sabato 19 settembre 2026

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono più di 1000 articoli, la maggioranza dei quali verte su yoga, meditazione, buddhismo, filosofie orientali, rapporto tra scienza e meditazione.                    

Gli articoli sono essenzialmente riassunti di libri che ho letto su questi argomenti e che mi hanno particolarmente colpito.  Per ricercare un soggetto specifico si può usare la finestrina a destra, oppure si possono usare le categorie (etichette) che si trovano sulla destra. Sul Blog sono riportati anche i libri che ho scritto sullo yoga e la meditazione e la gallery di alcuni miei viaggi.                                                     

       Buona lettura   


La mente come amica interiore: un cammino verso la libertà

"È solo instaurando una complementarità con una persona che senti vicina, che ogni essere può far emergere ciò che c'è di più unico in lui." 

Questa frase racchiude una verità semplice ma spesso dimenticata: non cresciamo da soli. È nella relazione autentica con chi sentiamo vicino che scopriamo e facciamo emergere ciò che di più unico portiamo dentro di noi. Ma prima di poter costruire questa complementarità con gli altri, dobbiamo imparare a costruirla con noi stessi — a partire dalla nostra mente.

 

La mente può fare di un paradiso un inferno, e può trasformare un inferno in un paradiso. È lo stesso strumento che può farci del male o guarirci, che può ferire noi stessi e gli altri, o diventare la nostra più fedele alleata. La domanda allora non è se la mente sia buona o cattiva, ma cosa possiamo fare per permetterle di diventare il nostro amico interiore, invece che il nostro nemico più insidioso.
Spesso non ci rendiamo nemmeno conto della fortuna che abbiamo: la semplice fortuna di respirare, di essere vivi in questo momento. È da qui, da questa consapevolezza elementare, che può iniziare un cammino di trasformazione.
Una delle chiavi di questa trasformazione è imparare a lasciar spegnere e passare l'animosità. Il pensiero che ci crea problemi va lasciato andare, non represso né combattuto, semplicemente osservato e lasciato scorrere. È in questa libertà interiore che possiamo diventare esseri umani migliori, capaci finalmente di aiutare davvero gli altri — perché solo chi ha trovato un minimo di pace dentro di sé può offrirla a chi gli sta accanto.     Prendiamo l'ansietà, per esempio: è qualcosa che ci affligge, che sembra avere un potere enorme su di noi. Ma la mente ha la possibilità di guardare l'ansietà — e nell'atto stesso di guardarla, questa diventa sempre meno potente, sempre più incapace di perturbare la mente. Che rimane, sotto la superficie agitata, uno spazio luminoso, vasto, illuminato.

La compassione e la benevolenza non hanno confini: possono riempire interamente il nostro paesaggio mentale, se solo le nutriamo con costanza, fino a che diventino presenti come il cielo — sempre lì, sempre disponibili, qualunque cosa accada in superficie.  Un buon modo per cominciare è immaginare la meditazione come un battello che scivola nella corrente, con poco vento: si parte piano, si comincia a praticare la benevolenza rivolgendola prima a un essere che ci è vicino, per poi lasciarla espandersi.  

Questo lavoro non è astratto: significa affrontare le emozioni distruttive che sentiamo radicate in noi, e permettere alla mente di passare, poco a poco, dalla confusione alla chiarezza.

Alcune pratiche per aiutarci a prendere consapevolezza. 

Immaginare di entrare in un lago e bagnarsi — una meditazione che invita a lasciarsi avvolgere, a immergersi completamente nell'esperienza presente, come l'acqua che avvolge il corpo.

Interrogarsi sulla fragilità — Come stai? Se sei fragile e vulnerabile, il tuo amico dovrebbe darti consigli, o semplicemente rimanere in silenzio accanto a te?    E se provassi a immaginare di dare a te stesso i suggerimenti che avresti voluto ricevere in quel momento?

Chiedersi cosa c'è di unico in te — una domanda che torna, che dialoga con l'idea iniziale di complementarità: solo conoscendo ciò che è unico in noi possiamo davvero incontrarci con l'unicità dell'altro.

La meditazione di autocompassione — quale comportamento vorresti cambiare? Di tanto in tanto ci si lascia prendere dalla sofferenza prevista e ineluttabile, senza approfittare del momento presente. Io devo prendere il mio posto, anche quando è un po' triste. E voi dovete trovare il vostro centro: siete un po' avventurieri, un po' filosofi — ognuno a modo suo.

L'essere che è in noi — una meditazione dedicata alla persona che si conosce, che ci abita, spesso ignorata nella frenesia quotidiana.

