martedì 10 dicembre 2024

Le grandi riforme degli anni Settanta in Italia

Quando si parla degli anni Settanta in Italia, la memoria collettiva va quasi sempre agli "anni di piombo": piazza Fontana, la strategia della tensione, le Brigate Rosse, il rapimento e l'assassinio di Aldo Moro. È una memoria giusta, perché quelle ferite sono reali. Ma è anche una memoria parziale, che rischia di nascondere l'altra faccia del decennio: mai, prima o dopo, la Repubblica ha cambiato così profondamente il volto della società italiana attraverso la legge e la partecipazione democratica.
Alla fine degli anni Sessanta l'Italia era un paese con una Costituzione avanzatissima e un ordinamento ancora largamente ereditato dal passato. Il codice civile del 1942 sanciva la supremazia del marito sulla moglie. Il lavoratore in fabbrica poteva essere licenziato o trasferito senza alcuna garanzia. I malati psichiatrici finivano in istituzioni da cui spesso non uscivano più. L'aborto era un reato, il divorzio un tabù. Poi vennero l'autunno caldo del 1969, le lotte operaie e studentesche, i movimenti delle donne. Quella pressione dal basso trovò, in modo imperfetto ma efficace, una sponda in Parlamento: il centrosinistra, i sindacati, un PCI sempre più forte, una parte della cultura cattolica e laica.

Il lavoro come cittadinanza. 
Il 20 maggio 1970 fu approvata la legge 300, lo Statuto dei lavoratori. Con l'articolo 18, sulla reintegrazione in caso di licenziamento illegittimo, e con le norme sulla libertà sindacale e sul divieto di schedature e controlli, la Costituzione entrava per la prima volta dentro i cancelli delle fabbriche. 
Nel 1971 arrivò la tutela delle lavoratrici madri e la legge sugli asili nido. 
Nel 1973, con le "150 ore", i lavoratori conquistarono il diritto allo studio retribuito. 
Nel 1975 l'accordo sul punto unico di contingenza rese più solida la difesa dei salari dall'inflazione.
La Legge sulla parità di trattamento sul lavoro (Legge n. 903/1977), ha vietato ogni discriminazione basata sul sesso in materia di accesso al lavoro, retribuzione e progressione di carriera.
I diritti civili: la modernizzazione del Paese.
Il 1° dicembre 1970 fu approvata la legge sul divorzio (Legge n. 898/1970 Fortuna-Baslini). Chi la voleva abrogare chiese il referendum, e il 12-13 maggio 1974 gli italiani risposero con un No ampio, circa il 59%. Fu il momento in cui il Paese reale mostrò di essere più maturo di quanto molti suoi dirigenti credessero.
Il nuovo diritto di famiglia (legge 151 del 1975) cancellò la figura del marito capofamiglia, introdusse la parità giuridica dei coniugi e la comunione dei beni, e equiparò i figli nati fuori dal matrimonio a quelli legittimi. Nello stesso anno la maggiore età scese a diciotto anni e nacquero i consultori familiari. 
La legge 903 del 1977 vietò le discriminazioni tra uomini e donne nel lavoro. 
Nel 1978 la legge 194 regolò l'interruzione volontaria di gravidanza, sottraendola alla clandestinità e alle sue conseguenze, spesso mortali per le donne più povere.
La salute come diritto di tutti.
Il 13 maggio 1978 la legge 180, la "legge Basaglia", avviò la chiusura dei manicomi. Era il frutto di un'esperienza concreta, quella di Gorizia e Trieste, che aveva dimostrato come la cura fosse incompatibile con la reclusione. 
Pochi mesi dopo, il 23 dicembre 1978, la legge 833 istituì il Servizio sanitario nazionale, universale e fondato sulla fiscalità generale: si curava il cittadino in quanto tale, non in quanto iscritto a una mutua o in grado di pagare. Era l'attuazione piena dell'articolo 32 della Costituzione.
La casa e la città.
Anche sul diritto all'abitare il decennio lasciò il segno. La legge 167 del 1962 aveva introdotto i piani di zona per l'edilizia economica e popolare, ma fu negli anni Settanta, con la legge 865 del 1971 sull'espropriazione e il finanziamento dell'edilizia residenziale pubblica, che trovò strumenti e risorse per diventare operativa. L'idea era che la città non fosse solo terreno di rendita, ma un bene da programmare per chi non poteva permettersi il mercato. 
Nel 1978 l'equo canone completò il quadro, ponendo un argine agli affitti selvaggi.
La scuola come comunità.
Con i decreti delegati del 1974 i genitori, gli studenti e il personale entrarono negli organi collegiali: consigli di classe, di istituto, di circolo. La scuola smetteva di essere un'istituzione chiusa e gerarchica e diventava, almeno sulla carta, una comunità democratica. 
La legge 517 del 1977 abolì le classi differenziali e avviò l'integrazione degli alunni con disabilità nelle classi comuni, scelta che ancora oggi distingue il nostro sistema da quasi tutti gli altri.
Inoltre nel 1970, l'Istituzione delle Regioni a Statuto Ordinario (Legge n. 281/1970) ha dato vita all'ordinamento regionale previsto dalla Costituzione, decentrando il potere amministrativo e legislativo.
Nel 1973/1974 si attuò la Riforma tributaria ridisegnando il sistema fiscale italiano sostituendo le vecchie imposte con l'IRPEF (Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche) e l'IRPEG (Imposta sul Reddito delle Persone Giuridiche).
Nel 1975 si attuò la Riforma Penitenziaria (Legge n. 354/1975) puntando sull'umanizzazione della pena, introducendo il lavoro, la formazione e i permessi premio per favorire il reinserimento sociale. 
 
