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giovedì 6 agosto 2026

Il Buddhismo in America

Dopo il grande Parlamento delle Religioni a Chicago nel 1893 il Buddhismo e l’Induismo iniziarono a essere più conosciuti in America.  E ancora prima ci fu il movimento trascendentalista con Ralph Waldo Emerson e Walt Whitman: intellettuali di questo tipo stavano già introducendo idee buddhiste. Il grande traduttore britannico Sir William Jones, all’epoca della fondazione dell’America, portò scritti in sanscrito dall’India. Era ben noto a Benjamin Franklin e a personalità simili.

L’ondata più recente è stata quella successiva alla Seconda Guerra Mondiale. È coincisa con la fine dell’imperialismo, nel senso del dissolvimento degli imperi europei. Culture diverse hanno iniziato a conoscersi reciprocamente. 

I maestri buddhisti hanno cominciato a giungere qui come rifugiati.  Maestri buddhisti dal Giappone sono arrivati negli USA subito dopo che il governo americano ha bombardato Hiroshima e Nagasaki; il maestro Zen vietnamita Thich Nhat Hanh è venuto negli Stati Uniti dopo che il suo Paese veniva bombardato dagli USA; e i maestri tibetani sono giunti in Occidente dopo l’invasione cinese del Tibet.

Negli anni ’60, negli USA c’è stata un’alba di risveglio: si è presa maggiore consapevolezza del movimento per i diritti civili, del genocidio dei nativi americani, del genocidio degli afroamericani e della continua sottomissione delle persone in modi indiretti, della loro ghettizzazione e così via.  C’è stato un movimento di consapevolezza delle donne, delle persone di altre razze e culture e dell'assurdità del militarismo!

Il Buddhismo si è diffuso in America come un movimento educativo, etico, scientifico e solo marginalmente, come un movimento religioso.  Il  Dalai Lama, ripete spesso: “Questo è un momento della storia in cui dobbiamo abbandonare l’idea di convertirci a vicenda. Possiamo abbandonare l’idea che la nostra ideologia sia superiore a quella di qualcun altro”. Lo sciovinismo ideologico e religioso è troppo pericoloso nel mondo moderno. 

I principali e più importanti monasteri buddhisti negli Stati Uniti sono i seguenti:

  • 1. La Città dei Dieci Mila Buddha nata nel 1974 in California della tradizione Zen. Fondato dal venerabile maestro Hsuan Hua, è il più grande monastero buddhista degli Stati Uniti e dell'intero emisfero occidentale. Si estende su centinaia di ettari e include scuole, una sala centrale con 10.000 statue di Buddha e un'importante comunità monastica sia asiatica che occidentale.
  • 2. Tempio Hsi Lai nato nel 1988 a Los Angeles in California della tradizione del Buddhismo Cinese Mahayana (Ordine Fo Guang Shan). 
  • 3. Monastero Zen di Tassajara nato nel 1967 in California della tradizione  Zen Sōtō. Fondato dal celebre maestro Shunryu Suzuki (autore del classico "Mente zen, mente di principiante"), è in assoluto il primo monastero d'addestramento Zen ad essere stato stabilito fuori dall'Asia. 
  • 4. Monastero Lamaista d'America nato nel 1958 nel New Jersey della tradizione del Buddhismo Tibetano (Scuola Gelug). Fondato da Geshe Ngawang Wangyal è storicamente il primo monastero buddhista tibetano ad essere stato fondato negli Stati Uniti. Ha avuto un impatto enorme nel far conoscere il buddhismo tibetano a famosi accademici e traduttori occidentali.
  • 5. Monastero di Karma Triyana Dharmachakra nato nel 1976 a Woodstock (New York) della tradizione: Buddhismo Tibetano (Scuola Karma Kagyu). Costituisce la sede nordamericana ufficiale di Sua Santità il Gyalwang Karmapa. È abbarbicato sulle montagne dello Stato di New York ed è un punto di riferimento fondamentale per lo studio e i ritiri tradizionali.
  • 6. Monastero Buddhista di Abhayagiri nato 1996 in California della tradizione Buddhismo Theravāda. È il primo monastero negli Stati Uniti associato alla rinomata Tradizione della Foresta tailandese di Ajahn Chah. Mantiene uno stile di vita monastico estremamente rigoroso e legato alla meditazione nella natura selvaggia, basandosi unicamente sulle donazioni spontanee dei laici.
  • 7. Abbazia di Sravasti nata nel 2003 a Newport (Washington) della tradizione: Buddhismo Tibetano. È una delle prime comunità monastiche negli USA in cui monaci e monache occidentali (sotto la guida della monaca Venerabile Thubten Chodron) si addestrano insieme, ponendo un forte accento sull'uguaglianza di genere e sulla traduzione delle pratiche in lingua inglese. 

In America si sta cercando di instaurare un dialogo tra monaci cattolici e buddhisti. Il Buddhismo e il Cristianesimo, che rappresentano i due più grandi sistemi monastici in America e nel mondo, dovrebbero cercare di collaborare e comprendere, in modo non dogmatico e non confessionale, che la fede in Dio o nel Buddha sia semplicemente uno strumento della forza dell’amore universale.

La società militarista-industriale-corporativa sta distruggendo la Terra, distruggendo la società e rendendo le persone più infelici che felici. Le cose cambieranno quando questo modello sarà completamente screditato, quando capiremo quanto sia distruttivo per quasi tutti, persino per le persone facoltose.   

Oggi,  il sistema educativo non fornisce alcuna capacità di gestire le proprie emozioni, di controllare i propri fanatismi ideologici, imparare a gestire una visione del mondo negativa e le emozioni distruttive. Attraverso i centri buddhisti si potrebbe provare a sviluppare una mente positiva e comprendere realmente come funziona la propria psicologia e quindi di assicurarsi una vita felice e produttiva.  

mercoledì 5 agosto 2026

Le maitre du dharma - Dilgo Khyentse Rinpoche

 Il film Le maitre du dharma (Il maestro del Dharma) prodotto e realizzato da Neten Chokling, con la narrazione Matthieu Ricard, parla di Dilgo Khyentse Rinpoche. 
Vedi link: https://www.youtube.com/watch?v=9WCxqmuzf9k 
 
Dilgo Khyentse Rinpoche (1910-1991) è stato uno dei più importanti maestri spirituali, studiosi e poeti del Buddismo Tibetano nel XX secolo. Maestro anche del Dalai Lama, è considerato un pilastro fondamentale per la preservazione degli insegnamenti tradizionali dopo l'esilio dal Tibet. Ha promosso lo studio e la pratica di tutti i lignaggi principali del buddismo tibetano, senza distinzioni o barriere. Ha salvato e pubblicato oltre 300 volumi di testi buddhisti e ha scritto oltre 25 volumi di commentari e poesie, garantendo la sopravvivenza di conoscenze che rischiavano di andare perdute.  Dopo essere fuggito dal Tibet, ha stabilito la sua sede principale in Nepal (nei pressi dello stupa di Boudhanath), diventando al contempo il consigliere spirituale della famiglia reale del Bhutan.   

Matthieu Ricard, attraverso i suoi scritti e le sue fotografie, ha fatto conoscere gli insegnamenti di questi saggi e di altri grandi maestri tibetani in tutto il mondo.
I suoi maestri principali che hanno plasmato il suo percorso sono stati :
    Kangyur Rinpoche: È stato il suo primo maestro Kangyur Rinpoche, incontrato in India nel 1967. Ha rappresentato per Ricard il modello vivente di saggezza e compassione, spingendolo a trasferirsi definitivamente sull'Himalaya. 

    Dilgo Khyentse Rinpoche: È stato il suo maestro principale e guida spirituale. Ricard è stato il suo assistente personale per ben 14 anni, viaggiando con lui in Tibet, Bhutan, India e Nepal. Ha immortalato questo grande maestro in The Spirit of Tibet e ne ha curato gli insegnamenti. 
A partire dal 1989, Matthieu Ricard è diventato l'interprete ufficiale in lingua francese del XIV Dalai Lama. Insieme al Dalai Lama e ad altri scienziati, ha partecipato agli studi del Mind and Life Institute sugli effetti della meditazione sul cervello. Ricard ha anche scritto saggi su altri importanti maestri e figure storiche del buddhismo tibetano, come il celebre Vagabondo Illuminato dedicato a Patrul Rinpoche.
 
La reincarnazione di Dilgo Khyentse Rinpoche si chiama Dilgo Khyentse Yangsi Rinpoche. Riconosciuto ufficialmente da Sua Santità il XIV Dalai Lama, è nato in Nepal il 30 giugno 1993.I dettagli chiave del suo lignaggio includono:Riconoscimento: Fu identificato da Trulshik Rinpoche attraverso sogni e visioni, poi confermato dal Dalai Lama. Il suo nome di nascita è Ugyen Tenzin Jigme Lhundrup.Educazione: È cresciuto ed è stato educato in Bhutan, sotto la guida di Shechen Rabjam Rinpoche, il nipote di Dilgo Khyentse Rinpoche. Attualmente, è un insegnante itinerante che viaggia tenendo insegnamenti e diffondendo la tradizione buddista. Da inizio 2025, non è più affiliato al Monastero di Shechen (Kathmandu), il centro fondato dal suo predecessore. 

Foto di Matthieu Ricard nel periodo che era discepolo di Dilgo Khyentse Rinpoche

martedì 4 agosto 2026

Il tantra buddhista

Possano tutti gli esseri venire a godere della vera felicità della Buddhità!

I Tantra sono insegnamenti del Buddha stesso e occupano una posizione preminente nella dottrina buddhista. Fin dall'inizio sono stati trasmessi in modo segreto e selettivo, perché la loro comprensione corretta richiede sempre la trasmissione orale di un maestro qualificato: senza tali spiegazioni possono essere facilmente fraintesi in modi dannosi.

Nella tradizione tibetana, la parola Tantra (rgyud) designa propriamente una classe specifica di scritture (Kriyā-, Caryā-, Yoga- e Anuttārayoga-Tantra, come lo Hevajra-Tantra o il Kālachakra-Tantra), non l'intero sistema di pratica e teoria — per il quale si usano invece i termini Mantrayāna ("Veicolo Mantra") e Vajrayāna ("Veicolo Adamantino").

Il buddismo tantrico, noto anche come Vajrayāna o Mantrayāna, è un movimento spirituale nato in India nel VII secolo all'interno del sentiero Mahāyāna.Origini e SignificatoDefinizione: La parola sanscrita tantra significa "continuum" o "trama" (come l'ordito di un telaio), inteso come il flusso in interrotto della mente e dell'esperienza.Contesto: Si è sviluppato in India integrando elementi rituali ed esoterici panindiani per offrire un metodo di risveglio spirituale più rapido ed efficiente.

Diffusione: Oggi sopravvive principalmente attraverso il Buddhismo Tibetano, che ha preservato i testi e le tradizioni tantriche.Caratteristiche della PraticaGuida del Maestro: La pratica richiede l'iniziazione e la supervisione diretta di un guru o maestro qualificato per evitare errori nell'uso delle energie interiori.Metodi Rapidi: Utilizza tecniche avanzate come la recitazione di Mantra, la visualizzazione di Mandala e lo yoga delle divinità per trasformare le passioni e le illusioni in saggezza.Simbolismo e Corpo: Il corpo non è visto come una prigione, ma come il tempio in cui realizzare l'illuminazione e l'unità di saggezza e compassione.Se vuoi approfondire, posso spiegarti:La suddivisione dei quattro livelli del Tantra (Kriya, Carya, Yoga, Anuttarayoga). 

