Con la scomparsa di Robert Alexander Farrar Thurman (1941-2026), avvenuta il 16 giugno 2026 all’età di 84 anni, il mondo perde una delle figure più influenti nella diffusione del Buddhismo tibetano in Occidente. Studioso, traduttore, insegnante, attivista e primo monaco buddhista tibetano americano della tradizione Gelug, Thurman ha dedicato oltre sessant’anni della propria vita a costruire un ponte tra la saggezza dell’Himalaya e la cultura contemporanea occidentale.
Per milioni di persone non è stato soltanto un accademico di fama internazionale, ma un interprete appassionato del Dharma, capace di trasmettere insegnamenti profondi con un linguaggio accessibile, ironico e sorprendentemente moderno.
La vicenda umana di Robert Thurman ricorda quella di molti grandi ricercatori spirituali: tutto ebbe inizio da una crisi e dalla sofferenza. Nel 1961, appena ventenne, perse l’occhio sinistro in un grave incidente mentre riparava un’automobile. L’evento segnò una svolta radicale nella sua esistenza. Invece di proseguire una vita convenzionale, dopo l’incidente decise di riorientare la propria vita, divorziando dalla prima moglie Marie-Christophe de Menil e decise di mettersi in viaggio alla ricerca di risposte sul significato della sofferenza, della coscienza e dell’esistenza umana.
Tra il 1961 e il 1966 attraversò Turchia, Iran e India, entrando progressivamente in contatto con il mondo spirituale asiatico. Fu proprio in India che incontrò i maestri tibetani rifugiati dopo l’occupazione del Tibet e, soprattutto, colui che sarebbe diventato il suo maestro e amico per tutta la vita: il XIV Dalai Lama.
Nel 1964 Thurman ricevette l’ordinazione monastica nella tradizione Gelug, diventando il primo americano a essere ordinato monaco buddhista tibetano. Fu il Dalai Lama stesso a conferirgli il nome Tenzin, che significa “Sostenitore della Dottrina”. Un nome che si rivelò quasi profetico.
Negli anni trascorsi in India studiò intensamente il tibetano, la filosofia buddhista e la meditazione, vivendo a stretto contatto con alcuni dei più grandi maestri del Novecento. Pur rinunciando successivamente ai voti monastici per tornare alla vita laica e sposare Nena von Schlebrügge, non abbandonò mai la propria vocazione spirituale. Anzi, comprese che la sua missione avrebbe potuto svilupparsi in un altro luogo: l’università.
Dopo il ritorno negli Stati Uniti, Thurman completò il dottorato ad Harvard nel 1972 e intraprese una carriera accademica destinata a lasciare un segno profondo. Presso la Columbia University ricoprì la Jey Tsong Khapa Chair in Indo-Tibetan Buddhist Studies, la prima cattedra occidentale dedicata specificamente agli studi buddhisti tibetani. Per oltre trent’anni formò generazioni di studiosi, contribuendo a dare dignità accademica a una disciplina che fino a pochi decenni prima era considerata marginale.
La sua fama derivava però non soltanto dalla competenza filologica. Thurman possedeva una rara capacità di tradurre concetti estremamente complessi in un linguaggio comprensibile senza sacrificarne la profondità. Le sue traduzioni di testi fondamentali della tradizione tibetana sono tuttora considerate punti di riferimento internazionali. Tra queste spiccano le opere di Tsongkhapa, il Vimalakirti Sutra e il celebre Bardo Thodol, conosciuto in Occidente come Il Libro Tibetano dei Morti.
Robert Thurman non si limitò all’attività universitaria. Attraverso libri, conferenze, interviste e apparizioni pubbliche, divenne uno dei più autorevoli divulgatori del Buddhismo contemporaneo. Per lui il Dharma non era una religione esotica né un sistema di credenze da accettare passivamente. Lo presentava piuttosto come una sofisticata scienza della mente e un percorso educativo rivolto alla trasformazione della coscienza. Amava descrivere il Buddhismo come una forma di “super-educazione”, capace di liberare l’essere umano dalle illusioni generate dall’ego e dall’ignoranza.
