di cento pratiche yoga, graduate dal livello fisico a quello psicologico e fino allo spirituale o metafisico. Una tipica espressione di questo testo è la seguente: “il corpo umano si disfa come un vaso di argilla nell'acqua; cotto al fuoco dello yoga, diventa 
indistruttibile”; è posteriore allo Hatha pradipika, la cui stesura risale fra la metà del XIV e la metà del XVI secolo.  Arthur Avalon (un giudice dell‟Alta Corte di Calcutta il cui vero nome era John Woodroffe) ha tradotto importanti testi tantrici sul Laya yoga e sui fenomeni connessi al risveglio di kundalini (1913), e pubblicato libri quali “Il potere del serpente” e “Il mondo come potenza”.  Abbinava Gupta, il grande filosofo e mistico dell'undicesimo secolo ha scritto opere fondamentali sullo shivaismo kashmiro, quali “Tantrasara”  e “Tantraloka”, che influenzarono profondamente il pensiero indiano.  Durante il periodo vittoriano della colonizzazione in India, il puritanesimo costrinse i praticanti tantrici alla clandestinità  a causa di alcune pratiche a sfondo sessuale. La conseguenza è che il Tantra indù è ancor oggi  poco studiato (anche perché gli indù non coltivarono mai una tradizione monastica di studio).  

Lo sviluppo storico dello yoga

Lo yoga ha origini sono molto antiche. Secondo i Purana (antiche cronistorie ), in un'epoca remota colui che fra gli dèi regolava la vita e la morte degli esseri, avrebbe rivelato agli uomini il modo di superare i limiti delle percezioni dei sensi, e di conoscere con un'esperienza diretta la natura sottile del mondo apparente e dei suoi aspetti trascendenti, cioè dello spirito e degli dèi.  Il nome di questo dio non si pronuncia, come nella foresta non si pronuncia il nome della tigre. In una lingua scomparsa lo si chiamava Ann, poi si chiamò Shiva  (“il benevolo”).      

Il primo adepto istruito da Shiva fu Matsyendra.  La rivelazione shivaita  è senza dubbio uno dei fenomeni più notevoli della storia del pensiero umano; si pensa che sia stata la fonte principale del pensiero filosofico indiano prima delle grandi invasioni. I suoi metodi di realizzazione spirituale, che ci sono stati tramandati sotto forma di tecniche yoga, rimangono la base conscia o inconscia di ogni vera ricerca interiore.   
L'approccio shivaita, confluito nella cultura degli invasori Vedici, ha prodotto uomini che rifiutarono di ridurre a dogma ogni conclusione che non sia verificabile dall'esperienza. Tutto il loro sforzo fu teso allo sviluppo dei mezzi di percezione dello spirito umano, di cui le tecniche yoga dovevano diventare la base, che permettevano di sperimentare direttamente l'invisibile e la natura intima dell'universo e dell'uomo.  Questo approccio, che oggi chiameremmo scientifico è il criterio essenziale del pensiero indiano in tutte le epoche.  Un'altra leggenda vuole che il primo yogin sia stato Hiranyagarbha, il cui nome, però, è anche uno dei molti nomi con cui viene chiamato l'Assoluto.  

Possiamo distinguere le seguenti fasi che hanno contribuito allo sviluppo dello yoga  quale oggi lo conosciamo: 

I. Periodo della Civiltà dell’Indo.   Tra il 3000/1700 A.C. nell'India del Nord, Mohenjo-Daro  e Harappa erano probabilmente le capitali di un regno dravida (una etnia locale). Nella religione troviamo il culto della Dea-Madre accanto a quello di un dio che potrebbe essere considerato un prototipo di Shiva. In questa regione è stata trovata una statuetta rappresenta uno yogin, assiso nella posizione classica del loto, che tiene gli occhi rivolti alla punta del naso con le palpebre abbassate in atteggiamento meditativo. Tutto ciò fa pensare all'esistenza dello yoga, sebbene non se ne conoscano le forme praticate.   
La cultura dell'Indo finì per fondersi con quella degli invasori, gli Ariani, portatori dei Veda, di una cultura patriarcale e della lingua sanscrita.