Il significato di "continuum". In senso tecnico, Tantra significa "continuum": la propria mente, come Saggezza non duale (jñāna), scorre ininterrottamente dal tempo senza inizio fino alla Buddhità. Questo continuum ha tre fasi: il continuum causale (gli esseri ordinari nel samsāra, come un seme in un contenitore), il continuum impegnato nel metodo (chi pratica per la liberazione, come l'acqua che fa crescere la pianta) e il continuum risultante (chi ha raggiunto il frutto ultimo, come il fiore maturo).

Il posto del Tantra nel buddhismo. Gli insegnamenti del Buddha si dividono in Śravakayāna (incluso l'attuale Theravāda), orientato alla liberazione individuale, e Mahāyāna, che persegue l'ideale del Bodhisattva al servizio di tutti gli esseri. Il Mahāyāna comprende a sua volta il Pāramitāyāna ("veicolo causale", fondato sulla coltivazione delle perfezioni) e il Mantrayāna ("veicolo risultante"), che nella pratica anticipa già la Saggezza dell'Illuminazione.

La meta e il percorso. L'obiettivo di entrambi i rami del Mahāyāna è la Buddhità: comprensione totale della realtà, beatitudine libera da impurità, eliminazione degli oscuramenti (afflizioni, ignoranza, ostacoli meditativi). Esistono percorsi "inferiori" — dottrine non buddhiste, o veicoli come lo Śravakayāna che portano solo alla liberazione individuale — e il percorso straordinario del Mahāyāna, superiore per quattro ragioni: rimuove meglio la sofferenza, è libero dall'attaccamento all'esistenza ciclica, è esso stesso il veicolo della Buddhità, e insegna vacuità e compassione come non-duali.

Due modi di rapportarsi ai sensi. La differenza sostanziale tra Pāramitāyāna e Mantrayāna riguarda l'atteggiamento verso gli oggetti sensoriali. Il primo mira a eliminarne l'attaccamento tramite disciplina, studio e meditazione — coltivando antidoti come l'amore contro la rabbia — fino a comprenderne, a livello ultimo, la mancanza di esistenza autosufficiente. Il Mantrayāna, pur partendo dalla stessa base morale, non li rifiuta: per chi possiede "mezzi abili" essi diventano strumenti di liberazione, come il fuoco, pericoloso se incontrollato ma prezioso se ben usato. Non sono gli oggetti in sé a incatenare, ma i pensieri concettuali errati costruiti su di essi.

Perché il Vajrayāna è considerato superiore. Non per una visione ultima diversa — resta identica a quella Mādhyamika, la vacuità priva di ogni elaborazione concettuale (Niṣprapañca) — ma per l'efficacia dei metodi: chi ha facoltà superiori può raggiungere il Risveglio in una sola vita, altri nel Bardo, altri ancora entro sette-sedici vite, tempi incomparabilmente più brevi dei tre eoni richiesti dal Pāramitāyāna.

I prerequisiti della pratica. Occorre anzitutto un Guru qualificato, che abbia ricevuto lui stesso iniziazioni e realizzazioni, con cui si abbia una connessione karmica: senza un maestro non si ottiene alcun risultato dal solo studio dei testi, poiché il Guru è "la radice e la fonte di tutti i siddhi". Il discepolo, dal canto suo, deve possedere fede, compassione e Bodhicitta, ed essere esaminato dal maestro prima di ricevere l'iniziazione. È necessario il Wangkur (empowerment), che trasmette il permesso di praticare all'interno di un lignaggio ininterrotto dal Buddha Śākyamuni. Segue l'osservanza di voti prevalentemente mentali — spesso più esigenti di quelli monastici — insieme allo studio delle visualizzazioni e degli yoga specifici.

Tantra buddhista e tantra indù. Pur condividendo alcuni elementi metodologici con il tantra induista, il Tantra buddhista se ne distingue per fondamenti e finalità: presuppone il rifugio nelle Tre Gioie (Buddha, Dharma, Sangha), la comprensione della vacuità e la coltivazione di Bodhicitta — la determinazione di raggiungere l'Illuminazione per il bene di tutti gli esseri. La condivisione di alcune pratiche non ne inficia l'appartenenza buddhista, così come condividere generosità e moralità con altre tradizioni non renderebbe meno buddhiste queste virtù.

Conclusione. Lo studio del Tantra ha valore solo se accompagnato dalla pratica sotto la guida di un maestro autentico: solo così è possibile progredire rapidamente verso il Risveglio, a beneficio di tutti gli esseri.

Vajrayana: tra decostruzione psicologica e radicalismo spirituale

Il rapporto tra il Buddhismo Vajrayana e la mentalità occidentale è un terreno di continui fraintendimenti. Due prospettive, complementari e radicali a modo loro, aiutano a chiarirlo: quella dello psicoterapeuta Rob Preece, che analizza i meccanismi psicologici che distorcono la pratica in Occidente, e quella di un insegnamento più diretto e provocatorio, che mette in discussione le fondamenta stesse del pensiero occidentale necessarie per avvicinarsi al Tantra.

Rob Preece ( nato nel 1951), psicoterapeuta transpersonale e praticante di lunga data del Buddhismo tibetano, incontra il Dharma nel 1973 a Kathmandu diventando discepolo di Lama Thubten Yeshe e Lama Zopa Rinpoce. Dopo un lungo periodo in ritiro sulle montagne di Dharamsala, dove riceve trasmissioni dal XIV Dalai Lama e da altri maestri del lignaggio, intraprende dal 1986 una formazione junghiana. Da questa doppia radice — buddhista e psicoanalitica — nasce un'opera (La psicologia del tantra buddhista, Prepararsi al tantra, Tasting the Essence of Tantra, tra gli altri) che individua dieci grandi equivoci in cui la psiche occidentale tende a cadere nell'incontro con il Vajrayana.

1. Il Vajrayana come scorciatoia. Molti occidentali, attratti dalla promessa di un'illuminazione "in questa vita", trattano le pratiche preliminari (ngöndro) come un dazio noioso da superare in fretta. Preece corregge: queste pratiche "non sono un ostacolo da superare per arrivare da qualche altra parte", ma il mezzo per preparare il "vaso" (richiamando l'alchimia junghiana) che dovrà contenere le energie più intense delle pratiche avanzate. Un vaso fragile, sottoposto a tali energie, va in pezzi.

2. La patologia spirituale. È la tendenza a usare meditazione e dottrina come barriera difensiva contro le proprie ferite, ciò che la psicologia chiama spiritual bypassing. Preece cita Milarepa: "È facile meditare sul cielo, ma non è così facile meditare sulle nubi" — il cielo è la vacuità rassicurante in cui ci si rifugia, le nubi sono le emozioni disturbanti che, se solo soffocate, si nascondono nell'Ombra continuando ad agire in modo latente.

3. La pratica "nella testa". Nonostante il Vajrayana sia una via profondamente incarnata — che lavora sul corpo energetico fatto di canali (nāḍī), venti (prāṇa) e gocce (bindu) — gli occidentali tendono a restare dissociati dal corpo, memorizzando rituali e filosofie senza radicamento sensoriale. Preece propone la metafora del lung ta ("cavallo-vento"): si prova a guidare un cavallo paralizzato urlando comandi mentali dalla sella, anziché lasciarsi toccare fisicamente — tramite prostrazioni, contatto con la natura — per sciogliere il blocco.

4. Le divinità come dèi. La mente occidentale si polarizza tra l'equivoco devozionale (lo yidam come divinità esterna a cui chiedere favori) e la riduzione razionalistica (una mera tecnica di visualizzazione). Preece propone una via di mezzo: la divinità è una "finestra" che sorge dall'interno, come manifestazione della natura chiara della mente — un "fermento alchemico", come una coltura che trasforma il latte in yogurt, che risveglia gradualmente il potenziale primordiale di chi pratica.

5. Il sesso tantrico. La cultura new-age ha ridotto il termine "tantra" a sinonimo di sessualità esotica. Nelle classi più elevate del Tantra, invece, l'unione sessuale (Yab-Yum) rappresenta l'integrazione alchemica interna tra maschile (compassione, mezzi abili) e femminile (saggezza della vacuità) — nei termini junghiani di Preece, l'unione di animus e anima (Daka e Dakini). Ridurla a tecnica erotica alimenta l'ego anziché scioglierlo.

6. La guida spirituale: proiezione e dipendenza. Chi pratica in Occidente, spesso privo di un centro emotivo stabile, proietta sulla guida spirituale l'immagine del "genitore ideale". Preece, ricordando la propria esperienza giovanile, denuncia come questa sottomissione acritica — rafforzata da letture letterali che minacciano rinascite infernali per chi dubita — apra la porta ad abusi, giustificati talvolta come manifestazioni di una misteriosa "folle saggezza". Una relazione matura, invece, vive la guida come uno specchio temporaneo, con confini etici chiari e discernimento sempre vigile, fino al riconoscimento del "guru segreto" che è la natura della propria mente.

7. L'Ombra ignorata: le divinità irate. Figure come Mahākāla o Vajrabhairava non sono demoni esterni, ma la personificazione di energie emotive rimosse (rabbia, orgoglio, gelosia) nella loro purezza originaria. Gli occidentali le rifiutano relazionandosi solo con divinità pacifiche, oppure le spettacolarizzano esteticamente. Il Tantra, invece, chiede di "cuocere" questi veleni mentali nel vaso della meditazione, rivelandone l'energia pura — la Saggezza Specchiante.

8. Tradizione contro psiche: il trapianto culturale. Il Vajrayana nasce in una cultura himalayana animistica. L'errore è duplice: imitare pedissequamente questa cosmologia esterna, oppure igienizzarla riducendola a psicoterapia da salotto. Per Preece, il Tantra va liberato da ciò che è accidentale rispetto alla trasformazione, senza però svuotarlo della sua dimensione transpersonale.

9. La perfezione come ostacolo. Nella visualizzazione di sé come yidam (devatāhambhāva), l'errore è duplice: il perfezionismo spirituale (sopprimere ogni traccia di debolezza umana) o il nichilismo psicologico (le proprie nevrosi non contano perché "si è la divinità"). Preece ricorda che l'identità divina non cancella la parte umana ma la trasfigura: l'accettazione dell'imperfezione è fondamentale per la salute psicologica e spirituale.

10. La fretta e il mercato spirituale. Le iniziazioni tantriche elevate vengono oggi offerte a platee di centinaia di persone prive delle basi minime. Si confonde l'aver ricevuto un seme con l'aver fatto fiorire la pianta, alimentando una sottile "inflazione spirituale".

Le quattro fasi del cammino. Preece traduce il percorso tantrico in termini psicologici: l'apprendistato alchemico (stabilizzazione del terreno psicologico, esplorazione delle ferite infantili), il vaso alchemico (contenimento dell'Ombra e delle emozioni irrisolte), le pratiche nel vaso (visualizzazione dello yidam e del Mandala come fermento di trasmutazione) e il completamento dell'opera (l'integrazione vissuta nella quotidianità, nelle relazioni e nella creatività). L'opera di Preece non intende diluire il Vajrayana né ridurlo a psicoterapia, ma riconoscere che le asimmetrie del trapianto culturale, se ignorate, si rifugiano nell'inconscio distorcendo la pratica dall'interno.

Analizzare ogni cosa, incluso il dubbio stesso. Il Buddha ha sempre insegnato ad analizzare continuamente ogni cosa — il bene, il male, la moralità, persino l'idea che si ha del proprio guru — finché anche la nozione stessa di analisi non raggiunga i limiti del proprio pregiudizio. Il Pramana (logica buddhista) e il Madhyamika offrono gli strumenti per decostruire ogni visione possibile. Si impara a dubitare, poi a dubitare del dubbio stesso, fino a sperimentare l'alba di ciò che i buddhisti chiamano devozione. Dubbio e credenza sono le due facce della stessa medaglia — come acqua calda e chicchi di caffè, nessuno dei due basta da solo. Un'immagine classica paragona il percorso all'affilatura di un coltello: il processo consuma sia la cote sia la lama, e allo stesso modo il Vajrayana insegna a consumare sia i problemi sia le soluzioni — conservarne anche una sola come souvenir la trasforma quasi subito in un nuovo problema.

