giovedì 4 giugno 2026

Non puoi evitare il dolore, ma puoi scegliere di non soffrire

"Non puoi evitare il dolore, ma puoi scegliere di non soffrire" -  Haruki Murakami

Il dolore non si può evitare, ma la sofferenza è opzionale.

Due parole chiave: dolore e sofferenza. Sembrano sinonimi, e nel linguaggio quotidiano vengono spesso usate come tali. Ma esiste una differenza tra il dolore e la sofferenza, e che quella differenza vale la pena capirla.
Il dolore è l’esperienza immediata di qualcosa che fa male, fisica o emotiva. La perdita di una persona cara. La fine di una relazione. Un fallimento professionale. Un rifiuto. Quelle esperienze fanno male, e non è possibile scegliere di non farle fare male. Non è una questione di forza di volontà o di mentalità positiva.
La sofferenza è qualcosa di diverso: è il racconto che si costruisce intorno al dolore. È il “perché proprio a me”, il “non avrei mai dovuto”, il “non me lo merito”, il “non finirà mai”, il “sono sempre io”. È l’elaborazione cognitiva ed emotiva del dolore che trasforma un’esperienza dolorosa e temporanea in una condizione permanente e identitaria. Ed è lì, in quella elaborazione narrativa, che esiste una scelta reale.

Dire che la sofferenza è opzionale non significa che si debba smettere immediatamente di soffrire o che soffrire sia sbagliato o una debolezza. Significa che c’è una differenza fondamentale tra attraversare il dolore e costruirci intorno una gabbia permanente. Tra sentire il male di qualcosa – che è reale, che è legittimo – e decidere inconsapevolmente che quel male è l’intera storia, che è permanente, che definisce chi si è, che impedisce qualsiasi cosa buona in futuro. 
Quella seconda parte – la gabbia, la permanenza, il “non cambierà mai” – non viene dal dolore stesso. Viene dal pensiero sul dolore. E lì, in quel pensiero, c’è una possibilità di scelta. C'è la possibilità di agire.

Chi ha perso qualcuno di importante sente un dolore reale, concreto, fisico. Quel dolore va rispettato e attraversato, non negato. La sofferenza aggiuntiva – quella del “non andrà mai meglio”, del “non posso andare avanti”, del “non merito di stare bene”, del “sarò sempre così” – non viene dalla perdita in sé. Viene da quello che si dice a se stessi sulla perdita.

Murakami non dice che questo sia facile da riconoscere, né che cambiare quel racconto interiore sia automatico. Ma dice che è possibile. E che la prima cosa è capire la differenza: il dolore è fuori controllo. La sofferenza, almeno in parte, non lo è.   
Praticare concretamente la distinzione tra dolore e sofferenza non è semplice, e non è automatico. Richiede un’osservazione consapevole e onesta di quello che si sta dicendo a se stessi nei momenti difficili. Non per negare il dolore, non per ignorarlo o minimizzarlo come se non ci fosse. Ma per chiedersi con lucidità: questo che sto vivendo in più rispetto al dolore reale, questo circolo di pensieri che amplifica e perpetua l’esperienza dolorosa, è necessario? È utile? Mi aiuta ad attraversare questo momento o mi ci tiene bloccato dentro?
Non sempre la risposta porta immediatamente a smettere di soffrire. A volte è giusto, anzi necessario, stare nel dolore per un po’ senza fretta di uscirne. Ma la consapevolezza che esiste una differenza – che il dolore è necessario e la sofferenza in parte no, che una parte di quello che si sente si può scegliere di non portare – è già un cambiamento di approccio. È la differenza tra essere travolti dall’onda e attraversarla.

Haruki Murakami nasce a Kyoto nel 1949. Scrittore giapponese di fama mondiale, è autore di romanzi come Norwegian Wood, Kafka sulla spiaggia,  1Q84 e L’arte di correre. È considerato uno degli scrittori più importanti della letteratura contemporanea mondiale. I suoi romanzi esplorano temi di perdita, solitudine, identità e capacità di andare avanti, con una voce inconfondibile che mescola realismo quotidiano e atmosfere surreali. Murakami è anche maratoneta: la sua visione del dolore come qualcosa da attraversare invece che da evitare emerge anche dai suoi scritti sulla corsa. La frase sul dolore opzionale è diventata uno dei suoi aforismi più citati e condivisi in tutto il mondo.

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