giovedì 25 dicembre 2025
Chakra e Yantra
Yoga contemporaneo tra tradizione, mercato e trasformazioni sociali
Nel contesto contemporaneo, lo yoga si colloca all’interno di un mercato ampio e fortemente competitivo, nel quale l’insegnamento e la pratica hanno subito profonde trasformazioni. Il praticante odierno, spesso, non si avvicina allo yoga con l’intento di approfondire i testi classici o la filosofia di riferimento, come gli Yoga Sūtra di Patañjali, ma ricerca prevalentemente benefici legati al benessere psicofisico. Questo scenario richiede agli insegnanti un atteggiamento di umiltà e apertura, nonché la capacità di superare modelli idealizzati o stereotipati dell’autorità spirituale (tipo santoni con la barba). 
Lo yoga contemporaneo è largamente associato alla salute e al benessere, e ciò comporta la necessità di mediare tra le esigenze del mercato e la profondità della tradizione. Il lavoro di consapevolezza si sviluppa principalmente attraverso le āsana, intese non solo come esercizio fisico, ma come strumento di conoscenza del sé. Tuttavia, sia i praticanti sia, talvolta, gli insegnanti tendono a focalizzarsi sull’acquisizione di tecniche, rispondendo a una domanda orientata a risultati rapidi e misurabili, come la riduzione dell’ansia in tempi definiti.
Anche se iniziative come la Giornata Mondiale dello Yoga promuovono un modello di yoga tradizionale, affermare l’esistenza di un’unica forma legittima di yoga diventa difficile. Comunque il marketing, pur essendo uno strumento inevitabile, dovrebbe essere subordinato a una proposta (anche se personale) autentica ancorata alla tradizione.
Fare l'insegnante yoga richiede passione, impegno ed etica e farne una professione a tempo pieno in un mercato molto competitivo diventa limitativo. La facilità con cui è possibile ottenere certificazioni in tempi brevi solleva questioni di responsabilità individuale e professionale.
Riconoscere la complessità e la grandezza dello yoga implica accettarne la molteplicità: non esiste un’unica via, ma una pluralità di approcci coerenti con la diversità delle esperienze umane.
Si può conservare l'etica e resistere alle lusinghe del mercato?
Social media e Yoga
«Quando sei bloccato nel traffico, ricordati che anche tu sei il traffico»:
La frase di Sharon Salzberg, richiamata da Good Taking Selfies di Adrita Das, offre una chiave efficace per riflettere sul nostro rapporto con i social media. I social network non sono entità astratte o strumenti neutrali: sono reti di persone, e il loro funzionamento dipende direttamente dall’uso che ne facciamo. In questo senso, la responsabilità non è solo tecnologica, ma profondamente umana.
L’uso intensivo delle piattaforme digitali è oggi associato a fenomeni come il tecno-stress, una forma di stress legata alla costante esposizione agli stimoli tecnologici. Come evidenziano studi e riflessioni presenti in testi come Umani, animali, macchine di Damiano Cantoni e Franco Fabbro, la relazione tra esseri umani e tecnologie sta ridefinendo i confini dell’esperienza, generando nuove illusioni percettive e relazionali. Le illusioni dei social, analizzate da Luca Chittaro e Giuliano Castigliego, mostrano come la comunicazione digitale semplifichi e distorca la realtà, mentre Serena Mazzini, ne Il lato oscuro dei social network, mette in luce i meccanismi di manipolazione e dipendenza.
Anna Lembke, ne L’era della dopamina, spiega come i social sfruttino i circuiti neurobiologici della ricompensa: la dopamina, originariamente legata a comportamenti di sopravvivenza come cibo e sesso, viene oggi stimolata artificialmente da notifiche, like e contenuti infiniti. Da qui derivano fenomeni come la FOMO (fear of missing out) e il doom scrolling, ovvero la tendenza a soffermarsi compulsivamente su notizie negative, alimentata dal cosiddetto negativity bias, che ci rende più reattivi agli stimoli negativi.
Questa esposizione costante ha anche conseguenze sul corpo: aumenta il dolore somatico, come dimostra la crescita dei casi di fibromialgia, e si accompagna a stanchezza mentale, depressione e zoom fatigue, emersa soprattutto dopo la pandemia. La comunicazione digitale, infatti, altera l’equilibrio tra comunicazione verbale (10%), paraverbale (50%) e non verbale (30%), sovraccaricando quest’ultima. Le emoticon, nate nel 1982 all’Università Carnegie Mellon grazie a Scott Fahlman, tentano di compensare questa mancanza, ma non eliminano il problema.
Il multi-tasking digitale ha effetti negativi sulla memoria e sull’attenzione, contribuendo a una vera e propria crisi dell’attenzione, tanto che in alcuni paesi, come l’Australia, si sta arrivando a vietare l’uso degli schermi sotto i 14 anni. Byung-Chul Han, in Nello sciame, descrive il digitale come uno spazio che favorisce la polarizzazione, la perdita dell’individualità e l’omologazione emotiva.
Un altro aspetto cruciale riguarda la profilazione: più informazioni condividiamo, più il nostro profilo diventa dettagliato e commerciabile, come dimostrano le inchieste sulla vendita dei dati (cash investigation). A questo si aggiungono fenomeni come i sock puppet, profili falsi usati per influenzare opinioni, e le strategie della psicologia della persuasione, che sfruttano scorciatoie cognitive come riprova sociale, gradimento, autorità e scarsità.
Esistono poi le ombre ambientali dei social: l’intelligenza artificiale e i data center hanno un impatto enorme, con consumi d’acqua equivalenti a quelli di 10 milioni di persone e emissioni di CO₂ paragonabili a quelle di 10 milioni di automobili.
