giovedì 4 giugno 2026

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono più di 1000 articoli, la maggioranza dei quali verte su yoga, meditazione, buddhismo, filosofie orientali, rapporto tra scienza e meditazione.                    

Gli articoli sono essenzialmente riassunti di libri che ho letto su questi argomenti e che mi hanno particolarmente colpito.  Per ricercare un soggetto specifico si può usare la finestrina a destra, oppure si possono usare le categorie (etichette) che si trovano sulla destra. Sul Blog sono riportati anche i libri che ho scritto sullo yoga e la meditazione e la gallery di alcuni miei viaggi.                                                     

       Buona lettura   

I Mantra e i Mahavakya

 I Gayatri sono dei Mantra che hanno una particolare metrica, di solito 24 sillabe, in parte lode ad Ishvara, il Creatore, in parte preghiera per l’illuminazione. Il Gayatri è un Mantra molto popolare in India, e questa è la forma più diffusa: 

 OM                Simbolo del Para Brahman Bhur Bhu-Loka (piano fisico) 
 Bhuvah         Antariksha-Loka (piano astrale) 
 Svah              Svarga-Loka (piano celeste) 
Tat                   Quello; Paramatman trascendente 
Savitur             Ishvara o Creatore 
Varenyam        Degno di essere venerato o adorato 
Bhargo            Che elimina peccati ed ignoranza. Splendore di gloria 
Devasya          Risplendente; luminoso 
Dheemahi       Noi meditiamo 
Dhiyo              Buddhi; intelletto; comprensione 
Yo                   Che; chi 
Nah                Nostro 
Prachodayat   Illumina; guida; spinge a fare.
 
 
Il significato è il seguente:  Meditiamo sulla gloria di Ishvara, che ha creato l’universo, che è degno di essere adorato, che è l’incarnazione della conoscenza e della luce, che toglie tutti i peccati e l’ignoranza. Possa Egli illuminare i nostri intelletti.  
 
 Oltre a questo, che è il Gayatri Mantra fondamentale, esistono anche i Gayatri delle varie divinità, così abbiamo il Gayatri di Ganesha, di Vishnu, di Durga e così via. 
 
 Mahavakya.  Vak vuol dire ‘parola’ e ‘maha’ grande. Quindi, Mahavakya vuol dire ‘grande espressione verbale’ o ‘grande affermazione’. 
Sono delle frasi brevissime che racchiudono l’essenza della saggezza del Vedanta. Le quattro più conosciute e più importanti sono estrapolate ognuna da uno dei quattro Veda, e sono le seguenti: Prajñānam brahma - "La coscienza è Brahman" – Rig Veda 
Ayam ātmā brahma - "Questo Sé (Atman) è Brahman" –Atharva Veda 
Tat tvam asi - "Tu sei quello” - Sama Veda 
Aham brahmāsmi - "Io sono Brahman" – Yajur Veda. 
 Tutte e quattro affermano in maniera inequivocabile l’identità dell’Atman col Brahman. Nella prima l’Atman viene indicato come pura coscienza, Prajñānam, cioè, per unirsi al Brahman, bisogna essere coscienti della nostra natura divina, che è un riflesso del Brahman stesso. 
Nella seconda, l’identità è tra Atman e Brahma. 
Nella terza Tat, quello, indica l’incommensurabile, l’Essere Supremo; tvam, tu, il Jiva, e asi, sei, l’unione tra i due. 
Nella quarta, lo stesso concetto viene espresso in prima persona, Aham. 
 
 OM “La sillaba Om è tutto l'universo. Il passato, il presente, il futuro: tutto ciò è compreso nella sillaba Om. E anche ciò che è al di là del tempo, che è triplice, è compreso nella sillaba Om. Infatti, ogni cosa è il Brahman; l'Atman è il Brahman. Questo Atman ha quattro modi di essere.” Mandukya Upanishad, 1-2.   Om è il Mantra universale, il Mantra della Creazione, il suono dell’Universo. Om è l’espressione sonora o, in assenza di suono, di vibrazione sottile dello stesso Brahman. È causa ed origine di ogni suono e di ogni cosa nel Cosmo intero. 
 
Pur essendo normalmente considerato un suono unico, in realtà OM è composto da tre suoni distinti:        A, U e M. Parte dalla parte posteriore della bocca (A), passa al centro (U) e si conclude anteriormente verso le labbra (M). 
È consigliabile fare una piccola pausa di silenzio alla fine di ogni Om. I tre suoni coinvolgono anche tre Chakra, sede dei Granthi, sorta di nodi, cancelli, che impediscono alla Kundalini di salire lungo la Sushumna Nadi fino a quando il praticante non è pronto a gestirla. I tre Granthi sono il Brahma Granthi, nel Muladhara Chakra (perineo), il suono è A; il secondo è il Vishnu Granthi, nell’Anahata Chakra, il suono è U; il terzo è il Rudra, o Siva, Granthi, nell’Ajna Chakra, il suono è M. 
 
Om rappresenta molte triadi presenti nel Vedanta: Creazione (Brahma), preservazione (Vishnu) e cambiamento, Pralaya (Siva); passato, presente e futuro, i tre Guna, Tamas, Rajas e Sattva; i tre mondi o piani, Bhur, la Terra, Bhuva, l’atmosfera e Svah, il Cielo; i tre Sharira, corpi: Sthula Sharira, il corpo grossolano, fisico, Sukshma Sharira, il corpo astrale, e Karana Sharira, il corpo causale. 
 Ma la triade più importante, rappresentata dalle tre componenti dell’Om, è quella degli stati mentali: veglia, sogno e sonno profondo. Dall’analisi della mente in questi tre stati si può comprendere l’irrealtà del mondo sensibile e che l’unica realtà eterna e immutabile, Sat, è il Brahman, e il suo riflesso nel Jiva, l’Atman. Il silenzio alla fine della recitazione dell’Om rappresenta il superamento del tempo, l’infinito, del corpo e dei Guna, Moksha, dei mondi, la dimensione divina, e il quarto stato della mente, Turiya, lo stato di fermezza vigile e imperturbabile. Lo stato che si raggiunge quando il nostro livello di consapevolezza ci rende capaci di identificarci, non più, erroneamente col complesso corpo-mente-prana, ma con la nostra vera essenza divina, l’Atman.  

Hatha Yoga Pradipika - Yogi Svatmarama

Molti vogliono godersi la vita, inghiottiti da Maya. Pratica necessaria per superare gli ostacoli reati da Rajas. Risvegliare l'energia, controllare la mente, evitate desideri superflui. Aumentate solo il desiderio di aumentare la forza di volontà.

La conoscenza dell'hatha yoga è necessaria per controllare le due energie ha tha (prana e apana) e poi controllare la mente con il Raja Yoga. L'osservatore si identifica con il Sè quando le onde di pensiero vengono rallentate. Prana e apana si muovono lungo i canali Ida e Pingala. Raja yoga significa controllo delle onde di pensiero create da una corrente sottile. Per controllare il prana si controlla il respiro fisico, poi un livello più sottile, poi i pensieri. Hatha Vidya è la conoscenza dell'hatha yoga. La conoscenza si può acquisire attraverso il lignaggio Guru-discepolo. E' possibile arrestare il decadimento fisico fermando Ida e Pingala e attivando la Sushunna. È l'insegnante a capire se l'allievo è pronto. Il semplice studio dei libri non porterà i risultati desiderati. Lo yoga può fallire per sei cause: mangiare troppo, stancarsi troppo, osservare discipline inadatte, cattive compagnie e instabilità. Non mangiare la sera prima di andare a dormire altrimenti la mattina non si può eseguire il pranayama. Lo yoga ha successo grazie a sei requisiti: zelo, determinazione, coraggio, vera conoscenza, fermezza e rinuncia alla compagnia di persone inadatte.   

Le asana proposte dai saggi sono: Swastikasana, gomukasana, virasana, kurmasana, kukkutasana, uttana kurmasana, dhanurasana, matsyendrasana (arma che distrugge tutte le malattie del corpo e con la pratica quotidiana fa innalzare kundalini), pascimatanasana ( è la più eccellente, fa scorrere il respiro nella Sushumna, stimola il fuoco gastrico, eliminare tutte le malattie), mayurasana (cura l'ingrossamento delle ghiandole, risveglia il fuoco gastrico). Le asana proposte da ottantaquattro, queste quattro sono le più eccellenti: siddha, padma, simha e bhadra. Solo quando c'è la completa padronanza di Siddhasana, i tre bandha si eseguono senza sforzo e con naturalezza. Lo yogi, seduto nella posizione di Padmasana, stabilizzando l'ispirazione attraverso le nadi, si libera. Bhadrasana distrugge tutte le malattie. Gli yogin, liberi dalla stanchezza derivante dalla pratica delle asana e dei bandha, dovrebbero praticare la purificazione delle nadi, i mudra, il controllo del respiro. Le asana, i kumbhaka, la concentrazione sui nada interiori costituiscono la sequenza dell'hatha yoga. Dopo un anno, un praticante che rinuncia al frutto delle proprie azioni diventa un siddha. Inibire adatti a uno yogin sono: grano, riso, orzo, latte, ghee, zucchero grezzo e candito, miele, zenzero secco, lenticchie verdi, spinaci e cetriolo ( patolaka e le cinque erbe). Il soli abito arancione non porta al successo. Occorre praticare costantemente senza aspettarmi dei risultati.