Tutto questo avveniva mentre il Paese era in piena mobilitazione. Le bombe, gli attentati, l'assassinio di Moro, la crisi petrolifera del 1973, l'inflazione a due cifre non fermarono le riforme. La risposta della democrazia italiana alla violenza non fu soltanto repressiva, fu anche costruttiva: dare ai cittadini più diritti, più protezione e più voce era il modo migliore per sottrarre terreno a chi voleva abbattere le istituzioni.

Poi qualcosa si ruppe. Già nel 1984 il decreto sul taglio della scala mobile segnò un cambio di clima, e il referendum dell'anno successivo non riuscì a fermarlo; nel 1992 la scala mobile fu abolita del tutto. Da allora, per decenni, la parola d'ordine è stata "flessibilità", e lo Statuto è stato eroso a pezzi: la riforma Fornero del 2012 limitò la reintegrazione, il Jobs Act del 2015 la eliminò per i nuovi assunti. Un diritto nato come strumento di dignità è stato riletto da molti come un ostacolo alla competitività. Il Jobs Act fu giustificato dal fatto che l'articolo 18 tutelava solo i dipendenti delle imprese sopra i quindici addetti, lasciando fuori una vasta area di piccole imprese, di precari e di giovani. Si sarebbe stato un dualismo tra garantiti e non garantiti. Ma purtroppo, con questa legge  la precarietà non è diminuita.
La sanità ha seguito una parabola simile. Dall'aziendalizzazione dei primi anni Novanta alla regionalizzazione, passando per anni di tagli e di una spesa pubblica inferiore a quella di Francia e Germania, il Servizio sanitario nazionale è stato indebolito proprio mentre la popolazione invecchiava. Oggi liste d'attesa lunghissime spingono chi può permetterselo verso il privato, e chi non può rinuncia a curarsi: l'esatto contrario dell'universalismo del 1978.
Sulla casa, il prelievo che alimentava l'edilizia residenziale pubblica fu smantellato alla fine degli anni Novanta, l'equo canone fu sostituito nel 1998 dalla liberalizzazione dei contratti, il patrimonio pubblico è stato in parte venduto e in parte lasciato degradare. Il risultato è un'emergenza abitativa che colpisce giovani, studenti e famiglie a reddito medio-basso.
La legge 180 non è mai stata abrogata, ma senza una rete territoriale adeguata, con servizi di salute mentale sottofinanziati, il peso è tornato in gran parte sulle famiglie. Anche la 194, formalmente intatta, è stata svuotata dall'interno: in molte regioni l'obiezione di coscienza tra i ginecologi è così diffusa da rendere l'accesso al servizio un percorso a ostacoli. E le conquiste sulla parità restano incompiute: occupazione femminile tra le più basse d'Europa, carichi di cura sbilanciati, un divario salariale che le leggi degli anni Settanta non hanno cancellato.
Quanto alla scuola, l'autonomia degli anni Novanta, le riforme successive e il rafforzamento della figura del dirigente hanno spostato il baricentro dalla partecipazione alla gestione. Gli organi collegiali sopravvivono, ma spesso come rito burocratico, con una partecipazione di genitori e studenti ridotta al minimo.
 
Perchè c'è stata questa inversione di tendenza? Molti economisti e storici ricordano che la spesa pubblica di quegli anni, finanziata in larga parte a debito e con l'inflazione, contribuì a far crescere il debito pubblico, che dagli anni Ottanta ha poi vincolato ogni scelta. Il rapporto debito/PIL passò da livelli contenuti a quelli che conosciamo, e il vincolo europeo degli anni Novanta rese le correzioni, per questa lettura, difficilmente evitabili. 
I conti non furono compromessi dalle riforme sociali in sé, ma anche da una bassa pressione fiscale effettiva, da un'evasione diffusa e da scelte clientelari che con i diritti non c'entravano affatto.

Comunque negli anni seguenti ci sono stati anche degli eventi positivi.  Il divorzio è stato reso più rapido con il divorzio breve del 2015; le unioni civili del 2016 e la riforma della filiazione del 2012-13 hanno esteso il principio di uguaglianza che il diritto di famiglia del 1975 aveva inaugurato; gli ospedali psichiatrici giudiziari, ultimo residuo dell'istituzione manicomiale, sono stati chiusi nel 2015. Il Servizio sanitario nazionale,  nonostante sia stato messo sotto stress dall'invecchiamento della popolazione e dal costo crescente delle cure, con tutti i suoi problemi, esiste ancora e garantisce cure a milioni di persone. L'inclusione scolastica degli alunni con disabilità resta un punto di forza. Più che di una distruzione generale, forse bisogna parlare di un'erosione selettiva, che ha colpito soprattutto il lavoro, la casa e le risorse destinate ai servizi.

I diritti non sono conquiste definitive, sono costruzioni che vanno finanziate, manutenute e rinnovate ogni giorno. Un decennio bastò per costruire; mezzo secolo di incuria, di tagli e di una certa retorica sul "libero mercato" è bastato per consumarne gran parte. 
Chi oggi si chiede perché il Paese appaia stanco, diseguale e sfiduciato dovrebbe forse ricominciare da lì: dal tempo in cui l'Italia seppe immaginare di essere più giusta, e lo fece davvero. E dovrebbe chiedersi, con la stessa franchezza, che cosa servirebbe oggi per riuscirci di nuovo: non la nostalgia, ma la stessa combinazione di partecipazione dal basso che rese possibile quella stagione.

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