Sul piano esistenziale, i social alimentano una solitudine digitale fatta di maschere e identità frammentate. Si parla di quattro tipi di sé: il sé online, il sé offline, il sé ideale e il sé reale. Pratiche come il phubbing (snobbare chi è presente per guardare il telefono), la condivisione continua delle vacanze e l’uso passivo dei social — limitarsi a osservare la vita degli altri — rafforzano il senso di alienazione. Jean M. Twenge, in Iperconnessi, e Jonathan Haidt, ne La generazione ansiosa, descrivono una generazione sempre più fragile, mentre Giuseppe Riva, in Io, noi, loro, analizza le trasformazioni dell’identità nell’era digitale.
A tutto questo si oppongono pratiche di consapevolezza come il digital detox e lo yoga, che aiutano a recuperare l’embodiment, ovvero il radicamento nel corpo, contrastando il disembodiment, l’alienazione corporea. Le neuroscienze mostrano che lo yoga stimola l’insula, area di integrazione mente-corpo, aumentando la materia grigia e favorendo un’immagine corporea più positiva.
Contrastare l’era dei social significa allora coltivare uno sguardo critico, accettare l’ipotesi di non sapere, mettersi nei panni dell’altro e osservare noi stessi dall’esterno. Iniziative come Parole O_stili (vedi link: https://www.paroleostili.it/) vanno in questa direzione, promuovendo un uso etico e consapevole della comunicazione digitale. Perché, in fondo, se i social sono il traffico, noi ne siamo parte attiva — e possiamo scegliere come attraversarlo.
Frasi del libro Dalla sofferenza alla gioia di Mario Thanavaro
La ricerca interiore é un omaggio alla vita. Per molti è un viaggio nella natura dell’essere umano, nella fede della sua divinità; un percorso di risveglio della coscienza al fine di liberarla da qualsiasi dipendenza, da qualsiasi sofferenza, da qualsiasi prigionia e dalla stessa ricerca di un senso. E’ un processo che ci vede protagonisti sul piano delle relazioni umane ed esploratori di quelle dimensioni “superiori” della coscienza che alcuni definiscono appunto spirituali. E’ un percorso che porta alla liberazione: dall'inizio al non io, dalla “SOFFERENZA ALLA GIOIA”.
Pag. 44. Per esperienza personale posso dire che la sofferenza può prendere la forma dell'angoscia, del vuoto interiore, della depressione, del male di vivere. Molta della nostra sofferenza esistenziale è caratterizzata da queste due tendenze: il senso di inutilità della vita, di vuoto interiore; e ci porta all’angoscia; e non percepire una finalità, un significato nella vita, ci getta inevitabilmente nella depressione.
Pag. 48. La vita è uno spazio luminoso aperto, infinito, pronto ad accogliere il nostro movimento. La felicità e la gioia sono gli obiettivi di ogni persona. […] Quando prendiamo consapevolezza che la sofferenza è funzionale a un percorso di comprensione, la vita si rivela nel suo significato più profondo e ritroviamo la via della gioia.
Pag. 53. La maggior parte della sofferenza che viviamo appartiene all'ambito relazionale e affettivo. Il meglio e il peggio di noi viene fuori quando siamo in relazione.
Pag. 63 Il dolore può liberare onde di energia creativa e rivelare grandi talenti, vedi l'opera di Frida Kahlo, in cui il dolore è la costante di tutta una vita; o l'urlo di Munch pieno di paura, angoscia e disperazione. Nei miei anni giovanili questo dipinto rappresentava perfettamente l’inquietudine profonda del mio animo che avvertiva la sua impotenza di fronte all'ineluttabile e funesto destino umano.
Pag. 65. Da giovane mi sono chiesto tante volte “L’uomo ferito a chi grida?”. Se Dio esiste, ed è buono e misericordioso e onnipotente, perché non interviene? Perché non impedisce il male? Allora non trovavo risposte. Anche il Papa Giovanni Paolo II, una domenica di ottobre nel 1985, parlò "del silenzio assordante di Dio di fronte a tanta sofferenza".
Pag. 72. Il dolore è inevitabile e nell'arco della vita lo proveremo tutti. La sofferenza è ciò che aggiungiamo al dolore; è il dolore fisico potenziato, al dolore fisico si aggiunge la frustrazione psicologica.
La felicità umana è l'obiettivo di tutti, ma può essere trovata solo nel profondo del proprio cuore.
Pag. 78 . E' nella quotidianità che troviamo le occasioni per la riscoperta della gioia. Ci dobbiamo educare ed addestrare a vivere bene. Per farlo è importante lasciar andare il risentimento, il pessimismo, l’orientamento negativo tipico di una coscienza che si sta spegnendo, che perde la fiducia e non crede nella possibilità di un cambiamento.
Pag. 80. Ci accorgeremo con il passare del tempo che all'esterno non è cambiato niente, ma è all'interno che è avvenuta una rivoluzione della coscienza. […] in questo senso possiamo dire che passare dalla sofferenza alla gioia è un addestramento, un’educazione continua alla risoluzione del conflitto, della problematica che affligge la mente e il cuore.
Pag. 81. La meditazione si pone come uno strumento per facilitare questo percorso, uno strumento che richiede molta dedizione, molta perseveranza e che ci permette di portare a perfezione virtù quali la generosità, la moralità, la rinuncia, la saggezza, l’umiltà, la pazienza, l’onestà, la determinazione, la benevolenza e l’equanimità.
Pag. 82. Per meditazione si intende la capacità di guardare, vedere, osservare e realizzare “le cose così come sono”.
