Il Sorriso segreto dell'Essere. Oltre l'illusione dell'io è un testo scritto da Mauro Bergonzi
e pubblicato nel 2011. In questo testo Mauro Bergonzi fa un ritratto
della persona sul percorso spirituale e spiega la differenza tra
dualismo e non dualismo.
Nel
dualismo c'è la separazione tra chi sa (il maestro) e chi non sa (il
discepolo). tra il punto di partenza (l'ignoranza) e il punto di arrivo
(la saggezza), e soprattutto l'idea che esista qualcuno (un io
individuale separato dal Tutto) in grado di raggiungere qualcosa che
non ha (liberazione, Dio, l'Unità, ecc).
Nel
NON dualismo radicale, non c'è verità da svelare, nè insegnamenti da
impartire perchè ognuno di noi , esattamente così come è adesso, senza
dover cambiare niente, in qualsiasi momento della vita può accorgersi di
qualcosa che c'è sempre, vale a dire, la certezza che esistiamo e
sappiamo di esistere, la Presenza consapevole che costituisce il nostro vero Sè. Quella Presenza Non duale in cui appaiono e scompaiono tutte quelle esperienze che chiamiamo "la nostra vita".
Siamo
tutti un unico Essere ( il mare) che appare come ciascuno di noi (le
onde). Chi potrebbe insegnare alle onde di essere il mare? Che senso ha
istruire qualcuno a diventare ciò che già è?
Ogni
pagina del libro è un invito ad aprirci all'ignota vastità che siamo. a
sentire l'Essere che brilla in qualsiasi istante della nostra vita. E'
un invito ad esplorare il misterioso sguardo che la coscienza apre su
ciò che chiamiamo realtà, il senso e non senso della meditazione e della
ricerca spirituale. La ricerca spirituale non ha senso, perchè siamo
già ciò che cerchiamo. Ogni manifestazione è un passo di danza di un
unico Essere alla cui luce ogni separazione è soltanto apparenza e
gioco.
Possiamo affrontare queste
tematiche con due approcci; una prospettiva negativa decostruendo la
falsa credenza di un io individuale separato dal resto dell'universo;
una prospettiva positiva di riconoscere l'innegabile e immediata
evidenza di esserci e sapere di esserci, vale a dire riconoscere la
Presenza costante e consapevole che costituisce la nostra vera
identità.
Alla nascita ci sentiamo
gettati nella vita, nella precarietà dell'esistenza. Churchill ha
ribadito "la vita è una grande avventura dalla quale non ne usciremo
vivi".
E se inoltre, oltre ad
essere precaria, la vita fosse senza scopo? Questo ci fa proprio
impazzire, E allora cominciamo a cercare disperatamente un obiettivo, un
traguardo, un significato da conferire alla vita, un qualcosa che ci
possa permettere di dire che ne è valsa la pena di viverla... perchè
aveva uno scopo.
Così la nostra vita è
ntessuta di storie costruite dal pensiero che sono semplici illusioni. E
ogni illusione da prima o poi, una delusione. Ci inventiamo storie
sull'aldilà, sulla ricchezza come chiave della felicità, sul successo,
sul potere, sul vittimismo come strategia vincente, sull'ottimismo a
oltranza. Prima ci realizziamo nello studio, poi nel matrimonio, poi nel
lavoro, ecc.
Siamo gettati in una
esistenza che viviamo come una progione senza scopo, sospesa tra un
nulla prima della nascita e un nulla dopo la morte. Per evadere dalla
prigione inventiamo storie che diano un significato alal vita,
convincendosi poi della loro realtà, ma essendo semplici costruzioni del
pensiero, queste storie ci intrappolano in un'illusione che finisce per
rinforzare la prigione stessa. Poi ci rendiamo conto dell'inconsistenza
della storia e passiamo subito a raccontarcene un'altra, e la giostra
continua a girare in tondo.