Alla fine, resta una domanda essenziale che accompagna ogni pratica: "chi medita, e su che cosa si medita?" Una domanda che, forse, non ha bisogno di una risposta definitiva, ma di essere continuamente riattraversata, ogni volta che ci si siede, si respira, e si lascia che la mente diventi, un po' di più, amica.   L'obiettivo è raggiungere l'unione tra il divino individuale e il divino cosmico — l'unione tra chi medita e il Divino stesso.

La natura sportiva dello yoga

Il Ministero per lo Sport e i Giovani ha pubblicato un decreto con il quale allo yoga - e ad altre sette discipline con esso  - è stata riconosciuta natura sportiva (Decreto del Ministro per lo Sport e i Giovani del 7 luglio 2026, pubblicato a settembre 2026)  Questo il link per chi volesse visionare il provvedimento: https://www.sport.governo.it/media/ns5kwzl4/dpcm-ricon-natura-sportiva.pdf


Ovviamente ciò significa che la disciplina della Yoga esce dall’ambiguo cono d’ombra in cui si trovava e chi intenda insegnarla nelle forme previste per le attività sportive  potrà ora farlo senza problema. 

Gli istruttori e gli operatori yoga rientreranno a pieno titolo nel perimetro del lavoro sportivo disciplinato dal D.Lgs. 36/2021.  I corsi di yoga possono beneficiare della de-fiscalizzazione ai fini IVA e delle imposte dirette, oltre ai regimi agevolati per i compensi sportivi dilettantistici.

Allo stesso tempo, tuttavia, si ripropongono tutte le questioni relative alla natura riduttiva di una tale classificazione dello yoga, agli interessi che possono muovere una tale decisione e agli appetiti che essa può suscitare.

Diventa sempre più importante lavorare in difesa dello yoga.

Yoga, respiro e inconscio: un percorso dal movimento all'immobilità

« L’aspetto geniale dello yoga è questo:  utilizzare strumenti che sono in noi »  -  Gerard Blitz  

« L’obiettivo è lo sviluppo della consapevolezza, della coscienza dell’uomo. La coscienza si sviluppa nella presenza coscienziale e quindi l’āsana va considerato uno strumento e non un fine. Allora si comprende il senso dello Yoga: lo Yoga è coscienza »  - Antonio Nuzzo

« Quello che uno yogin ricerca è la realizzazione, è l’incontro con il Puruśa (cioè la scintilla divina che abbiamo in noi, il Sé,). È necessario capire che solo l’immobilità consente di sviluppare la coscienza di questo incontro » - Antonio Nuzzo

« Citta è il nome che Patañjali dà alla coscienza, è una parte del complesso mentale ed è uno strumento molto elevato che c’è stato offerto, perché è capace di osservare e di lasciarsi influenzare da ciò che osserva. È assoggettato ai condizionamenti sensoriali, quindi i pensieri e le emozioni, le vṛitti, investono citta e questa subisce un’alterazione fenomenica »  - Antonio Nuzzo

«  Bisogna dirlo con tutta la comprensione del caso – la gente cerca un allenamento fisico nello Yoga e molti insegnano per campare »   

Lo yoga è una disciplina millenaria che utilizza il corpo e il respiro per ricercare l'immobilità interiore e lo sviluppo della consapevolezza. Gli asana (le posizioni) si realizzano nella stabilità e nella quiete fisica per fermare il turbinio della mente. Il respiro crea spazi di sospensione e vuoto che aiutano a calmare la coscienza ordinaria. L'attenzione e la consapevolezza nascono dal silenzio interiore coltivato durante la pratica. La ripetizione costante e il controllo del prana (energia vitale) permettono di passare dalla distrazione alla pace profonda.  Puoi approfondire questa pratica leggendo gli articoli seguenti: 

  • sui Cardini dello yoga  https://www.rispirazioni.it/yoga/i-cardini-dello-yoga-immobilita-vuoto-attenzione-e-consapevolezza/  
  • o l'intervista al Maestro Antonio Nuzzo su L'immobilità e la coscienza.  https://www.rispirazioni.it/yoga/antonio-nuzzo-limmobilita-e-la-chiave-per-sviluppare-la-coscienza/

Antonio Nuzzo è considerato il padre nobile dello Yoga italiano ed europeo e ormai da decenni insegna una pratica preziosa e fondamentale che purtroppo non si incontra spesso in questa disciplina: l’immobilità in āsana. È un concetto che ha sviluppato nel tempo, memore degli insegnamenti ricevuti dai suoi maestri, André Van Lysebeth, Swami Satchidananda, Swami Satyananda Saraswati e Vimala Thakar.  

