Le cose non dette è l’ultimo film di Gabriele Muccino (2026) ed è l'adattamento del romanzo "Siracusa" di Delia Ephron. Gli attori protagonisti sono Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria, Carolina Crescentini, Beatrice Savignani e Margherita Pantaleo.
Carlo Ristuccia è un docente universitario, autore di un unico libro di successo. Sua moglie Elisa è una giornalista di Vanity Fair Italia i cui articoli vengono ripresi oltreoceano, ma al momento è in crisi creativa, e il suo direttore (interpretato dal vero direttore di Vanity) le consiglia di "staccare" e di partire per una vacanza che le regali un nuovo punto di vista.
Come coppia, Carlo ed Elisa sono in fase di stallo, e cercano di metabolizzare il dolore per non essere riusciti a diventare genitori. Decidono dunque per una puntata a Tangeri, insieme a un'altra coppia: Paolo, il migliore amico di Carlo, ristoratore stakanovista e padre assente, e sua moglie Anna, iperansiosa e prepotente. Con loro però c'è anche la figlia tredicenne Vittoria, che ha una particolare simpatia per Carlo. Peccato che in vacanza si presenti a sorpresa Blu, la giovanissima amante del professore, sua studentessa nonché cameriera nel locale dove i quattro amici sono soliti cenare insieme.
In primis L'ultimo bacio del quale riprende buona parte della trama: ovvero il tradimento di un narciso insicuro nei confronti di una compagna perfetta che lo mette in soggezione. Il fedifrago al centro della storia è di nuovo interpretato da Stefano Accorsi, e c'è un libro che Carlo e Blu si passano l'un l'altro: ricordate il "Siddharta" ne L'ultimo bacio?
Ritroviamo qui tutti i topos di Muccino: la regia ansiogena, la recitazione concitata, le litigate furiose, l'infantilismo maschile, l'immancabile arpia (in questo caso Anna) che sottrae i figli al padre depotenziandone l'autorità. Ma, complice forse l'ossatura narrativa di Ephron, questi topos stavolta sono al servizio del ritratto tragicomico di una generazione perduta, e in particolare di maschi che hanno smarrito la propria direzione. L'inserimento delle figure di Blu e Vittoria serve poi a costruire la sottotrama più interessante del film, ovvero il tradimento, molto più profondo e letale di qualsiasi scappatella, perpetrato dalla generazione dei cinquantenni (o giù di lì) nei confronti tanto della generazione dei ventenni (studenti e precari) incarnati da Blu, quanto di quella dei preadolescenti incarnata da Vittoria.
A Tangeri, Lontani dalla routine, i rapporti familiari e d’amicizia vengono messi a nudo: segreti, tensioni sottili e omissioni emergono inevitabilmente, costringendo tutti a confrontarsi con ciò che avevano evitato di guardare.
«È un film sui silenzi, sulle cose non dette che spesso parlano più forte di qualsiasi parola», spiega Muccino. «Volevo raccontare le crepe invisibili che si formano nei rapporti, quei momenti in cui non diciamo nulla ma tutto crolla lo stesso».
Girato tra Roma e Tangeri, il film usa i luoghi non come semplice sfondo, ma come specchio dei personaggi: «Roma è concreta, viva, disordinata; Tangeri è sospesa, immobile, e obbliga a guardarsi dentro», spiega Muccino. Un cinema fatto di pause pesanti, sguardi che tradiscono, dettagli che parlano più delle parole. «Non cercavo risposte facili», conclude il regista, «ma domande che restano addosso, perché le cose che non diciamo spesso ci definiscono più di tutto il resto».
E in effetti, Le cose non dette è un film che si misura con l’invisibile: ciò che non esplode ma corrode lentamente, ciò che resta negli angoli delle relazioni. Muccino evita facili catarsi o morale predicatoria e costruisce invece una lente sulle fratture emotive quotidiane, mostrando quanto sia complesso vivere accanto agli altri senza conoscerli davvero.

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