giovedì 25 dicembre 2025

Duḥkha - la sofferenza

In sanscrito, il termine principale per indicare la sofferenza, soprattutto nel contesto buddhista e della filosofia indiana, è duḥkha, che significa letteralmente “difficile da sopportare”. Questo termine racchiude concetti di insoddisfazione, disagio e dolore, non solo fisico ma anche esistenziale. In testi come gli Yoga Sūtra, Patanjali fa riferimento alle afflizioni, o “fuochi” della sofferenza (kleśa), che sono: Avidyā (ignoranza), Asmitā (ego), Rāga (attaccamento), Dveṣa (avversione) e Abhiniveśa (paura della morte o attaccamento alla vita). Queste afflizioni bloccano la consapevolezza e generano sofferenza attraverso l’illusione e il desiderio, ostacolando il processo di liberazione.
Un altro termine usato per indicare la sofferenza è vyādhi o roga, che si riferisce al malessere fisico e mentale. Il concetto di duḥkha è inoltre centrale nelle Quattro Nobili Verità del Buddhismo.
                                                                  

Nella tradizione vedica, duḥ indica ciò che è difficile o negativo, mentre kha rimanda allo spazio o al sopportare; il significato complessivo è quindi “difficile da sopportare”. Duḥkha non indica soltanto il dolore acuto, ma anche la sofferenza intrinseca alla condizione dell’essere vivente, che include persino i momenti di felicità e serenità, poiché tutto è impermanente. Nel Buddhismo, dukkha è causato dall’attaccamento (taṇhā) alle cose impermanenti e da una falsa comprensione della realtà. Ognuno sperimenta il dukkha che deriva dalle proprie azioni, e ogni lamento è considerato superfluo nel cammino dello yoga.

I nostri atti producono effetti, talvolta anche negativi, generando dukkha. Spesso si utilizza l’esempio del carro: se una ruota, all’interno del carro, non funziona correttamente, l’andamento diventa irregolare e ne deriva uno stato di sofferenza. Una leggenda tratta da un Purāṇa presenta una vera e propria genealogia di dukkha: alla sua origine vi sono la violenza e l’ingiustizia, seguite da frode, falsità e dolore. I genitori di dukkha sono il dolore e un particolare inferno, mentre i suoi “fratelli” sono l’avidità, la collera e altre passioni distruttive. Dukkha è ciò che porta miseria; l’essere umano deve riconoscerla e cercare di superarla. Tutti i principali cammini spirituali pongono alla base della loro filosofia lo stato di sofferenza come qualcosa da trascendere, seppur con modalità diverse. Anche il Buddhismo affronta la sofferenza attraverso le Quattro Nobili Verità, che ne costituiscono il fondamento.

Negli Yoga Sūtra viene citato anche il concetto opposto, sukha, lo stato di benessere e di facilità che conduce alla liberazione dalla sofferenza.
Nel Sutra 1.2 Patanjali afferma: “Lo yoga è l’arresto delle modificazioni mentali”.
Nel Sutra 1.3 aggiunge che, in questo stato, il testimone dimora stabilmente in sé stesso; solo allora emerge la capacità della coscienza di vedere le cose con chiarezza.
Nel Sutra 1.4, invece, si afferma che negli altri stati vi è identificazione con i mutamenti della mente. Questo sutra ribadisce che, se non siamo in grado di ridurre le vṛtti, la mente continuerà a vedere il mondo attraverso di esse, generando sofferenza. Il mondo sarà quindi alimentato da dukkha se non applichiamo lo yoga. Ridurre le vṛtti significa, di conseguenza, ridurre dukkha, sviluppando le potenzialità della mente.

Questo processo è descritto anche nel Terzo Libro, Sutra 3.9, dove si afferma che nirodha pariṇāma è la trasformazione della mente quando essa viene permeata dallo stato di nirodha, un attimo di “non-mente” che interviene tra la scomparsa di un’impressione e l’insorgere di quella successiva. La mente può creare abitudini di pace, così come può creare abitudini e attitudini portatrici di dukkha. Può essere in uno stato di quiete (nirodha) oppure distratta e in continuo movimento. Molti fattori della vita quotidiana tendono a sottrarci energia, rendendo difficile il raggiungimento dello stato di nirodha. Nella malattia e nel mondo contemporaneo, dukkha tende spesso a manifestarsi in modo accentuato.

Patanjali parla esplicitamente di dukkha nei Sutra 2.15 e 2.16.
Nel Sutra 2.15 afferma che la persona dotata di discernimento riconosce che tutto porta sofferenza a causa del cambiamento, dell’ansia, delle impressioni passate e dei conflitti tra i tre guṇa e le modificazioni della mente.
Nel Sutra 2.16 afferma che la sofferenza futura può e deve essere evitata. Patanjali ci indica che non siamo obbligati a cercare di superare dukkha: è possibile vivere ignorandone il concetto. Tuttavia, il saggio è più sensibile e riesce a cogliere il potenziale di sofferenza presente in ogni cosa.

T.K.V. Desikachar definisce il tapas come la disciplina interiore e l’ardore che nascono dal profondo per sostenere una pratica autentica. Il tapas è finalizzato a purificare il sistema e a migliorare le capacità, senza mai causare sofferenza, ma piuttosto rafforzando corpo e mente per procedere con maggiore consapevolezza. Questa visione è esposta nel suo libro Il cuore dello yoga e nei suoi insegnamenti.

Esiste quindi la possibilità di uscire dalla sofferenza e dall’agire condizionato che l’ha prodotta. Cambiando la mente, si avvia un processo che permette di superare dukkha attraverso il lavoro interiore, l’attenzione mentale, lo studio del Sé, l’auto-osservazione e la capacità di lasciare andare il frutto delle azioni. Azione e aspettativa devono essere tenute separate. È importante essere consapevoli che dentro di noi operano due energie: l’energia materiale e l’energia del puruṣa, l’osservatore. Senza un minimo stato di coscienza che illumini questa distinzione, non può esserci progresso né uscita da dukkha. Ciò che appare negativo può diventare un mezzo per trascendere la sofferenza: riconoscere e accettare il proprio dukkha è il primo passo, seguito dalla comprensione della sua origine.

Nei testi Yoga e religiosità e Il cuore dello yoga viene descritto come oggi dukkha derivi dall’ansia, dal malessere esistenziale, dall’assenza di solidi pilastri dharmici e dal fatto che, dentro di noi, mancano quelle certezze naturali che invece si ritrovano nella natura. Il libero arbitrio ha fatto sì che questi pilastri dharmici siano diventati instabili e traballanti.

Krishnamacharya e il cuore degli Yoga Sutra

Tirumalai Krishnamacharya (1888–1989) è considerato uno dei più grandi maestri di yoga del XX secolo. Egli riteneva che gli Yoga Sutra di Patanjali fossero l’unico testo capace di offrire una presentazione chiara, completa e sistematica dello yoga, e sosteneva che ogni sutra potesse essere direttamente collegato alla pratica. Per Krishnamacharya, infatti, il Raja Yoga non aveva alcun senso senza una sadhana concreta, vissuta e quotidiana

                                                      

L’immagine di Patanjali lo rappresenta con quattro mani e quattro oggetti. La spada simboleggia il taglio dell’ignoranza: i sutra devono essere praticati anche nella vita quotidiana, e chi li commenta deve averli vissuti personalmente.

I sutra, secondo Krishnamacharya, non devono essere solo studiati: i due sutra centrali del primo libro si rivolgono al cuore, il terzo a chi ha elevata comprensione mentale e il quarto offre la possibilità di collegarsi con il mondo. 

Questa visione nasceva da una formazione straordinaria: Krishnamacharya era diplomato in tutte e sei le darśana, le scuole filosofiche indiane ortodosse (Nyaya, Vaisheshika, Samkhya, Yoga, Mimamsa e Vedanta). Gli Yoga Sutra rappresentavano per lui una vera e propria “stella polare”, il punto di riferimento costante sia per la pratica sia per l’insegnamento.

Secondo il racconto di Krishnamacharya, uno dei suoi maestri principali fu Rama Mohan Brahmachari, figura leggendaria che visse per molti anni in una grotta sulle montagne himalayane, vicino al Tibet. Brahmachari insegnava gli Yoga Sutra, lo yoga terapeutico e una vastissima pratica di asana, che secondo la tradizione arrivava a migliaia di posizioni. Si dice inoltre che avesse studiato l’antico e mitico testo yogico Yoga Korunta, attribuito a Vamana Rishi.