Per
venirne fuori, alcuni cominciano a raccontarsi la storia del risveglio,
dell'illuminazione, di una definitive liberazione dai problemi della
vita. Il percorso spesso si identifica con la pratica meditativa.
Ma come tutte le storie costruite dal pensiero finirà con una delusione
e non ci porterà fuori dalla prigione, La buona notizia è che la
meditazione può renderci più confortevole la nostra cella. Meditare è
equivalente a qualsiasi attività intrapresa per cercare quella
completezza, quell'unità che crediamo perduta.
Ci
sono diversi tentativi per uscire dalla prigione. Per alcuni è
rimbecillirsi davanti al televisore fino a dimenticare se stessi, per
altri è fare acquisti finchè non sentono di aver colmato il proprio
vuoto interiore; per altri ubriacarsi fino ad arrivare ad un completo
oblio. Attraverso la meditazione si possono coltivare stati di silenzio
interiore in grado di offrire una pace interiore, ma pur sempre
temporanea. Per apparire credibile la storia della meditazione ha
bisogno di modelli esemplari, di irraggiungibili eroi spirituali, gli
illuminati, i maestri. Naturalmente un illuminato è una mera fantasia
della nostra mente, imamginiamo una persona perfetta, impeccabile,
vegetariana, vestita di bianco, sempre con il sorriso sulle labbra...
Ma prima o poi scopriamo che il guru ha simpatie e antipatie, non vuole
essere contraddetto, approfitta sessualmente o economicamente dei propri
discepol, ecc. E ad un certo punto dovremmo essere vaccinati anche
contro questa illusione. Invece ci diciamo che ci eravamo sbagliati,
non era un vero illuminato e ci mettiamo a cercarne un altro....
Il
risveglio non ha nulla a che fare con la perfezione. on a caso tante
tradizioni spirituali affermano che il vero guru è dentro di noi, o che è
la vita stessa. In questo approccio, in questa visione, il maestro non
è quello che ci porta a confrontarci con falsi modelli o ci propone
falsi percorsi, ma è colui che nonostante i suoi limiti e le sue
imperfezioni, ci apre cuore e mente a una risonanza con l'esplosiva
vitalità dell'Essere non duale che veramente siamo. Noi siamo Uno senza
Secondo.
Il risveglio consiste nel
vedere spontaneamente l'irrealtà di un io separato: è l'Essere stesso a
creare e a dissolvere questa illusione nella sua danza incessante.
La
storia del risveglio ha come punto di partenza la prigione, il sentirsi
separati e confinati nello spazio-tempo. il percorso è la pratica
meditativa, il punto di arrivo è il risveglio, il Tutto, Dio.
L'individuo che si crede separato dal Tutto è un'illusione. L'individuo
fa parte del Tutto, e non può stare al di fuori della Totalità. Irreale è il punto di partenza e irreale è il percorso.
Non è possibile raggiungere il luogo dove già si è, così come non ci si può avvicinare allo spazio in cui siamo immersi.
In
definitiva, non solo cerchiamo perchè siamo insoddisfatti, ma siamo
insoddisfatti perchè cerchiamo. La ricerca non fa che rinforzare
l'illusoria esistenza di un sè separato in grado di agire
indipendentemente dal resto dell'universo, perpetuando il dualismo. E'
uno spettacolo inscenato dall'Uno per esprimersi nella danza della
molteplicità.
La meditazione. "Ciò che la meditazione indicca non è un'esperienza, è libertà da qualsiasi esperienza".
Fare
meditazione significa applicare un determinato metodo. Il Buddha
afferma esplicitamente che una sola, semplice pratica come la
consapevolezza del respiro è sufficiente a percorrere l'intero sentiero
meditativo. Il percorso deve tendere ad una progressiva
semplificazione. La maturità di un meditante si riconosce dall'animo
semplice e dallo sguardo innocente. Quindi dovremmo adottare quelle
tecniche che vanno meglio per noi, quelle che ci risultano più facili e
naturali; che ci trasmettono un senso di energia, freschezza, leggerezza
e fiducia in noi stessi. L'essenza profonda della meditazione è un
atteggiamento di apertura del cuore e della mente a Ciò che è, uno
sguardo sul mistero dell'Ignoto.
