Articolo di Fabio Milioni Vedi: https://yogaromapuntoit.wordpress.com/fabio-milioni/
Dalla disciplina della trasformazione interiore alla merce del benessere, dell’immagine e del turismo esotico. Esiste oggi una parola che viene utilizzata con una frequenza tale da aver quasi perduto il proprio significato originario: yoga.
La si incontra nei centri fitness, negli alberghi di lusso, nei villaggi turistici, nelle piattaforme digitali, nelle riviste di lifestyle, nei cataloghi di abbigliamento, nelle campagne pubblicitarie, nei programmi di wellness, nei retreat organizzati in luoghi esotici e in una quantità crescente di prodotti destinati a un consumatore che non acquista soltanto una pratica, ma un'intera rappresentazione di sé.
La questione non è stabilire se tutto ciò sia moralmente riprovevole.
La questione è preliminare e molto più semplice: ciò che viene venduto con il nome di yoga corrisponde effettivamente allo Yoga?
Se per Yoga intendiamo il sistema delineato dal Yoga Darśana e sistematizzato nei Yoga Sūtra di Patañjali, la risposta deve essere formulata con chiarezza: nella maggior parte delle sue manifestazioni commerciali contemporanee, ciò che viene venduto come yoga non è lo Yoga nella sua struttura propria, ma una sua riduzione selettiva, prevalentemente corporea, estetica e commerciale. Non si tratta di una sottigliezza terminologica. Cambiando la struttura cambia la natura della cosa.
Lo Yoga di Patañjali non è anzitutto una ginnastica. È una disciplina integrale dell'essere umano, orientata alla trasformazione della coscienza.
Il celebre yogaś citta-vṛtti-nirodhaḥ definisce lo Yoga in rapporto alla cessazione delle fluttuazioni della mente; il percorso successivo non è quindi organizzato attorno alla costruzione estetica del corpo, ma alla progressiva trasformazione della relazione dell'uomo con se stesso, con il mondo, con i sensi, con la mente e infine con la coscienza.
Gli otto aṅga costituiscono l'architettura di questo percorso: yama, niyama, āsana, prāṇāyāma, pratyāhāra, dhāraṇā, dhyāna, samādhi.
La loro sequenza è essenziale perché rende evidente ciò che il mercato contemporaneo tende a cancellare.
Yama e niyama costituiscono il fondamento etico e disciplinare.
Āsana viene dopo. È il terzo aṅga, non il primo e soprattutto non il tutto. Seguono prāṇāyāma e pratyāhāra , che segnano il progressivo passaggio dalla dimensione esteriormente operativa alla dimensione interiore. Con dhāraṇā, dhyāna e samādhi il percorso entra nella sfera propriamente interna. Questa struttura è confermata anche dalla tradizione contemporanea seria. Ananda Balayogi Bhavanani, nella sua esposizione dello Yoga Darśana , presenta il sistema di Patañjali come un percorso complessivo e non come una tecnica ginnica isolata; nella sua trattazione della meditazione definisce dhyāna il settimo degli otto aṅga e parte dell'antaraṅga , il percorso interiore rivolto alla realizzazione del Sé.
Questa premessa consente di compiere una verifica elementare. Se si prende il terzo degli otto elementi, lo si separa dagli altri sette, lo si trasforma prevalentemente in esercizio fisico, lo si confeziona come servizio commerciale e lo si presenta al pubblico come "yoga", non si è semplicemente modernizzata una disciplina. Se ne è modificata la natura.
È questo il punto sul quale occorre essere rigorosi.
Il problema dello yoga contemporaneo commerciale non è che contenga āsana. L'āsana appartiene allo Yoga. Il problema è che l'āsana viene estratto dall'organismo del quale costituisce una parte e viene fatto coincidere con l'organismo stesso.
È la differenza fra una parte e il tutto.
È come prendere un organo di un corpo e venderlo come se fosse il corpo.
Da questa amputazione concettuale nasce lo yoga-merce. Lo yoga-merce è anzitutto una riduzione.