Krishnamacharya visse con lui per circa sette anni, apprendendo non solo gli aspetti filosofici dello yoga, ma anche l’uso terapeutico della pratica e tecniche avanzate legate al controllo del respiro e del sistema nervoso (come la capacità di “fermare il polso”). Nel 1918, Brahmachari gli ordinò di tornare a Mysore, insegnare yoga e formare una famiglia, segnando l’inizio della sua missione pubblica.

Gli Yoga Sutra di Patanjali sono spesso considerati un sunto essenziale degli insegnamenti filosofici indiani sulla mente, sul suo funzionamento e sul suo potenziale. Da quasi duemila anni resistono alla prova del tempo e costituiscono la base teorica non solo dello yoga, ma anche di una parte importante della filosofia indiana classica. La letteratura dei sutra ha infatti rappresentato la spina dorsale delle sei darśana, e in particolare delle scuole Yoga e Samkhya.

Un sutra possiede caratteristiche ben precise: è conciso, chiaro, ricco di significato, universale, applicabile nella pratica, degno e logicamente inconfutabile. Proprio per questo, i sutra restano validi in ogni epoca e in ogni contesto culturale.

Insieme al figlio T.K.V. Desikachar, Krishnamacharya sviluppò un metodo in cui la pratica fisica, il respiro e la mente erano integrati secondo gli otto anga dell’Ashtanga Yoga di Patanjali (yama, niyama, asana, pranayama, pratyahara, dharana, dhyana, samadhi). Questi insegnamenti sono raccolti nel testo Il cuore dello yoga, considerato uno dei riferimenti principali dello yoga moderno.

Il principio centrale era il vinyasa krama, cioè una progressione graduale e intelligente: krama significa infatti “ordine” o “passo dopo passo”. La pratica deve partire da dove la persona si trova, avere un obiettivo chiaro e, una volta raggiunto, riportare il praticante al punto di partenza in modo equilibrato. Questo approccio tiene conto del concetto di dukkha, il disagio o la sofferenza: riconoscerla è il primo passo per evitarla, come afferma Patanjali nel Sutra II.16 (heyam duḥkham anāgatam – “la sofferenza futura può essere evitata”).

Lo Sri Yantra

Lo Sri Yantra è considerato il più potente e sacro degli yantra (diagramma sacri) ed è utilizzato da migliaia di anni nella meditazione, nello yoga e nell'armonizzazione energetica.   Conosciuto anche come Sri Chakra o Shree Yantra, questo complesso diagramma è un vero e proprio strumento di trasformazione interiore, rinomato per i suoi potenti benefici spirituali e vibratori;  ogni diagramma  rappresenta un chakra del corpo umano. I chakra sono i centri energetici del corpo e sono associati a diverse aree della vita, come la salute, l'amore, la creatività e così via.

Composto da nove triangoli intrecciati, rappresenta l'unione di maschile e femminile, microcosmo e macrocosmo, il cammino verso l'unità interiore. Disegnato e contemplato da oltre 2000 anni in India, lo Sri Yantra eleva la coscienza e favorisce il risveglio spirituale.

La parola yantra, derivata dal sanscrito, significa "strumento" o "strumento di maestria". Nelle tradizioni induista e buddhista, uno yantra è un diagramma geometrico sacro usato come supporto per la meditazione, la concentrazione e la visualizzazione.  L'Enciclopedia Universale lo definisce così: "Diagrammi o immagini lineari usati come supporto per la meditazione, il cui significato metafisico è colto dall'intelligenza intuitiva".

Ogni yantra è un ponte tra il visibile e l'invisibile, una mappa simbolica dell'universo, del corpo umano o delle forze divine. Queste figure possono includere cerchi, triangoli, loti e quadrati, ognuno dei quali porta con sé un significato profondo.

Lo yantra è un ausilio visivo utilizzato nella meditazione, così come il mantra è un ausilio vocale. Si dice che meditare su uno yantra dia accesso all'unità con il concetto ad esso collegato. Le forme che lo compongono - triangoli, quadrati, cerchi - veicolano contenuti coscienti attraverso il loro significato noto, ma fanno anche appello a strutture psichiche inconsce. Queste composizioni di segni geometrici proporzionati e centrati ricordano i mandala.

Uno yantra è sempre circoscritto all'interno di una struttura generalmente quadrata. Nel simbolismo mistico tradizionale indiano, il significato di queste figure geometriche è il seguente:

  • Il punto, Bindu, rappresenta l'energia, il centro da dove si dipana la creazione (nel Tantrismo, il bindu è anche un chakra);
  • Il triangolo equilatero con la punta verso il basso, Shakti Kona, rappresenta l'aspetto femminile, l'acqua;
  • Il triangolo equilatero con la punta verso l'alto, Shiva Kona, rappresenta l'aspetto maschile, il fuoco;
  • Il cerchio, rappresenta la perfezione, un hcakra, l'aria;
  • Il quadrato, Bhupura (o Bhur in sanscrito), rasppresenta la solidità, la terra;
  • Il fiore di loto, Padma, rappresenta la purezza.

Il punto è la più semplice e astratta delle figure geometriche. Infinitamente piccolo per definizione, rappresenta tuttavia il primo stadio della manifestazione dell'energia creativa nel mondo della forma. In sanscrito, bindu significa sia "punto" (in un piano) sia "goccia" (nello spazio). Evoca il seme primordiale, la prima scintilla che emerge dal vuoto perfetto. Nelle tradizioni spirituali dell'India, il Bindu è il centro originario di tutti gli yantra e i mandala. È da qui che viene tracciata la sacra struttura geometrica: dal vuoto alla forma, dal sottile al visibile. Durante la meditazione, il praticante fissa lo sguardo o l'attenzione su questo punto centrale. Simbolicamente entra nello yantra attraverso il Bindu, per ripercorrere il cammino inverso della creazione: dalla materia allo Spirito, dalla forma all'Unità. Il Bindu è quindi una porta tra i mondi, sia l'inizio della manifestazione che il ritorno al piano divino. Incarna l'origine e la fine del viaggio spirituale.  

Tradizionalmente, le donne indiane disegnano o incollano questo bindu tra le sopracciglia, sotto forma di un punto rosso. Considerato  il terzo occhio, simboleggia l'apertura della coscienza e la capacità di vedere oltre le apparenze, oltre la dualità materiale.

Lo Sri Yantra è una rappresentazione sacra composta da nove triangoli intrecciati intorno a un punto centrale, il Bindu. Questi triangoli non sono disposti a caso:

  • i 4 triangoli rivolti verso l'alto simboleggiano Shiva, l'energia maschile, l'elevazione spirituale.
  • i 5 triangoli rivolti verso il basso rappresentano Shakti, l'energia femminile, la discesa nella materia.

Insieme, queste due forze opposte e complementari formano un'unione perfetta, simile allo yin e allo yang taoisti, che si incontrano nel Bindu. È l'espressione stessa dell'equilibrio cosmico e della non-dualità (Advaita).  Questi 9 triangoli si intrecciano per creare un totale di 43 triangoli più piccoli, formando una matrice di creazione che riflette la struttura dell'universo. Lo Sri Yantra è quindi un mandala cosmico, una mappa simbolica del cammino dell'anima verso l'unità.

Dall'esterno verso il centro, passiamo attraverso nove livelli di esperienza:

  1. Trailokya Mohana (il quadrato esterno): rappresenta la Terra, con le sue 4 porte che si aprono sulle direzioni cardinali
  2. Loto a 16 petali: livello dei desideri soddisfatti
  3. Loto a 8 petali: livello dei desideri soddisfatti. Loto a 8 petali: livello delle energie attive
  4. I Cinque livelli formati da triangoli: rappresentano i diversi stadi della realizzazione spirituale
  5. Il Bindu: punto finale delle energie attive.

Ogni livello ci guida dalla periferia al centro, dal mondo materiale al cuore dell'Essere, oltre l'illusione (Mâyâ). Lo Sri Yantra non è solo un disegno: è un viaggio interiore, un'ascesa spirituale incisa nella geometria.

Può essere posizionato di fronte a voi in posizione seduta, o anche visualizzato mentalmente una volta memorizzato. Il semplice atto di fissare lo sguardo sul centro dello Sri Yantra, senza sforzo, vi porterà gradualmente verso uno stato di calma, chiarezza e presenza. Questo simbolo diventerà naturalmente un compagno spirituale, guidandovi verso una maggiore profondità e connessione interiore a ogni sessione. 

Sprechi la vita se non dai amore, non osi, non rischi - Oscar Wilde

Oscar Wilde amava giocare con le parole e le idee, ma dietro il suo humour spesso si nascondevano grandi verità. Per lui, la vita è un terreno di esperienze da abbracciare, un’occasione da non sprecare, un’opera d’arte da creare con passione e audacia. In molte sue frasi troviamo questo ritratto: la vita come momento da vivere intensamente, la felicità come risultato del coraggio di esprimere se stessi e la felicità come scelta di rischio e presenza. Una delle sue affermazioni più famose è quella che mette insieme amore, potere, prudenza e felicità.   

