giovedì 18 giugno 2026

Le filosofie indiane e I testi principali dello Yoga

Cronologia dello sviluppo dello Yoga. 

Civiltà della valle dell'Indo.  In quei luoghi è stato ritrovato un sigillo raffigurante una figura a gambe incrociate, ma non è stato mai accertato che facesse veramente riferimento ad uno Yogi.

I quattro Veda (il più antico data 1500 a.C.)  sono i testi sacri più antichi dell'Induismo, tramandati per secoli oralmente prima di essere messi per iscritto dal sanscrito vid ("conoscere") e riportano la conoscenza primordiale divina e fanno parte della rivelazione (sruti), considerati di origine divina.  Il termine Veda rimanda a un'aspirazione verso l'ordine e la disciplina interiore, senza che questo si traduca in un sistema strutturato. 
Nei periodi tardo-vedici emerge la volontà di dominare i sensi, di sottomettere la sofferenza alla forza della mente, di aprire la via verso elevati stati di coscienza, verso l'illuminazione.

I Veda si dividono in quattro raccolte (samhita): 

  • Rigveda (Veda degli inni): Il più antico, contiene oltre 1.000 inni sacri dedicati alle divinità vediche. 
  • Samaveda (Veda dei canti): Una raccolta di melodie e canti rituali. 
  • Yajurveda (Veda delle formule): contiene le istruzioni per eseguire correttamente i rituali e i sacrifici. 
  • Atharvaveda (Veda delle formule magiche): una raccolta di formule propiziatorie per la vita quotidiana.

Ogni singolo Veda si articola internamente in quattro sezioni :

  • Samhita: la parte principale, raccolta di inni, mantra e preghiere. 
  • Brāhmaṇa: i commentari e le istruzioni rituali per i sacerdoti. 
  • Āraṇyaka: i "testi della foresta", meditazioni e significati nascosti dei riti. 
  • Upaniṣhad: i trattati filosofici che esplorano l'anima individuale e l'Assoluto.

Le Upanishad sono 108 le più antiche datano tra il IX -  VI secolo a.C.   Vi sono riportati quattro aforismi fondamentali  (Mahāvākya o "Grandi Detti") riassumono l'essenza della filosofia induista, dichiarando l'unità indivisibile tra l'anima individuale e l'Assoluto: 

  • Prajñānam brahma (Il Brahman è pura Coscienza)  - Aitareya Upanishad (Rig Veda);
  •  Ayam ātmā brahma (Questo Sé è il Brahman) - Māṇḍūkya Upanishad (Atharva Veda).
  •  Tat tvam asi (Tu sei quello) - Chandogya Upanishad (Sama Veda).
  •  Aham brahmāsmi (Io sono il Brahman) - Brihadaranyaka Upanishad (Yajur Veda).

Circa venti di queste Upanishad sono dedicate allo Yoga tra cui: 
    • Kaṭha Upaniṣhad -   VI - V secolo a.C.  dove per la prima volta il dio della morte Yama espone al giovane Naciketas una dottrina organica della salvezza, introducendo i concetti di Ātman (il Sé individuale) e Brahman (l'assoluto cosmico) come cardini di un percorso di liberazione
    • Maitri Upanishad  -  III-II secolo a.C    propone nel sesto capitolo sei componenti: prāṇāyāma, pratyāhāra, dhyāna, dhāraṇā, tarka, samādhi. Tarka è la Riflessione filosofica/indagine.
    • Darshana Upanishad -  I secolo a.C. - III secolo d.C. parla di otto parti dello yoga, di mantra, japa,  di 9 posizioni associate ai chakra, di canali energetici, di ida e pingala
    • Saudiya upanishad - XIV - XVI secolo d.C  parla degli otto spetti dello yoga, di otto asana, di 10 yama e 10 niyama e di nadi sodhana
    • Yoga Chudamani upanishad - XIV -  XVI secolo d.C  parla di prana e apana, guna, del pranayama. 
    • Yoga tatva - XI -  XV secolo d.C. parla di 8 component dello yoga, bandha e siddhi. 

I Poemi Epici (detti Itihāsa) e i Purāṇa sono due categorie fondamentali della letteratura sacra indù (la Smriti), scritti in sanscrito e concepiti per trasmettere la filosofia vedica attraverso miti e racconti accessibili a tutti.  
Il Poema epico più conosciuti è il Mahabharatha scritto dal saggio Vyasa nel IV secolo a.C. ed è stato arricchito nei secoli successivi fino al IV secolo d.C.,  e il  Ramayana scritto dal saggio e poeta indiano Valmiki.  La redazione si colloca tra il III secolo a.C. e il II secolo d.C. 
All'interno del Mahabharata,  il sesto libro  corrisponde alla Bhagvad Gita - III secolo a.C  - I secolo d.C.
La Bhagavad Gītā apre su tre grandi vie: la via dell'azione (karma-yoga), la via della conoscenza (jñāna-yoga) e la via della devozione (bhakti-yoga). 


