Lo «Yoga sutra» di Patanjali è il più autorevole testo sullo yoga giunto sino a noi. Consta di 196 «sutra» o aforismi, divisi in quattro capitoli o «pada», della lunghezza rispettivamente di 51, 55, 56 e 34 sutra.
Ci sono degli studiosi che asseriscono che Patanjali sia vissuto nel II sec. a.C. e il quarto capitolo sia un'aggiunta posteriore, altri che sia vissuto intorno al V sec. d.C. Si dice che egli sia stato un esperto non soltanto nel campo della grammatica e della filosofia Yoga, ma anche della medicina tradizionale o Ayurveda. Infatti, viene rappresentato nei monumenti a lui dedicati come un cobra a tre teste.
Patanjali non è l'autore dei sutra, ma il suo contributo sta soprattutto nell'aver preservato tali conoscenze, di averle ordinate secondo logica in modo da poter essere utilizzate come guida nella pratica.
I sutra, interpretati in tanti modi, sono stati commentati da tantissimi esperti. Il più autorevole commentatore è stato Vyasa con il suo Yoga -bhasya, Vyasa è vissuto nel VII -VIII sec. Comunque lo stesso Vyasa lo ha sottolineato: «Lo Yoga si capisce (solo) praticandolo».
L'arte della composizione in «sutra» è nata quando l'accumularsi delle conoscenze relative a una determinata scienza – fino ad allora trasmessa oralmente da maestro a discepolo – ha reso necessario condensarle in formule dal minor numero possibile di parole, senza tuttavia omettere nulla di essenziale. Letteralmente, «su tra» significa «filo»: quello che tiene insieme le perle di una collana, o lega in una continuità le idee di un trattato. Successivamente, il termine ha acquisito una seconda accezione, di formula concisa o «aforisma». Quello dei sutra è anche un periodo storico nell'evoluzione del pensiero indiano. Esistono sutra buddhisti e anche di altre scienze.
Nell'Induismo, i darshana sono i sistemi filosofici «ortodossi» che accettano l'autorità dei Veda). Sono «punti di vista» ottenuti dai saggi (da drs, vedere, da cui drashta , il veggente), attraverso processi meditativi. I sei darshana sono: Nyaya, Vaisesika, Samkhya, Yoga, Purva Mimamsa, Uttara Mimamsa o Vedanta.
Lo «Yoga -sutra» di Patanjali è considerato il testo autentico e fondamentale del quarto darshana. A differenza dagli altri sistemi, lo yoga non ritiene che la sola conoscenza intellettuale sia sufficiente per realizzare la nostra reale ed essenziale natura, e quindi giungere alla liberazione dalla condizione umana. Occorre anche una pratica che ci aiuta a portare alla luce la conoscenza che è già in noi.
Il testo di Patanjali, pertanto, va considerato come una guida per l'aspirante avanzato, da consultare ogni qual volta insorgano dei dubbi o incertezze nel cammino.
Nel suo Trattato, Patanjali definisce come «Yoga classico» il sistema ad otto elementi noto come «Ashtanga Yoga », vedi il II capitolo a partire dal sutra 29. Questi otto elementi devono essere sviluppati contemporaneamente.
Patanjali delinea anche il « Kriya yoga », descritto all'inizio del II capitolo; qui troviamo l'analisi della sofferenza umana e delle cause che la determinano (la cosiddetta « Teoria dei klesa »). «Il Kriya yoga si pratica in tre modalità inseparabili: sforzo sostenuto, autocoscienza interiore e abbandono alla volontà divina; è praticato con l'obiettivo di alleviare le cause della sofferenza e consentire il samādhi.» (Yoga Sūtra, cap. II, versi 1 e 2).
Tramandato in forma riservata per secoli, il kriya yoga consiste nella forma più elevata di raja yoga, ed è definito da Patanjali la «Via Regale di unione con Dio» attraverso la meditazione.
