lunedì 11 maggio 2026

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono più di 1000 articoli, la maggioranza dei quali verte su yoga, meditazione, buddhismo, filosofie orientali, rapporto tra scienza e meditazione.                    

Gli articoli sono essenzialmente riassunti di libri che ho letto su questi argomenti e che mi hanno particolarmente colpito.  Per ricercare un soggetto specifico si può usare la finestrina a destra, oppure si possono usare le categorie (etichette) che si trovano sulla destra. Sul Blog sono riportati anche i libri che ho scritto sullo yoga e la meditazione e la gallery di alcuni miei viaggi.                                                     

       Buona lettura   

 

Per un’empatia verso gli animali - Oltre la complicita’dell’indifferenza

Articolo scritto da Roberto Fantini - May 08, 2026

 “La bonta’, l’amore altruista e la  compassione non vanno d’accordo con la parzialita’. Limitare a un campo ristretto il nostro altruismo non solo lo riduce quantitativamente ma anche qualitativamente. Praticarlo selettivamente, nella fattispecie solo verso gli esseri umani, finisce per impoverirlo.”  -    Matthieu Ricard


            Il sofista Filostrato d’Atene  narra che il neopitagorico Apollonio di Tiana abbracciò con entusiasmo il vegetarianesimo in seguito all’incontro con i bramini di Taxila (Punjab), proclamando che “la Terra produce il necessario al sostentamento dell’umanità” e che “chi è felice di vivere in pace con il creato così com’è stato fatto non esige nulla di più”. Mentre, a proposito dei carnivori, avrebbe detto che si dimostravano “indifferenti alle grida della madre terra”.

Molti sono i pensatori e gli analisti che, riflettendo sul sempre crescente sterminio degli animali perpetrato a scopo alimentare, fanno ampiamente ricorso alla categoria dell’ indifferenza. Come si potrebbe, d’altronde, riuscire a fornire una ragionevole giustificazione del fatto che, ogni anno, vengano sacrificate alle esigenze del palato le vite di circa 60 miliardi di animali terrestri e di ben 1.000 miliardi di animali marini, contribuendo, per di più, ad incrementare in maniera rilevante il fenomeno del sottosviluppo e dei tanto lamentati squilibri ambientali?

Secondo la filosofa francese Elisabeth de Fontenay noi animali umani, che pratichiamo e tolleriamo una simile ecatombe quotidiana, non dovremmo essere considerati dei sadici sanguinari, bensì “indifferenti, passivi, disincantati, noncuranti, corazzati, vagamente complici”, resi tali dalla nefasta quanto implacabile convergenza  antropocentrica di cultura monoteistica, tecnoscienza e imperativi economici.

A suo avviso, però, il “guardarsi dal sapere ciò che altri fanno per noi”, mantenendosi volutamente disinformati, non dovrebbe costituire affatto una attenuante, ma, per noi che ci arroghiamo il pieno diritto di innalzarci al di sopra degli animali non umani proprio in nome della presunta “unicità” della nostra coscienza, rappresenterebbe una chiara circostanza aggravante.

E, secondo lo storico statunitense Dominick LaCapra, evidenti sarebbero le analogie con quanto verificatosi durante la tragedia della Shoah. I meccanismi psicologici, infatti, sarebbero simili, e, fra questi, il primo e fondamentale sarebbe rappresentato dal cosiddetto  “falso segreto”.

Ovvero, non si tratterebbe di vera e propria ignoranza-indifferenza, bensì di un sapere abbastanza da non volerne sapere oltre. Non ci troveremmo, cioè, di fronte a “semplice indifferenza”, ma ad “una dinamica molto attiva che consiste nel ridurre al silenzio i propri pensieri.”
Per il celebre monaco-scienziato Matthieu Ricard, quindi, ad essere macellata e fatta a pezzi, nella sistematica orgia di sangue ai danni dei nostri fratelli animali non umani, è anche la nostra coscienza interiore la quale, per paura, viltà, pigrizia, ignavia e conformismo, si autocondanna a vivere nella cecità del non voler sapere, del non voler comprendere e del non volersi ribellare.

Sua (e nostra!) convinzione, pertanto, è che il permanente massacro degli animali debba essere inteso come una vera e propria sfida dai connotati epocali, in cui, a essere in gioco, siano “l’integrità e la coerenza etica delle società umane.” E, nelle ultime pagine del suo ottimo lavoro del 2014, Plaidoyer pour les animaux*, aprendosi a fiduciosa speranza, il monaco buddhista scrive:

“Certamente non mancano le buone notizie. Da una trentina d’anni a questa parte la mobilitazione in favore degli animali non ha mai cessato di crescere. Non si tratta soltanto dell’opera di qualche “animalista” sfegatato, ma di persone assennate che hanno rivolto la loro empatia e compassione agli animali.   Diventa sempre più difficile fingere di ignorare il rapporto tra la sofferenza del vitello e la cotoletta che mangiamo. (…)
Un numero crescente di persone non si accontenta più di un’etica limitata ai comportamenti dell’uomo verso i suoi simili, e chiede che la benevolenza sia rivolta a tutti gli esseri, non come un’aggiunta facoltativa, ma in quanto componente essenziale dell’etica stessa.
Spetta a noi continuare a promuovere l’avvento di una giustizia e di una compassione imparziali, nei confronti dell’insieme degli esseri senzienti.  
La bontà - conclude -  non è un obbligo:   è la più nobile espressione della natura umana.”
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*M. Ricard, Sei un animale! Perché abbiamo bisogno di una RIVOLUZIONE ANIMALISTA, Sperling & Kupfer.