Lo spreco della vita si trova nell’amore che non si è saputo dare, nel potere che non si è saputo utilizzare, nell’egoistica prudenza che ci ha impedito di rischiare e che, evitandoci un dispiacere, ci ha fatto mancare la felicità.”  Questa frase di Oscar Wilde è molto più di una citazione: è una lente per guardare la nostra esistenza con occhi diversi. 

Con "Amore non dato" non si tratta solo di amore romantico, ma di quell’energia vitale che esprimiamo nelle relazioni, nelle parole dette o non dette, negli abbracci, nell’affetto e nella presenza. Quando tratteniamo i nostri sentimenti per paura di essere vulnerabili, perdiamo qualcosa che potrebbe arricchire la nostra vita e quella degli altri.

Il “Potere non utilizzato” qui non va inteso come dominio sugli altri, ma come capacità personale: il talento, la voce, la scelta di dire “sì” o “no”, la decisione di seguire un sogno. Rinunciare alle proprie possibilità significa rinunciare a se stessi, a quel potenziale unico che ci rende vivi.

La prudenza non è un vizio: è spesso una forma di protezione. Ma quando diventa “egoistica”, cioè motivata soprattutto dalla paura di soffrire, diventa un freno. Oscar Wilde ci invita a chiederci: Viviamo per evitare ogni rischio o viviamo per sperimentare ed essere felici?  Infatti, se scegliamo sempre la strada più sicura, possiamo evitare qualche ferita… ma perdiamo anche la soddisfazione di aver amato, creato, rischiato. Questo è il centro del messaggio: la felicità non sta nel non soffrire, ma nell’avere vissuto, con tutto ciò che questo comporta.

Sprechi la vita se non dai amore, non osi, non rischi. La frase di Oscar Wilde ci spinge a riflettere su noi stessi. Quante volte abbiamo rinunciato a dire ciò che sentivamo? Quante volte abbiamo lasciato che il dubbio o la paura ci bloccassero? Quante opportunità abbiamo lasciato passare pensando che non fosse il momento giusto?  

Queste rinunce possono non ferirci immediatamente, ma a lungo andare si trasformano in rimpianti, in una sensazione di vuoto difficile da spiegare. La felicità non è una destinazione, è un processo che nasce dall’impegno di vivere pienamente: amando, esprimendo il nostro potere personale e accogliendo il rischio di sbagliare.

Oscar Wilde, con la sua arguzia e profondità, ci invita a guardare la vita con occhi nuovi e diversi: non come una serie di ostacoli da evitare, ma come un’opportunità da cogliere. Non come una prova da superare, ma come un’esperienza da vivere con autenticità, coraggio e amore. Perché la vita non è solo ciò che accade… è ciò che scegliamo di fare con ciò che ci accade.

Altre frasi di Oscar Wilde sulla vita:

  • “La vita è troppo importante per essere presa sul serio.”
  • “Vivere è la cosa più rara al mondo. La maggior parte della gente esiste, ecco tutto.”
  • “Il segreto della vita è cadere sette volte e rialzarsi otto.”
  • “La vita imita l’arte molto più di quanto l’arte imiti la vita.”
  • “La maggior parte delle persone sono altre persone. I loro pensieri sono opinioni di qualcun altro, la loro vita una mimica, le loro passioni una citazione.”
  • “Non prenderò mai una posizione nella vita. Troppo comoda.”
  • “La vita è troppo breve per sprecarla a realizzare i sogni degli altri.”
  • “La vita è solo un sogno, e l’amore ne è il sogno più bello.”

Arthur Schopenhauer: Morale e religione

Arthur Schopenhauer (1788-1860) è stato il filosofo che maggiormente ha influenzato la cultura europea della seconda metà del XIX secolo e dell’inizio del XX secolo, rappresentando, per un ricco stuolo di pensatori, letterati ed artisti, da Nietzsche a Freud, da Pirandello a Zola, da Kafka a Svevo e a Thomas Mann, una fonte inesauribile di stimoli speculativi, di provocazioni critiche e di suggestioni etiche ed estetiche.      

Schopenhauer non ha scritto un’unica opera intitolata Morale e religione, ma questi temi attraversano in modo centrale gran parte della sua produzione filosofica, in particolare i Parerga e Paralipomena, pubblicati nel 1851. In quest’opera egli sviluppa le sue riflessioni sulla morale, fondata sull’etica della compassione, e sulla religione. L’antologia mette in luce la sua acuta e spietata capacità di analisi demitizzante delle certezze del suo tempo, che sfocia in un approdo mistico-religioso di un pensiero permeato da un originalissimo “pessimismo”, nel quale si intrecciano tematiche e convinzioni delle migliori tradizioni filosofiche occidentali e orientali.

I principali riferimenti filosofici di Schopenhauer sono Platone e Kant: la realtà, secondo lui, deriva dalla nostra percezione. Ma al di là del mondo così come appare, esiste un nucleo permanente? Questo nucleo, privo di limiti spazio-temporali, è il principio ultimo di tutto: una forza cosmica e creatrice che muove ogni cosa. L’uomo stesso è sospinto da questo principio teorico-speculativo, che Schopenhauer analizza attraverso le diverse dimensioni dell’esistenza.

Per il filosofo, l’esistenza si articola in due dimensioni fondamentali: il mondo governato da spazio, tempo e causalità, in cui percepiamo la realtà in modo illusorio e frammentato; e  l’essenza ultima, unica, irrazionale e cieca, un desiderio insaziabile che si manifesta in ogni forma di vita, dall’uomo alla natura, ed è la causa profonda della sofferenza. La vita oscilla continuamente tra il dolore, prodotto dal desiderio non appagato, e la noia, che segue i brevi momenti di soddisfazione. 

Se esiste qualcosa di buono, come si spiega allora il male? Schopenhauer osserva come spesso la migliore amicizia si trovi tra i quadrupedi, mentre la vita umana appare come una grande mascherata. L’uomo è descritto come selvaggio e feroce, dominato da un egoismo colossale, capace di infliggere enormi tormenti anche agli animali.

A chi afferma che “la vita è bella”, Schopenhauer risponde provocatoriamente invitando a fare “un giro negli ospedali, nei campi di battaglia, nei ghetti”. Vita e morte si intrecciano: la morte è definita come “l’abito migliore” della vita. Tuttavia, un altro modo di essere è possibile, come mostra l’esempio degli animali.

Nell’uomo esiste un profondo bisogno metafisico e, all’interno di questa massa oscura dell’esistenza, emergono alcuni punti luminosi. Schopenhauer riconosce la presenza di un principio buono e redentore negli esseri umani: dal nostro interno “zampilla l’eterno”, espresso nella formula orientale Tat tvam asi — “tu sei quello”.

Lo «Yoga sutra» di Patanjali

Lo «Yoga sutra» di Patanjali è il più autorevole testo sullo yoga giunto sino a noi. Consta di 196 «sutra» o aforismi, divisi in quattro capitoli o «pada», della lunghezza rispettivamente di 51, 55, 56 e 34 sutra.      
Ci sono degli studiosi che asseriscono che Patanjali sia vissuto nel II sec. a.C. e il quarto capitolo sia un'aggiunta posteriore, altri che sia vissuto intorno al V sec. d.C.  Si dice che egli sia stato un esperto non soltanto nel campo della grammatica e della filosofia Yoga, ma anche della medicina tradizionale o Ayurveda.  Infatti, viene rappresentato nei monumenti a lui dedicati come un cobra a tre teste. 
Patanjali non è l'autore dei sutra, ma il suo contributo sta soprattutto nell'aver preservato tali conoscenze, di averle ordinate secondo logica in modo da poter essere utilizzate come guida nella pratica. 
I sutra, interpretati in tanti modi, sono stati commentati da tantissimi esperti. Il più autorevole commentatore è stato Vyasa con il suo Yoga -bhasya, Vyasa è vissuto nel VII -VIII sec.  Comunque lo stesso Vyasa lo ha sottolineato: «Lo Yoga si capisce (solo) praticandolo». 
L'arte della composizione in «sutra» è nata quando l'accumularsi delle conoscenze relative a una determinata scienza – fino ad allora trasmessa oralmente da maestro a discepolo – ha reso necessario condensarle in formule dal minor numero possibile di parole, senza tuttavia omettere nulla di essenziale.  Letteralmente, «su tra» significa «filo»: quello che tiene insieme le perle di una collana, o lega in una continuità le idee di un trattato. Successivamente, il termine ha acquisito una seconda accezione, di formula concisa o «aforisma». Quello dei sutra  è anche un periodo storico nell'evoluzione del pensiero indiano. Esistono sutra  buddhisti e anche di altre scienze.  
  