Il corpo come linguaggio dell'inconscio. Quando si pratica yoga, la convinzione con cui ci si accosta alla pratica è fondamentale. Troppo spesso il corpo viene considerato qualcosa di inanimato, uno strumento neutro da piegare alla volontà. In realtà il corpo è il luogo in cui l'inconscio si manifesta attraverso l'agilità e lo schema corporeo: mentre la parte conscia si esprime con le parole, il corpo e la gestualità sono il linguaggio dell'inconscio. Da qui nasce spesso un desiderio: quello di modificare il corpo, di volersi diversi. Questo desiderio, però, innesca un processo conflittuale. Quando i conflitti restano bloccati, la pratica può aprire una via d'uscita: entrare in una dimensione meditativa, imparare a percepire la totalità.

Educarsi alla totalità. Uno degli obiettivi centrali della pratica è proprio questo: educarsi alla totalità. La respirazione diaframmatica-addominale aiuta a percepire la parte attiva e la parte passiva di noi stessi, insegnandoci a privilegiare l'osservazione rispetto al fare. Questo principio è centrale sia nell'asana che nel pranayama: respirando, agiamo direttamente sul corpo energetico, e l'inconscio "capta" lo stato d'animo con cui viviamo una posizione, specialmente quando questa è vissuta con sofferenza.  Non conta soltanto cosa facciamo, ma il modo in cui lo facciamo: è nella modalità dell'azione che si stabilisce il dialogo tra inconscio e mente. Un'azione svolta in modo rilassato e pacificato, senza desiderare i risultati, permette di osservare la totalità senza escludere la particolarità — un equilibrio importante per lo sviluppo della coscienza.          

La pratica yoga dovrebbe educarci a incontrare questa totalità.  Siamo abituati a dare importanza ai particolari; lo yoga ci abitua invece a espanderci al di là del singolo dettaglio, verso una dimensione che è associata all'eternità. Quando la nostra interiorità si espande nella totalità, avviene un vero cambiamento: si genera uno stato di pace e si sviluppa la comprensione di un livello diverso di realtà. È questa la totalità che si dovrebbe sperimentare nell'hatha yoga.

Uno yoga oltre la religione. Praticare yoga significa entrare in brahmacharya (concetto spirituale indiano che significa letteralmente "camminare in armonia con il divino"); l'individuo è parte integrante della totalità, e se si vive come entità separata — in modo egocentrico — l'interiorità non può essere pura. Ogni azione diventa allora occasione per onorare la totalità: nel tantrismo, per esempio, anche l'atto sessuale può essere vissuto come un modo di onorare il tutto. Lo yoga va oltre la cultura indiana stessa: in India viene interpretato in modo diverso da un bramano e da un sannyasin. I testi yogici non sono legati a una credenza religiosa particolare, ma esprimono una spiritualità dal punto di vista laico.

Il respiro come spazio di dialogo. Lavorare con il respiro a ritmi troppo sostenuti crea agitazione e insofferenza. Gli effetti del pranayama non sono sempre evidenti: se esiste un disagio sottile, sarà più difficile sostenere la pratica. Attraverso il respiro impariamo a conoscere noi stessi e a relazionarci con il nostro mondo interiore più sottile, imparando ad assaporare le piccole cose e a osservare, nel presente, il nostro corpo.   Il pranayama costruisce una relazione intima con noi stessi, un processo di armonizzazione di cui la pratica respiratoria è solo l'aspetto iniziale. Attraverso di essa si raggiunge uno stato di pacificazione che modifica anche i nostri rapporti di relazione: il pranayama è il perno attorno al quale si costruisce il cambiamento.

I nostri atteggiamenti e le regole morali che ci diamo sono spesso in contrasto con le nostre pulsioni, e questo genera conflitti. Non si tratta di "raggiungere" qualcosa: l'armonia si costruisce gradualmente con la pratica, che crea processi sottili capaci di portare a un cambiamento nel rapporto con l'inconscio. Il respiro è proprio lo spazio in cui il conscio dialoga con l'inconscio.  È importante non spingersi mai in uno stato di disagio: è il conscio che deve determinare la nostra reale capacità — per esempio, la possibilità di trattenere il respiro senza sforzo. Conoscere i propri limiti respiratori è necessario per poter dialogare con l'inconscio in modo sottile, costruendo un rapporto armonioso tra i due poli — conscio e inconscio — su cui si fonda l'azione, il cui risultato è uno stato di pacificazione profonda, quasi un "parlare per gesti". Se si superano i propri limiti nascono problemi: la coscienza deve saper interpretare correttamente le nostre reali possibilità.

Attraverso il pranayama l'individuo entra in uno stato di pacificazione e meditazione, una condizione mentale non reattiva e totalmente accogliente, capace di pacificare insieme la dimensione conscia e quella inconscia. Il pranayama cerca proprio di costruire questo stato cosciente pacificatore: lo stato di quiete raggiunto nell'asana viene poi affinato ulteriormente nel pranayama.

