mercoledì 1 aprile 2026

Il Buddhismo: essenza, sviluppo e tradizioni - Edward Conze

Il Buddha non lasciò nulla di scritto. Fu soltanto al primo Concilio, convocato qualche anno dopo la sua morte (nel 483 a.C., ) e presieduto da Mahākāśyapa, che i suoi discepoli tentarono di mettere nero su bianco il suo insegnamento. La produzione letteraria che ne scaturì fu straordinaria per volume e complessità, tanto più considerando che la tradizione fu trasmessa esclusivamente per via orale.    


Le scritture buddhiste si articolano in tre grandi categorie. Il Dharma o Sūtra raccoglie gli insegnamenti dottrinali; il Vinaya disciplina la vita monastica; l'Abhidharma approfondisce le sottili dottrine filosofiche. Ogni sūtra è un testo ritenuto formulato direttamente dal Buddha e si apre invariabilmente con la formula: "Così una volta io ho udito…". In seguito vennero aggiunti gli Śāstra, commentari ai testi originali.
Non tutte le scuole riconobbero lo stesso canone. La scuola Hīnayāna accettò come autentici soltanto i sūtra recitati al primo concilio. Il Mahāyāna estese invece il riconoscimento ad altri testi rivelati in epoche successive, tra cui i Prajñāpāramitā Sūtra — i sūtra della Perfezione della Saggezza. Secondo la tradizione, fu Nāgārjuna stesso a discendere negli inferi per recuperare questi testi e rivelarli al mondo degli uomini.
Un'ulteriore difficoltà nella datazione delle opere è dovuta al fatto che, in ambito buddhista, l'anonimato era considerato elemento indispensabile alla santità: persone diverse scrivevano spesso sotto lo stesso nome, e le date di nascita di grandi maestri come Nāgārjuna, Vasubandhu e Aśvaghoṣa non coincidono con quelle delle loro opere. Le traduzioni cinesi costituiscono uno strumento prezioso per la datazione, poiché riportano sempre la data della traduzione — sebbene tradurre un'opera potesse richiedere anche diversi secoli.

Ciò che è sopravvissuto delle scritture buddhiste è oggi raccolto in tre grandi collezioni:

  • Tipiṭaka pali: contiene gli insegnamenti della scuola Theravādin, una delle tradizioni Hīnayāna. Tra i testi più noti figura il Dhammapada. Nelle altre scuole Hīnayāna i testi sono conservati in cinese o sanscrito.
  • Tripiṭaka cinese: il catalogo più antico, del 518 d.C., elenca circa duemila opere.
  • Kanjur e Tanjur tibetani: il Kanjur è una collezione di sūtra in 108 volumi (13 dedicati al Vinaya, 21 alla Prajñāpāramitā, gli altri a sūtra vari e tantrici). Il Tanjur conta 255 volumi divisi in tre parti: inni, commentari tantrici e commenti alla Prajñāpāramitā.

Nell'immaginario visivo e devozionale del buddhismo, il Buddha viene raffigurato in modi assai diversi tra loro — talvolta come essere umano, talvolta nel suo "corpo glorificato", talvolta come principio spirituale assoluto. Questa molteplicità non è contraddittoria: riflette tre distinti livelli di comprensione della sua natura:

  • Come essere umano: il maestro storico, Siddhārtha Gautama, che visse, insegnò e morì.
  • Come corpo glorificato: il Buddha dotato dei 32 segni del superuomo e degli 80 segni sussidiari. Nell'arte buddhista, tra le sopracciglia compare spesso un ricciolo di lana (ūrṇā), trasformato nel Tantrismo nel terzo occhio; il corpo irradia luce.
  • Come principio spirituale: il Tathāgata — "Colui che è venuto" o "Colui che è andato" — ovvero il Buddha come corpo-del-Dharma, principio assoluto dotato di onniscienza. A Sāñcī e Bhārhut sono rappresentati i sette Tathāgata: Śākyamuni e i suoi sei predecessori.

L'onniscienza appartiene soltanto al Buddha come principio puramente spirituale: essa si identifica con la ricerca dell'estinzione del sé, e costituisce per il Mahāyāna il fine ultimo della vita spirituale. Il termine Budh significa letteralmente "risvegliarsi" e "conoscere".