Nell'Induismo, i darshana sono i sistemi filosofici «ortodossi» che accettano l'autorità dei Veda).  Sono «punti di vista» ottenuti dai saggi (da drs, vedere, da cui drashta , il veggente), attraverso processi meditativi.  I sei darshana  sono: Nyaya, Vaisesika, Samkhya, Yoga, Purva Mimamsa, Uttara Mimamsa o Vedanta. 


Lo «Yoga -sutra» di Patanjali è considerato il testo autentico e fondamentale del quarto darshana. A differenza dagli altri sistemi, lo yoga non ritiene che la sola conoscenza intellettuale sia sufficiente per realizzare la nostra reale ed  essenziale natura, e quindi giungere alla liberazione dalla condizione umana.  Occorre anche una pratica che ci aiuta a portare alla luce la conoscenza che è già in noi.
Il testo di Patanjali, pertanto, va considerato come una guida per l'aspirante avanzato, da consultare ogni  qual volta insorgano dei dubbi o incertezze nel cammino.  
 
Nel suo Trattato, Patanjali definisce come «Yoga classico» il sistema ad otto elementi noto come «Ashtanga Yoga », vedi il II capitolo a partire dal sutra 29.  Questi otto elementi devono essere sviluppati contemporaneamente.  
Patanjali delinea anche il  « Kriya yoga », descritto all'inizio del II capitolo; qui troviamo l'analisi della sofferenza umana e delle cause  che la determinano (la cosiddetta « Teoria dei klesa »).  «Il Kriya yoga si pratica in tre modalità inseparabili: sforzo sostenuto, autocoscienza interiore e abbandono alla volontà divina; è praticato con l'obiettivo di alleviare le cause della sofferenza e consentire il samādhi.»  (Yoga Sūtra, cap. II, versi 1 e 2).    
Tramandato in forma riservata per secoli, il kriya yoga consiste nella forma più elevata di raja yoga, ed è definito da Patanjali la «Via Regale di unione con Dio» attraverso la meditazione. 
  
Il Kriya è un'avanzata tecnica di pranayama del Raja Yoga. Il Kriya rafforza e rivitalizza le sottili correnti di energia vitale (prana) nella colonna vertebrale e nel cervello. Consiste anche in una serie di tecniche di meditazione avanzate. Kriya significa azione e yoga significa unità. Kriya Yoga indica quindi l'azione che ricongiunge l'anima decaduta con lo Spirito. Secondo Yogananda, anche la Bhagavad Gita contiene la descrizione della tecnica del kriya yoga, alla quale si riferirebbe Krishna quando racconta di essere stato lui, in una precedente incarnazione, a comunicare il segreto dello yoga indistruttibile.
 
Lo Yoga sutra non è un testo destinato ai principianti, ma un manuale di rapido riferimento e consultazione per esperti, già ben addentro alla teoria e la pratica di questa disciplina. Un praticante deve – prima di utilizzare proficuamente i sutra  di Patanjali – studiare e praticare a lungo lo yoga, possibilmente sotto la guida di un esperto e di commentatori attendibili.  Nel Trattato vi sono chiare indicazioni che Patanjali si è limitato a raccogliere e a sistemare in modo condensato una quantità di conoscenze circa la scienza dello yoga, specialmente nei suoi aspetti applicativi. Nella sua compilazione, egli accoglie anche elementi non vedici, come quelli propri del buddhismo e del jainismo. Ci sono parole e frasi non vediche (come ad es. nel sutra I : 33 "maitri -karuna" ecc., che si ritrova nel buddhismo.  E' anche probabile che Patanjali abbia tenuto conto di altri pre-esistenti  trattati e testi sullo yoga.  

Il sutra I:2Yogas citta vrtti nirodhah   -  delinea il pensiero di Patanjali circa lo yoga in quanto metodo per raggiungere lo scopo. I singoli mezzi del sentiero verranno descritti da Patanjali nel Secondo Capitolo, opportunamente intitolato Sadhana - pada , ossia sezione della sadhana (pratica, tecnica: tali pratiche o mezzi sono elencati in particolare in II:1 e in II:29).  
Citta.  Non esiste un esatto equivalente del termine citta nelle lingue occidentali. Molti commentatori hanno tradotto citta con mente, ma ciò non è esatto. L'equivalente sanscrito che più si avvicina al termine mente è manas, come si può evincere dai sutra I:33 e I:35. Il termine significa invece, letteralmente, «ciò che viene reso conscio».  Nell'essere umano, citta va dal livello fisico, con gli organi di senso, a quello  mentale comprendente l'inconscio, il conscio e il Superconscio (la sfera intuitiva).  La «mente» (« manas ») è pertanto solo una minima parte dell'intera sfera di citta.  All'inizio della pratica yoga, pertanto, la regione dalla quale l'aspirante deve partire, prima di addentrarsi nel proprio intimo, è quella della mente comune.  
Vrtti significa mulinello, parola che ben esemplifica il tipico dinamismo di citta. A causa delle vrtti che ne agitano costantemente la sostanza mentale, l'uomo non conosce la sua vera ed essenziale natura. 
Nirodha significa «arresto completo» (delle vrtti).
 
Dal punto di vista filosofico, il darshana Yoga completa il precedente, il Samkhya, introducendo il concetto di Ishwara ( o Iswara, Isvara), un dio personale, un'entità incorporea della stessa natura dell'Essere universale. Tale principio non è il Primo Assoluto nell'ordine universale: Ishwara è l'Essere, e al di là dell'Essere c'è il supremo indescrivibile Brahman. Una probabile relazione tra i due sistemi si può rinvenire nei sutra II:17 -23.  Sarà l'ultimo darshana,  il Vedanta, a trattare della metafisica pura e della realizzazione nell'Assoluto Brahman.  Un altro punto di differenziazione è il concetto di citta, tipico dello yoga, che non è presente nel Samkhya  tradizionale.   
Il Samkhya  postula l'esistenza di due principi eterni e increati: purusha e prakrti. Prakrti  è il «principio oggettuale» o «materia», dalla cui proliferazione deriva ogni aspetto del mondo fenomenico. Purusha  è il principio primordiale perfettamente immutabile e inattivo in ogni circostanza. L'attivazione di prakrti  causata dalla mera presenza di purusha è un processo  mistico e misterioso chiamato samyoga che porta alla creazione delle innumerevoli forme del mondo fenomenico. Purusha e prakrti comunque  rimangono completamente separati e indipendenti.  

Scuole e testi Yoga

Nel corso del tempo, per adattarsi alle diverse epoche, lo Yoga ha prodotto una quantità di “Scuole”. Lo scopo finale di tutte rimane lo stesso, e cioè la conoscenza diretta e immediata del vero Sé, non soggetto alla legge del mutamento, attraverso la soppressione di tutto ciò che  impedisce questa esperienza metafisica. Ogni Scuola possiede la propria letteratura, la propria terminologia e i propri metodi caratteristici.    
In base all'approccio prevalentemente adottato, le principali Scuole si possono classificare in due categorie:   
  • scuole in cui prevale l'approccio psicologico, che possiamo chiamare “bhavana yoga”;  
  • scuole in cui prevale l'approccio fisiologico o vitale, che possiamo chiamare “prana - samyama yoga”.  
Bhavana Yoga. Bhavana  significa “ripetizione costante” (di un determinato concetto o atteggiamento) finché nella mente non si sia formato un canale preferenziale: l'idea è quella della “goccia che scava la roccia”. Nell‟ Ayurveda, bhavana significa una “cura da ripetere regolarmente”.  Un buon esempio del concetto di bhavana  lo si può trovare nella voce della coscienza che, più debole di quella degli istinti, non smette tuttavia di ammonirci e ci ricorda continuamente qual è il nostro dovere o “ dharma ”.  
Nelle Scuole appartenenti a questo gruppo, il praticante si sforza di vivere in modo tale da favorire un graduale cambiamento nei suoi atteggiamenti, pensieri e sentimenti, ripetendo incessantemente alla propria mente determinati concetti o compiendo determinati rituali. Si tratta,  in sostanza, di passare gradualmente, con vari mezzi, da un atteggiamento egocentrico, separativo e chiuso, ad uno sempre più aperto, luminoso, universale.  
Le più importanti Scuole di questo gruppo, sono lo Jnanayoga  e l'Ashtanga yoga di Patanjali; ad esse possiamo aggiungere i sentieri o “ marga ” del “ Bhakti ” e del “Karma ” della Bhagavad Gita che però non si classificano come vie autenticamente “yoga ” in quanto per quest'ultimo solo la conoscenza è liberatrice, non l'azione o la devozione; restano tuttavia due sentieri importanti in quanto tendono ad eliminare l‟ego, considerato uno dei principali ostacoli alla conoscenza del Sé.  
 