Cambiare ritmo, cambiare mondo.  Lo yoga possiede tecniche sottili: cambiare il ritmo del respiro significa cambiare il nostro rapporto con il mondo. Con il respiro si "chiude" progressivamente il rapporto con il mondo esterno — non sentiamo più i rumori, come se ci immergessimo nell'acqua — e non siamo più disposti ad andare verso l'esteriorità come farebbe un bambino intento a giocare. È un'abilità che si acquisisce nel tempo, e il pranayama la risveglia: inizialmente può essere difficile da ottenere.

Il ritmo del respiro fa entrare la coscienza in un mondo sottile, fatto di flussi di energia, l'essenza stessa della vitalità. Ci porta dalla materia — il mondo riempito dai cinque sensi — alla vita sottile del prana, l'energia vitale. Energia vitale e materia creano insieme una sinergia che rende viva la materia stessa: quando la coscienza si dedica ad ascoltare il respiro e l'energia, si sperimenta l'armonia con se stessi. È questo l'allenamento proprio del pranayama, capace di aprirci a un mondo sottile molto più vasto di quello materiale — cosa che nella sola pratica delle asana, più legata ai sensi e all'energia "grossolana", non può accadere.

Il kapalabhati serve a liberare la mente: si percepisce distintamente la fase espiratoria, mentre quella inspiratoria resta quasi impercettibile — si inspira, si blocca il perineo, si dilata il torace. Il kapalabhati è un pranayama preparatorio al pratyahara, la dimensione meditativa: il ritiro dei sensi, l'inversione del normale flusso degli impulsi sensoriali verso il cervello, la "chiusura delle porte" sensoriali.  

Si tratta di entrare nella profondità del nostro essere, fino a un respiro talmente sottile da non sentirlo più passare nelle narici: entrare nel mondo sottile della vita. In un certo senso, lo yoga è anche un prepararsi alla morte. Si medita perché la nostra vita diventi più bella e meno stressata: la dimensione meditativa ci fa viaggiare oltre i sensi.    Oggi lo yoga è spesso inquinato e strumentalizzato; con il pranayama, invece, cambia realmente la dimensione della coscienza. Solo quando ci si è sufficientemente purificati con pratiche come bhastrika e kapalabhati si può entrare pienamente nella dimensione del pranayama.

Dal movimento all'immobilità. Entrare in uno spazio yogico significa compiere un viaggio dal movimento all'immobilità. La crescita interiore dello yoga avviene proprio nell'immobilità: la meditazione è immobilità assoluta, e l'hatha yoga ci accompagna verso questa dimensione.

L'immobilità può crearsi solo in un ambiente meditativo: è un viaggio interiore che va dal movimento all'immobilità, ed è proprio questo l'allineamento cercato nello yoga. È corretto iniziare dal movimento, purché si comprenda che l'obiettivo finale è l'immobilità. Lo yoga è un processo, una gestione della trasformazione: l'hatha yoga è l'arte che ci conduce, con la progressione necessaria, dal movimento all'immobilità.   Il kevala kumbhaka — la ritenzione spontanea del respiro senza sforzo — permette di gestire l'immobilità e il rilassamento dei muscoli contratti. I ritmi del respiro cambiano a seconda della nostra vita, dei nostri pensieri, dei dubbi e delle insicurezze che portiamo.

Lo yogi è un ricercatore, il cui interesse per l'immobilità costituisce il cuore stesso del processo yogico: entrare in una situazione meditativa, indotta prima dall'asana e poi dal pranayama. L'atteggiamento occidentale, al contrario, adotta spesso una trasformazione violenta.

Un processo graduale, non violento.  Lo yoga dev'essere invece graduale: richiede amore per se stessi, pazienza, dolcezza, accoglienza. Piegare il corpo alla nostra volontà non è yoga — la mancanza di pazienza è essa stessa una forma di violenza. Dobbiamo piuttosto amalgamare la nostra energia con l'energia del cosmo.

Alcuni esempi di pratica illustrano questi principi.  Da seduti, si ascolta il corpo e le sensazioni che rivela; sdraiati, con le piante dei piedi a terra e le mani appoggiate sulle cosce, si aumenta il potere dell'inspirazione e l'elasticità dell'apparato respiratorio; spingendo poi sui gomiti mentre si respira, si amplia lo spazio vitale del cuore.

Sempre da terra, afferrando il ginocchio destro e spingendo lo sterno verso la testa con l'addome contratto, il diaframma spinge l'addome verso l'alto; nella pausa si inspira ancora un poco. Con le mani alle ginocchia si portano i gomiti verso l'alto e si spinge verso il perineo.