Le condizioni per accostarsi al Vajrayana. Chi non è disposto a decostruire il proprio stesso sistema analitico — inclusa la fiducia riposta nelle "prove", che sono comunque il prodotto di una mente che si è già fatta un'opinione — non è pronto per il Vajrayana. Chi crede nel tempo non come verità relativa ma come realtà ultima, con un inizio e una fine assoluti (Genesi e Armageddon), non è pronto nemmeno per lo Shravakayana: nessun veicolo buddhista crede in una causa ultima. Chi pensa che il Buddha fosse solo un uomo storico nato a Lumbini e che la storia finisca lì, o chi non riesce ad accettare che il bindu sia il Buddha, o che la propria comune coscienza in questo istante sia il Buddha, non è pronto per il Vajrayana — perché il frutto del cammino non è che lo stato già vissuto in questo preciso momento, non un traguardo raggiungibile solo dopo eoni di procedure.

Lo scarto tra culture "storico-centriche" e culture del presente. Chi deride miti e leggende collocandoli tra le fiabe superate dai fatti storici non è pronto per il Vajrayana. Le culture plasmate dalle religioni abramitiche guardano costantemente alla propria storia condivisa; comunicare con chi vive tutto nell'istante presente è arduo quanto una conversazione tra un cane e un gatto. Allo stesso modo, chi appartiene a una cultura con una visione negativa del sesso non può facilmente accettare che il sesso sia anche un sentiero. Chi ha bisogno di definizioni nette, di dividere il mondo in problemi e soluzioni, in buoni e cattivi, non è pronto: il Vajrayana rifiuta ogni separazione tra soluzione e problema, proprio come l'omeopatia usa il veleno stesso per curare la malattia da esso causata.

Un sistema che non è mai stato di massa. Tenuto segreto per secoli e riservato a pochi, il Vajrayana resta strutturalmente inaccettabile per i pensatori più convenzionali — ed è proprio la sua esclusività a renderlo facile bersaglio nel tribunale dell'opinione pubblica quando viene esposto pubblicamente da lama divenuti popolari. Chi non riesce ad accettare che le proprie imperfezioni siano illusorie e rimovibili, e che la propria vera natura sia già una divinità di compassione e saggezza, non è pronto. Chi teme le polemiche e si piega alle aspettative sociali, così come chi cerca il conflitto per principio, non è pronto. E chi riesce a provare compassione per un bambino malnutrito ma non per una figura che disprezza politicamente, non è pronto nemmeno per il sentiero Mahāyāna del bodhisattva.

Il paradosso della non-dogmaticità. Pochi percorsi spirituali sono meno dogmatici del Buddhismo, eppure proprio per questo il Vajrayana risulta troppo radicale per una mentalità abituata a ragione e logica. Una favola indù racconta che Parvati chiese a Shiva di insegnarle il tantra; egli acconsentì a una condizione: l'insegnamento sarebbe stato impartito solo nell'unione, perché gli insegnamenti tantrici si possono ascoltare veramente solo essendo profondamente innamorati — così come l'innamoramento fa crollare anche la logica più rigorosa dello scienziato più scettico. Il Vajrayana cerca di trascendere tanto il razionale quanto l'irrazionale. E a chi si sente scoraggiato da queste condizioni resta una consolazione: si dice che lo stesso Vajradhara abbia affermato che se anche solo per un nano-secondo chi vive di ragione e prove viene attratto da questo sentiero, ciò basta a rivelare una connessione autentica con esso — ed è sufficiente per avere tutte le qualifiche necessarie a intraprenderlo.

Robert Thurman

Tenzin Robert Alexander Farrar Thurman (1941–2026), il padre di Uma, è stato un saggista, orientalista e monaco buddhista statunitense, che ha scritto, curato e tradotto numerosi libri sul buddhismo tibetano. Nato a New York, la sua vita ha svoltato radicalmente nei primi anni Sessanta quando, in India, ha incontrato Sua Santità il XIV Dalai Lama, diventando nel 1965 il primo cittadino americano a ricevere l'ordinazione monastica nella tradizione tibetana. 

 

Dopo essere tornato alla vita laica per proseguire gli studi, ha conseguito un dottorato di ricerca presso l'Università di Harvard. Per trent'anni ha ricoperto la cattedra Jey Tsong Khapa in Studi Buddhisti Indo-Tibetani alla Columbia University, coniugando un rigoroso approccio filologico alla divulgazione accessibile. Co-fondatore e presidente della Tibet House US, ha dedicato la sua esistenza alla tutela della cultura tibetana e alla traduzione di testi cardine del canone buddhista. Ha avuto una lunga e stretta amicizia con il Dalai Lama

Autore di opere fondamentali come Rivoluzione interiore, Thurman ha ridefinito il concetto di spiritualità introducendo la nozione di "realismo impegnato", una visione in cui la trasformazione della coscienza si traduce in attivismo sociale e pacifismo radicale. La sua straordinaria capacità di unire il dibattito accademico alla pratica etica e alla politica del risveglio [bodhi] lo ha reso una figura insostituibile nel panorama culturale contemporaneo. 

Alcune sue considerazioni sul buddhismo prese dall'intervista con John Malkin, giornalista, musicista e attivista per il cambiamento sociale.

In Tibet ho incontrato una filosofia che è a tutti gli effetti una scienza interiore volta a comprendere se stessi e il mondo. Si fonda sull’uso della facoltà critica e del dubbio, sulla meditazione applicata a noi stessi e sullo sviluppo di una concentrazione sempre più stabile e forte con cui porsi degli interrogativi e ragionare.

Oggi definisco il Buddhismo come un “realismo impegnato”. Il Buddhismo permette di sollevare i veli, superare i condizionamenti illusori e i miti tradizionali per vedere la realtà così com’è e per vedere la realtà del proprio sé per ciò che è. E più si diventa realistici nei confronti della realtà, più ci si rende conto di possedere l’energia e la condizione necessarie per essere felici. In questo caso, persino la morte non turba la propria felicità, perché si dispone di una continuità energetica di amore, beatitudine, compassione e saggezza, in qualsiasi corpo ci si trovi.

Scoprendo il Buddhismo ho trovato una rivoluzione della coscienza che ritengo essere la più importante delle rivoluzioni. Si tratta però di una rivoluzione “fredda”, che purtroppo richiede molto tempo. Si tramanda di generazione in generazione. E ora stiamo entrando in un momento della storia in cui questa rivoluzione deve giungere a una sorta di conclusione positiva. È un periodo di grande confusione, in cui sembra che tutto stia andando completamente a rotoli, come se fossimo sull’orlo del giorno del giudizio. Sotto la superficie, tuttavia, nella consapevolezza, potrebbero esserci i semi o persino le fioriture di un nuovo modo di abitare il pianeta.
Oggi, riguardo al rapporto tra cambiamento interiore e cambiamento sociale, direi che il cambiamento interiore ha la priorità ed è la cosa più importante. Attraverso l’educazione, questo cambiamento interiore può diventare un movimento di massa, come è già accaduto in molti altri Paesi.

Teoricamente, in quella che i buddhisti chiamano una “terra pura” [buddhakṣetra], dove ogni essere è risvegliato, si avrebbe naturalmente un anarchismo nonviolento, nel senso che non ci sarebbe bisogno di alcuna protezione poiché non vi sarebbero persone violente. 

L’idea che l’individuo si adoperi per il massimo bene comune rappresenta il compimento della fioritura individuale. Le persone che non ne sono ancora capaci dovrebbero coltivare una fioritura interiore, in modo da non forzarsi all’altruismo nei modi tipici di un martire. Una società veramente individualista crea una collettività sana. 

Uno dei problemi che abbiamo oggi in Occidente è che possediamo un’immagine trionfalistica di noi stessi. Pensiamo di essere la più grande società mai esistita sul pianeta! E rimuoviamo il fatto di aver commesso genocidi nei confronti di molti altri popoli. La violenza genera sempre altra violenza. Il Buddha e Gesù lo hanno detto. Persino Maometto lo ha affermato, quando non era impegnato a difendersi. Lo hanno detto tutti, ma noi non ascoltiamo.

Testi: 

  • Rivoluzione interiore. Una politica dell’illuminazione. Testo cardine in cui l’autore sviluppa il concetto di “politica del risveglio” e analizza la transizione storica del Tibet da impero militarista a società a centralità monastica.
  • Jinpa, Thubten (2002). Studio fondamentale per comprendere il funzionamento della logica e del dubbio metodologico nella tradizione Gelug, citato da Thurman come base della “scienza interiore”.
  • Dalai Lama, Tenzin Gyatso (1990). Freedom in Exile: The Autobiography of His Holiness the Dalai Lama. New York: HarperCollins.

lunedì 11 maggio 2026

La banalità del bene

"La tecnologia ci informa in un minuto su tutto quello che sta accadendo nel mondo come atrocità, i giornalisti, avidi di sensazionalismo, ci inondano di immagini violente e barbariche. Purtroppo i media non menzionano (o raramente) ciò che c'è di bello, buono e semplice nel mondo, né vicino casa nostra.
    Penso che bisogna ridare speranza e un'immagine più giusta della natura umana. Una persona ventenne, in Europa, ha visto più di 40.000 immagini di morti violente sui media.
    La tecnologia ci rende consapevoli di tutto. C'è un'overdose di immagini aberranti e di barbarie. Questa fenomenale distorsione ci porta all'idea del "mondo cattivo". L'uomo sarebbe cattivo. Il mondo un pozzo di violenza.
  In realtà, la violenza non smette di diminuire da cinque secoli. La maggior parte delle volte, la stragrande maggioranza dei sette miliardi di esseri umani si comporta decentemente l'uno verso l'altro. Dimentichiamo la banalità del bene.
" - Matthieu Ricard 

 

Biologo molecolare, Matthieu Ricard è anche membro attivo dell'Istituto Mind and Life, associazione che cerca di approfondire la comprensione scientifica di come funziona la mente al fine di ridurre le sofferenze interne.
 Partecipa a progetti di ricerca sugli effetti dell'allenamento mentale, anche sulla neuroplasticità cerebrale, l'equilibrio emotivo e l'invecchiamento, con un accento sulle meditazioni sulla compassione, che hanno reso particolarmente chiaro le differenze tra empatia e compassione. Ha anche co-firmato molte pubblicazioni scientifiche.
 Infatti, una verità fondamentale viene spesso trascurata: la maggior parte degli esseri umani vive, agisce e interagisce con gentilezza, discrezione e decenza, ma questo non fa i titoli per i giornali.
 I media tradizionali e digitali hanno infatti un'attrazione per ciò che è raro, spettacolare o scioccante.

