Mario Thanavaro (1955 - ) è uno dei pionieri della meditazione in Italia; è Maestro di meditazione Vipassana e insegna
vari temi riguardanti la spiritualità. Ha fondato l’Associazione Amita Luce Infinita. Ha scritto oltre quindici libri riguardanti il buddhismo, la
meditazione e la consapevolezza dell’esistenza umana. Conduce ritiri e
incontri di meditazione online e in varie città d’Italia. -
Il suo sito è il seguente: https://www.mariothanavaro.it/ https://percorsi.meditiamo.it/
Nel suo libro Dalla sofferenza alla gioia, Come guarire dal dolore del mondo
(pubblicato nel 2013 a 58 anni), Mario Thanavaro racconta come si è
avvicinato alla spiritualità e cosa lo ha portato a diventare monaco nel
1979.
Di seguito sono riportate alcune frasi del libro.
Capitolo - La Ricerca Interiore Pag. 41
La
ricerca interiore é un omaggio alla vita. Per molti è un viaggio
nella natura dell’essere umano, nella fede della sua divinità; un
percorso di risveglio della coscienza al fine di liberarla da qualsiasi
dipendenza, da qualsiasi sofferenza, da qualsiasi prigionia e dalla
stessa ricerca di un senso. E’ un processo che ci vede protagonisti sul
piano delle relazioni umane ed esploratori di quelle dimensioni
“superiori” della coscienza che alcuni definiscono appunto spirituali.
E’ un percorso che porta alla liberazione: dall'inizio al non io, dalla
“SOFFERENZA ALLA GIOIA”.
Pag. 44. Per esperienza personale posso
dire che la sofferenza può prendere la forma dell'angoscia, del vuoto
interiore, della depressione, del male di vivere. Molta della nostra
sofferenza esistenziale è caratterizzata da queste due tendenze: il
senso di inutilità della vita, di vuoto interiore; e ci porta
all’angoscia; e non percepire una finalità, un significato nella vita,
ci getta inevitabilmente nella depressione.
Pag. 48. La vita è uno
spazio luminoso aperto, infinito, pronto ad accogliere il nostro
movimento. La felicità e la gioia sono gli obiettivi di ogni persona.
[…] Quando prendiamo consapevolezza che la sofferenza è funzionale a un
percorso di comprensione, la vita si rivela nel suo significato più
profondo e ritroviamo la via della gioia.
Pag. 53. La maggior parte
della sofferenza che viviamo appartiene all'ambito relazionale e
affettivo. Il meglio e il peggio di noi viene fuori quando siamo in
relazione.
Pag. 63 Il dolore può liberare onde di energia creativa e
rivelare grandi talenti, vedi l'opera di Frida Kahlo, in cui il dolore è
la costante di tutta una vita; o l'urlo di Munch pieno di paura,
angoscia e disperazione. Nei miei anni giovanili questo dipinto
rappresentava perfettamente l’inquietudine profonda del mio animo che
avvertiva la sua impotenza di fronte all'ineluttabile e funesto destino
umano.
Pag. 65. Da giovane mi sono chiesto tante volte “L’uomo
ferito a chi grida?”. Se Dio esiste, ed è buono e misericordioso e
onnipotente, perché non interviene? Perché non impedisce il male? Allora
non trovavo risposte. Anche il Papa Giovanni Paolo II, una domenica di
ottobre nel 1985, parlò "del silenzio assordante di Dio di fronte a
tanta sofferenza".
Pag. 72. Il dolore è inevitabile e nell'arco
della vita lo proveremo tutti. La sofferenza è ciò che aggiungiamo al
dolore; è il dolore fisico potenziato, al dolore fisico si aggiunge la
frustrazione psicologica.
La felicità umana è l'obiettivo di tutti, ma può essere trovata solo nel profondo del proprio cuore.
Pag.
78 . E' nella quotidianità che troviamo le occasioni per la riscoperta
della gioia. Ci dobbiamo educare ed addestrare a vivere bene. Per farlo
è importante lasciar andare il risentimento, il pessimismo,
l’orientamento negativo tipico di una coscienza che si sta spegnendo,
che perde la fiducia e non crede nella possibilità di un cambiamento.
Pag.