Da terra, portando le piante a terra, si inspira e poi si espande il corpo sollevandosi, con le mani tra le gambe; per aumentare l'espirazione si afferrano le cosce. Sempre da terra, le mani scivolano fino a incontrarsi sopra la testa, poi si espira. Nello hatha yoga questi gesti hanno spesso un valore simbolico.

Prima fare kapalabhati, poi mani sulle ginocchia, mento portato verso le clavicole per chiudere il jalandhara bandha, chiusura del perineo con il mula bandha — il prana si concentra così nel manipura chakra — spalle indietro e si afferrano le ginocchia.   

In tutti questi esercizi ciò che conta davvero è lo stato d'animo con cui vengono svolti.

Come scegliere un insegnante di yoga

Lo Yoga, oggi, è ovunque. Lo si trova sui social, nelle palestre, nei centri wellness, in videochiamata o dal vivo, con maestri che promettono trasformazioni rapide e posture da cartolina. Mai come oggi è stato così facile trovare una lezione di yoga. Eppure, proprio per questo, è diventato più difficile capire chi possa davvero accompagnarci in un cammino autentico.

Perché la verità è che saper piegare il corpo in forme impossibili non fa di nessuno un buon maestro. E nemmeno il fascino di un discorso ben costruito sulla spiritualità basta a garantire che dietro ci sia qualcosa di reale. Sono involucri seducenti, spesso vuoti al centro.

Chi ha davvero qualcosa da trasmettere si riconosce in modo più sottile: nel modo in cui occupa lo spazio, nella qualità silenziosa della sua presenza. Lo si percepisce nella cura con cui sceglie le parole per guidarti, nella capacità di leggere ciò di cui hai bisogno in quel preciso istante. Lo si intuisce osservando quanto lavoro interiore quella persona abbia realmente compiuto su di sé, e quanto la sua vita quotidiana rispecchi ciò che dice durante la lezione — perché è lì, fuori dal tappetino, che si vede se un insegnamento è vero o soltanto recitato.

Chi insegna per davvero non ha bisogno di stupirti. Non ti spingerà oltre il tuo limite solo per dimostrare qualcosa, non ti farà mai sentire sbagliato o indietro rispetto a un modello, non ridurrà la pratica a uno spettacolo da mostrare. Il suo lavoro va in un'altra direzione, molto meno appariscente: ti aiuta piano piano a sentire di più, a capire meglio, a lasciar crescere qualcosa dentro. Ti avvicina, passo dopo passo, a uno stato di presenza più pieno, a una consapevolezza più sveglia, a un ascolto che va oltre il corpo, fino a un equilibrio e a una libertà che nessuna postura, da sola, potrà mai darti. In fondo lo Yoga autentico non ha mai riguardato il fare sempre di più — riguarda l'essere sempre più qui, in ciò che già siamo.

E questo dice qualcosa anche su cosa significhi, davvero, insegnare Yoga. Non è un mestiere come un altro, né una scelta di vita alternativa da seguire per un periodo, né tantomeno una moda passeggera. È molto più vicino a una chiamata, a una responsabilità che si accetta con consapevolezza, a un modo intero di stare al mondo. Significa portare avanti, con umiltà, ciò che si è ricevuto da chi è venuto prima, senza mai smettere — nemmeno per un giorno — di essere prima di tutto un praticante come gli altri.

Chi decide di insegnare si carica di un peso che va oltre se stesso: risponde ai propri allievi, certo, ma anche a qualcosa di più grande, alla tradizione che gli ha dato ciò che ora trasmette, e in senso ancora più ampio a chiunque quella tradizione possa un giorno raggiungere. Non è un cammino che tutti possono o devono percorrere. Chiede anni di studio, una dedizione costante, coerenza tra le parole e i gesti, esperienza vissuta sulla propria pelle, e soprattutto la disponibilità, mai scontata, a rimettersi continuamente in discussione.

E forse la cosa più importante è questa: chi insegna davvero non cerca di renderti dipendente da lui, non finge di avere in tasca tutte le risposte che cerchi. Ti sta accanto con rispetto, ti sostiene il tempo necessario, finché non impari tu stesso ad ascoltare — la saggezza che già abita il tuo corpo, il silenzio che si nasconde dietro l'agitazione della tua mente, quella guida profonda che, in realtà, non è mai stata fuori di te, ma sempre e solo dentro.

Razzismo: comprendere per combattere

Il razzismo può essere definito come la tendenza a non fidarsi delle persone che presentano caratteristiche fisiche e culturali diverse dalle nostre. È un atteggiamento profondamente radicato nella natura umana: l'uomo tende infatti a diffidare istintivamente di ciò che è diverso da lui. In questo processo, il ruolo dei genitori e dell'educazione ricevuta fin da piccoli risulta determinante nel formare, o al contrario nel prevenire, mentalità discriminatorie.