Non è una novità: una catastrofe attira l'attenzione, mentre un ordinario atto di solidarietà passa inosservato. Questo crea una distorsione cognitiva: finiamo per credere che violenza, cinismo e crudeltà siano ovunque, eppure rimangono minoritari in  proporzione.
    La realtà è più sfumata:
    • La violenza è diminuita (come dimostrato da Steven Pinker in The Better Angels of Our Nature).
    • Il bene è spesso silenzioso, quotidiano e invisibile. È un vicino che aiuta, uno sconosciuto che ascolta, una mano tesa nell'ombra.
    Questa "banalità del bene" merita un riconoscimento, non per negare gli orrori del mondo, ma per bilanciare il nostro sguardo e mantenere fiducia nella nostra umanità.
    Francine Drums

La felicità e la sofferenza - Lama Thubten Zopa Rinpoche

La felicità che desideriamo, la sofferenza che non vogliamo, la felicità che cerchiamo di ottenere, la sofferenza che cerchiamo di eliminare o evitare: tutto proviene dalla mente e non dalla mente di qualcun altro, ma dalla nostra.
Lama Zopa Rinpoche è uno dei maestri di Buddhismo tibetano più rinomati a livello internazionale. Nato nel 1946 in Nepal, a tre anni è stato riconosciuto come reincarnazione di Kunsang Yeshe del lignaggio buddhista Nyngma. Il suo maestro è Lama Thubten Yeshe. Insieme nel 1967 fondarono in Nepal i monasteri di Kopan e di Lawdo e nel 1974 la Fondazione per la Preservazione della Tradizione Mahayana (FPMT), un network interna­zionale di centri e progetti di Dharma.       

 

 La sofferenza, il disagio, la frustrazione sorgono perché la nostra mente non è sotto il nostro controllo; siamo noi a essere sotto il controllo della nostra mente che, a sua volta, è controllata dai nostri pensieri disturbanti. Permettiamo alla nostra mente di essere controllata dai nostri nemici interiori: ignoranza, rabbia ed egoismo. Invece di contrastarli e cercare di liberarcene, diamo loro carta bianca e accettiamo di essere sconfitti. Questo è un problema. Tutto qui. Questa è la nostra vita quotidiana.

Ma se ci sforzassimo di tenerli sotto controllo troveremmo finalmente pace e gioia nella nostra vita quotidiana e la sofferenza che vogliamo evitare cesserà. Ma finché permetteremo ai pensieri disturbanti di controllarci andremo inevitabilmente incontro a problemi e dolore.

Se nella nostra vita di tutti i giorni desideriamo la pace mentale allora, anche se non riusciamo a rinunciare a noi stessi per prenderci cura degli altri esseri senzienti con totale dedizione, anche se non riusciamo a cambiare così tanto, dovremmo almeno praticare l’equanimità, comprendendo che noi e gli altri esseri senzienti siamo identici nel non desiderare nemmeno il minimo disagio e nel voler essere felici e appagati. Da questo punto di vista, siamo perfettamente uguali.
Limitarsi a conoscere e comprendere gli insegnamenti non è sufficiente: il loro scopo è che vengano messe in pratica. Se non pratichiamo ciò che sappiamo, non sperimenteremo la pace mentale. Quindi, se non riusciamo ancora a scambiare noi stessi con gli altri — rinunciando al nostro egocentrismo per essere totalmente altruisti — dovremmo quanto meno cercare di praticare l’equanimità.

È tutto molto logico. Riflettete: la vostra famiglia, gli amici e i colleghi, chiunque nel vostro Paese e, in ultima analisi, proprio tutti gli esseri senzienti desiderano essere felici, non vogliono soffrire. Esattamente come voi. Ecco perché non c’è alcuna ragione che giustifichi che la vostra felicità e la vostra libertà dalla sofferenza siano più importanti di quelle di chiunque altro.
Per prima cosa, provate a pensare al vostro partner e a qualcuno che odiate, al vostro nemico: sono uguali. Non c’è una sola ragione che dimostri che la libertà dalla sofferenza e la felicità della persona che amate siano più importanti di quelle della persona che non vi piace. Poi pensate allo stesso modo riguardo al resto della vostra famiglia, ai vostri colleghi, ai vicini di casa, ai connazionali, all’umanità tutta e poi a qualsiasi essere senziente. D’accordo, parlano lingue diverse, si vestono ognuno a suo modo, il colore della pelle cambia ma sono tutti esattamente uguali. Per quanto siano diversi, sono esattamente uguali da questo punto di vista.
Quindi voi e la persona che non vi piace per niente, il vostro nemico, desiderate la felicità e non volete il benché minimo disagio esattamente alla stessa maniera. E ne avete l’identico diritto. Sia voi che gli altri siete nella medesima condizione per un ulteriore aspetto: avete bisogno dell’aiuto altrui, così come gli altri hanno bisogno del vostro. Questa è la realtà ed è per questo che è sconcertante far del male agli altri per nessun motivo valido se non per il proprio tornaconto personale. È ingeneroso e meschino. Ma se in una famiglia, o anche in una coppia, c’è qualcuno che pratica l’equanimità, ci sarà molta pace e armonia.

L’uguaglianza di cui parlo è un fatto, un dato di realtà mentre l’idea che “io sono più importante degli altri, del mio nemico, di tutti gli esseri senzienti” è una nostra visione errata. A dire il vero, l'”Io” che si sente più importante degli altri non esiste nemmeno, è un’allucinazione. Quindi aggrapparsi a un’allucinazione è piuttosto ridicolo. Eppure è ciò che facciamo incessantemente, giorno dopo giorno ed è proprio da qui che nasce tutta la confusione.

L’egocentrismo è la fonte della nostra depressione, della nostra aggressività, degli esaurimenti nervosi, dei fallimenti, delle situazioni indesiderabili, degli alti e bassi della vita e dei problemi quotidiani. Più forte è, maggiori sono i problemi che sperimentiamo; e più intensa è la nostra preoccupazione per noi stessi, il nostro desiderio di felicità personale, più facilmente ci sentiamo a disagio. Ci arrabbiamo persino con gli uccellini che cinguettano fuori dalla nostra finestra. Ci arrabbiamo con i cani che abbaiano e persino con il rumore del vento tra gli alberi! Se il nostro cibo si è raffreddato ne facciamo un dramma. Accadono molte cose sconcertanti come queste. Magari per altre persone ciò che fa innervosire o arrabbiare un egoista non è affatto un problema.
Bastano pochi esempi per comprendere che tutto deriva dalla mente della persona egoista. Se va in giro si sente disturbata; se resta a casa, idem. Ovunque vada, è sempre irritata.

Le coppie egoiste litigano continuamente: litigano in giardino, litigano in casa; in camera da letto, in sala da pranzo, a colazione, pranzo e cena. L’unico momento in cui non litigano è quando non sono insieme. Sono tutte cose che il Buddha ha spiegato nei suoi insegnamenti.
Ma se almeno uno dei due rinunciasse alla propria felicità a favore di quella dell’altro, la relazione diventerebbe pacifica e armoniosa; maggiore è la rinuncia, maggiore è la pace e l’armonia.

Avrete dunque compreso quanto sia incredibilmente importante trasformare la propria mente, praticare l’equanimità, passare da un modo di vedere egocentrico e a autoriferito a un atteggiamento gentile e altruista.  E' tutto molto logico e basato sull’evidenza dei fatti. È lampante. Facciamo un altro esempio: se voi e un’altra persona state morendo di fame e l’altra persona trova del cibo e ve lo offre, rinunciando alla sua felicità per la vostra, quanto vi rende felici? Ecco la dimostrazione di come la rinuncia all’egocentrismo causi felicità.

Se gli altri vi trattano male, vi criticano, sottolineano i vostri errori e questo vi ferisce, ancora una volta è per il vostro atteggiamento egoistico: se non foste così ossessionati da voi stessi, se non vi consideraste il centro dell’universo, gli altri potrebbero dirvi qualunque cosa e non ne verreste minimamente toccati. La critica ferisce solo il vostro ego. Ecco perché dovreste considerarlo un nemico e per farlo dovreste riconoscerne i difetti e gli svantaggi. Magari state cercando di praticare il Dharma ma qualunque cosa facciate con il corpo, la parola e la mente non diventa Dharma, anche di questo è responsabile l’atteggiamento egoistico; le vostre azioni non diventano Dharma perché avete un atteggiamento egoistico.

Ricevete ogni tipo di insegnamento sull’addestramento mentale (lojong) da molti Lama, ma di fronte a un problema non solo non li mettiamo in pratica ma addirittura non ce li ricordiamo! Qualcuno ci tratta male o si approfitta di noi e non riusciamo a ricordare quale meditazione dovremmo praticare in quel momento. Perché? Perché stiamo seguendo l’atteggiamento egoistico. Finché ci comporteremo così i buddha dei tre tempi potrebbero stare davanti a noi per darci insegnamenti per cento eoni, e le loro parole non sarebbero di alcun beneficio, non cambierebbero la nostra mente. Se non facciamo uno sforzo in prima persona, non importa chi è il maestro, persino Gesù in persona, non accadrà nulla, non troveremo pace…   

La meditazione - Walpola Rahula

Walpola Rahula Thera (1907-1997) è stato un monaco buddista, il primo professore di Storia e Religioni in una università occidentale. In questo testo L'insegnamento del Buddha - Walpola Rahula spiega cosa è la meditazione.  La vera meditazione buddhista non significa affatto una fuga dalla realtà.  Il termine originale, Bhavana, significa coltura mentale, o sviluppo mentale, il tentativo di depurare la mente dalle impurità e da ciò che al turba. E coltivare qualità positive come l'energia, concentrazione, l'attenzione, ecc.          

Ci sono due forme di venivano considerati come meditazione; una è sviluppo della concentrazione mentale (samatha) nel fissare la mente in un unico punto, che conduce alla sfera della né-percezione, nè non percezione. Questo tipo di meditazione esisteva prima del Buddha. Questi stati mistici  come un vivere in pace in questa esistenza.  Con il Buddha si introduce un altro tipo di meditazione Vipassana o visione penetrativa della natura delle cose, che conduce alla liberazione della mente, alla realizzazione della Realtà ultima, al Nirvana. E' un metodo analitico basato sulla consapevolezza, l'attenzione, la vigilanza, l'osservazione. Il discorso sulla meditazione o sviluppo mentale si chiama Satipatthana-sutta, i Fondamenti della consapevolezza.

 Uno degli esempi di meditazione è la consapevolezza del respiro, dell'inspirazione e dell'espirazione. La mente è concentrata sul respiro in modo da essere consapevole dei suoi movimenti e mutamenti di ritmo. Poco a poco la mente riuscirà ad essere concentrata solo sul respiro, si farà l'esperienza di un istante in cui non esisterà alcun suono, e il mondo esterno  non esisterà, si arriva alla realizzazione mistica. La facoltà di concentrazione è essenziale per ogni tipo di comprensione, penetrazione, di visione profonda della natura delle cose, alla realizzazione del nirvana.    L'esercizio sulla respirazione porta a risultati immediati, migliorerà la salute fisica, il sonno, la calma e l'efficienza. 

Un'altro tipo di meditazione consiste nell'essere attenti e consapevoli di qualsiasi cosa si faccia durante la quotidianità, si arriverà a essere consapevoli di vivere nel momento presente, nell'azione presente. Spesso si vive nel passato o nel futuro, e si fanno più cose contemporaneamente.  Ma la vera vita è il momento presente. Dovete dimenticarvi di voi stessi e perdervi in ciò che fate, coltivando incessantemente la consapevolezza mentale.

Esiste un modo di praticare lo sviluppo mentale (meditazione) che riguarda le nostre sensazioni o sentimenti. in questo modo si riesce ad essere consapevoli e testimoni dello nostre emozioni. Si osservano oggettivamente le emozioni che sorgono e si riesce a controllarle, se fossero negative. 

Vi è anche una meditazione su temi etici, spirituali e intellettali. Tutti gli studi, letture, conversazioni, riflessioni su questi temi sono una forma di meditazione, Si può riflettere sui cinque impedimenti che sono: desideri sessuali, malizia, odio e collera, torpore e indolenza, l'agitazione e l'ansia, i dubbi scettici. Sui sette fattori dell'illuminazione: consapevolezza, ricerca, energia, gioia, rilassamento, concentrazione, l'equanimità.  Si può anche meditare sui quattro stati sublimi: amore e benevolenza,  compassione per tutti gli esseri, gioia compartecipe, equanimità nelle vicende della vita. 