Il termine Jnanayoga compare per la prima volta nella Gita (III.3), sebbene la tradizione cui appartiene risalga alla prime Upanisad . E‟ il metodo di realizzazione spirituale praticato nelle scuole dell'Advaita Vedanta. Qui il termine yoga  significa soprattutto  “fusione” del sé individuale con l‟Assoluto fino alla scomparsa del primo. Infatti, il sé fenomenico è il prodotto di un profondo errore cognitivo: credere che vi sia una dualità.
Nella Trisikhibrahmana - Upanisad  si legge: “lo jnanayoga  consiste nella fissazione costante dell'attenzione sul Supremo”: lo strumento principale di questo yoga  è dunque il controllo della mente: questa deve essere svuotata da ogni sensazione ed emozione che la distraggono, e focalizzata incessantemente sull'Unico Assoluto.
 Questo tipo di yoga  è diverso da ogni altro ed è unico nella storia del mondo. Jnana ” non significa, come talvolta si legge, “conoscenza”, ma piuttosto “sapienza”.  Secondo la Gita (IV,39), gli elementi del jnanayoga  sono: 1) la fede o sraddha ; 2) l‟orientamento costante verso la conoscenza trascendente o viveka ; 3) il controllo dei sensi o vairagya. 
Per sraddha - fede non s'intende una credenza cieca ma piuttosto l'aspirazione di raggiungere la conoscenza liberatrice; ed è anche la fiducia nella parola del maestro e negli insegnamenti perenni delle Upanisad,  basati in entrambi i casi sull'intuizione metafisica.  Avendo assimilato intimamente la nozione che solo l'Assoluto è reale, e che l'esperienza della molteplicità non è che il risultato di un profondo errore metafisico, l'aspirante procede applicando questa concezione alla sua vita quotidiana, in tal modo dissociandosi da ogni fenomeno, sia esterno che interno al corpo-mente.
Pratiche quotidiane esemplari di questa Scuola sono:  
-osservare attentamente l'intervallo fra due pensieri;
-coltivare l'atteggiamento del testimone disinteressato durante tutta la giornata;  
-negli attimi che seguono il risveglio e precedono l'addormentarsi, osservare la comparsa e la scomparsa, nella  coscienza, del mondo esterno, del corpo e del senso dell'”io sono”.
La Liberazione finale, consiste nel trascendimento della coscienza  umana nei tre stati di veglia, sogno e sonno  profondo , per stabilirsi permanente nel quarto stato, quello della coscienza cosmica o turiya.
 
Bhakti-marga. E' la Via della Devozione verso Dio (chiunque Egli sia) portata alle estreme conseguenze. E ‟ un sentiero particolarmente veloce a adatto ai temperamenti naturalmente portati alla devozione.  La pratica consiste nei rituali o puja (adorazione dell'immagine o del simbolo), nella ripetizione ininterrotta e devota del Suo nome, e nell'atteggiamento di totale resa o abbandono  a tutto ciò che ci accade.  
 
 Karma-marga. Karma è un termine tecnico che significa ”azione” ed è un sentiero particolarmente adatto agli spiriti attivi. Le attività quotidiane, se compiute senza fini egoistici, unicamente in conformità al proprio “ dharma ”, in modo impersonale, possono contribuire alla diminuzione dell'ego, quindi sono considerate purificatrici.  La Bhagavad - Gita definisce lo yoga “ karmasu -kausalam ”: ovvero abilità nell'agire: non possiamo non agire, ma possiamo farlo “abilmente”, cioè senza desiderio dei frutti delle nostre azioni, per non rimanerne legati.  
 
“Prana -samyama” yoga.  Nelle Scuole classificate in questa categoria, derivate dal tantrismo, ma già prefigurate  nei Veda, l'enfasi viene posto sul controllo del prana. 
Concetto di “prana”. Il termine “ prana ” indica l'energia cosmica che regola il funzionamento dell'universo. A livello umano, questa “energia” (concetto da non confondere con quello occidentale, puramente fisico) è anche detta kundalini  ed è la forza vitale. In questi yoga si impara a controllare questa energia, per risvegliare l'entità psichica che abita il corpo, cioè il Sé. I testi yoga sostengono che il prana opera all'interno del corpo, e quando la sua attività cessa, la persona muore. Tutte le funzioni vitali sono manifestazioni di adho -gami prana, cioè di impulsi nervosi che agiscono in direzione discendente e centrifuga. Mediante particolari tecniche, in questi yoga si vuole sviluppare un'esperienza di urdhva -gami prana, ossia degli impulsi operanti nella direzione opposta, ascendente e centripeta.   
Le quattro Scuole note come “Maha yoga” sono: Mantra – Hatha – Laya e Rajayoga. Lo Hathayoga è considerato una tappa per ascendere al Rajayoga. Tutte le pratiche di questo gruppo agiscono direttamente o indirettamente sugli impulsi pranici, per arrivare, attraverso gli stessi, all'entità cosciente.  
Mantra -yoga. I Mantra  sono determinati suoni sacri o sillabe mistiche che si dice posseggano particolari effetti sul corpo  pranico. Con le vibrazioni del mantra , è possibile risvegliare le corrispondenti energie nell'organismo sottile. Queste scorrono nel corpo umano in determinati canali immateriali detti “ nadi” e si condensano nei chakra. Il mantra  apre alle esperienze di tipo trascendentale.  Nella Mantrayoga Samhita ” viene descritto che il discepolo riceve il mantra dal maestro che deve far parte di un lignaggio mai interrotto; l'iniziazione è detta diksha  ed è una effettiva trasmissione di potere spirituale. Il mantra  segreto viene solitamente sussurrato all'orecchio destro e ripetuto per tre volte.  

- Hatha yoga.   Il sistema dello Hathayoga  si basa sul principio secondo il quale le correnti praniche 
fluiscono nel nostro corpo. Lo scopo è quello di purificare il prana e internalizzare la nostra consapevolezza. La realizzazione dell'equilibrio fra Ida e Pingala si ottiene mediante un lungo processo costituente il programma tipico dello Hathayoga: asana, pranayama, suddhikriya, bandha & mudra, e nadanusandhana.  
Concetto di chakra. Le regioni principali del corpo sono sette: perine o, coccige, addome, cuore, gola, fronte, sommità del capo (ad ognuna corrisponde un chakra)  e le esperienze  provenienti da ognuna di esse sono diverse dalle esperienze provenienti da ogni altra. Nello yoga si parla del “Sé che si esprime maggiormente ad  un determinato livello rispetto agli altri”. L'intermediario fra il Sé e le funzioni vitali è il prana. L'attività vitale del mistico e del bhakta si concentra principalmente nella regione del cuore, mentre quella di uno jnani si situa fra le sopracciglia. L'obiettivo è il risveglio di  kundalini e la mente vi si assorbe, sospendendo le sue funzioni normali. Questo stadio è detto Laya  (fusione), e il praticante giunge fino al completo oblio del corpo e della mente, in uno stato di pienezza e consapevolezza superiore difficilmente descrivibile.  
Lo stato di Laya-yoga  sbocca automaticamente nel Raja-yoga, stato ancor più indescrivibile nel quale ogni dualismo è abolito e la mente individuale diventa Uno con l‟Assoluto.  
 
Il termine Hatha è composto da Ha, sole o polo positivo, e Tha, luna o polo negativo. I testi classici dello Hathayoga sono lo Hatha yoga pradipika di Svatmarama, la Gheranda samhita di Gheranda e lo Siva samhita. La Gheranda samhita descrive più di cento pratiche yoga, graduate dal livello fisico a quello psicologico e fino allo spirituale o metafisico. Una tipica espressione di questo testo è la seguente: “il corpo umano si disfa come un vaso di argilla nell'acqua; cotto al fuoco dello yoga, diventa 
indistruttibile”; è posteriore allo Hatha pradipika, la cui stesura risale fra la metà del XIV e la metà del XVI secolo.  Arthur Avalon (un giudice dell‟Alta Corte di Calcutta il cui vero nome era John Woodroffe) ha tradotto importanti testi tantrici sul Laya yoga e sui fenomeni connessi al risveglio di kundalini (1913), e pubblicato libri quali “Il potere del serpente” e “Il mondo come potenza”.  Abbinava Gupta, il grande filosofo e mistico dell'undicesimo secolo ha scritto opere fondamentali sullo shivaismo kashmiro, quali “Tantrasara”  e “Tantraloka”, che influenzarono profondamente il pensiero indiano.  Durante il periodo vittoriano della colonizzazione in India, il puritanesimo costrinse i praticanti tantrici alla clandestinità  a causa di alcune pratiche a sfondo sessuale. La conseguenza è che il Tantra indù è ancor oggi  poco studiato (anche perché gli indù non coltivarono mai una tradizione monastica di studio).  

