Può una suora cattolica essere una maestra di Yoga? Per molti la risposta è una sorpresa, per altri un paradosso. Eppure, la storia di Suor Gemma Vitiello (aprile 1925 - giugno 2017) ci insegna che quando la spiritualità è autentica, non conosce confini dogmatici, ma solo spazi di accoglienza. Suor Gemma ha esaltato il dialogo interreligioso ed è stata una pioniera di una spiritualità inclusiva.
Attraverso il suo insegnamento, Suor Gemma ha dimostrato che lo Yoga non è una minaccia per la propria identità religiosa, ma uno strumento per irrigare il deserto dell'anima.
Attraverso il suo insegnamento, Suor Gemma ha dimostrato che lo Yoga non è una minaccia per la propria identità religiosa, ma uno strumento per irrigare il deserto dell'anima.
La caratteristica straordinaria di Suor Gemma era la sua capacità di essere profondamente cristiana e totalmente laica allo stesso tempo. Nelle sue classi, Cristo e Dio erano nominati con la naturalezza di chi ama, ma senza mai diventare un obbligo per gli altri.
Il paradosso è affascinante: in un mondo dove spesso lo Yoga stesso viene trasformato in una nuova "religione" rigida, Suor Gemma offriva uno spazio di libertà assoluta. Attorno ai suoi tappetini si ritrovavano: Cristiani che cercavano una via corporea alla preghiera; Ebrei, atei e agnostici che cercavano pace e benessere; Cercatori spirituali stanchi delle forme precostituite.
Tutti si sentivano accolti. Nessuno si sentiva "diverso", perché l’accoglienza di Gemma non dipendeva dall'appartenenza, ma dall'essere umani.
Suor Gemma portava con sé una provocazione sana: perché rinnegare le proprie radici geografiche e culturali per inseguire esotismi lontani? Il suo esempio era un invito a riscoprire il buono della propria tradizione, vivendola però con lo spirito aperto dello Yoga.
Il suo obiettivo non era il proselitismo, ma una lotta contro l'aridità del cuore. Voleva che nei suoi allievi si aprisse uno spiraglio di luce, affinché nessuno "morisse come un deserto". E se proprio deserto doveva essere, che fosse quello dei mistici: fatto di silenzio, spazio e fascino, non di vuoto spirituale.
L'aspetto più intimo della sua eredità emerge nel rapporto con i suoi allievi più cari e, in particolare, nel legame con la nipote, con cui ha condiviso l'inizio del cammino. Nonostante i percorsi si fossero poi divisi per seguire linguaggi diversi — l'una con i nomi di Dio e dei Santi, l'altra con il silenzio della forma pura — la loro intesa è rimasta intatta.
Suor Gemma aveva capito una verità che molti maestri dimenticano: non contano i nomi o le forme, conta la luce accesa nel fondo dell'anima. La sua fiducia non si basava sulla condivisione di un vocabolario religioso, ma sul riconoscimento di una comune "adesione alla vita" e verso gli altri.
Il paradosso è affascinante: in un mondo dove spesso lo Yoga stesso viene trasformato in una nuova "religione" rigida, Suor Gemma offriva uno spazio di libertà assoluta. Attorno ai suoi tappetini si ritrovavano: Cristiani che cercavano una via corporea alla preghiera; Ebrei, atei e agnostici che cercavano pace e benessere; Cercatori spirituali stanchi delle forme precostituite.
Tutti si sentivano accolti. Nessuno si sentiva "diverso", perché l’accoglienza di Gemma non dipendeva dall'appartenenza, ma dall'essere umani.
Suor Gemma portava con sé una provocazione sana: perché rinnegare le proprie radici geografiche e culturali per inseguire esotismi lontani? Il suo esempio era un invito a riscoprire il buono della propria tradizione, vivendola però con lo spirito aperto dello Yoga.
Il suo obiettivo non era il proselitismo, ma una lotta contro l'aridità del cuore. Voleva che nei suoi allievi si aprisse uno spiraglio di luce, affinché nessuno "morisse come un deserto". E se proprio deserto doveva essere, che fosse quello dei mistici: fatto di silenzio, spazio e fascino, non di vuoto spirituale.
L'aspetto più intimo della sua eredità emerge nel rapporto con i suoi allievi più cari e, in particolare, nel legame con la nipote, con cui ha condiviso l'inizio del cammino. Nonostante i percorsi si fossero poi divisi per seguire linguaggi diversi — l'una con i nomi di Dio e dei Santi, l'altra con il silenzio della forma pura — la loro intesa è rimasta intatta.
Suor Gemma aveva capito una verità che molti maestri dimenticano: non contano i nomi o le forme, conta la luce accesa nel fondo dell'anima. La sua fiducia non si basava sulla condivisione di un vocabolario religioso, ma sul riconoscimento di una comune "adesione alla vita" e verso gli altri.
Suor Gemma ci lascia l'idea che lo Yoga sia una disciplina della presenza. Ci ha insegnato a stare di fronte agli altri senza paura, con tutta l'energia che abbiamo dentro, portando avanti la nostra verità con gentilezza. In un mondo dello Yoga popolato da troppi "sedicenti guru", la figura di questa suora che praticava asana ci ricorda che la vera santità e la vera maestria risiedono nella capacità di far sentire l'altro, chiunque egli sia, pienamente a casa.
Come diceva Suor Gemma, l'importante è non lasciar inaridire il cuore.
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