Il Periodo Vedico. Fra i documenti dello spirito umano in nostro possesso, i più antichi sono i quattro “Veda” : Rg-, Yajur -, Sama -, e Atharva. I Veda, che significano sia vedere che conoscere, rappresentano la conoscenza metafisica non soggetta ad alcun cambiamento. I Veda sono difficili da datare, anche perché prima della sistemazione definitiva vi è stato un periodo lunghissimo di trasmissione orale. 
Ciascun Veda consiste essenzialmente di quattro parti: Mantra (collezioni di inni), Brahmana  (precetti religiosi), Aranyaka (scritture per gli eremiti) e Upanisad (insegnamenti filosofici e metafisici  impartiti da maestri).  Lo sviluppo del pensiero, dagli Inni alle Upanisad, dovette richiedere non meno di un millennio di elaborazione.  Il desiderio di conoscere e capire il mondo portò a sviluppare nuovi metodi di indagine, che potessero andare al di là della ragione penetrando l'intima natura delle cose: tra questi metodi l'approccio shivaita, e lo yoga.  
Al sacrificio concreto si sostituisce gradualmente, attraverso lo yoga, un sacrificio interiore, Si lavora sul corpo e sulla respirazione. Col tempo si afferma la gnosi e la conoscenza di Brahma. E l'evoluzione si completerà nelle Upanisad . 
 
 III. Periodo Upanisadico.   Le vere basi dello yoga le troviamo nelle Upanisad. Considerate shruti o conoscenze rivelate e sacre, ben distinte dalle posteriori smrti o memorie, costituiscono la parte finale dei Veda, nel duplice significato di conclusione e scopo.  In forma di dialogo, descrivono la conoscenza di Brahma o Assoluto e forniscono i mezzi per accostarsene; essendo assolutamente incomunicabile nella sua essenza. Forniscono le tecniche  più o meno dirette per la  realizzazione metafisica.  Il Fine supremo è detto moksha o mukti  o “liberazione”, in quanto l'essere che vi perviene è sciolto dai vincoli dell'esistenza condizionata, grazie all'identificazione perfetta con l'assoluto.  
Il numero delle Upanisad è generalmente fissato in 108. In alcune di queste, per la prima volta, compare l'uso del termine yoga  in senso tecnico (Nella Katha: “per yoga si intende questo forte contenimento dei sensi”). La più importante è la Svetasvatara, i cui concetti (i cinque prana , ecc.) verranno ripresi dallo Hatha yoga. Nella Brhadaranyaka troviamo anche istruzioni di tipo sessuale, come il riassorbimento del seme durante l'amplesso, per fini magici o per la longevità, che verranno riprese e approfondite dal tantrismo. Ma il vero progresso segnato dalle Upanisad  sulle altre parti dei Veda sta nello spostamento del centro d'interesse dal mondo esterno a quello interiore.  
Le divinità dei Veda muoiono e nasce il vero Dio, l'incorporeo Brahman. Si prega solo per essere liberati dal dolore e dall'ignoranza: “Dall'irreale conducimi al Reale, dalle tenebre conducimi alla luce, dalla morte conducimi all'immortalità”.  L'attenzione si sposta, dal fatto fisico esterno, al Sé immortale interiore, situato di là dalla mente.  
Nella Brhadaranyaka, una delle più antiche, il nobile Yajnavalkya  pronuncia per la prima volta la formula estatica “ Aham brahmasmi ” ( Io sono Brahman ): l'affermazione della identità dello spirito umano con l'Assoluto è il vero segreto delle Upanisad.  
Nella Chandogya,  Uddalaka, uno degli spiriti più eccelsi tra quelli tramandatici dalle Upanisad, rivela al figlio Svetaketu, in un colloquio segreto, la dottrina del non-dualismo espressa nella formula “ Tat tvam asi ”  (Tu sei Quello).  
La Katha Upanisad comincia e finisce con una invocazione, quotidianamente recitata nei centri yoga che ad essa si ispirano, e che riguarda il rapporto fra maestro e discepolo nel processo di apprendimento:  OM sahana vavatu / saha nau bhunaktu / saha viiryam karavavahai / tejaswina vadhi 
tamastu / ma vidvisha vahai / OM shanti, shanti, shantihi!    Il significato è il seguente: 
OM, che l'Atman o Realtà Suprema ci aiuti a crescere insieme  / che  insieme ci protegga e aiuti a compiere le opere importanti / che lo studio sia per entrambi glorificante / che fra di noi non sorga mai alcun contrasto / OM, armonia e pace (ripetuto tre volte: dagli elementi disturbanti provenienti dagli altri, da noi stessi, dalle forze della natura).  
Nella Katha Upanisad appaiono tutti quegli aspetti psicologici e meditativi che verranno in seguito sviluppati dal Samkhya e dallo Yoga. Riguarda il viaggio ultramondano di Nachiketas, il quale incontra Yama, dio dell'oltretomba e Signore della sapienza primordiale. Yama gli rivela la presenza dell'eterno Atman  in ogni essere umano e gli insegna in quale modo esso debba venir suscitato nella coscienza dell'individuo finché è in vita.  
La metafisica delle Upanisad è stata considerata secondo sei “punti di vista” o “darshana”.  Il quarto di questi sei darshana  è lo yoga, che quindi è un punto di vista  più profondo del precedente (il Samkhya ) ma non in contraddizione con questo, e introduttivo al Vedanta, dove troviamo una completa esposizione del Brahman supremo.  Lo yoga, tuttavia, è l'unico darshana  che insieme all'aspetto speculativo presenta anche un lato “pratico-tecnico” (magistralmente esposto da Patanjali).  
 
