sabato 19 settembre 2026

Razzismo: comprendere per combattere

Il razzismo può essere definito come la tendenza a non fidarsi delle persone che presentano caratteristiche fisiche e culturali diverse dalle nostre. È un atteggiamento profondamente radicato nella natura umana: l'uomo tende infatti a diffidare istintivamente di ciò che è diverso da lui. In questo processo, il ruolo dei genitori e dell'educazione ricevuta fin da piccoli risulta determinante nel formare, o al contrario nel prevenire, mentalità discriminatorie.


Alla base dell'atteggiamento razzista si trova spesso il sentirsi superiori semplicemente per il colore della propria pelle, ad esempio perché "si è bianchi". È fondamentale però ricordare che le differenze non implicano disuguaglianza: la diversità, di per sé, non giustifica alcun giudizio di valore. Eppure, nella pratica, la percezione della differenza porta con facilità a comportamenti e giudizi negativi.

Si può definire razzista colui che considera minacciosa per la propria tranquillità qualunque cosa sia diversa da sé. Questo atteggiamento nasconde spesso un complesso di inferiorità o di superiorità, e si accompagna a una paura specifica: quella dello straniero povero. Non a caso, un emiro straniero viene generalmente ben accolto, a differenza di un migrante povero. Lo straniero, in senso stretto, è semplicemente qualcuno che proviene da un altro paese, da un altro villaggio, da un contesto diverso dal nostro.

Il razzista è convinto che esistano più razze umane, che la propria sia la migliore e che il proprio gruppo sia superiore agli altri. È diffuso, ad esempio, il pregiudizio secondo cui alle persone nere mancherebbero intelligenza e bellezza: un'affermazione priva di qualunque fondamento. Alla radice di questa paura dello straniero c'è, il più delle volte, semplicemente l'ignoranza.

Strettamente legata al razzismo è la xenofobia, ovvero la paura verso gli stranieri. In questo ambito giocano un ruolo importante sia la cultura sia la natura umana, ma è soprattutto l'educazione — intesa come apprendimento a vivere insieme agli altri — a poter fare la differenza. Troppo spesso, infatti, si nutrono pregiudizi non verificati. Viaggiare, al contrario, è uno dei modi migliori per conoscere davvero gli altri popoli e superare questi pregiudizi.  

È importante ribadirlo con chiarezza: il razzismo non ha alcuna base scientifica. Da questo deriva anche la discriminazione, cioè la pratica di separare un gruppo etnico dagli altri e trattarlo peggio. Per questo motivo si tende oggi a non utilizzare più il termine "razza", preferendo parlare di "genere umano": tutti gli esseri umani, infatti, hanno lo stesso sangue nelle vene. Anche il colore della pelle — la pelle nera, ad esempio — è semplicemente dovuto alla melanina. Le differenze tra le popolazioni sono per lo più di natura culturale, cioè legate al modo in cui una società si organizza, piuttosto che genetica. Ogni essere umano è unico: nessuno è identico a un altro.

Le grandi tradizioni religiose — la Torah, la Bibbia, il Corano — condannano tutte il razzismo, affermando che tutti gli esseri umani sono uguali. Gli integralisti, che pretendono il contrario, sono considerati dei fanatici. Non si può certo pretendere di amare tutti indistintamente, ma questo non equivale a essere razzisti: ciò che conta è imparare a rispettare gli altri.

Il razzismo nasce dall'ignoranza, dalla paura e dalla stupidità. Anche in questo caso, l'educazione e la mentalità trasmessa dai genitori giocano un ruolo cruciale. Il razzismo può essere descritto, in un certo senso, come una vera e propria malattia sociale: basterebbe viaggiare per rendersene conto con i propri occhi.   Un aspetto spesso sottovalutato riguarda l'attenzione alle parole che si utilizzano: la lotta contro il razzismo comincia anche dal lavoro sul linguaggio. Un'idea condivisibile, certo, ma non priva di difficoltà nella sua applicazione pratica.

La diversità va intesa come una fortuna per l'intera umanità. Il meticciato (o mélange) rappresenta un arricchimento naturale delle società, e ogni vita merita rispetto, senza eccezioni.

Sul piano giuridico, diversi passaggi storici hanno segnato la lotta contro il razzismo: in Francia una legge del 1972 ha sanzionato la discriminazione razziale, mentre già nel 1948 il genocidio è stato riconosciuto a livello internazionale come crimine contro l'umanità. Gli Stati dovrebbero intervenire attivamente per contrastare questi fenomeni. Resta però una domanda aperta: dove e come dovrebbe formarsi concretamente la tolleranza? Un principio guida è che dignità e giustizia non possono coesistere con l'esclusione: dove queste vengono eliminate, si aprono le porte alla discriminazione.  Anche il linguaggio comune merita attenzione: la parola "handicap", ad esempio, tende ad accentuare l'infermità fisica o mentale della persona, invece di mettere l'accento sulla persona stessa.

Va innanzitutto chiarito il significato della parola "fobia", che significa semplicemente paura. Per parlare correttamente di integrazione è preferibile usare termini come emancipazione, accettazione, inserimento nel tessuto sociale. L'assimilazione, al contrario, non rappresenta un'azione positiva: è un processo che mira a eliminare le differenze e le particolarità di un individuo o di un gruppo, anziché valorizzarle.

Al centro di questi processi si colloca il tema dell'identità: stare bene con la propria identità significa accettare pienamente le proprie origini. Quando le condizioni di vita sono difficili, questo disagio può a sua volta provocare malessere, malattia e violenza.

Il caso del velo a scuola e la laicità. Un episodio significativo riguarda il velo islamico indossato a scuola da giovani musulmane, che ha contribuito allo sviluppo di forme di islamofobia. Nel 1989, il preside di un liceo francese vietò a due giovani marocchine di indossare il velo. Le ragazze si rifiutarono di toglierlo, i genitori intervennero e il caso venne ampiamente ripreso dai media, portando poi all'adozione di una legge sui segni religiosi ostensibili nei luoghi pubblici. Va peraltro precisato che il Corano non impone esplicitamente di portare il velo a scuola; il testo si limita a raccomandare alle spose e alle figlie dei credenti di coprirsi con un velo.

La laicità, in questo contesto, permette a tutte le religioni di esistere e di essere praticate liberamente, a condizione che non intervengano nello spazio pubblico, che deve restare uno spazio neutro. Molte giovani donne francesi, tuttavia, rifiutano questo modello di laicità: il modello occidentale della donna emancipata le spaventa. Da parte loro, i genitori attribuiscono grande importanza alla morale e al pudore, temendo di perdere il controllo sulle proprie figlie; è anche per questo motivo che molte famiglie scelgono di seguire rigorosamente i precetti dell'Islam. Chiudono il quadro alcuni concetti chiave legati alla vita delle comunità: la differenziazione comunitaria e le dinamiche di esogamia ed endogamia, ovvero le regole — non scritte o codificate — che spingono a scegliere il proprio partner al di fuori o all'interno del proprio gruppo di appartenenza. 

Dal testo:  Il razzismo spiegato a mia figlia - Tahar Ben Jelloun 

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