giovedì 4 giugno 2026

Il Karma: una teoria eticamente rivoluzionaria

Articolo scritto da Roberto Fantini

In seguito alla diffusione sempre più prepotente di elementi culturali di derivazione orientale, favorita, già dalla fine del secolo XIX, soprattutto dall’ appassionato lavoro divulgativo portato avanti da Helena Petrovna Blavatsky e dalla Società Teosofica da lei fondata, il concetto di Karma (in sanscrito Karman e in pali Kamma), da essa stessa ritenuto indispensabile per rendere possibile la promozione di un quanto mai necessario processo di rigenerazione etica dell’intera civiltà occidentale (profondamente viziata e corrotta da ipocrisia, egoistico utilitarismo, e grossolano materialismo), ha finito per conquistarsi un posto di rilievo all’interno del sentire collettivo. 

Nel corso del XX secolo, tale concetto, in seguito soprattutto alla crescente attenzione nei confronti del pensiero buddhista, è divenuto, infatti,  sempre più popolare e, di conseguenza, sempre più presente nel nostro comune pensare e parlare. Ma, come sovente accade in casi del genere, l’immagine concettuale che si è prevalentemente imposta risulta tristemente banalizzata, svuotata delle sue complesse valenze filosofiche, e ridotta, perlopiù, a mero sinonimo di drammatica nèmesi o di angosciante destino fatale.

Potrà, quindi, risultare sicuramente di qualche utilità il cercare di mettere meglio a fuoco l’esatta portata teoretica e le inevitabili conseguenze sul piano pratico della corretta concezione karmica, particolarmente presente nelle variegate modulazioni delle filosofie indiane, ma rintracciabile altresì anche all’interno dell’antico pensiero ellenico nonché in diversi passi evangelici e paolini (“Ogni lavoratore merita il suo salario, dice la Sapienza del Vangelo; ogni azione, buona o cattiva, è una madre prolifica, dice la Sapienza dei Secoli”).

       Secondo Sarvepalli Radhakrishnan, la cosiddetta legge del karman non sarebbe altro che “la legge della conservazione dell’energia mentale”, corrispondente, sul piano morale, alla legge dell’uniformità relativa al piano fisico. Secondo l’adozione di simile canone interpretativo applicabile all’intera realtà, nulla, nell’ambito del divenire, potrebbe essere considerato totalmente incerto e fortuito, in quanto tutti noi (anzi, tutto ciò che vive, inclusi gli stessi dèi) saremmo perennemente destinati a raccogliere i frutti da noi stessi seminati, nell’esistenza attuale o in vite anteriori.      “Il seme buono - scrive - arreca una buona messe, quello cattivo, un cattivo raccolto. Ogni azione, per quanto insignificante, produce i suoi effetti sul carattere. (…)

Non possiamo arrestare il processo dell’evoluzione morale, più di quanto non possiamo arrestare l’alternarsi delle maree o il corso degli astri. Il tentativo di scavalcare la legge del karman è altrettanto inutile quanto il tentativo di saltare oltre la propria ombra.   E’ una sorta di registrazione del suo passato, che il tempo non può confondere, né la morte cancellare.” 

Secondo il filosofo indiano, nelle Upanishad prima, e nel Buddhismo poi, il grande rilievo conferito alla concezione karmica andrebbe inteso soprattutto come rimedio all’antica credenza vedica secondo cui la redenzione dal peccato sarebbe stata conseguibile attraverso il ricorso ai sacrifici rivolti alle divinità. Come leggiamo nella Chandogya-Upanishad, l’uomo viene considerato come creatura “fatta di volontà” e, di conseguenza:       “Secondo quello che egli crede in questo mondo, tale egli sarà quando ne sarà dipartito”, e “Quale che sia il mondo che egli agogna col suo spirito, e quali che siano gli oggetti che egli desidera, l’uomo di mente pura riesce a conseguire quei mondi e quegli oggetti.”

Ancora più esplicito è quanto limpidamente asserito nel Dharmapada (in pali Dhammapada) buddhista:            “Gli elementi della realtà hanno la mente come principio,  hanno la mente come elemento essenziale e sono costituiti di mente. Chi parli oppure operi con mente corrotta,  lui segue la sventura come la ruota segue il piede (dell’animale che traina il veicolo). (…) Chi parli oppure operi con mente serena, lui segue la felicità come l’ombra che non si diparte.”;

In epoca contemporanea, poi, all’interno del pensiero teosofico, in maniera più chiaramente ed esplicitamente argomentata, il Karma  viene inteso come la LEGGE fondamentale dell’intera realtà, la vera e propria pietra angolare alla base della  struttura dell’Universo. 