Questa visione gli consentì di dialogare con il mondo accademico, la psicologia, le neuroscienze e persino la cultura popolare, contribuendo a rendere il pensiero buddhista rilevante per le sfide del mondo moderno.
Nel 1987, su richiesta del Dalai Lama, co-fondò Tibet House US insieme alla moglie Nena von Schlebrügge, all’attore Richard Gere e al compositore Philip Glass. L’organizzazione divenne uno dei principali centri internazionali per la preservazione e la promozione della cultura tibetana in esilio. Attraverso mostre, pubblicazioni, attività educative e iniziative culturali, Thurman contribuì a mantenere viva una tradizione minacciata dalla diaspora e dalle trasformazioni geopolitiche del Tibet. Successivamente fondò anche il Menla Retreat Center nello Stato di New York, luogo dedicato all’incontro tra la medicina tradizionale tibetana e gli approcci contemporanei alla salute e al benessere.
Nel corso della sua carriera ricevette numerosi riconoscimenti internazionali. Il New York Times lo definì “il massimo esperto americano di Buddhismo tibetano”, mentre la rivista Time lo inserì tra le venticinque personalità più influenti degli Stati Uniti.
Nel 2020 il Governo dell’India gli conferì il prestigioso Padma Shri Award per il contributo offerto alla valorizzazione del patrimonio buddhista e alla riscoperta della tradizione dell’antica Università di Nalanda. Riconoscimenti che testimoniano non soltanto il valore accademico del suo lavoro, ma anche il suo impatto culturale e umano.
Per molti praticanti occidentali è stato il primo incontro con il Buddhismo tibetano. Per gli studiosi è stato un pioniere capace di aprire nuovi orizzonti di ricerca. Per il popolo tibetano è stato un alleato fedele e instancabile. Ma forse il suo lascito più importante risiede nell’esempio personale. Ha dimostrato che un occidentale può accostarsi seriamente alla tradizione buddhista senza ridurla a moda o consumo spirituale. Ha mostrato che rigore intellettuale, pratica contemplativa e impegno nel mondo possono convivere nella stessa vita.
Con la sua risata contagiosa, la sua curiosità inesauribile e la sua straordinaria capacità di comunicare la profondità con leggerezza, Tenzin Robert Thurman lascia una traccia destinata a rimanere viva ancora a lungo.
La sua voce si è spenta, ma il ponte che ha costruito tra Oriente e Occidente continua a essere attraversato ogni giorno da migliaia di studenti, praticanti e ricercatori in tutto il mondo.
La vicenda umana di Robert Thurman ricorda quella di molti grandi ricercatori spirituali: tutto ebbe inizio da una crisi e dalla sofferenza. Nel 1961, appena ventenne, perse l’occhio sinistro in un grave incidente mentre riparava un’automobile. L’evento segnò una svolta radicale nella sua esistenza. Invece di proseguire una vita convenzionale, dopo l’incidente decise di riorientare la propria vita, divorziando dalla prima moglie Marie-Christophe de Menil e decise di mettersi in viaggio alla ricerca di risposte sul significato della sofferenza, della coscienza e dell’esistenza umana.
Tra il 1961 e il 1966 attraversò Turchia, Iran e India, entrando progressivamente in contatto con il mondo spirituale asiatico. Fu proprio in India che incontrò i maestri tibetani rifugiati dopo l’occupazione del Tibet e, soprattutto, colui che sarebbe diventato il suo maestro e amico per tutta la vita: il XIV Dalai Lama.
Nel 1964 Thurman ricevette l’ordinazione monastica nella tradizione Gelug, diventando il primo americano a essere ordinato monaco buddhista tibetano. Fu il Dalai Lama stesso a conferirgli il nome Tenzin, che significa “Sostenitore della Dottrina”. Un nome che si rivelò quasi profetico.
Negli anni trascorsi in India studiò intensamente il tibetano, la filosofia buddhista e la meditazione, vivendo a stretto contatto con alcuni dei più grandi maestri del Novecento. Pur rinunciando successivamente ai voti monastici per tornare alla vita laica e sposare Nena von Schlebrügge, non abbandonò mai la propria vocazione spirituale. Anzi, comprese che la sua missione avrebbe potuto svilupparsi in un altro luogo: l’università.