Hatha Yoga Pradipika - Yogi Svatmarama - 2

Lo yogin dopo aver perfezionato la pratica delle asana dovrebbe praticare il pranayama associata a una dieta. Quando il respiro vaga la mente e instabile. Quando il respiro è immobile (si intende non il respiro fisico ma il prana), la mente è immobile; pertanto il respiro deve essere controllato. Il prana e la mente sono interconnessi. Usando il respiro fisico si controlla il prana. Con il mula bandha si impedisce che l'energia scenda e con la pressione sul muladhara chakra spinge in alto l'apana. Una volta controllata la mente controllate tutto: prana e corpo e emozioni. Lo yogi vive a lungo perchè regola l'impulso in arrivo per respirare lentamente. L'obiettivo è purificare le nadi e far entrare il prana nella sushumna. Il primo segnale di successo è l'appagamento, non avrete più desideri, non ci sono alti e bassi nell'amore, arrivano pace e appagamento. La kundalini si è risvegliata e la shakti è aperta. Lo yogi irradia pace, ma non tutti vi loderanno... Anche swami Sivananda fu criticato dai suoi discepoli e qualcuno lo colpì con un'ascia. La vostra felicità non dovrebbe dipendere dalle influenze esterne. Nel momento in cui siete soddisfatti della vostra vita, la kundalini è risvegliata e la sushumna è purificata.  

Senza Yama e niyama non si può iniziare la pratica. Kumbhaka è al centro delle tecniche di purificazione. Inspirazione, ritenzione ed espirazione (ripetute 80 volte). Quando il corpo comincia a purificarsi si inizia a sudare, avvertire un tremore in tutto il corpo e dopo un po' si avverte uno stato interiore di beatitudine.. Dopo 4 mesi di respirazione a narici alternate e ujjay iniziate Bhastrika. Nel primo stadio il respiro (il prana) viene trattenuto per 30 secondi nella sushumna, poi un minuto, poi un minuto e trenta. Il progresso nel tempo di ritenzione porterà il prana più in alto. Con il giusto pranayama, giusto cibo e i giusti bandha ci si libera da tutte le malattie. La salute è perfetta perchè le nadi sono purificare.

La pelle, il volto e gli occhi saranno luminosi. Prima di un pranayama intenso dovrebbero essere praticate le sei kriya: neiti, dhauli, basti, tratak, nauli e kapalabhati.

Quando si contrae la gola  (jalandhara-bandha),  e l'ano (in mula-bandha) e tirando indietro l'addome (uddiyana-bandha), il prana scorre attraverso la susumna nadi. Sollevando l'apana in su il prana dovrebbe essere spinto in basso dalla gola, allo ra lo Yogi è libero dalla vecchiaia.  Solo se le nadi sono precedentemente purificate dalla respirazione a narici alternate, bhastrika darà i suoi benefici.

Si dice che il pranayama sia triplice e consiste di racaka, puraka, e kumbhaka. Kumbhaka è di due tipi: sahita e kevala.  Sahita è la ritenzione del pranayama regolare con inspirazione ed espirazione controllata.  Senza inspirazione o espirazione, quando il respiro viene trattenuto comodamente, questo tipo di pranayama è detto kevala pranayama.  E' la sospensione automatica del respiro che si verifica quando la narice destra e sinistra diventano bilanciate.  Quando il prana entra nella sushumna si può sentire il suono interiore o avvertire uno stato di pace. Attraverso il kumbhaka, la kundalini si innalza, e la sushumna è libera da tutti gli ostacoli e il praticante ha raggiunto la perfezione nell'hatha yoga. 

I segni della perfezione nell'hatha yoga sono: magrezza del corpo, luminosità del volto, manifestazione dle suono interiore (nada), sguardo chiaro, mancanza di malattie, stimolazione dle fuoco digestivo, purificazione delle nadi, discorsi potenti. La kundalini è Tat, che vuol dire Quelllo.

Gli yogi possono operare sul corpo energetico attraverso pranayama, bandha e mudra. I maha mudra (10) distruggono la vecchiaia e la morte. Uno dei più potenti è il maha-mudra (premendo sul perineo con il tallone sinistro e allungando la gamba destra, afferrate saldamente l'alluce del piede destro con le mani,  contraete la gola, espirare molto lentamente  e poi dall'altra parte).  Un bandha potente è il Maha-bandha, ( mettere il tallone del piede sinistro sul perineo e mettere il piede destro sulla coscia sinistra,  premere con forza sul petto, contrarre l'ano, e fissare la mente sulla susumna ). 

Quando prana e apana si ritirano sia dal lato destro che dal lato sinistro ed entrano nella sushunna, allora la mente si spegne.  Quando l e trasformazioni mentali (sankalpa) sono cessate completamente e quando non c'è nessun movimento fisico, ne deriva un indescrivinile stato di assorbimento, che è conosciuto dal sé, ma che è al di là delle parole. 

L'intero universo non è altro che il prodotto del pensiero.  Qualsiasi cosa in questo mondo, sia mobile che immobile, è una proiezione della mente.    

Lo stato della mente in cui la dualità soggetto-oggetto scompare è detta Raja-Yoga. 

In India esisteva il sistema Gurukhula, lo studente viveva sotto la guida di un insegnante per dieci, dodici anni. L'insegnante trasmetteva loro la conoscenza di asana e pranayama e in cambio lo aiutavano nel lavoro dei campi e allevamento nel piccolo appezzamento di terra che li ospitava.   Quando questo sistema si estinse Swatmarana introdusse l'hatha yoga.   Per questo Patanjali non scrisse nulla su asana, pranayama, mudra e bandha, in quanto in quell'epoca esisteva ancora il sistema Gurukhula.  

Il Karma: una teoria eticamente rivoluzionaria

Articolo scritto da Roberto Fantini

In seguito alla diffusione sempre più prepotente di elementi culturali di derivazione orientale, favorita, già dalla fine del secolo XIX, soprattutto dall’ appassionato lavoro divulgativo portato avanti da Helena Petrovna Blavatsky e dalla Società Teosofica da lei fondata, il concetto di Karma (in sanscrito Karman e in pali Kamma), da essa stessa ritenuto indispensabile per rendere possibile la promozione di un quanto mai necessario processo di rigenerazione etica dell’intera civiltà occidentale (profondamente viziata e corrotta da ipocrisia, egoistico utilitarismo, e grossolano materialismo), ha finito per conquistarsi un posto di rilievo all’interno del sentire collettivo. 

Nel corso del XX secolo, tale concetto, in seguito soprattutto alla crescente attenzione nei confronti del pensiero buddhista, è divenuto, infatti,  sempre più popolare e, di conseguenza, sempre più presente nel nostro comune pensare e parlare. Ma, come sovente accade in casi del genere, l’immagine concettuale che si è prevalentemente imposta risulta tristemente banalizzata, svuotata delle sue complesse valenze filosofiche, e ridotta, perlopiù, a mero sinonimo di drammatica nèmesi o di angosciante destino fatale.

Potrà, quindi, risultare sicuramente di qualche utilità il cercare di mettere meglio a fuoco l’esatta portata teoretica e le inevitabili conseguenze sul piano pratico della corretta concezione karmica, particolarmente presente nelle variegate modulazioni delle filosofie indiane, ma rintracciabile altresì anche all’interno dell’antico pensiero ellenico nonché in diversi passi evangelici e paolini (“Ogni lavoratore merita il suo salario, dice la Sapienza del Vangelo; ogni azione, buona o cattiva, è una madre prolifica, dice la Sapienza dei Secoli”).

       Secondo Sarvepalli Radhakrishnan, la cosiddetta legge del karman non sarebbe altro che “la legge della conservazione dell’energia mentale”, corrispondente, sul piano morale, alla legge dell’uniformità relativa al piano fisico. Secondo l’adozione di simile canone interpretativo applicabile all’intera realtà, nulla, nell’ambito del divenire, potrebbe essere considerato totalmente incerto e fortuito, in quanto tutti noi (anzi, tutto ciò che vive, inclusi gli stessi dèi) saremmo perennemente destinati a raccogliere i frutti da noi stessi seminati, nell’esistenza attuale o in vite anteriori.      “Il seme buono - scrive - arreca una buona messe, quello cattivo, un cattivo raccolto. Ogni azione, per quanto insignificante, produce i suoi effetti sul carattere. (…)

Non possiamo arrestare il processo dell’evoluzione morale, più di quanto non possiamo arrestare l’alternarsi delle maree o il corso degli astri. Il tentativo di scavalcare la legge del karman è altrettanto inutile quanto il tentativo di saltare oltre la propria ombra.   E’ una sorta di registrazione del suo passato, che il tempo non può confondere, né la morte cancellare.” 