Pag. 83. La spiritualità è un processo di maturazione della coscienza che ci permette di uscire dalla visione dualistica "Io-mondo", percepire la scomparsa dell'Io, andare al di là della percezione di oggetti e sensazioni, sentirsi parte integrante di quella realtà che ci circonda. Io sono parte di quella realtà, sono in quella realtà e quella realtà è in me, più grande di me; e infine il “me” non c’è più.
Dopo essere riusciti a risolvere i nostri conflitti interiori, occorre ritornare nel mondo, guardarlo con occhi diversi per riscoprirne l'umanità. Manca ancora una cultura che ci educhi ad essere aperti alla difficoltà, alla sofferenza e al dolore di un altro essere umano.
Pag. 87. Non si possono salvare gli altri se non fanno niente per salvarsi. Farsi carico delle problematiche altrui senza che gli altri si assumano la responsabilità della propria condizione porta allo sfinimento. Lo sanno bene tutti quelli che operano all’interno delle cosiddette professioni di aiuto, Per molti aspetti il religioso svolge una professione di aiuto e …. rischia il burnout. Ne so qualcosa per esperienza. […] come monaco, insegnante di meditazione, abate ero pronto ad ascoltare chiunque mi sottoponeva un problema o aveva un sincero interesse per la ricerca interiore. Ero una presenza costante soprattutto nei momenti più difficili della comunità laica e ciò mi richiedeva molta energia. Di fatto la lezione più importante che dovetti apprendere nei miei anni d’impegno monacale fu non farmi fagocitare dalle continue richieste di aiuto che mi venivano rivolte. Non sempre sono stato in grado di dire di no. [...]
Fin da piccolo la mia indole mi ha portato all’introspezione; mi piaceva giocare all’aperto, spesso da solo con la terra e l’acqua. […] Volevo scendere nel profondo di me stesso. […] Da tempo mi ponevo delle domande del tipo “Perché siamo qui? Quale è il senso della vita? Chi sono io ? Dio esiste? Perché tanta ingiustizia sulla terra? […] Ero alla ricerca di Dio e ancor prima percepivo come vitale l’incontro personale, nel profondo, con me stesso.
Pag. 89 Come tanti ragazzi a metà degli anni Settanta volevo uscire dal sistema, immaginavo un mondo diverso e migliore. Il mio motto era “Fermate il mondo, voglio scendere”. Erano anni di speranze, sogni e utopie. Tuttavia non credevo nella lotta politica e tanto meno in quella armata. Ero convinto della necessità di un cambiamento radicale, di una vera e propria rivoluzione, non fuori di me, ma interiore. […] Non mi interessava abbattere il sistema politico-religioso o cambiarlo, e non cercavo una vita avventurosa, ma un modo di vita alternativo al di fuori del sistema.
Grazie all’interesse per la musica mi avvicinai all’India e alla sua spiritualità, e attraverso la lettura e l’amicizia con un commilitone scoprii la saggezza del Buddha che mi indicò la via da prendere. Diventavo sempre più consapevole che il problema esistenziale è rinchiuso nella percezione di un nucleo solitario irraggiungibile e che la ricerca andava fatta dentro me stesso e stanare quel dolore esistenziale profondo.
Dopo un periodo di introspezione e ricerca, sia come cristiano sia attraverso la scoperta del buddhismo, sentii che era venuto il momento di fare una scelta e pensai seriamente di abbracciare la vita religiosa. […] Avevo bisogno di un luogo dove fermarmi per crescere nel silenzio e verso la luce. […] Per fare questo era fondamentale trovare un posto dove ritirarmi e dove essere aiutato nel mio viaggio interiore per scoprire i principi e le leggi mistiche che regolano la natura e l’universo. Volevo essere me stesso, uno spirito libero, e per farlo sapevo di dover iniziare dal disagio legato all’identità: l’autoconoscenza sarebbe stata la premessa per un vero risveglio spirituale. Le letture del monaco trappista Thomas Merton mi avevano fatto sognare, e accesero in me la vocazione e il desiderio di una vita di preghiera e di silenzio dove i monaci possono parlare solo due volte l’anno!
Pag. 92-93. In un ristorante vegetariano sentii parlare di un centro buddhista vicino a Oxford, dove insegnavano i monaci della tradizione Theravada. Così all’età di 22 anni, presi una decisione che cambiò il corso della mia vita. Andai in Inghilterra dove incontrai Achaan Sumedho, maestro e monaco buddhista. Iniziai il periodo di preparazione per diventare monaco e diventai novizio. Diventai così il primo monaco buddhista occidentale, discepolo di Achaan Chah.
Quando sentii l’esigenza di ritornare allo stato laicale, di nuovo nel mondo, ne presi atto; ero convinto di seguire la voce di un ordine superiore: l’amore. Prima avevo la percezione di un mondo cattivo; poi , grazie alla maturità sviluppata in anni di pratica e di esperienza di vita monastica, sentii che il mio compito era quello di ritornare nel mondo, guardarlo con occhi diversi per riscoprirne l’umanità.
Capitolo - Scoprire chi siamo veramente. Pag. 165. Il frutto della pratica meditativa, a volte descritto come realizzazione spirituale, non è l’effetto di una tecnica, bensì l'espressione naturale della gioia di vivere, della percezione dell'essere al di là di qualsiasi ricerca, dubbio e illusione. Per superare il senso di separazione che caratterizza la nostra visione della realtà dobbiamo superare l’immagine distorta frapposta dalla nostra coscienza, ovvero la maschera, l’ego, che opera seconda la visione dualistica dell’io/mio. […] Se entriamo in questo flusso di energia universale viviamo in armonia e facciamo parte del tutto, liberi da una volontà limitata e da una coscienza individualizzata.
