mercoledì 1 aprile 2026

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono circa 950 articoli, la maggioranza dei quali verte su yoga, meditazione, buddhismo, filosofie orientali, rapporto tra scienza e meditazione.                    

Gli articoli sono essenzialmente riassunti di libri che ho letto su questi argomenti e che mi hanno particolarmente colpito.  Per ricercare un soggetto specifico si può usare la finestrina a destra, oppure si possono usare le categorie (etichette) che si trovano sulla destra. Sul Blog sono riportati anche i libri che ho scritto sullo yoga e la meditazione e la gallery di alcuni miei viaggi.                                                 

       Buona lettura   


Il Buddhismo: essenza, sviluppo e tradizioni - Edward Conze

Il Buddha non lasciò nulla di scritto. Fu soltanto al primo Concilio, convocato qualche anno dopo la sua morte (nel 483 a.C., ) e presieduto da Mahākāśyapa, che i suoi discepoli tentarono di mettere nero su bianco il suo insegnamento. La produzione letteraria che ne scaturì fu straordinaria per volume e complessità, tanto più considerando che la tradizione fu trasmessa esclusivamente per via orale.    


Le scritture buddhiste si articolano in tre grandi categorie. Il Dharma o Sūtra raccoglie gli insegnamenti dottrinali; il Vinaya disciplina la vita monastica; l'Abhidharma approfondisce le sottili dottrine filosofiche. Ogni sūtra è un testo ritenuto formulato direttamente dal Buddha e si apre invariabilmente con la formula: "Così una volta io ho udito…". In seguito vennero aggiunti gli Śāstra, commentari ai testi originali.
Non tutte le scuole riconobbero lo stesso canone. La scuola Hīnayāna accettò come autentici soltanto i sūtra recitati al primo concilio. Il Mahāyāna estese invece il riconoscimento ad altri testi rivelati in epoche successive, tra cui i Prajñāpāramitā Sūtra — i sūtra della Perfezione della Saggezza. Secondo la tradizione, fu Nāgārjuna stesso a discendere negli inferi per recuperare questi testi e rivelarli al mondo degli uomini.
Un'ulteriore difficoltà nella datazione delle opere è dovuta al fatto che, in ambito buddhista, l'anonimato era considerato elemento indispensabile alla santità: persone diverse scrivevano spesso sotto lo stesso nome, e le date di nascita di grandi maestri come Nāgārjuna, Vasubandhu e Aśvaghoṣa non coincidono con quelle delle loro opere. Le traduzioni cinesi costituiscono uno strumento prezioso per la datazione, poiché riportano sempre la data della traduzione — sebbene tradurre un'opera potesse richiedere anche diversi secoli.

Ciò che è sopravvissuto delle scritture buddhiste è oggi raccolto in tre grandi collezioni:

  • Tipiṭaka pali: contiene gli insegnamenti della scuola Theravādin, una delle tradizioni Hīnayāna. Tra i testi più noti figura il Dhammapada. Nelle altre scuole Hīnayāna i testi sono conservati in cinese o sanscrito.
  • Tripiṭaka cinese: il catalogo più antico, del 518 d.C., elenca circa duemila opere.
  • Kanjur e Tanjur tibetani: il Kanjur è una collezione di sūtra in 108 volumi (13 dedicati al Vinaya, 21 alla Prajñāpāramitā, gli altri a sūtra vari e tantrici). Il Tanjur conta 255 volumi divisi in tre parti: inni, commentari tantrici e commenti alla Prajñāpāramitā.

Nell'immaginario visivo e devozionale del buddhismo, il Buddha viene raffigurato in modi assai diversi tra loro — talvolta come essere umano, talvolta nel suo "corpo glorificato", talvolta come principio spirituale assoluto. Questa molteplicità non è contraddittoria: riflette tre distinti livelli di comprensione della sua natura:

  • Come essere umano: il maestro storico, Siddhārtha Gautama, che visse, insegnò e morì.
  • Come corpo glorificato: il Buddha dotato dei 32 segni del superuomo e degli 80 segni sussidiari. Nell'arte buddhista, tra le sopracciglia compare spesso un ricciolo di lana (ūrṇā), trasformato nel Tantrismo nel terzo occhio; il corpo irradia luce.
  • Come principio spirituale: il Tathāgata — "Colui che è venuto" o "Colui che è andato" — ovvero il Buddha come corpo-del-Dharma, principio assoluto dotato di onniscienza. A Sāñcī e Bhārhut sono rappresentati i sette Tathāgata: Śākyamuni e i suoi sei predecessori.

L'onniscienza appartiene soltanto al Buddha come principio puramente spirituale: essa si identifica con la ricerca dell'estinzione del sé, e costituisce per il Mahāyāna il fine ultimo della vita spirituale. Il termine Budh significa letteralmente "risvegliarsi" e "conoscere".

Accanto alla via della saggezza e a quella della meditazione, il buddhismo ha sviluppato una via della fede (bhakti) che, dopo il 500 d.C., assunse un ruolo sempre più centrale, soprattutto nelle tradizioni Mahāyāna. In questa prospettiva, il Buddha deve salvare tutti gli esseri: se la natura di Buddha è presente in ciascuno, tutti sono ugualmente vicini alla buddhità.
I salvatori — Bodhisattva e Buddha — svolgono quattro funzioni fondamentali per il fedele:
— sviluppano le virtù del praticante;
— concedono benefici materiali;
— sono oggetto di amore e adorazione;
— offrono condizioni favorevoli per il raggiungimento dell'illuminazione.

L'orientamento devozionale (bhakti) elimina ogni fiducia nelle proprie capacità di decidere e controllare il percorso verso la salvezza. Uno dei primi Buddha a diventare oggetto di devozione fu Akṣobhya, "l'Imperturbabile". Il buddhismo della fede si rivolge in modo particolare al Bodhisattva Avalokiteśvara, che personifica la compassione, ma anche a Mañjuśrī — che impersonifica la saggezza — e a Samantabhadra.

Il buddhismo non nega l'esistenza di un Creatore, ma semplicemente non si interessa a sapere chi abbia creato l'universo: adotta una posizione agnostica sulla creazione. Se per ateismo si intende l'indifferenza verso un Dio creatore e personale, allora il buddhismo può essere definito ateo. Se invece l'ateismo è inteso come negazione attiva di Dio, la questione diventa più complessa.
I buddhisti descrivono il Nirvāṇa come permanente, imperituro, privo di divenire, realtà e meta supreme: una concezione che si avvicina in modo significativo al concetto di divino. Allo stesso modo, il Buddha come incarnazione del Nirvāṇa è oggetto di una devozione che si approssima alla religiosità. Nel buddhismo convivono, non senza tensione, atteggiamenti gnostici e devozionali.

Nei dipinti buddhisti ricorre frequentemente un cerchio diviso in sei settori, noto come "ruota dell'esistenza" (bhavacakra). Esso rappresenta le sei classi di esseri viventi riconosciute dalla tradizione: gli dèi (non immortali), gli asura (esseri celesti), gli uomini, gli spiriti (anime dei defunti), gli animali e gli esseri degli inferi. La rinascita in forma umana è considerata essenziale per poter apprezzare pienamente il Dharma e avviarsi verso il Nirvāṇa.

Il Saṃgha è composto da monaci — considerati l'élite spirituale — e dai capifamiglia. La vita di un laico è difficilmente compatibile con i gradi più elevati della vita spirituale, anche se numerosi grandi Lama ebbero una famiglia. Il Mahāyāna ha aperto ai capifamiglia la possibilità di diventare Bodhisattva.
La vita monastica è regolata dalle prescrizioni del Vinaya. Tre sono i suoi elementi essenziali: povertà, celibato e non violenza. Il tema del possesso di beni provocò la prima vera crisi dell'ordine: il secondo concilio di Vaiśālī stabilì il mantenimento delle norme originarie, anche se successivamente si diffuse una certa tolleranza in materia.
All'inizio i laici non partecipavano ad alcun rito o cerimonia. I loro doveri minimi sono riassunti nella formula dei Tre Gioielli e nei Cinque Precetti: "Nel Buddha prendo rifugio, nel Dharma prendo rifugio, nel Saṃgha prendo rifugio." I cinque precetti prevedono di astenersi dall'uccidere qualsiasi essere vivente, dal prendere ciò che non viene offerto, dall'abbandonarsi ai piaceri dei sensi in modo scorretto, dalla menzogna e dalle bevande inebrianti.

Il punto di partenza della pratica buddhista è il rifiuto del mondo così come appare. Attraverso la meditazione e altri metodi di salvezza, il praticante si mette sulla strada della liberazione o illuminazione. Questi metodi per arrivare alla liberazione sono sistematizzati nel Visuddhimagga di Buddhaghosa in tre grandi categorie: disciplina morale, estasi e saggezza.
L'estasi o liberazione si raggiunge attraverso la concentrazione e tre tipi di pratiche:

  • Gli otto dhyāna: nel sistema Yogācāra, quattro meditazioni sulla forma e quattro sulla senza-forma.
  • I quattro "illimitati" del Mahāyāna: metodi per coltivare le emozioni: interesse affettuoso (mettā), compassione, gioia ed equanimità. Attraverso questi stati si riduce progressivamente la distanza tra sé e gli altri.
  • I poteri occulti: propri della tradizione tantrica.

La saggezza (prajñā) è la virtù suprema. I metodi per svilupparla sono esposti principalmente nell'Abhidharma — sistematizzato da Buddhaghosa per i Theravādin e da Vasubandhu per i Sarvāstivādin. Attraverso le meditazioni progressive, il praticante arriva a percepire ogni cosa come spazio senza limiti, poi come coscienza illimitata, poi come vacuità. In questo stadio non esiste né percezione né non-percezione: si giunge al Nirvāṇa.

Il Nirvāṇa è uno stato in cui movimento, pensiero e parola sono assenti, mentre restano vita e calore. È una contemplazione rivolta verso la Realtà, l'unione dell'uno con il Tutto.
Strettamente connessa al Nirvāṇa è la dottrina del Vuoto (śūnyatā). La nostra personalità è "gonfia" perché formata dai cinque aggregati (skandha), ma al suo interno è vuota: priva di un sé. Il Vuoto non è il nulla, bensì l'assenza del sé; si colloca nel mezzo tra l'esistere e il non esistere, tra l'eternità e l'annichilimento. Nel Vuoto il Nirvāṇa e questo mondo coincidono: non sono più differenti, sono la stessa cosa. Sinonimo del Vuoto è la Non-dualità.
Bodhidharma lo espresse con queste parole: "Tutte le cose sono vuote e non vi è niente in esse che sia desiderabile o degno di essere ricercato."

I tre caratteri che raccolgono gli aspetti dolorosi dell'esistenza sono: impermanenza, sofferenza e Non-sé. Per liberarsi da essi occorre grande diligenza. Il grande obiettivo della vita è essere liberi dalle passioni, coltivando l'equanimità. Il saggio non fa distinzioni tra le cose esteriori: tutte sono identiche.

L'origine del Tantrismo si colloca nell'idea che il mondo sia il frutto di un'illusione magica: reale, ma ingannevole, perché scambiato per ciò che non è. Fin dalle origini del buddhismo le cose del mondo erano state chiamate māyā. Da questa premessa si fece strada la convinzione che metodi magici potessero avere efficacia in tale universo, dando vita al Tantra o buddhismo magico.
Il Tantra non ha una data di inizio certa, poiché i suoi insegnamenti erano segreti. Si può affermare che acquistò importanza dopo il 500–600 d.C., come conseguenza dell'assorbimento di credenze primitive da parte della tradizione buddhista. Il testo più antico è il Guhyasamāja-tantra. I monaci di Nālandā associavano tranquillamente magia e metafisica.