Chi sei davvero? - Mauro Bergonzi

Tratto dai dialoghi del sito di Mauro Bergonzi "Il Sorriso Segreto dell'Essere"  https://sites.google.com/site/ilsorrisodellessere/       

Siamo abituati a pensare a noi stessi come individui separati dal mondo: un "io" che pensa, soffre, sceglie, cerca. Ma cosa succede se questa convinzione fosse, alla radice, un'illusione? È questa la domanda che percorre i dialoghi di Mauro Bergonzi, professore di Filosofie Orientali.


Bergonzi usa un'immagine semplice e potente: immagina un foglio bianco con un puntino nero al centro. Il foglio è la coscienza — lo spazio in cui ogni esperienza appare. Il puntino è il corpo-mente, con tutti i suoi pensieri, sensazioni, emozioni.
Nella vita ordinaria ci identifichiamo quasi sempre con il puntino. Crediamo di essere quella piccola macchia: i nostri pensieri, le nostre preoccupazioni, il nostro nome, la nostra storia. Ma la coscienza — il foglio bianco — è sempre lì, inattaccabile, silenziosa, capace di contenere tutto.
Uno dei punti più spiazzanti dell'insegnamento di Bergonzi riguarda la mente. Siamo abituati a parlarne come di una cosa ben precisa, quasi un organo invisibile che produce pensieri. Ma se cerchi la mente nella tua esperienza diretta, cosa trovi davvero? Un flusso di pensieri che appaiono e scompaiono. Nient'altro.
"La mente non esiste come entità separata," dice Bergonzi. "È solo il nome che diamo ai pensieri che spontaneamente appaiono e scompaiono nella sconfinata vastità della coscienza."
Questo ha una conseguenza importante: il classico tentativo di controllare la mente con la mente stessa è un vicolo cieco. Come una trappola che cerca di catturare se stessa. I pensieri ossessivi, quelli depressivi, quelli ansiosi, sorgono da soli — nessuno li "fa". E l'intenzione di controllarli è anch'essa un pensiero che sorge da solo.
C'è un momento preciso in cui questo equivoco ha inizio. Intorno ai due anni, il bambino smette di parlare di sé in terza persona ("Mario vuole giocare") e comincia a dire "io". Da quel momento, la potente ipnosi del linguaggio convince gradualmente l'individuo di essere soltanto un corpo-mente separato dal resto del mondo.
Prima di quel passaggio, il bambino vive in una coscienza globale. Tutto fluisce indiviso: suoni, colori, sensazioni, emozioni. Poi arriva il pensiero "io sono solo questo", e nasce la separazione. E con la separazione arriva il senso di incompletezza, di solitudine, il bisogno di cercare qualcosa che si crede perduto.
Eppure, nota Bergonzi, nulla è davvero andato perduto. L'adulto è sempre immerso nella stessa coscienza globale del neonato. Ha solo acquisito in più un pensiero illusorio: "sono separato dal mondo."
Molti si aspettano che Bergonzi promuova tecniche di meditazione come via alla liberazione. La sua risposta è più sfumata — e più radicale. La meditazione può portare pace, armonia, benessere mentale. Ma dal punto di vista della liberazione, non ci avvicina di un millimetro a ciò che siamo già. Nessuno sforzo, nessuna pratica può portarci più vicini all'Essere, perché siamo già l'Essere. Come ogni onda del mare non si avvicina mai di un centimetro all'acqua: è già acqua.
Con una bella immagine, Bergonzi dice che la meditazione è "un ornamento della vita, meravigliosamente superfluo nella sua gratuita magnificenza." Togliere il vestito non produce la nudità — che era sempre lì sotto. Così la meditazione non produce la Presenza, ma può aiutare a svelarla.
Esiste il libero arbitrio? Bergonzi risponde che la domanda è mal posta — come chiedersi se Babbo Natale è alto o basso. Sia il libero arbitrio sia il determinismo presuppongono l'esistenza di un "io" separato che possa essere libero o condizionato. Ma quell'"io" non esiste come entità autonoma.
Scelte e decisioni accadono. Pensieri accadono. Azioni accadono. Ma non c'è un agente separato che le compie. "Il vento soffia" — ma esiste un vento a parte dal soffiare? Ugualmente, "io penso" è solo un modo di parlare: c'è il pensare che appare nella coscienza. Nient'altro.
Questo non è fatalismo. È leggerezza. Tutto accade spontaneamente, naturalmente, senza bisogno di un controllore invisibile al timone.
Molti di coloro che dialogano con Bergonzi parlano di solitudine, depressione, ansia. La sua risposta tocca la radice: il senso di isolamento nasce dall'identificazione con un io separato. Quando crediamo di essere solo questo corpo-mente, il mondo esterno diventa un luogo da cui difendersi o da cui dipendere.
Ma sia la scienza sia la mistica concordano: non possiamo essere separati dall'universo. La coscienza che siamo non ha confini. È come lo spazio: non c'è uno spazio "dentro" il vaso separato da quello "fuori". È il vaso a essere immerso nello spazio.
Quando questo viene visto — non come concetto, ma come esperienza diretta — si apre una pace che non dipende da circostanze favorevoli. Una pace che non si raggiunge perché è già ciò che si è.
Verso la fine di uno dei dialoghi più intensi, Bergonzi dà un'indicazione semplice. Ogni volta che sorge un dubbio su chi si è, ogni volta che l'ansia o la confusione sembrano sopraffare, c'è qualcosa di sempre disponibile:  Ci sei? Esisti? Sei cosciente?
La risposta è immediata, certa, prima di ogni pensiero. Non si può dubitare dell'esistenza mentre si dubita. Per negare di esistere, bisogna prima esserci. Questa evidenza — essere-consapevolezza — è il vero "io". Non un'entità separata, ma la luce silenziosa in cui tutto appare e scompare. Il foglio bianco su cui il film della vita si proietta.  Il resto va e viene.

