giovedì 25 dicembre 2025

Scuole e testi Yoga

Nel corso del tempo, per adattarsi alle diverse epoche, lo Yoga ha prodotto una quantità di “Scuole”. Lo scopo finale di tutte rimane lo stesso, e cioè la conoscenza diretta e immediata del vero Sé, non soggetto alla legge del mutamento, attraverso la soppressione di tutto ciò che  impedisce questa esperienza metafisica. Ogni Scuola possiede la propria letteratura, la propria terminologia e i propri metodi caratteristici.    
In base all'approccio prevalentemente adottato, le principali Scuole si possono classificare in due categorie:   
  • scuole in cui prevale l'approccio psicologico, che possiamo chiamare “bhavana yoga”;  
  • scuole in cui prevale l'approccio fisiologico o vitale, che possiamo chiamare “prana - samyama yoga”.  
Bhavana Yoga. Bhavana  significa “ripetizione costante” (di un determinato concetto o atteggiamento) finché nella mente non si sia formato un canale preferenziale: l'idea è quella della “goccia che scava la roccia”. Nell‟ Ayurveda, bhavana significa una “cura da ripetere regolarmente”.  Un buon esempio del concetto di bhavana  lo si può trovare nella voce della coscienza che, più debole di quella degli istinti, non smette tuttavia di ammonirci e ci ricorda continuamente qual è il nostro dovere o “ dharma ”.  
Nelle Scuole appartenenti a questo gruppo, il praticante si sforza di vivere in modo tale da favorire un graduale cambiamento nei suoi atteggiamenti, pensieri e sentimenti, ripetendo incessantemente alla propria mente determinati concetti o compiendo determinati rituali. Si tratta,  in sostanza, di passare gradualmente, con vari mezzi, da un atteggiamento egocentrico, separativo e chiuso, ad uno sempre più aperto, luminoso, universale.  
Le più importanti Scuole di questo gruppo, sono lo Jnanayoga  e l'Ashtanga yoga di Patanjali; ad esse possiamo aggiungere i sentieri o “ marga ” del “ Bhakti ” e del “Karma ” della Bhagavad Gita che però non si classificano come vie autenticamente “yoga ” in quanto per quest'ultimo solo la conoscenza è liberatrice, non l'azione o la devozione; restano tuttavia due sentieri importanti in quanto tendono ad eliminare l‟ego, considerato uno dei principali ostacoli alla conoscenza del Sé.  
 
Il termine Jnanayoga compare per la prima volta nella Gita (III.3), sebbene la tradizione cui appartiene risalga alla prime Upanisad . E‟ il metodo di realizzazione spirituale praticato nelle scuole dell'Advaita Vedanta. Qui il termine yoga  significa soprattutto  “fusione” del sé individuale con l‟Assoluto fino alla scomparsa del primo. Infatti, il sé fenomenico è il prodotto di un profondo errore cognitivo: credere che vi sia una dualità.
Nella Trisikhibrahmana - Upanisad  si legge: “lo jnanayoga  consiste nella fissazione costante dell'attenzione sul Supremo”: lo strumento principale di questo yoga  è dunque il controllo della mente: questa deve essere svuotata da ogni sensazione ed emozione che la distraggono, e focalizzata incessantemente sull'Unico Assoluto.
 Questo tipo di yoga  è diverso da ogni altro ed è unico nella storia del mondo. Jnana ” non significa, come talvolta si legge, “conoscenza”, ma piuttosto “sapienza”.  Secondo la Gita (IV,39), gli elementi del jnanayoga  sono: 1) la fede o sraddha ; 2) l‟orientamento costante verso la conoscenza trascendente o viveka ; 3) il controllo dei sensi o vairagya. 
Per sraddha - fede non s'intende una credenza cieca ma piuttosto l'aspirazione di raggiungere la conoscenza liberatrice; ed è anche la fiducia nella parola del maestro e negli insegnamenti perenni delle Upanisad,  basati in entrambi i casi sull'intuizione metafisica.  Avendo assimilato intimamente la nozione che solo l'Assoluto è reale, e che l'esperienza della molteplicità non è che il risultato di un profondo errore metafisico, l'aspirante procede applicando questa concezione alla sua vita quotidiana, in tal modo dissociandosi da ogni fenomeno, sia esterno che interno al corpo-mente.
Pratiche quotidiane esemplari di questa Scuola sono:  
-osservare attentamente l'intervallo fra due pensieri;
-coltivare l'atteggiamento del testimone disinteressato durante tutta la giornata;  
-negli attimi che seguono il risveglio e precedono l'addormentarsi, osservare la comparsa e la scomparsa, nella  coscienza, del mondo esterno, del corpo e del senso dell'”io sono”.
La Liberazione finale, consiste nel trascendimento della coscienza  umana nei tre stati di veglia, sogno e sonno  profondo , per stabilirsi permanente nel quarto stato, quello della coscienza cosmica o turiya.
 
Bhakti-marga. E' la Via della Devozione verso Dio (chiunque Egli sia) portata alle estreme conseguenze. E ‟ un sentiero particolarmente veloce a adatto ai temperamenti naturalmente portati alla devozione.  La pratica consiste nei rituali o puja (adorazione dell'immagine o del simbolo), nella ripetizione ininterrotta e devota del Suo nome, e nell'atteggiamento di totale resa o abbandono  a tutto ciò che ci accade.  
 