La differenza fondamentale tra il tantrismo della mano destra e quello della mano sinistra riguarda l'atteggiamento verso la sessualità. Lo shivaismo induista esercitò una grande influenza sullo shaktismo buddhista, e molte divinità femminili vennero assorbite da questa corrente. Tra le scuole più importanti della mano sinistra vi è il Vajrayāna — il Veicolo del Diamante. Il vajra è identificato con la realtà ultima, con il Dharma e con l'illuminazione. Il suo inizio risale al 300 d.C., ma si sviluppa soprattutto a partire dal 600 d.C.
Nel Tantra il vero insegnamento è trasmesso attraverso la cerimonia di iniziazione (abhiṣeka), che segna il confine tra dottrina esoterica ed essoterica. I metodi di salvezza efficaci vengono trasmessi dal guru — che occupa il posto del Buddha — al discepolo attraverso il contatto personale.

Le pratiche tantriche si articolano in tre metodi principali: la recitazione di formule magiche (mantra), il compimento di gesti rituali (mudrā) e l'identificazione con le divinità attraverso la meditazione. Ogni atto rituale deve coinvolgere i tre aspetti dell'essere: corpo (gesti), parola (mantra) e pensiero (samādhi).
Molte popolazioni asiatiche attribuiscono malattie e disgrazie a poteri demoniaci: il mantra — formula magica il cui potere si sprigiona nella pronuncia — serve a controbilanciare queste forze e a proteggere il percorso spirituale. Il celebre mantra Oṃ Maṇi Padme Hūṃ, onnipresente in Tibet, è considerato uno dei più preziosi doni di Avalokiteśvara al mondo sofferente. Accanto ai mantra, un ruolo fondamentale è svolto anche dai maṇḍala, i cerchi magici che rappresentano l'universo.

L'antico buddhismo era un sistema di valorizzazione del principio maschile: una donna non poteva diventare un Buddha. Prajñāpāramitā e Tārā furono le prime divinità femminili autonome del buddhismo. Il Tantra della mano sinistra introdusse l'adorazione delle śakti (energie femminili), la presenza di demoni e divinità terrificanti, riti connessi ai cimiteri e l'inclusione del rapporto sessuale tra le pratiche che conducono alla salvezza. Nella tradizione tantrica l'illuminazione nasce dall'unione dell'abilità dei mezzi (principio maschile) e della saggezza (principio femminile), rappresentata plasticamente nelle figure divine in unione sessuale — lo Yab-Yum, padre-madre.

Il percorso buddhista tantrico è centrato sul dominio del corpo. Si cercava di raggiungere un "corpo adamantino" attraverso una respirazione ritmica e concentrata, il controllo continuo dei movimenti muscolari, e pratiche di trance. Dall'haṭha yoga vennero ereditati i canali energetici attraverso i quali si accede a stati di beatitudine.

Con il Tantrismo, il Buddha diviene la manifestazione del corpo-del-Dharma nell'universo fenomenico. Verso il 750 d.C. furono introdotti i cinque Tathāgata o cinque Jina (vincitori sulle passioni): Vairocana l'Illuminante, Akṣobhya l'Imperturbabile, Ratnasambhava il Nato dal Gioiello, Amitābha l'Infinita Luce e Amoghasiddhi l'Immancabile Successo. Questi cinque Buddha sono emanazioni del Buddha primordiale (Ādi-Buddha) e corrispondono ai cinque elementi costitutivi dell'universo. Intorno al 950 d.C. il Tathāgata diviene causa stessa dell'universo.

Il buddhismo fu introdotto in Tibet verso il 700 d.C. da monaci indiani, dove convisse con la religione autoctona magica chiamata Bön. Padmasambhava — il "Nato dal Loto", venerato come secondo Buddha — vi stabilì il buddhismo verso il 750 d.C. e fondò la scuola Nyingmapa (Berretti Rossi). La tradizione vuole che egli e altri maestri abbiano nascosto testi sacri (terma) che vennero alla luce a partire dal 1125 circa. Padmasambhava è spesso raffigurato con le sue due consorti spirituali.
Dopo il 1400 d.C., con la riforma di Tsongkhapa, la scuola dei Berretti Gialli (Gelugpa) guadagnò la supremazia. 

Il buddhismo tantrico (Vajrayāna) giunse in Giappone verso l'800 d.C. con il nome di Shingon ("Parola Vera"), portato dal monaco Kūkai. Altre dottrine esoteriche furono adottate dalla scuola Tendai, fondata da Dengyō Daishi e basata sul Loto della Buona Legge.

Affascinante è la dottrina del Bardo, l'intervallo tra la morte e la nuova nascita, esposta nel celebre Bardo Thödol (il "Libro tibetano dei Morti").

Il buddhismo fu introdotto in Cina nel 50 d.C. Verso il 500 emerge la figura di Bodhidharma, capostipite della scuola Ch'an (meditazione). Tra i protagonisti successivi spiccano Sengcan, che compose il poema Xin Xin Ming ("Credendo nello Spirito"), e Huìnéng. Nel 750 Páizhàng introdusse il lavoro manuale come pratica spirituale per i monaci.
Verso il 1200, il Ch'an fu introdotto in Giappone con il nome Zen dai maestri Eisai e Dōgen, esercitando un'influenza profonda su pittura, calligrafia, giardinaggio, cerimonia del tè, poesia, scherma e danza. La parola d'ordine dello Zen era: "Non pensate, ma sperimentate." Il Ch'an è avverso alla speculazione metafisica e vuole abolire il ragionamento sistematico: apprezza l'intuizione diretta e istantanea. Il Buddha dimora nelle piccole cose della vita quotidiana.

L'Amidismo nacque nel nord-ovest dell'India e si fece conoscere in Cina intorno al 150 d.C. Nel 350 d.C. Huìyuǎn fondò la Scuola della Terra Pura. Il buddhismo della fede raggiunse il suo massimo sviluppo con la scuola Shin e il culto di Amida (Amitābha), che rigetta riti, filosofia e ascetismo. Tutti sono accolti nel paradiso di Amida: l'unica condizione è la sua grazia. I sacerdoti Shin si adattano al mondo: mangiano carne e si sposano.

Uno sguardo d'insieme alla cronologia delle principali correnti buddhiste:

  • c. 500 a.C. Nascita del Buddhismo.
  • c. 480 a.C. Morte del Buddha. Nessun successore designato: il Dharma deve guidare la comunità. I principali discepoli sono Śāriputra, Ānanda (assistente per vent'anni) e Maudgalyāyana (noto per i suoi poteri psichici).
  • 400 a.C. Nasce la prima scuola, l'Hīnayāna, che si divide in Theravādin, Sarvāstivādin e altre correnti. Si sviluppa parallelamente un movimento devozionale (bhakti) destinato a sfociare nel buddhismo della fede.
  • 300–250 a.C. Il ramo Mahāsāṃghika costituisce la scuola più liberale del Mahāyāna e propone l'ideale del Bodhisattva.
  • 150 d.C. Nāgārjuna fonda la scuola Mādhyamaka e propone la Dottrina del Vuoto.
  • 100–200 d.C. Grande sviluppo dei sūtra Mahāyāna: la Prajñāpāramitā, il Loto della Buona Legge, la Vimalakīrti-nirdeśa.
  • 200 d.C. Si sviluppa l'Amidismo; in vari Paesi il buddhismo si mescola con lo sciamanismo locale.
  • 400 d.C. Asaṅga e Vasubandhu fondano la scuola Yogācāra. In Cina nasce la scuola Ch'an.
  • 440 d.C. Maestri Yogācāra sviluppano una logica buddhista; Dignāga è tra i fondatori.
  • 500 d.C. Sorge il Tantra o buddhismo magico; grande influenza in Tibet e Nepal.
  • c. 750 d.C. Vengono introdotti i cinque Tathāgata nel Tantrismo. Padmasambhava stabilisce il buddhismo in Tibet.
  • IX sec. I Mahāyānisti superano numericamente gli Hīnayānisti. Le due tradizioni convivono negli stessi monasteri.
  • 1000–1200 Il buddhismo scompare dall'India. Le sue idee sopravvivono nel Vedānta e in Cina e Giappone sotto il nome di Ch'an o Zen.
  • XIII. Il buddhismo in Europa
  • Già nel XVII e XVIII secolo i missionari gesuiti avevano cognizioni precise sul buddhismo. Fu Arthur Schopenhauer il primo a farlo conoscere sistematicamente all'Europa, nel XIX secolo, insieme alle prime infiltrazioni delle filosofie asiatiche nel pensiero occidentale.
  • Nel 1875 nacque la Società Teosofica, che incoraggiò gli studi sulle religioni asiatiche. H.P. Blavatsky elogiò il buddhismo; Henry Steel Olcott scrisse un catechismo buddhista; A.P. Sinnett compose un testo sul buddhismo esoterico. Edwin Arnold, nel suo poema La luce dell'Asia, offrì un ritratto del Buddha che spinse molti europei ad avvicinarsi a questa tradizione spirituale.
  • Dopo il 1900 numerosi missionari buddhisti cominciarono a diffondere questa filosofia in Europa. In Inghilterra fu fondata la Buddhist Society da Christmas Humphreys. Alcuni europei, attratti dalla vocazione verso il buddhismo, si recarono a studiare questa disciplina in Sri Lanka, Cina, Giappone e Tibet, facendo ritorno vestiti della tonaca color zafferano o viola.

Fonte: Edward Conze, Buddhism, Its Essence and Development (trad. it. Il Buddhismo), 1955. 

Il Sorriso segreto dell'Essere - Mauro Bergonzi - 2

Mauro Bergonzi è docente d Religioni e Filosofie dell'India presso l'Università di Napoli e socio analista del centro Italiano di Psicologia Analitica.  A partire dagli anni '70 ha approfondito i percorsi meditativi di varie tradizioni orientali con uno spirito libero da dogmi e adesioni confessionali. Determinanti è stato il suo  incontro con gli insegnamenti di Nisargadatta Maharaji, Jiddu Krishnamurti e Tony parsons. Da diversi anni conduce gruppi di condivisione dell'essere (sat-sang) a Roma e Bologna.       

Il tesoro nascosto che cerchiamo è già qui con noi. Il risveglio consiste nella scoperta del proprio vero Sè, che coincide con la Totalità, oltre l'io individuale. La nostra natura originaria è perfetta così come è. La metafora nel buddhismo il sole è sempre lì, anche se coperto dalle nubi. Nell'Advaita vedanta si parla della signora che crede di aver perso la propria collana, mentre ce l'ha appesa al collo. Come dice Nisargadatta Maharaj: "Puoi trovare ciò che hai perdut, ma non puoi trovare ciò che non hai mai perso.  Invece di cercare ciò che non hai, scopri che cos'è che non hai mai perduto".  Il  Tao non conosce confini, eppure è sempre qui con noi. Se lo cerchi, lo perdi.

 

Esistenza e coscienza sono due parole per indicare la stessa cosa. Tutto ciò che apapre e scompare (suoni, colori, immagini, sensazioni, percezioni, ricordi, ecc) è dentro la Presenza-consapevolezza. la mente poi organizza le percezioni in insiemi separati, tracciando un confine tra le cose, me e il mondo, tra il dentro e il fuori.  E' la consapevolezza che vede tutto inclusa la mente.  Prima c'è la percezione, poi in un secondo momento sorge il pensiero "Io percepisco qualcosa" e nasce il dualismo tra osservatore e osservato. Tu non sei i molti, sei l'Uno. 