Alla base dell'atteggiamento razzista si trova spesso il sentirsi superiori semplicemente per il colore della propria pelle, ad esempio perché "si è bianchi". È fondamentale però ricordare che le differenze non implicano disuguaglianza: la diversità, di per sé, non giustifica alcun giudizio di valore. Eppure, nella pratica, la percezione della differenza porta con facilità a comportamenti e giudizi negativi.

Si può definire razzista colui che considera minacciosa per la propria tranquillità qualunque cosa sia diversa da sé. Questo atteggiamento nasconde spesso un complesso di inferiorità o di superiorità, e si accompagna a una paura specifica: quella dello straniero povero. Non a caso, un emiro straniero viene generalmente ben accolto, a differenza di un migrante povero. Lo straniero, in senso stretto, è semplicemente qualcuno che proviene da un altro paese, da un altro villaggio, da un contesto diverso dal nostro.

Il razzista è convinto che esistano più razze umane, che la propria sia la migliore e che il proprio gruppo sia superiore agli altri. È diffuso, ad esempio, il pregiudizio secondo cui alle persone nere mancherebbero intelligenza e bellezza: un'affermazione priva di qualunque fondamento. Alla radice di questa paura dello straniero c'è, il più delle volte, semplicemente l'ignoranza.

Strettamente legata al razzismo è la xenofobia, ovvero la paura verso gli stranieri. In questo ambito giocano un ruolo importante sia la cultura sia la natura umana, ma è soprattutto l'educazione — intesa come apprendimento a vivere insieme agli altri — a poter fare la differenza. Troppo spesso, infatti, si nutrono pregiudizi non verificati. Viaggiare, al contrario, è uno dei modi migliori per conoscere davvero gli altri popoli e superare questi pregiudizi.  

È importante ribadirlo con chiarezza: il razzismo non ha alcuna base scientifica. Da questo deriva anche la discriminazione, cioè la pratica di separare un gruppo etnico dagli altri e trattarlo peggio. Per questo motivo si tende oggi a non utilizzare più il termine "razza", preferendo parlare di "genere umano": tutti gli esseri umani, infatti, hanno lo stesso sangue nelle vene. Anche il colore della pelle — la pelle nera, ad esempio — è semplicemente dovuto alla melanina. Le differenze tra le popolazioni sono per lo più di natura culturale, cioè legate al modo in cui una società si organizza, piuttosto che genetica. Ogni essere umano è unico: nessuno è identico a un altro.

Le grandi tradizioni religiose — la Torah, la Bibbia, il Corano — condannano tutte il razzismo, affermando che tutti gli esseri umani sono uguali. Gli integralisti, che pretendono il contrario, sono considerati dei fanatici. Non si può certo pretendere di amare tutti indistintamente, ma questo non equivale a essere razzisti: ciò che conta è imparare a rispettare gli altri.

Il razzismo nasce dall'ignoranza, dalla paura e dalla stupidità. Anche in questo caso, l'educazione e la mentalità trasmessa dai genitori giocano un ruolo cruciale. Il razzismo può essere descritto, in un certo senso, come una vera e propria malattia sociale: basterebbe viaggiare per rendersene conto con i propri occhi.   Un aspetto spesso sottovalutato riguarda l'attenzione alle parole che si utilizzano: la lotta contro il razzismo comincia anche dal lavoro sul linguaggio. Un'idea condivisibile, certo, ma non priva di difficoltà nella sua applicazione pratica.

La diversità va intesa come una fortuna per l'intera umanità. Il meticciato (o mélange) rappresenta un arricchimento naturale delle società, e ogni vita merita rispetto, senza eccezioni.

Sul piano giuridico, diversi passaggi storici hanno segnato la lotta contro il razzismo: in Francia una legge del 1972 ha sanzionato la discriminazione razziale, mentre già nel 1948 il genocidio è stato riconosciuto a livello internazionale come crimine contro l'umanità. Gli Stati dovrebbero intervenire attivamente per contrastare questi fenomeni. Resta però una domanda aperta: dove e come dovrebbe formarsi concretamente la tolleranza? Un principio guida è che dignità e giustizia non possono coesistere con l'esclusione: dove queste vengono eliminate, si aprono le porte alla discriminazione.  Anche il linguaggio comune merita attenzione: la parola "handicap", ad esempio, tende ad accentuare l'infermità fisica o mentale della persona, invece di mettere l'accento sulla persona stessa.