Secondo il filosofo indiano, nelle Upanishad prima, e nel Buddhismo poi, il grande rilievo conferito alla concezione karmica andrebbe inteso soprattutto come rimedio all’antica credenza vedica secondo cui la redenzione dal peccato sarebbe stata conseguibile attraverso il ricorso ai sacrifici rivolti alle divinità. Come leggiamo nella Chandogya-Upanishad, l’uomo viene considerato come creatura “fatta di volontà” e, di conseguenza:       “Secondo quello che egli crede in questo mondo, tale egli sarà quando ne sarà dipartito”, e “Quale che sia il mondo che egli agogna col suo spirito, e quali che siano gli oggetti che egli desidera, l’uomo di mente pura riesce a conseguire quei mondi e quegli oggetti.”

Ancora più esplicito è quanto limpidamente asserito nel Dharmapada (in pali Dhammapada) buddhista:            “Gli elementi della realtà hanno la mente come principio,  hanno la mente come elemento essenziale e sono costituiti di mente. Chi parli oppure operi con mente corrotta,  lui segue la sventura come la ruota segue il piede (dell’animale che traina il veicolo). (…) Chi parli oppure operi con mente serena, lui segue la felicità come l’ombra che non si diparte.”;

In epoca contemporanea, poi, all’interno del pensiero teosofico, in maniera più chiaramente ed esplicitamente argomentata, il Karma  viene inteso come la LEGGE fondamentale dell’intera realtà, la vera e propria pietra angolare alla base della  struttura dell’Universo. 

Helena Petrovna Blavatsky, ne La Chiave della Teosofia, la definisce  la “Legge Ultima” della Vita universale, ovvero la legge infallibile, “la sorgente, l’origine e la fonte da cui derivano tutte le altre”. 
In sanscrito karman  significa “azione”, ovvero - come spiega W.Q. Judge (cofondatore della Società Teosofica ed uno dei principali collaboratori di Madame Blavatsky) -  “l’effetto che sgorga fuori della causa, l’azione e la reazione, l’esatto risultato di ogni pensiero ed azione.”   Essendo  l’Universo considerato come  una unità organica e intelligente, ogni movimento all’interno di esso risulta essere un’ azione che conduce a risultati a loro volta causa di altri risultati.
 “Karma  -  dice sempre la Blavatsky  -  è in sé stesso inconoscibile, ma la sua azione è percettibile”. Ciò implica che, pur venendo considerata la sua essenza noumenica al di sopra di ogni possibilità di comprensione, a risultare esperibili in maniera tangibile sono le sue manifestazioni fenomeniche.
Qualcosa, quindi, di assai più complesso di quanto  ci potrebbero far pensare le diffuse volgarizzazioni mediatiche dei nostri tempi, tanto che, dalla stessa Madame Blavatsky, venne definita come “la più difficile” fra tutte  le dottrine teosofiche.
Nonostante, però, l’impenetrabilità della sua vera natura sotto il profilo strettamente  ontologico (fisico e metafisico), la sua dignità speculativa e le sue numerose valenze concettuali appaiono filosoficamente ben comprensibili, sul piano logico ed ancor più su quello etico.   
         “Se si applica alla vita morale dell’uomo -  scrive ancora Judge - Karma è la legge della causalità etica, della giustizia, della ricompensa e della punizione; la causa della nascita e della rinascita, ma allo stesso tempo il mezzo per cui si può sfuggire all’incarnazione.” 

Nella coscienza di chi accetta di lasciarsi conquistare da questa  rigorosa visione del mondo può venirsi a produrre un cambiamento di prospettiva e di atteggiamento psicologico sommamente benefico, capace di svolgere una funzione profondamente terapeutica, liberandoci da erronee quanto pericolose opinioni come il ritenere:       che il divenire del mondo sia dominato dalla mera casualità che, in molti casi, viene a coincidere con la più ripugnante assurdità;     che il mondo sia sottoposto al volere imperscrutabile di una o più divinità, il cui operare (ai nostri occhi soventemente privo di ragionevolezza e di senso della giustizia) appare del tutto incomprensibile ed incontrollabile, oppure parzialmente modificabile solo in base all’adozione e all’utilizzo di determinate pratiche rituali.
Ovverosia: che non sussista alcuna possibilità di orientare il proprio cammino nel mondo; che il nostro vivere sia continuamente subordinato al potere di forze a noi superiori a cui dovremmo, di conseguenza, pienamente sottometterci e che dovremmo cercare di ingraziarci, ricorrendo agli espedienti adottati dalle varie religioni nel corso del tempo (preghiere, sacrifici, penitenze, pellegrinaggi, ecc.), responsabili della diffusione di una mentalità e di una prassi comportamentale accidiosamente ignave, opportunistiche ed utilitaristiche.
 Visioni del mondo entrambe destinate a generare, sia a livello individuale che collettivo, un velenoso effetto di degradante deresponsabilizzazione.

Secondo la Teosofia, quindi,  “Non vi è che questa dottrina che possa spiegare il misterioso problema del bene e del male e riconciliare l’uomo con la terribile ed apparente ingiustizia della vita; sola questa certezza può calmare il nostro senso di giustizia offeso” ed impedirci “di maledire la vita, gli uomini ed il loro supposto Creatore.” 
Infatti, tale concezione, se correttamente intesa, ci mette al riparo sia da forme di grossolano materialismo (oggi sempre più imperanti) sia da forme di fideismo e di fatalismo, mettendoci in condizione di  accettare in serena consapevolezza: 
    che il nostro cammino sia il frutto di nostri innumerevoli precedenti cammini;
    che il nostro pensare e il nostro agire siano sempre ricchi di valore;
    che tutto quello che facciamo, anche le cose apparentemente più piccole ed irrilevanti, abbiano un immenso significato.
Continuamente costruiamo noi stessi. Continuamente contribuiamo nella costruzione delle vite di tutti gli innumerevoli esseri che ci vivono e che ci vivranno accanto, nell’infinito viaggio che conduciamo e condurremo nell’infinito tempo e nell’infinito spazio.

Dovremmo pensarci e sentirci, quindi, come lavoratori perennemente all’opera nella vigna immensa della Vita Universale, chiamati a scegliere, attimo per attimo, cosa, come, dove, quanto e quando seminare, chiamati a scegliere fra le varie metodologie di aratura, concimazione, potatura, ecc … Lavoratori sempre in grado di migliorare i propri orti e i propri frutteti, sempre in grado di eliminare erbacce, di dare più acqua, di dare (soprattutto)  più amore a tutto ciò che faremo germogliare, sbocciare, maturare …
Lavoratori saggiamente consapevoli che tutto quello che andremo a fare, e a non fare, lascerà un segno indelebile sul corso degli eventi, che nulla potrà essere mai cancellato, azzerato, riportato indietro nel tempo.
Ma anche consapevoli che sempre i nostri (inevitabili) errori e mancanze  potranno essere curati, corretti, sanati.
Grazie, soprattutto, alla nostra convinzione di non essere mai sconfitti del tutto e definitivamente, mai condannati ad arrenderci e a firmare  una  resa  senza condizioni.

Come ben sottolinea Nyanaponika Thera (uno dei massimi esponenti contemporanei del Buddhismo Theravada), non dovremmo mai dimenticare che il karma non è soltanto qualcosa che siamo costretti a subire, bensì qualcosa di perennemente modificabile, definito suggestivamente come “l’utero da cui nasciamo, il vero creatore del mondo e di noi stessi quali sperimentatori del mondo,” ma inteso anche come la legge immanente alla realtà che, sapientemente compresa e vissuta, ci consentirà di liberarci da ogni forma di schiavitù, dedicando tutte le nostre azioni e i loro frutti al raggiungimento della meta più elevata:     “ la liberazione finale di se stessi e di tutti gli esseri viventi.”
“La dottrina del kamma (in pali) enunciata dal Buddha si dimostra (…)  - pertanto - un insegnamento di responsabilità morale e spirituale per sé e per gli altri”, in quanto tutti gli esseri viventi sono, di fatto, gli unici veri ed inalienabili proprietari e responsabili del proprio karma:
“Essi sono i soli eredi legittimi delle loro azioni, ed entreranno in possesso del patrimonio di risultati positivi e negativi.”
 “incessantemente affaccendati a costruire e ricostruire questo mondo e i mondi superiori.”  