La felicità e la sofferenza - Lama Thubten Zopa Rinpoche

La felicità che desideriamo, la sofferenza che non vogliamo, la felicità che cerchiamo di ottenere, la sofferenza che cerchiamo di eliminare o evitare: tutto proviene dalla mente e non dalla mente di qualcun altro, ma dalla nostra.
Lama Zopa Rinpoche è uno dei maestri di Buddhismo tibetano più rinomati a livello internazionale. Nato nel 1946 in Nepal, a tre anni è stato riconosciuto come reincarnazione di Kunsang Yeshe del lignaggio buddhista Nyngma. Il suo maestro è Lama Thubten Yeshe. Insieme nel 1967 fondarono in Nepal i monasteri di Kopan e di Lawdo e nel 1974 la Fondazione per la Preservazione della Tradizione Mahayana (FPMT), un network interna­zionale di centri e progetti di Dharma.       

 

 La sofferenza, il disagio, la frustrazione sorgono perché la nostra mente non è sotto il nostro controllo; siamo noi a essere sotto il controllo della nostra mente che, a sua volta, è controllata dai nostri pensieri disturbanti. Permettiamo alla nostra mente di essere controllata dai nostri nemici interiori: ignoranza, rabbia ed egoismo. Invece di contrastarli e cercare di liberarcene, diamo loro carta bianca e accettiamo di essere sconfitti. Questo è un problema. Tutto qui. Questa è la nostra vita quotidiana.

Ma se ci sforzassimo di tenerli sotto controllo troveremmo finalmente pace e gioia nella nostra vita quotidiana e la sofferenza che vogliamo evitare cesserà. Ma finché permetteremo ai pensieri disturbanti di controllarci andremo inevitabilmente incontro a problemi e dolore.

Se nella nostra vita di tutti i giorni desideriamo la pace mentale allora, anche se non riusciamo a rinunciare a noi stessi per prenderci cura degli altri esseri senzienti con totale dedizione, anche se non riusciamo a cambiare così tanto, dovremmo almeno praticare l’equanimità, comprendendo che noi e gli altri esseri senzienti siamo identici nel non desiderare nemmeno il minimo disagio e nel voler essere felici e appagati. Da questo punto di vista, siamo perfettamente uguali.
Limitarsi a conoscere e comprendere gli insegnamenti non è sufficiente: il loro scopo è che vengano messe in pratica. Se non pratichiamo ciò che sappiamo, non sperimenteremo la pace mentale. Quindi, se non riusciamo ancora a scambiare noi stessi con gli altri — rinunciando al nostro egocentrismo per essere totalmente altruisti — dovremmo quanto meno cercare di praticare l’equanimità.

