Tratto dai dialoghi del sito di Mauro Bergonzi "Il Sorriso Segreto dell'Essere" https://sites.google.com/site/ilsorrisodellessere/
Siamo abituati a pensare a noi stessi come individui separati dal mondo: un "io" che pensa, soffre, sceglie, cerca. Ma cosa succede se questa convinzione fosse, alla radice, un'illusione? È questa la domanda che percorre i dialoghi di Mauro Bergonzi, professore di Filosofie Orientali.
Bergonzi usa un'immagine semplice e potente: immagina un foglio bianco con un puntino nero al centro. Il foglio è la coscienza — lo spazio in cui ogni esperienza appare. Il puntino è il corpo-mente, con tutti i suoi pensieri, sensazioni, emozioni.
Nella vita ordinaria ci identifichiamo quasi sempre con il puntino. Crediamo di essere quella piccola macchia: i nostri pensieri, le nostre preoccupazioni, il nostro nome, la nostra storia. Ma la coscienza — il foglio bianco — è sempre lì, inattaccabile, silenziosa, capace di contenere tutto.
Uno dei punti più spiazzanti dell'insegnamento di Bergonzi riguarda la mente. Siamo abituati a parlarne come di una cosa ben precisa, quasi un organo invisibile che produce pensieri. Ma se cerchi la mente nella tua esperienza diretta, cosa trovi davvero? Un flusso di pensieri che appaiono e scompaiono. Nient'altro.
"La mente non esiste come entità separata," dice Bergonzi. "È solo il nome che diamo ai pensieri che spontaneamente appaiono e scompaiono nella sconfinata vastità della coscienza."
Questo ha una conseguenza importante: il classico tentativo di controllare la mente con la mente stessa è un vicolo cieco. Come una trappola che cerca di catturare se stessa. I pensieri ossessivi, quelli depressivi, quelli ansiosi, sorgono da soli — nessuno li "fa". E l'intenzione di controllarli è anch'essa un pensiero che sorge da solo.
C'è un momento preciso in cui questo equivoco ha inizio. Intorno ai due anni, il bambino smette di parlare di sé in terza persona ("Mario vuole giocare") e comincia a dire "io". Da quel momento, la potente ipnosi del linguaggio convince gradualmente l'individuo di essere soltanto un corpo-mente separato dal resto del mondo.
Prima di quel passaggio, il bambino vive in una coscienza globale. Tutto fluisce indiviso: suoni, colori, sensazioni, emozioni. Poi arriva il pensiero "io sono solo questo", e nasce la separazione. E con la separazione arriva il senso di incompletezza, di solitudine, il bisogno di cercare qualcosa che si crede perduto.
Eppure, nota Bergonzi, nulla è davvero andato perduto. L'adulto è sempre immerso nella stessa coscienza globale del neonato. Ha solo acquisito in più un pensiero illusorio: "sono separato dal mondo."
Molti si aspettano che Bergonzi promuova tecniche di meditazione come via alla liberazione. La sua risposta è più sfumata — e più radicale. La meditazione può portare pace, armonia, benessere mentale. Ma dal punto di vista della liberazione, non ci avvicina di un millimetro a ciò che siamo già. Nessuno sforzo, nessuna pratica può portarci più vicini all'Essere, perché siamo già l'Essere. Come ogni onda del mare non si avvicina mai di un centimetro all'acqua: è già acqua.
Con una bella immagine, Bergonzi dice che la meditazione è "un ornamento della vita, meravigliosamente superfluo nella sua gratuita magnificenza." Togliere il vestito non produce la nudità — che era sempre lì sotto. Così la meditazione non produce la Presenza, ma può aiutare a svelarla.
Esiste il libero arbitrio? Bergonzi risponde che la domanda è mal posta — come chiedersi se Babbo Natale è alto o basso. Sia il libero arbitrio sia il determinismo presuppongono l'esistenza di un "io" separato che possa essere libero o condizionato. Ma quell'"io" non esiste come entità autonoma.
Scelte e decisioni accadono. Pensieri accadono. Azioni accadono. Ma non c'è un agente separato che le compie. "Il vento soffia" — ma esiste un vento a parte dal soffiare? Ugualmente, "io penso" è solo un modo di parlare: c'è il pensare che appare nella coscienza. Nient'altro.
Questo non è fatalismo. È leggerezza. Tutto accade spontaneamente, naturalmente, senza bisogno di un controllore invisibile al timone.
Molti di coloro che dialogano con Bergonzi parlano di solitudine, depressione, ansia. La sua risposta tocca la radice: il senso di isolamento nasce dall'identificazione con un io separato. Quando crediamo di essere solo questo corpo-mente, il mondo esterno diventa un luogo da cui difendersi o da cui dipendere.
Ma sia la scienza sia la mistica concordano: non possiamo essere separati dall'universo. La coscienza che siamo non ha confini. È come lo spazio: non c'è uno spazio "dentro" il vaso separato da quello "fuori". È il vaso a essere immerso nello spazio.
Quando questo viene visto — non come concetto, ma come esperienza diretta — si apre una pace che non dipende da circostanze favorevoli. Una pace che non si raggiunge perché è già ciò che si è.
Verso la fine di uno dei dialoghi più intensi, Bergonzi dà un'indicazione semplice. Ogni volta che sorge un dubbio su chi si è, ogni volta che l'ansia o la confusione sembrano sopraffare, c'è qualcosa di sempre disponibile: Ci sei? Esisti? Sei cosciente?
La risposta è immediata, certa, prima di ogni pensiero. Non si può dubitare dell'esistenza mentre si dubita. Per negare di esistere, bisogna prima esserci. Questa evidenza — essere-consapevolezza — è il vero "io". Non un'entità separata, ma la luce silenziosa in cui tutto appare e scompare. Il foglio bianco su cui il film della vita si proietta. Il resto va e viene.

Nessun commento:
Posta un commento