Pag.167. Vedere le cose per quello che sono ci permetterà di riconoscere che tutto cambia, dentro e fuori di noi, e si trasforma con il passare del tempo.
L’accettazione di sé ci porta all’accettazione dell’altro e in questo volersi bene nasce il fiore dell’amore. Come dice Krishnamurti: “la fioritura dell'amore è la meditazione”. E ci dà un senso di unità. [...]
Spesso tendiamo a guardare fuori di noi alla ricerca di un essere perfetto, un santone, un maestro, o una maestra da seguire e venerare, dimenticando la nostra innata capacità di introspezione. Dovremmo vivere la nostra vita con fiducia, forza e coraggio, infinita pazienza e compassione, con saggezza e amore senza cercare miti e modelli da seguire alla cieca.
Pag.169. La felicità che tanto cerchiamo all’esterno è dentro di noi. Ma dove? Chiederete. Personalmente l’ho tanto cercata per diversi anni, finché ho compreso che non si trattava di cercarla bensì di trovarla.
Pag. 173. Il percorso meditativo coinvolge quindi più piani e dimensioni, fino alla realizzazione della gioia, fino all’identificazione con " l’Io Sono ", con la divinità, risvegliandoci alla consapevolezza della sua presenza. Noi siamo questa realtà ultima, noi siamo Dio! E’ il caso di ricordarlo, soprattutto nei momenti di sconforto.
Osservatevi. A volte c’è la felicità, a volte c’è la sofferenza, a volte il piacere, a volte il dolore, a volte l’amore, a volte l’odio… Questo è il Dhamma da conoscere, dovete indagare la vostra esperienza.
Rifletto spesso sul fatto che per noi un cammino ha sempre una meta. Tuttavia, una delle mie grandi lezioni nella vita è stata “Non cercare, trova! Ovunque tu vada, ci sei già”.
Pag. 174. Siamo tutti scalatori … abbiamo sempre bisogno di una scala. Una persona illuminata non è qualcuno che ha raggiunto l’ultimo gradino di una scala: L'illuminazione è smettere di salire o scendere una scala, è un ritornare ad essere naturali. La pratica è vita. Per questo ringrazio tutti coloro che mi hanno aiutato ad andare avanti con fiducia trasformando l’attaccamento in generosità, la paura in umiltà, l’ignoranza in saggezza, la tristezza in gioia di vivere e di amare.
Capitolo - Un dialogo con l’autore. La sofferenza modifica il rapporto dell’individuo con se stesso.
Pag. 176-177. Nel Mahayana il praticante viene sollecitato alla riflessione continua sulla relazione ”La forma è vuoto, il vuoto è forma; la forma è forma, il vuoto è vuoto”. E’ un richiamo sul quale occorre riflettere un po’ più a lungo; l’approccio olistico, che considera l’individuo come un’unità, si sta diffondendo anche nella tradizione medica occidentale, non con poche difficoltà e confusioni. Nell’ambiente medico sono sempre più diffusi gli approcci olistici nei quali l’individuo non è più visto in termini di parti staccate, separate. Anche la medicina si sta avvicinando a una concezione di inter-relazione e interdipendenza. Inizia a considerare l’essere umano come “intero”.
E’ davvero possibile contattare un livello di coscienza superiore in cui osserviamo l’evento; a livello terapeutico, un passo fondamentale per entrare consapevolmente nel processo di guarigione è quello di acquisire la posizione del testimone.
E’ la dimensione dell’osservazione; non sono più legato al turbamento psicologico che è proprio della coscienza in balia del mio malessere, ma sono al di là dell’evento e quindi posso osservarlo. Questa posizione di neutralità, o meglio di equanimità, permette di cambiare l’evento stesso e di essere parte attiva nel percorso di guarigione.
Il rapporto avuto con i medici e la malattia. Sarò eternamente grato ai medici per il loro intervento; mi è però rimasta nella memoria la solitudine che era dovuta al loro non riguardo, alla loro non attenzione, alla loro non presenza. Mi sono sentito curato e accolto sul piano medico, ma ignorato sul piano umano. Secondo me è importante allenare la capacità di mantenersi contemporaneamente lucidi in quanto professionisti ed essere profondamente umani. L’empatia è un modo bellissimo per far sentire l’altro speciale.
Pag. 185. Le difficoltà vanno affrontate con una nuova visione olistica, che non è quella della separazione e della contrapposizione, ma quella dei valori spirituali dell’universalità, della compassione, dell’amore, della compartecipazione, della comprensione e dell’accettazione dell’altro.
Confesso di essere stato anch’io vittima di un approccio sbagliato ai paradigmi sociali e spirituali, cosa che mi ha fatto sentire inferiore a chi consideravo più dotto, più intelligente, più perfetto e illuminato di me. Ero alla continua ricerca di una guida spirituale, di un leader idealizzato, di qualcuno che risolvesse tutti i problemi e che fosse in grado di dirmi cosa è il bene e cos'è il male, quale è la cosa giusta da fare, ecc. Ciò non aiuta alla nostra evoluzione interiore.
Come dice Jiddu Krishnamurti "Voi credete nei salvatori, ma è proprio da loro che dovete salvarvi. Vi dovete redimere dall'idea che qualcuno possa venire a redimervi".
In altre parole, si tratta di essere umili, fiduciosi e onesti con se stessi, di vivere semplicemente la propria vita facendo quello che deve essere fatto senza cercare riconoscimenti e successo, e superando la paura di fallire.