Riduce una disciplina antropologica a una tecnica corporea; riduce la tecnica corporea a esercizio; riduce l'esercizio a prestazione; riduce la prestazione a immagine; riduce l'immagine a stile di vita; riduce lo stile di vita a consumo.
A quel punto il termine "yoga" non designa più necessariamente una trasformazione della coscienza.
Designa un insieme di segni riconoscibili dal consumatore.
Il tappetino è yoga. L'abbigliamento è yoga. Il corpo flessibile è yoga. Il resort è yoga. Il tramonto sulla spiaggia è yoga. Il ritiro spirituale è yoga. La fotografia in una posizione spettacolare è yoga. Il viaggio in India è yoga. Il centro benessere è yoga. Il nome sopravvive mentre il contenuto cambia.
Ed è precisamente questa sopravvivenza nominale a rendere possibile la mercificazione. Una merce completamente nuova dovrebbe essere spiegata al consumatore. Una parola culturalmente prestigiosa, invece, possiede già un capitale simbolico. "Yoga" evoca India, spiritualità, equilibrio, salute, saggezza, armonia, autenticità, antichità. Il mercato non deve costruire da zero queste associazioni: deve semplicemente incorporarle nei propri prodotti.
La parola diventa così un marchio.
L'analisi antropologica di Allison Fish è particolarmente significativa. Nel suo studio sullo yoga commerciale transnazionale osserva che lo yoga praticato fuori dall'India e destinato allo scambio commerciale è divenuto un'industria di dimensioni miliardarie, accompagnata da controversie sulla natura dello Yoga, sulla proprietà del sapere yogico e sulla possibilità di gestirne commercialmente l'espressione.
Ma la mercificazione non si limita alla vendita della lezione. Essa produce un'intera economia derivata.
Una volta trasformato lo Yoga in pratica di consumo, diventa possibile vendere ciò che lo circonda: abbigliamento, accessori, attrezzature, libri, applicazioni, corsi, certificazioni, programmi di wellness, ritiri, esperienze, viaggi e soggiorni.
La merce principale non è più nemmeno l'oggetto. È l'identità.
Il consumatore non compra soltanto un paio di pantaloni per praticare. Compra l'immagine dell'individuo che li indossa. Non acquista soltanto un retreat: acquista la promessa di essere, per alcuni giorni, la persona che immagina di poter diventare. Non acquista semplicemente una lezione: acquista una rappresentazione di equilibrio, salute, disciplina e superiorità rispetto alla banalità della vita quotidiana.
Lo Yoga diventa così una forma di consumo identitario. Ed è qui che il corpo assume un ruolo decisivo. L'āsana possiede una caratteristica che lo rende perfettamente compatibile con la società dello spettacolo: è visibile.
Una virtù morale non è facilmente fotografabile.
L'ahiṃsā non produce necessariamente un'immagine. La veridicità di satya non può essere mostrata in una fotografia. L'aparigraha non produce un corpo riconoscibile. Lo svādhyāya non può essere valutato attraverso un like.
La concentrazione non possiede una forma esteriore immediatamente vendibile. Una postura, invece, sì. Può essere fotografata, filmata, valutata, imitata, classificata e confrontata. Può diventare contenuto digitale. Può diventare pubblicità. Può diventare segno distintivo. Può diventare performance.
È dunque quasi inevitabile che, all'interno dell'economia dell'immagine, proprio l'āsana venga privilegiato rispetto agli altri aṅga.
La conseguenza è una trasformazione radicale del rapporto con il corpo. Nel percorso tradizionale il corpo è disciplinato in funzione di una trasformazione che lo oltrepassa. Nel sistema commerciale il corpo tende invece a diventare il risultato da esibire. La direzione si è invertita. Il corpo non è più principalmente il veicolo verso l'interiorità; diventa il supporto dell'immagine sociale.
Il praticante non deve soltanto essere. Deve apparire. E deve apparire come yogico.
Da qui nasce l'estetica contemporanea dello yoga: corpi giovani, flessibili, tonici, abbigliati secondo un codice riconoscibile, inseriti in ambienti accuratamente selezionati, fotografati nella posizione appropriata e associati a parole come equilibrio, armonia, naturalezza, energia, libertà.