Helena Petrovna Blavatsky, ne La Chiave della Teosofia, la definisce  la “Legge Ultima” della Vita universale, ovvero la legge infallibile, “la sorgente, l’origine e la fonte da cui derivano tutte le altre”. 
In sanscrito karman  significa “azione”, ovvero - come spiega W.Q. Judge (cofondatore della Società Teosofica ed uno dei principali collaboratori di Madame Blavatsky) -  “l’effetto che sgorga fuori della causa, l’azione e la reazione, l’esatto risultato di ogni pensiero ed azione.”   Essendo  l’Universo considerato come  una unità organica e intelligente, ogni movimento all’interno di esso risulta essere un’ azione che conduce a risultati a loro volta causa di altri risultati.
 “Karma  -  dice sempre la Blavatsky  -  è in sé stesso inconoscibile, ma la sua azione è percettibile”. Ciò implica che, pur venendo considerata la sua essenza noumenica al di sopra di ogni possibilità di comprensione, a risultare esperibili in maniera tangibile sono le sue manifestazioni fenomeniche.
Qualcosa, quindi, di assai più complesso di quanto  ci potrebbero far pensare le diffuse volgarizzazioni mediatiche dei nostri tempi, tanto che, dalla stessa Madame Blavatsky, venne definita come “la più difficile” fra tutte  le dottrine teosofiche.
Nonostante, però, l’impenetrabilità della sua vera natura sotto il profilo strettamente  ontologico (fisico e metafisico), la sua dignità speculativa e le sue numerose valenze concettuali appaiono filosoficamente ben comprensibili, sul piano logico ed ancor più su quello etico.   
         “Se si applica alla vita morale dell’uomo -  scrive ancora Judge - Karma è la legge della causalità etica, della giustizia, della ricompensa e della punizione; la causa della nascita e della rinascita, ma allo stesso tempo il mezzo per cui si può sfuggire all’incarnazione.” 

Nella coscienza di chi accetta di lasciarsi conquistare da questa  rigorosa visione del mondo può venirsi a produrre un cambiamento di prospettiva e di atteggiamento psicologico sommamente benefico, capace di svolgere una funzione profondamente terapeutica, liberandoci da erronee quanto pericolose opinioni come il ritenere:       che il divenire del mondo sia dominato dalla mera casualità che, in molti casi, viene a coincidere con la più ripugnante assurdità;     che il mondo sia sottoposto al volere imperscrutabile di una o più divinità, il cui operare (ai nostri occhi soventemente privo di ragionevolezza e di senso della giustizia) appare del tutto incomprensibile ed incontrollabile, oppure parzialmente modificabile solo in base all’adozione e all’utilizzo di determinate pratiche rituali.
Ovverosia: che non sussista alcuna possibilità di orientare il proprio cammino nel mondo; che il nostro vivere sia continuamente subordinato al potere di forze a noi superiori a cui dovremmo, di conseguenza, pienamente sottometterci e che dovremmo cercare di ingraziarci, ricorrendo agli espedienti adottati dalle varie religioni nel corso del tempo (preghiere, sacrifici, penitenze, pellegrinaggi, ecc.), responsabili della diffusione di una mentalità e di una prassi comportamentale accidiosamente ignave, opportunistiche ed utilitaristiche.
 Visioni del mondo entrambe destinate a generare, sia a livello individuale che collettivo, un velenoso effetto di degradante deresponsabilizzazione.

Secondo la Teosofia, quindi,  “Non vi è che questa dottrina che possa spiegare il misterioso problema del bene e del male e riconciliare l’uomo con la terribile ed apparente ingiustizia della vita; sola questa certezza può calmare il nostro senso di giustizia offeso” ed impedirci “di maledire la vita, gli uomini ed il loro supposto Creatore.” 
Infatti, tale concezione, se correttamente intesa, ci mette al riparo sia da forme di grossolano materialismo (oggi sempre più imperanti) sia da forme di fideismo e di fatalismo, mettendoci in condizione di  accettare in serena consapevolezza: 
    che il nostro cammino sia il frutto di nostri innumerevoli precedenti cammini;
    che il nostro pensare e il nostro agire siano sempre ricchi di valore;
    che tutto quello che facciamo, anche le cose apparentemente più piccole ed irrilevanti, abbiano un immenso significato.
Continuamente costruiamo noi stessi. Continuamente contribuiamo nella costruzione delle vite di tutti gli innumerevoli esseri che ci vivono e che ci vivranno accanto, nell’infinito viaggio che conduciamo e condurremo nell’infinito tempo e nell’infinito spazio.

Dovremmo pensarci e sentirci, quindi, come lavoratori perennemente all’opera nella vigna immensa della Vita Universale, chiamati a scegliere, attimo per attimo, cosa, come, dove, quanto e quando seminare, chiamati a scegliere fra le varie metodologie di aratura, concimazione, potatura, ecc … Lavoratori sempre in grado di migliorare i propri orti e i propri frutteti, sempre in grado di eliminare erbacce, di dare più acqua, di dare (soprattutto)  più amore a tutto ciò che faremo germogliare, sbocciare, maturare …
Lavoratori saggiamente consapevoli che tutto quello che andremo a fare, e a non fare, lascerà un segno indelebile sul corso degli eventi, che nulla potrà essere mai cancellato, azzerato, riportato indietro nel tempo.
Ma anche consapevoli che sempre i nostri (inevitabili) errori e mancanze  potranno essere curati, corretti, sanati.
Grazie, soprattutto, alla nostra convinzione di non essere mai sconfitti del tutto e definitivamente, mai condannati ad arrenderci e a firmare  una  resa  senza condizioni.