Duḥkha - la sofferenza
Nella tradizione vedica, duḥ indica ciò che è difficile o negativo, mentre kha rimanda allo spazio o al sopportare; il significato complessivo è quindi “difficile da sopportare”. Duḥkha non indica soltanto il dolore acuto, ma anche la sofferenza intrinseca alla condizione dell’essere vivente, che include persino i momenti di felicità e serenità, poiché tutto è impermanente. Nel Buddhismo, dukkha è causato dall’attaccamento (taṇhā) alle cose impermanenti e da una falsa comprensione della realtà. Ognuno sperimenta il dukkha che deriva dalle proprie azioni, e ogni lamento è considerato superfluo nel cammino dello yoga.
I nostri atti producono effetti, talvolta anche negativi, generando dukkha. Spesso si utilizza l’esempio del carro: se una ruota, all’interno del carro, non funziona correttamente, l’andamento diventa irregolare e ne deriva uno stato di sofferenza. Una leggenda tratta da un Purāṇa presenta una vera e propria genealogia di dukkha: alla sua origine vi sono la violenza e l’ingiustizia, seguite da frode, falsità e dolore. I genitori di dukkha sono il dolore e un particolare inferno, mentre i suoi “fratelli” sono l’avidità, la collera e altre passioni distruttive. Dukkha è ciò che porta miseria; l’essere umano deve riconoscerla e cercare di superarla. Tutti i principali cammini spirituali pongono alla base della loro filosofia lo stato di sofferenza come qualcosa da trascendere, seppur con modalità diverse. Anche il Buddhismo affronta la sofferenza attraverso le Quattro Nobili Verità, che ne costituiscono il fondamento.
Questo processo è descritto anche nel Terzo Libro, Sutra 3.9, dove si afferma che nirodha pariṇāma è la trasformazione della mente quando essa viene permeata dallo stato di nirodha, un attimo di “non-mente” che interviene tra la scomparsa di un’impressione e l’insorgere di quella successiva. La mente può creare abitudini di pace, così come può creare abitudini e attitudini portatrici di dukkha. Può essere in uno stato di quiete (nirodha) oppure distratta e in continuo movimento. Molti fattori della vita quotidiana tendono a sottrarci energia, rendendo difficile il raggiungimento dello stato di nirodha. Nella malattia e nel mondo contemporaneo, dukkha tende spesso a manifestarsi in modo accentuato.
T.K.V. Desikachar definisce il tapas come la disciplina interiore e l’ardore che nascono dal profondo per sostenere una pratica autentica. Il tapas è finalizzato a purificare il sistema e a migliorare le capacità, senza mai causare sofferenza, ma piuttosto rafforzando corpo e mente per procedere con maggiore consapevolezza. Questa visione è esposta nel suo libro Il cuore dello yoga e nei suoi insegnamenti.
Esiste quindi la possibilità di uscire dalla sofferenza e dall’agire condizionato che l’ha prodotta. Cambiando la mente, si avvia un processo che permette di superare dukkha attraverso il lavoro interiore, l’attenzione mentale, lo studio del Sé, l’auto-osservazione e la capacità di lasciare andare il frutto delle azioni. Azione e aspettativa devono essere tenute separate. È importante essere consapevoli che dentro di noi operano due energie: l’energia materiale e l’energia del puruṣa, l’osservatore. Senza un minimo stato di coscienza che illumini questa distinzione, non può esserci progresso né uscita da dukkha. Ciò che appare negativo può diventare un mezzo per trascendere la sofferenza: riconoscere e accettare il proprio dukkha è il primo passo, seguito dalla comprensione della sua origine.
Nei testi Yoga e religiosità e Il cuore dello yoga viene descritto come oggi dukkha derivi dall’ansia, dal malessere esistenziale, dall’assenza di solidi pilastri dharmici e dal fatto che, dentro di noi, mancano quelle certezze naturali che invece si ritrovano nella natura. Il libero arbitrio ha fatto sì che questi pilastri dharmici siano diventati instabili e traballanti.
Krishnamacharya e il cuore degli Yoga Sutra
Tirumalai Krishnamacharya (1888–1989) è considerato uno dei più grandi maestri di yoga del XX secolo. Egli riteneva che gli Yoga Sutra di Patanjali fossero l’unico testo capace di offrire una presentazione chiara, completa e sistematica dello yoga, e sosteneva che ogni sutra potesse essere direttamente collegato alla pratica. Per Krishnamacharya, infatti, il Raja Yoga non aveva alcun senso senza una sadhana concreta, vissuta e quotidiana
L’immagine di Patanjali lo rappresenta con quattro mani e quattro oggetti. La spada simboleggia il taglio dell’ignoranza: i sutra devono essere praticati anche nella vita quotidiana, e chi li commenta deve averli vissuti personalmente.
I sutra, secondo Krishnamacharya, non devono essere solo studiati: i due sutra centrali del primo libro si rivolgono al cuore, il terzo a chi ha elevata comprensione mentale e il quarto offre la possibilità di collegarsi con il mondo.
Questa visione nasceva da una formazione straordinaria: Krishnamacharya era diplomato in tutte e sei le darśana, le scuole filosofiche indiane ortodosse (Nyaya, Vaisheshika, Samkhya, Yoga, Mimamsa e Vedanta). Gli Yoga Sutra rappresentavano per lui una vera e propria “stella polare”, il punto di riferimento costante sia per la pratica sia per l’insegnamento.