Tutto questo deve essere applicato nella quotidianità e non nel chiuso di un monastero. Sariputta, il principale discepolo del Buddha, disse: "colui che conduce una vita pura in un villaggio è assai superiore a quello che vive come un asceta nella foresta". Un uomo che passa tutta la vita in solitudine, preoccupato solo del suo benessere e della sua salvezza non segue l'insegnamento del Buddha, che è basato sull'amore, sulla compassione e sul servizio degli altri.  Occorre rispettare i sei gruppi sociali e familiari: genitori, maestri, la moglie e i figli, gli amici, i parenti, i vicini, i servitori, operai, impiegati e i religiosi. 

Se si vuole diventare buddhisti non c'è nessuna cerimonia di iniziazione da compiere, si è considerati buddhsiti se si prende rifugio nei tre gioielli e si osservsano i cinque precetti. non distruggere una vita, non rubare, non commettere adulterio, non dire il falso, non assumere sostanze inebrianti.

Il buddhismo si interessa anche del benessere sociale e economico di tutti gli esseri, non è facile condurre una vita spirituale se le condizioni sociali e materiali non sono favorevoli.  Certe minime istanze materiali devono essere soddisfatte per arrivare ad avere un successo spirituale.  Ci sono anche il Cakkavattisihanandasutta e il Kutananda sutta che trattano di questi temi. migliorandeo le condizioni economiche si ridurranno i crimini.  Il Buddha considerava il progresso e il benessere economico una precondizione per la felicità umana, che è basata sulla spiritualità e sull'etica, e predicava la nonviolenza e la pace come messaggio universale. Intervini di persona per prevenire la guerra, come ad esempio tra i Sakya e i Koliya.    Un paese per essere felice deve avere un sovrano e un governo giusto che governi in armonia con il suo popolo. 

La solo conquista che porti pace e felicità è la conquista di sé. Si possono conquistare milioni di uomini in battaglia, ma chi conquista se stesso, uno solo, è il più grande dei conquistatori. 

L'odio non è mai placato dall'odieo, ma è placato dalla gentilezza, si deve vincere la collera con la gentilezza, la valvagità con la bontà, l'egoismo con la carità, e la menzogna con la verità. E questo e vero anche su scala nazionale e internazionale. Aoka (III a.C.) è l'unico esempio nella storia dell'umanità in cui un sovrano all'apice del potere, rinuncia alal guerra, alla violenza e abbraccia il buddhismo e un messaggio di pace  e nonviolenza. Il buddhismo propugna una società in cui la compassione sia il motore dell'azione; in cui tutti gli esseri viventi, anche i più insignificanti, siano tratttati con giustizia, considerazione e amore. 

L'insegnamento del Buddha - Walpola Rahula

Walpola Rahula Thera (1907-1997) è stato un monaco buddista, studioso e scrittore dello Sri Lanka. Nel 1964 divenne professore di Storia e Religioni alla Northwestern University, diventando così il primo monaco (bhikkhu) a ricoprire una cattedra nel mondo occidentale. In questo testo L'insegnamento del Buddha - Walpola Rahula presenta la dottrina e l'etica buddhista, e si propone di adattare, senza tradirlo, l'insegnamento del Buddha alla vita moderna e laica.       

Il Buddha non ha mai affermato di aver tratto ispirazione da qualcuno, Dio o potere esterno. Ogni uomo ha le potenzialità per diventare un Buddha, basta che lo voglia o si sforzi di farlo. L'uomo è padrone di se stesso e del suo destino. "Ognuno è il rifugio di se stesso" -disse il Buddha.  "Spetta a voi compiere il vostro sforzo, posso solo indicarvi la via".   La libertà di pensiero concessa dal Buddha non ha eguali nella storia delle religioni.  Il Buddha consigliava che il discepolo dovrebbe sottoporre a esame lo stesso maestro. Oltre la libertà di pensiero il Buddha era tollerante con tutte le forme di spiritualità. Anche l'imperatore Asoka segui l'esempio di tolleranza e comprensione del Buddha e onorò, e diede il suo appoggio a tutte le religioni del suo vasto impero.  La verità non è monopolio di nessuno, le etichette generano pericolosi pregiudizi nella mente degli uomini.  

Questo spirito di tolleranza e comprensione è stato fin dall'inizio uno degli ideali più cari alla cultura e alla civiltà buddhista che si è diffusa pacificamente.   L'enfasi viene posta sul vedere, conoscere, comprendere e non sulla fede o sulla credenza.  L'insegnamento del Buddha è qualificato come ehi-passika, perchè invita a venire a vedere, non a venire a credere. Questo è particolarmente importante in un periodo di brahamanica intolleranza.  Non si deve dire che ciò in cui si crede è vero e tutto il resto è falso. L'insegnamento è come una zattera che serve ad attraversare il fiume, e non a tenersela stretta.

 Nel buddhismo non c'è il peccato, la radice di tutti i mali è l'ignoranza. Non si deve credere ciecamente a qualcosa ma si devono avere dubbi, anche sull'inseganemnto del Buddha. La violenza è ripudiata in qualsiasi forma.  L'insegnamento del Buddha deve condurre l'uomo alla pace, alla sicurezza, alla felicità, al conseguimento del nirvana.  Il Buddha non ha mai parlato di superflue questioni metafisiche che sono di carattere speculativo come se l'universo è eterno o meno, la relazione tra anima e corpo, ecc...  Questi argomenti sono inutili, non conducono al distacco, all'equanimità, alla pace e alla piena speculazione. Il Buddha ha spesso ignorato queste domande.

Il buddhismo non è ne pessimista, nè ottimista; e non nega che vi sia felicità nella vita quando parla di sofferenza. Anzi riporta una lista di felicità dal fisico al mentale, ma sono tutte incluse in dukkha (la sofferenza).  E' necessario evitare l'impazienza e l'irritazione e comprendere la sofferenza, le sue cause e come liberarsene, e  lavorare per questo fine con intelligenza e energia. I veri buddhisti sono i più felici degli esseri e non hanno nè paure, né ansietà.

Quello che chiamiamo un essere, un individuo o un io è solo una combinazione di forze o energie mentali e fisiche che mutano incessantemente e che possono essere divise nei cinque aggregati: materia, sensazioni, percezioni, formazioni mentali, la coscienza. Non c'è uno spirito permanente e immutabile che possa essere considerato come un Sé permanente, un'individualità, niente che possa chiamarsi io, un'anima o ego, in opposizione alla materia. Il mondo è un flusso continuo e impermanente.  La tradizione buddhista nega l'esistenza di un atman (sé) imperituro e vede quello che chiamiamo "Io" un insieme di aggregati: quindi non sostiene né la teoria nichilista, né la teoria eternalista. 

La falsa idea del sè è la causa dei pensieri negativi, egoistiic e dell'attaccamento. e la fonte dei tormenti nel mondo.  Secondo la teoria della relatività buddhista ogni cosa è condizionata, relativa e inter-dipendente. 

Il Mahaparinibbana-sutta recita: "Dimorate facendo di voi stessi il vostro sostegno, facendo di voi stessi e  del Dhamma il vostro rifugio, non cercando rifugio in nessun altro".

mercoledì 1 aprile 2026

Il Buddhismo: essenza, sviluppo e tradizioni - Edward Conze

Il Buddha non lasciò nulla di scritto. Fu soltanto al primo Concilio, convocato qualche anno dopo la sua morte (nel 483 a.C., ) e presieduto da Mahākāśyapa, che i suoi discepoli tentarono di mettere nero su bianco il suo insegnamento. La produzione letteraria che ne scaturì fu straordinaria per volume e complessità, tanto più considerando che la tradizione fu trasmessa esclusivamente per via orale.    


Le scritture buddhiste si articolano in tre grandi categorie. Il Dharma o Sūtra raccoglie gli insegnamenti dottrinali; il Vinaya disciplina la vita monastica; l'Abhidharma approfondisce le sottili dottrine filosofiche. Ogni sūtra è un testo ritenuto formulato direttamente dal Buddha e si apre invariabilmente con la formula: "Così una volta io ho udito…". In seguito vennero aggiunti gli Śāstra, commentari ai testi originali.
Non tutte le scuole riconobbero lo stesso canone. La scuola Hīnayāna accettò come autentici soltanto i sūtra recitati al primo concilio. Il Mahāyāna estese invece il riconoscimento ad altri testi rivelati in epoche successive, tra cui i Prajñāpāramitā Sūtra — i sūtra della Perfezione della Saggezza. Secondo la tradizione, fu Nāgārjuna stesso a discendere negli inferi per recuperare questi testi e rivelarli al mondo degli uomini.
Un'ulteriore difficoltà nella datazione delle opere è dovuta al fatto che, in ambito buddhista, l'anonimato era considerato elemento indispensabile alla santità: persone diverse scrivevano spesso sotto lo stesso nome, e le date di nascita di grandi maestri come Nāgārjuna, Vasubandhu e Aśvaghoṣa non coincidono con quelle delle loro opere. Le traduzioni cinesi costituiscono uno strumento prezioso per la datazione, poiché riportano sempre la data della traduzione — sebbene tradurre un'opera potesse richiedere anche diversi secoli.

Ciò che è sopravvissuto delle scritture buddhiste è oggi raccolto in tre grandi collezioni:

  • Tipiṭaka pali: contiene gli insegnamenti della scuola Theravādin, una delle tradizioni Hīnayāna. Tra i testi più noti figura il Dhammapada. Nelle altre scuole Hīnayāna i testi sono conservati in cinese o sanscrito.
  • Tripiṭaka cinese: il catalogo più antico, del 518 d.C., elenca circa duemila opere.
  • Kanjur e Tanjur tibetani: il Kanjur è una collezione di sūtra in 108 volumi (13 dedicati al Vinaya, 21 alla Prajñāpāramitā, gli altri a sūtra vari e tantrici). Il Tanjur conta 255 volumi divisi in tre parti: inni, commentari tantrici e commenti alla Prajñāpāramitā.

Nell'immaginario visivo e devozionale del buddhismo, il Buddha viene raffigurato in modi assai diversi tra loro — talvolta come essere umano, talvolta nel suo "corpo glorificato", talvolta come principio spirituale assoluto. Questa molteplicità non è contraddittoria: riflette tre distinti livelli di comprensione della sua natura:

  • Come essere umano: il maestro storico, Siddhārtha Gautama, che visse, insegnò e morì.
  • Come corpo glorificato: il Buddha dotato dei 32 segni del superuomo e degli 80 segni sussidiari. Nell'arte buddhista, tra le sopracciglia compare spesso un ricciolo di lana (ūrṇā), trasformato nel Tantrismo nel terzo occhio; il corpo irradia luce.
  • Come principio spirituale: il Tathāgata — "Colui che è venuto" o "Colui che è andato" — ovvero il Buddha come corpo-del-Dharma, principio assoluto dotato di onniscienza. A Sāñcī e Bhārhut sono rappresentati i sette Tathāgata: Śākyamuni e i suoi sei predecessori.

L'onniscienza appartiene soltanto al Buddha come principio puramente spirituale: essa si identifica con la ricerca dell'estinzione del sé, e costituisce per il Mahāyāna il fine ultimo della vita spirituale. Il termine Budh significa letteralmente "risvegliarsi" e "conoscere".