80. Ci accorgeremo con il passare del tempo che all'esterno non è
cambiato niente, ma è all'interno che è avvenuta una rivoluzione della
coscienza. […] in questo senso possiamo dire che passare dalla
sofferenza alla gioia è un addestramento, un’educazione continua alla
risoluzione del conflitto, della problematica che affligge la mente e il
cuore.
Pag. 81. La meditazione si pone come uno strumento per
facilitare questo percorso, uno strumento che richiede molta dedizione,
molta perseveranza e che ci permette di portare a perfezione virtù quali
la generosità, la moralità, la rinuncia, la saggezza, l’umiltà, la
pazienza, l’onestà, la determinazione, la benevolenza e l’equanimità.
Pag. 82. Per meditazione si intende la capacità di guardare, vedere, osservare e realizzare “le cose così come sono”.
Pag.
83. La spiritualità è un processo di maturazione della coscienza che ci
permette di uscire dalla visione dualistica "Io-mondo", percepire la
scomparsa dell'Io, andare al di là della percezione di oggetti e
sensazioni, sentirsi parte integrante di quella realtà che ci circonda.
Io sono parte di quella realtà, sono in quella realtà e quella realtà è
in me, più grande di me; e infine il “me” non c’è più.
Dopo essere
riusciti a risolvere i nostri conflitti interiori, occorre ritornare nel
mondo, guardarlo con occhi diversi per riscoprirne l'umanità. Manca
ancora una cultura che ci educhi ad essere aperti alla difficoltà, alla
sofferenza e al dolore di un altro essere umano.
Pag. 87. Non si
possono salvare gli altri se non fanno niente per salvarsi. Farsi carico
delle problematiche altrui senza che gli altri si assumano la
responsabilità della propria condizione porta allo sfinimento. Lo sanno
bene tutti quelli che operano all’interno delle cosiddette professioni
di aiuto, Per molti aspetti il religioso svolge una professione di aiuto
e …. rischia il burnout. Ne so qualcosa per esperienza. […] come
monaco, insegnante di meditazione, abate ero pronto ad ascoltare
chiunque mi sottoponeva un problema o aveva un sincero interesse per la
ricerca interiore. Ero una presenza costante soprattutto nei momenti più
difficili della comunità laica e ciò mi richiedeva molta energia. Di
fatto la lezione più importante che dovetti apprendere nei miei anni
d’impegno monacale fu non farmi fagocitare dalle continue richieste di
aiuto che mi venivano rivolte. Non sempre sono stato in grado di dire di
no. [...]
Fin da piccolo la mia indole mi ha
portato all’introspezione; mi piaceva giocare all’aperto, spesso da solo
con la terra e l’acqua. […] Volevo scendere nel profondo di me stesso.
[…] Da tempo mi ponevo delle domande del tipo “Perché siamo qui? Quale è
il senso della vita? Chi sono io ? Dio esiste? Perché tanta ingiustizia
sulla terra? […] Ero alla ricerca di Dio e ancor prima percepivo
come vitale l’incontro personale, nel profondo, con me stesso.
Pag.
89 Come tanti ragazzi a metà degli anni Settanta volevo uscire dal
sistema, immaginavo un mondo diverso e migliore. Il mio motto era
“Fermate il mondo, voglio scendere”. Erano anni di speranze, sogni e
utopie. Tuttavia non credevo nella lotta politica e tanto meno in quella
armata. Ero convinto della necessità di un cambiamento radicale, di una
vera e propria rivoluzione, non fuori di me, ma interiore. […] Non mi
interessava abbattere il sistema politico-religioso o cambiarlo, e non
cercavo una vita avventurosa, ma un modo di vita alternativo al di fuori
del sistema.
Grazie all’interesse per la musica mi avvicinai
all’India e alla sua spiritualità, e attraverso la lettura e l’amicizia
con un commilitone scoprii la saggezza del Buddha che mi indicò la via
da prendere. Diventavo sempre più consapevole che il problema
esistenziale è rinchiuso nella percezione di un nucleo solitario
irraggiungibile e che la ricerca andava fatta dentro me stesso e stanare
quel dolore esistenziale profondo.