Ad esse si affiancano, nelle tradizioni successive, l'haṭha yoga, il kriyā-yoga, il mantra-yoga e il kuṇḍalinī-yoga.  Grandi personaggi hanno commentato la Gita  Adi Shankara (VIII secolo d.C.), Ramanuja (XI-XII secolo), Swami Vivekananda (1863–1902), Mahatma Gandhi (1869–1948), Sri Aurobindo (1872–1950), Paramahansa Yogananda (1893–1952),  Bhaktivedanta Swami Prabhupada (1896-1977).

Yoga Sutra di Patanjali.  II secolo a.C.  -  V secolo d.C.
Il testo più noto ed influente dello yoga sono gli “Yoga Sūtra” di Patanjali dove il cammino spirituale si articola in otto tappe progressive (aṣṭa-aṅga): yama (principi etici verso gli altri), niyama (osservanze verso se stessi), āsana (posture stabili e confortevoli), prāṇāyāma (regolazione del respiro), pratyāhāra (ritiro dei sensi dagli stimoli esterni), dhāraṇā (concentrazione su un oggetto), dhyāna (meditazione) e samādhi (assorbimento contemplativo).  
Lo yoga (che include posizioni - asana, tecniche di respirazione - pranayama per il risveglio dell'energia, tecniche di purificazione, mantra, bandha, mudra, ) era trasmesso da Maestro a discepolo o attraverso il sistema educativo Gurukhula.

Hatha Yoga Pradipika.  Nel XV secolo d.C.  con Swatmarama. nasce l'esigenza di codificare e trascrivere queste tecniche (asana, pranayama, kundalini, samadhi).

Gheranda Samhita,  opera di Gheraṇḍa e del suo discepolo Chandakapali data tra il XVI e XVII secolo d.C.
Siva Samhita. autore storicamente ignoto e di età incerta. L'opera è strutturata come una rivelazione divina in cui è il dio Śiva in persona a istruire la sua consorte Pārvatī.   Sebbene in passato fosse considerata un'opera tarda (collocata attorno al 1800 d.C. ), le ricerche contemporanee più autorevoli, collocano il testo tra il 1300 e il 1500 d.C.    

All'inizio del Novecento, alcune figure di straordinaria influenza iniziano il lavoro che oggi chiameremmo di "traduzione" della tradizione” verso il pubblico occidentale e verso le classi medie urbane indiane.
Possiamo riportare quattro grandi protagonisti di questa “traduzione” e divulvazione in occidente.
    • Sivananda, che mantiene saldi i riferimenti al Brahman e alla dimensione trascendente pur aprendosi a un pubblico ampio
    • Krishnamacharya, che elabora il principio rivoluzionario dell'adattamento della pratica alle capacità del singolo discepolo
    • Kuvalayananda, il "padre dello yoga scientifico", che cerca di misurare e documentare gli effetti fisiologici del prāṇāyāma, avviando quella legittimazione in chiave medica che aprirà le porte delle università e degli ospedali alla pratica yogica.  
    • Yogananda che propone il sentiero del Raja Yoga, un sistema completo che unisce le asana a tecniche di meditazione scientifiche. Il fulcro del suo metodo è il Kriya Yoga, una pratica avanzata di controllo del respiro e di canalizzazione dell'energia volta a risvegliare la spiritualità.
Il risultato di questi processi è che, nel corso del Novecento, l'attenzione si sposta progressivamente dalle mete spirituali del percorso yogico agli effetti corporei delle sue pratiche. Lo yoga inteso come percorso di evoluzione spirituale ed espansione della coscienza e quindi il suo fine ultimo il samādhi, assorbimento contemplativo che Patañjali pone al vertice del sentiero dello yoga, scompare dalle guide contemporanee allo yoga. 

Altri testi di riferimento: Il Cuore dello yoga T. K. V. Desikachar;  La Potenza del pensiero di Sivananda
Yoga in sei settimane di Indra Devi;  Yoga tra storia salute e mercato di Federico Squarcini e Luca Mori.

