Esiste una visione univoca su sesso e Buddhismo? Articolo del 2016 pubblicato su Nalanda Edizioni
In una calda giornata di giugno del 1997, a San Francisco, un gruppo di buddhisti gay e lesbiche incontrò il Dalai Lama ad un’udienza per conoscere le sue opinioni sull’omosessualità. Il Dalai Lama iniziò l’incontro, durato un’ora, ribadendo la sua opposizione alla discriminazione basata sull’orientamento sessuale e il suo impegno per i “pieni diritti umani” per le persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender.
Poi la discussione passò dal generale allo specifico: da ciò che è accettabile nella società in generale a ciò che è accettabile nella tradizione buddhista. Basandosi su un testo dettagliato dello studioso tibetano del XV secolo Tsongkhapa, il Dalai Lama spiegò cosa l’opera ha da dire sulla “condotta sessuale scorretta”, il tipo di sesso che, essendo una delle dieci non-virtù, è considerato eticamente sbagliato. Tra le altre cose, la formulazione di Tsongkhapa proibisce il sesso tra uomini, la masturbazione, il rapporto orale o anale e persino il sesso durante il giorno. Non proibisce, invece, il sesso tra donne o la frequentazione di prostitute da parte degli uomini, e permette agli uomini eterosessuali fino a cinque orgasmi per notte. Per timore che si pensi che questa delineazione dei confini tra sesso lecito e illecito sia una peculiarità di Tsongkhapa, va sottolineato che formulazioni simili si trovano in importanti testi tibetani scritti prima e dopo di lui, incluse opere di Gampopa e Dza Patrul. Cosa più importante, ogni elemento della formulazione di Tsongkhapa ha un fondamento nelle fonti buddhiste indiane.
Dopo aver spiegato il testo di Tsongkhapa, Il Dalai Lama ha proseguito parlando della “possibilità di comprendere questi precetti nel contesto del tempo, della cultura e della società… Se l’omosessualità fa parte delle norme accettate [oggi], è possibile che possa essere accettabile… Tuttavia, nessuna singola persona o insegnante può ridefinire i precetti. Non ho l’autorità di ridefinire questi precetti poiché nessuno può prendere una decisione unilaterale o emettere un decreto… Tale ridefinizione può nascere solo dalle discussioni del sangha all’interno delle varie tradizioni buddhiste. Non è senza precedenti nella storia del Buddhismo ridefinire questioni etiche, ma deve essere fatto a livello collettivo”. Il Dalai Lama ha auspicato ulteriori ricerche e dialoghi sul tema e ha concluso ribadendo che, comunque venga definita la condotta sessuale scorretta, essa non potrà mai essere usata per giustificare la discriminazione basata sull’orientamento sessuale.
Negli anni successivi a questo incontro, José Ignacio Cabezón su invito dello stesso Dalai Lama, ha effettuato una ricerca accademica sulla questione della sessualità. La posizione tibetana su ciò che costituisce una condotta sessuale scorretta poteva essere compresa solo comprendendo prima la visione del corpo umano, del sesso e del desiderio sessuale (kāma) in generale da parte degli studiosi tibetani.
Per quanto la questione della sessualità sia importante per la tradizione buddhista, non esiste un’unica opera classica che tratti la sessualità nella sua interezza. Sebbene esistano compilazioni o compendi, chiamati samgraha, su una varietà di argomenti nella letteratura indiana e tibetana, non esiste nulla di simile a un maithunasamgraha (un compendio sul sesso).
Una vasta letteratura scolastica buddhista tratta la condotta sessuale scorretta, una letteratura che “elenca” partner, organi, tempi e luoghi inappropriati, e poi entra in dettagli minuziosi su quando, dove, come e con chi i buddhisti possono o non possono fare sesso. In altre fonti ancora troviamo lunghe liste di uomini e donne a cui deve essere negata l’ordinazione buddhista sulla base delle loro preferenze sessuali, identità di genere o anatomia sessuale. Spesso non c'è stata una traduzione fedele di queste opere, come ad esempio dello stesso Lamrim Chenmo di Tsongkhapa.