Come ben sottolinea Nyanaponika Thera (uno dei massimi esponenti contemporanei del Buddhismo Theravada), non dovremmo mai dimenticare che il karma non è soltanto qualcosa che siamo costretti a subire, bensì qualcosa di perennemente modificabile, definito suggestivamente come “l’utero da cui nasciamo, il vero creatore del mondo e di noi stessi quali sperimentatori del mondo,” ma inteso anche come la legge immanente alla realtà che, sapientemente compresa e vissuta, ci consentirà di liberarci da ogni forma di schiavitù, dedicando tutte le nostre azioni e i loro frutti al raggiungimento della meta più elevata:     “ la liberazione finale di se stessi e di tutti gli esseri viventi.”
“La dottrina del kamma (in pali) enunciata dal Buddha si dimostra (…)  - pertanto - un insegnamento di responsabilità morale e spirituale per sé e per gli altri”, in quanto tutti gli esseri viventi sono, di fatto, gli unici veri ed inalienabili proprietari e responsabili del proprio karma:
“Essi sono i soli eredi legittimi delle loro azioni, ed entreranno in possesso del patrimonio di risultati positivi e negativi.”
 “incessantemente affaccendati a costruire e ricostruire questo mondo e i mondi superiori.”  

         In definitiva, una filosofia di vita fondata sul pensiero karmico - secondo l’insegnamento del Buddha come secondo il pensiero teosofico di Madame Blavatsky - sarebbe felicemente in grado di conferire alla persona umana una centrale dignità, affermandosi concretamente  come scuola di autoconsapevolezza capace di attuare una vera e propria “rivoluzione” etica e culturale, rendendoci compassionevoli collaboratori del cammino cosmico e coraggiosi seminatori e costruttori di Pace.
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NOTE.      Helena Petrovna Blavatsky (1831-1891), definita dallo storico Theodore Roszak come “uno dei pensatori più originali e penetranti del suo tempo”, fu senza dubbio una delle donne più straordinarie del XIX secolo e dell’intera età moderna.
Dopo decenni di viaggi ed incontri con maestri, occultisti e ricercatori spirituali di varie culture, scuole e discipline mistiche, nel 1875, a New York, fondò con alcuni collaboratori la Theosophical Society (Società Teosofica), dando avvio a quello che sarebbe diventato un grande movimento di rinnovamento  culturale, che si sarebbe esteso rapidamente su scala internazionale, segnando in maniera significativa la sua epoca. La Società Teosofica si diffuse rapidamente sia in India, dove venne istituita la sede internazionale ad Adyar (Madras), sia in Europa. Il suo obiettivo fondamentale fu di promuovere, in nome della libera ricerca e di un amore incondizionato per la Verità, un concreto sentimento di Fratellanza, al di là di qualsiasi possibile distinzione, capace di accomunare donne e uomini di ogni credo (o di nessun credo), in un clima costruttivo di scambio, dialogo e collaborazione.  Oltre ad un numero impressionante di articoli e saggi apparsi su riviste di vari paesi, diede alla luce alcune opere letterarie di straordinaria ricchezza filosofica e di incomparabile valore mistico-esoterico:     

   Testi di riferimento:  Iside svelata, un’opera monumentale che affronta una ricca gamma di tematiche che vanno dalle mitologie arcaiche alla filosofia greca, dai vari aspetti delle scienze occulte alla vera natura della magia, dal problema delle radici della cristianità agli errori del dogmatismo cristiano, dalla rassegna di fenomeni paranormali del passato alla confutazione delle credenze dello spiritismo contemporaneo;
    La Chiave della Teosofia, densa ed incisiva esposizione delle principali concezioni filosofiche della Teosofia, nonché della natura e della missione storica della Società Teosofica;
    La Voce del Silenzio, contenente brani tradotti da un antico testo sacro orientale (Il libro dei precetti d'oro), da lei appresi a memoria durante il suo addestramento in Tibet.
    La Dottrina Segreta, opera di circa 1.500 pagine, in due volumi (Cosmogenesi e Antropogenesi), che costituisce il più ampio tentativo di presentare le concezioni teosofiche sulle origini e sull’evoluzione del Cosmo e dell’Uomo. Un Glossario teosofico di straordinaria ricchezza, rimasto sfortunatamente incompiuto e pubblicato postumo.
    Radhakrishnan, La filosofia indiana. Dal Veda al Buddhismo, Einaudi, Torino 1974, p.230.
    Ivi, pp.230-1.
    Dhammapada, I, 1-2, in Canone buddhista, Utet, Torino.
    Helena Petrovna Blavatsky, La Chiave della Teosofia, Editrice Libraria “Sirio”, Trieste 1966, p. 178.
    William Q. Judge, L’Oceano della Teosofia, Editrice Libraria “Sirio”, Trieste 1964, p. 125.
    P. Blavatsky, op. cit., p. 187.
    Nyanaponika Thera, La visione del Dhamma, Ubaldini Editore, Roma 1987, pp. 250-253.

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