Accanto alla via della saggezza e a quella della meditazione, il buddhismo ha sviluppato una via della fede (bhakti) che, dopo il 500 d.C., assunse un ruolo sempre più centrale, soprattutto nelle tradizioni Mahāyāna. In questa prospettiva, il Buddha deve salvare tutti gli esseri: se la natura di Buddha è presente in ciascuno, tutti sono ugualmente vicini alla buddhità.
I salvatori — Bodhisattva e Buddha — svolgono quattro funzioni fondamentali per il fedele:
— sviluppano le virtù del praticante;
— concedono benefici materiali;
— sono oggetto di amore e adorazione;
— offrono condizioni favorevoli per il raggiungimento dell'illuminazione.

L'orientamento devozionale (bhakti) elimina ogni fiducia nelle proprie capacità di decidere e controllare il percorso verso la salvezza. Uno dei primi Buddha a diventare oggetto di devozione fu Akṣobhya, "l'Imperturbabile". Il buddhismo della fede si rivolge in modo particolare al Bodhisattva Avalokiteśvara, che personifica la compassione, ma anche a Mañjuśrī — che impersonifica la saggezza — e a Samantabhadra.

Il buddhismo non nega l'esistenza di un Creatore, ma semplicemente non si interessa a sapere chi abbia creato l'universo: adotta una posizione agnostica sulla creazione. Se per ateismo si intende l'indifferenza verso un Dio creatore e personale, allora il buddhismo può essere definito ateo. Se invece l'ateismo è inteso come negazione attiva di Dio, la questione diventa più complessa.
I buddhisti descrivono il Nirvāṇa come permanente, imperituro, privo di divenire, realtà e meta supreme: una concezione che si avvicina in modo significativo al concetto di divino. Allo stesso modo, il Buddha come incarnazione del Nirvāṇa è oggetto di una devozione che si approssima alla religiosità. Nel buddhismo convivono, non senza tensione, atteggiamenti gnostici e devozionali.

Nei dipinti buddhisti ricorre frequentemente un cerchio diviso in sei settori, noto come "ruota dell'esistenza" (bhavacakra). Esso rappresenta le sei classi di esseri viventi riconosciute dalla tradizione: gli dèi (non immortali), gli asura (esseri celesti), gli uomini, gli spiriti (anime dei defunti), gli animali e gli esseri degli inferi. La rinascita in forma umana è considerata essenziale per poter apprezzare pienamente il Dharma e avviarsi verso il Nirvāṇa.

Il Saṃgha è composto da monaci — considerati l'élite spirituale — e dai capifamiglia. La vita di un laico è difficilmente compatibile con i gradi più elevati della vita spirituale, anche se numerosi grandi Lama ebbero una famiglia. Il Mahāyāna ha aperto ai capifamiglia la possibilità di diventare Bodhisattva.
La vita monastica è regolata dalle prescrizioni del Vinaya. Tre sono i suoi elementi essenziali: povertà, celibato e non violenza. Il tema del possesso di beni provocò la prima vera crisi dell'ordine: il secondo concilio di Vaiśālī stabilì il mantenimento delle norme originarie, anche se successivamente si diffuse una certa tolleranza in materia.
All'inizio i laici non partecipavano ad alcun rito o cerimonia. I loro doveri minimi sono riassunti nella formula dei Tre Gioielli e nei Cinque Precetti: "Nel Buddha prendo rifugio, nel Dharma prendo rifugio, nel Saṃgha prendo rifugio." I cinque precetti prevedono di astenersi dall'uccidere qualsiasi essere vivente, dal prendere ciò che non viene offerto, dall'abbandonarsi ai piaceri dei sensi in modo scorretto, dalla menzogna e dalle bevande inebrianti.

Il punto di partenza della pratica buddhista è il rifiuto del mondo così come appare. Attraverso la meditazione e altri metodi di salvezza, il praticante si mette sulla strada della liberazione o illuminazione. Questi metodi per arrivare alla liberazione sono sistematizzati nel Visuddhimagga di Buddhaghosa in tre grandi categorie: disciplina morale, estasi e saggezza.
L'estasi o liberazione si raggiunge attraverso la concentrazione e tre tipi di pratiche:

  • Gli otto dhyāna: nel sistema Yogācāra, quattro meditazioni sulla forma e quattro sulla senza-forma.
  • I quattro "illimitati" del Mahāyāna: metodi per coltivare le emozioni: interesse affettuoso (mettā), compassione, gioia ed equanimità. Attraverso questi stati si riduce progressivamente la distanza tra sé e gli altri.
  • I poteri occulti: propri della tradizione tantrica.