 Karma-marga. Karma è un termine tecnico che significa ”azione” ed è un sentiero particolarmente adatto agli spiriti attivi. Le attività quotidiane, se compiute senza fini egoistici, unicamente in conformità al proprio “ dharma ”, in modo impersonale, possono contribuire alla diminuzione dell'ego, quindi sono considerate purificatrici.  La Bhagavad - Gita definisce lo yoga “ karmasu -kausalam ”: ovvero abilità nell'agire: non possiamo non agire, ma possiamo farlo “abilmente”, cioè senza desiderio dei frutti delle nostre azioni, per non rimanerne legati.  
 
“Prana -samyama” yoga.  Nelle Scuole classificate in questa categoria, derivate dal tantrismo, ma già prefigurate  nei Veda, l'enfasi viene posto sul controllo del prana. 
Concetto di “prana”. Il termine “ prana ” indica l'energia cosmica che regola il funzionamento dell'universo. A livello umano, questa “energia” (concetto da non confondere con quello occidentale, puramente fisico) è anche detta kundalini  ed è la forza vitale. In questi yoga si impara a controllare questa energia, per risvegliare l'entità psichica che abita il corpo, cioè il Sé. I testi yoga sostengono che il prana opera all'interno del corpo, e quando la sua attività cessa, la persona muore. Tutte le funzioni vitali sono manifestazioni di adho -gami prana, cioè di impulsi nervosi che agiscono in direzione discendente e centrifuga. Mediante particolari tecniche, in questi yoga si vuole sviluppare un'esperienza di urdhva -gami prana, ossia degli impulsi operanti nella direzione opposta, ascendente e centripeta.   
Le quattro Scuole note come “Maha yoga” sono: Mantra – Hatha – Laya e Rajayoga. Lo Hathayoga è considerato una tappa per ascendere al Rajayoga. Tutte le pratiche di questo gruppo agiscono direttamente o indirettamente sugli impulsi pranici, per arrivare, attraverso gli stessi, all'entità cosciente.  
Mantra -yoga. I Mantra  sono determinati suoni sacri o sillabe mistiche che si dice posseggano particolari effetti sul corpo  pranico. Con le vibrazioni del mantra , è possibile risvegliare le corrispondenti energie nell'organismo sottile. Queste scorrono nel corpo umano in determinati canali immateriali detti “ nadi” e si condensano nei chakra. Il mantra  apre alle esperienze di tipo trascendentale.  Nella Mantrayoga Samhita ” viene descritto che il discepolo riceve il mantra dal maestro che deve far parte di un lignaggio mai interrotto; l'iniziazione è detta diksha  ed è una effettiva trasmissione di potere spirituale. Il mantra  segreto viene solitamente sussurrato all'orecchio destro e ripetuto per tre volte.  

- Hatha yoga.   Il sistema dello Hathayoga  si basa sul principio secondo il quale le correnti praniche 
fluiscono nel nostro corpo. Lo scopo è quello di purificare il prana e internalizzare la nostra consapevolezza. La realizzazione dell'equilibrio fra Ida e Pingala si ottiene mediante un lungo processo costituente il programma tipico dello Hathayoga: asana, pranayama, suddhikriya, bandha & mudra, e nadanusandhana.  
Concetto di chakra. Le regioni principali del corpo sono sette: perine o, coccige, addome, cuore, gola, fronte, sommità del capo (ad ognuna corrisponde un chakra)  e le esperienze  provenienti da ognuna di esse sono diverse dalle esperienze provenienti da ogni altra. Nello yoga si parla del “Sé che si esprime maggiormente ad  un determinato livello rispetto agli altri”. L'intermediario fra il Sé e le funzioni vitali è il prana. L'attività vitale del mistico e del bhakta si concentra principalmente nella regione del cuore, mentre quella di uno jnani si situa fra le sopracciglia. L'obiettivo è il risveglio di  kundalini e la mente vi si assorbe, sospendendo le sue funzioni normali. Questo stadio è detto Laya  (fusione), e il praticante giunge fino al completo oblio del corpo e della mente, in uno stato di pienezza e consapevolezza superiore difficilmente descrivibile.  
Lo stato di Laya-yoga  sbocca automaticamente nel Raja-yoga, stato ancor più indescrivibile nel quale ogni dualismo è abolito e la mente individuale diventa Uno con l‟Assoluto.  
 
Il termine Hatha è composto da Ha, sole o polo positivo, e Tha, luna o polo negativo. I testi classici dello Hathayoga sono lo Hatha yoga pradipika di Svatmarama, la Gheranda samhita di Gheranda e lo Siva samhita. La Gheranda samhita descrive più di cento pratiche yoga, graduate dal livello fisico a quello psicologico e fino allo spirituale o metafisico. Una tipica espressione di questo testo è la seguente: “il corpo umano si disfa come un vaso di argilla nell'acqua; cotto al fuoco dello yoga, diventa 
indistruttibile”; è posteriore allo Hatha pradipika, la cui stesura risale fra la metà del XIV e la metà del XVI secolo.  Arthur Avalon (un giudice dell‟Alta Corte di Calcutta il cui vero nome era John Woodroffe) ha tradotto importanti testi tantrici sul Laya yoga e sui fenomeni connessi al risveglio di kundalini (1913), e pubblicato libri quali “Il potere del serpente” e “Il mondo come potenza”.  Abbinava Gupta, il grande filosofo e mistico dell'undicesimo secolo ha scritto opere fondamentali sullo shivaismo kashmiro, quali “Tantrasara”  e “Tantraloka”, che influenzarono profondamente il pensiero indiano.  Durante il periodo vittoriano della colonizzazione in India, il puritanesimo costrinse i praticanti tantrici alla clandestinità  a causa di alcune pratiche a sfondo sessuale. La conseguenza è che il Tantra indù è ancor oggi  poco studiato (anche perché gli indù non coltivarono mai una tradizione monastica di studio).  

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