mercoledì 11 febbraio 2026

La vita di Jiddu Krishnamurti

A trentaquattro anni, davanti a tremila seguaci, sciolse l'Ordine della Stella, l'organizzazione religiosa costruita attorno a lui. Non per delusione, ma per coerenza assoluta con ciò che aveva sempre insegnato. Disse, sconcertando l'uditorio, "Non è possibile organizzare una fede, la fede è una cosa individuale, se lo fate essa muore, si cristallizza, diventa un credo, una setta, una religione da imporre agli altri", e proseguì, "io non voglio appartenere a nessuna organizzazione di tipo spirituale: per favore, cercate di comprenderlo". 

 Jiddu Krishnamurti è stato forse il più straordinario — e il più onesto — predicatore del XX secolo. Una figura che sfugge a qualsiasi etichetta: non era un guru, non era un messia, non era un filosofo nel senso accademico del termine. Era, semplicemente, un uomo che aveva deciso di essere completamente libero — e che non smise mai di invitare gli altri a fare lo stesso.     Uno dei suoi testi più conosciuti  è Freedom from the Known (Libertà dal conosciuto). 

Nato l'11 maggio 1895 a Madanapalle, in India, ottavo figlio di una famiglia induista devota, Krishnamurti crebbe nei pressi di Adyar, sede della Società Teosofica fondata da Helena Petrovna Blavatsky. Fu lì che, a soli quattordici anni, venne "scoperto" da Charles Leadbeater, ex pastore anglicano e braccio destro della presidente Annie Besant. Leadbeater vide nel ragazzo — descritto dai familiari come dolce, riservato, a tratti quasi spaesato, con una grande passione per la meccanica — un'aura straordinaria. 

Lo proclamò il futuro messaggero dei Maestri divini, il tramite terreno di una rivelazione spirituale attesa da secoli.

Da quel momento, la sua vita cambiò radicalmente. Educato alla teosofia, alle responsabilità di un ruolo cosmico e alle buone maniere inglesi, Krishnamurti crebbe sotto la tutela amorevole di Annie Besant, verso cui sviluppò un affetto filiale sincero. L'Ordine della Stella — la congregazione religiosa costruita attorno a lui — arrivò ad avere cinquantamila membri. I giornali lo chiamavano "il messia in abito sportivo", "la divinità in calzoni alla zuava".
George Bernard Shaw lo definì "il più bell'essere umano che abbia mai visto". Frequentava Aldous Huxley, Greta Garbo, Leopold Stokowski. John Barrymore lo voleva per la parte di Buddha in un film. Il presidente del Costa Rica annunciò che il suo governo avrebbe seguito il suo pensiero.
Eppure, dentro di lui, qualcosa non tornava.

Già a vent'anni Krishnamurti si sentiva "privo di responsabilità e trascinato di qua e di là come un bambino". Nel 1925, la morte dell'inseparabile fratello Nitya lo devastò, scuotendo la sua fiducia nella protezione dei Maestri. Nello stesso anno, alcuni membri dell'Ordine si attribuirono pubblicamente iniziazioni mistiche e responsabilità spirituali che egli non aveva mai autorizzato. Al campo di Ommen del 1926 cominciò ad alludere ai suoi dubbi, con parole che suonavano già come un presagio: "Voi non dovete elevarmi ad autorità. La verità viene di soppiatto, quando meno ve l'aspettate. La liberazione non è per i pochi, i prescelti, gli eletti."

Tre anni dopo, nel 1929, all'Hollywood Bowl di Los Angeles parlò davanti a sedicimila persone. Poi tornò ad Ommen, in Olanda. Era il momento di rompere gli indugi.

Davanti a tremila seguaci, trasmesso dalla radio olandese, Krishnamurti disse ciò che pensava da anni — con la semplicità disarmante che lo caratterizzava che non era  possibile organizzare una fede.
E poi: "A che serve avere dietro migliaia di persone che non ascoltano, imbalsamate nel pregiudizio, che non vogliono il nuovo, ma preferiscono adattarlo al proprio sterile, stagnante io? Dipendete da qualcun altro per la vostra spiritualità e la vostra felicità, e dovreste cercare dentro di voi."  Infine, la conclusione che lasciò l'uditorio senza parole: "Ho deciso di sciogliere l'Ordine. La mia unica preoccupazione è che gli uomini siano assolutamente, incondizionatamente liberi. La verità è una terra senza sentieri.Nessuna organizzazione, religione, guru, filosofia o metodo può condurre alla libertà; essa è una comprensione diretta che si scopre solo individualmente.

L'organizzazione collassò. Chi lo criticò, chi entrò in crisi, chi si adeguò. Krishnamurti non smise di parlare — ma da quel momento lo fece senza nessuna struttura attorno a sé, senza nessun ruolo da sostenere.
Nei decenni successivi il suo messaggio si andò raffinando attorno ad alcuni cardini essenziali: La liberazione dal pensiero sedimentato. Per Krishnamurti, i nostri condizionamenti — le credenze, i ricordi, le identità che portiamo — sono la fonte principale del dolore. "Dio è una nostra invenzione", amava dire. Liberarsi dal passato significa liberarsi dalla sofferenza.
L'amore senza condizioni. Non come concetto, ma come stato naturale di chi ha smesso di proiettare sé stesso sugli altri. 
Asseriva l'inutilità di riti e tecniche. La vera meditazione, per lui, non era il mantra, la postura o la respirazione regolare: era "fare scoperte inattese e stupefacenti al proprio interno". Van Morrison gli dedicò una canzone e il titolo di un album: No Guru, No Method, No Teacher. Il superamento della paura della morte — e, con essa, di tutta "la tiritera della reincarnazione".

A volte aveva delle crisi mistiche — si bloccava a letto per giorni, perdeva il contatto con il mondo, emergeva stremato ma spiritualmente rinnovato. Continuò a vivere momenti di dissociazione estatica fino alla vecchiaia: una volta ebbe la sensazione di essere accompagnato da un altro se stesso. Incontrò il Dalai Lama nel 1956. Incontrò Bernard Berenson, che scrisse di lui: "Gli ho chiesto se non stesse inseguendo qualcosa di puramente verbale. Lo ha negato fermamente, ma senza scaldarsi." Quando Indira Gandhi andò a trovarlo, gli fece l'impressione di "una donna molto infelice". Di fronte al suo perdurante successo, si metteva a ridere sbalordito: "È una cosa da pazzi!"
A ottantasette anni parlò davanti a duemila persone ad Amsterdam e a tremila alla Carnegie Hall di New York.
Krishnamurti morì il 17 febbraio del 1986, rientrato in California dopo un ultimo ciclo di conferenze in India. Negli ultimi giorni delle sua vita fu ricoverato in ospedale, chiese che le sue ceneri fossero disperse — senza cerimonie, senza luoghi sacri, senza "tutta quella roba".
La sua chiaroveggenza, ironica fino all'ultimo, continuava a dirgli che avrebbe vissuto ancora qualche anno per portare a termine i suoi progetti. A un giornalista che gli aveva chiesto se sentiva di aver cambiato il modo di vivere delle persone, aveva risposto con la consueta semplicità: "Un po'. Ma non molto."  

Vedi  https://www.krishnamurti.it/ 

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