La saggezza (prajñā) è la virtù suprema. I metodi per svilupparla sono esposti principalmente nell'Abhidharma — sistematizzato da Buddhaghosa per i Theravādin e da Vasubandhu per i Sarvāstivādin. Attraverso le meditazioni progressive, il praticante arriva a percepire ogni cosa come spazio senza limiti, poi come coscienza illimitata, poi come vacuità. In questo stadio non esiste né percezione né non-percezione: si giunge al Nirvāṇa.

Il Nirvāṇa è uno stato in cui movimento, pensiero e parola sono assenti, mentre restano vita e calore. È una contemplazione rivolta verso la Realtà, l'unione dell'uno con il Tutto.
Strettamente connessa al Nirvāṇa è la dottrina del Vuoto (śūnyatā). La nostra personalità è "gonfia" perché formata dai cinque aggregati (skandha), ma al suo interno è vuota: priva di un sé. Il Vuoto non è il nulla, bensì l'assenza del sé; si colloca nel mezzo tra l'esistere e il non esistere, tra l'eternità e l'annichilimento. Nel Vuoto il Nirvāṇa e questo mondo coincidono: non sono più differenti, sono la stessa cosa. Sinonimo del Vuoto è la Non-dualità.
Bodhidharma lo espresse con queste parole: "Tutte le cose sono vuote e non vi è niente in esse che sia desiderabile o degno di essere ricercato."

I tre caratteri che raccolgono gli aspetti dolorosi dell'esistenza sono: impermanenza, sofferenza e Non-sé. Per liberarsi da essi occorre grande diligenza. Il grande obiettivo della vita è essere liberi dalle passioni, coltivando l'equanimità. Il saggio non fa distinzioni tra le cose esteriori: tutte sono identiche.

L'origine del Tantrismo si colloca nell'idea che il mondo sia il frutto di un'illusione magica: reale, ma ingannevole, perché scambiato per ciò che non è. Fin dalle origini del buddhismo le cose del mondo erano state chiamate māyā. Da questa premessa si fece strada la convinzione che metodi magici potessero avere efficacia in tale universo, dando vita al Tantra o buddhismo magico.
Il Tantra non ha una data di inizio certa, poiché i suoi insegnamenti erano segreti. Si può affermare che acquistò importanza dopo il 500–600 d.C., come conseguenza dell'assorbimento di credenze primitive da parte della tradizione buddhista. Il testo più antico è il Guhyasamāja-tantra. I monaci di Nālandā associavano tranquillamente magia e metafisica.

La differenza fondamentale tra il tantrismo della mano destra e quello della mano sinistra riguarda l'atteggiamento verso la sessualità. Lo shivaismo induista esercitò una grande influenza sullo shaktismo buddhista, e molte divinità femminili vennero assorbite da questa corrente. Tra le scuole più importanti della mano sinistra vi è il Vajrayāna — il Veicolo del Diamante. Il vajra è identificato con la realtà ultima, con il Dharma e con l'illuminazione. Il suo inizio risale al 300 d.C., ma si sviluppa soprattutto a partire dal 600 d.C.
Nel Tantra il vero insegnamento è trasmesso attraverso la cerimonia di iniziazione (abhiṣeka), che segna il confine tra dottrina esoterica ed essoterica. I metodi di salvezza efficaci vengono trasmessi dal guru — che occupa il posto del Buddha — al discepolo attraverso il contatto personale.