Dopo un periodo di introspezione
e ricerca, sia come cristiano sia attraverso la scoperta del buddhismo,
sentii che era venuto il momento di fare una scelta e pensai seriamente
di abbracciare la vita religiosa. […] Avevo bisogno di un luogo dove
fermarmi per crescere nel silenzio e verso la luce. […] Per fare
questo era fondamentale trovare un posto dove ritirarmi e dove essere
aiutato nel mio viaggio interiore per scoprire i principi e le leggi
mistiche che regolano la natura e l’universo. Volevo essere me stesso,
uno spirito libero, e per farlo sapevo di dover iniziare dal disagio
legato all’identità: l’autoconoscenza sarebbe stata la premessa per un
vero risveglio spirituale. Le letture del monaco trappista Thomas Merton
mi avevano fatto sognare, e accesero in me la vocazione e il desiderio
di una vita di preghiera e di silenzio dove i monaci possono parlare
solo due volte l’anno!
Pag. 92-93. In un ristorante vegetariano
sentii parlare di un centro buddhista vicino a Oxford, dove insegnavano i
monaci della tradizione Theravada. Così all’età di 22 anni, presi una
decisione che cambiò il corso della mia vita. Andai in Inghilterra dove
incontrai Achaan Sumedho, maestro e monaco buddhista. Iniziai il periodo
di preparazione per diventare monaco e diventai novizio. Diventai così
il primo monaco buddhista occidentale, discepolo di Achaan Chah.
Quando
sentii l’esigenza di ritornare allo stato laicale, di nuovo nel mondo,
ne presi atto; ero convinto di seguire la voce di un ordine superiore:
l’amore. Prima avevo la percezione di un mondo cattivo; poi , grazie
alla maturità sviluppata in anni di pratica e di esperienza di vita
monastica, sentii che il mio compito era quello di ritornare nel mondo,
guardarlo con occhi diversi per riscoprirne l’umanità.
Capitolo - Scoprire chi siamo veramente. Pag.
165. Il frutto della pratica meditativa, a volte descritto come
realizzazione spirituale, non è l’effetto di una tecnica, bensì
l'espressione naturale della gioia di vivere, della percezione
dell'essere al di là di qualsiasi ricerca, dubbio e illusione. Per
superare il senso di separazione che caratterizza la nostra visione
della realtà dobbiamo superare l’immagine distorta frapposta dalla
nostra coscienza, ovvero la maschera, l’ego, che opera seconda la
visione dualistica dell’io/mio. […] Se entriamo in questo flusso di
energia universale viviamo in armonia e facciamo parte del tutto, liberi
da una volontà limitata e da una coscienza individualizzata.
Pag.167. Vedere le cose per quello che sono ci permetterà di riconoscere che
tutto cambia, dentro e fuori di noi, e si trasforma con il passare del
tempo.
L’accettazione di sé ci porta all’accettazione dell’altro e in
questo volersi bene nasce il fiore dell’amore. Come dice Krishnamurti:
“la fioritura dell'amore è la meditazione”. E ci dà un senso di unità.
[...]
Spesso tendiamo a guardare fuori di noi alla ricerca di un
essere perfetto, un santone, un maestro, o una maestra da seguire e
venerare, dimenticando la nostra innata capacità di introspezione.
Dovremmo vivere la nostra vita con fiducia, forza e coraggio, infinita
pazienza e compassione, con saggezza e amore senza cercare miti e
modelli da seguire alla cieca.
Pag.169. La felicità che tanto
cerchiamo all’esterno è dentro di noi. Ma dove? Chiederete.
Personalmente l’ho tanto cercata per diversi anni, finché ho compreso
che non si trattava di cercarla bensì di trovarla.
Pag. 173. Il
percorso meditativo coinvolge quindi più piani e dimensioni, fino alla
realizzazione della gioia, fino all’identificazione con " l’Io Sono ", con
la divinità, risvegliandoci alla consapevolezza della sua presenza. Noi
siamo questa realtà ultima, noi siamo Dio! E’ il caso di ricordarlo,
soprattutto nei momenti di sconforto.
Osservatevi. A volte c’è la
felicità, a volte c’è la sofferenza, a volte il piacere, a volte il
dolore, a volte l’amore, a volte l’odio… Questo è il Dhamma da
conoscere, dovete indagare la vostra esperienza.