Secondo il racconto di Krishnamacharya, uno dei suoi maestri principali fu Rama Mohan Brahmachari, figura leggendaria che visse per molti anni in una grotta sulle montagne himalayane, vicino al Tibet. Brahmachari insegnava gli Yoga Sutra, lo yoga terapeutico e una vastissima pratica di asana, che secondo la tradizione arrivava a migliaia di posizioni. Si dice inoltre che avesse studiato l’antico e mitico testo yogico Yoga Korunta, attribuito a Vamana Rishi.
Krishnamacharya visse con lui per circa sette anni, apprendendo non solo gli aspetti filosofici dello yoga, ma anche l’uso terapeutico della pratica e tecniche avanzate legate al controllo del respiro e del sistema nervoso (come la capacità di “fermare il polso”). Nel 1918, Brahmachari gli ordinò di tornare a Mysore, insegnare yoga e formare una famiglia, segnando l’inizio della sua missione pubblica.
Gli Yoga Sutra di Patanjali sono spesso considerati un sunto essenziale degli insegnamenti filosofici indiani sulla mente, sul suo funzionamento e sul suo potenziale. Da quasi duemila anni resistono alla prova del tempo e costituiscono la base teorica non solo dello yoga, ma anche di una parte importante della filosofia indiana classica. La letteratura dei sutra ha infatti rappresentato la spina dorsale delle sei darśana, e in particolare delle scuole Yoga e Samkhya.
Un sutra possiede caratteristiche ben precise: è conciso, chiaro, ricco di significato, universale, applicabile nella pratica, degno e logicamente inconfutabile. Proprio per questo, i sutra restano validi in ogni epoca e in ogni contesto culturale.
Insieme al figlio T.K.V. Desikachar, Krishnamacharya sviluppò un metodo in cui la pratica fisica, il respiro e la mente erano integrati secondo gli otto anga dell’Ashtanga Yoga di Patanjali (yama, niyama, asana, pranayama, pratyahara, dharana, dhyana, samadhi). Questi insegnamenti sono raccolti nel testo Il cuore dello yoga, considerato uno dei riferimenti principali dello yoga moderno.
Il principio centrale era il vinyasa krama, cioè una progressione graduale e intelligente: krama significa infatti “ordine” o “passo dopo passo”. La pratica deve partire da dove la persona si trova, avere un obiettivo chiaro e, una volta raggiunto, riportare il praticante al punto di partenza in modo equilibrato. Questo approccio tiene conto del concetto di dukkha, il disagio o la sofferenza: riconoscerla è il primo passo per evitarla, come afferma Patanjali nel Sutra II.16 (heyam duḥkham anāgatam – “la sofferenza futura può essere evitata”).
Lo Sri Yantra
Lo Sri Yantra è considerato il più potente e sacro degli yantra (diagramma sacri) ed è utilizzato da migliaia di anni nella meditazione, nello yoga e nell'armonizzazione energetica. Conosciuto anche come Sri Chakra o Shree Yantra, questo complesso diagramma è un vero e proprio strumento di trasformazione interiore, rinomato per i suoi potenti benefici spirituali e vibratori; ogni diagramma rappresenta un chakra del corpo umano. I chakra sono i centri energetici del corpo e sono associati a diverse aree della vita, come la salute, l'amore, la creatività e così via.
Composto da nove triangoli intrecciati, rappresenta l'unione di maschile e femminile, microcosmo e macrocosmo, il cammino verso l'unità interiore. Disegnato e contemplato da oltre 2000 anni in India, lo Sri Yantra eleva la coscienza e favorisce il risveglio spirituale.
La parola yantra, derivata dal sanscrito, significa "strumento" o "strumento di maestria". Nelle tradizioni induista e buddhista, uno yantra è un diagramma geometrico sacro usato come supporto per la meditazione, la concentrazione e la visualizzazione. L'Enciclopedia Universale lo definisce così: "Diagrammi o immagini lineari usati come supporto per la meditazione, il cui significato metafisico è colto dall'intelligenza intuitiva".
Ogni yantra è un ponte tra il visibile e l'invisibile, una mappa simbolica dell'universo, del corpo umano o delle forze divine. Queste figure possono includere cerchi, triangoli, loti e quadrati, ognuno dei quali porta con sé un significato profondo.
Lo yantra è un ausilio visivo utilizzato nella meditazione, così come il mantra è un ausilio vocale. Si dice che meditare su uno yantra dia accesso all'unità con il concetto ad esso collegato. Le forme che lo compongono - triangoli, quadrati, cerchi - veicolano contenuti coscienti attraverso il loro significato noto, ma fanno anche appello a strutture psichiche inconsce. Queste composizioni di segni geometrici proporzionati e centrati ricordano i mandala.
Uno yantra è sempre circoscritto all'interno di una struttura generalmente quadrata. Nel simbolismo mistico tradizionale indiano, il significato di queste figure geometriche è il seguente:
- Il punto, Bindu, rappresenta l'energia, il centro da dove si dipana la creazione (nel Tantrismo, il bindu è anche un chakra);
- Il triangolo equilatero con la punta verso il basso, Shakti Kona, rappresenta l'aspetto femminile, l'acqua;
- Il triangolo equilatero con la punta verso l'alto, Shiva Kona, rappresenta l'aspetto maschile, il fuoco;
- Il cerchio, rappresenta la perfezione, un hcakra, l'aria;
- Il quadrato, Bhupura (o Bhur in sanscrito), rasppresenta la solidità, la terra;
- Il fiore di loto, Padma, rappresenta la purezza.