Non è un elemento accidentale della comunicazione commerciale. È il suo linguaggio. La ricerca sulle rappresentazioni dello yoga nei media contemporanei ha documentato proprio questa forte prevalenza dell'immagine corporea, insieme alla tendenza ad associare lo yoga alla cultura del fitness, dell'apparenza e del consumo. Il risultato è una curiosa inversione antropologica.
Una disciplina che dovrebbe progressivamente liberare l'uomo dalla dipendenza dall'apparenza viene trasformata in una disciplina dell'apparenza.
Il corpo deve essere osservato, migliorato, corretto, mostrato. La pratica diventa così anche una forma di auto-esposizione.
Il social network completa il processo. La posizione non viene più soltanto praticata: viene pubblicata. La pubblicazione introduce necessariamente un osservatore. L'atto originariamente rivolto verso l'interno entra nel circuito della visibilità pubblica. Il praticante guarda se stesso attraverso lo sguardo degli altri e misura implicitamente il proprio valore attraverso reazioni, approvazioni, confronti e riconoscimento. Ciò che avrebbe dovuto favorire il progressivo distacco dall'esteriorità può diventare un nuovo dispositivo di dipendenza dall'esteriorità. Il paradosso è difficilmente eludibile.
Lo Yoga classico conduce verso pratyāhāra , cioè verso il ritiro dell'attività sensoriale dagli oggetti esterni e la riconduzione dell'attenzione verso l'interno.
Lo yoga commerciale visuale conduce nella direzione opposta: verso la produzione incessante di immagini destinate allo sguardo altrui.
Il primo movimento sottrae. Il secondo espone.
Il primo riduce la dispersione. Il secondo la monetizza.
Il primo tende al silenzio. Il secondo ha bisogno di contenuto.
Il primo conduce dall'immagine all'essere. Il secondo dall'essere all'immagine.
A questo punto entra in scena un'altra industria: il turismo.
Il fenomeno è ormai sufficientemente documentato da non poter essere considerato una semplice impressione. La ricerca di Bowers e Cheer sullo yoga tourism analizza esplicitamente la trasformazione dello Yoga in prodotto turistico e colloca yoga tourism e spiritual tourism all'interno della più ampia industria del wellness tourism. Gli autori discutono apertamente la tensione fra dimensione spirituale dello Yoga e sua commercializzazione e industrializzazione.
Qui la mercificazione compie un ulteriore salto. Non si vende più soltanto la pratica.
Si vende il luogo nel quale la pratica dovrebbe assumere un'autenticità supplementare. India, Himalaya, Kerala, Rishikesh, Goa, Bali e altri luoghi vengono trasformati in scenografie della spiritualità.
Il viaggio diventa parte del prodotto. Il consumatore occidentale non viene invitato semplicemente a praticare yoga. Viene invitato a vivere "l'esperienza dello Yoga" nel luogo considerato originario, autentico, esotico. Nasce così un'economia perfettamente integrata: agenzia turistica, compagnia aerea, struttura alberghiera, resort, centro benessere, insegnante, retreat organizer, ristorazione, merchandising e produzione di contenuti.
Fabio Milioni è un noto insegnante di yoga, studioso della tradizione indiana e autore italiano. Si definisce un "viandante e ricercatore della Via Tradizionale" (Yoga sādhaka) ed è diplomato presso la Federazione Italiana Yoga (FIY). Svolge la sua attività didattica e di divulgazione principalmente a Roma ed è legato al progetto editoriale e al portale Lo Yoga della Tradizione (noto in precedenza anche come Yogaroma). Milioni è anche attivo in progetti di rilevanza sociale, come l'iniziativa "Yoga in Ospedale", che ha portato la pratica dello yoga classico all'interno di strutture sanitarie (come il Polo Oncologico Regina Elena di Roma) a supporto del benessere dei pazienti. Nel corso degli anni, Fabio Milioni ha pubblicato numerosi saggi e guide pratiche incentrati sullo studio filologico dei testi classici e sulla corretta esecuzione delle discipline tradizionali:
- Asana. Lo yoga della tradizione. La bellezza dell'uno (2025)
- Vakyasudha athava Dṛg-Dṛśya-Viveka (2024)
- Le fondamenta: Yama e Niyama (2020)
- Yoga. La Serie Rishikesh
- Sāṃkhyakārikā di Īśvarakṛṣṇa (2020)
J'ai lu l'article et sur le fond je suis d'accord, mais je le trouve bien sévère et trop récriminant, il sent un peu l'intégrisme dogmatique.