IV. Periodo Epico.  Le due grandi epopee indiane, il Ramayana  e il Mahabharata  sono ricche fonti di informazioni circa i concetti e le pratiche yoga prevalenti ai loro tempi. Nel Ramayana i dialoghi di Rama con Hanuman, il re delle scimmie, ci danno alcune informazioni sul pensiero spirituale prevalente all'epoca.  
Nel Mahabharata,  poema epico composto  intorno al VI secolo a.C., troviamo i 18 capitoli che costituiscono la Bhagavad Gita. Considerata e pubblicata come un libro a parte, la Gita è particolarmente ricca di informazioni sullo yoga.  In questo poema, Krishna  espone a Arjuna principi di valore universale, e insegna alcuni principi fondamentali dello yoga, in particolare delle tre Vie di : Jnana, Karma e Bhakti.  Definisce lo yoga come “ samatvam yoga ucyate ”: “la mente in continuo equilibrio nella calma interiore è detta yoga”; e come “ yogah karmasu kausalam ”: “yoga è abilità nell'agire”: non possiamo non agire, ma possiamo farlo in modo “abile”, ossia senza venire coinvolti nei frutti dell'azione. 
Krishna e Arjuna rappresentano, in realtà, rispettivamente il Sé e l'Io. I due protagonisti sono  rappresentati sopra lo stesso carro,  che in realtà è il veicolo dell'essere nel suo stato di manifestazione; e mentre Arjuna combatte, Krishna conduce il carro senza combattere. né essere coinvolto nell'azione; il campo ( kshetra)  è quello dell'azione, attraverso la quale l'individuo sviluppa tutte le sue possibilità, ma questa azione non tocca minimamente l'essere principale.  
 