Non esiste un Io separato dall'Essere,  è l'Essere che fa tutto, compresa l'illusione di u n io separato. Noi siamo un'azione dell'Essere. Quando terminiamo di diventare diversi da quello che siamo, ci rilassiamo, smettiamo di fare e cominciamo veramente a essere.

Nel cammino della consapevolezza, si passa dalla prigione egoica alla posizione del testimone, in cui riusciamo ad essere spettatori di un fantasmagorico spettacolo sempre in movimento. L'osservatore e l'osservato sono due nomi diversi dello stesso indivisibile processo dell'osservazione. 

Il mondo esterno e la coscienza sono una sola e medesima cosa. la molteplicità delle menti individuali è solo apparenza, in verità c'è una sola mente - Schrodinger.  Anche Heisenberg ha affermato che al divisione del mondo in soggetto e oggetto, mondo interno e mondo esterno, corpo ed anima si rivela inadeguato e fonte di difficoltà. 

Dato che l'universo ci include, dire che noi osserviamo il mondo esterno equivale a dire che in realtà l'universo sta ossservando se stesso attraverso noi.  Il residuo che rimane inconoscibile nel sistema auto-osservante chiamato universo è proprio la coscienza, ossia la sorgente da cui scaturisce il nostro sguardo sul mondo. Il pensiero nel tentativo di cogliere la coscienza da cui esso stesso trae luce, crea il concetto di un illusorio io individuale limitato soltanto al soggetto osservante e falsamente contrapposto all'oggetto osservato (il mondo).   Il dilemma della nostra identità è dato da queste parole di Chuck Hillig: "Sono un puntino nero in uno spazio bianco, oppure sono uno spazio bianco con un puntino nero? 

Attraverso il p ensiero tracciamo un confine e dividiamo convenzionalmente la realtà, rimuoviamo la coscienza della sua unità, identifichiamo l'io all'interno. Sono le nostre griglie concewttuali a descrivere la realtà e decidewre dove finisce il sé e comincia il mondo esterno, e noi viivamo prigionieri di queste griglie.    Perchè non considerare l'idea che il nostro vero sé sia l'indivisibile Totalità dell'univewrso?

La verità non può essere conosciuta perchè tutti i limitati strumenti di conoscenza sono inadeguati rispetto al Tutto. 

Nell'autolimitazione in un io individuale e separato da tutto il resto, è inevitabile provare un senso di incompletezza, che ci segue come un'ombra.  Allora ad una certa età ci mettiamo nella prospettiva di una ricerca interiore e l'io diventa un ricercatore spirituale, e si procura un ennesimo esperto che gli insegni come essere felice.  Gli esperti rivolgendosi a te come un io separato non fanno altro che rinforzare l'ostacolo a vedere la completezza in te.  I veri maestri cercano di farti capire che tra loro e te non c'è nessuna differenza, siamo un unico flusso di coscienza globale.  Può succedere che il pensiero e l'attenzione collassino all'improvviso, l'io si dissolve e un gran senso di sollievo ci pervade.  

L'amore.  Tutto è Uno e io sono Quello. L'amore è la pienezza che esplode quando l'io separato sparisce.  

Tutto nell'universo è vibrazione energetica, l'energia è un movimento tra opposti che tende all'unità, nella prospettiva dualistica l'amore è un'energia che scorre tra due polarità opposte, l'io e l'altro.  Ma l'amore tende ad abolire la dualità soggetto/oggetto.  L'eros è la continua tensione verso ciò che ci manca per sentirci completi. Il maschile e femminile si annullano a vicenda nella completezza a cui tende l'eros, fisicamente simboleggiata dall'orgasmo.

Pag. 146  Spesso si fa l'amore con il proprio partner in modo routinario e ben poco soddisfacente, dall'altro si fa sesso sporco (ma più eccitante con amanti vari) per godere di ciò che non ci si permetterebbe mai di proporre alle proprie moglie e ai propri mariti, spesso con grande rammarico).   Il cosiddetto sesso tantrico si presenta il più delle volte in modo a dir poco desolante. Nelle tradizioni spirituali sono pochissime le voci che rivendicano una sessualità diversificata, piena e spontanea come espressione fisica della non dualità.  Arnaud Desjardins è uno  dei pochi che nell'ambito della spiritualità abbia osato affrontar eil tema della sessualità con spirito libero e aperto: una vera coppia si metterà nuda l'una di fronte all'altra , non solo fisicamente ma anche psicologicamente. La moglie rappresenta per il marito tutte le donne, tutte le possibilità femminili. E l'uomo rappresenta per sua moglie tutte le possibilità maschili.  Non ci sono regole, non ci sono proibizioni in un vero rpporto d'amore, c'è anche la più grande libertà di scoprire tutte le parti di sé e dell'altro. sdalle più oscure alle più luminose.  Sentiamo di non essere completi e cerchiamo la parte mancante fuori di noi, proiettandola su una persona, di solito dell'altro sesso. E attraverso questo rapporto veniamo in contatto con la parte negata in noi stessi.  Coem diceva Jung, nella second aparte delal vita, questa parte mancante riaffiora in forme psico-patologiche. 

L'eros è un'energia con cui tutti, anche gli asceti devono rapportarsi. Sempre Desjardins scrive: "l'attrazione sessuale è la legge fondamentale, la legge universale. La scelta è semplice; o una vita amorosa naturale, agevole, o l'ascesi vivificante, anche apportatrice di pienezza, oppure la nevrosi.  Molti aspirano alla realizzazione di una coscienza super-normael, dimenticando quanto faccia loro difetto la semplicissima normalità. 

L'amore altruistico è possibile, ma non può prescindere dall'amore di sé, o del Sé.  L'amore è la pienezza che esplode quando l'io separato sparisce. 

Nella prospettiva della manifestazione dualistica, l'amore - come il desiderio - è la ricercsa dell'unità.  Nella prospettiva NON dualistica, l'amore è l'espressione dell'Uno, è il sapore dell'Uno celato in ogni esperienza della nostra vita, il sapore del Sè che intimamente sentiamo di essere.  

La morte.  La nascita e la morte sono le due soglie dell'esistenza che segnano la nostra comparsa e scomparsa da un nulla ad un nulla. Allora cerchiamo di attribuire un significato alal nostra esistenza. Cominciamo a raccontarci delle storie che tentano di dare un senso alla nostra vita, per esorcizzare l'angosciosa possibilità che non abbia alcun scopo.  Non è tanto l'Ignoto in sè, di cui non abbiamo alcuna rappresentazione, a farci paura, quanto il fatto che, con al morte perderemo tutto ciò che conosciamo. Ma dal NON essere non può nascere niente. Noi prima di nascere siamo l'Universo, con la morte troneremo ad essere l'Universo.   Quando muoriamo abbandoniamo tutte le storie (tristi o allegre) del nostro film personale e ci tuffiamo in questo ignoto, nudi di ogni conoscenza. 

La coscienza. L'esperienza della realtà ci appare impropriamente come corpo, mente e mondo.     Se osserviamo il mondo percepiamo colori, suoni, sapori, sensazioni, percezioni, il mondo è una interminabile sequenza di percezioni. da queste percezioni cominciamo a costruire il corpo, la mente.  Tutto ciò che chiamiamo realtà non è aaltro che l'attività del percepire (mondo), del sentire (corpo), del pensare (mente).  L'io è il nome che diamo alla coscienza che percepisce, sente e pensa. Cominciamo anche a pensare che la coscienza sia dentro la mente.   Ma la coscienza non è immersa nel continuum spazio-temporale ma al contrario lo contiene.    Tra i contenuti che appaiono nel settore chiamato mente nasce il pensiero: io sono questo e non sono quello.   L'io sono è l'espressione verbale con cui la mente traduce l'immediata certezza di esserci e sapere di esserci, l'evidenza innegabile della mia Presenza consapevole.   Nasce così l'illusione della dualità, il sentirci individui separati dal mondo la fuori, con u n dentro (pensare e sentire) contrapposto ad un fuori (percepire). 

L'Io è coscienza, Sono è esistenza. L'esperienza primordiale dell'io sono è costante e fondamentale. Su questa identità, che viene prima di ogni esperienza specifica, si basa l'intera realtà. Senza di me - se non ci fossi io a percepire ogni cosa - l'intero universo non apparirebbe affatto. Tutto ciò che è vita e realtà presuppone l'Io sono.  Se eliminiamo la ocscienza, ogni altra cosa sparirebbe. 

Tutto è in me. Io non nego il mondo: lo vedo solo apparire nella coscienza, che è la totalità del conosciuto nell'immensità dell'ignoto.  

Chi sono io? Purtroppo nasce la convinzione che Io sia un individuo separato, Dall'idea di separazione nasce  un ineliminabile senso di perdita, mancanza, incompletezza, che a sua volta genera la ricerca della Totalità perduta.  Senza il miraggio dell'Io, non esistono libero arbitrio, né determinismo.  

ciò che sono deve essere già qui, ora.  Inoltre, ciò che sono è costante, non cambia mai, perchè ho sempre l'impressione di essere me stesso, pur attraversando tanti cambiamenti.  Resta la costante sensazione di esistere, esserci e sapere di esserci, una Presenza consapevole.    la parola coscienza rimanda a qualcosa che non è una cosa, bensì lo sfondo costante di ogni singola esperienza. L'Io è un semplice nome, un oggetto mentale che viene visto dalla vera coscienza, che resta inconoscibile e innominabile.    Quando pronuncio la parola IO, indico in realtà qualcosa oltre il pensiero, oltre ogni separazione: indico la Presenza vuota e consapevole da cui, in cui e a cui appaiono e scompaiono tutte le esperienze.  

Il Sé - ossia la coscienza - conosce l'Io separato, ma quest'ultimo (che è solo apparenza) non può conoscere il Sé. L'Io è una semplice azione del Sé.  In questa ottica, il concetto stesso di risveglio è un'irrealtà, perchè ciò che veramente siamo è una Presenza sempre sveglia. Non c'è bisogno del risveglio, la coscienza che costantemente siamo non dorme mai, neanche nel sonno o nel sonno profondo. 

Tu sei quella.  la coscienza e l'Io sono come il mare e le onde. Noi siamo sia il mare (la coscienza) sia le onde (l'individuo). Noi proviamo un senso d'incompletezzae di mancanza, di alienazione dal Tutto,  e comincia così la ricerca dell'Unità, della completezza che crediamo di avere perduto. 

A volte abbiamo l'impressione di felicità, che siamo completi e la ricerca si sospende.  La Totalità include ogni cosa anche l'Io che la cerca, e si trova ovunque (anche qui e ora). Ne consegue che la ricerca non solo è impossibile, ma anche del tutto inutile, perchè siamo la Totalità che cerchiamo. La ricerca rappresenta l'ostacolo maggiore al manifestarsi della liberazione.  La metafora classica del NON dualismo è quella della signora che cerca la collana, ma si è solo dimenticata di averla al collo. 

La ricerca spirituale è come andare in cerca del buio con una lanterna accessa in mano. Quando cade la ricerca, troverò.   Anche la ricerca, come tutte le cose, è una semplice espressione della Presenza, dell'Uno.  Il risveglio è un evento quasi impercettibile, appare quando la ricerca finisce.   Ma non ha niente a che fare con la comprensione.   

E' la coscienza che vede tutto, ma proprio per questo non può vedere se stessa. E' impossibile che la coscienza non esista, perchè essere coscienti è un'evidenza innegabile che viene prima di ogni altra esperienza. a non possiamo dire che cosa sia. 