È tutto molto logico. Riflettete: la vostra famiglia, gli amici e i colleghi, chiunque nel vostro Paese e, in ultima analisi, proprio tutti gli esseri senzienti desiderano essere felici, non vogliono soffrire. Esattamente come voi. Ecco perché non c’è alcuna ragione che giustifichi che la vostra felicità e la vostra libertà dalla sofferenza siano più importanti di quelle di chiunque altro.
Per prima cosa, provate a pensare al vostro partner e a qualcuno che odiate, al vostro nemico: sono uguali. Non c’è una sola ragione che dimostri che la libertà dalla sofferenza e la felicità della persona che amate siano più importanti di quelle della persona che non vi piace. Poi pensate allo stesso modo riguardo al resto della vostra famiglia, ai vostri colleghi, ai vicini di casa, ai connazionali, all’umanità tutta e poi a qualsiasi essere senziente. D’accordo, parlano lingue diverse, si vestono ognuno a suo modo, il colore della pelle cambia ma sono tutti esattamente uguali. Per quanto siano diversi, sono esattamente uguali da questo punto di vista.
Quindi voi e la persona che non vi piace per niente, il vostro nemico, desiderate la felicità e non volete il benché minimo disagio esattamente alla stessa maniera. E ne avete l’identico diritto. Sia voi che gli altri siete nella medesima condizione per un ulteriore aspetto: avete bisogno dell’aiuto altrui, così come gli altri hanno bisogno del vostro. Questa è la realtà ed è per questo che è sconcertante far del male agli altri per nessun motivo valido se non per il proprio tornaconto personale. È ingeneroso e meschino. Ma se in una famiglia, o anche in una coppia, c’è qualcuno che pratica l’equanimità, ci sarà molta pace e armonia.

L’uguaglianza di cui parlo è un fatto, un dato di realtà mentre l’idea che “io sono più importante degli altri, del mio nemico, di tutti gli esseri senzienti” è una nostra visione errata. A dire il vero, l'”Io” che si sente più importante degli altri non esiste nemmeno, è un’allucinazione. Quindi aggrapparsi a un’allucinazione è piuttosto ridicolo. Eppure è ciò che facciamo incessantemente, giorno dopo giorno ed è proprio da qui che nasce tutta la confusione.

L’egocentrismo è la fonte della nostra depressione, della nostra aggressività, degli esaurimenti nervosi, dei fallimenti, delle situazioni indesiderabili, degli alti e bassi della vita e dei problemi quotidiani. Più forte è, maggiori sono i problemi che sperimentiamo; e più intensa è la nostra preoccupazione per noi stessi, il nostro desiderio di felicità personale, più facilmente ci sentiamo a disagio. Ci arrabbiamo persino con gli uccellini che cinguettano fuori dalla nostra finestra. Ci arrabbiamo con i cani che abbaiano e persino con il rumore del vento tra gli alberi! Se il nostro cibo si è raffreddato ne facciamo un dramma. Accadono molte cose sconcertanti come queste. Magari per altre persone ciò che fa innervosire o arrabbiare un egoista non è affatto un problema.
Bastano pochi esempi per comprendere che tutto deriva dalla mente della persona egoista. Se va in giro si sente disturbata; se resta a casa, idem. Ovunque vada, è sempre irritata.

Le coppie egoiste litigano continuamente: litigano in giardino, litigano in casa; in camera da letto, in sala da pranzo, a colazione, pranzo e cena. L’unico momento in cui non litigano è quando non sono insieme. Sono tutte cose che il Buddha ha spiegato nei suoi insegnamenti.
Ma se almeno uno dei due rinunciasse alla propria felicità a favore di quella dell’altro, la relazione diventerebbe pacifica e armoniosa; maggiore è la rinuncia, maggiore è la pace e l’armonia.

Avrete dunque compreso quanto sia incredibilmente importante trasformare la propria mente, praticare l’equanimità, passare da un modo di vedere egocentrico e a autoriferito a un atteggiamento gentile e altruista.  E' tutto molto logico e basato sull’evidenza dei fatti. È lampante. Facciamo un altro esempio: se voi e un’altra persona state morendo di fame e l’altra persona trova del cibo e ve lo offre, rinunciando alla sua felicità per la vostra, quanto vi rende felici? Ecco la dimostrazione di come la rinuncia all’egocentrismo causi felicità.

Se gli altri vi trattano male, vi criticano, sottolineano i vostri errori e questo vi ferisce, ancora una volta è per il vostro atteggiamento egoistico: se non foste così ossessionati da voi stessi, se non vi consideraste il centro dell’universo, gli altri potrebbero dirvi qualunque cosa e non ne verreste minimamente toccati. La critica ferisce solo il vostro ego. Ecco perché dovreste considerarlo un nemico e per farlo dovreste riconoscerne i difetti e gli svantaggi. Magari state cercando di praticare il Dharma ma qualunque cosa facciate con il corpo, la parola e la mente non diventa Dharma, anche di questo è responsabile l’atteggiamento egoistico; le vostre azioni non diventano Dharma perché avete un atteggiamento egoistico.

Ricevete ogni tipo di insegnamento sull’addestramento mentale (lojong) da molti Lama, ma di fronte a un problema non solo non li mettiamo in pratica ma addirittura non ce li ricordiamo! Qualcuno ci tratta male o si approfitta di noi e non riusciamo a ricordare quale meditazione dovremmo praticare in quel momento. Perché? Perché stiamo seguendo l’atteggiamento egoistico. Finché ci comporteremo così i buddha dei tre tempi potrebbero stare davanti a noi per darci insegnamenti per cento eoni, e le loro parole non sarebbero di alcun beneficio, non cambierebbero la nostra mente. Se non facciamo uno sforzo in prima persona, non importa chi è il maestro, persino Gesù in persona, non accadrà nulla, non troveremo pace…   