Lo sviluppo storico dello yoga

Lo yoga ha origini sono molto antiche. Secondo i Purana (antiche cronistorie ), in un'epoca remota colui che fra gli dèi regolava la vita e la morte degli esseri, avrebbe rivelato agli uomini il modo di superare i limiti delle percezioni dei sensi, e di conoscere con un'esperienza diretta la natura sottile del mondo apparente e dei suoi aspetti trascendenti, cioè dello spirito e degli dèi.  Il nome di questo dio non si pronuncia, come nella foresta non si pronuncia il nome della tigre. In una lingua scomparsa lo si chiamava Ann, poi si chiamò Shiva  (“il benevolo”).      

Il primo adepto istruito da Shiva fu Matsyendra.  La rivelazione shivaita  è senza dubbio uno dei fenomeni più notevoli della storia del pensiero umano; si pensa che sia stata la fonte principale del pensiero filosofico indiano prima delle grandi invasioni. I suoi metodi di realizzazione spirituale, che ci sono stati tramandati sotto forma di tecniche yoga, rimangono la base conscia o inconscia di ogni vera ricerca interiore.   
L'approccio shivaita, confluito nella cultura degli invasori Vedici, ha prodotto uomini che rifiutarono di ridurre a dogma ogni conclusione che non sia verificabile dall'esperienza. Tutto il loro sforzo fu teso allo sviluppo dei mezzi di percezione dello spirito umano, di cui le tecniche yoga dovevano diventare la base, che permettevano di sperimentare direttamente l'invisibile e la natura intima dell'universo e dell'uomo.  Questo approccio, che oggi chiameremmo scientifico è il criterio essenziale del pensiero indiano in tutte le epoche.  Un'altra leggenda vuole che il primo yogin sia stato Hiranyagarbha, il cui nome, però, è anche uno dei molti nomi con cui viene chiamato l'Assoluto.  

Possiamo distinguere le seguenti fasi che hanno contribuito allo sviluppo dello yoga  quale oggi lo conosciamo: 

I. Periodo della Civiltà dell’Indo.   Tra il 3000/1700 A.C. nell'India del Nord, Mohenjo-Daro  e Harappa erano probabilmente le capitali di un regno dravida (una etnia locale). Nella religione troviamo il culto della Dea-Madre accanto a quello di un dio che potrebbe essere considerato un prototipo di Shiva. In questa regione è stata trovata una statuetta rappresenta uno yogin, assiso nella posizione classica del loto, che tiene gli occhi rivolti alla punta del naso con le palpebre abbassate in atteggiamento meditativo. Tutto ciò fa pensare all'esistenza dello yoga, sebbene non se ne conoscano le forme praticate.   
La cultura dell'Indo finì per fondersi con quella degli invasori, gli Ariani, portatori dei Veda, di una cultura patriarcale e della lingua sanscrita.

Il Periodo Vedico. Fra i documenti dello spirito umano in nostro possesso, i più antichi sono i quattro “Veda” : Rg-, Yajur -, Sama -, e Atharva. I Veda, che significano sia vedere che conoscere, rappresentano la conoscenza metafisica non soggetta ad alcun cambiamento. I Veda sono difficili da datare, anche perché prima della sistemazione definitiva vi è stato un periodo lunghissimo di trasmissione orale. 
Ciascun Veda consiste essenzialmente di quattro parti: Mantra (collezioni di inni), Brahmana  (precetti religiosi), Aranyaka (scritture per gli eremiti) e Upanisad (insegnamenti filosofici e metafisici  impartiti da maestri).  Lo sviluppo del pensiero, dagli Inni alle Upanisad, dovette richiedere non meno di un millennio di elaborazione.  Il desiderio di conoscere e capire il mondo portò a sviluppare nuovi metodi di indagine, che potessero andare al di là della ragione penetrando l'intima natura delle cose: tra questi metodi l'approccio shivaita, e lo yoga.  
Al sacrificio concreto si sostituisce gradualmente, attraverso lo yoga, un sacrificio interiore, Si lavora sul corpo e sulla respirazione. Col tempo si afferma la gnosi e la conoscenza di Brahma. E l'evoluzione si completerà nelle Upanisad . 
 
 III. Periodo Upanisadico.   Le vere basi dello yoga le troviamo nelle Upanisad. Considerate shruti o conoscenze rivelate e sacre, ben distinte dalle posteriori smrti o memorie, costituiscono la parte finale dei Veda, nel duplice significato di conclusione e scopo.  In forma di dialogo, descrivono la conoscenza di Brahma o Assoluto e forniscono i mezzi per accostarsene; essendo assolutamente incomunicabile nella sua essenza. Forniscono le tecniche  più o meno dirette per la  realizzazione metafisica.  Il Fine supremo è detto moksha o mukti  o “liberazione”, in quanto l'essere che vi perviene è sciolto dai vincoli dell'esistenza condizionata, grazie all'identificazione perfetta con l'assoluto.  
Il numero delle Upanisad è generalmente fissato in 108. In alcune di queste, per la prima volta, compare l'uso del termine yoga  in senso tecnico (Nella Katha: “per yoga si intende questo forte contenimento dei sensi”). La più importante è la Svetasvatara, i cui concetti (i cinque prana , ecc.) verranno ripresi dallo Hatha yoga. Nella Brhadaranyaka troviamo anche istruzioni di tipo sessuale, come il riassorbimento del seme durante l'amplesso, per fini magici o per la longevità, che verranno riprese e approfondite dal tantrismo. Ma il vero progresso segnato dalle Upanisad  sulle altre parti dei Veda sta nello spostamento del centro d'interesse dal mondo esterno a quello interiore.  
Le divinità dei Veda muoiono e nasce il vero Dio, l'incorporeo Brahman. Si prega solo per essere liberati dal dolore e dall'ignoranza: “Dall'irreale conducimi al Reale, dalle tenebre conducimi alla luce, dalla morte conducimi all'immortalità”.  L'attenzione si sposta, dal fatto fisico esterno, al Sé immortale interiore, situato di là dalla mente.  
Nella Brhadaranyaka, una delle più antiche, il nobile Yajnavalkya  pronuncia per la prima volta la formula estatica “ Aham brahmasmi ” ( Io sono Brahman ): l'affermazione della identità dello spirito umano con l'Assoluto è il vero segreto delle Upanisad.  
Nella Chandogya,  Uddalaka, uno degli spiriti più eccelsi tra quelli tramandatici dalle Upanisad, rivela al figlio Svetaketu, in un colloquio segreto, la dottrina del non-dualismo espressa nella formula “ Tat tvam asi ”  (Tu sei Quello).  
La Katha Upanisad comincia e finisce con una invocazione, quotidianamente recitata nei centri yoga che ad essa si ispirano, e che riguarda il rapporto fra maestro e discepolo nel processo di apprendimento:  OM sahana vavatu / saha nau bhunaktu / saha viiryam karavavahai / tejaswina vadhi 
tamastu / ma vidvisha vahai / OM shanti, shanti, shantihi!    Il significato è il seguente: 
OM, che l'Atman o Realtà Suprema ci aiuti a crescere insieme  / che  insieme ci protegga e aiuti a compiere le opere importanti / che lo studio sia per entrambi glorificante / che fra di noi non sorga mai alcun contrasto / OM, armonia e pace (ripetuto tre volte: dagli elementi disturbanti provenienti dagli altri, da noi stessi, dalle forze della natura).  
Nella Katha Upanisad appaiono tutti quegli aspetti psicologici e meditativi che verranno in seguito sviluppati dal Samkhya e dallo Yoga. Riguarda il viaggio ultramondano di Nachiketas, il quale incontra Yama, dio dell'oltretomba e Signore della sapienza primordiale. Yama gli rivela la presenza dell'eterno Atman  in ogni essere umano e gli insegna in quale modo esso debba venir suscitato nella coscienza dell'individuo finché è in vita.  
La metafisica delle Upanisad è stata considerata secondo sei “punti di vista” o “darshana”.  Il quarto di questi sei darshana  è lo yoga, che quindi è un punto di vista  più profondo del precedente (il Samkhya ) ma non in contraddizione con questo, e introduttivo al Vedanta, dove troviamo una completa esposizione del Brahman supremo.  Lo yoga, tuttavia, è l'unico darshana  che insieme all'aspetto speculativo presenta anche un lato “pratico-tecnico” (magistralmente esposto da Patanjali).  
 