Questi grandi testi sulla sessualità, essendo stati scritti in un luogo e in un tempo lontani, sono considerati dai buddhisti occidentali, poco rilevanti per le loro vite sessuali nel qui e ora.
José Ignacio Cabezón vede uno scollamento tra ciò che la tradizione buddhista classica ha da dire sulla sessualità e ciò che i buddhisti occidentali credono sull’argomento. Molti contenuti venivano sommariamente respinte come “non-buddhiste” o venivano accettati senza avvertire alcun bisogno di impegnarsi in una riflessione critica.
I testi classici dell’India e del Tibet costituiscono la base del Dharma, dell'insegnamento buddhista. Voltare le spalle a questa grande tradizione testuale — sia rifiutando di studiarla, sia semplicemente liquidando ciò che abbiamo imparato — significa voltare le spalle al gioiello della dottrina, la vera fonte di rifugio. Altrettanto importante è il fatto che ciò crea una frattura insanabile tra le forme occidentali di buddhismo e quelle dell’Asia buddhista, la maggior parte delle quali utilizza i testi come un’importante fonte di guida.
Questo non significa diventare ciechi di fronte alle imperfezioni della tradizione, o non lavorare per il suo miglioramento: una volta scoperto ciò che la tradizione ha da dire, dobbiamo rifletterci criticamente. Questa è principalmente responsabilità degli intellettuali buddhisti, o potremmo dire dei “teologi” buddhisti. I credenti/praticanti buddhisti dovrebbero sottoporre gli interventi degli specialisti ad una riflessione critica — ciò ad un
processo di analisi che mette alla prova le dottrine determinando se
siano coerenti con le nostre percezioni del mondo e se siano razionali —
cioè se si possano fornire buone ragioni per accettarle.
I testi classici ci dicono che il sesso è antietico se coinvolge partner, organi, tempi o luoghi inappropriati. “Partner inappropriati”, ci dicono questi testi, sono tutte le “donne protette” (come le donne sposate o le ragazze sotto la protezione dei genitori); ma i partner inappropriati includono anche ragazzi, uomini ed ermafroditi. La lista dei partner inappropriati esclude esplicitamente prostitute o cortigiane, almeno finché vengono ingaggiate direttamente e non tramite un intermediario. “Organi inappropriati” si riferisce alla bocca, all’ano, alle mani e allo spazio tra le cosce del partner, intendendo con ciò l’inserimento del pene in qualsiasi orifizio o piega della pelle diversa dalla vagina. “Tempi inappropriati” si riferisce sia alle ore diurne sia a momenti specifici nella vita della propria partner femminile, come quando ha il ciclo, sta allattando o ha preso i precetti di un giorno. Infine, sotto “luoghi inappropriati”, troviamo un elenco di siti in cui il sesso non è permesso, un elenco che include siti sacri, spazi pubblici, ma anche il numero di volte in cui l’orgasmo è permesso.
Dal linguaggio usato in questi testi è chiaro che ci si rivolge solo agli uomini. Il caso di cosa costituisca condotta sessuale scorretta per le donne semplicemente non è stato preso in considerazione dagli autori classici indiani o tibetani. Questa è di per sé una buona ragione per cui la formulazione classica dell’etica sessuale deve essere ripensata.
In questi testi lo stupro non è esplicitamente menzionato. Sebbene alcuni testi parlino di “modi” inappropriati di ottenere un partner sessuale (come l’inganno e, sì, la forza), il diritto di un marito al corpo della moglie era dato per scontato, rendendo impossibile qualsiasi nozione di stupro coniugale. Lo stesso sembra valere per il diritto di un uomo verso una prostituta che ha già pagato. Una volta che una donna “appartiene” a un uomo — che sia permanentemente (attraverso il matrimonio) o temporaneamente (attraverso un contratto sessuale) — la donna perde semplicemente il diritto di dire di no. Ancora una volta, gli antichi autori operavano sotto una serie di presupposti molto diversi da quelli sotto cui operiamo noi oggi.
