« L’aspetto geniale dello yoga è questo: utilizzare strumenti che sono in noi » - Gerard Blitz
« L’obiettivo è lo sviluppo della consapevolezza, della coscienza dell’uomo. La coscienza si sviluppa nella presenza coscienziale e quindi l’āsana va considerato uno strumento e non un fine. Allora si comprende il senso dello Yoga: lo Yoga è coscienza » - Antonio Nuzzo
« Quello che uno yogin ricerca è la realizzazione, è l’incontro con il Puruśa (cioè la scintilla divina che abbiamo in noi, il Sé,). È necessario capire che solo l’immobilità consente di sviluppare la coscienza di questo incontro » - Antonio Nuzzo
« Citta è il nome che Patañjali dà alla coscienza, è una parte del complesso mentale ed è uno strumento molto elevato che c’è stato offerto, perché è capace di osservare e di lasciarsi influenzare da ciò che osserva. È assoggettato ai condizionamenti sensoriali, quindi i pensieri e le emozioni, le vṛitti, investono citta e questa subisce un’alterazione fenomenica » - Antonio Nuzzo
« Bisogna dirlo con tutta la comprensione del caso – la gente cerca un allenamento fisico nello Yoga e molti insegnano per campare »
Lo yoga è una disciplina millenaria che utilizza il corpo e il respiro per ricercare l'immobilità interiore e lo sviluppo della consapevolezza. Gli asana (le posizioni) si realizzano nella stabilità e nella quiete fisica per fermare il turbinio della mente. Il respiro crea spazi di sospensione e vuoto che aiutano a calmare la coscienza ordinaria. L'attenzione e la consapevolezza nascono dal silenzio interiore coltivato durante la pratica. La ripetizione costante e il controllo del prana (energia vitale) permettono di passare dalla distrazione alla pace profonda. Puoi approfondire questa pratica leggendo gli articoli seguenti:
- sui Cardini dello yoga https://www.rispirazioni.it/yoga/i-cardini-dello-yoga-immobilita-vuoto-attenzione-e-consapevolezza/
- o l'intervista al Maestro Antonio Nuzzo su L'immobilità e la coscienza. https://www.rispirazioni.it/yoga/antonio-nuzzo-limmobilita-e-la-chiave-per-sviluppare-la-coscienza/
Antonio Nuzzo è considerato il padre nobile dello Yoga italiano ed europeo e ormai da decenni insegna una pratica preziosa e fondamentale che purtroppo non si incontra spesso in questa disciplina: l’immobilità in āsana. È un concetto che ha sviluppato nel tempo, memore degli insegnamenti ricevuti dai suoi maestri, André Van Lysebeth, Swami Satchidananda, Swami Satyananda Saraswati e Vimala Thakar.
Il corpo come linguaggio dell'inconscio. Quando si pratica yoga, la convinzione con cui ci si accosta alla pratica è fondamentale. Troppo spesso il corpo viene considerato qualcosa di inanimato, uno strumento neutro da piegare alla volontà. In realtà il corpo è il luogo in cui l'inconscio si manifesta attraverso l'agilità e lo schema corporeo: mentre la parte conscia si esprime con le parole, il corpo e la gestualità sono il linguaggio dell'inconscio. Da qui nasce spesso un desiderio: quello di modificare il corpo, di volersi diversi. Questo desiderio, però, innesca un processo conflittuale. Quando i conflitti restano bloccati, la pratica può aprire una via d'uscita: entrare in una dimensione meditativa, imparare a percepire la totalità.
Educarsi alla totalità. Uno degli obiettivi centrali della pratica è proprio questo: educarsi alla totalità. La respirazione diaframmatica-addominale aiuta a percepire la parte attiva e la parte passiva di noi stessi, insegnandoci a privilegiare l'osservazione rispetto al fare. Questo principio è centrale sia nell'asana che nel pranayama: respirando, agiamo direttamente sul corpo energetico, e l'inconscio "capta" lo stato d'animo con cui viviamo una posizione, specialmente quando questa è vissuta con sofferenza. Non conta soltanto cosa facciamo, ma il modo in cui lo facciamo: è nella modalità dell'azione che si stabilisce il dialogo tra inconscio e mente. Un'azione svolta in modo rilassato e pacificato, senza desiderare i risultati, permette di osservare la totalità senza escludere la particolarità — un equilibrio importante per lo sviluppo della coscienza.
