Haṭha significa unione del sole e della luna: è il processo attraverso cui si sviluppano le capacità coscienziali per entrare in contatto con il corpo di energia, non con il corpo puramente fisico. L’unione delle due correnti energetiche, ida e pingala, non è un fatto meccanico, ma avviene grazie alla coscienza. L’elemento principe di questo processo è il respiro. Tutte le pratiche dovrebbero essere assoggettate al respiro, perché l’obiettivo profondo dell’haṭha yoga è il pranayama. Il respiro è il punto di partenza e anche il punto di arrivo del lavoro yogico.
Come afferma la Hatha Yoga Pradipika: «Quando il respiro è instabile, la mente è instabile; quando il respiro è calmo, la mente è calma».
L’elemento più elevato del pranayama è il kevala kumbhaka, che comprende inspirazione, ritenzione, espirazione e ritenzione. Pranayama e kumbhaka non sono separati: il kumbhaka rappresenta la forma più evoluta del respiro. Il respiro entra naturalmente nel kumbhaka quando il corpo è immobile, la mente è rilassata e l’organismo non richiede ossigeno. Quando il respiro diventa quasi impercettibile, ci si avvicina a questo stato.
Il respiro si manifesta attraverso tre fasi: respirazione addominale, toracica e clavicolare. Nel neonato la respirazione è addominale ed è legata agli istinti primari. Crescendo, il bambino entra in relazione con la madre, nasce il sentimento, l’emozione, e la respirazione diventa più profonda, trasformandosi in respirazione toracica, spesso accompagnata dal sospiro. Nell’uomo adulto le emozioni continuano a influenzare il respiro, che tende a coinvolgere maggiormente la zona toracica.
Lo stato mentale è strettamente connesso all’energia: quando siamo in uno stato di gioia, abbiamo energia in abbondanza. Anche la posizione yogica, se correttamente ottenuta, genera gioia ed energia; al contrario, la posizione fisica praticata in modo meccanico consuma energia. In ogni pratica esiste un progetto nascosto, che non va forzato né anticipato.
Non bisogna proiettarsi sul risultato dell’azione. È necessario affidarsi a un maestro che sappia guidare il processo. Lo yoga è la maturazione di questo progetto: il respiro diventa sempre più sottile e l’azione si trasforma nello strumento attraverso cui il respiro può essere vissuto.
L’osservazione è centrale: si può osservare con gli occhi fisici o con il terzo occhio. Con il terzo occhio si penetra la materia, si impara a vedere ciò che è nascosto, come lo stomaco, il fegato, gli organi interni. Un’attenzione particolare va rivolta al diaframma. Durante l’inspirazione il diaframma si contrae, durante l’espirazione si rilassa. Il primo passo è individuarne la posizione e imparare a metterlo in attività attraverso esercizi specifici. Occorre entrare nel processo con consapevolezza, perché attraverso il respiro entriamo nella nostra vita più intima e il primo incontro avviene proprio con il diaframma.
Infine, se contiamo il respiro, la mente cognitiva entra in contrasto con esso. Non è la mente razionale che deve guidare il respiro, ma la coscienza: è la coscienza che sa determinare naturalmente quando terminare l’inspirazione e quando concludere l’espirazione.
In definitiva, l’Hatha Yoga è un cammino di ascolto, integrazione e raffinamento. Attraverso il respiro, il corpo diventa il luogo della rivelazione e la coscienza lo spazio in cui le polarità si riconciliano.

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