Questa presenza consapevole, questo esserci e sapere di esserci è l'Io sono che costantemente ci abita. da questo Io si sprigiona l'intera gamma di esperienze che appaiono e scompaiono dalla Coscienza, diventando l'universo conosciuto. Nell'incessante danza del cosmo, l'Io sono è l'unico danzatore e tutte le esperienze che compèongono il mondo non sono altro che le infinite movenze della sua danza.  Danzatore e danza sono inseparabili. Quando finisce la danza, anche il danzatore cessa di esistere.  Ogni esperienza enlal nostra vita quotidiana - piacevole o spiacevole - è un invito a sentire la risonanza della vibrante nergia che senza sosta si sprigiona dalla Presenza, divenendo noi.  Sei sempre e comunque l'espressione della Presenza. Quando affiora la risonanza di questa incontenibile vitalità, non hai più bisogno d'altro: sei in caduta libera nella meraviglia senza fondo dell'Essere. Allora la tua intera vita esplode nel Mistero che sei: il sorriso segreto dell'Essere. 

Il Sorriso segreto dell'Essere - Mauro Bergonzi

Il Sorriso segreto dell'Essere. Oltre l'illusione dell'io è un testo scritto da Mauro Bergonzi e pubblicato nel 2011. In questo testo Mauro Bergonzi fa un ritratto della persona sul percorso spirituale e  spiega la differenza tra dualismo e non dualismo.  

Nel dualismo c'è la separazione tra chi sa (il maestro) e chi non sa (il discepolo).  tra il punto di partenza (l'ignoranza) e il punto di arrivo (la saggezza), e soprattutto l'idea che esista qualcuno (un io individuale separato dal Tutto)  in grado di raggiungere qualcosa che non ha (liberazione, Dio, l'Unità, ecc). 

Nel NON dualismo radicale, non c'è verità da svelare, nè insegnamenti da impartire perchè ognuno di noi , esattamente così come è adesso, senza dover cambiare niente, in qualsiasi momento della vita può accorgersi di qualcosa che c'è sempre, vale a dire, la certezza che esistiamo e sappiamo di esistere, la Presenza consapevole che costituisce il nostro vero Sè.   Quella Presenza Non duale in cui appaiono e scompaiono tutte quelle esperienze che chiamiamo "la nostra vita".

Siamo tutti un unico Essere ( il mare) che appare come ciascuno di noi (le onde). Chi potrebbe insegnare alle onde di essere il mare? Che senso ha istruire qualcuno a diventare ciò che già è?

Ogni pagina del libro è un invito ad aprirci all'ignota vastità che siamo. a sentire l'Essere che brilla in qualsiasi istante della nostra vita. E' un invito ad esplorare il misterioso sguardo che la coscienza apre su ciò che chiamiamo realtà, il senso e non senso della meditazione e della ricerca spirituale. La ricerca spirituale non ha senso, perchè siamo già ciò che cerchiamo. Ogni manifestazione è un passo di danza di un unico Essere alla cui luce ogni separazione è soltanto apparenza e gioco.  

Possiamo affrontare queste tematiche con due approcci; una prospettiva negativa decostruendo la falsa credenza di un io individuale separato dal resto dell'universo; una prospettiva positiva di riconoscere l'innegabile e immediata evidenza di esserci e sapere di esserci, vale a dire riconoscere la Presenza costante e consapevole che costituisce la nostra vera identità. 

Alla nascita ci sentiamo gettati nella vita, nella precarietà dell'esistenza.   Churchill ha ribadito "la vita è una grande avventura dalla quale non ne usciremo vivi". 

 E se inoltre,  oltre ad essere precaria, la vita fosse senza scopo?  Questo ci fa proprio impazzire, E allora cominciamo a cercare disperatamente un obiettivo, un traguardo, un significato da conferire alla vita, un qualcosa che ci possa  permettere di dire che ne è valsa la pena di viverla... perchè aveva uno scopo.

Così la nostra vita è ntessuta di storie costruite dal pensiero che sono semplici illusioni. E ogni illusione da prima o poi, una delusione. Ci inventiamo storie sull'aldilà, sulla ricchezza come chiave della felicità, sul successo, sul potere, sul vittimismo come strategia vincente, sull'ottimismo a oltranza. Prima ci realizziamo nello studio, poi nel matrimonio, poi nel lavoro, ecc.

Siamo gettati in una esistenza che viviamo come una progione senza scopo, sospesa tra un nulla prima della nascita e un nulla dopo la morte. Per evadere dalla prigione inventiamo storie che diano un significato alal vita, convincendosi poi della loro realtà, ma essendo semplici costruzioni del pensiero, queste storie ci intrappolano in un'illusione che finisce per rinforzare la prigione stessa. Poi ci rendiamo conto dell'inconsistenza della storia e passiamo subito a raccontarcene un'altra, e la giostra continua a girare in tondo.  

Per venirne fuori, alcuni cominciano a raccontarsi la storia del risveglio, dell'illuminazione, di una definitive liberazione dai problemi della vita. Il percorso spesso si identifica con la pratica meditativa.  Ma come tutte le storie costruite dal pensiero finirà con una delusione e non ci porterà fuori dalla prigione, La buona notizia è che la meditazione può renderci più confortevole la nostra cella. Meditare è equivalente a qualsiasi attività intrapresa per cercare quella completezza, quell'unità che crediamo perduta. 

Ci sono diversi tentativi per uscire dalla prigione. Per alcuni è rimbecillirsi davanti al televisore fino a dimenticare se stessi, per altri è fare acquisti finchè non sentono di aver colmato il proprio vuoto interiore;  per altri ubriacarsi fino ad arrivare ad un completo oblio. Attraverso la meditazione si possono coltivare stati di silenzio interiore in grado di offrire una pace interiore, ma pur sempre temporanea.  Per apparire credibile la storia della meditazione ha bisogno di modelli esemplari, di irraggiungibili eroi spirituali, gli illuminati, i maestri.   Naturalmente un illuminato è una mera fantasia della nostra mente, imamginiamo una persona perfetta, impeccabile, vegetariana, vestita di bianco, sempre con il sorriso sulle labbra...  Ma prima o poi scopriamo che il guru ha simpatie e antipatie, non vuole essere contraddetto, approfitta sessualmente o economicamente dei propri discepol, ecc.      E ad un certo punto dovremmo essere vaccinati anche contro questa illusione. Invece ci diciamo che ci eravamo sbagliati, non era un vero illuminato e ci mettiamo a cercarne un altro....

 Il risveglio non ha nulla a che fare con la perfezione. on a caso tante tradizioni spirituali affermano che il vero guru è dentro di noi, o che è la vita stessa.  In questo approccio, in questa visione, il maestro non è quello che ci porta a confrontarci con falsi modelli o ci propone falsi percorsi, ma è colui che nonostante i suoi limiti e le sue imperfezioni,  ci apre cuore e mente a una risonanza con l'esplosiva vitalità dell'Essere non duale che veramente siamo. Noi siamo Uno senza Secondo.  

Il risveglio consiste nel vedere spontaneamente l'irrealtà di un io separato: è l'Essere stesso a creare e a dissolvere questa illusione nella sua danza incessante.

La storia del risveglio ha come punto di partenza la prigione, il sentirsi separati e confinati nello spazio-tempo. il percorso è la pratica meditativa, il punto di arrivo è il risveglio, il Tutto, Dio.   L'individuo che si crede separato dal Tutto è un'illusione. L'individuo fa parte del Tutto, e non può stare al di fuori della Totalità. Irreale è il punto di partenza e irreale è il percorso.  

Non è  possibile raggiungere il luogo dove già si è, così come non ci si può avvicinare allo spazio in cui siamo immersi.

In definitiva, non solo cerchiamo perchè siamo insoddisfatti, ma siamo insoddisfatti perchè cerchiamo. La ricerca non fa che rinforzare  l'illusoria esistenza di un sè separato in grado di agire indipendentemente dal resto dell'universo, perpetuando il dualismo.  E' uno spettacolo inscenato dall'Uno per esprimersi nella danza della molteplicità.

La meditazione.  "Ciò che la meditazione indicca non è un'esperienza, è libertà da qualsiasi esperienza".

Fare meditazione significa applicare un determinato metodo. Il Buddha afferma esplicitamente che una sola, semplice pratica come la consapevolezza del respiro è sufficiente a percorrere l'intero sentiero meditativo.  Il percorso deve tendere ad una progressiva semplificazione. La maturità di un meditante si riconosce dall'animo semplice e dallo sguardo innocente. Quindi dovremmo adottare quelle tecniche che vanno meglio per noi, quelle che ci risultano più facili e naturali; che ci trasmettono un senso di energia, freschezza, leggerezza e fiducia in noi stessi.  L'essenza profonda della meditazione è un atteggiamento di apertura del cuore e della mente a Ciò che è, uno sguardo sul mistero dell'Ignoto.  

Meditare è imparare da ogni esperienza e procedere oltre; è un lasciare andare, uno spogliare la mente di tutto ciò che ci impedisce di vedere direttamente Ciò che è.  La meditazione non è seprata dalla vita; è l'essenza stessa della vita.  

Il mezzo più efficace per arrivare alla suprema verità è il silenzio.  Nella nostra civiltà il silenzio fa paura o è svalutato. Quello che ci spaventa di più è il silenzio della mente.   Per arrivare la silenzio della mente dobbiamo prima dimenticare il corpo, quando rimane immobile e rilassato possiamo entrare in una dimensione  più raccolta e profonda. Possiamo comunque entrare in stati di profondo silenzio anche attraverso il movimento fisico, come nel Tai-chi-chuan attraverso la cosiddetta "esperienza di flusso". Man mano che si instaura un silenzio del corpo a livello grossolano si comincia ad avvertire sempre più chiaramente una corrente vitale di energie sottili che circola in tutte le zone dell'organismo. Nel silenzio del corpo, si arriva a sentire il movimento stesso della vita.

Importante è anche il silenzio del respiro che connette il livello fisico con quello delle energie sottili, non a caso il termine prana significa sia vita, sia respiro. Il respiro è il ponte fra diverse sfere di realtà, tra corpo e mente, tra corpo e energia, è anche il ponte per entrare in contatto con la nostra parte inconscia e con le nostre emozioni.

Le pratiche meditative basate sul respiro rientrano in due fondamentali tipologie: quelle che attivamente lo modificano (la ritenzione del respiro induce il silenzio del respiro) e quelle che lo lasciano fluire spontaneamente.  In entrambe è comunque importante focalizzare l'attenzione sul respiro su un preciso punto (narici, addome, ecc).  Con la pratica, il respiro diventa sempre più lento e sottile, fino ad avere l'impressione che scompaia...   I taoisti mettono una piuma davanti al narici che resta immobile, mentre il corpo respira con ogni cellula e poro della pelle. Quando il respiro non si percepisce più a livello grossolano, si instaura una pace profonda, e si va verso la sfera della quiete della mente.  

Si passa al ritiro dei sensi, l'attenzione si ritrae dal continuo bombardamento delel percezioni sensoriali e si arriva a uno stato di vuoto sensoriale. Per aiutare questo processo un metodo è quello di  concnetrarsi, focalizzare l'attenzione su un unico punto, che può essere un'immagine, una zona del corpo, un pensiero, una frase, il respiro. Anche nelal vita quotidiana si può cercaredi applicare questo principio, magari camminando con uno sguardo raccolto davanti a sé. In molte tradizioni spirituali si mantiene il silenzio per giorni e a volte per anni... Mentra nella nostra civiltà le parole straripano e perdono lo scopo primario che è quello di comunicare, con un enorme spreco di energia perchè la parola è essenzialmente una forma di energia. Anche il pensiero è una vibrazione energetica. 