Accanto alla via della saggezza e a quella della meditazione, il buddhismo ha sviluppato una via della fede (bhakti) che, dopo il 500 d.C., assunse un ruolo sempre più centrale, soprattutto nelle tradizioni Mahāyāna. In questa prospettiva, il Buddha deve salvare tutti gli esseri: se la natura di Buddha è presente in ciascuno, tutti sono ugualmente vicini alla buddhità.
I salvatori — Bodhisattva e Buddha — svolgono quattro funzioni fondamentali per il fedele:
— sviluppano le virtù del praticante;
— concedono benefici materiali;
— sono oggetto di amore e adorazione;
— offrono condizioni favorevoli per il raggiungimento dell'illuminazione.

L'orientamento devozionale (bhakti) elimina ogni fiducia nelle proprie capacità di decidere e controllare il percorso verso la salvezza. Uno dei primi Buddha a diventare oggetto di devozione fu Akṣobhya, "l'Imperturbabile". Il buddhismo della fede si rivolge in modo particolare al Bodhisattva Avalokiteśvara, che personifica la compassione, ma anche a Mañjuśrī — che impersonifica la saggezza — e a Samantabhadra.

Il buddhismo non nega l'esistenza di un Creatore, ma semplicemente non si interessa a sapere chi abbia creato l'universo: adotta una posizione agnostica sulla creazione. Se per ateismo si intende l'indifferenza verso un Dio creatore e personale, allora il buddhismo può essere definito ateo. Se invece l'ateismo è inteso come negazione attiva di Dio, la questione diventa più complessa.
I buddhisti descrivono il Nirvāṇa come permanente, imperituro, privo di divenire, realtà e meta supreme: una concezione che si avvicina in modo significativo al concetto di divino. Allo stesso modo, il Buddha come incarnazione del Nirvāṇa è oggetto di una devozione che si approssima alla religiosità. Nel buddhismo convivono, non senza tensione, atteggiamenti gnostici e devozionali.

Nei dipinti buddhisti ricorre frequentemente un cerchio diviso in sei settori, noto come "ruota dell'esistenza" (bhavacakra). Esso rappresenta le sei classi di esseri viventi riconosciute dalla tradizione: gli dèi (non immortali), gli asura (esseri celesti), gli uomini, gli spiriti (anime dei defunti), gli animali e gli esseri degli inferi. La rinascita in forma umana è considerata essenziale per poter apprezzare pienamente il Dharma e avviarsi verso il Nirvāṇa.

Il Saṃgha è composto da monaci — considerati l'élite spirituale — e dai capifamiglia. La vita di un laico è difficilmente compatibile con i gradi più elevati della vita spirituale, anche se numerosi grandi Lama ebbero una famiglia. Il Mahāyāna ha aperto ai capifamiglia la possibilità di diventare Bodhisattva.
La vita monastica è regolata dalle prescrizioni del Vinaya. Tre sono i suoi elementi essenziali: povertà, celibato e non violenza. Il tema del possesso di beni provocò la prima vera crisi dell'ordine: il secondo concilio di Vaiśālī stabilì il mantenimento delle norme originarie, anche se successivamente si diffuse una certa tolleranza in materia.
All'inizio i laici non partecipavano ad alcun rito o cerimonia. I loro doveri minimi sono riassunti nella formula dei Tre Gioielli e nei Cinque Precetti: "Nel Buddha prendo rifugio, nel Dharma prendo rifugio, nel Saṃgha prendo rifugio." I cinque precetti prevedono di astenersi dall'uccidere qualsiasi essere vivente, dal prendere ciò che non viene offerto, dall'abbandonarsi ai piaceri dei sensi in modo scorretto, dalla menzogna e dalle bevande inebrianti.

Il punto di partenza della pratica buddhista è il rifiuto del mondo così come appare. Attraverso la meditazione e altri metodi di salvezza, il praticante si mette sulla strada della liberazione o illuminazione. Questi metodi per arrivare alla liberazione sono sistematizzati nel Visuddhimagga di Buddhaghosa in tre grandi categorie: disciplina morale, estasi e saggezza.
L'estasi o liberazione si raggiunge attraverso la concentrazione e tre tipi di pratiche:

  • Gli otto dhyāna: nel sistema Yogācāra, quattro meditazioni sulla forma e quattro sulla senza-forma.
  • I quattro "illimitati" del Mahāyāna: metodi per coltivare le emozioni: interesse affettuoso (mettā), compassione, gioia ed equanimità. Attraverso questi stati si riduce progressivamente la distanza tra sé e gli altri.
  • I poteri occulti: propri della tradizione tantrica.

La saggezza (prajñā) è la virtù suprema. I metodi per svilupparla sono esposti principalmente nell'Abhidharma — sistematizzato da Buddhaghosa per i Theravādin e da Vasubandhu per i Sarvāstivādin. Attraverso le meditazioni progressive, il praticante arriva a percepire ogni cosa come spazio senza limiti, poi come coscienza illimitata, poi come vacuità. In questo stadio non esiste né percezione né non-percezione: si giunge al Nirvāṇa.

Il Nirvāṇa è uno stato in cui movimento, pensiero e parola sono assenti, mentre restano vita e calore. È una contemplazione rivolta verso la Realtà, l'unione dell'uno con il Tutto.
Strettamente connessa al Nirvāṇa è la dottrina del Vuoto (śūnyatā). La nostra personalità è "gonfia" perché formata dai cinque aggregati (skandha), ma al suo interno è vuota: priva di un sé. Il Vuoto non è il nulla, bensì l'assenza del sé; si colloca nel mezzo tra l'esistere e il non esistere, tra l'eternità e l'annichilimento. Nel Vuoto il Nirvāṇa e questo mondo coincidono: non sono più differenti, sono la stessa cosa. Sinonimo del Vuoto è la Non-dualità.
Bodhidharma lo espresse con queste parole: "Tutte le cose sono vuote e non vi è niente in esse che sia desiderabile o degno di essere ricercato."

I tre caratteri che raccolgono gli aspetti dolorosi dell'esistenza sono: impermanenza, sofferenza e Non-sé. Per liberarsi da essi occorre grande diligenza. Il grande obiettivo della vita è essere liberi dalle passioni, coltivando l'equanimità. Il saggio non fa distinzioni tra le cose esteriori: tutte sono identiche.

L'origine del Tantrismo si colloca nell'idea che il mondo sia il frutto di un'illusione magica: reale, ma ingannevole, perché scambiato per ciò che non è. Fin dalle origini del buddhismo le cose del mondo erano state chiamate māyā. Da questa premessa si fece strada la convinzione che metodi magici potessero avere efficacia in tale universo, dando vita al Tantra o buddhismo magico.
Il Tantra non ha una data di inizio certa, poiché i suoi insegnamenti erano segreti. Si può affermare che acquistò importanza dopo il 500–600 d.C., come conseguenza dell'assorbimento di credenze primitive da parte della tradizione buddhista. Il testo più antico è il Guhyasamāja-tantra. I monaci di Nālandā associavano tranquillamente magia e metafisica.

La differenza fondamentale tra il tantrismo della mano destra e quello della mano sinistra riguarda l'atteggiamento verso la sessualità. Lo shivaismo induista esercitò una grande influenza sullo shaktismo buddhista, e molte divinità femminili vennero assorbite da questa corrente. Tra le scuole più importanti della mano sinistra vi è il Vajrayāna — il Veicolo del Diamante. Il vajra è identificato con la realtà ultima, con il Dharma e con l'illuminazione. Il suo inizio risale al 300 d.C., ma si sviluppa soprattutto a partire dal 600 d.C.
Nel Tantra il vero insegnamento è trasmesso attraverso la cerimonia di iniziazione (abhiṣeka), che segna il confine tra dottrina esoterica ed essoterica. I metodi di salvezza efficaci vengono trasmessi dal guru — che occupa il posto del Buddha — al discepolo attraverso il contatto personale.

Le pratiche tantriche si articolano in tre metodi principali: la recitazione di formule magiche (mantra), il compimento di gesti rituali (mudrā) e l'identificazione con le divinità attraverso la meditazione. Ogni atto rituale deve coinvolgere i tre aspetti dell'essere: corpo (gesti), parola (mantra) e pensiero (samādhi).
Molte popolazioni asiatiche attribuiscono malattie e disgrazie a poteri demoniaci: il mantra — formula magica il cui potere si sprigiona nella pronuncia — serve a controbilanciare queste forze e a proteggere il percorso spirituale. Il celebre mantra Oṃ Maṇi Padme Hūṃ, onnipresente in Tibet, è considerato uno dei più preziosi doni di Avalokiteśvara al mondo sofferente. Accanto ai mantra, un ruolo fondamentale è svolto anche dai maṇḍala, i cerchi magici che rappresentano l'universo.

L'antico buddhismo era un sistema di valorizzazione del principio maschile: una donna non poteva diventare un Buddha. Prajñāpāramitā e Tārā furono le prime divinità femminili autonome del buddhismo. Il Tantra della mano sinistra introdusse l'adorazione delle śakti (energie femminili), la presenza di demoni e divinità terrificanti, riti connessi ai cimiteri e l'inclusione del rapporto sessuale tra le pratiche che conducono alla salvezza. Nella tradizione tantrica l'illuminazione nasce dall'unione dell'abilità dei mezzi (principio maschile) e della saggezza (principio femminile), rappresentata plasticamente nelle figure divine in unione sessuale — lo Yab-Yum, padre-madre.

Il percorso buddhista tantrico è centrato sul dominio del corpo. Si cercava di raggiungere un "corpo adamantino" attraverso una respirazione ritmica e concentrata, il controllo continuo dei movimenti muscolari, e pratiche di trance. Dall'haṭha yoga vennero ereditati i canali energetici attraverso i quali si accede a stati di beatitudine.

Con il Tantrismo, il Buddha diviene la manifestazione del corpo-del-Dharma nell'universo fenomenico. Verso il 750 d.C. furono introdotti i cinque Tathāgata o cinque Jina (vincitori sulle passioni): Vairocana l'Illuminante, Akṣobhya l'Imperturbabile, Ratnasambhava il Nato dal Gioiello, Amitābha l'Infinita Luce e Amoghasiddhi l'Immancabile Successo. Questi cinque Buddha sono emanazioni del Buddha primordiale (Ādi-Buddha) e corrispondono ai cinque elementi costitutivi dell'universo. Intorno al 950 d.C. il Tathāgata diviene causa stessa dell'universo.

Il buddhismo fu introdotto in Tibet verso il 700 d.C. da monaci indiani, dove convisse con la religione autoctona magica chiamata Bön. Padmasambhava — il "Nato dal Loto", venerato come secondo Buddha — vi stabilì il buddhismo verso il 750 d.C. e fondò la scuola Nyingmapa (Berretti Rossi). La tradizione vuole che egli e altri maestri abbiano nascosto testi sacri (terma) che vennero alla luce a partire dal 1125 circa. Padmasambhava è spesso raffigurato con le sue due consorti spirituali.
Dopo il 1400 d.C., con la riforma di Tsongkhapa, la scuola dei Berretti Gialli (Gelugpa) guadagnò la supremazia. 

Il buddhismo tantrico (Vajrayāna) giunse in Giappone verso l'800 d.C. con il nome di Shingon ("Parola Vera"), portato dal monaco Kūkai. Altre dottrine esoteriche furono adottate dalla scuola Tendai, fondata da Dengyō Daishi e basata sul Loto della Buona Legge.

Affascinante è la dottrina del Bardo, l'intervallo tra la morte e la nuova nascita, esposta nel celebre Bardo Thödol (il "Libro tibetano dei Morti").