         In definitiva, una filosofia di vita fondata sul pensiero karmico - secondo l’insegnamento del Buddha come secondo il pensiero teosofico di Madame Blavatsky - sarebbe felicemente in grado di conferire alla persona umana una centrale dignità, affermandosi concretamente  come scuola di autoconsapevolezza capace di attuare una vera e propria “rivoluzione” etica e culturale, rendendoci compassionevoli collaboratori del cammino cosmico e coraggiosi seminatori e costruttori di Pace.
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NOTE.      Helena Petrovna Blavatsky (1831-1891), definita dallo storico Theodore Roszak come “uno dei pensatori più originali e penetranti del suo tempo”, fu senza dubbio una delle donne più straordinarie del XIX secolo e dell’intera età moderna.
Dopo decenni di viaggi ed incontri con maestri, occultisti e ricercatori spirituali di varie culture, scuole e discipline mistiche, nel 1875, a New York, fondò con alcuni collaboratori la Theosophical Society (Società Teosofica), dando avvio a quello che sarebbe diventato un grande movimento di rinnovamento  culturale, che si sarebbe esteso rapidamente su scala internazionale, segnando in maniera significativa la sua epoca. La Società Teosofica si diffuse rapidamente sia in India, dove venne istituita la sede internazionale ad Adyar (Madras), sia in Europa. Il suo obiettivo fondamentale fu di promuovere, in nome della libera ricerca e di un amore incondizionato per la Verità, un concreto sentimento di Fratellanza, al di là di qualsiasi possibile distinzione, capace di accomunare donne e uomini di ogni credo (o di nessun credo), in un clima costruttivo di scambio, dialogo e collaborazione.  Oltre ad un numero impressionante di articoli e saggi apparsi su riviste di vari paesi, diede alla luce alcune opere letterarie di straordinaria ricchezza filosofica e di incomparabile valore mistico-esoterico:     

   Testi di riferimento:  Iside svelata, un’opera monumentale che affronta una ricca gamma di tematiche che vanno dalle mitologie arcaiche alla filosofia greca, dai vari aspetti delle scienze occulte alla vera natura della magia, dal problema delle radici della cristianità agli errori del dogmatismo cristiano, dalla rassegna di fenomeni paranormali del passato alla confutazione delle credenze dello spiritismo contemporaneo;
    La Chiave della Teosofia, densa ed incisiva esposizione delle principali concezioni filosofiche della Teosofia, nonché della natura e della missione storica della Società Teosofica;
    La Voce del Silenzio, contenente brani tradotti da un antico testo sacro orientale (Il libro dei precetti d'oro), da lei appresi a memoria durante il suo addestramento in Tibet.
    La Dottrina Segreta, opera di circa 1.500 pagine, in due volumi (Cosmogenesi e Antropogenesi), che costituisce il più ampio tentativo di presentare le concezioni teosofiche sulle origini e sull’evoluzione del Cosmo e dell’Uomo. Un Glossario teosofico di straordinaria ricchezza, rimasto sfortunatamente incompiuto e pubblicato postumo.
    Radhakrishnan, La filosofia indiana. Dal Veda al Buddhismo, Einaudi, Torino 1974, p.230.
    Ivi, pp.230-1.
    Dhammapada, I, 1-2, in Canone buddhista, Utet, Torino.
    Helena Petrovna Blavatsky, La Chiave della Teosofia, Editrice Libraria “Sirio”, Trieste 1966, p. 178.
    William Q. Judge, L’Oceano della Teosofia, Editrice Libraria “Sirio”, Trieste 1964, p. 125.
    P. Blavatsky, op. cit., p. 187.
    Nyanaponika Thera, La visione del Dhamma, Ubaldini Editore, Roma 1987, pp. 250-253.

Che cosa è lo Yoga

Secondo Patanjali  Yoga è la cessazione delle modificazioni della mente. 1.2 - YOGA chitta vrtti nirodhah.  

La parola Yoga deriva dalla radice sanscrita Yug, che vuol dire unione. Unione di cosa? Inizialmente di corpo, mente e respiro. Quando, attraverso le tecniche dello Yoga e la pratica regolare, abhyasa, si comincia prendere consapevolezza di questa unione, gradualmente si comincia anche ad intuire la parte più sottile di noi, quella spirituale. Questa è la seconda unione. Quando l’unione tra corpo, mente, respiro e componente spirituale si è consolidata, pian piano aumenta la consapevolezza del fatto che questa parte spirituale non è isolata, chiusa in noi, ma fa parte di una realtà ben più ampia, di respiro cosmico. L’unione del Divino presente in ognuno di noi con il Divino Cosmico è il fine ultimo dello Yoga.


 Ovviamente un obiettivo così ambizioso non si può raggiungere in tempi brevi e senza impegno. È per questo che gli antichi Saggi indiani, i rishi, ci hanno tramandato per millenni tutto un insieme di tecniche, fisiche, mentali e spirituali che gradualmente aiutano a migliorare il livello di salute fisica, di efficienza respiratoria, di energia generale e di consapevolezza di sé. Questo insieme di discipline fisiche, respiratorie, mentali e spirituali, che hanno come fine quello di ricondurre l’uomo alla sua origine divina, è quello che chiamiamo Yoga.

 Nel corso dei millenni lo Yoga è stata una disciplina altamente esoterica, riservata ad un numero ristretto di adepti. Solo nella seconda metà dell’800 e nei primi del ‘900 alcuni grandi Maestri, come Swami Vivekananda, Ramana Maharshi, Yogananda Paramahansa e Swami Sivananda, hanno cominciato a rivelare ad un numero sempre crescente di persone interessate gli alti insegnamenti dello Yoga, soprattutto in Occidente. Inevitabilmente questa grande diffusione ha portato, in un secondo tempo, in parte ad una diluizione degli insegnamenti, in parte ad un’alterazione degli stessi, nella convinzione (non sempre in buona fede) che lo Yoga si potesse ‘modernizzare’ o ‘migliorare’. 


In realtà lo Yoga è un sistema talmente completo da mantenere la sua potenza filosofica e spirituale nel corso dei millenni proprio perché è rimasto inalterato, fedele ad un’ortodossia che non è puro conservatorismo, ma coscienza di essere una disciplina nata dall’esperienza diretta dei rishi del passato, una disciplina nata perfetta e quindi immodificabile.

I cinque punti fondamentali della pratica dello Yoga

Secondo lo Yoga la vita umana somiglia a un triangolo. Nell’angolo in basso a sinistra abbiamo la nascita. Il lato sinistro è la giovinezza, che conduce al vertice, la maturità. Da lì inizia il declino, la vecchiaia, che conduce all’angolo basso a destra, la morte.  La base del triangolo rappresenta la vita dopo la morte, che riconduce a una nuova nascita.
 Per uno Yogi, che vede il corpo esclusivamente come uno strumento per condurre la propria ricerca spirituale, è importante che questo strumento, questo veicolo, possieda sempre il massimo vigore. Lo Yoga, è la disciplina che permette al corpo e alla mente di mantenere il più a lungo possibile alti livelli di efficienza. Un corpo sano e una mente controllata conferiscono al praticante di Yoga la giusta forza di volontà e la capacità di applicarsi alla disciplina con profitto.

 

Swami Vishnudevananda, ha sintetizzato in cinque punti fondamentali la pratica dello Yoga.
Giusto Esercizio - le asana, le posizioni dello Yoga, se praticate correttamente e con regolarità, aumentano la circolazione, lubrificando le giunture, i muscoli e i legamenti. In questo modo conferiscono al corpo la flessibilità e la forza necessarie, in particolar modo alla colonna vertebrale, che è il punto di scambio e di controllo di tutte le energie che fanno funzionare l’organismo. Oltre ad agire sull’apparato osteoarticolare e su quello muscolare, le asana svolgono un’importante funzione di stimolo su tutti gli organi interni, che vengono massaggiati ed irrorati di sangue. Le asana danno i massimi risultati quando vengono eseguite lentamente e con consapevolezza, vengono mantenute per un certo periodo di tempo, con effetti non solo sui vari apparati del corpo umano, ma anche sulla mente, che diventa più calma e perciò più concentrata, più pronta alla meditazione.
Giusta Respirazione - Il prana, l’energia vitale che rende vivo il nostro corpo, viene assorbito in vari modi: raggi solari, energia della Terra, cibo. Ma il più importante di tutti, per quantità e qualità, è il respiro. È per questo che imparando a respirare bene impariamo anche a controllare l’afflusso di prana nel nostro organismo. La maggior parte dell’umanità normalmente usa solo un terzo delle proprie capacità polmonari, respirando in maniera superficiale e affrettata, soprattutto nei momenti di tensione psicologica. Questo vuol dire che incamera meno energia di quanta gliene serve, creando un continuo stato di carenza energetica e di debolezza psichica. Il pranayama, con i suoi vari esercizi respiratori, ci insegna a prendere pieno controllo del respiro, a potenziarlo e a renderlo regolare, non solo durante le lezioni di Yoga, ma sempre, in qualsiasi momento.
Gli Yogin, i praticanti dello Yoga, sanno per esperienza che esiste un’intima connessione tra respiro e mente. Basta pensare a come cambia il respiro, anche inconsapevolmente, nei vari stati emotivi in cui ci veniamo a trovare: affrettato e superficiale nei momenti di tensione o d’ira; calmo e quasi impercettibile quando siamo concentrati, a volte fino all’apnea (e tutti trattennero il fiato!). È per questo che imparando a controllare il respiro, non solo miglioriamo l’assunzione di energia vitale, ma gradualmente portiamo la mente in uno stato di calma profonda che aiuta la concentrazione e la meditazione.
Giusto Rilassamento - Come qualsiasi apparato, anche il corpo e la mente ogni tanto richiedono del riposo. Ogni lezione di Yoga inizia e finisce con alcuni minuti di rilassamento profondo, che viene indotto con tecniche specifiche dall’insegnante. Inoltre, tra un’asana e l’altra, si interpongono sempre dei momenti di rilassamento, soprattutto Savasana, per evitare che il corpo rispenda subito il prana accumulato durante la pratica e per mantenere calma la mente. Nello Yoga il rilassamento non consiste semplicemente nello sdraiarsi e restare fermi, ma, attraverso i tre livelli di rilassamento, fisico, mentale e spirituale, nel cercare di raggiungere uno stato di profonda quiete interiore. Soltanto quando si raggiunge questo stato di quiete il rilassamento diventa veramente rigenerante.
Giusta Dieta - Vegetariana. Il cibo che assumiamo quotidianamente ha una doppia funzione: rigenerare le cellule che hanno terminato il loro ciclo vitale e darci l’energia fisica necessaria a svolgere tutte le funzioni del corpo, dalla digestione alla respirazione, dalla circolazione ai vari movimenti. Poiché mangiamo più volte al giorno ogni giorno, è molto importante che questo cibo abbia certe caratteristiche di purezza, non solo per il corpo fisico, ma anche per quello sottile. Per questo dobbiamo fare attenzione che i cibi siano leggeri, non molto elaborati, possibilmente integrali e biologici, senza additivi chimici di vario genere. Soprattutto è importante che siano alimenti che rispettano gli animali e il pianeta, secondo una delle regole fondamentali dello Yoga: ahimsa, la non violenza. Cereali, legumi, frutta, verdure, latte, questi sono gli alimenti di cui abbiamo bisogno. Alimenti che hanno un alto contenuto di energia sottile e pura. Ovviamente il passaggio alla dieta vegetariana non deve essere automatico, anche se spesso con l’andar del tempo, chi pratica lo Yoga lo sente  più come una necessità che un’auto imposizione.
Pensiero Positivo e Meditazione.  Non si può pensare di praticare lo Yoga e condurre una vita materialistica, piena di desideri mondani. Lo Yoga, come ci insegnano i Maestri, è “vivere in maniera semplice e pensare in maniera elevata”. Le varie pratiche servono soprattutto a conquistare una consapevolezza sempre maggiore del nostro corpo, del nostro respiro, della nostra mente e infine della nostra componente spirituale, la più importante. La consapevolezza ci rende capaci di controllare e concentrare la mente fino ad arrestarla, per godere dello stato meditativo, del silenzio interiore, della Beatitudine Divina, Anānda. 