Comunque, qualunque sia il punto di partenza della pratica meditativa - il corpo, i sensi, il respiro o la parola - alla fine si arriva sempre al silenzio della mente.  Noi siamo la coscienza, lo sconfinato spazio di consapevolezza, lo sfondo costante in cui i contenuti mentali appaiono e scompaiono.  Invece, confondiamo mente e coscienza, trasformandoli in sinonimi.  Ci identifichiamo con i soli contenuti mentali e così emerge la falsa idea di essere un io individuale e limitato.  Per questo è importante il silenzio della mente, se i nostri pensieri tacciono e i processi mentali con cui ci identifichiamo, si interrompe l'illusione di un io separato e individuale: ciò che resta è una coscienza temporaneamente priva di ogni contenuto.     Nel silenzio della mente l'energia non è più dissipata in azioni esterne e vibra all'interno e si sviluppa una sorta di calore, una fiamma interiore. 

Un altro metodo per arrivare al silenzio interiore è quello di un'apertura a trecentosessanta gradi dell'attenzione, un campo globale dell'attenzione che non escluda nessun oggetto: pensieri, sensazioni, percezioni, ecc.

Comunque questo silenzio meditativo non può che avere una durata limitata nel tempo. La pratica della meditazione ha senso se ci fa stare bene, se ci dà energia, se ci comunica esperienze piacevoli, se siamo consapevoli dei sui limiti intrinseci.

L'equivoco di fondo è che noi crediamo che il silenzio sia un'esperienza soggettiva, mentre in realtà è lo sfondo costante e inalienabile di ogni esperienza.  Il Silenzio è sempre qui: siamo noi che andiamo e veniamo.  Noi siamo questo insondabile Silenzio e il nostro Io è solo in apparenza separato da esso, come una nuvola che è fatta del cielo in cui veleggia. 

La meditazione è un'espressione della Totalità, non una via per raggiungerla.   La Totalità comprende anche l'io del meditante e diventa evidente quando scompare l'idea illusoria di un Io separato che cerca di raggiungerla.  Se si parte dal principio che non c'è un Io separato dal Tutto, perchè meditare? E soprattutto, chi fa meditazione?

La liberazione è lo sfondo costante da cui emerge qualsiasi esperienza, uno sfondo che comprende sia il soggetto (il meditante) sia l'oggetto (gli stati di sospensione dell'io). 

Dire "Io ho ragggiunto con la meditazione uno stato libero dall'io" è un palese controsenso. Come il meditare per diventar eilluminati è altrettanto controproducente che combattere per la pace. - Leo Hartong

Meditare per meditare, come danzare per danzare è una pura espressione di gioia senza scopo, una celebrazioen della vita che esplode nel silenzio della coscienza.   

La mente è lo strumento  attraverso cui l'Uno appare come molti. Tramite i nomi e le forme, il pensiero crea un dentro (l'Io) e un fuori (il mondo), laddove in realtà c'è solo l'unitario sfondo della coscienza. Sul foglio bianco della coscienza appare una linea chiusa che sembra separare interno e esterno, i quali però entrambi non sono altro che un unico foglio indiviso. 

Durante la vita quotidiana ci sono momenti in cui, senza alcun motivo, la mente si rilassa e diventa spontaneamente quieta, in una condizione di consapevolezza silenziosa in cui percezioni e pensieri  vanno e vengono.

La meditazione non deve essere uno strumento per raggiungere una meta lontana, ma un laboratorio per esplorare chi siamo in realtà.  una volta compresa la natura illusoria del meditante, del falso io impegnato nell'impossibile compito di raggiungere qualcosa che egli già è - ogni deliberata meditazione cessa spontaneamente e ciò che resta è pura e semplice Presenza-consapevolezza, senza ceh nessuno sia presente o consapevole. 

Nela meditazione dobbiamo dimorare così come si è, dimorare nella coscienza globale lasciando che  mente, corpo e mondo si manifestino spontaneamente. La meditazione no è fare, ma smettere di fare, smettere di costruire l'entità illusoria che pensiamo di essere, allora avviene una radicale invewrsione di prospettiva. Prendiamo consapevolezza che io, corpo, mente sono semplici percezioni intermittenti che vanno e vengono nel campo globale della coscienza.  Il dimorare così come si è, non ha niente a che vedere con le pratiche meditative, perchè accade da sè, spontaneamente, senza che ci sia alcun Io a compierlo: diventa una celebrazione della vita, la danza dell'Uno che apapre come molti. 

La pratica del Colibrì - Arri Wind

Durante un incendio nella foresta, mentre tutti gli animali fuggivano, un colibrì volava in senso contrario con una goccia d'acqua nel becco.  
"Cosa credi di fare!" gli chiese il leone.
"Vado a spegnere l'incendio !" rispose il piccolo volatile.
"Con una goccia d'acqua?" chiese il leone con un sogghigno di irrisione.
Ed il colibrì, proseguendo il volo, rispose:" io faccio la mia parte!" 


Cominicamo a portare le nostre gocce:

1°- Iniziamo a boicottare il loro mercato, non compriamo più i loro prodotti ma solo alimenti e merci prodotte in Italia; meglio direttamente da chi li produce, frutta e verdura dal contadino o magari nei negozietti vicino a casa.
2°- Eliminiamo dalla spesa tutte le loro schifezze alimentari cominciando dalle bevande zuccherate
e superprocessati delle loro multinazionali.
3°- Non andiamo più nei fast food.  Andiamo in trattoria.
4°- Non usiamo le Card. Ritorniamo al contante.
5°- Compriamo poca benzina, utilizzando le auto il meno possibile,
6°- Compriamo solo prodotti progettati e fabbricati in Italia.
7°- Compriamo abbigliamento e arredamento creato e realizzato dalle nostre aziende.
8°- Alla domenica non andiamo nei centri commerciali ma portiamo i bambini nei boschi.
9°- Se possibile non acquistiamo su Amazon, i libri si comprano nelle librerie.
10°- Non guardiamo la televisione con quei programmi demenziali e meno che mai i telegiornaloni
e i dibattici di falsa informazione fatti da giornalisti venduti. Cerchiamo di informarci da fonti più libere
11°- Consumiamo meno medicine ma cerchiamo di alimentarci bene, e fare tanta attività all’aria aperta,
12°- Torniamo a fare i lavoretti in casa, riappropriamoci della nostra manualità.
E poi:
Controlliamo dove vanno a finire i nostri soldi che paghiamo con le tasse.
Impediamo che vadano in armamenti o vadano ad alimentare le guerre.
Manifestiamo le nostre idee e divulghiamo il nostro pensiero.   - Arri Wind 

Vedi link:  https://www.yogaalliance.it/italy/milano/yoga-teacher-eryt/ezio-arrigoni

 Maestro di Yoga, di Arti Marziali, pratica yoga dall’età di 13 anni e frequenta il primo Istituto di Yoga di Milano con Carlo Patrian. Ha fatto stage con importanti maestri e ha partecipato a corsi di specializzazione nei diversi stili di Yoga. Frequenta monasteri e si aggiorna costantemente. Inizia ad insegnare nel 1973. Oggi insegna Wind Yoga  “Scuola delle tecniche del corpo e della mente.” ed è anche creatore del metodo Bat-Fit, lo yoga in sospensione. Pubblica libri, saggi, poesie, koan per diffondere la gioia e la cultura dello Yoga e la bellezza della Natura.

Il Buddhismo - Christmas Humphreys - 2

 Oggi ci sono almeno quattro scuole buddhiste. La Theravada (La dottrina degli anziani) è probabilmente più vicina all'insegnamento tradizionale; il Mahayana (Grande veicolo) poggia su due pilastri della saggezza (prajana) e della compassione (karuna); il buddhismo Tibetano che sebbene faccia parte del Mahayana, con gli apporti tantrici e i suoi riti esoterici è molto diverso; il buddhismo Zen giapponese che è completamente diverso da ogni altra religione-filosofia.         

Il campo abbracciato dal buddhismo può essere considerato come tre cerchi concentrici: l'insegnamento originale, il suo sviluppo, le aggiunte ulteriori. 

 

I testi di riferimento sono 1) il Canone Pali della scuola meridionale o Theravada, dove sottolineano che l'io effimero deve morire e in questo modo l'uomo otterrà l'illuminazione,  2) i sutra del Mahayana molto posteriori al canone.

Il maha bodhi, o suprema saggezza, è la meta di ogni studio, di ogni sforzo nello sviluppo del proprio io. Alla fine ogni essere vivente raggiungerà l'Illuminazione Spirituale. 

Tutto è transitorio, questo approccio, se portato alla logica conclusione produce la dottrina del sunyata, del Vuoto. Cioè tutte le cose manifeste, se analizzate e ridotte ai loro componenti risultano prive di forma continua o di sostanza non soggetta a mutamenti. Dietro allo spettacolo della vita c'é unicamente lo Spirito, ogni cosa è priva di contenuto finale. E' difficile contemplare l'infinito, è più facile fissare lo sguardo su qualcosa di pìù vicino: Dio, dei, santi,  

 Il Buddha nei suoi insegnamenti analizzò quella cosa chiamata uomo, e dimostrò che non conteneva neppure un fattore permanente, nè alcuncchè di simile ad un'anima immutabile e immortale.  L'io quotidiano deve morire, solo in quel momento compare l'io che conosce se stesso come Uno. Tutti hanno la natura di Buddha, Tu sei Buddha. 

Quando era un semplice uomo, veniva chiamato l'amico Gotama, da quelli che, assieme a lui, cercavano la verità. Soltanto quando conseguì l'illuminazione prese il nome di Buddha. Da allora fu chiamato Bhagavat (Signore) e Tathagata.

Quando arrivò all'illuminazione, Gotama aveva 35 anni.  Riunì l'Io che era ancora umano con l'Io di pura illuminazione e nacque un nuovo Buddha, il quarto della dinastia. Esitò molto prima di decidersi di insegnare l'esistenza del sentiero che conduce al termine della sofferenza. Sembrerebbe che lo stesso Bhrama intercesse per l'umanità.

Il Buddha decise che avrebbe predicato il Dhamma all'umanità. Nel suo primo sermone predicò la via di mezzo e le quattro nobili verità. Kondanna uno dei 5 asceti venne ordinato discepolo del Tathagata. Nel secondo sermone parlò dei cinque componenti della personalità: corpo, sensibilità, percezione, predisposizioni dello spirito e coscienza. Tutti posso soggiacere alla sofferenza, sono transitori, privi di anima (ma non parlò della natura dell'anima).  L'uomo saggio essendosi spogliato di desiderio per le cose dei sensi, allontana la causa delle sue sofferenze.  Gli aderenti al buddhismo, anche i laici, venivano consacrati con una formula semplice: il mio rifugio raggiungo nel Buddha, il mio rifugio raggiungo nel Dharma (insegnamento), il mio rifugio raggiungo nel Sangha (Ordine o comunità). 

La matrigna del Buddha Mahaprajapati, fu la prima donna ad essere ammessa all'ordine su insistenza di Ananda, e fu la prima Bhikkhuni.  Altri discepoli Magallana e Sariputta, Davadatta cugino del Buddha, ruolo di Giuda.  Dieci stupa furono eretti sulle ceneri del Buddha. Lo stupa di Bhattibrolu conteneva una fiala con un'etichetta che furono date alla società Maha Bodhi che costruì una sala del tempio a Calcutta. I centri di pellegrinaggio buddhisti sono i giardini Lumbini dove nacque Buddha, Kusinara dove  morì, Buddha Gaya il luogo dell'illuminazione (controllato però dagli indù) , e il parco dei daini  di Sarnath dove diede il primo sermone. 