Il Kriya è un'avanzata tecnica di pranayama del Raja Yoga. Il Kriya rafforza e rivitalizza le sottili correnti di energia vitale (prana) nella colonna vertebrale e nel cervello. Consiste anche in una serie di tecniche di meditazione avanzate. Kriya significa azione e yoga significa unità. Kriya Yoga indica quindi l'azione che ricongiunge l'anima decaduta con lo Spirito. Secondo Yogananda, anche la Bhagavad Gita contiene la descrizione della tecnica del kriya yoga, alla quale si riferirebbe Krishna quando racconta di essere stato lui, in una precedente incarnazione, a comunicare il segreto dello yoga indistruttibile.
Lo Yoga sutra non è un testo destinato ai principianti, ma un manuale di rapido riferimento e consultazione per esperti, già ben addentro alla teoria e la pratica di questa disciplina. Un praticante deve – prima di utilizzare proficuamente i sutra di Patanjali – studiare e praticare a lungo lo yoga, possibilmente sotto la guida di un esperto e di commentatori attendibili. Nel Trattato vi sono chiare indicazioni che Patanjali si è limitato a raccogliere e a sistemare in modo condensato una quantità di conoscenze circa la scienza dello yoga, specialmente nei suoi aspetti applicativi. Nella sua compilazione, egli accoglie anche elementi non vedici, come quelli propri del buddhismo e del jainismo. Ci sono parole e frasi non vediche (come ad es. nel sutra I : 33 "maitri -karuna" ecc., che si ritrova nel buddhismo. E' anche probabile che Patanjali abbia tenuto conto di altri pre-esistenti trattati e testi sullo yoga.
Il sutra I:2 – Yogas citta vrtti nirodhah - delinea il pensiero di Patanjali circa lo yoga in quanto metodo per raggiungere lo scopo. I singoli mezzi del sentiero verranno descritti da Patanjali nel Secondo Capitolo, opportunamente intitolato Sadhana - pada , ossia sezione della sadhana (pratica, tecnica: tali pratiche o mezzi sono elencati in particolare in II:1 e in II:29).
• Citta. Non esiste un esatto equivalente del termine citta nelle lingue occidentali. Molti commentatori hanno tradotto citta con mente, ma ciò non è esatto. L'equivalente sanscrito che più si avvicina al termine mente è manas, come si può evincere dai sutra I:33 e I:35. Il termine significa invece, letteralmente, «ciò che viene reso conscio». Nell'essere umano, citta va dal livello fisico, con gli organi di senso, a quello mentale comprendente l'inconscio, il conscio e il Superconscio (la sfera intuitiva). La «mente» (« manas ») è pertanto solo una minima parte dell'intera sfera di citta. All'inizio della pratica yoga, pertanto, la regione dalla quale l'aspirante deve partire, prima di addentrarsi nel proprio intimo, è quella della mente comune.
• Vrtti significa mulinello, parola che ben esemplifica il tipico dinamismo di citta. A causa delle vrtti che ne agitano costantemente la sostanza mentale, l'uomo non conosce la sua vera ed essenziale natura.
• Nirodha significa «arresto completo» (delle vrtti).
Dal punto di vista filosofico, il darshana Yoga completa il precedente, il Samkhya, introducendo il concetto di Ishwara ( o Iswara, Isvara), un dio personale, un'entità incorporea della stessa natura dell'Essere universale. Tale principio non è il Primo Assoluto nell'ordine universale: Ishwara è l'Essere, e al di là dell'Essere c'è il supremo indescrivibile Brahman. Una probabile relazione tra i due sistemi si può rinvenire nei sutra II:17 -23. Sarà l'ultimo darshana, il Vedanta, a trattare della metafisica pura e della realizzazione nell'Assoluto Brahman. Un altro punto di differenziazione è il concetto di citta, tipico dello yoga, che non è presente nel Samkhya tradizionale.
Il Samkhya postula l'esistenza di due principi eterni e increati: purusha e prakrti. Prakrti è il «principio oggettuale» o «materia», dalla cui proliferazione deriva ogni aspetto del mondo fenomenico. Purusha è il principio primordiale perfettamente immutabile e inattivo in ogni circostanza. L'attivazione di prakrti causata dalla mera presenza di purusha è un processo mistico e misterioso chiamato samyoga che porta alla creazione delle innumerevoli forme del mondo fenomenico. Purusha e prakrti comunque rimangono completamente separati e indipendenti.

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