Il buddhismo fu introdotto in Cina nel 50 d.C. Verso il 500 emerge la figura di Bodhidharma, capostipite della scuola Ch'an (meditazione). Tra i protagonisti successivi spiccano Sengcan, che compose il poema Xin Xin Ming ("Credendo nello Spirito"), e Huìnéng. Nel 750 Páizhàng introdusse il lavoro manuale come pratica spirituale per i monaci.
Verso il 1200, il Ch'an fu introdotto in Giappone con il nome Zen dai maestri Eisai e Dōgen, esercitando un'influenza profonda su pittura, calligrafia, giardinaggio, cerimonia del tè, poesia, scherma e danza. La parola d'ordine dello Zen era: "Non pensate, ma sperimentate." Il Ch'an è avverso alla speculazione metafisica e vuole abolire il ragionamento sistematico: apprezza l'intuizione diretta e istantanea. Il Buddha dimora nelle piccole cose della vita quotidiana.

L'Amidismo nacque nel nord-ovest dell'India e si fece conoscere in Cina intorno al 150 d.C. Nel 350 d.C. Huìyuǎn fondò la Scuola della Terra Pura. Il buddhismo della fede raggiunse il suo massimo sviluppo con la scuola Shin e il culto di Amida (Amitābha), che rigetta riti, filosofia e ascetismo. Tutti sono accolti nel paradiso di Amida: l'unica condizione è la sua grazia. I sacerdoti Shin si adattano al mondo: mangiano carne e si sposano.

Uno sguardo d'insieme alla cronologia delle principali correnti buddhiste:

  • c. 500 a.C. Nascita del Buddhismo.
  • c. 480 a.C. Morte del Buddha. Nessun successore designato: il Dharma deve guidare la comunità. I principali discepoli sono Śāriputra, Ānanda (assistente per vent'anni) e Maudgalyāyana (noto per i suoi poteri psichici).
  • 400 a.C. Nasce la prima scuola, l'Hīnayāna, che si divide in Theravādin, Sarvāstivādin e altre correnti. Si sviluppa parallelamente un movimento devozionale (bhakti) destinato a sfociare nel buddhismo della fede.
  • 300–250 a.C. Il ramo Mahāsāṃghika costituisce la scuola più liberale del Mahāyāna e propone l'ideale del Bodhisattva.
  • 150 d.C. Nāgārjuna fonda la scuola Mādhyamaka e propone la Dottrina del Vuoto.
  • 100–200 d.C. Grande sviluppo dei sūtra Mahāyāna: la Prajñāpāramitā, il Loto della Buona Legge, la Vimalakīrti-nirdeśa.
  • 200 d.C. Si sviluppa l'Amidismo; in vari Paesi il buddhismo si mescola con lo sciamanismo locale.
  • 400 d.C. Asaṅga e Vasubandhu fondano la scuola Yogācāra. In Cina nasce la scuola Ch'an.
  • 440 d.C. Maestri Yogācāra sviluppano una logica buddhista; Dignāga è tra i fondatori.
  • 500 d.C. Sorge il Tantra o buddhismo magico; grande influenza in Tibet e Nepal.
  • c. 750 d.C. Vengono introdotti i cinque Tathāgata nel Tantrismo. Padmasambhava stabilisce il buddhismo in Tibet.
  • IX sec. I Mahāyānisti superano numericamente gli Hīnayānisti. Le due tradizioni convivono negli stessi monasteri.
  • 1000–1200 Il buddhismo scompare dall'India. Le sue idee sopravvivono nel Vedānta e in Cina e Giappone sotto il nome di Ch'an o Zen.
  • XIII. Il buddhismo in Europa
  • Già nel XVII e XVIII secolo i missionari gesuiti avevano cognizioni precise sul buddhismo. Fu Arthur Schopenhauer il primo a farlo conoscere sistematicamente all'Europa, nel XIX secolo, insieme alle prime infiltrazioni delle filosofie asiatiche nel pensiero occidentale.
  • Nel 1875 nacque la Società Teosofica, che incoraggiò gli studi sulle religioni asiatiche. H.P. Blavatsky elogiò il buddhismo; Henry Steel Olcott scrisse un catechismo buddhista; A.P. Sinnett compose un testo sul buddhismo esoterico. Edwin Arnold, nel suo poema La luce dell'Asia, offrì un ritratto del Buddha che spinse molti europei ad avvicinarsi a questa tradizione spirituale.
  • Dopo il 1900 numerosi missionari buddhisti cominciarono a diffondere questa filosofia in Europa. In Inghilterra fu fondata la Buddhist Society da Christmas Humphreys. Alcuni europei, attratti dalla vocazione verso il buddhismo, si recarono a studiare questa disciplina in Sri Lanka, Cina, Giappone e Tibet, facendo ritorno vestiti della tonaca color zafferano o viola.

Fonte: Edward Conze, Buddhism, Its Essence and Development (trad. it. Il Buddhismo), 1955. 

Il Buddhismo - Christmas Humphreys - 2

 Oggi ci sono almeno quattro scuole buddhiste. La Theravada (La dottrina degli anziani) è probabilmente più vicina all'insegnamento tradizionale; il Mahayana (Grande veicolo) poggia su due pilastri della saggezza (prajana) e della compassione (karuna); il buddhismo Tibetano che sebbene faccia parte del Mahayana, con gli apporti tantrici e i suoi riti esoterici è molto diverso; il buddhismo Zen giapponese che è completamente diverso da ogni altra religione-filosofia.         

Il campo abbracciato dal buddhismo può essere considerato come tre cerchi concentrici: l'insegnamento originale, il suo sviluppo, le aggiunte ulteriori. 

 

I testi di riferimento sono 1) il Canone Pali della scuola meridionale o Theravada, dove sottolineano che l'io effimero deve morire e in questo modo l'uomo otterrà l'illuminazione,  2) i sutra del Mahayana molto posteriori al canone.

Il maha bodhi, o suprema saggezza, è la meta di ogni studio, di ogni sforzo nello sviluppo del proprio io. Alla fine ogni essere vivente raggiungerà l'Illuminazione Spirituale. 

Tutto è transitorio, questo approccio, se portato alla logica conclusione produce la dottrina del sunyata, del Vuoto. Cioè tutte le cose manifeste, se analizzate e ridotte ai loro componenti risultano prive di forma continua o di sostanza non soggetta a mutamenti. Dietro allo spettacolo della vita c'é unicamente lo Spirito, ogni cosa è priva di contenuto finale. E' difficile contemplare l'infinito, è più facile fissare lo sguardo su qualcosa di pìù vicino: Dio, dei, santi,  

 Il Buddha nei suoi insegnamenti analizzò quella cosa chiamata uomo, e dimostrò che non conteneva neppure un fattore permanente, nè alcuncchè di simile ad un'anima immutabile e immortale.  L'io quotidiano deve morire, solo in quel momento compare l'io che conosce se stesso come Uno. Tutti hanno la natura di Buddha, Tu sei Buddha. 

Quando era un semplice uomo, veniva chiamato l'amico Gotama, da quelli che, assieme a lui, cercavano la verità. Soltanto quando conseguì l'illuminazione prese il nome di Buddha. Da allora fu chiamato Bhagavat (Signore) e Tathagata.

Quando arrivò all'illuminazione, Gotama aveva 35 anni.  Riunì l'Io che era ancora umano con l'Io di pura illuminazione e nacque un nuovo Buddha, il quarto della dinastia. Esitò molto prima di decidersi di insegnare l'esistenza del sentiero che conduce al termine della sofferenza. Sembrerebbe che lo stesso Bhrama intercesse per l'umanità.

Il Buddha decise che avrebbe predicato il Dhamma all'umanità. Nel suo primo sermone predicò la via di mezzo e le quattro nobili verità. Kondanna uno dei 5 asceti venne ordinato discepolo del Tathagata. Nel secondo sermone parlò dei cinque componenti della personalità: corpo, sensibilità, percezione, predisposizioni dello spirito e coscienza. Tutti posso soggiacere alla sofferenza, sono transitori, privi di anima (ma non parlò della natura dell'anima).  L'uomo saggio essendosi spogliato di desiderio per le cose dei sensi, allontana la causa delle sue sofferenze.  Gli aderenti al buddhismo, anche i laici, venivano consacrati con una formula semplice: il mio rifugio raggiungo nel Buddha, il mio rifugio raggiungo nel Dharma (insegnamento), il mio rifugio raggiungo nel Sangha (Ordine o comunità). 

La matrigna del Buddha Mahaprajapati, fu la prima donna ad essere ammessa all'ordine su insistenza di Ananda, e fu la prima Bhikkhuni.  Altri discepoli Magallana e Sariputta, Davadatta cugino del Buddha, ruolo di Giuda.  Dieci stupa furono eretti sulle ceneri del Buddha. Lo stupa di Bhattibrolu conteneva una fiala con un'etichetta che furono date alla società Maha Bodhi che costruì una sala del tempio a Calcutta. I centri di pellegrinaggio buddhisti sono i giardini Lumbini dove nacque Buddha, Kusinara dove  morì, Buddha Gaya il luogo dell'illuminazione (controllato però dagli indù) , e il parco dei daini  di Sarnath dove diede il primo sermone. 

Il primo concilio fu tenuto a Rayagaha per fissare il contenuto degli insegnamenti del buddha nei tre canestri del canone.  Upali il discepolo più anziano illustrò le regole dell'ordine (il Vinaya-Pitaka), Ananda recitò i sermoni (il Sutta-Pitaka) e Kassapa illustrò l'aspetto metafisico e filosofico ( l'Abhidhamma).

Un secondo concilio fu tenuto cento anni dopo a Vesali, dopo si verificò una scissione tra i componenti dell'Ordine. Una parte del sangha, l'attuale scuola Mahayana,  chiese che le regole fossero mitigate e sosteneva che tutti avevano in nuce la condizione spirituale di Buddha e che potesse essere raggiunta anche senza la rigorosa osservanza delle regole. 

Nel 270 a.C. salì al trono dell'India Asoka Maurya, si convertì al buddhismo e con il suo aiuto il buddhismo si diffuse in tutta l'Asia.  Un terzo Concilio si tenne a Pataliputra.   Le dottrine braminiche cominciarono ad infiltrarsi negli insegnamenti originari del Buddha e questo contribuì alla nascita della scuola settentrionale Mahayana.  Alcuni sostengono che il Mahayana rappresenta la dottrina esoterica del Buddha da lui rivelata solo ai suoi "Eletti", altri che è una eresia che ha contaminato la purezza degli insegnamenti.  Le scuole Mahayana proponevano un ideale meno ascetico e gli insegnamenti differivano dal messaggio contenuto nel canone Pali. 

Dopo un secolo dalla morte di Asoka il cambiamento fu profondo: il Buddha veniva trasformato in un Essere sovrumano e la sua essenza spirituale entrava a far parte del pantheon. L'ideale dell'Arhat, quello che con strenui sforzi conquistava l'illuminazione cedette all'ideale del Bodhisattva, il salvatore dell'umanità. La compassione (karuna) fu posta in maggior rilievo. La salvezza si ottiene tramite la fede (bhakti yoga).   Anicca-Anatta, la dottrina secondo la quale ogni cosa è caduca, inclusa l'anima, venne sviluppata, fino ad arrivare alla fase del Sunyata assoluto, il Vuoto plenitudine. Diminuì l'importanza della sofferenza (Duhkha) e fu fatta balenare la possibilità  per tutti gli esseri umani di raggiungere la felicità di un paradiso buddhista. Abbiate fede e il principio del Buddha, insito in voi, vi salverà. Si aggiunge al percorso spirituale il culto e il karma diventa collettivo, con le nostre azioni influenziamo la società in cui siamo. 

Sintetizzando le scuole Mahayana ritenevano che l'insegnamento proposto dal canone tradizionale era qualcosa di incompleto, era l'insegnamento di Sakyyamuni proposto a quanti erano incapaci di comprendere le più profonde verità. Le scuole Hinayama ritenevano che le proposte della nuova scuola si allontanavano dall'insegnamento originario rappresentato dal canone Pali. 