Deismo, Teismo, Panteismo e Agnosticismo

C’è una domanda che nessun essere umano riesce davvero a ignorare: Esiste qualcosa — una mente, un principio, una forza — all’origine di tutto? E se esistesse, che cosa cambierebbe per noi? Le risposte che la filosofia ha elaborato nel corso dei secoli sono molte e profondamente diverse tra loro. Tre in particolare meritano attenzione: il deismo, che ammette l’esistenza di un principio intelligente ma nega ogni sua ingerenza nella vita umana; il panteismo, che identifica Dio con l’universo intero; e l’agnosticismo teologico, che riconosce onestamente i limiti di ciò che la ragione può sapere. Tre posizioni diverse, accomunate da un rifiuto: quello del dogmatismo e del fanatismo religioso.     

Il deismo è la convinzione che esista un principio intelligente all’origine dell’universo. Non un Dio che interviene nella storia, che ascolta le preghiere o punisce i peccatori: semplicemente, una mente ordinatrice che ha messo in moto l’esistenza.
Voltaire, il grande filosofo illuminista, è il deista per eccellenza — e si ferma deliberatamente qui. La perfezione e la complessità del mondo non possono essere l’effetto della mera casualità: l’ordine straordinario del cosmo, la struttura degli organismi viventi, le leggi della fisica sembrano richiedere una mente ordinatrice a monte. Ma oltre questo punto, Voltaire non si spinge. Ciò che sta oltre i limiti della ragione non merita speculazioni: altro non siamo in grado di dire, e forse è meglio così.     

Su questo sfondo si inserisce anche la posizione di Leibniz, che offre una risposta più ottimista: questo è il migliore dei mondi possibili. Dio — onnisciente, onnipotente e perfettamente buono — avrebbe creato il mondo migliore tra tutti quelli logicamente concepibili. Il male esiste, ma è necessario per un bene maggiore. Voltaire risponde a questa tesi con feroce ironia nel suo Candido: come può un mondo devastato da terremoti, guerre e pestilenze essere il migliore possibile? L’ottimismo metafisico di Leibniz, per Voltaire, è una forma di cecità davanti alla sofferenza reale.

Il panteismo è una visione filosofica e teologica che identifica Dio con l’universo, la natura e la totalità delle cose. Il termine deriva dal greco pan (tutto) e theos (dio): tutto è divino, e il divino è tutto. Non esiste un Dio creatore separato dal mondo: Dio coincide con la natura stessa, la permea, l’attraversa, ne è la sostanza profonda.
Il suo massimo esponente è Spinoza, che sintetizò questa visione nella celebre formula Deus sive Natura — "Dio, ovvero la Natura". Per Spinoza esiste un’unica sostanza infinita, che possiamo chiamare indifferentemente Dio o Natura: tutto ciò che esiste ne è una manifestazione. Gli esseri umani, gli animali, le stelle, i pensieri — tutto è modo di questa sostanza unica, infinita e necessaria.
I punti chiave del panteismo:
Identificazione Dio–Mondo: Dio non è un creatore separato dalla creazione, ma coincide con essa. Non c’è trascendenza: il divino è pienamente immanente.
Immanenza: la divinità permea l’intera realtà — esseri umani, legge naturale, materia e pensiero.
Monismo: la realtà è un’unica sostanza divina. Non c’è dualismo tra Dio e mondo, tra spirito e materia.
Radici storiche: il termine nacque agli inizi del XVIII secolo, ma la visione ha radici antiche: Eraclito, gli Stoici, Giordano Bruno e soprattutto Spinoza ne sono i rappresentanti principali.

Il panteismo si distingue nettamente dal teismo: il teismo vede Dio come un essere personale e trascendente, distinto dalla natura che ha creato. Il panteismo invece afferma che Dio è la natura — non l’ha creata dall’esterno, ma la costituisce dall’interno.
Dal panteismo si distingue anche il panenteismo, che afferma qualcosa di più sfumato: tutto è in Dio, ma Dio non si esaurisce nel mondo. Il divino è immanente nell’universo, ma lo trascende anche

L’agnosticismo teologico è la posizione di chi riconosce onestamente i limiti della ragione umana di fronte alla domanda su Dio. Non nega che esista un archè — un principio originario dell’universo — ma afferma che di questo principio non siamo in grado di dire nulla di certo. E che, probabilmente, è meglio che non diciamo nulla, piuttosto che costruire teologie elaborate su fondamenta fragili.
La posizione è vicina per spirito a quella di Epicuro: Dio ci sarà pure, ma adesso ce la dobbiamo cavare da soli. Non c’è provvidenza, non c’è intervento divino, non c’è un destino scritto dall’alto. Il mondo è un campo aperto, pieno di incognite e di cose orribili a cui dobbiamo far fronte con la sola ragione. Aspettare un soccorso soprannaturale non è solo inutile: è un modo per eludere la propria responsabilità.
Il mondo va affrontato realisticamente, senza attendersi interventi provvidenziali di esseri superiori.”  — Voltaire
Questa posizione è quella di Immanuel Kant, che nella Critica della ragion pura dimostrò che le tradizionali prove razionali dell’esistenza di Dio non reggono a un esame critico rigoroso. La ragione umana, quando tenta di spingersi oltre i limiti dell’esperienza possibile, cade inevitabilmente in contraddizioni. Dio è un’idea della ragione — necessaria, utile come postulato morale — ma non un oggetto di conoscenza dimostrabile.