I testi induisti sono divisi in due categorie: sruti e smriti.

La parola sruti significa letteralmente "ciò che viene ascoltato" e si riferisce agli insegnamenti che venivano tradizionalmente ascoltati dai discepoli dai loro guru e che non venivano scritti. Questo perché si credeva che il potere di sruti risiedesse nella corretta pronuncia dei suoni.
La parola smriti significa letteralmente "ciò che viene ricordato" e si riferisce a una vasta collezione di testi che sono stati scritti e tramandati come tradizione. Smriti è considerata un'opera derivata rispetto a sruti e quindi considerata secondaria per importanza.   


Sruti include un solo testo: i Veda. La parola Veda significa letteralmente "conoscenza". E quindi i Veda si riferiscono a una vasta collezione di testi che includono inni cantati in lode alle divinità, istruzioni sui rituali e le cerimonie e domande filosofiche sulla natura dell'essere, della realtà, dell'esistenza, ecc.           Ci sono quattro Veda: Rigveda, Samaveda, Yajurveda e Atharvaveda. Ogni Veda è ulteriormente suddiviso in quattro parti, che sono Samhita, Brahmana, Aranyaka e Upanishad. Ora spiegherò cosa significano ciascuna di queste parti.
- Le Samhita consistono principalmente in una vasta collezione di inni cantati in lode alle divinità, sebbene includano anche alcune occasionali riflessioni filosofiche. Sono scritte in forma poetica e tutte le Samhita sono destinate ad essere recitate, tranne la Samhita del Samaveda che è destinata ad essere cantata.
- I Brahmana sono lunghi e elaborati manuali che spiegano come eseguire rituali e cerimonie. Questi includono rituali come il rituale del soma e cerimonie come l'incoronazione di un re. Sono scritti in forma di prosa e così sono tutte le restanti parti dei Veda.
- Gli Aranyaka sono una raccolta di testi che spiegano il ragionamento filosofico alla base dei rituali eseguiti nei Brahmana. Segnano il passaggio dei Veda dal ritualismo alla filosofia, dall'adorazione alla meditazione e dalla fede alla ragione.
- Le Upanishad sono l'ultima parte dei Veda e rappresentano l'alta filosofia dell'antica India. Includono discorsi e dialoghi su domande come "cosa succede dopo la morte?", "come è nato l'universo?", "cosa significa essere coscienti?"

Smriti si riferisce a opere che sono state scritte e tramandate come tradizione. Include una vasta collezione di testi che trattano argomenti come dovere, moralità, etica, legge, politica, rituali, cerimonie, ecc. Può essere vista come un'opera enciclopedica.  In senso stretto, smriti include solo i testi relativi al dharma, i dharmasutra e i dharmashastra che trattano questioni come dovere, obbligo, legge, moralità ed etica. In alcuni casi le parole smriti e dharmashastra sono persino usate in modo intercambiabile.

I dharmasutra sono più antichi dei dharmashastra e a un certo punto c'erano almeno 16 dharmasutra, sebbene solo 4 siano sopravvissuti fino ai giorni nostri, questi sono Apasthamba, Gautama, Baudhyana e Vashishta, ciascuno prende il nome da un saggio vedico.   I dharmashastra sono ancora più numerosi dei dharmasutra. Il Padma Purana elenca almeno 36 dharmashastra, ma la maggior parte di essi si sono estinti e solo pochi sono sopravvissuti. Alcuni dei dharmashastra più noti sono Yajnavalkha Smriti, Manu Smriti e Parashara Smriti.
In senso più ampio, smriti include anche l'opera enciclopedica nota come Purana, i poemi epici, Ramayana e Mahabharata, così come i testi che trattano di artha, kama e moksha come Arthashastra, Kamasutra e Vivekachudamani, il Kavya, Bhashya e Nibandhas, ecc.

Insegnamenti dei Veda

Le filosofie ortodosse indiane, che fanno riferimento ai Veda hanno come obiettivo l'emancipazione dell'individuo, sono la barca che ti  permette di superare il samsara; riducendo l'attaccamento alle proprie azioni si riduce il karma (La Gita enfatizza il non aspettarsi il frutto delle proprie azioni).  I Veda, con i loro insegnamenti, forniscono gli strumenti per arrivare alla liberazione o Moksha. 

Lo yoga è l'arresto delle modificazioni della mente per arrivare al Divino.      

Tutti i testi induisti sono divisi in due categorie: sruti e smriti. La parola sruti significa letteralmente "ciò che viene ascoltato" e si riferisce agli insegnamenti che venivano tradizionalmente ascoltati dai discepoli dai loro guru e che non venivano scritti. Questo perché si credeva che il potere di sruti risiedesse nella corretta pronuncia dei suoni.  La parola smriti significa letteralmente "ciò che viene ricordato" e si riferisce a una vasta collezione di testi che sono stati scritti e tramandati come tradizione. Smriti è considerata un'opera derivata rispetto a sruti e quindi considerata secondaria per importanza.  Sruti include un solo testo: i Veda. La parola Veda significa letteralmente "conoscenza". E quindi i Veda si riferiscono a una vasta collezione di testi che includono inni cantati in lode alle divinità, istruzioni sui rituali e le cerimonie e domande filosofiche sulla natura dell'essere, della realtà, dell'esistenza, ecc. 

La conoscenza non è elaborazione mentale, ma viene dal Divino. Il Vedanta è una pozza d'acqua in presenza di un'alluvione, e porta alla fine della conoscenza umana.   Il Jiva e Brahman sono la stessa cosa. Noi siamo Brahman, anche se ci identifichiamo con il corpo, i sensi, il prana, ecc... che non sono la Realtà Ultima.  La coscienza e il Divino sono la stessa cosa.  Durante la creazione del mondo si è passati dal Divino al grossolano.  Secondo questi testi Vedici, prima della creazione, l'universo si trova in uno stato di riposo in cui i tre Guna sono in perfetto equilibrio (chiamato Prakriti indifferenziato). Quando questo equilibrio viene meno a causa dell'influenza dello spirito, i Guna iniziano a interagire tra loro. Questa interazione turba lo stato originario e dà avvio alla manifestazione dell'universo, generando tutte le forme di vita, la mente e i cinque elementi.

L'obiettivo di molte pratiche spirituali e dello yoga è quello di passare dal grossolano al Divino, trascendere l'influenza dei tre Guna per raggiungere uno stato di pura liberazione (Moksha) oltre la natura materiale.  

Con l'espressione "l'origine del mondo" nella filosofia indiana ci si riferisce ai Guna (sono citati sia nella Gita, sia negli Yoga Sutra), le tre componenti o "qualità" fondamentali che costituiscono l'universo materiale (la natura o Prakriti). Questo concetto è centrale nella cosmologia del Samkhya e della filosofia vedica. 
Il termine sanscrito Guṇa significa letteralmente "filo" o "corda", a indicare che queste tre energie sono intrecciate per legare l'anima (il puro spirito, o Purusha) all'esistenza materiale e illusoria. I tre Guna sono sempre presenti in ogni aspetto della realtà, sia fisica che mentale, ma in proporzioni variabili e sono necessari all'esistenza.
I tre Guna rappresentano le diverse fasi della creazione, del mantenimento e della dissoluzione:
    Sattva (Purezza ed Equilibrio): Rappresenta la luce, la conoscenza, la pace e l'armonia. È l'energia che permette la comprensione spirituale e l'evoluzione.
    Rajas (Attività e Passione): È la forza del movimento, del desiderio, dell'azione e dello sforzo. È l'energia che spinge a creare, ma se in eccesso porta ad agitazione, attaccamento e sofferenza.
    Tamas (Oscurità e Inerzia): Rappresenta la pesantezza, l'ignoranza, l'apatia e la decadenza. È la forza che frena, distrugge e oscura la coscienza. 

