Nel 1951, un giudice londinese pubblicò un libro destinato a diventare uno dei testi di riferimento per generazioni di lettori occidentali interessati al buddhismo. Si chiamava Christmas Humphreys, aveva fondato la Buddhist Society di Londra nel 1924, e il suo Buddhismo non era il solito manuale introduttivo. Era qualcosa di più raro: la sintesi di una vita intera dedicata alla pratica, alla riflessione e al dialogo tra Oriente e Occidente.
La prima cosa che colpisce il lettore è il tono. Humphreys non scrive da orientalista distaccato, ma da convertito che ha vissuto il buddhismo dall’interno per decenni. La sua formazione da avvocato e giudice si sente: alterna momenti di rigore analitico e retorica misurata con aperture mistiche del tutto insolite per un uomo di legge britannico. Questa tensione tra razionalità e spiritualità autentica dà al testo una voce del tutto originale — e difficilmente replicabile.
Uno dei contributi più originali di Humphreys alla letteratura buddhista mondiale è la formulazione, nel 1945, dei Dodici Principi del Buddhismo che sintetizzano i capisaldi dottrinali del buddhismo, specialmente nella tradizione Theravada e Mahayana. Essi sono:
– Responsabilità personale: La salvezza è compito di ogni individuo; nessuno può compierla al posto nostro.
– Impermanenza (Anicca): Tutto ciò che esiste (fisico o mentale) è soggetto a un ciclo di nascita, crescita, decadenza e morte.
– Il cambiamento e l’Anima (Anatta): Non esiste un “sé” o un’anima immutabile e permanente all’interno dell’individuo.
– Karma: L’universo è regolato dalla legge di causa ed effetto. L’individuo è il risultato dei propri pensieri e azioni passate.
– Unità della Vita: La vita è una e indivisibile, sebbene le sue forme siano innumerevoli e mutevoli.
– Interconnessione: Poiché la vita è tutt’uno, gli interessi della parte coincidono con quelli del tutto. L’egoismo produce sofferenza.
– Il Nobile Ottuplice Sentiero: È la via che porta alla liberazione dalla sofferenza, bilanciando la vita materiale e spirituale.
– Dio e la Verità: Il Buddhismo non crede in un Dio creatore che impone la salvezza. La Verità va scoperta attraverso l’esperienza diretta.
– La Via di Mezzo: Un sentiero di moderazione che evita gli estremi, come l’indulgenza e l’ascetismo, portando alla pace interiore.
– Meditazione e Mindfulness: La pratica costante (meditazione, presenza mentale) è fondamentale per sviluppare consapevolezza e comprensione.
– Compassione (Metta) e Gentilezza amorevole: Coltivare l’amore e la compassione per tutti gli esseri viventi, senza discriminazioni.
– Liberazione (Nirvana): Il fine ultimo è la cessazione del desiderio, dell’odio e dell’ignoranza, raggiungendo uno stato di totale libertà e pace.
Questi principi pongono l’accento sulla pratica attiva e sulla trasformazione personale piuttosto che sulla mera fede dogmatica.
Humphreys ottenne l’approvazione di tutte le scuole buddhiste del Giappone — inclusa la setta Shin — del Patriarca Supremo della Thailandia e dei principali esponenti buddhisti di Ceylon, Birmania, Cina e Tibet. Si tratta di qualcosa di straordinario: un tentativo riuscito di trovare un terreno comune tra scuole che per secoli avevano sottolineato le proprie differenze.
Nel libro, questi principi vengono presentati e discussi come una bussola essenziale per il lettore occidentale che si avvicina a una tradizione plurale e articolata.
A differenza di molti testi introduttivi che presentano il buddhismo come un blocco monolitico, il libro di Humphreys segue il buddhismo nella sua evoluzione storica: dalla vita del Buddha fino al Theravāda, al Mahāyāna, allo Zen e al buddhismo tibetano. L’approccio è prima storico, poi dottrinale. Per ogni scuola, Humphreys evidenzia che cosa sia stato preservato degli insegnamenti originari e che cosa invece rappresenti un’evoluzione o una modulazione successiva. Il risultato è una mappa del buddhismo vivo e in movimento — non un museo delle idee.