Al di là delle distinzioni filosofiche, la posizione di Voltaire ha una direzione pratica molto precisa. Filosofare significa essere presenti, qui e ora, e cercare di esserci nel modo migliore possibile. Non costruire sistemi metafisici astratti, non attendere la salvezza in un aldilà, non consolarsi con promesse di giustizia ultraterrena: agire, adesso, per rendere il mondo un posto più giusto e più umano.
Il nemico principale di questa filosofia è il fanatismo — religioso, ideologico, di qualsiasi tipo. Il fanatismo nasce dalla certezza assoluta di possedere la verità, e da questa certezza deriva il diritto di imporla agli altri con qualsiasi mezzo. Voltaire combatte questa tendenza per tutta la vita, con l’ironia come arma principale.
A questa critica al fanatismo si aggiunge una critica all’ottica antropocentrica: l’idea, profondamente radicata nella tradizione occidentale, che l’essere umano sia il centro e il fine dell’universo, e che tutto il resto esista al suo servizio. Voltaire anticipa con sorprendente modernità la necessità di un rispetto che si estenda oltre i confini della specie umana — agli animali, alla natura, a ogni essere capace di soffrire.
Il programma filosofico di Voltaire si può sintetizzare così: basarsi su principi etici universali, convivere senza distruggerci a vicenda, costruire un mondo più rispettoso dei bisogni dell’essere umano in un’ottica egualitaria. Non perché Dio lo chieda — ma perché la ragione lo indica come necessario.
Il Dizionario Filosofico — forse la sua opera più interessante e rappresentativa — è la materializzazione di questo programma. Una raccolta di voci in ordine alfabetico che smonta le certezze acquisite, mostra l’assurdità del fanatismo, rivendica il diritto di ogni essere umano a pensare con la propria testa. Fu messo all’Indice e bruciato più volte: Voltaire lo ripubblicava, ampliato, ogni volta.

Al fondo di tutto questo c’è un messaggio che potrebbe sembrare paradossale, vista la ferocia con cui Voltaire critica ogni istituzione: un messaggio di fiducia nell’umanità. Non una fiducia ingenua, ma fondata sulla constatazione che la ragione umana ha le risorse per affrancarsi dalle barbarie che ha prodotto in tanti periodi della storia.
L’umanità ha compiuto atrocità enormi: guerre di religione, schiavitù, persecuzioni, genocidi. Ma ha anche saputo, in altri momenti, costruire leggi più giuste, riconoscere diritti, limitare il potere arbitrario, diffondere l’istruzione. La barbarie non è un destino scritto nella natura umana: è il prodotto dell’ignoranza e del fanatismo, e come tale può essere combattuta.
La celebre conclusione del Candido — “bisogna coltivare il proprio giardino” — non è un invito alla rassegnazione. È un programma filosofico: smettere di attendere che qualcuno dall’alto risolva i nostri problemi, e dedicarsi concretamente, con le proprie mani e la propria ragione, a migliorare ciò che è a portata. Il giardino è la vita, la comunità, il mondo che ci circonda. Coltivarlo è il compito di ogni essere umano responsabile — credente o no, deista o ateo, agnostico o panteista.

L'ateismo è la negazione dell'esistenza di qualsiasi divinità o essere soprannaturale, ponendosi come opposto al teismo. Derivante dal greco á-theos ("senza dio"), indica chi non crede in religioni, spesso basandosi su un approccio razionalista o materialista. L'ateismo è pratico (vivere come se dio non esistesse) e teorico (negazione filosofica). Sinonimi includono non credenza, scetticismo, razionalismo, miscredenza. È la convinzione che Dio non esista, differenziandosi dall'agnosticismo, che sostiene l'impossibilità di sapere se Dio esista o meno.

Riferimenti: Voltaire, Dizionario Filosofico, Candido — Spinoza, Etica — Leibniz, Teodicea — Kant, Critica della ragion pura — Epicuro, Epistole.

La meditazione - Walpola Rahula

Walpola Rahula Thera (1907-1997) è stato un monaco buddista, il primo professore di Storia e Religioni in una università occidentale. In questo testo L'insegnamento del Buddha - Walpola Rahula spiega cosa è la meditazione.  La vera meditazione buddhista non significa affatto una fuga dalla realtà.  Il termine originale, Bhavana, significa coltura mentale, o sviluppo mentale, il tentativo di depurare la mente dalle impurità e da ciò che al turba. E coltivare qualità positive come l'energia, concentrazione, l'attenzione, ecc.          