Il primo concilio fu tenuto a Rayagaha per fissare il contenuto degli insegnamenti del buddha nei tre canestri del canone.  Upali il discepolo più anziano illustrò le regole dell'ordine (il Vinaya-Pitaka), Ananda recitò i sermoni (il Sutta-Pitaka) e Kassapa illustrò l'aspetto metafisico e filosofico ( l'Abhidhamma).

Un secondo concilio fu tenuto cento anni dopo a Vesali, dopo si verificò una scissione tra i componenti dell'Ordine. Una parte del sangha, l'attuale scuola Mahayana,  chiese che le regole fossero mitigate e sosteneva che tutti avevano in nuce la condizione spirituale di Buddha e che potesse essere raggiunta anche senza la rigorosa osservanza delle regole. 

Nel 270 a.C. salì al trono dell'India Asoka Maurya, si convertì al buddhismo e con il suo aiuto il buddhismo si diffuse in tutta l'Asia.  Un terzo Concilio si tenne a Pataliputra.   Le dottrine braminiche cominciarono ad infiltrarsi negli insegnamenti originari del Buddha e questo contribuì alla nascita della scuola settentrionale Mahayana.  Alcuni sostengono che il Mahayana rappresenta la dottrina esoterica del Buddha da lui rivelata solo ai suoi "Eletti", altri che è una eresia che ha contaminato la purezza degli insegnamenti.  Le scuole Mahayana proponevano un ideale meno ascetico e gli insegnamenti differivano dal messaggio contenuto nel canone Pali. 

Dopo un secolo dalla morte di Asoka il cambiamento fu profondo: il Buddha veniva trasformato in un Essere sovrumano e la sua essenza spirituale entrava a far parte del pantheon. L'ideale dell'Arhat, quello che con strenui sforzi conquistava l'illuminazione cedette all'ideale del Bodhisattva, il salvatore dell'umanità. La compassione (karuna) fu posta in maggior rilievo. La salvezza si ottiene tramite la fede (bhakti yoga).   Anicca-Anatta, la dottrina secondo la quale ogni cosa è caduca, inclusa l'anima, venne sviluppata, fino ad arrivare alla fase del Sunyata assoluto, il Vuoto plenitudine. Diminuì l'importanza della sofferenza (Duhkha) e fu fatta balenare la possibilità  per tutti gli esseri umani di raggiungere la felicità di un paradiso buddhista. Abbiate fede e il principio del Buddha, insito in voi, vi salverà. Si aggiunge al percorso spirituale il culto e il karma diventa collettivo, con le nostre azioni influenziamo la società in cui siamo. 

Sintetizzando le scuole Mahayana ritenevano che l'insegnamento proposto dal canone tradizionale era qualcosa di incompleto, era l'insegnamento di Sakyyamuni proposto a quanti erano incapaci di comprendere le più profonde verità. Le scuole Hinayama ritenevano che le proposte della nuova scuola si allontanavano dall'insegnamento originario rappresentato dal canone Pali. 

 Con lo sviluppo dello Zen riemerse l'antico vigore buddhista, nel lavorare con diligenza e disciplina per arrivare all'illuminazione. Con il Buddhismo del Puro Paese, il culto di Amithabha si consolidò la salvezza basata sulla fede e sulla grazia. 

Il quarto concilio si svolse sotto il regno di Kushan Kanishka (87-103 d.C.) tentò, senza successo, di armonizzare le divergenze tra le due scuole. Nuovi sutra come il Saddharma-Pandarika e Avatamsaka (scritti probabilmente nel 1 secolo d.C.) divennero oggetto di discussioni alla università di Nalanda e ispirarono Nagarjuna, considerato uno dei più grandi filosofi buddhisti. 

Nagarjuna tentò di conciliare la dottrina realistica con quella che nega la realtà e consolidò il Madhamika, la scuola del sentiero di mezzo dando vita ad una serie di scritti che confluirono nel Prajna-Paramita. La verità assoluta richiede l'illuminazione spirituale per poter essere posseduta a pieno e la verità relativa che progredisce col progredire dell'individuo.  

Verso il 4 secolo d.C. presero vigore le scuole dello Yogachara (insegnamento della pratica dello yoga) fondata da due bramini di nome Asanga e Vasubandu (fratelli?).  Queste scuole asserivano che tutto è Unicamente Spirito. Tutto è irreale tranne la consapevolezza, sebbene in un mondo di apparenze di agisca come se  tali apparenze fossero reali. Si asserisce la relatività di ogni cosa, e con la pratica si arriva alla conoscenza finale e perfetta, ci rendiamo conto , che il mondo in cui viviamo è solo l'apparenza dell'Essenza del Puro Spirito. La sofferenza apaprtiene al mondo delle illusioni, ma si dovrebbe assistere coloro che soffrono.  Con l'andare del tempo tale scuola adottò l'uso esoterico di mantra e mudra.

Nel settimo secolo d.C.  Santideva scrisse un compendio sulle regole morali per gli aspiranti bodhisattva, il Sikshasamuccaya, e un testo sull'addestramento per l'illuminazione, il celebre Bpdhicaryavatara. 

Nel 1000 d.C. in India rimase ben poche tracce del buddhismo, i bramini approfittarono dell'antagonismo tra le due scuole principali buddhiste per riprendere il sopravvento. E le invasioni degli turchi e la distruzione dell'università di Nalanda intorno 1193-1197 d.C. il buddhismo scomparve dall'India. 

Le due scuole buddhiste iniziarono il loro pellegrinaggio nell'Asia, il buddhismo cominciò a propagarsi in quasi tutti i Paesi asiatici fino ad arrivare ad essere la filosofia/religione  più diffusa del mondo. 

Ceylon, Birmania, Siam, Cambogia, Cina  caratterizzata dal tripode della religiosità: taoismo, confucianesimo, poi arrivò Bodhidharma che fece piazza pulita del pensiero filosofico buddhista connesso alla teoria della salvezza mediante la fede.  Propose la scuola Ch'an che  penetrò in Giappone nel 552 d.C. passando dalla Corea dove arrivò nel 272 d.C.   In Giappone c'era la shintoismo, e si sviluppò anche un neo-confucianesimo. 

Credenze buddhiste: tolleranza e pazienza nei confronti di tutti,  l'universo è stato sviluppato, le verità naturali sono state rivelate dai Buddha, il quarto Buddha è Gotama Buddha, l'ignoranza origina il desiderio che è il motivo della reincarnazione,  quando il desiderio di vivere si estingue, si estingue la reincarnazione, e con la meditazione si raggiunge l'illuminazione. Il Buddha insegnò la 4 nobili verità, il karma è determinato dalle azioni di un individuo, un buon karma si raggiunge con non uccidere, non rubare, non indulgere in piaceri sessuali interdetti, non mentire, non prendere sostante inebrianti, non bisogna credere ciecamente a ciò che si ascolta, anche detto da un saggio, se è contrario ai dettami della ragione.   

Ogni uomo è responsabile della propria salvezza e deve agire con diligenza, e seguire i 12 principi dle buddhismo.   L'insegnamento del Buddha nega i due assunti dell'Occidente: un Dio assoluto e personale e l'immortalità dell'anima. E in merito alla realtà mantenne un "nobile silenzio".

Pag. 80. 

Il buddhismo non è pessimistico, nè ottimistico, entrambi sono degli estremi, ma è per la via di mezzo. Il buddhismo esalta il valore della vita, ma non nei suoi aspetti materiali. Non è la vita ad essere un male, ma lo stupido attaccamento alla vita, il legarsi alla Ruota.  Nessun essere racchiude in sè un'anima  o entità imperiture. Poiché il finito non può mai tornare all'Infinito, dietro ogni uomo,  c'è un divino elemento, la coscienza beatifica, che in alcuni momenti entra in rapporto con l'assoluto. Questa concezione sta alla base del Mahayana sotto una diversa terminologia. Il Buddha  non ha mai negato la dottrina dell'Atman, ma ha negato l'esistenza di un'anima immortale. Rirtiene che sia un organismo complesso, mutevole, incontinua evoluzione. C'è un continuum dell'io costituito da corpo, anima e spirito a cui pone termine l'illuminazione spirituale. 

Buddhismo Theravada pone fine alla sofferenza mediante l'eliminazione della sua causa, il desiderio e ciò si effettua percorrendo il nobile sentiero. Non cercate rifugio in altri che in voi stessi.  

I dodici Nidāna (o anelli dell'origine dipendente) nel buddhismo
spiegano il meccanismo che perpetua il samsara, ovvero il ciclo di nascita, sofferenza e rinascita. Basati sul principio che ogni fenomeno sorge in dipendenza da un altro, questi anelli illustrano come l'ignoranza (avidyā) porti alla sofferenza e come, comprendendoli, sia possibile raggiungere la liberazione. Ogni azione provoca il suo debito risultato. Il karma e il libero arbitrio sono due aspetti della stessa verità spirituale: il presente è determinato dal passato, ma il futuro rimane libero. 

Semini un pensiero, raccogli un fatto - semini un fatto raccogli un'abitudine, - semini un'abitudine raccogli un carattere, - semini un carattere raccogli un destino.     

Nel modo in cui le cause messe in atto da un uomo reagiscono su di lui, così la causalità colelttiva posta in atto da un gruppo, reagisce sul gruppo.  

Per la scuola settentrionale ciò che rimane e si reincarna può essere considerato un individuo, per la scuola meridionale un complesso, anonimo residuo di karma.

I cinque precetti (Pañcasīla) nel buddhismo sono le regole etiche fondamentali per i laici, volte a evitare la sofferenza e coltivare una mente consapevole. Essi prevedono di astenersi da: uccidere o nuocere agli esseri viventi, rubare, condotta sessuale irresponsabile, mentire e usare sostanze inebrianti. 

Tutti possono acquistare meriti medianti atti quotidiani di bontà. Il merito di un'azione sarà proporzionato al bene che ne trarranno tutti gli esseri viventi. 

Nel buddhismo Theravada, il progresso spirituale verso l'illuminazione (Nirvana) è strutturato attraverso tappe precise, che riflettono la progressiva eliminazione delle impurità mentali (kilesa) e delle catene (samyojana) che legano al ciclo delle rinascite.
Le fasi principali si dividono in quattro stadi di santità, definiti dall'ottenimento del "frutto" (phala) a seguito del "sentiero" (magga):
    Sotapanna (Entrato nella Corrente): È la prima fase di risveglio. Il Sotapanna ha eliminato le prime tre catene: la visione illusoria del sé (personalità), il dubbio sulla dottrina e l'attaccamento ai riti e rituali. Rinascerà al massimo altre sette volte, ma non cadrà più nei piani di esistenza inferiori.
    Sakadagami (Colui che ritorna una volta): Il Sakadagami ha indebolito notevolmente le catene del desiderio sensuale e dell'avversione/malanimo. Ritornerà in questo mondo degli esseri umani al massimo un'altra volta prima di raggiungere la liberazione.
    Anagami (Non-ritornante): L' Anagami ha eliminato completamente il desiderio sensuale e l'avversione. Dopo la morte, non rinasce più nel mondo sensuale (Kama-loka), ma rinasce nei "Puri Dimore" (Suddhavasa), dove raggiunge il Nirvana.
    Arahat (Colui che è degno): È lo stadio finale. L' Arahat ha distrutto tutte le dieci catene, inclusi il desiderio per l'esistenza nel mondo della forma e senza forma, l'orgoglio, l'irrequietezza e l'ignoranza. Avendo estinto ogni impurità, non rinascerà più e raggiunge il Nirvana. 

