Nella
notte di domenica 1 febbraio 2026, il Dalai Lama, a 90 anni, ha vinto
il suo primo Grammy nella categoria “Best Audio Book, Narration &
Storytelling Recording” per “Meditations: The Reflections of His
Holiness the Dalai Lama”. A 90 anni, il monaco tibetano aggiunge un
riconoscimento inedito alla sua collezione, spiegandolo come “un tributo
alla nostra responsabilità universale condivisa”, non una celebrazione
personale.
L'audio-libro
unisce riflessioni orali del leader tibetano a composizioni di musica
classica indiana. La collaborazione porta la firma del maestro di sarod
Amjad Ali Khan e dei figli Amaan Ali Bangash e Ayaan Ali Bangash, con
partecipazioni di artisti occidentali come Maggie Rogers e Rufus
Wainwright. In una dichiarazione diffusa sui canali ufficiali, il Dalai
Lama ha sottolineato quattro parole-chiave che ricorrono da decenni nel
suo insegnamento: pace, compassione, cura dell’ambiente, unità del
genere umano. Non un dettaglio estetico, ma l’impianto morale di
un’opera pensata per la voce, il respiro e il silenzio, più che per gli
effetti.
Il
Grammy è storicamente una vetrina dove si incontrano politica,
letteratura e impegno civile. Negli anni, hanno vinto qui figure come
Michelle Obama, Barack Obama e Jimmy Carter, dimostrando come la
narrazione sia un campo di influenza simbolica tanto quanto la musica.
Il riconoscimento al Dalai Lama s’iscrive in questo solco, con un
messaggio che intreccia spiritualità e diritti umani.
Il
Dalai Lama richiama un lessico costante: interdipendenza, non-violenza,
responsabilità verso gli altri, imparare a “disinnescare” l’ira. Il
progetto si colloca nella linea di lavori che il monaco ha dedicato alla
meditazione laica, ed è esattamente questa la ragione per cui il
pubblico globale può avvicinarsi senza barriere dottrinali.
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