Ci sono due forme di venivano considerati come meditazione; una è sviluppo della concentrazione mentale (samatha) nel fissare la mente in un unico punto, che conduce alla sfera della né-percezione, nè non percezione. Questo tipo di meditazione esisteva prima del Buddha. Questi stati mistici  come un vivere in pace in questa esistenza.  Con il Buddha si introduce un altro tipo di meditazione Vipassana o visione penetrativa della natura delle cose, che conduce alla liberazione della mente, alla realizzazione della Realtà ultima, al Nirvana. E' un metodo analitico basato sulla consapevolezza, l'attenzione, la vigilanza, l'osservazione. Il discorso sulla meditazione o sviluppo mentale si chiama Satipatthana-sutta, i Fondamenti della consapevolezza.

 Uno degli esempi di meditazione è la consapevolezza del respiro, dell'inspirazione e dell'espirazione. La mente è concentrata sul respiro in modo da essere consapevole dei suoi movimenti e mutamenti di ritmo. Poco a poco la mente riuscirà ad essere concentrata solo sul respiro, si farà l'esperienza di un istante in cui non esisterà alcun suono, e il mondo esterno  non esisterà, si arriva alla realizzazione mistica. La facoltà di concentrazione è essenziale per ogni tipo di comprensione, penetrazione, di visione profonda della natura delle cose, alla realizzazione del nirvana.    L'esercizio sulla respirazione porta a risultati immediati, migliorerà la salute fisica, il sonno, la calma e l'efficienza. 

Un'altro tipo di meditazione consiste nell'essere attenti e consapevoli di qualsiasi cosa si faccia durante la quotidianità, si arriverà a essere consapevoli di vivere nel momento presente, nell'azione presente. Spesso si vive nel passato o nel futuro, e si fanno più cose contemporaneamente.  Ma la vera vita è il momento presente. Dovete dimenticarvi di voi stessi e perdervi in ciò che fate, coltivando incessantemente la consapevolezza mentale.

Esiste un modo di praticare lo sviluppo mentale (meditazione) che riguarda le nostre sensazioni o sentimenti. in questo modo si riesce ad essere consapevoli e testimoni dello nostre emozioni. Si osservano oggettivamente le emozioni che sorgono e si riesce a controllarle, se fossero negative. 

Vi è anche una meditazione su temi etici, spirituali e intellettali. Tutti gli studi, letture, conversazioni, riflessioni su questi temi sono una forma di meditazione, Si può riflettere sui cinque impedimenti che sono: desideri sessuali, malizia, odio e collera, torpore e indolenza, l'agitazione e l'ansia, i dubbi scettici. Sui sette fattori dell'illuminazione: consapevolezza, ricerca, energia, gioia, rilassamento, concentrazione, l'equanimità.  Si può anche meditare sui quattro stati sublimi: amore e benevolenza,  compassione per tutti gli esseri, gioia compartecipe, equanimità nelle vicende della vita. 

Tutto questo deve essere applicato nella quotidianità e non nel chiuso di un monastero. Sariputta, il principale discepolo del Buddha, disse: "colui che conduce una vita pura in un villaggio è assai superiore a quello che vive come un asceta nella foresta". Un uomo che passa tutta la vita in solitudine, preoccupato solo del suo benessere e della sua salvezza non segue l'insegnamento del Buddha, che è basato sull'amore, sulla compassione e sul servizio degli altri.  Occorre rispettare i sei gruppi sociali e familiari: genitori, maestri, la moglie e i figli, gli amici, i parenti, i vicini, i servitori, operai, impiegati e i religiosi. 

Se si vuole diventare buddhisti non c'è nessuna cerimonia di iniziazione da compiere, si è considerati buddhsiti se si prende rifugio nei tre gioielli e si osservsano i cinque precetti. non distruggere una vita, non rubare, non commettere adulterio, non dire il falso, non assumere sostanze inebrianti.

Il buddhismo si interessa anche del benessere sociale e economico di tutti gli esseri, non è facile condurre una vita spirituale se le condizioni sociali e materiali non sono favorevoli.  Certe minime istanze materiali devono essere soddisfatte per arrivare ad avere un successo spirituale.  Ci sono anche il Cakkavattisihanandasutta e il Kutananda sutta che trattano di questi temi. migliorandeo le condizioni economiche si ridurranno i crimini.  Il Buddha considerava il progresso e il benessere economico una precondizione per la felicità umana, che è basata sulla spiritualità e sull'etica, e predicava la nonviolenza e la pace come messaggio universale. Intervini di persona per prevenire la guerra, come ad esempio tra i Sakya e i Koliya.    Un paese per essere felice deve avere un sovrano e un governo giusto che governi in armonia con il suo popolo. 

La solo conquista che porti pace e felicità è la conquista di sé. Si possono conquistare milioni di uomini in battaglia, ma chi conquista se stesso, uno solo, è il più grande dei conquistatori. 