RispondiEliminaBien sûr le yoga n'a rien à voir avec toutes les récupérations commerciales dont parle Milioni, bien sûr le yoga ne se limite pas aux asana, bien sûr le yoga est un chemin vers l'intériorité, bien sûr il y a beaucoup de gens qui viennent au yoga pour acquérir une belle image de soi et qui restent en surface, qui refusent cette intériorité.
Mais c'est notre société qui est comme ça, et ça ne s'arrange pas avec les réseaux sociaux et le culte narcissique et superficiel de soi qu'ils exhaltent.
Donc ça ne sert pas à grand-chose de récriminer contre l'état de notre société ; il vaut mieux dans une certaine mesure l'accepter telle qu'elle est pour pouvoir agir dedans.
Mais l'article ne donne pas tellement de recommandations sur comment revenir aux fondamentaux d'un yoga véritable, fidèle à l'esprit des anciens indiens, Patanjali et autres, et comment , comment créer un réseau, et dans ce réseau comment former les maîtres et professeurs de yoga, comment les armer pour affronter ce grand marasme social dans lequel nous vivons. Je ne crois pas que cela puisse se faire en créant un site internet pour former des maîtres et des professeurs.
Je crois que les gens qui viennent au yoga, même si c'est dans un cadre fitness-benessere, ne sont pas insensibles à ces dimensions spirituelles du yoga. Ne faire que des asanas ne fait pas de mal et c'est déjà mieux que pratiquer les MMA ou les courses automobiles, ou autres activités sportives agressives ou à forte empreinte carbone...
Après tout, personnellement je suis venu yoga parce que j'avais mal au dos et pendant 10 ans j'ai été content de ne pratiquer que les asanas. Il n'y a rien de mal à travailler sur son corps . Personne ne peut prédire comment il elle va s'ouvrir aux dimensions spirituelles de la vie, il n'y a pas de méthode à mon avis pour ouvrir l'autre à ces dimensions, à part la proximité, la présence à l'autre l'écoute, l'exemple. C'est ainsi que les vrais les bons gourous opèrent. Oui le yoga se transmet par des personnes éclairées qui nous font connaître des choses que nous ne soupçonnions même pas quand nous avons commencé une pratique telle que les asanas. Je me rends compte que je suis en train de revendiquer la nécessité d'une transmission du yoga par des bonnes personnes qui ont de la lumière en elle, c'est à dire des bons gourous... pour moi le gourou qui m'a révélé le yoga en toutes ses dimensions est une amie pleine de bonnes intentions, qui a succédé à d'autres amies elles aussi plein de bonnes intentions, mais à un moment où j'étais en mesure, question de maturité, de recevoir un enseignement spirituel. Et avec elle et avec mes amis je continue à creuser ce sillon. Je continue à explorer.
Un autre aspect de l'article qui me gêne est le fait de considérer que les membres (anga) du yoga sont dans un ordre séquentiel (il faudrait commencer par Yama et Nyama pour atteindre ensuite les autres stades). Je crois que ça ne correspond pas à la réalité. Certaines personnes ont une nature très contemplative, d'autres plus physique, d'autres sont plus moralistes, d'autres auront une capacité à atteindre des états de béatitude pas loin du samadhi sans faire grand-chose...
Autre aspect gênant de l'article c'est le recours à des termes sanskrits qui ne sont pas traduits ni expliqués. Comme si l'auteur ne s'adressait qu'à des spécialistes ou des personnes déjà convaincues... il faut lui dire à cet auteur d'écrire un article dirigé vers, et lisible par les gens qui vont faire des asanas dans un centre fitness-benessere