Nelle fonti scritturali più antiche — i sūtra — la condotta sessuale scorretta è intesa semplicemente come adulterio: un uomo che prende la moglie di un altro come partner sessuale. Una visione androcentrica in quanto la volontà delle donne viene ignorata (non si fa menzione di donne che prendono uomini sposati come partner sessuali).
Poi nel III secolo, eruditi come Asanga, Vasubandhu e altri iniziarono a elaborare l’etica sessuale laica con termini — partner, organi, orifizi, tempi e luoghi — per discutere la violazione delle regole nel codice monastico, il Vinaya. Poi, si è passati a rendere la sessualità laica sempre più restrittiva e simile a quella monastica.
I laici dovrebbero evitare azioni che siano dannose per se stessi e per gli altri. E' evidente che un atto come l’adulterio possa essere considerato un male morale. Danneggia gli altri portando a sofferenza psicologica e in molti casi alla rottura di relazioni stabili. È dannoso per se stessi perché antepone la propria gratificazione a breve termine al benessere degli altri.
Ma quali benefici derivano dal codice sessuale più elaborato e restrittivo? Quali ragioni si possono dare per limitare il sesso al rapporto penetrativo pene-vagina praticato solo di notte? Quale possibile ragione buddhista potrebbe essere data per condannare gli uomini gay (e le persone che lavorano di notte!) a una vita di celibato permettendo al contempo agli uomini eterosessuali cinque orgasmi a notte e alle lesbiche completa libertà sessuale? È razionale tutto ciò? È giusto? Questi sono i tipi di domande che un’analisi ragionata della dottrina deve porsi. Quando mettiamo insieme questi vari aspetti — filologico, storico, razionalista — si arriva alle seguenti conclusioni:
- In primo luogo, che non vi è alcuna giustificazione scritturale per la formulazione più restrittiva della dottrina. È stata elaborata da monaci celibi che hanno impropriamente proiettato norme monastiche sulla sessualità laica. Gli individui che lo hanno fatto erano grandi studiosi e santi, ma su questo tema si sono semplicemente sbagliati.
- In secondo luogo, la dottrina, sia nella sua versione semplificata più antica sia in quella successiva più elaborata successiva, è androcentrica (privilegia gli uomini) ed è quindi ingiusta. Qualsiasi etica sessuale degna di questo nome deve vedere le donne e le persone transgender come soggetti morali attivi.
- E in terzo luogo, indipendentemente dai criteri storici o di altro tipo, la dottrina più elaborata non può essere giustificata su basi razionali.
Le discussioni attuali, in particolare nei centri buddhisti occidentali, si concentrano sul terzo precetto (astenersi dall'erronea condotta sessuale), affrontando anche temi come il poliamore e l'etica sessuale nel contesto moderno. Tutte queste considerazioni dovrebbero indurre a ripensare l’etica sessuale in un modo che sia al tempo stesso razionale e giusta, in un modo che non privilegi gli uomini eterosessuali, che consideri la volontà delle donne e delle persone queer, e che non discrimini nessuno sulla base dei propri gusti sessuali o delle proprie anatomie.
I dettagli di questa etica sessuale più giusta sono ovviamente qualcosa che deve ancora essere elaborato, un'etica che dovrebbe basarsi su principi generali come l’egualitarismo di genere e posizioni dottrinali pan-buddhiste ad esempio, riconoscendo che il corpo è un veicolo di piacere, ma che il piacere sessuale (come ogni piacere dei sensi) può essere fonte di attaccamento. Tale etica dovrebbe anche basarsi su principi morali buddhisti generali come l’impegno a non nuocere (ahimsā).
José Ignacio Cabezón è uno dei più eminenti studiosi contemporanei di Buddhismo tibetano,
Vedi: https://www.nalandaedizioni.it/2026/03/11/etica-sessuale-buddhismo-tradizione-modernita/

Nessun commento:
Posta un commento