Dopo il ritorno negli Stati Uniti, Thurman completò il dottorato ad Harvard nel 1972 e intraprese una carriera accademica destinata a lasciare un segno profondo. Presso la Columbia University ricoprì la Jey Tsong Khapa Chair in Indo-Tibetan Buddhist Studies, la prima cattedra occidentale dedicata specificamente agli studi buddhisti tibetani. Per oltre trent’anni formò generazioni di studiosi, contribuendo a dare dignità accademica a una disciplina che fino a pochi decenni prima era considerata marginale.
La sua fama derivava però non soltanto dalla competenza filologica. Thurman possedeva una rara capacità di tradurre concetti estremamente complessi in un linguaggio comprensibile senza sacrificarne la profondità. Le sue traduzioni di testi fondamentali della tradizione tibetana sono tuttora considerate punti di riferimento internazionali. Tra queste spiccano le opere di Tsongkhapa, il Vimalakirti Sutra e il celebre Bardo Thodol, conosciuto in Occidente come Il Libro Tibetano dei Morti.
Robert Thurman non si limitò all’attività universitaria. Attraverso libri, conferenze, interviste e apparizioni pubbliche, divenne uno dei più autorevoli divulgatori del Buddhismo contemporaneo. Per lui il Dharma non era una religione esotica né un sistema di credenze da accettare passivamente. Lo presentava piuttosto come una sofisticata scienza della mente e un percorso educativo rivolto alla trasformazione della coscienza. Amava descrivere il Buddhismo come una forma di “super-educazione”, capace di liberare l’essere umano dalle illusioni generate dall’ego e dall’ignoranza.
Questa visione gli consentì di dialogare con il mondo accademico, la psicologia, le neuroscienze e persino la cultura popolare, contribuendo a rendere il pensiero buddhista rilevante per le sfide del mondo moderno.
Nel 1987, su richiesta del Dalai Lama, co-fondò Tibet House US insieme alla moglie Nena von Schlebrügge, all’attore Richard Gere e al compositore Philip Glass. L’organizzazione divenne uno dei principali centri internazionali per la preservazione e la promozione della cultura tibetana in esilio. Attraverso mostre, pubblicazioni, attività educative e iniziative culturali, Thurman contribuì a mantenere viva una tradizione minacciata dalla diaspora e dalle trasformazioni geopolitiche del Tibet. Successivamente fondò anche il Menla Retreat Center nello Stato di New York, luogo dedicato all’incontro tra la medicina tradizionale tibetana e gli approcci contemporanei alla salute e al benessere.
Nel corso della sua carriera ricevette numerosi riconoscimenti internazionali. Il New York Times lo definì “il massimo esperto americano di Buddhismo tibetano”, mentre la rivista Time lo inserì tra le venticinque personalità più influenti degli Stati Uniti.
Nel 2020 il Governo dell’India gli conferì il prestigioso Padma Shri Award per il contributo offerto alla valorizzazione del patrimonio buddhista e alla riscoperta della tradizione dell’antica Università di Nalanda. Riconoscimenti che testimoniano non soltanto il valore accademico del suo lavoro, ma anche il suo impatto culturale e umano.
Per molti praticanti occidentali è stato il primo incontro con il Buddhismo tibetano. Per gli studiosi è stato un pioniere capace di aprire nuovi orizzonti di ricerca. Per il popolo tibetano è stato un alleato fedele e instancabile. Ma forse il suo lascito più importante risiede nell’esempio personale. Ha dimostrato che un occidentale può accostarsi seriamente alla tradizione buddhista senza ridurla a moda o consumo spirituale. Ha mostrato che rigore intellettuale, pratica contemplativa e impegno nel mondo possono convivere nella stessa vita.
Con la sua risata contagiosa, la sua curiosità inesauribile e la sua straordinaria capacità di comunicare la profondità con leggerezza, Tenzin Robert Thurman lascia una traccia destinata a rimanere viva ancora a lungo.
La sua voce si è spenta, ma il ponte che ha costruito tra Oriente e Occidente continua a essere attraversato ogni giorno da migliaia di studenti, praticanti e ricercatori in tutto il mondo.

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