L'odio non è mai placato dall'odieo, ma è placato dalla gentilezza, si deve vincere la collera con la gentilezza, la valvagità con la bontà, l'egoismo con la carità, e la menzogna con la verità. E questo e vero anche su scala nazionale e internazionale. Aoka (III a.C.) è l'unico esempio nella storia dell'umanità in cui un sovrano all'apice del potere, rinuncia alal guerra, alla violenza e abbraccia il buddhismo e un messaggio di pace  e nonviolenza. Il buddhismo propugna una società in cui la compassione sia il motore dell'azione; in cui tutti gli esseri viventi, anche i più insignificanti, siano tratttati con giustizia, considerazione e amore. 

L'insegnamento del Buddha - Walpola Rahula

Walpola Rahula Thera (1907-1997) è stato un monaco buddista, studioso e scrittore dello Sri Lanka. Nel 1964 divenne professore di Storia e Religioni alla Northwestern University, diventando così il primo monaco (bhikkhu) a ricoprire una cattedra nel mondo occidentale. In questo testo L'insegnamento del Buddha - Walpola Rahula presenta la dottrina e l'etica buddhista, e si propone di adattare, senza tradirlo, l'insegnamento del Buddha alla vita moderna e laica.       

Il Buddha non ha mai affermato di aver tratto ispirazione da qualcuno, Dio o potere esterno. Ogni uomo ha le potenzialità per diventare un Buddha, basta che lo voglia o si sforzi di farlo. L'uomo è padrone di se stesso e del suo destino. "Ognuno è il rifugio di se stesso" -disse il Buddha.  "Spetta a voi compiere il vostro sforzo, posso solo indicarvi la via".   La libertà di pensiero concessa dal Buddha non ha eguali nella storia delle religioni.  Il Buddha consigliava che il discepolo dovrebbe sottoporre a esame lo stesso maestro. Oltre la libertà di pensiero il Buddha era tollerante con tutte le forme di spiritualità. Anche l'imperatore Asoka segui l'esempio di tolleranza e comprensione del Buddha e onorò, e diede il suo appoggio a tutte le religioni del suo vasto impero.  La verità non è monopolio di nessuno, le etichette generano pericolosi pregiudizi nella mente degli uomini.  

Questo spirito di tolleranza e comprensione è stato fin dall'inizio uno degli ideali più cari alla cultura e alla civiltà buddhista che si è diffusa pacificamente.   L'enfasi viene posta sul vedere, conoscere, comprendere e non sulla fede o sulla credenza.  L'insegnamento del Buddha è qualificato come ehi-passika, perchè invita a venire a vedere, non a venire a credere. Questo è particolarmente importante in un periodo di brahamanica intolleranza.  Non si deve dire che ciò in cui si crede è vero e tutto il resto è falso. L'insegnamento è come una zattera che serve ad attraversare il fiume, e non a tenersela stretta.

 Nel buddhismo non c'è il peccato, la radice di tutti i mali è l'ignoranza. Non si deve credere ciecamente a qualcosa ma si devono avere dubbi, anche sull'inseganemnto del Buddha. La violenza è ripudiata in qualsiasi forma.  L'insegnamento del Buddha deve condurre l'uomo alla pace, alla sicurezza, alla felicità, al conseguimento del nirvana.  Il Buddha non ha mai parlato di superflue questioni metafisiche che sono di carattere speculativo come se l'universo è eterno o meno, la relazione tra anima e corpo, ecc...  Questi argomenti sono inutili, non conducono al distacco, all'equanimità, alla pace e alla piena speculazione. Il Buddha ha spesso ignorato queste domande.

Il buddhismo non è ne pessimista, nè ottimista; e non nega che vi sia felicità nella vita quando parla di sofferenza. Anzi riporta una lista di felicità dal fisico al mentale, ma sono tutte incluse in dukkha (la sofferenza).  E' necessario evitare l'impazienza e l'irritazione e comprendere la sofferenza, le sue cause e come liberarsene, e  lavorare per questo fine con intelligenza e energia. I veri buddhisti sono i più felici degli esseri e non hanno nè paure, né ansietà.

Quello che chiamiamo un essere, un individuo o un io è solo una combinazione di forze o energie mentali e fisiche che mutano incessantemente e che possono essere divise nei cinque aggregati: materia, sensazioni, percezioni, formazioni mentali, la coscienza. Non c'è uno spirito permanente e immutabile che possa essere considerato come un Sé permanente, un'individualità, niente che possa chiamarsi io, un'anima o ego, in opposizione alla materia. Il mondo è un flusso continuo e impermanente.  La tradizione buddhista nega l'esistenza di un atman (sé) imperituro e vede quello che chiamiamo "Io" un insieme di aggregati: quindi non sostiene né la teoria nichilista, né la teoria eternalista. 

La falsa idea del sè è la causa dei pensieri negativi, egoistiic e dell'attaccamento. e la fonte dei tormenti nel mondo.  Secondo la teoria della relatività buddhista ogni cosa è condizionata, relativa e inter-dipendente. 

Il Mahaparinibbana-sutta recita: "Dimorate facendo di voi stessi il vostro sostegno, facendo di voi stessi e  del Dhamma il vostro rifugio, non cercando rifugio in nessun altro".

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Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono più...