Meditare
è imparare da ogni esperienza e procedere oltre; è un lasciare andare,
uno spogliare la mente di tutto ciò che ci impedisce di vedere
direttamente Ciò che è. La meditazione non è seprata dalla vita; è
l'essenza stessa della vita.
Il mezzo più efficace per arrivare alla suprema verità è il silenzio.
Nella nostra civiltà il silenzio fa paura o è svalutato. Quello che ci
spaventa di più è il silenzio della mente. Per arrivare la silenzio
della mente dobbiamo prima dimenticare il corpo, quando rimane immobile e
rilassato possiamo entrare in una dimensione più raccolta e profonda.
Possiamo comunque entrare in stati di profondo silenzio anche attraverso
il movimento fisico, come nel Tai-chi-chuan attraverso la cosiddetta
"esperienza di flusso". Man mano che si instaura un silenzio del corpo a
livello grossolano si comincia ad avvertire sempre più chiaramente una
corrente vitale di energie sottili che circola in tutte le zone
dell'organismo. Nel silenzio del corpo, si arriva a sentire il movimento
stesso della vita.
Importante è anche il silenzio del respiro che connette il livello fisico con quello delle energie sottili, non a caso il termine prana significa sia vita, sia respiro. Il respiro è il ponte fra diverse sfere di realtà, tra corpo e mente, tra corpo e energia, è anche il ponte per entrare in contatto con la nostra parte inconscia e con le nostre emozioni.
Le pratiche meditative basate sul respiro rientrano in due fondamentali tipologie: quelle che attivamente lo modificano (la ritenzione del respiro induce il silenzio del respiro) e quelle che lo lasciano fluire spontaneamente. In entrambe è comunque importante focalizzare l'attenzione sul respiro su un preciso punto (narici, addome, ecc). Con la pratica, il respiro diventa sempre più lento e sottile, fino ad avere l'impressione che scompaia... I taoisti mettono una piuma davanti al narici che resta immobile, mentre il corpo respira con ogni cellula e poro della pelle. Quando il respiro non si percepisce più a livello grossolano, si instaura una pace profonda, e si va verso la sfera della quiete della mente.
Si passa al ritiro dei sensi, l'attenzione si ritrae dal continuo bombardamento delel percezioni sensoriali e si arriva a uno stato di vuoto sensoriale. Per aiutare questo processo un metodo è quello di concnetrarsi, focalizzare l'attenzione su un unico punto, che può essere un'immagine, una zona del corpo, un pensiero, una frase, il respiro. Anche nelal vita quotidiana si può cercaredi applicare questo principio, magari camminando con uno sguardo raccolto davanti a sé. In molte tradizioni spirituali si mantiene il silenzio per giorni e a volte per anni... Mentra nella nostra civiltà le parole straripano e perdono lo scopo primario che è quello di comunicare, con un enorme spreco di energia perchè la parola è essenzialmente una forma di energia. Anche il pensiero è una vibrazione energetica.
Comunque, qualunque sia il punto di partenza della pratica meditativa - il corpo, i sensi, il respiro o la parola - alla fine si arriva sempre al silenzio della mente. Noi siamo la coscienza, lo sconfinato spazio di consapevolezza, lo sfondo costante in cui i contenuti mentali appaiono e scompaiono. Invece, confondiamo mente e coscienza, trasformandoli in sinonimi. Ci identifichiamo con i soli contenuti mentali e così emerge la falsa idea di essere un io individuale e limitato. Per questo è importante il silenzio della mente, se i nostri pensieri tacciono e i processi mentali con cui ci identifichiamo, si interrompe l'illusione di un io separato e individuale: ciò che resta è una coscienza temporaneamente priva di ogni contenuto. Nel silenzio della mente l'energia non è più dissipata in azioni esterne e vibra all'interno e si sviluppa una sorta di calore, una fiamma interiore.