Nel tempo il termine Yoga è stato arricchito di nuovi strati di significato, senza che nessuno ne esaurisca il campo. Gli studiosi Federico Squarcini e Luca Mori giungono a conclusione che più che di una "storia dello yoga" — locuzione che presuppone un'essenza originaria e immutabile — è corretto parlare di una "storia dei discorsi sullo yoga". Un continuum mosso, fatto di aperture e chiusure, di rotture e continuità, in cui ogni epoca ha proiettato le proprie aspirazioni sul termine Yoga, termine dalla straordinaria capacità di accogliere significati.
Nel mondo dello yoga regna spesso molta confusione, e le persone scelgono un percorso senza nemmeno informarsi sul contesto sapienziale di riferimento.  

La meta finale dello Yoga: kaivalya e nirvāṇa.  Al vertice di questo percorso, nelle sue versioni più rigorose, si staglia una meta tanto luminosa quanto esigente. Negli Yoga Sūtra di Patañjali essa prende il nome di kaivalya: liberazione assoluta, stato in cui il Sé autentico (Puruṣa) si rivela nella sua purezza, separato una volta per tutte dal meccanismo mentale e materiale (Prakṛti).  Non si tratta di una fuga dal mondo, ma di una trasparenza interiore che dissolve l'illusione dell'identificazione con il corpo, i pensieri, le circostanze. È la fine della sofferenza come condizione strutturale dell'esistenza condizionata.

Rispetto ai nove sistemi filosofici indiani (darshana=visione della realtà) lo Yoga è legato alla scuola più antica: il Samkya. Gli altri sistemi sono: Vaiśeṣika, Nyāya, Mīmāṃsā, Vedānta, Buddhismo, Giainismo, Cārvāka. I primi sei sistemi filosofici sono chiamati ortodossi perchè fanno riferimento ai Veda. 

Che cos’è lo Yoga?   Swami Sivananda intende lo yoga come”…integrazione ed armonia tra Pensiero parola ed azione, o integrazione tra testa cuore e mano”.
Swami Satyananda afferma che “lo yoga è la scienza del giusto vivere …non può fornire una cura per la vita, ma presenta un metodo efficace per affrontarla”.
"Lo yoga è una meravigliosa armonia tra corpo, mente, respiro ed energia. È la nota che dà colore alla giornata".  
Bisogna intraprendere il percorso dello yoga senza aspettative, sapendo che il cammino sarà lungo. Nello yoga sono importanti la disciplina e il progressivo distacco dai sensi, che sono le due ali dello yoga. Basta semplicemente iniziare a praticare, e poi lo yoga ti coinvolgerà.   Per intraprendere il percorso dello yoga occorre avere un’etica di base, il rispetto per gli altri e la pratica della non violenza; senza queste fondamenta (che nello yoga corrispondono agli yama e ai niyama) è meglio non intraprendere il percorso.
Nel sentiero dello yoga iniziamo da ciò che abbiamo a portata di mano: il corpo ed il respiro, per poi arrivare alle dimensioni più sottili di noi stessi. Così grazie ad asana, pranayama, mudra e bandha (hatha yoga) prendiamo confidenza con la mente, creiamo spazio nella mente. Questo ci permette di essere concentrati, ed una mente concentrate è una mente focalizzata e non più dispersa.  La concentrazione è il requisito fondamentale per arrivare al nostro vero Sè tramite la meditazione e le tecniche meditative (Raja Yoga).

Rāja Yoga e  Haṭha Yoga: non c'è Rāja senza Haṭha e non c'è Haṭha senza Rāja. 
                              
«Il Rāja Yoga non è coronato da successo senza lo Haṭha, né lo Haṭha senza il Rāja; perciò li si pratichi entrambi fino alla realizzazione finale
.» (Haṭha Yoga Pradīpikā, II.76)

Basterebbe fermarsi davanti a questo verso della Haṭha Yoga Pradīpikā per mettere in discussione gran parte dell'idea contemporanea di yoga. Oggi siamo abituati a considerare lo Haṭha Yoga come una pratica del corpo e il Rāja Yoga come una pratica della mente. Questa distinzione ci sembra naturale perché riflette il modo in cui la cultura occidentale ha imparato a osservare la realtà: separando. Separiamo il corpo dalla mente, l'esperienza dalla conoscenza, la pratica dalla teoria, la materia dallo spirito. Analizziamo le parti e finiamo per dimenticare il tutto. Eppure la Haṭha Yoga Pradīpikā nasce proprio per dirci che questa separazione è illusoria. Fin dai versi iniziali dell'opera, Svātmārāma presenta lo Haṭha Yoga come un sentiero che conduce al Rāja Yoga. Se lo Haṭha Yoga fosse stato concepito come una semplice pratica corporea, questa affermazione non avrebbe alcun senso.

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