Humphreys non finge una neutralità che non ha. Nel libro dedica ben cinque capitoli agli insegnamenti del Theravāda, ma afferma esplicitamente la sua convinzione che gli insegnamenti del Mahāyāna rappresentino un avanzamento rispetto ad essi. Questa presa di posizione, dichiarata apertamente invece di essere nascosta dietro un finto equilibrio accademico, è rara nella saggistica buddhista e rende il testo intellettualmente onesto. Il lettore sa sempre da dove parla l’autore.
Un’altra peculiarità che sorprende: Humphreys è palesemente critico verso alcune scuole buddhiste, in particolare la scuola della Terra Pura e la setta giapponese Shin, che attacca più volte nel corso del testo definendole posizioni estreme. Esiste persino una sezione dedicata esplicitamente a questa critica. Per chi si avvicina al buddhismo per la prima volta, questo giudizio netto è spiazzante — ma stimolante. Obbliga il lettore a riflettere sulle differenze reali tra le tradizioni, invece di trattarle come varianti equivalenti di uno stesso tutto indistinto.
Humphreys era membro della Società Teosofica e cita H.P. Blavatsky più volte nel testo. Questo non è un difetto nascosto, ma una chiave di lettura esplicita: il suo buddhismo è filtrato attraverso la visione teosofica di una “saggezza perenne” comune a tutte le grandi tradizioni spirituali. Chi conosce la Teosofia riconoscerà questo sfondo. Chi non la conosce troverà nel libro anche un’introduzione indiretta a quel modo di pensare — e alla stagione in cui l’Oriente e l’Occidente si incontrarono per la prima volta in modo sistematico.
Un elemento biografico che permea il testo è il rapporto privilegiato con il maestro Zen D.T. Suzuki. Quando nel 1927 Suzuki pubblicò la sua prima serie di saggi sullo Zen, aprì a Humphreys il mondo del Mahāyāna, che esercitò su di lui un’attrazione molto più forte del Theravāda. Humphreys lo considerava il più spiritualmente evoluto degli uomini che avesse mai conosciuto. Il capitolo sullo Zen nel libro beneficia direttamente di questa frequentazione: non è una descrizione dall’esterno, ma un racconto filtrato da un’amicizia reale con uno dei suoi massimi rappresentanti del Novecento.
Verso la fine di un capitolo dedicato all’arte buddhista, Humphreys rivela in una frase la sua tesi di fondo: lo scopo del buddhista non è migliorare lo standard di vita, ma elevarne la qualità — eliminare il sé che nasconde la propria luce interiore, piuttosto che accumulare comfort materiali. In un mondo ossessionato dalla crescita economica e dal benessere consumistico, questa distinzione — formulata nel 1951 — suona oggi come una provocazione straordinariamente attuale.
Uno degli apporti più profondi del libro riguarda il concetto di Nirvana. Humphreys fa un ottimo lavoro nello spiegare come nella tradizione Mahāyāna il Nirvana non sia [N.5: doppio spazio accidentale] un rifugio dalla ruota del mondo che gira — ma la ruota stessa, vissuta pienamente e consapevolmente. Chi realizza il Nirvana non fugge dalla vita quotidiana: la rende divina. Questa lettura del Nirvana come piena immersione nella realtà, e non fuga da essa, è una delle idee più originali e illuminanti dell’intero testo.
Il filo conduttore di tutto il libro — e la sua eredità più duratura — è il messaggio di responsabilità personale radicale. Ciò che affascinava Humphreys nel buddhismo, più di ogni altra cosa, era che poneva l’intera responsabilità sull’individuo. Le ultime parole che il Buddha avrebbe pronunciato — “lavorate alla vostra liberazione con diligenza” — sono quelle a cui Humphreys torna sempre. In un’epoca di guru, movimenti e organizzazioni spirituali, questo messaggio risuona con forza particolare. Non c’è maestro che possa farlo al posto tuo. Non c’è organizzazione che possa liberarti. La verità — come diceva anche Krishnamurti — è una terra senza sentieri.

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