Un altro metodo per arrivare al silenzio interiore è quello di un'apertura a trecentosessanta gradi dell'attenzione, un campo globale dell'attenzione che non escluda nessun oggetto: pensieri, sensazioni, percezioni, ecc.
Comunque questo silenzio meditativo non può che avere una durata limitata nel tempo. La pratica della meditazione ha senso se ci fa stare bene, se ci dà energia, se ci comunica esperienze piacevoli, se siamo consapevoli dei sui limiti intrinseci.
L'equivoco di fondo è che noi crediamo che il silenzio sia un'esperienza soggettiva, mentre in realtà è lo sfondo costante e inalienabile di ogni esperienza. Il Silenzio è sempre qui: siamo noi che andiamo e veniamo. Noi siamo questo insondabile Silenzio e il nostro Io è solo in apparenza separato da esso, come una nuvola che è fatta del cielo in cui veleggia.
La meditazione è un'espressione della Totalità, non una via per raggiungerla. La Totalità comprende anche l'io del meditante e diventa evidente quando scompare l'idea illusoria di un Io separato che cerca di raggiungerla. Se si parte dal principio che non c'è un Io separato dal Tutto, perchè meditare? E soprattutto, chi fa meditazione?
La liberazione è lo sfondo costante da cui emerge qualsiasi esperienza, uno sfondo che comprende sia il soggetto (il meditante) sia l'oggetto (gli stati di sospensione dell'io).
Dire "Io ho ragggiunto con la meditazione uno stato libero dall'io" è un palese controsenso. Come il meditare per diventar eilluminati è altrettanto controproducente che combattere per la pace. - Leo Hartong
Meditare per meditare, come danzare per danzare è una pura espressione di gioia senza scopo, una celebrazioen della vita che esplode nel silenzio della coscienza.
La mente è lo strumento attraverso cui l'Uno appare come molti. Tramite i nomi e le forme, il pensiero crea un dentro (l'Io) e un fuori (il mondo), laddove in realtà c'è solo l'unitario sfondo della coscienza. Sul foglio bianco della coscienza appare una linea chiusa che sembra separare interno e esterno, i quali però entrambi non sono altro che un unico foglio indiviso.
Durante la vita quotidiana ci sono momenti in cui, senza alcun motivo, la mente si rilassa e diventa spontaneamente quieta, in una condizione di consapevolezza silenziosa in cui percezioni e pensieri vanno e vengono.
La meditazione non deve essere uno strumento per raggiungere una meta lontana, ma un laboratorio per esplorare chi siamo in realtà. una volta compresa la natura illusoria del meditante, del falso io impegnato nell'impossibile compito di raggiungere qualcosa che egli già è - ogni deliberata meditazione cessa spontaneamente e ciò che resta è pura e semplice Presenza-consapevolezza, senza ceh nessuno sia presente o consapevole.
Nela meditazione dobbiamo dimorare così come si è, dimorare nella coscienza globale lasciando che mente, corpo e mondo si manifestino spontaneamente. La meditazione no è fare, ma smettere di fare, smettere di costruire l'entità illusoria che pensiamo di essere, allora avviene una radicale invewrsione di prospettiva. Prendiamo consapevolezza che io, corpo, mente sono semplici percezioni intermittenti che vanno e vengono nel campo globale della coscienza. Il dimorare così come si è, non ha niente a che vedere con le pratiche meditative, perchè accade da sè, spontaneamente, senza che ci sia alcun Io a compierlo: diventa una celebrazione della vita, la danza dell'Uno che apapre come molti.