Nel diciassettesimo canto della Bhagavad Gita, Krishna spiega ad Arjuna come ogni azione e credenza sia influenzata dai tre guna (le tre componenti della natura materiale. 

Per la filosofia Yoga e l'Ayurveda, ogni aspetto dell'universo manifesto è composto da cinque (pancha) grandi (maha) elementi (bhuta): etere (Akascha), aria (Vayu), fuoco (Agni o Tejas), acqua (Apas o Jala) e terra (Prithvi). Ogni manifestazione fisica, animata o no contiene in sé questi elementi secondo pesi e proporzioni proprie. Gli stessi singoli elementi sono anch'essi composti da una mescola di vari elementi in cui quello dominante è quello che gli dà il nome specifico.

Nello yoga la loro conoscenza è molto importante perché la pratica lavora proprio su questi 5 aspetti (che corrispondo anche ai chakra) e conoscerli permette di usare le leggi della natura per ottenere equilibrio, felicità, saggezza, forza e salute sia fisica che mentale.    Nello yoga, lo studio si riferisce principalmente a Svādhyāya, il quarto dei Niyama (precetti etici). Questo concetto si articola in due direzioni fondamentali: - Studio di Sé: L'osservazione introspettiva del proprio corpo, delle proprie reazioni e dei propri schemi mentali durante la pratica sul tappetino.
 - Studio dei Testi: La lettura e la riflessione sui testi sacri e filosofici (come gli Yoga Sutra di Patanjali). La sera dovremmo dedicare del tempo per vedere cosa abbiamo fatto durante il giorno. 


 Lo yoga può essere considerato la parte pratica del Vedanta. La filosofia dello yoga prevede quattro percorsi tradizionali, adatti a diverse inclinazioni e personalità. Non sono mutualmente esclusivi, ma si integrano a vicenda. I quattro percorsi dello Yoga sono: 
    - Karma Yoga (Lo Yoga dell'Azione): Il sentiero per le persone attive. Consiste nell'agire per il Divino che c'è negli altri, agire in modo disinteressato, servendo gli altri senza aspettarsi ricompense o attaccamento ai risultati.
    - Bhakti Yoga (Lo Yoga della Devozione): Ideale per nature emotive e affettive. Attraverso l'amore, la preghiera e il canto di mantra, il praticante canalizza le proprie emozioni verso il Divino o il Tutto.
    - Jnana Yoga (Lo Yoga della Saggezza): Perfetto per menti intellettuali e analitiche. È il cammino della conoscenza, dello studio filosofico e dell'indagine interiore per distinguere il Reale dall'irreale. E' anche studio di se stessi, introspezione, conoscenza al fine dell'evoluzione spirituale. 
    - Raja Yoga (Lo Yoga della Meditazione o lo Yoga di Patanjali): La via del controllo mentale e fisico. Include l'Ashtanga (gli otto rami), focalizzandosi su asana (posizioni), pranayama (respiro) e meditazione profonda (dhyana).  Occorre lavorare su corpo, sensi (mantra, kirtan, incenso, ecc), respiro e mente.   C'è un rapporto tra chi medita, il meditare e su che cosa si medita ( il Divino).  Lo Yoga è l'unione tra chi medita e il Divino; l'unione tra il divino individuale e il Divino cosmico.  

Oltre a questi quattro percorsi ci sono altre discipline collegate, come il Mantra Yoga, Nada Yoga, Kundalini Yoga ecc., ma questi rimangono i fondamentali.

Un errore che molti praticanti fanno è quello di pensare di potersi dedicare ad uno solo di questi percorsi. In realtà la cosa migliore da fare è di praticare tutti i quattro percorsi, dando la priorità a quello per cui si è più portati per carattere, ma senza trascurare gli altri tre. 

I nove sistemi filosofici indiani

 I darśana o darshana (letteralmente "visione" o "punto di vista") sono i sistemi filosofici tradizionali dell'India. La tradizione ne riconosce tradizionalmente sei di tipo ortodosso (āstika), che riconoscono l'autorità dei Veda. A questi si aggiungono tre scuole eterodosse (nāstika) non vediche, formando così un quadro completo di nove grandi scuole di pensiero. 
Le sei scuole ortodosse (Āstika) sono spesso divise in tre coppie complementari che esplorano la realtà dal microcosmo al macrocosmo: 
  •     Sāṃkhya: Il sistema dualistico più antico. Postula una divisione netta tra la materia primordiale (prakṛti) e la coscienza pura (puruṣa), spiegando l'evoluzione dell'universo attraverso 23 principi.
  •     Yoga: Accettando la metafisica del Sāṃkhya, si concentra sulla pratica (tramite gli Yoga Sūtra di Patañjali) per raggiungere la liberazione (mokṣa) attraverso il controllo della mente e del corpo.
  •     Nyāya: La scuola della logica e dell'epistemologia. Sostiene che la liberazione si ottiene attraverso il retto uso della ragione e l'analisi rigorosa delle fonti di conoscenza valide.
  •     Vaiśeṣika: Scuola realista e pluralistica strettamente legata al Nyāya. Elabora una sorta di fisica e metafisica atomistica, classificando la realtà in categorie oggettive.
  •     Mīmāṃsā (o Pūrva Mīmāṃsā): Focalizzata sull'interpretazione rituale dei Veda. Crede che il Dharma si compia attraverso l'esecuzione corretta dei sacrifici e dei doveri prescritti.
  •     Vedānta (o Uttara Mīmāṃsā): Rappresenta l'essenza filosofica delle Upanishad. Si concentra sulla natura ultima della realtà (il Brahman) e sull'identità tra l'anima individuale (Ātman) e l'Assoluto. 
Le tre scuole eterodosse (Nāstika). Questi sistemi rifiutano l'autorità dei testi vedici, proponendo vie di liberazione e analisi ontologiche autonome:
  •     Buddhismo: Fondato da Siddhartha Gautama, insegna che la realtà è transitoria e priva di un'anima permanente. La liberazione si ottiene seguendo l'Ottuplice Sentiero per superare il ciclo delle rinascite (saṃsāra).
  •     Giainismo: Fondato da Mahāvīra, è un sistema rigorosamente ascetico basato sulla non-violenza totale (ahiṃsā) e sulla liberazione dell'anima attraverso il distacco dalla materia (karma).
  •     Cārvāka (o Lokāyata): La scuola materialista e scettica della filosofia indiana. Rifiuta l'esistenza di un'anima, di una vita dopo la morte e del karma, sostenendo che la percezione sensoriale sia l'unica fonte valida di conoscenza.

Il Saluto al Sole e il Saluto alla Luna

 Il Saluto al Sole (Surya Namaskar) è una sequenza dinamica di 12 posizioni yoga (asana) collegate dal respiro, ideale per riscaldare il corpo, migliorare la flessibilità e aumentare l'energia. Si esegue solitamente la mattina, coordinando i movimenti con inspirazioni ed espirazioni, alternando allungamenti in avanti e inarcamenti indietro.  

Le 12 Posizioni (Classica - Hatha/Sivananda):
    Pranamasana (Posizione della preghiera): In piedi, palmi uniti al petto.
    Hasta Uttanasana (Posizione delle mani sollevate): Inspira, allunga le braccia in alto e inarca leggermente la schiena.
    Uttanasana (Piegamento in avanti): Espira, piegati in avanti, mani a terra vicino ai piedi.
    Ashwa Sanchalanasana (Posizione equestre): Inspira, porta la gamba destra indietro, ginocchio a terra, guarda in alto.
    Phalakasana (Posizione della tavola): Trattieni il respiro, porta la sinistra indietro (corpo in linea).
    Ashtanga Namaskar (Saluto con otto arti): Espira, appoggia ginocchia, petto e mento al pavimento.
    Bhujangasana (Posizione del cobra): Inspira, solleva il petto inarcando la schiena.
    Adho Mukha Svanasana (Cane a testa in giù): Espira, spingi i glutei verso l'alto e indietro.
    Ashwa Sanchalanasana (Posizione equestre): Inspira, porta il piede destro in avanti tra le mani, ginocchio sinistro a terra.
    Uttanasana (Piegamento in avanti): Espira, porta il piede sinistro in avanti vicino al destro.
    Hasta Uttanasana (Posizione delle mani sollevate): Inspira, solleva le braccia e inarca la schiena.
    Tadasana (Posizione della montagna): Espira, torna in piedi, braccia lungo i fianchi. 
 Il saluto alla luna, come dice la parola stessa, va fatto quando si alza il sole… Come abbiamo anticipato il Saluto alla Luna va eseguito la sera, proprio perché rappresenta la pratica di chiusura della giornata, che compensa il lavoro energetico fatto da Surya Namaskara.
Il Saluto alla Luna (Chandra Namaskar) è una sequenza yoga rilassante e introspettiva. Esistono diverse varianti, ma la più comune si compone di 14 posizioni eseguite in piedi che seguono la mezza luna.   