Va innanzitutto chiarito il significato della parola "fobia", che significa semplicemente paura. Per parlare correttamente di integrazione è preferibile usare termini come emancipazione, accettazione, inserimento nel tessuto sociale. L'assimilazione, al contrario, non rappresenta un'azione positiva: è un processo che mira a eliminare le differenze e le particolarità di un individuo o di un gruppo, anziché valorizzarle.

Al centro di questi processi si colloca il tema dell'identità: stare bene con la propria identità significa accettare pienamente le proprie origini. Quando le condizioni di vita sono difficili, questo disagio può a sua volta provocare malessere, malattia e violenza.

Il caso del velo a scuola e la laicità. Un episodio significativo riguarda il velo islamico indossato a scuola da giovani musulmane, che ha contribuito allo sviluppo di forme di islamofobia. Nel 1989, il preside di un liceo francese vietò a due giovani marocchine di indossare il velo. Le ragazze si rifiutarono di toglierlo, i genitori intervennero e il caso venne ampiamente ripreso dai media, portando poi all'adozione di una legge sui segni religiosi ostensibili nei luoghi pubblici. Va peraltro precisato che il Corano non impone esplicitamente di portare il velo a scuola; il testo si limita a raccomandare alle spose e alle figlie dei credenti di coprirsi con un velo.

La laicità, in questo contesto, permette a tutte le religioni di esistere e di essere praticate liberamente, a condizione che non intervengano nello spazio pubblico, che deve restare uno spazio neutro. Molte giovani donne francesi, tuttavia, rifiutano questo modello di laicità: il modello occidentale della donna emancipata le spaventa. Da parte loro, i genitori attribuiscono grande importanza alla morale e al pudore, temendo di perdere il controllo sulle proprie figlie; è anche per questo motivo che molte famiglie scelgono di seguire rigorosamente i precetti dell'Islam. Chiudono il quadro alcuni concetti chiave legati alla vita delle comunità: la differenziazione comunitaria e le dinamiche di esogamia ed endogamia, ovvero le regole — non scritte o codificate — che spingono a scegliere il proprio partner al di fuori o all'interno del proprio gruppo di appartenenza. 

Dal testo:  Il razzismo spiegato a mia figlia - Tahar Ben Jelloun 

Lo Yoga per gli occhi - Michel Lyonnet du Moutier

Michel Lyonnet du Moutier è ingegnere ETP, ha conseguito un MBA presso l’INSEAD ed è dottore in scienze gestionali. È professore ordinario presso l’Università Paris Ouest - Nanterre La Défense e professore associato presso l’École des Ponts - ParisTech. Dirige il master in Finanziamento dei progetti - Finanziamenti strutturati. In precedenza, ha lavorato per vent’anni presso grandi gruppi edili, prima come ingegnere di cantiere e poi come direttore finanziario. Per dieci anni ha condotto trattative con banche e concedenti per grandi progetti simili a quello della Torre Eiffel.

  •  https://www.michel-lyonnet-du-moutier.fr/mon-parcours/     

  • https://www.youtube.com/watch?v=feXRJMmMKbQ

  • Emissione consacrata allo Yoga per gli occhi: "le Mag qui fait du bien" sur C8 https://youtu.be/feXRJMmMKbQ

  • Libro : https://editions-jouvence.com/livre/guide-pratique-de-yoga-des-yeux/  

venerdì 18 settembre 2026

Prana Vidya. Yoga come coscienza: oltre la forma

Il Prana Vidya è un'avanzata pratica yogica e tantrica dedicata alla conoscenza, percezione e manipolazione cosciente del prana, ovvero l'energia o forza vitale universale.
Prana: Significa "forza vitale", "respiro" o "energia sottile" che anima ogni essere vivente e l'intero universo.
Vidya: Deriva dalla radice sanscrita vid (conoscere, vedere), indicando una conoscenza profonda ed esperienziale che va oltre i sensi ordinari.
Le radici di questa disciplina affondano nelle antiche Upanishad e nel Tantra Yoga, ed è stata sistematizzata e resa accessibile nel mondo moderno soprattutto all'interno della tradizione del Satyananda Yoga. 

La Pratica Consapevolezza energetica permette di percepire i flussi sottili dell'energia vitale nel corpo, spesso sfruttando il respiro come veicolo principale. A differenza del semplice pranayama (controllo del respiro), il Prana Vidya sposta l'attenzione sulla mente che dirige direttamente l'energia attraverso i canali sottili (nadi) e i centri psichici (chakra).  A livelli avanzati comprende tecniche di visualizzazione, risveglio del potenziale interiore e metodi di guarigione psichica o energetica.