Il punto è la più semplice e astratta delle figure geometriche. Infinitamente piccolo per definizione, rappresenta tuttavia il primo stadio della manifestazione dell'energia creativa nel mondo della forma. In sanscrito, bindu significa sia "punto" (in un piano) sia "goccia" (nello spazio). Evoca il seme primordiale, la prima scintilla che emerge dal vuoto perfetto. Nelle tradizioni spirituali dell'India, il Bindu è il centro originario di tutti gli yantra e i mandala. È da qui che viene tracciata la sacra struttura geometrica: dal vuoto alla forma, dal sottile al visibile. Durante la meditazione, il praticante fissa lo sguardo o l'attenzione su questo punto centrale. Simbolicamente entra nello yantra attraverso il Bindu, per ripercorrere il cammino inverso della creazione: dalla materia allo Spirito, dalla forma all'Unità. Il Bindu è quindi una porta tra i mondi, sia l'inizio della manifestazione che il ritorno al piano divino. Incarna l'origine e la fine del viaggio spirituale.
Tradizionalmente, le donne indiane disegnano o incollano questo bindu tra le sopracciglia, sotto forma di un punto rosso. Considerato il terzo occhio, simboleggia l'apertura della coscienza e la capacità di vedere oltre le apparenze, oltre la dualità materiale.
Lo Sri Yantra è una rappresentazione sacra composta da nove triangoli intrecciati intorno a un punto centrale, il Bindu. Questi triangoli non sono disposti a caso:
- i 4 triangoli rivolti verso l'alto simboleggiano Shiva, l'energia maschile, l'elevazione spirituale.
- i 5 triangoli rivolti verso il basso rappresentano Shakti, l'energia femminile, la discesa nella materia.
Insieme, queste due forze opposte e complementari formano un'unione perfetta, simile allo yin e allo yang taoisti, che si incontrano nel Bindu. È l'espressione stessa dell'equilibrio cosmico e della non-dualità (Advaita). Questi 9 triangoli si intrecciano per creare un totale di 43 triangoli più piccoli, formando una matrice di creazione che riflette la struttura dell'universo. Lo Sri Yantra è quindi un mandala cosmico, una mappa simbolica del cammino dell'anima verso l'unità.
Dall'esterno verso il centro, passiamo attraverso nove livelli di esperienza:
- Trailokya Mohana (il quadrato esterno): rappresenta la Terra, con le sue 4 porte che si aprono sulle direzioni cardinali
- Loto a 16 petali: livello dei desideri soddisfatti
- Loto a 8 petali: livello dei desideri soddisfatti. Loto a 8 petali: livello delle energie attive
- I Cinque livelli formati da triangoli: rappresentano i diversi stadi della realizzazione spirituale
- Il Bindu: punto finale delle energie attive.
Ogni livello ci guida dalla periferia al centro, dal mondo materiale al cuore dell'Essere, oltre l'illusione (Mâyâ). Lo Sri Yantra non è solo un disegno: è un viaggio interiore, un'ascesa spirituale incisa nella geometria.
Può essere posizionato di fronte a voi in posizione seduta, o anche visualizzato mentalmente una volta memorizzato. Il semplice atto di fissare lo sguardo sul centro dello Sri Yantra, senza sforzo, vi porterà gradualmente verso uno stato di calma, chiarezza e presenza. Questo simbolo diventerà naturalmente un compagno spirituale, guidandovi verso una maggiore profondità e connessione interiore a ogni sessione.
Sprechi la vita se non dai amore, non osi, non rischi - Oscar Wilde
Oscar Wilde amava giocare con le parole e le idee, ma dietro il suo humour spesso si nascondevano grandi verità. Per lui, la vita è un terreno di esperienze da abbracciare, un’occasione da non sprecare, un’opera d’arte da creare con passione e audacia. In molte sue frasi troviamo questo ritratto: la vita come momento da vivere intensamente, la felicità come risultato del coraggio di esprimere se stessi e la felicità come scelta di rischio e presenza. Una delle sue affermazioni più famose è quella che mette insieme amore, potere, prudenza e felicità.
“Lo spreco della vita si trova nell’amore che non si è saputo dare, nel potere che non si è saputo utilizzare, nell’egoistica prudenza che ci ha impedito di rischiare e che, evitandoci un dispiacere, ci ha fatto mancare la felicità.” Questa frase di Oscar Wilde è molto più di una citazione: è una lente per guardare la nostra esistenza con occhi diversi.
Con "Amore non dato" non si tratta solo di amore romantico, ma di quell’energia vitale che esprimiamo nelle relazioni, nelle parole dette o non dette, negli abbracci, nell’affetto e nella presenza. Quando tratteniamo i nostri sentimenti per paura di essere vulnerabili, perdiamo qualcosa che potrebbe arricchire la nostra vita e quella degli altri.
Il “Potere non utilizzato” qui non va inteso come dominio sugli altri, ma come capacità personale: il talento, la voce, la scelta di dire “sì” o “no”, la decisione di seguire un sogno. Rinunciare alle proprie possibilità significa rinunciare a se stessi, a quel potenziale unico che ci rende vivi.
La prudenza non è un vizio: è spesso una forma di protezione. Ma quando diventa “egoistica”, cioè motivata soprattutto dalla paura di soffrire, diventa un freno. Oscar Wilde ci invita a chiederci: Viviamo per evitare ogni rischio o viviamo per sperimentare ed essere felici? Infatti, se scegliamo sempre la strada più sicura, possiamo evitare qualche ferita… ma perdiamo anche la soddisfazione di aver amato, creato, rischiato. Questo è il centro del messaggio: la felicità non sta nel non soffrire, ma nell’avere vissuto, con tutto ciò che questo comporta.