Le pratiche tantriche si articolano in tre metodi principali: la recitazione di formule magiche (mantra), il compimento di gesti rituali (mudrā) e l'identificazione con le divinità attraverso la meditazione. Ogni atto rituale deve coinvolgere i tre aspetti dell'essere: corpo (gesti), parola (mantra) e pensiero (samādhi).
Molte popolazioni asiatiche attribuiscono malattie e disgrazie a poteri demoniaci: il mantra — formula magica il cui potere si sprigiona nella pronuncia — serve a controbilanciare queste forze e a proteggere il percorso spirituale. Il celebre mantra Oṃ Maṇi Padme Hūṃ, onnipresente in Tibet, è considerato uno dei più preziosi doni di Avalokiteśvara al mondo sofferente. Accanto ai mantra, un ruolo fondamentale è svolto anche dai maṇḍala, i cerchi magici che rappresentano l'universo.

L'antico buddhismo era un sistema di valorizzazione del principio maschile: una donna non poteva diventare un Buddha. Prajñāpāramitā e Tārā furono le prime divinità femminili autonome del buddhismo. Il Tantra della mano sinistra introdusse l'adorazione delle śakti (energie femminili), la presenza di demoni e divinità terrificanti, riti connessi ai cimiteri e l'inclusione del rapporto sessuale tra le pratiche che conducono alla salvezza. Nella tradizione tantrica l'illuminazione nasce dall'unione dell'abilità dei mezzi (principio maschile) e della saggezza (principio femminile), rappresentata plasticamente nelle figure divine in unione sessuale — lo Yab-Yum, padre-madre.

Il percorso buddhista tantrico è centrato sul dominio del corpo. Si cercava di raggiungere un "corpo adamantino" attraverso una respirazione ritmica e concentrata, il controllo continuo dei movimenti muscolari, e pratiche di trance. Dall'haṭha yoga vennero ereditati i canali energetici attraverso i quali si accede a stati di beatitudine.

Con il Tantrismo, il Buddha diviene la manifestazione del corpo-del-Dharma nell'universo fenomenico. Verso il 750 d.C. furono introdotti i cinque Tathāgata o cinque Jina (vincitori sulle passioni): Vairocana l'Illuminante, Akṣobhya l'Imperturbabile, Ratnasambhava il Nato dal Gioiello, Amitābha l'Infinita Luce e Amoghasiddhi l'Immancabile Successo. Questi cinque Buddha sono emanazioni del Buddha primordiale (Ādi-Buddha) e corrispondono ai cinque elementi costitutivi dell'universo. Intorno al 950 d.C. il Tathāgata diviene causa stessa dell'universo.

Il buddhismo fu introdotto in Tibet verso il 700 d.C. da monaci indiani, dove convisse con la religione autoctona magica chiamata Bön. Padmasambhava — il "Nato dal Loto", venerato come secondo Buddha — vi stabilì il buddhismo verso il 750 d.C. e fondò la scuola Nyingmapa (Berretti Rossi). La tradizione vuole che egli e altri maestri abbiano nascosto testi sacri (terma) che vennero alla luce a partire dal 1125 circa. Padmasambhava è spesso raffigurato con le sue due consorti spirituali.
Dopo il 1400 d.C., con la riforma di Tsongkhapa, la scuola dei Berretti Gialli (Gelugpa) guadagnò la supremazia. 

Il buddhismo tantrico (Vajrayāna) giunse in Giappone verso l'800 d.C. con il nome di Shingon ("Parola Vera"), portato dal monaco Kūkai. Altre dottrine esoteriche furono adottate dalla scuola Tendai, fondata da Dengyō Daishi e basata sul Loto della Buona Legge.

Affascinante è la dottrina del Bardo, l'intervallo tra la morte e la nuova nascita, esposta nel celebre Bardo Thödol (il "Libro tibetano dei Morti").

Il buddhismo fu introdotto in Cina nel 50 d.C. Verso il 500 emerge la figura di Bodhidharma, capostipite della scuola Ch'an (meditazione). Tra i protagonisti successivi spiccano Sengcan, che compose il poema Xin Xin Ming ("Credendo nello Spirito"), e Huìnéng. Nel 750 Páizhàng introdusse il lavoro manuale come pratica spirituale per i monaci.
Verso il 1200, il Ch'an fu introdotto in Giappone con il nome Zen dai maestri Eisai e Dōgen, esercitando un'influenza profonda su pittura, calligrafia, giardinaggio, cerimonia del tè, poesia, scherma e danza. La parola d'ordine dello Zen era: "Non pensate, ma sperimentate." Il Ch'an è avverso alla speculazione metafisica e vuole abolire il ragionamento sistematico: apprezza l'intuizione diretta e istantanea. Il Buddha dimora nelle piccole cose della vita quotidiana.