Le 14 posizioni principali sono:
    Pranamasana (Posizione della preghiera): in piedi, piedi uniti e palmi giunti al petto.
    Urdhva Hastasana (Posizione delle mani sollevate): inspira, solleva le braccia e allungati verso l'alto.
    Parsva Urdhva Hastasana (Posizione della mezzaluna laterale): espirando, piega il busto verso destra allungando il lato sinistro del corpo.
    Utthita Tadasana (Posizione della stella): ritorna al centro, divarica le gambe e apri le braccia.
    Utkata Konasana (Posizione della dea): piega le ginocchia a 90° e porta le braccia piegate a candelabro.
    Utthita Tadasana (Posizione della stella): distendi di nuovo gambe e braccia.
    Utthita Trikonasana (Posizione del triangolo esteso): ruota il piede destro a destra, inclina il busto e scendi con la mano destra sulla caviglia o a terra.
    Parsvottanasana (Posizione della piramide): chiudi il bacino ruotando il piede sinistro, piegati sulla gamba destra distesa.
    Anjaneyasana (Affondo basso): appoggia il ginocchio sinistro a terra e apri il torace.
    Skandasana (Affondo laterale): piega il ginocchio sinistro e distendi la gamba destra.
    Malasana (Posizione della ghirlanda): accovacciati divaricando le gambe e unisci i palmi al petto.
    Skandasana (Affondo laterale dall'altro lato): ripeti l'affondo sul lato destro.
    Anjaneyasana (Affondo basso dall'altro lato): ginocchio destro a terra.
    Parsvottanasana (Piramide) e ritorno, ripetendo le posizioni in ordine inverso dal punto 8 al punto 1.

Guidalberto Bormolini

Guidalberto Bormolini, barba lunghissima bianca modello santone orientale, è un sacerdote, teologo e antropologo, che ha creato una comunità spirituale (Borgo Tutto è Vita) vicino Prato che accoglie persone malate verso il fine vita.  Bormolini conferma: “Yoga in Occidente è travisatissimo". Yoga è una parola potente, il nostro corpo è una sapiente esperienza yogica. Esiste anche uno yoga cristiano. Al borgo si pratica yoga ma  bisogna osservare i 10 comandamenti prima di fare gli Asana. 


L’esperienza mistica di Bormolini è un unicum nella spiritualità italiana che rischia ogni giorno di mescolarsi a ciarlatanerie e fedi cieche: “Non capiamo più il mistero del corpo. Non capiamo che per gli antichi ogni organo canta di riflesso con tutto il cosmo. C’è un’assimilazione tra corpo, sole, luna, stelle e cielo: e viaggiando nel corpo si viaggia nei cieli“.  Parla spesso dello  stupore perfino degli scienziati sul mistero della materia. “Il premio Nobel per la fisica, Carlo Rubbia, disse ‘osservo la natura e c’è qualcosa di più grande in ogni particella’. Il nostro corpo non è solo il tempio dello spirito quindi, ma partecipa a questa meraviglia sinfonica“.

La meditazione non è qualcosa che si fa, ma che si vive". E ai pazienti che si avvicinano alla morte, facciamo capire che il corpo è ben di più del corpo fisico. Cerchiamo di passare dal compatire al co-gioire. Io riempio il mio cuore ferito per la gioia che mi procura nell’aprirmi al sole, quando di questo nettare ce n’è per tutti si fa festa e così riempiamo il cuore dell’altro. Il co-gioire è un sentimento più nobile del compatire e la meditazione è l’arte con cui puoi farlo“.

Cammino nell’Italia buddhista

Il “Cammino nell’Italia buddhista” di Valerio Millefoglie, è un video-documentario per raccontare, a quarant’anni dalla sua fondazione, la strada percorsa dall’Unione Buddhista Italiana. Un diario di viaggio visivo per scoprire chi sono stati i primi buddhisti italiani, chi sono oggi ma anche per mappare i primi passi di chi, come lo scrittore di questa narrazione, Valerio Millefoglie, si muove alla scoperta di monasteri tibetani e zen che compaiono dietro le colline, di centri di tradizione Theravada che aprono cancelli e varchi tra i vicoli dei centri storici, creando una paesaggistica dell’inaspettato. “Fra incontri con lama, monaci, monache, meditanti, Valerio ha provato a scoprire qualcosa anche di me.” 

  1ª tappa:   https://www.youtube.com/watch?v=ONJGCASWN7g 

Regia e montaggio Domenico Catano e Valerio Millefoglie. Hanno partecipato a questa prima tappa in ordine di apparizione: Neva Papachristou Associazione per la Meditazione di Consapevolezza (A.Me.Co.), Roma Maria Angela Falà Fondazione Maitreya, Roma Chiara Calzamatta, meditante Giorgio Pensa, (A.Me.Co) Matteo Panza e Sergio Cortese, allievo e insegnante Dario Doshin Girolami Centro Zen L'Arco, Roma Kasia Smutniak Vittorio Giavotto, voce guida al telefono

Le altre tappe si trovano su YouTube... 

Non puoi evitare il dolore, ma puoi scegliere di non soffrire

"Non puoi evitare il dolore, ma puoi scegliere di non soffrire" -  Haruki Murakami

Il dolore non si può evitare, ma la sofferenza è opzionale.

Due parole chiave: dolore e sofferenza. Sembrano sinonimi, e nel linguaggio quotidiano vengono spesso usate come tali. Ma esiste una differenza tra il dolore e la sofferenza, e che quella differenza vale la pena capirla.
Il dolore è l’esperienza immediata di qualcosa che fa male, fisica o emotiva. La perdita di una persona cara. La fine di una relazione. Un fallimento professionale. Un rifiuto. Quelle esperienze fanno male, e non è possibile scegliere di non farle fare male. Non è una questione di forza di volontà o di mentalità positiva.
La sofferenza è qualcosa di diverso: è il racconto che si costruisce intorno al dolore. È il “perché proprio a me”, il “non avrei mai dovuto”, il “non me lo merito”, il “non finirà mai”, il “sono sempre io”. È l’elaborazione cognitiva ed emotiva del dolore che trasforma un’esperienza dolorosa e temporanea in una condizione permanente e identitaria. Ed è lì, in quella elaborazione narrativa, che esiste una scelta reale.

Dire che la sofferenza è opzionale non significa che si debba smettere immediatamente di soffrire o che soffrire sia sbagliato o una debolezza. Significa che c’è una differenza fondamentale tra attraversare il dolore e costruirci intorno una gabbia permanente. Tra sentire il male di qualcosa – che è reale, che è legittimo – e decidere inconsapevolmente che quel male è l’intera storia, che è permanente, che definisce chi si è, che impedisce qualsiasi cosa buona in futuro. 
Quella seconda parte – la gabbia, la permanenza, il “non cambierà mai” – non viene dal dolore stesso. Viene dal pensiero sul dolore. E lì, in quel pensiero, c’è una possibilità di scelta. C'è la possibilità di agire.

Chi ha perso qualcuno di importante sente un dolore reale, concreto, fisico. Quel dolore va rispettato e attraversato, non negato. La sofferenza aggiuntiva – quella del “non andrà mai meglio”, del “non posso andare avanti”, del “non merito di stare bene”, del “sarò sempre così” – non viene dalla perdita in sé. Viene da quello che si dice a se stessi sulla perdita.

Murakami non dice che questo sia facile da riconoscere, né che cambiare quel racconto interiore sia automatico. Ma dice che è possibile. E che la prima cosa è capire la differenza: il dolore è fuori controllo. La sofferenza, almeno in parte, non lo è.   
Praticare concretamente la distinzione tra dolore e sofferenza non è semplice, e non è automatico. Richiede un’osservazione consapevole e onesta di quello che si sta dicendo a se stessi nei momenti difficili. Non per negare il dolore, non per ignorarlo o minimizzarlo come se non ci fosse. Ma per chiedersi con lucidità: questo che sto vivendo in più rispetto al dolore reale, questo circolo di pensieri che amplifica e perpetua l’esperienza dolorosa, è necessario? È utile? Mi aiuta ad attraversare questo momento o mi ci tiene bloccato dentro?
Non sempre la risposta porta immediatamente a smettere di soffrire. A volte è giusto, anzi necessario, stare nel dolore per un po’ senza fretta di uscirne. Ma la consapevolezza che esiste una differenza – che il dolore è necessario e la sofferenza in parte no, che una parte di quello che si sente si può scegliere di non portare – è già un cambiamento di approccio. È la differenza tra essere travolti dall’onda e attraversarla.

Haruki Murakami nasce a Kyoto nel 1949. Scrittore giapponese di fama mondiale, è autore di romanzi come Norwegian Wood, Kafka sulla spiaggia,  1Q84 e L’arte di correre. È considerato uno degli scrittori più importanti della letteratura contemporanea mondiale. I suoi romanzi esplorano temi di perdita, solitudine, identità e capacità di andare avanti, con una voce inconfondibile che mescola realismo quotidiano e atmosfere surreali. Murakami è anche maratoneta: la sua visione del dolore come qualcosa da attraversare invece che da evitare emerge anche dai suoi scritti sulla corsa. La frase sul dolore opzionale è diventata uno dei suoi aforismi più citati e condivisi in tutto il mondo.