La pratica yoga dovrebbe educarci a incontrare questa totalità. Siamo abituati a dare importanza ai particolari; lo yoga ci abitua invece a espanderci al di là del singolo dettaglio, verso una dimensione che è associata all'eternità. Quando la nostra interiorità si espande nella totalità, avviene un vero cambiamento: si genera uno stato di pace e si sviluppa la comprensione di un livello diverso di realtà. È questa la totalità che si dovrebbe sperimentare nell'hatha yoga.
Uno yoga oltre la religione. Praticare yoga significa entrare in brahmacharya (concetto spirituale indiano che significa letteralmente "camminare in armonia con il divino"); l'individuo è parte integrante della totalità, e se si vive come entità separata — in modo egocentrico — l'interiorità non può essere pura. Ogni azione diventa allora occasione per onorare la totalità: nel tantrismo, per esempio, anche l'atto sessuale può essere vissuto come un modo di onorare il tutto. Lo yoga va oltre la cultura indiana stessa: in India viene interpretato in modo diverso da un bramano e da un sannyasin. I testi yogici non sono legati a una credenza religiosa particolare, ma esprimono una spiritualità dal punto di vista laico.
Il respiro come spazio di dialogo. Lavorare con il respiro a ritmi troppo sostenuti crea agitazione e insofferenza. Gli effetti del pranayama non sono sempre evidenti: se esiste un disagio sottile, sarà più difficile sostenere la pratica. Attraverso il respiro impariamo a conoscere noi stessi e a relazionarci con il nostro mondo interiore più sottile, imparando ad assaporare le piccole cose e a osservare, nel presente, il nostro corpo. Il pranayama costruisce una relazione intima con noi stessi, un processo di armonizzazione di cui la pratica respiratoria è solo l'aspetto iniziale. Attraverso di essa si raggiunge uno stato di pacificazione che modifica anche i nostri rapporti di relazione: il pranayama è il perno attorno al quale si costruisce il cambiamento.
I nostri atteggiamenti e le regole morali che ci diamo sono spesso in contrasto con le nostre pulsioni, e questo genera conflitti. Non si tratta di "raggiungere" qualcosa: l'armonia si costruisce gradualmente con la pratica, che crea processi sottili capaci di portare a un cambiamento nel rapporto con l'inconscio. Il respiro è proprio lo spazio in cui il conscio dialoga con l'inconscio. È importante non spingersi mai in uno stato di disagio: è il conscio che deve determinare la nostra reale capacità — per esempio, la possibilità di trattenere il respiro senza sforzo. Conoscere i propri limiti respiratori è necessario per poter dialogare con l'inconscio in modo sottile, costruendo un rapporto armonioso tra i due poli — conscio e inconscio — su cui si fonda l'azione, il cui risultato è uno stato di pacificazione profonda, quasi un "parlare per gesti". Se si superano i propri limiti nascono problemi: la coscienza deve saper interpretare correttamente le nostre reali possibilità.
Attraverso il pranayama l'individuo entra in uno stato di pacificazione e meditazione, una condizione mentale non reattiva e totalmente accogliente, capace di pacificare insieme la dimensione conscia e quella inconscia. Il pranayama cerca proprio di costruire questo stato cosciente pacificatore: lo stato di quiete raggiunto nell'asana viene poi affinato ulteriormente nel pranayama.
Cambiare ritmo, cambiare mondo. Lo yoga possiede tecniche sottili: cambiare il ritmo del respiro significa cambiare il nostro rapporto con il mondo. Con il respiro si "chiude" progressivamente il rapporto con il mondo esterno — non sentiamo più i rumori, come se ci immergessimo nell'acqua — e non siamo più disposti ad andare verso l'esteriorità come farebbe un bambino intento a giocare. È un'abilità che si acquisisce nel tempo, e il pranayama la risveglia: inizialmente può essere difficile da ottenere.
Il ritmo del respiro fa entrare la coscienza in un mondo sottile, fatto di flussi di energia, l'essenza stessa della vitalità. Ci porta dalla materia — il mondo riempito dai cinque sensi — alla vita sottile del prana, l'energia vitale. Energia vitale e materia creano insieme una sinergia che rende viva la materia stessa: quando la coscienza si dedica ad ascoltare il respiro e l'energia, si sperimenta l'armonia con se stessi. È questo l'allenamento proprio del pranayama, capace di aprirci a un mondo sottile molto più vasto di quello materiale — cosa che nella sola pratica delle asana, più legata ai sensi e all'energia "grossolana", non può accadere.