Sprechi la vita se non dai amore, non osi, non rischi. La frase di Oscar Wilde ci spinge a riflettere su noi stessi. Quante volte abbiamo rinunciato a dire ciò che sentivamo? Quante volte abbiamo lasciato che il dubbio o la paura ci bloccassero? Quante opportunità abbiamo lasciato passare pensando che non fosse il momento giusto?
Queste rinunce possono non ferirci immediatamente, ma a lungo andare si trasformano in rimpianti, in una sensazione di vuoto difficile da spiegare. La felicità non è una destinazione, è un processo che nasce dall’impegno di vivere pienamente: amando, esprimendo il nostro potere personale e accogliendo il rischio di sbagliare.
Oscar Wilde, con la sua arguzia e profondità, ci invita a guardare la vita con occhi nuovi e diversi: non come una serie di ostacoli da evitare, ma come un’opportunità da cogliere. Non come una prova da superare, ma come un’esperienza da vivere con autenticità, coraggio e amore. Perché la vita non è solo ciò che accade… è ciò che scegliamo di fare con ciò che ci accade.
Altre frasi di Oscar Wilde sulla vita:
- “La vita è troppo importante per essere presa sul serio.”
- “Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, ecco tutto.”
- “Il segreto della vita è cadere sette volte e rialzarsi otto.”
- “La vita imita l’arte molto più di quanto l’arte imiti la vita.”
- “La maggior parte delle persone sono altre persone. I loro pensieri sono opinioni di qualcun altro, la loro vita una mimica, le loro passioni una citazione.”
- “Non prenderò mai una posizione nella vita. Troppo comoda.”
- “La vita è troppo breve per sprecarla a realizzare i sogni degli altri.”
- “La vita è solo un sogno, e l’amore ne è il sogno più bello.”
Arthur Schopenhauer: Morale e religione
Arthur Schopenhauer (1788-1860) è stato il filosofo che maggiormente ha influenzato la cultura europea della seconda metà del XIX secolo e dell’inizio del XX secolo, rappresentando, per un ricco stuolo di pensatori, letterati ed artisti, da Nietzsche a Freud, da Pirandello a Zola, da Kafka a Svevo e a Thomas Mann, una fonte inesauribile di stimoli speculativi, di provocazioni critiche e di suggestioni etiche ed estetiche.
Schopenhauer non ha scritto un’unica opera intitolata Morale e religione, ma questi temi attraversano in modo centrale gran parte della sua produzione filosofica, in particolare i Parerga e Paralipomena, pubblicati nel 1851. In quest’opera egli sviluppa le sue riflessioni sulla morale, fondata sull’etica della compassione, e sulla religione. L’antologia mette in luce la sua acuta e spietata capacità di analisi demitizzante delle certezze del suo tempo, che sfocia in un approdo mistico-religioso di un pensiero permeato da un originalissimo “pessimismo”, nel quale si intrecciano tematiche e convinzioni delle migliori tradizioni filosofiche occidentali e orientali.
I principali riferimenti filosofici di Schopenhauer sono Platone e Kant: la realtà, secondo lui, deriva dalla nostra percezione. Ma al di là del mondo così come appare, esiste un nucleo permanente? Questo nucleo, privo di limiti spazio-temporali, è il principio ultimo di tutto: una forza cosmica e creatrice che muove ogni cosa. L’uomo stesso è sospinto da questo principio teorico-speculativo, che Schopenhauer analizza attraverso le diverse dimensioni dell’esistenza.
Per il filosofo, l’esistenza si articola in due dimensioni fondamentali: il mondo governato da spazio, tempo e causalità, in cui percepiamo la realtà in modo illusorio e frammentato; e l’essenza ultima, unica, irrazionale e cieca, un desiderio insaziabile che si manifesta in ogni forma di vita, dall’uomo alla natura, ed è la causa profonda della sofferenza. La vita oscilla continuamente tra il dolore, prodotto dal desiderio non appagato, e la noia, che segue i brevi momenti di soddisfazione.
Se esiste qualcosa di buono, come si spiega allora il male? Schopenhauer osserva come spesso la migliore amicizia si trovi tra i quadrupedi, mentre la vita umana appare come una grande mascherata. L’uomo è descritto come selvaggio e feroce, dominato da un egoismo colossale, capace di infliggere enormi tormenti anche agli animali.
A chi afferma che “la vita è bella”, Schopenhauer risponde provocatoriamente invitando a fare “un giro negli ospedali, nei campi di battaglia, nei ghetti”. Vita e morte si intrecciano: la morte è definita come “l’abito migliore” della vita. Tuttavia, un altro modo di essere è possibile, come mostra l’esempio degli animali.
Nell’uomo esiste un profondo bisogno metafisico e, all’interno di questa massa oscura dell’esistenza, emergono alcuni punti luminosi. Schopenhauer riconosce la presenza di un principio buono e redentore negli esseri umani: dal nostro interno “zampilla l’eterno”, espresso nella formula orientale Tat tvam asi — “tu sei quello”.
Lo «Yoga sutra» di Patanjali
Scuole e testi Yoga
- scuole in cui prevale l'approccio psicologico, che possiamo chiamare “bhavana yoga”;
- scuole in cui prevale l'approccio fisiologico o vitale, che possiamo chiamare “prana - samyama yoga”.
Introduzione al Blog
Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi. Nel Blog ci sono circa...
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Sequenza proposta all'ashram di Krishnamacharia. Leggera difficoltà.
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Questi sono i riassunti degli ultimi libri che ho pubblicato: Thich Nhat Hanh, un sentiero tra le stelle: - https://maramici.blogspot....
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The author is Cesare Maramici. See: https://www.edizioniefesto.it/collane/theoretika/677-lo-yoga-spiegato-a-mia-figlia I f someone is inte...