Il sentiero per avanzare in queste fasi si basa sulla pratica del Nobile Ottuplice Sentiero, che si articola in tre pilastri fondamentali: 
    Sila (Virtù/Etica): Retta Parola, Retta Azione, Retto Sostentamento (i Cinque Precetti base).
    Samadhi (Concentrazione): Retto Sforzo, Retta Presenza Mentale, Retta Concentrazione (pratica della meditazione Samatha e Vipassana).
    Panna (Saggezza): Retta Visione, Retta Intenzione (comprensione delle Quattro Nobili Verità: sofferenza, origine, cessazione e via).

 I quattro Brahma-vihara, spesso tradotti come "Dimore Divine", "Stati Sublimi" o "Incommensurabili", sono quattro qualità mentali e stati emotivi coltivati nel buddhismo Theravada. Essi rappresentano la capacità del cuore di espandersi, promuovendo il benessere proprio e degli altri. 
I quattro Brahmavihara sono:
    Mettā (Gentilezza amorevole/Benevolenza): La volontà che tutti gli esseri siano felici e stiano bene. È l'amore incondizionato che non cerca il possesso e desidera il bene dell'altro.
    Karuṇā (Compassione): La risposta alla sofferenza altrui, ovvero il desiderio che gli esseri vengano liberati dalla sofferenza.
    Muditā (Gioia compartecipe/Empatica): La capacità di rallegrarsi sinceramente della felicità, del successo e della fortuna degli altri, superando l'invidia.
    Upekkhā (Equanimità): Una mente equilibrata, imparziale e serena, che non viene scossa dalle vicissitudini della vita, dagli opposti (piacere/dolore, guadagno/perdita) o dall'attaccamento e dall'avversione. 

    Obiettivo: Purificare la mente, sviluppare concentrazione e coltivare stati mentali salutari, liberando la mente dalla sofferenza.
    Pratica meditativa: In genere si inizia coltivando queste qualità verso se stessi, per poi estenderle gradualmente verso persone care, persone neutrali, persone ostili e infine a tutti gli esseri senzienti, abbattendo le barriere.
    Rilevanza: Sono descritti come una "dimora" nel senso che, con la pratica costante, diventano il modo abituale di percepire e reagire al mondo. 
Questi stati sono considerati "incommensurabili" perché, quando sviluppati pienamente, non conoscono confini o distinzioni.

Per il Theravada il Nirvana non è un annullamento nichilista, ma la cessazione di ciò che causa sofferenza, permettendo di ottenere la massima felicità e la completa liberazione mentale. 

Per la scuola Theravada la scuola Mahayana è una scuola eretica, una commistione di aggiunte e sviluppi successivi -   per il Mahayana la scuola Theravada è composta da principianti. 

Il canone del Therevada è preciso e tradotto in Pali. I testi del Mahayana sono in quattro lingue e molto complessi. 

Per il Mahayana la realtà è inesprimibile, il mondo esiste, ogni individuo è potenzialmente un Buddha, si è passati dall'Arhat al Bodhisattva,   dall'anatta allo sunyata.  

Il Buddhismo - Christmas Humphreys

Nel 1951, un giudice londinese pubblicò un libro destinato a diventare uno dei testi di riferimento per generazioni di lettori occidentali interessati al buddhismo. Si chiamava Christmas Humphreys, aveva fondato la Buddhist Society di Londra nel 1924, e il suo Buddhismo non era il solito manuale introduttivo. Era qualcosa di più raro: la sintesi di una vita intera dedicata alla pratica, alla riflessione e al dialogo tra Oriente e Occidente.     

La prima cosa che colpisce il lettore è il tono. Humphreys non scrive da orientalista distaccato, ma da convertito che ha vissuto il buddhismo dall’interno per decenni. La sua formazione da avvocato e giudice si sente: alterna momenti di rigore analitico e retorica misurata con aperture mistiche del tutto insolite per un uomo di legge britannico. Questa tensione tra razionalità e spiritualità autentica dà al testo una voce del tutto originale — e difficilmente replicabile.
Uno dei contributi più originali di Humphreys alla letteratura buddhista mondiale è la formulazione, nel 1945, dei Dodici Principi del Buddhismo che sintetizzano i capisaldi dottrinali del buddhismo, specialmente nella tradizione Theravada e Mahayana. Essi sono:
– Responsabilità personale: La salvezza è compito di ogni individuo; nessuno può compierla al posto nostro.
– Impermanenza (Anicca): Tutto ciò che esiste (fisico o mentale) è soggetto a un ciclo di nascita, crescita, decadenza e morte.
– Il cambiamento e l’Anima (Anatta): Non esiste un “sé” o un’anima immutabile e permanente all’interno dell’individuo.
– Karma: L’universo è regolato dalla legge di causa ed effetto. L’individuo è il risultato dei propri pensieri e azioni passate.
– Unità della Vita: La vita è una e indivisibile, sebbene le sue forme siano innumerevoli e mutevoli.
– Interconnessione: Poiché la vita è tutt’uno, gli interessi della parte coincidono con quelli del tutto. L’egoismo produce sofferenza.
– Il Nobile Ottuplice Sentiero: È la via che porta alla liberazione dalla sofferenza, bilanciando la vita materiale e spirituale.
– Dio e la Verità: Il Buddhismo non crede in un Dio creatore che impone la salvezza. La Verità va scoperta attraverso l’esperienza diretta.
– La Via di Mezzo: Un sentiero di moderazione che evita gli estremi, come l’indulgenza e l’ascetismo, portando alla pace interiore.
– Meditazione e Mindfulness: La pratica costante (meditazione, presenza mentale) è fondamentale per sviluppare consapevolezza e comprensione.
– Compassione (Metta) e Gentilezza amorevole: Coltivare l’amore e la compassione per tutti gli esseri viventi, senza discriminazioni.
– Liberazione (Nirvana): Il fine ultimo è la cessazione del desiderio, dell’odio e dell’ignoranza, raggiungendo uno stato di totale libertà e pace.

Questi principi pongono l’accento sulla pratica attiva e sulla trasformazione personale piuttosto che sulla mera fede dogmatica.
Humphreys ottenne l’approvazione di tutte le scuole buddhiste del Giappone — inclusa la setta Shin — del Patriarca Supremo della Thailandia e dei principali esponenti buddhisti di Ceylon, Birmania, Cina e Tibet. Si tratta di qualcosa di straordinario: un tentativo riuscito di trovare un terreno comune tra scuole che per secoli avevano sottolineato le proprie differenze.
Nel libro, questi principi vengono presentati e discussi come una bussola essenziale per il lettore occidentale che si avvicina a una tradizione plurale e articolata.
A differenza di molti testi introduttivi che presentano il buddhismo come un blocco monolitico, il libro di Humphreys segue il buddhismo nella sua evoluzione storica: dalla vita del Buddha fino al Theravāda, al Mahāyāna, allo Zen e al buddhismo tibetano. L’approccio è prima storico, poi dottrinale. Per ogni scuola, Humphreys evidenzia che cosa sia stato preservato degli insegnamenti originari e che cosa invece rappresenti un’evoluzione o una modulazione successiva. Il risultato è una mappa del buddhismo vivo e in movimento — non un museo delle idee.
Humphreys non finge una neutralità che non ha. Nel libro dedica ben cinque capitoli agli insegnamenti del Theravāda, ma afferma esplicitamente la sua convinzione che gli insegnamenti del Mahāyāna rappresentino un avanzamento rispetto ad essi. Questa presa di posizione, dichiarata apertamente invece di essere nascosta dietro un finto equilibrio accademico, è rara nella saggistica buddhista e rende il testo intellettualmente onesto. Il lettore sa sempre da dove parla l’autore.
Un’altra peculiarità che sorprende: Humphreys è palesemente critico verso alcune scuole buddhiste, in particolare la scuola della Terra Pura e la setta giapponese Shin, che attacca più volte nel corso del testo definendole posizioni estreme. Esiste persino una sezione dedicata esplicitamente a questa critica. Per chi si avvicina al buddhismo per la prima volta, questo giudizio netto è spiazzante — ma stimolante. Obbliga il lettore a riflettere sulle differenze reali tra le tradizioni, invece di trattarle come varianti equivalenti di uno stesso tutto indistinto.
Humphreys era membro della Società Teosofica e cita H.P. Blavatsky più volte nel testo. Questo non è un difetto nascosto, ma una chiave di lettura esplicita: il suo buddhismo è filtrato attraverso la visione teosofica di una “saggezza perenne” comune a tutte le grandi tradizioni spirituali. Chi conosce la Teosofia riconoscerà questo sfondo. Chi non la conosce troverà nel libro anche un’introduzione indiretta a quel modo di pensare — e alla stagione in cui l’Oriente e l’Occidente si incontrarono per la prima volta in modo sistematico.
Un elemento biografico che permea il testo è il rapporto privilegiato con il maestro Zen D.T. Suzuki. Quando nel 1927 Suzuki pubblicò la sua prima serie di saggi sullo Zen, aprì a Humphreys il mondo del Mahāyāna, che esercitò su di lui un’attrazione molto più forte del Theravāda. Humphreys lo considerava il più spiritualmente evoluto degli uomini che avesse mai conosciuto. Il capitolo sullo Zen nel libro beneficia direttamente di questa frequentazione: non è una descrizione dall’esterno, ma un racconto filtrato da un’amicizia reale con uno dei suoi massimi rappresentanti del Novecento.
Verso la fine di un capitolo dedicato all’arte buddhista, Humphreys rivela in una frase la sua tesi di fondo: lo scopo del buddhista non è migliorare lo standard di vita, ma elevarne la qualità — eliminare il sé che nasconde la propria luce interiore, piuttosto che accumulare comfort materiali. In un mondo ossessionato dalla crescita economica e dal benessere consumistico, questa distinzione — formulata nel 1951 — suona oggi come una provocazione straordinariamente attuale.
Uno degli apporti più profondi del libro riguarda il concetto di Nirvana. Humphreys fa un ottimo lavoro nello spiegare come nella tradizione Mahāyāna il Nirvana non sia   [N.5: doppio spazio accidentale]  un rifugio dalla ruota del mondo che gira — ma la ruota stessa, vissuta pienamente e consapevolmente. Chi realizza il Nirvana non fugge dalla vita quotidiana: la rende divina. Questa lettura del Nirvana come piena immersione nella realtà, e non fuga da essa, è una delle idee più originali e illuminanti dell’intero testo.
Il filo conduttore di tutto il libro — e la sua eredità più duratura — è il messaggio di responsabilità personale radicale. Ciò che affascinava Humphreys nel buddhismo, più di ogni altra cosa, era che poneva l’intera responsabilità sull’individuo. Le ultime parole che il Buddha avrebbe pronunciato — “lavorate alla vostra liberazione con diligenza” — sono quelle a cui Humphreys torna sempre. In un’epoca di guru, movimenti e organizzazioni spirituali, questo messaggio risuona con forza particolare. Non c’è maestro che possa farlo al posto tuo. Non c’è organizzazione che possa liberarti. La verità — come diceva anche Krishnamurti — è una terra senza sentieri.