L'Amidismo nacque nel nord-ovest dell'India e si fece conoscere in Cina intorno al 150 d.C. Nel 350 d.C. Huìyuǎn fondò la Scuola della Terra Pura. Il buddhismo della fede raggiunse il suo massimo sviluppo con la scuola Shin e il culto di Amida (Amitābha), che rigetta riti, filosofia e ascetismo. Tutti sono accolti nel paradiso di Amida: l'unica condizione è la sua grazia. I sacerdoti Shin si adattano al mondo: mangiano carne e si sposano.

Uno sguardo d'insieme alla cronologia delle principali correnti buddhiste:

  • c. 500 a.C. Nascita del Buddhismo.
  • c. 480 a.C. Morte del Buddha. Nessun successore designato: il Dharma deve guidare la comunità. I principali discepoli sono Śāriputra, Ānanda (assistente per vent'anni) e Maudgalyāyana (noto per i suoi poteri psichici).
  • 400 a.C. Nasce la prima scuola, l'Hīnayāna, che si divide in Theravādin, Sarvāstivādin e altre correnti. Si sviluppa parallelamente un movimento devozionale (bhakti) destinato a sfociare nel buddhismo della fede.
  • 300–250 a.C. Il ramo Mahāsāṃghika costituisce la scuola più liberale del Mahāyāna e propone l'ideale del Bodhisattva.
  • 150 d.C. Nāgārjuna fonda la scuola Mādhyamaka e propone la Dottrina del Vuoto.
  • 100–200 d.C. Grande sviluppo dei sūtra Mahāyāna: la Prajñāpāramitā, il Loto della Buona Legge, la Vimalakīrti-nirdeśa.
  • 200 d.C. Si sviluppa l'Amidismo; in vari Paesi il buddhismo si mescola con lo sciamanismo locale.
  • 400 d.C. Asaṅga e Vasubandhu fondano la scuola Yogācāra. In Cina nasce la scuola Ch'an.
  • 440 d.C. Maestri Yogācāra sviluppano una logica buddhista; Dignāga è tra i fondatori.
  • 500 d.C. Sorge il Tantra o buddhismo magico; grande influenza in Tibet e Nepal.
  • c. 750 d.C. Vengono introdotti i cinque Tathāgata nel Tantrismo. Padmasambhava stabilisce il buddhismo in Tibet.
  • IX sec. I Mahāyānisti superano numericamente gli Hīnayānisti. Le due tradizioni convivono negli stessi monasteri.
  • 1000–1200 Il buddhismo scompare dall'India. Le sue idee sopravvivono nel Vedānta e in Cina e Giappone sotto il nome di Ch'an o Zen.
  • XIII. Il buddhismo in Europa
  • Già nel XVII e XVIII secolo i missionari gesuiti avevano cognizioni precise sul buddhismo. Fu Arthur Schopenhauer il primo a farlo conoscere sistematicamente all'Europa, nel XIX secolo, insieme alle prime infiltrazioni delle filosofie asiatiche nel pensiero occidentale.
  • Nel 1875 nacque la Società Teosofica, che incoraggiò gli studi sulle religioni asiatiche. H.P. Blavatsky elogiò il buddhismo; Henry Steel Olcott scrisse un catechismo buddhista; A.P. Sinnett compose un testo sul buddhismo esoterico. Edwin Arnold, nel suo poema La luce dell'Asia, offrì un ritratto del Buddha che spinse molti europei ad avvicinarsi a questa tradizione spirituale.
  • Dopo il 1900 numerosi missionari buddhisti cominciarono a diffondere questa filosofia in Europa. In Inghilterra fu fondata la Buddhist Society da Christmas Humphreys. Alcuni europei, attratti dalla vocazione verso il buddhismo, si recarono a studiare questa disciplina in Sri Lanka, Cina, Giappone e Tibet, facendo ritorno vestiti della tonaca color zafferano o viola.

Fonte: Edward Conze, Buddhism, Its Essence and Development (trad. it. Il Buddhismo), 1955. 

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