V. Periodo dei Sutra.   Lo Yoga sutra di Patanjali è il più antico e autorevole testo sistematico sullo yoga giunto fino a noi; raccoglie le tradizioni prevalenti al suo tempo e ha esercitato una grande influenza su tutti i pensatori e praticanti posteriori. Ancora oggi si studia e si interpreta, e da generazioni serve da guida sicura e affidabile. E' considerato lo yoga “classico” e la sua importanza pratica dipende soprattutto dal valore dei commentatori, dato che il testo in sé è di eccezionale difficoltà interpretativa. Il più conosciuto commentatore è stato Vyasa. Il praticante dopo aver praticato il Kriyayoga, potrà eventualmente accedere all'Ashtanga yoga, sistema integrato ad otto elementi, che dal piano fisico lo solleverà a quello metafisico. Questo percorso ci porterà al raggiungimento della “Liberazione”, o  “Unione” con il Principio supremo.  
 
VI. Periodo Medievale e Tantra.  “Tantra ”  significa “ordito” (come di un tessuto) e “ estensione ” o approfondimento dei testi più antichi. Secondo il Mahanirvana Tantra, durante la prima età o satya yuga, gli uomini erano saggi e virtuosi e praticavano yoga. Nella quarta ed attuale era cosmica, il “ kali-yuga ”, il dharma  andò del tutto dimenticato. Secondo i Tantra, i mezzi tradizionali delle ere precedenti non sono più adatti, e propongono pertanto un nuovo metodo che ha il fulcro sul corpo. Lo scopo è di ottenere il dominio sulle dimensioni sottili dell'esistenza e entrare in contatto con la Realtà trascendente. Il microcosmo è un riflesso del macrocosmo e nella dimensione trascendente queste due realtà (oggettiva e soggettiva) sono assolutamente identiche.  
Il tantrismo si sviluppò in Raja yoga, e come aiuto al Raja yoga fu sviluppato lo Hatha yoga, alcuni aspetti del quale divennero molto diffusi e popolari.  Molte pratiche dello Hatha yoga traggono la loro origine dal tantrismo. Di tutta la letteratura, quella tantrica è la meno studiata e capita, forse a causa delle pratiche sessuali che ne fanno parte (comunque già presenti nei Brahmana e nelle Upanisad, in 
particolare  nella Chandogya e nella Brhadaranyaka).  In ogni caso, l'atto sessuale proposto nella pratica è visto come atto cosmico  di unione dei due principi opposti.  

Il concetto di Yoga

Il termine “Yoga” ha assunto il significato odierno attraverso una lunga evoluzione.     

Prima (nel Rig -Veda) esso veniva impiegato per indicare una “connessione”,  come il connettere le diverse singole parole che compongono una frase o una formula, dando loro un senso.  

Successivamente venne impiegato per indicare l'atto di “mettere sotto controllo” i sensi e gli istinti dell'essere umano: questi dovevano essere resi ubbidienti e al servizio dell'intelletto (l'auriga  che tiene le redini del carro), e non rimanere dei selvaggi e dei tiranni nella vita dell'uomo.  

Infine si giunse al concetto di “integrazione”.  Tutti gli aspetti di un essere umano vivente: corpo, istinti, emozioni, pensieri, mente, devono essere adeguatamente e armonicamente sviluppati, e sottoposti alla guida superiore  dell'intelletto, e si ha la “realizzazione del Sé"; la conoscenza della nostra vera natura, consistente in pura coscienza, pura esistenza.  Il termine “yoga” indica genericamente qualunque via indiana per l'auto-sviluppo, comprensione e trascendimento, nonché lo stato di unione con l'Essere assoluto.  

Bisogna tener presente, infine, che il termine ‟Yoga‟‟ viene impiegato sia per definire il Fine (il nuovo Stato di essere realizzato), sia i Mezzi (le tecniche impiegate per realizzarlo).   Il termine si compone della radice verbale “yuj” (unire, congiungere) e dal suffisso “ghan” (processo in atto).  

Dal punto di vista del Fine , “yuj” significa “unione, legame ”; Vyasa ci dice che, allora, da questo punto di vista, lo yoga  è sinonimo di “Samadhi”  (sam+a+dha)  che in termini moderni possiamo chiamare  “Integrazione‟.  L'integrazione di cui si parla è tra le diverse parti dell'essere umano. Possiamo definire l'integrazione  come un processo che si compie in tre momenti:  

  • mettere insieme parti diverse: unione (samyoga)  
  • mettere ogni parte al posto giusto: equilibrio (samatva)  
  • sottoporre tale processo ad una guida intelligente: controllo (samyama).  