 Con lo sviluppo dello Zen riemerse l'antico vigore buddhista, nel lavorare con diligenza e disciplina per arrivare all'illuminazione. Con il Buddhismo del Puro Paese, il culto di Amithabha si consolidò la salvezza basata sulla fede e sulla grazia. 

Il quarto concilio si svolse sotto il regno di Kushan Kanishka (87-103 d.C.) tentò, senza successo, di armonizzare le divergenze tra le due scuole. Nuovi sutra come il Saddharma-Pandarika e Avatamsaka (scritti probabilmente nel 1 secolo d.C.) divennero oggetto di discussioni alla università di Nalanda e ispirarono Nagarjuna, considerato uno dei più grandi filosofi buddhisti. 

Nagarjuna tentò di conciliare la dottrina realistica con quella che nega la realtà e consolidò il Madhamika, la scuola del sentiero di mezzo dando vita ad una serie di scritti che confluirono nel Prajna-Paramita. La verità assoluta richiede l'illuminazione spirituale per poter essere posseduta a pieno e la verità relativa che progredisce col progredire dell'individuo.  

Verso il 4 secolo d.C. presero vigore le scuole dello Yogachara (insegnamento della pratica dello yoga) fondata da due bramini di nome Asanga e Vasubandu (fratelli?).  Queste scuole asserivano che tutto è Unicamente Spirito. Tutto è irreale tranne la consapevolezza, sebbene in un mondo di apparenze di agisca come se  tali apparenze fossero reali. Si asserisce la relatività di ogni cosa, e con la pratica si arriva alla conoscenza finale e perfetta, ci rendiamo conto , che il mondo in cui viviamo è solo l'apparenza dell'Essenza del Puro Spirito. La sofferenza apaprtiene al mondo delle illusioni, ma si dovrebbe assistere coloro che soffrono.  Con l'andare del tempo tale scuola adottò l'uso esoterico di mantra e mudra.

Nel settimo secolo d.C.  Santideva scrisse un compendio sulle regole morali per gli aspiranti bodhisattva, il Sikshasamuccaya, e un testo sull'addestramento per l'illuminazione, il celebre Bpdhicaryavatara. 

Nel 1000 d.C. in India rimase ben poche tracce del buddhismo, i bramini approfittarono dell'antagonismo tra le due scuole principali buddhiste per riprendere il sopravvento. E le invasioni degli turchi e la distruzione dell'università di Nalanda intorno 1193-1197 d.C. il buddhismo scomparve dall'India. 

Le due scuole buddhiste iniziarono il loro pellegrinaggio nell'Asia, il buddhismo cominciò a propagarsi in quasi tutti i Paesi asiatici fino ad arrivare ad essere la filosofia/religione  più diffusa del mondo. 

Ceylon, Birmania, Siam, Cambogia, Cina  caratterizzata dal tripode della religiosità: taoismo, confucianesimo, poi arrivò Bodhidharma che fece piazza pulita del pensiero filosofico buddhista connesso alla teoria della salvezza mediante la fede.  Propose la scuola Ch'an che  penetrò in Giappone nel 552 d.C. passando dalla Corea dove arrivò nel 272 d.C.   In Giappone c'era la shintoismo, e si sviluppò anche un neo-confucianesimo. 

Credenze buddhiste: tolleranza e pazienza nei confronti di tutti,  l'universo è stato sviluppato, le verità naturali sono state rivelate dai Buddha, il quarto Buddha è Gotama Buddha, l'ignoranza origina il desiderio che è il motivo della reincarnazione,  quando il desiderio di vivere si estingue, si estingue la reincarnazione, e con la meditazione si raggiunge l'illuminazione. Il Buddha insegnò la 4 nobili verità, il karma è determinato dalle azioni di un individuo, un buon karma si raggiunge con non uccidere, non rubare, non indulgere in piaceri sessuali interdetti, non mentire, non prendere sostante inebrianti, non bisogna credere ciecamente a ciò che si ascolta, anche detto da un saggio, se è contrario ai dettami della ragione.   

Ogni uomo è responsabile della propria salvezza e deve agire con diligenza, e seguire i 12 principi dle buddhismo.   L'insegnamento del Buddha nega i due assunti dell'Occidente: un Dio assoluto e personale e l'immortalità dell'anima. E in merito alla realtà mantenne un "nobile silenzio".

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Il buddhismo non è pessimistico, nè ottimistico, entrambi sono degli estremi, ma è per la via di mezzo. Il buddhismo esalta il valore della vita, ma non nei suoi aspetti materiali. Non è la vita ad essere un male, ma lo stupido attaccamento alla vita, il legarsi alla Ruota.  Nessun essere racchiude in sè un'anima  o entità imperiture. Poiché il finito non può mai tornare all'Infinito, dietro ogni uomo,  c'è un divino elemento, la coscienza beatifica, che in alcuni momenti entra in rapporto con l'assoluto. Questa concezione sta alla base del Mahayana sotto una diversa terminologia. Il Buddha  non ha mai negato la dottrina dell'Atman, ma ha negato l'esistenza di un'anima immortale. Rirtiene che sia un organismo complesso, mutevole, incontinua evoluzione. C'è un continuum dell'io costituito da corpo, anima e spirito a cui pone termine l'illuminazione spirituale. 

Buddhismo Theravada pone fine alla sofferenza mediante l'eliminazione della sua causa, il desiderio e ciò si effettua percorrendo il nobile sentiero. Non cercate rifugio in altri che in voi stessi.  

I dodici Nidāna (o anelli dell'origine dipendente) nel buddhismo
spiegano il meccanismo che perpetua il samsara, ovvero il ciclo di nascita, sofferenza e rinascita. Basati sul principio che ogni fenomeno sorge in dipendenza da un altro, questi anelli illustrano come l'ignoranza (avidyā) porti alla sofferenza e come, comprendendoli, sia possibile raggiungere la liberazione. Ogni azione provoca il suo debito risultato. Il karma e il libero arbitrio sono due aspetti della stessa verità spirituale: il presente è determinato dal passato, ma il futuro rimane libero. 

Semini un pensiero, raccogli un fatto - semini un fatto raccogli un'abitudine, - semini un'abitudine raccogli un carattere, - semini un carattere raccogli un destino.     

Nel modo in cui le cause messe in atto da un uomo reagiscono su di lui, così la causalità colelttiva posta in atto da un gruppo, reagisce sul gruppo.  

Per la scuola settentrionale ciò che rimane e si reincarna può essere considerato un individuo, per la scuola meridionale un complesso, anonimo residuo di karma.

I cinque precetti (Pañcasīla) nel buddhismo sono le regole etiche fondamentali per i laici, volte a evitare la sofferenza e coltivare una mente consapevole. Essi prevedono di astenersi da: uccidere o nuocere agli esseri viventi, rubare, condotta sessuale irresponsabile, mentire e usare sostanze inebrianti. 

Tutti possono acquistare meriti medianti atti quotidiani di bontà. Il merito di un'azione sarà proporzionato al bene che ne trarranno tutti gli esseri viventi. 

Nel buddhismo Theravada, il progresso spirituale verso l'illuminazione (Nirvana) è strutturato attraverso tappe precise, che riflettono la progressiva eliminazione delle impurità mentali (kilesa) e delle catene (samyojana) che legano al ciclo delle rinascite.
Le fasi principali si dividono in quattro stadi di santità, definiti dall'ottenimento del "frutto" (phala) a seguito del "sentiero" (magga):
    Sotapanna (Entrato nella Corrente): È la prima fase di risveglio. Il Sotapanna ha eliminato le prime tre catene: la visione illusoria del sé (personalità), il dubbio sulla dottrina e l'attaccamento ai riti e rituali. Rinascerà al massimo altre sette volte, ma non cadrà più nei piani di esistenza inferiori.
    Sakadagami (Colui che ritorna una volta): Il Sakadagami ha indebolito notevolmente le catene del desiderio sensuale e dell'avversione/malanimo. Ritornerà in questo mondo degli esseri umani al massimo un'altra volta prima di raggiungere la liberazione.
    Anagami (Non-ritornante): L' Anagami ha eliminato completamente il desiderio sensuale e l'avversione. Dopo la morte, non rinasce più nel mondo sensuale (Kama-loka), ma rinasce nei "Puri Dimore" (Suddhavasa), dove raggiunge il Nirvana.
    Arahat (Colui che è degno): È lo stadio finale. L' Arahat ha distrutto tutte le dieci catene, inclusi il desiderio per l'esistenza nel mondo della forma e senza forma, l'orgoglio, l'irrequietezza e l'ignoranza. Avendo estinto ogni impurità, non rinascerà più e raggiunge il Nirvana. 

Il sentiero per avanzare in queste fasi si basa sulla pratica del Nobile Ottuplice Sentiero, che si articola in tre pilastri fondamentali: 
    Sila (Virtù/Etica): Retta Parola, Retta Azione, Retto Sostentamento (i Cinque Precetti base).
    Samadhi (Concentrazione): Retto Sforzo, Retta Presenza Mentale, Retta Concentrazione (pratica della meditazione Samatha e Vipassana).
    Panna (Saggezza): Retta Visione, Retta Intenzione (comprensione delle Quattro Nobili Verità: sofferenza, origine, cessazione e via).

 I quattro Brahma-vihara, spesso tradotti come "Dimore Divine", "Stati Sublimi" o "Incommensurabili", sono quattro qualità mentali e stati emotivi coltivati nel buddhismo Theravada. Essi rappresentano la capacità del cuore di espandersi, promuovendo il benessere proprio e degli altri. 
I quattro Brahmavihara sono:
    Mettā (Gentilezza amorevole/Benevolenza): La volontà che tutti gli esseri siano felici e stiano bene. È l'amore incondizionato che non cerca il possesso e desidera il bene dell'altro.
    Karuṇā (Compassione): La risposta alla sofferenza altrui, ovvero il desiderio che gli esseri vengano liberati dalla sofferenza.
    Muditā (Gioia compartecipe/Empatica): La capacità di rallegrarsi sinceramente della felicità, del successo e della fortuna degli altri, superando l'invidia.
    Upekkhā (Equanimità): Una mente equilibrata, imparziale e serena, che non viene scossa dalle vicissitudini della vita, dagli opposti (piacere/dolore, guadagno/perdita) o dall'attaccamento e dall'avversione. 

    Obiettivo: Purificare la mente, sviluppare concentrazione e coltivare stati mentali salutari, liberando la mente dalla sofferenza.
    Pratica meditativa: In genere si inizia coltivando queste qualità verso se stessi, per poi estenderle gradualmente verso persone care, persone neutrali, persone ostili e infine a tutti gli esseri senzienti, abbattendo le barriere.
    Rilevanza: Sono descritti come una "dimora" nel senso che, con la pratica costante, diventano il modo abituale di percepire e reagire al mondo. 
Questi stati sono considerati "incommensurabili" perché, quando sviluppati pienamente, non conoscono confini o distinzioni.

Per il Theravada il Nirvana non è un annullamento nichilista, ma la cessazione di ciò che causa sofferenza, permettendo di ottenere la massima felicità e la completa liberazione mentale. 

Per la scuola Theravada la scuola Mahayana è una scuola eretica, una commistione di aggiunte e sviluppi successivi -   per il Mahayana la scuola Theravada è composta da principianti. 

Il canone del Therevada è preciso e tradotto in Pali. I testi del Mahayana sono in quattro lingue e molto complessi. 

Per il Mahayana la realtà è inesprimibile, il mondo esiste, ogni individuo è potenzialmente un Buddha, si è passati dall'Arhat al Bodhisattva,   dall'anatta allo sunyata.  

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Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono più...