Il kapalabhati serve a liberare la mente: si percepisce distintamente la fase espiratoria, mentre quella inspiratoria resta quasi impercettibile — si inspira, si blocca il perineo, si dilata il torace. Il kapalabhati è un pranayama preparatorio al pratyahara, la dimensione meditativa: il ritiro dei sensi, l'inversione del normale flusso degli impulsi sensoriali verso il cervello, la "chiusura delle porte" sensoriali.
Si tratta di entrare nella profondità del nostro essere, fino a un respiro talmente sottile da non sentirlo più passare nelle narici: entrare nel mondo sottile della vita. In un certo senso, lo yoga è anche un prepararsi alla morte. Si medita perché la nostra vita diventi più bella e meno stressata: la dimensione meditativa ci fa viaggiare oltre i sensi. Oggi lo yoga è spesso inquinato e strumentalizzato; con il pranayama, invece, cambia realmente la dimensione della coscienza. Solo quando ci si è sufficientemente purificati con pratiche come bhastrika e kapalabhati si può entrare pienamente nella dimensione del pranayama.
Dal movimento all'immobilità. Entrare in uno spazio yogico significa compiere un viaggio dal movimento all'immobilità. La crescita interiore dello yoga avviene proprio nell'immobilità: la meditazione è immobilità assoluta, e l'hatha yoga ci accompagna verso questa dimensione.
L'immobilità può crearsi solo in un ambiente meditativo: è un viaggio interiore che va dal movimento all'immobilità, ed è proprio questo l'allineamento cercato nello yoga. È corretto iniziare dal movimento, purché si comprenda che l'obiettivo finale è l'immobilità. Lo yoga è un processo, una gestione della trasformazione: l'hatha yoga è l'arte che ci conduce, con la progressione necessaria, dal movimento all'immobilità. Il kevala kumbhaka — la ritenzione spontanea del respiro senza sforzo — permette di gestire l'immobilità e il rilassamento dei muscoli contratti. I ritmi del respiro cambiano a seconda della nostra vita, dei nostri pensieri, dei dubbi e delle insicurezze che portiamo.
Lo yogi è un ricercatore, il cui interesse per l'immobilità costituisce il cuore stesso del processo yogico: entrare in una situazione meditativa, indotta prima dall'asana e poi dal pranayama. L'atteggiamento occidentale, al contrario, adotta spesso una trasformazione violenta.
Un processo graduale, non violento. Lo yoga dev'essere invece graduale: richiede amore per se stessi, pazienza, dolcezza, accoglienza. Piegare il corpo alla nostra volontà non è yoga — la mancanza di pazienza è essa stessa una forma di violenza. Dobbiamo piuttosto amalgamare la nostra energia con l'energia del cosmo.
Alcuni esempi di pratica illustrano questi principi. Da seduti, si ascolta il corpo e le sensazioni che rivela; sdraiati, con le piante dei piedi a terra e le mani appoggiate sulle cosce, si aumenta il potere dell'inspirazione e l'elasticità dell'apparato respiratorio; spingendo poi sui gomiti mentre si respira, si amplia lo spazio vitale del cuore.
Sempre da terra, afferrando il ginocchio destro e spingendo lo sterno verso la testa con l'addome contratto, il diaframma spinge l'addome verso l'alto; nella pausa si inspira ancora un poco. Con le mani alle ginocchia si portano i gomiti verso l'alto e si spinge verso il perineo.
Da terra, portando le piante a terra, si inspira e poi si espande il corpo sollevandosi, con le mani tra le gambe; per aumentare l'espirazione si afferrano le cosce. Sempre da terra, le mani scivolano fino a incontrarsi sopra la testa, poi si espira. Nello hatha yoga questi gesti hanno spesso un valore simbolico.
Prima fare kapalabhati, poi mani sulle ginocchia, mento portato verso le clavicole per chiudere il jalandhara bandha, chiusura del perineo con il mula bandha — il prana si concentra così nel manipura chakra — spalle indietro e si afferrano le ginocchia.
In tutti questi esercizi ciò che conta davvero è lo stato d'animo con cui vengono svolti.

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