Dal punto di vista dei Mezzi, la stessa radice “yuj” significa:  

  • tecnica, metodo - disciplina (yukti)  
  • elevazione (upaya)  
  • progressione, rafforzamento, eliminazione dei punti deboli (sannahana).  

Lo Yoga è un processo di cui si conosce l'inizio ma non la fine, dato che sfocia nell'Infinito e rimane incomprensibile a chi non lo pratica.  

Definizion di yoga date dal Dr. Manohar Laxman Gharote che è stato Direttore del prestigioso Kaivalyadhàma Institute di Lonàvlà (Bombay). Ha condotto e conduce un'intensa attività seminariale sullo yoga nel proprio Paese e all’estero (Germania, Brasile, Argentina, Italia e Giappone). Ha pubblicato in India e in Germania diverse opere.   

martedì 21 ottobre 2025

Le due grandi vie dello Yoga moderno: Krishnamacharya e Sivananda

Nel panorama dello yoga contemporaneo, due maestri vissuti nello stesso periodo storico — la prima metà del Novecento, emergono come pilastri fondamentali per la diffusione e la trasformazione di questa antica disciplina: Tirumalai Krishnamacharya (1888–1989) e Swami Sivananda Saraswati (1887–1963).
Entrambi hanno contribuito in modo decisivo alla rinascita dello yoga nel XX secolo, ma le loro visioni, metodologie e obiettivi riflettono approcci profondamente diversi alla pratica e all’insegnamento. Pur partendo da comuni origini indiane, hanno dato allo yoga due direzioni complementari: una più individuale e terapeutica, l’altra più universale e devozionale.
                          
Krishnamacharya
è spesso considerato il “padre dello yoga moderno”. Formatasi alla corte del Maharaja di Mysore, la sua ricerca si radica nello studio dei testi classici — come i Yoga Sutra di Patanjali, gli Yoga Yajnavalkya, e la Hatha Yoga Pradipika — ma è caratterizzata da una forte attenzione alla personalizzazione della pratica.
Per Krishnamacharya, lo yoga non era un insieme di tecniche universali, bensì un cammino individuale, adattato alle necessità fisiche, mentali e spirituali di ciascun praticante (viniyoga).
Krishnamacharya insegnava una pratica in cui ogni respiro aveva un significato e ogni asana era adattato al corpo, all’età e allo stato mentale del praticante.
Il suo principio guida era semplice e rivoluzionario:
 “Non è la persona che deve adattarsi allo yoga, ma lo yoga che deve adattarsi alla persona.
Da questa visione nacquero approcci oggi famosi in tutto il mondo — l’Ashtanga Vinyasa Yoga di Pattabhi Jois, l’Iyengar Yoga di B.K.S. Iyengar e il Viniyoga  / Yoga Therapy sviluppato da suo figlio T.K.V. Desikachar. Pur diverse tra loro, queste scuole condividono la centralità del respiro e la visione del corpo come veicolo di consapevolezza.
Ritroviamo l’attenzione al respiro come ponte tra corpo e mente, la personalizzazione della pratica, e l’idea che lo yoga sia una terapia dell’essere umano nella sua interezza. 
La pratica degli asana (posizioni) è concepita come strumento di trasformazione personale. Gli asana si adattano alla persona, non il contrario.   L’uso del respiro (pranayama) è essenziale per unire corpo e mente.
 L’insegnamento avviene spesso in forma individuale o in piccoli gruppi, per garantire l’adattamento costante alle esigenze del praticante.