L’amicizia è sempre amore

Si tende a separare nettamente l’amicizia dall’amore, come se fossero due territori distinti con una frontiera precisa, due categorie di sentimento che non si mescolano. L’amore è intenso, viscerale, a volte doloroso. L’amicizia è serena, stabile, sicura. Ma non esiste  questa separazione netta.

Un rapporto d’amicizia che sia fra uomini o fra donne, è sempre un rapporto d’amore. E in una carezza, in un abbraccio sincero, in una stretta di mano a volte c’è più sensualità che nel vero e proprio atto d’amore.”
La sensualità nel senso più ampio è presenza fisica, calore, intensità del contatto. Un abbraccio dato con piena presenza – con tutto il corpo, con tutta l’attenzione rivolta alla persona – può contenere più intimità reale di un atto fisico distratto o abitudinario. 

Ci sono abbracci che cambiano davvero le giornate. Strette di mano che comunicano qualcosa che le parole non riuscirebbero a dire. Contatti fisici tra amici che contengono anni di storia, di fiducia, di cura reciproca condivisa, e quella densità accumulata si sente.   “Le amicizie vere sono quelle che sopravvivono al silenzio, alla lontananza, al cambiamento. Non hanno bisogno di essere continuamente nutrite per non morire — sono fatte di radici, non solo di rami.”

L’amicizia profonda è la capacità di ritrovarsi dopo mesi o anni come se il tempo non fosse passato. Non perché ci si sia dimenticati di quanto fosse trascorso, ma perché la base del legame è abbastanza solida e radicata da non aver bisogno di alimentazione continua.  Quelle amicizie “radicate” – poche, preziose, difficili da costruire e difficili da perdere – sono tra le cose più preziose che esistano nella vita di un adulto.     “Amare un amico o un’amica significa accettarli com’erano, com’erano stati e come sono diventati. È un amore che non chiede di essere diversi.”
Questa è forse la caratteristica più rara e più preziosa dell’amicizia autentica: l’assenza di progetto sull’altro. Nelle relazioni romantiche c’è spesso – anche inconsciamente – il desiderio che l’altro cambi, migliori, diventi più di quello che è. L’innamoramento porta spesso con sé una proiezione: si ama anche la persona che si immagina che l’altro potrebbe diventare. Nell’amicizia profonda questa componente è assente o molto ridotta. Si accetta la persona intera – con i cambiamenti, con le evoluzioni, con le incoerenze e le contraddizioni – senza chiedere che diventi qualcos’altro o qualcun altro.

Yoga al mattino

 ----- Una sequenza di posizioni da fare al mattino

Lo yoga moderno - Risultati

Il dato numerico è emblematico: in Italia si è passati, nell’arco dell'ultimo decennio, da una stima di poco più di tre milioni di praticanti a oltre dieci milioni, con un incremento che supera il duecento per cento, e questo dato, che potrebbe essere letto come un segnale di successo, deve invece essere interrogato nella sua qualità, perché a una crescita quantitativa così significativa non corrisponde una trasformazione altrettanto evidente sul piano delle abilità cognitive, della stabilità mentale o della riduzione della conflittualità, e questo scarto tra diffusione e risultato è il segno più chiaro di un problema strutturale.    

Lo yoga, purtroppo, si è trasformato in un grande mercato del benessere. Ritiri, festival, community online, teacher training. Spazi dove ci si sente capiti, accolti, parte di qualcosa. Il problema è che tutto questo contiene il disagio — non lo risolve. È sollievo, non trasformazione. Comfortevole, ma inutile rispetto al vero obiettivo dello yoga.
Patañjali nei suoi Yoga Sūtra descrive un metodo preciso, sequenziale, rigoroso — un intervento sulla mente, non una collezione di esperienze da collezionare. Eppure i Sūtra vengono citati ovunque, spesso solo per dare un'aria antica e autorevole a pratiche che con quel testo hanno poco a che fare.

L'errore di base è uno: si parte sempre dal corpo. Lo yoga cerca legittimazione nella scienza: neuroscienze, anatomia, fisiologia. Come se avesse bisogno di un'altra disciplina per dimostrare di valere qualcosa. Non è un segnale di apertura — è un segnale di insicurezza. Un sistema che non si fida più di se stesso.  Il risultato? Insegnanti formati male che formano altri insegnanti formati male. Un errore che si moltiplica.
In sanscrito esiste una parola: avidyā. Non significa semplicemente ignoranza. Significa vedere qualcosa al posto di qualcos'altro — un velo così sottile che non ti accorgi nemmeno di averlo. 

Lo yoga moderno è esattamente questo: un sistema che promette chiarezza e produce nebbia. L'antidoto, sempre nei Sūtra, è śauca — pulizia. Non una pratica in più da aggiungere alla lista. Si dovrebbe tornare allo yoga come sistema di conoscenza, e questo implica accettare una complessità che non è negoziabile.

E' morto Edgar Morin

 È morto a 104 anni Edgar Morin (nato nel luglio 1921), filosofo, sociologo, antropologo e figura centrale della sinistra intellettuale francese contemporanea. Autore di oltre cento libri tradotti in una trentina di lingue.
"Fino ai suoi ultimi giorni, Edgar Morin è rimasto attento al mondo, agli altri e alle grandi sfide umane che hanno nutrito il suo pensiero", ha dichiarato la moglie Sabah Abouessalam Morin. "Oggi il vuoto che lascia è immenso. Ma il suo coraggio, la sua fedeltà alle persone e alle idee, il suo rigore morale e la sua speranza continuano a guidarci", ha aggiunto.

 
Edgar Nahoum, questo è il suo nome di nascita, di origine ebrea, perse la madre all'età di dieci anni. Visse a Parigi e studiò alla Sorbona, dove conseguì lauree in storia e diritto. Dopo aver frequentato ambienti libertari favorevoli al campo repubblicano nella guerra civile spagnola, aderì al Partito comunista francese (Pcf)  nel 1942. Durante la Resistenza assunse lo pseudonimo di Morin, che avrebbe poi mantenuto.

Fu escluso dal Pcf nel 1951 per le sue critiche alla linea staliniana della direzione. La rottura con il comunismo arrivò poco dopo la pubblicazione del suo primo libro, L'An zéro de l'Allemagne.

Entrato al Cnrs come sociologo, Morin si dedicò presto a temi allora innovativi: il cinema, la moda, la cultura di massa, il fenomeno delle star e le dinamiche della voce pubblica. In La Rumeur d'Orléans, del 1969, analizzò una vicenda che aveva colpito l'opinione pubblica francese, quella della falsa voce secondo cui responsabili di un grande magazzino avrebbero fatto sparire donne per alimentare un traffico di tratta.
Dopo alcuni anni trascorsi in America latina, nel 1969 fu invitato all'Istituto Salk di San Diego, in California. Negli anni successivi diede vita alla sua opera maggiore, La Méthode, una serie di sei volumi pubblicati tra il 1977 e il 2004: La Nature de la nature, La Vie de la vie, La Connaissance de la connaissance, Les Idées, L'Humanité de l'humanité ed Éthique.
Con La Méthode, Morin cercò di confrontare e collegare i metodi delle scienze umane con quelli delle scienze biologiche, promuovendo una visione transdisciplinare del sapere. Partecipò anche, insieme ai biologi Jacques Monod e François Jacob, alla creazione del Centro internazionale di studi di biologia e antropologia.

Morin scrisse: "Quando un sapere frammentario e disperso ci rende sempre più ciechi davanti ai nostri problemi fondamentali, l'intelligenza della complessità diventa un bisogno vitale per le nostre persone, le nostre culture, le nostre società".  Per Morin, la complessità era il tratto stesso della realtà, irriducibile a un unico schema di spiegazione.
Morin si definì sempre agnostico, o anche "incredulo radicale". Nessuna concezione del mondo, sosteneva, può considerarsi depositaria della Verità, e le rappresentazioni filosofiche e religiose devono poter coesistere.

Nel 2007,  Morin avviò un dialogo con Nicolas Hulot sulla necessità di promuovere una "politica di civiltà", orientata a rimettere l'uomo al centro della politica e a privilegiare il "vivere bene" rispetto al semplice benessere.
Negli anni Duemila dedicò numerosi libri ai grandi temi dell'attualità: educazione, ambiente, politica internazionale. Pubblicò anche volumi di dialogo con personalità molto diverse, tra cui Boris Cyrulnik, Jean Baudrillard, Stéphane Hessel, François Hollande e Tariq Ramadan. 

Nel giugno 2002 suscitò una vasta polemica firmando con Danièle Sallenave un articolo su Le Monde intitolato "Israel-Palestine: le cancer", nel quale denunciava la politica israeliana verso i palestinesi. L'articolo gli valse un procedimento promosso da associazioni come France Israel e Avocats sans frontières. Alcuni critici gli rimproverarono anche di sottovalutare la rinascita dell'antisemitismo in Francia e di coltivare una visione multiculturale giudicata troppo idealizzata.

Quando si invecchia?

 “Maestro, quando si invecchia?”

“Si invecchia quando la colonna vertebrale diventa rigida

e quando non si hanno più  sogni nel cassetto”.                                 -    Arri Wind

Arri Wind è il pseudonimo di Ezio Arrigoni, maestro yoga e preparatore atletico.

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono più...