Negli studi sullo yoga moderno si nota spesso una tendenza a mettere in luce le derive ‘consumistiche’ e ‘capitalistiche’ dello yoga (e in generale delle discipline 'alternative' di provenienza 'orientale'), una realtà che difficilmente può essere negata e ignorata e su cui è bene tenere alta l’attenzione.
Ma, indipendentemente da questi aspetti problematici, esiste anche un grande numero di praticanti che va in una direzione diversa e che sembra prendere molto seriamente la questione della felicità e dell’appagamento, non solo sul piano individuale ma anche su quello collettivo.
Tanti arrivano allo yoga perché sinceramente interessati a uno stile di vita più autentico, che favorisca una vita serena ma soprattutto basata su alcuni valori etici fondamentali.
Benché a molti esponenti dello yoga contemporaneo o di altre discipline si rimproveri molto spesso una ricerca di ‘benessere’ e un sostanziale disimpegno sul piano politico e sociale, molte delle scelte e degli stili di vita adottati da chi oggi pratica yoga hanno innegabili risvolti politici ed etici: questioni come l’ecologia, il pacifismo, il consumo consapevole, un ritorno alla frugalità e al minimalismo, la sensibilità verso i temi della discriminazione e dell’inclusione non sono affatto aspetti marginali del discorso yogico odierno.
La ricerca di una buona vita, di una vita appagante perché consapevole, sana ed etica, semplice, meno incentrata sul possedere, il consumo e la disuguaglianza, può essere forse un modo per avvicinarsi a quelle forme di felicità e di appagamento descritte nelle fonti antiche: la contentezza (il saṃtoṣa) del monaco o dello yogin può costituire in tal modo un ideale anche per il praticante di oggi, che al termine di una sessione, magari anche soltanto per qualche istante, avverte un senso di appagamento e di pace di segno diverso da quello che deriva dal consumo o dal possesso.

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