Sivananda, medico e monaco dell’ordine di Saraswati, fondò la Divine Life Society a Rishikesh nel 1936. La sua visione dello yoga, più spirituale e universale, era fortemente influenzata dall’Advaita Vedanta e dal servizio disinteressato (seva).
Il suo approccio era sintetico e spirituale, mirato all’armonia tra corpo, mente e spirito, attraverso quella che definì la via dello Yoga Integrale: "Serve, Love, Give, Purify, Meditate, Realize".
Nella tradizione di Sivananda, la pratica è strutturata in un metodo standardizzato, accessibile a tutti:
12 asana fondamentali, praticati in una sequenza fissa; esercizi di pranayama, rilassamento, satsang (canto e studio spirituale). È uno yoga accessibile, armonioso, che integra corpo, mente e spirito. Adotta un approccio sistematico, volto a equilibrare tutte le dimensioni dell’essere.
 L’obiettivo non è tanto la personalizzazione quanto la diffusione universale dello yoga come strumento di salute, pace e crescita spirituale.
Sivananda vedeva nello yoga una via d’amore e di servizio, dove la disciplina personale si unisce alla compassione e alla gioia del dare. Il suo discepolo, Swami Vishnudevananda, portò questo insegnamento in Occidente fondando i Sivananda Yoga Vedanta Centers, tuttora attivi in tutto il mondo.
 
Visione pedagogica e trasmissione.
Krishnamacharya formava i suoi studenti a osservare, adattare, trasformare.
L’insegnante era chiamato a essere un terapeuta e un artigiano della pratica, capace di leggere il corpo e la mente del praticante. La trasmissione era diretta, esperienziale, e spesso rigorosa.

Sivananda, invece, puntava a formare insegnanti capaci di portare lo yoga nel mondo.
Il suo allievo Swami Vishnudevananda sistematizzò il metodo in un formato replicabile (il Sivananda Yoga Vedanta), aprendo centri in tutto il mondo.  L’accento pedagogico era sull’ispirazione spirituale e la disciplina morale, più che sulla precisione tecnica.

Finalità dello yoga.
 Per Krishnamacharya, lo yoga è un cammino di svadhyaya (auto-conoscenza) e di armonizzazione tra corpo, mente e respiro. La realizzazione spirituale passa attraverso una progressiva interiorizzazione.

In sintesi

Aspetto                         Tradizione di Krishnamacharya            Tradizione di Sivananda

Filosofia di base       Yoga di adattamento individuale        -            Yoga integrale e universale
    
Focus e approccio   Personalizzato, terapeutico, attento al respiro  -  Sistematico, spirituale, aperto a tutti. Armonia globale, devozione, servizio
    
Pratica      Insegnamento personalizzato adattato all’individuo (viniyoga)  -  Sequenza fissa di asana e pratiche spirituali
    
Finalità   Auto-conoscenza e guarigione ed equilibrio interiore  -  Realizzazione del Sé, servizio disinteressato e vita etica
    
Trasmissione        Da maestro a discepolo, individuale      -     Diffusione di massa
    
Eredità principale   Iyengar, Ashtanga, Viniyoga        -         Sivananda Yoga Vedanta Centers 
 
Per Sivananda, lo yoga è un mezzo per la realizzazione del Sé universale attraverso la purezza, la devozione e il servizio. L’obiettivo è la liberazione attraverso l’amore e la dedizione.Le tradizioni di Krishnamacharya e Sivananda rappresentano due poli complementari dello yoga moderno:
Krishnamacharya ci insegna a guardare dentro, ad ascoltare il corpo come strumento di consapevolezza.
Sivananda ci invita sia a guardare dentro, sia a vivere lo yoga come amore attivo e servizio verso gli altri.
Due vie che sembrano diverse, ma che in realtà si completano. 
Una porta all’altra, perché non può esserci consapevolezza profonda senza cuore aperto, né amore autentico senza presenza e ascolto.
Entrambe, pur con linguaggi e metodi differenti, puntano alla stessa meta: l’unione dell’essere umano con la propria essenza più profonda e ritrovare l’unità dentro di noi e con il mondo che ci circonda.

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono circa...