Buddhismo e sessualità

Esiste una visione univoca su sesso e Buddhismo?   Articolo del 2016 pubblicato su Nalanda Edizioni

In una calda giornata di giugno del 1997, a San Francisco, un gruppo di buddhisti gay e lesbiche incontrò il Dalai Lama ad un’udienza per conoscere le sue opinioni sull’omosessualità. Il Dalai Lama iniziò l’incontro, durato un’ora, ribadendo la sua opposizione alla discriminazione basata sull’orientamento sessuale e il suo impegno per i “pieni diritti umani” per le persone gay, lesbiche, bisessuali e transgender.  

 

Poi la discussione passò dal generale allo specifico: da ciò che è accettabile nella società in generale a ciò che è accettabile nella tradizione buddhista. Basandosi su un testo dettagliato dello studioso tibetano del XV secolo Tsongkhapa, il Dalai Lama spiegò cosa l’opera ha da dire sulla “condotta sessuale scorretta”, il tipo di sesso che, essendo una delle dieci non-virtù, è considerato eticamente sbagliato. Tra le altre cose, la formulazione di Tsongkhapa proibisce il sesso tra uomini, la masturbazione, il rapporto orale o anale e persino il sesso durante il giorno. Non proibisce, invece, il sesso tra donne o la frequentazione di prostitute da parte degli uomini, e permette agli uomini eterosessuali fino a cinque orgasmi per notte. Per timore che si pensi che questa delineazione dei confini tra sesso lecito e illecito sia una peculiarità di Tsongkhapa, va sottolineato che formulazioni simili si trovano in importanti testi tibetani scritti prima e dopo di lui, incluse opere di Gampopa e Dza Patrul. Cosa più importante, ogni elemento della formulazione di Tsongkhapa ha un fondamento nelle fonti buddhiste indiane.

Dopo aver spiegato il testo di Tsongkhapa, Il Dalai Lama ha proseguito parlando della “possibilità di comprendere questi precetti nel contesto del tempo, della cultura e della società… Se l’omosessualità fa parte delle norme accettate [oggi], è possibile che possa essere accettabile… Tuttavia, nessuna singola persona o insegnante può ridefinire i precetti. Non ho l’autorità di ridefinire questi precetti poiché nessuno può prendere una decisione unilaterale o emettere un decreto… Tale ridefinizione può nascere solo dalle discussioni del sangha all’interno delle varie tradizioni buddhiste. Non è senza precedenti nella storia del Buddhismo ridefinire questioni etiche, ma deve essere fatto a livello collettivo”. Il Dalai Lama ha auspicato ulteriori ricerche e dialoghi sul tema e ha concluso ribadendo che, comunque venga definita la condotta sessuale scorretta, essa non potrà mai essere usata per giustificare la discriminazione basata sull’orientamento sessuale.

Negli anni successivi a questo incontro, José Ignacio Cabezón su invito dello stesso Dalai Lama, ha effettuato una ricerca accademica sulla questione della sessualità. La posizione tibetana su ciò che costituisce una condotta sessuale scorretta poteva essere compresa solo comprendendo prima la visione del corpo umano, del sesso e del desiderio sessuale (kāma) in generale da parte degli studiosi tibetani.   

Per quanto la questione della sessualità sia importante per la tradizione buddhista, non esiste un’unica opera classica che tratti la sessualità nella sua interezza. Sebbene esistano compilazioni o compendi, chiamati samgraha, su una varietà di argomenti nella letteratura indiana e tibetana, non esiste nulla di simile a un maithunasamgraha (un compendio sul sesso). 

Una vasta letteratura scolastica buddhista tratta la condotta sessuale scorretta, una letteratura che “elenca” partner, organi, tempi e luoghi inappropriati, e poi entra in dettagli minuziosi su quando, dove, come e con chi i buddhisti possono o non possono fare sesso. In altre fonti ancora troviamo lunghe liste di uomini e donne a cui deve essere negata l’ordinazione buddhista sulla base delle loro preferenze sessuali, identità di genere o anatomia sessuale.   Spesso non c'è stata una traduzione fedele di queste opere, come ad esempio dello stesso Lamrim Chenmo di Tsongkhapa.

Questi grandi testi sulla sessualità, essendo stati scritti in un luogo e in un tempo lontani, sono considerati  dai buddhisti occidentali,  poco rilevanti per le loro vite sessuali nel qui e ora.
José Ignacio Cabezón vede uno scollamento tra ciò che la tradizione buddhista classica ha da dire sulla sessualità e ciò che i buddhisti occidentali credono sull’argomento. Molti contenuti venivano sommariamente respinte come “non-buddhiste” o venivano accettati senza avvertire alcun bisogno di impegnarsi in una riflessione critica.

I testi classici dell’India e del Tibet costituiscono la base del Dharma, dell'insegnamento buddhista. Voltare le spalle a questa grande tradizione testuale — sia rifiutando di studiarla, sia semplicemente liquidando ciò che abbiamo imparato — significa voltare le spalle al gioiello della dottrina, la vera fonte di rifugio. Altrettanto importante è il fatto che ciò crea una frattura insanabile tra le forme occidentali di buddhismo e quelle dell’Asia buddhista, la maggior parte delle quali utilizza i testi come un’importante fonte di guida.
Questo non significa diventare ciechi di fronte alle imperfezioni della tradizione, o non lavorare per il suo miglioramento: una volta scoperto ciò che la tradizione ha da dire, dobbiamo rifletterci criticamente. Questa è principalmente responsabilità degli intellettuali buddhisti, o potremmo dire dei “teologi” buddhisti. I credenti/praticanti buddhisti dovrebbero sottoporre gli interventi degli specialisti ad una riflessione critica — ciò  ad un processo di analisi che mette alla prova le dottrine determinando se siano coerenti con le nostre percezioni del mondo e se siano razionali — cioè se si possano fornire buone ragioni per accettarle.

I testi classici ci dicono che il sesso è antietico se coinvolge partner, organi, tempi o luoghi inappropriati. “Partner inappropriati”, ci dicono questi testi, sono tutte le “donne protette” (come le donne sposate o le ragazze sotto la protezione dei genitori); ma i partner inappropriati includono anche ragazzi, uomini ed ermafroditi. La lista dei partner inappropriati esclude esplicitamente prostitute o cortigiane, almeno finché vengono ingaggiate direttamente e non tramite un intermediario. “Organi inappropriati” si riferisce alla bocca, all’ano, alle mani e allo spazio tra le cosce del partner, intendendo con ciò l’inserimento del pene in qualsiasi orifizio o piega della pelle diversa dalla vagina. “Tempi inappropriati” si riferisce sia alle ore diurne sia a momenti specifici nella vita della propria partner femminile, come quando ha il ciclo, sta allattando o ha preso i precetti di un giorno. Infine, sotto “luoghi inappropriati”, troviamo un elenco di siti in cui il sesso non è permesso, un elenco che include siti sacri, spazi pubblici, ma anche il numero di volte in cui l’orgasmo è permesso.
Dal linguaggio usato in questi testi è chiaro che ci si rivolge solo agli uomini. Il caso di cosa costituisca condotta sessuale scorretta per le donne semplicemente non è stato preso in considerazione dagli autori classici indiani o tibetani. Questa è di per sé una buona ragione per cui la formulazione classica dell’etica sessuale deve essere ripensata.

In questi testi lo stupro non è esplicitamente menzionato. Sebbene alcuni testi parlino di “modi” inappropriati di ottenere un partner sessuale (come l’inganno e, sì, la forza), il diritto di un marito al corpo della moglie era dato per scontato, rendendo impossibile qualsiasi nozione di stupro coniugale. Lo stesso sembra valere per il diritto di un uomo verso una prostituta che ha già pagato. Una volta che una donna “appartiene” a un uomo — che sia permanentemente (attraverso il matrimonio) o temporaneamente (attraverso un contratto sessuale) — la donna perde semplicemente il diritto di dire di no. Ancora una volta, gli antichi autori operavano sotto una serie di presupposti molto diversi da quelli sotto cui operiamo noi oggi.

Nelle fonti scritturali più antiche — i sūtra — la condotta sessuale scorretta è intesa semplicemente come adulterio: un uomo che prende la moglie di un altro come partner sessuale. Una visione androcentrica in quanto la volontà delle donne viene ignorata (non si fa menzione di donne che prendono uomini sposati come partner sessuali).
Poi nel III secolo, eruditi come Asanga, Vasubandhu e altri iniziarono a elaborare l’etica sessuale laica  con termini — partner, organi, orifizi, tempi e luoghi — per discutere la violazione delle regole nel codice monastico, il Vinaya.  Poi, si è passati a rendere la sessualità laica sempre più restrittiva e simile a quella monastica. 

I laici dovrebbero evitare azioni che siano dannose per se stessi e per gli altri. E' evidente che un atto come l’adulterio possa essere considerato un male morale. Danneggia gli altri portando a sofferenza psicologica e in molti casi alla rottura di relazioni stabili. È dannoso per se stessi perché antepone la propria gratificazione a breve termine al benessere degli altri. 

Ma quali benefici derivano dal codice sessuale più elaborato e restrittivo? Quali ragioni si possono dare per limitare il sesso al rapporto penetrativo pene-vagina praticato solo di notte? Quale possibile ragione buddhista potrebbe essere data per condannare gli uomini gay (e le persone che lavorano di notte!) a una vita di celibato permettendo al contempo agli uomini eterosessuali cinque orgasmi a notte e alle lesbiche completa libertà sessuale? È razionale tutto ciò? È giusto? Questi sono i tipi di domande che un’analisi ragionata della dottrina deve porsi.  Quando mettiamo insieme questi vari aspetti — filologico, storico, razionalista — si arriva alle seguenti conclusioni:

  • In primo luogo, che non vi è alcuna giustificazione scritturale per la formulazione più restrittiva della dottrina. È stata elaborata da monaci celibi che hanno impropriamente proiettato norme monastiche sulla sessualità laica. Gli individui che lo hanno fatto erano grandi studiosi e santi, ma su questo tema si sono semplicemente sbagliati.
  • In secondo luogo, la dottrina, sia nella sua versione semplificata più antica sia in quella successiva più elaborata successiva, è androcentrica (privilegia gli uomini) ed è quindi ingiusta. Qualsiasi etica sessuale degna di questo nome deve vedere le donne e le persone transgender come soggetti morali attivi.
  • E in terzo luogo, indipendentemente dai criteri storici o di altro tipo, la dottrina più elaborata non può essere giustificata su basi razionali.

Le discussioni attuali, in particolare nei centri buddhisti occidentali, si concentrano sul terzo precetto (astenersi dall'erronea condotta sessuale), affrontando anche temi come il poliamore e l'etica sessuale nel contesto moderno.  Tutte queste considerazioni dovrebbero indurre a ripensare l’etica sessuale in un modo che sia al tempo stesso razionale e giusta, in un modo che non privilegi gli uomini eterosessuali, che consideri la volontà delle donne e delle persone queer, e che non discrimini nessuno sulla base dei propri gusti sessuali o delle proprie anatomie. 

I dettagli di questa etica sessuale più giusta sono ovviamente qualcosa che deve ancora essere elaborato, un'etica che dovrebbe basarsi su principi generali come l’egualitarismo di genere e posizioni dottrinali pan-buddhiste ad esempio, riconoscendo che il corpo è un veicolo di piacere, ma che il piacere sessuale (come ogni piacere dei sensi) può essere fonte di attaccamento. Tale etica dovrebbe anche basarsi su principi morali buddhisti generali come l’impegno a non nuocere (ahimsā). 

José Ignacio Cabezón è uno dei più eminenti studiosi contemporanei di Buddhismo tibetano, 

 Vedi:  https://www.nalandaedizioni.it/2026/03/11/etica-sessuale-buddhismo-tradizione-modernita/

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono cir...