IV. Periodo Epico.  Le due grandi epopee indiane, il Ramayana  e il Mahabharata  sono ricche fonti di informazioni circa i concetti e le pratiche yoga prevalenti ai loro tempi. Nel Ramayana i dialoghi di Rama con Hanuman, il re delle scimmie, ci danno alcune informazioni sul pensiero spirituale prevalente all'epoca.  
Nel Mahabharata,  poema epico composto  intorno al VI secolo a.C., troviamo i 18 capitoli che costituiscono la Bhagavad Gita. Considerata e pubblicata come un libro a parte, la Gita è particolarmente ricca di informazioni sullo yoga.  In questo poema, Krishna  espone a Arjuna principi di valore universale, e insegna alcuni principi fondamentali dello yoga, in particolare delle tre Vie di : Jnana, Karma e Bhakti.  Definisce lo yoga come “ samatvam yoga ucyate ”: “la mente in continuo equilibrio nella calma interiore è detta yoga”; e come “ yogah karmasu kausalam ”: “yoga è abilità nell'agire”: non possiamo non agire, ma possiamo farlo in modo “abile”, ossia senza venire coinvolti nei frutti dell'azione. 
Krishna e Arjuna rappresentano, in realtà, rispettivamente il Sé e l'Io. I due protagonisti sono  rappresentati sopra lo stesso carro,  che in realtà è il veicolo dell'essere nel suo stato di manifestazione; e mentre Arjuna combatte, Krishna conduce il carro senza combattere. né essere coinvolto nell'azione; il campo ( kshetra)  è quello dell'azione, attraverso la quale l'individuo sviluppa tutte le sue possibilità, ma questa azione non tocca minimamente l'essere principale.  
 
V. Periodo dei Sutra.   Lo Yoga sutra di Patanjali è il più antico e autorevole testo sistematico sullo yoga giunto fino a noi; raccoglie le tradizioni prevalenti al suo tempo e ha esercitato una grande influenza su tutti i pensatori e praticanti posteriori. Ancora oggi si studia e si interpreta, e da generazioni serve da guida sicura e affidabile. E' considerato lo yoga “classico” e la sua importanza pratica dipende soprattutto dal valore dei commentatori, dato che il testo in sé è di eccezionale difficoltà interpretativa. Il più conosciuto commentatore è stato Vyasa. Il praticante dopo aver praticato il Kriyayoga, potrà eventualmente accedere all'Ashtanga yoga, sistema integrato ad otto elementi, che dal piano fisico lo solleverà a quello metafisico. Questo percorso ci porterà al raggiungimento della “Liberazione”, o  “Unione” con il Principio supremo.  
 
VI. Periodo Medievale e Tantra.  “Tantra ”  significa “ordito” (come di un tessuto) e “ estensione ” o approfondimento dei testi più antichi. Secondo il Mahanirvana Tantra, durante la prima età o satya yuga, gli uomini erano saggi e virtuosi e praticavano yoga. Nella quarta ed attuale era cosmica, il “ kali-yuga ”, il dharma  andò del tutto dimenticato. Secondo i Tantra, i mezzi tradizionali delle ere precedenti non sono più adatti, e propongono pertanto un nuovo metodo che ha il fulcro sul corpo. Lo scopo è di ottenere il dominio sulle dimensioni sottili dell'esistenza e entrare in contatto con la Realtà trascendente. Il microcosmo è un riflesso del macrocosmo e nella dimensione trascendente queste due realtà (oggettiva e soggettiva) sono assolutamente identiche.  
Il tantrismo si sviluppò in Raja yoga, e come aiuto al Raja yoga fu sviluppato lo Hatha yoga, alcuni aspetti del quale divennero molto diffusi e popolari.  Molte pratiche dello Hatha yoga traggono la loro origine dal tantrismo. Di tutta la letteratura, quella tantrica è la meno studiata e capita, forse a causa delle pratiche sessuali che ne fanno parte (comunque già presenti nei Brahmana e nelle Upanisad, in 
particolare  nella Chandogya e nella Brhadaranyaka).  In ogni caso, l'atto sessuale proposto nella pratica è visto come atto cosmico  di unione dei due principi opposti.  

Il concetto di Yoga

Il termine “Yoga” ha assunto il significato odierno attraverso una lunga evoluzione.     

Prima (nel Rig -Veda) esso veniva impiegato per indicare una “connessione”,  come il connettere le diverse singole parole che compongono una frase o una formula, dando loro un senso.  

Successivamente venne impiegato per indicare l'atto di “mettere sotto controllo” i sensi e gli istinti dell'essere umano: questi dovevano essere resi ubbidienti e al servizio dell'intelletto (l'auriga  che tiene le redini del carro), e non rimanere dei selvaggi e dei tiranni nella vita dell'uomo.  

Infine si giunse al concetto di “integrazione”.  Tutti gli aspetti di un essere umano vivente: corpo, istinti, emozioni, pensieri, mente, devono essere adeguatamente e armonicamente sviluppati, e sottoposti alla guida superiore  dell'intelletto, e si ha la “realizzazione del Sé"; la conoscenza della nostra vera natura, consistente in pura coscienza, pura esistenza.  Il termine “yoga” indica genericamente qualunque via indiana per l'auto-sviluppo, comprensione e trascendimento, nonché lo stato di unione con l'Essere assoluto.  

Bisogna tener presente, infine, che il termine ‟Yoga‟‟ viene impiegato sia per definire il Fine (il nuovo Stato di essere realizzato), sia i Mezzi (le tecniche impiegate per realizzarlo).   Il termine si compone della radice verbale “yuj” (unire, congiungere) e dal suffisso “ghan” (processo in atto).  

Dal punto di vista del Fine , “yuj” significa “unione, legame ”; Vyasa ci dice che, allora, da questo punto di vista, lo yoga  è sinonimo di “Samadhi”  (sam+a+dha)  che in termini moderni possiamo chiamare  “Integrazione‟.  L'integrazione di cui si parla è tra le diverse parti dell'essere umano. Possiamo definire l'integrazione  come un processo che si compie in tre momenti:  

  • mettere insieme parti diverse: unione (samyoga)  
  • mettere ogni parte al posto giusto: equilibrio (samatva)  
  • sottoporre tale processo ad una guida intelligente: controllo (samyama).  

Dal punto di vista dei Mezzi, la stessa radice “yuj” significa:  

  • tecnica, metodo - disciplina (yukti)  
  • elevazione (upaya)  
  • progressione, rafforzamento, eliminazione dei punti deboli (sannahana).  

Lo Yoga è un processo di cui si conosce l'inizio ma non la fine, dato che sfocia nell'Infinito e rimane incomprensibile a chi non lo pratica.  

Definizion di yoga date dal Dr. Manohar Laxman Gharote che è stato Direttore del prestigioso Kaivalyadhàma Institute di Lonàvlà (Bombay). Ha condotto e conduce un'intensa attività seminariale sullo yoga nel proprio Paese e all’estero (Germania, Brasile, Argentina, Italia e Giappone). Ha pubblicato in India e in Germania diverse opere.   

venerdì 12 dicembre 2025

La felicità secondo Matthieu Ricard

Il gusto di essere felici. Saggezza e benessere in ogni momento della vita, di Mathieu Ricard
 (Il titolo originario è Plaidoyer pour le bonheur). Plaidoyer significa “appello” o "impegno". Il libro è del 2003 ed è stato pubblicato in italiano nel 2008.  Matthieu decide di dedicare la vita agli altri «perché l’ego non può condurre all’amore»   


"Cercare la felicità al di fuori di noi è come aspettare il sorgere del sole in una grotta rivolta a nord"
•— Matthieu Ricard —•
 

Matthieu Ricard vive da più di quarant’anni nel monastero di Sechen, sulle montagne del Nepal, ma è tutt’altro che un asceta isolato dal mondo. È coinvolto in progetti umanitari che hanno portato alla costruzione di decine di scuole, ospedali e ponti nelle zone più povere dell’Himalaya. Viaggia per il mondo e partecipa a progetti scientifici, offrendo la sua esperienza unica di filosofo e scienziato. Con questo testo ha deciso di condividere con tutti i risultati di un lunghissimo viaggio spirituale e umano.
«Coltivare allo stesso tempo saggezza e bontà — intesa anche come altruismo — è come avere le due ali che permettono agli uccelli di volare nel cielo, verso la libertà interiore e la liberazione dalla sofferenza».
Matthieu pone la felicità al primo posto nella scala dei sentimenti. Come identificarla, raggiungerla e conservarla? Attraverso un percorso individuale di presa di coscienza interiore e di equilibrio della mente. La felicità è il motore dell’esistenza e rappresenta, più di ogni altro sentimento, l’amore per noi stessi e per il prossimo.