Rifletto spesso sul
fatto che per noi un cammino ha sempre una meta. Tuttavia, una delle
mie grandi lezioni nella vita è stata “Non cercare, trova! Ovunque tu
vada, ci sei già”.
Pag. 174. Siamo tutti scalatori … abbiamo sempre
bisogno di una scala. Una persona illuminata non è qualcuno che ha
raggiunto l’ultimo gradino di una scala: L'illuminazione è smettere di
salire o scendere una scala, è un ritornare ad essere naturali. La
pratica è vita. Per questo ringrazio tutti coloro che mi hanno aiutato
ad andare avanti con fiducia trasformando l’attaccamento in generosità,
la paura in umiltà, l’ignoranza in saggezza, la tristezza in gioia di
vivere e di amare.
Capitolo - Un dialogo con l’autore. La sofferenza modifica il rapporto dell’individuo con se stesso.
Pag.
176-177. Nel Mahayana il praticante viene sollecitato alla riflessione
continua sulla relazione ”La forma è vuoto, il vuoto è forma; la forma è
forma, il vuoto è vuoto”. E’ un richiamo sul quale occorre riflettere
un po’ più a lungo; l’approccio olistico, che considera l’individuo come
un’unità, si sta diffondendo anche nella tradizione medica occidentale,
non con poche difficoltà e confusioni. Nell’ambiente medico sono sempre
più diffusi gli approcci olistici nei quali l’individuo non è più visto
in termini di parti staccate, separate. Anche la medicina si sta
avvicinando a una concezione di inter-relazione e interdipendenza. Inizia
a considerare l’essere umano come “intero”.
E’ davvero possibile
contattare un livello di coscienza superiore in cui osserviamo l’evento;
a livello terapeutico, un passo fondamentale per entrare
consapevolmente nel processo di guarigione è quello di acquisire la
posizione del testimone.
E’ la dimensione dell’osservazione; non
sono più legato al turbamento psicologico che è proprio della coscienza
in balia del mio malessere, ma sono al di là dell’evento e quindi posso
osservarlo. Questa posizione di neutralità, o meglio di equanimità,
permette di cambiare l’evento stesso e di essere parte attiva nel
percorso di guarigione.
Il rapporto avuto con i medici e la malattia. Sarò eternamente
grato ai medici per il loro intervento; mi è però rimasta nella memoria
la solitudine che era dovuta al loro non riguardo, alla loro non
attenzione, alla loro non presenza. Mi sono sentito curato e accolto sul
piano medico, ma ignorato sul piano umano. Secondo me è importante
allenare la capacità di mantenersi contemporaneamente lucidi in quanto
professionisti ed essere profondamente umani. L’empatia è un modo
bellissimo per far sentire l’altro speciale.
Una delle cause di disagio sociale dell’Occidente è proprio la disgregazione del nucleo familiare, l’assenza della famiglia nel percorso di crescita, di guarigione, di vita.
Pag. 185. Le difficoltà
vanno affrontate con una nuova visione olistica, che non è quella della
separazione e della contrapposizione, ma quella dei valori spirituali
dell’universalità, della compassione, dell’amore, della
compartecipazione, della comprensione e dell’accettazione dell’altro.
Confesso di essere stato anch’io vittima di un approccio sbagliato ai
paradigmi sociali e spirituali, cosa che mi ha fatto sentire inferiore a
chi consideravo più dotto, più intelligente, più perfetto e illuminato
di me. Ero alla continua ricerca di una guida spirituale, di un leader
idealizzato, di qualcuno che risolvesse tutti i problemi e che fosse in
grado di dirmi cosa è il bene e cos'è il male, quale è la cosa giusta da
fare, ecc. Ciò non aiuta alla nostra evoluzione interiore.
Come
dice Jiddu Krishnamurti "Voi credete nei salvatori, ma è proprio da loro
che dovete salvarvi. Vi dovete redimere dall'idea che qualcuno possa
venire a redimervi".
In altre parole, si tratta di essere umili,
fiduciosi e onesti con se stessi, di vivere semplicemente la propria
vita facendo quello che deve essere fatto senza cercare riconoscimenti e
successo, e superando la paura di fallire.