Per avere un rapporto corretto con noi stessi e con l'energia occorre innanzitutto sensibilità. Conoscere le persone, in fondo, significa conoscere le loro energie: l'energia è un ardore costante, che non dipende dalle circostanze esterne.  Lo yoga nasce proprio da qui: è un percorso per capire se stessi. Non va confuso con una specializzazione tecnica del corpo e del respiro, come spesso accade nello yoga moderno. Lo yoga autentico è un processo di integrazione.

Ogni singola cellula del nostro corpo possiede una propria coscienza, e l'essere umano nella sua interezza è costituito dall'insieme di tutte queste cellule. Lo yoga agisce proprio a questo livello: il processo di purificazione e risveglio non riguarda solo la mente, ma tutte le cellule del corpo. Secondo prana vidya e il tantra, è compito dello yogi purificarle nella loro totalità.

La mente, per come la conosciamo, è limitata e  "malata": non si tratta però di abolirla per diventare santoni, quanto di riconoscerne i meccanismi. Le vritti sono le attività mentali abituali — sogno, memoria — che la animano costantemente. La coscienza è all'origine del pensiero, ma il ragionamento può diventare "demoniaco": da solo non è in grado di darci il senso della vita, e portato all'estremo può condurre alla pazzia. Lo scopo dello yoga è invece sviluppare la coscienza, diventare coscienti (è il tema che ritroviamo nello studio dei chakra).

Per sviluppare la coscienza dobbiamo imparare a interagire con le nostre cellule, comunicando in maniera silenziosa con le forze latenti che sono in noi. È nel silenzio che si scopre la realtà esistenziale. La salute, in questo senso, dipende innanzitutto da un equilibrio mentale. 

Gli yogi fanno riferimento ai cinque kosha — i cinque corpi, legati all'elemento eterico — per entrare in relazione coscienziale con la realtà spirituale. Lo yoga ci permette di combinare vibrazioni ed energia; anche le asana diventano utili solo se ci stacchiamo dalla loro forma esteriore, lasciando spazio a un'etica personale e a una felicità che nasce dalla conoscenza.

La vera realtà esistenziale è fatta di conoscenza e coscienza, non di forma e pensiero: è qui che ego e obiettivi vengono superati. Il prana vidya rappresenta una vera e propria messa a punto in questa direzione — perché lo yoga non ha confini, non è una terapia.  Nel prana vidya il focus è la coscienza: si ritorna al respiro volontario, si utilizza lo ujjayi pranayama, si dialoga con l'interno del corpo attraverso la coscienza stessa. Vale una regola semplice: dove va la coscienza, lì c'è l'energia.

Lo yoga non si "fa", si vive — e solo la coscienza può rivelarcelo. Quando la coscienza percepisce la totalità ed entra in contatto con le cellule, si vive quella che potremmo chiamare la danza della vita. Ogni posizione esalta specifiche parti del corpo, e le pratiche di purificazione — asana e pranayama — ci preparano proprio a questa relazione con noi stessi e con la coscienza.

Il centro tra le sopracciglia funge da diffusore di energia: da lì la coscienza si irradia a tutta la massa cerebrale. Parliamo di maha prana, il prana cosmico diffuso in ogni parte del corpo, e di pratiche come il japa So Hum. L'apertura del chakra del cuore corrisponde all'amore: ma se prevale la dimensione cognitiva, l'amore non può manifestarsi.
È la coscienza a costituire l'esperienza: postura e respiro ne sono la base, e la orientano. Attraverso l'azione, lo yoga genera una percezione sensoriale che cura la dispersione mentale — la mente ha bisogno di essere assorbita da qualcosa. Lo yogi cerca proprio questo: l'integrazione dei cinque kosha, una cura per i cinque involucri che ci costituiscono.

La malattia, in questa prospettiva, nasce da una dispersione di energia e da un disagio interiore, che si manifesta prima a livello mentale e poi fisico. Ecco perché posizione e contro-posizione sono fondamentali per mantenere l'equilibrio energetico.

Una pratica meditativa ben orientata ci permette di comprendere questo equilibrio. Quando muovo il braccio destro, devo essere consapevole di cosa fa il braccio sinistro: la pratica va orientata verso la totalità, così si impara a percepire l'insieme. Se invece si insegue un obiettivo preciso — come realizzare un'asana perfetta — non si arriva da nessuna parte.

Nella meditazione sui chakra, unire le energie Ha e Tha genera una corrente continua. Esercitando la coscienza, i chakra si attivano nel modo corretto, e la coscienza stessa può così iniziare la sua danza nelle nadi. 

- Riflessioni tratte dal seminario con Antonio Nuzzo dal titolo Prana Vidya (febbraio 2026). 

giovedì 10 settembre 2026

Il sito India Perspectives

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