Gli scienziati del Wisconsin, lavorando nel campo della neuroplasticità, hanno studiato la felicità in relazione all’attività cerebrale. Matthieu Ricard ha ottenuto risultati che hanno superato quella che si pensava essere la soglia della felicità: è dunque l’uomo più felice della Terra?
La felicità è associata a una rete di regioni cerebrali che collaborano tra loro, tra cui il sistema limbico (che include amigdala e ippocampo), la corteccia prefrontale e il nucleus accumbens. Un’altra area chiave, scoperta più recentemente, è il precuneo, il cui volume sembra essere collegato all’intensità della felicità e alla capacità di trovare significato nella vita. Matthieu Ricard afferma che, di fronte alla stessa situazione, possiamo reagire in modi molto diversi: la nostra felicità o le nostre sofferenze sono spesso il risultato delle costruzioni mentali che sovrapponiamo alla realtà e delle “tossine” interiori da cui ci lasciamo avvelenare.
La felicità è lo scopo dell’esistenza umana. Essa esprime quanto una persona ama la vita che sta conducendo. È un programma a lungo termine in cui la gioia è percepibile. La persona felice è in armonia con il proprio mondo interiore e con ciò che la circonda. È la serenità imperturbabile dei saggi, che vivono con intensità l’esperienza opposta del dolore e della gioia.
La sofferenza e la gioia dipendono dalle condizioni esterne e dalle emozioni, ma una mente chiara permette di ridurre la distanza tra la realtà e il pensiero che proiettiamo su di essa; così facendo diventiamo meno vulnerabili alle circostanze esterne.

Un re chiese al suo consigliere di riassumere la storia umana in una frase. Il consigliere rispose: «Gli uomini soffrono, mio re».   Esistono diversi tipi di sofferenza; quella nascosta è legata alla nostra maleducazione e al nostro egocentrismo. Molte filosofie occidentali dichiarano che è impossibile raggiungere la felicità e che la sofferenza è inevitabile, e Schopenhauer elogia lo spleen.
Sulla spiaggia ci sono centinaia di stelle marine che stanno morendo al sole. Un uomo, a ogni passo, ne raccoglie una e la rimette in acqua. Un amico lo osserva e dice: «Ci sono milioni di stelle marine su questa spiaggia: i tuoi sforzi sono lodevoli, ma vani». L’uomo, rimettendo in acqua un’altra stella marina, risponde: «Hai ragione. Ma per questa stella marina fa una grande differenza».
Il dolore ci toccherà inevitabilmente quando arriva la morte; in quel caso, il miglior dono che possiamo offrire al nostro defunto è continuare a condurre un’esistenza felice e ricca.

Dobbiamo inoltre evitare di dare la colpa agli altri. Shantideva ha detto: «Se abbiamo un rimedio, perché disperarci? E se non c’è rimedio, perché affliggerci?».
Il Dalai Lama ha affermato: «Cercare la felicità rimanendo indifferenti alla sofferenza degli altri è un tragico errore!». La compassione è fondamentale: è un sentimento che genera responsabilità e rispetto verso la comunità umana.
Il saggio non ha nulla da desiderare, nulla da temere; non gli manca nulla e, di conseguenza, può essere pienamente felice. Non possiamo nascere saggi, ma possiamo diventarlo: è una lunga trasformazione interiore, basata sul lavoro quotidiano.
La realtà è spesso una nostra proiezione mentale: costruiamo la nostra realtà e creiamo confusione sulla base del concetto di identità personale. Un saggio tibetano diceva: «Perché ci crocifiggiamo per qualcosa che non esiste più o per qualcosa che ancora non esiste?».
La libertà interiore ci permette di apprezzare la pura semplicità del presente, liberi dal passato e dal futuro. La meditazione consente di sviluppare una libertà interiore e una forza sempre maggiore: le nostre angosce e paure si attenuano, e la fiducia — basata sulla gioia di vivere — sostituisce l’insicurezza; l’altruismo appassionato prende il posto dell’individualismo cronico.
Dovremmo dedicare tempo a diventare esseri umani migliori ed equilibrati.

Gino Luigi Sansone - Scuola di Yoga Integrale

 " IO SONO l'essere e il non-essere,   ma IO SONO aldilà dell'essere e del non-essere. " Bhagavad Gita    

Gino Luigi Sansone  ( 1958 ) -Ramanuja Acharya Das - è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Napoli in Scenografia, ed ha sviluppato una forte passione per la saggezza dell’Oriente (soprattutto dell’India che visiterà in vari viaggi) e per la pratica della meditazione yoga.
È  insegnante di yoga diplomato alla Yoga Vedanta Forest Academy dello Shivananda Ashram-Divine Life Society di Rishikesh, India. Nel 1986 fonda a Napoli lo Shri Vaishnava Ashrama, la Scuola di Yoga Integrale in Italia – Yoga Sociale ad indirizzo Spirituale, Umanitario, Sociale, Ambientalista, Animalista, con sede in Orbetello (Grosseto), di cui è Presidente e Maestro.
Dal 1986 è membro iniziato dello Shri Vaishnava Sampradaya al Saligram Mandir, Vrindavana, India; nel 2007 ha fondato lo Shri Vaishnava Ashram, di cui è il Maestro riconosciuto dalle autorità spirituali indiane. Attualmente condivide l’insegnamento spirituale della meditazione yoga in tutta Italia tramite corsi, seminari e conferenze. 

La conoscenza del Maestro Gino Sansone spazia in incommensurabili campi, dalla storia alla filosofia, alle diverse tradizioni religiose e spirituali, dall’ Arte alla Poesia, dalla pittura al Teatro, dalla cultura orientale alla cultura occidentale, dalla cucina macrobiotica a quella ayurvedica, dallo Yoga alla Vita.
Gino Sansone ha trasmesso sempre i suoi saperi con esemplare generosità e semplicità, e con quell’allegria che è la perfetta combinazione per far comprendere argomenti profondi e complessi.
In Ashram si apprende la vita persino nell’osservare il Maestro cucinare o fare il pane: ogni azione, ogni parola è ricca di insegnamenti preziosi.  Gino è anche un eccellente Bio-vegan-chef.

Tra gli innumerevoli progetti realizzati citiamo il Corso Gratuito di Formazione Giovani Insegnanti Yoga, ad indirizzo Spirituale, Umanitario, Sociale, Ambientalista, Animalista, della durata triennale; il meraviglioso progetto Lo Yoga per i Musei - I musei per lo Yoga; il progetto Giovani in Yoga. Questi sono solo alcuni dei progetti da lui realizzati con la Scuola che opera, dalla sua fondazione ad oggi, in stretta collaborazione con gli Enti pubblici, Istituzioni ed Istituti scolastici di ogni ordine e grado.

Gino Sansone è anche uno straordinario artista, che ha partecipato a mostre con installazioni e dipinti e dal 1980 è il focalizzatore del Laboratorio di Teatro Yogico-Sciamanico con cui ha realizzato diversi happenings, attività creative e performative in teatri e in luoghi non convenzionali e per la città di Napoli.

Ha avuto qualche problema fisico a partire dal 14 ottobre 2022, a seguito di un grave episodio di salute iniziato con una emorragia cerebrale, che lo ha visto in pericolo di vita. Ha affrontato con successo una grande battaglia per curare il suo corpo.  Sta ricominciando a tenere conferenze e insegnamenti in varie città  d'Italia. 

Vari link:

  • Profilo e Pagina facebook:  Gino Sansone: https://www.facebook.com/sansonegino
  • Scuola di Yoga Integrale: https://www.facebook.com/scuoladiyogaintegrale
  • Link video:   https://youtu.be/RqxuXtgglXw  https://youtu.be/pUbASXiQIDY
  • https://www.facebook.com/1051504586/posts/10222568727100849/?mibextid=o7d1FKF6OwB1pP9P 

Il filosofo, la libido e la relazione logica

Il filosofo preferisce la relazione logica al rapporto sessuale e lo si riconosce dal fatto che, di fronte a un problema sessuale, assume un atteggiamento forzato, e inappropriato. Manifesta una glaciazione quando ci si attendeva un incendio, un incendio quando ci si attendeva una glaciazione. Formula una teoria a chi gli chiede un'emozione, sprofonda in una passione qualunque invece di rispondere razionalmente a una domanda sull'amore.   

Il filosofo è in difficoltà. Di fronte alla pulsione sessuale, nella vita quotidiana il filosofo prospetta soluzioni estreme: la verginità, la castrazione, nel senso della continenza; oppure la dissolutezza, la perversione, nel senso della licenziosità.  Nessuno immagina la castrazione per se stesso; il filosofo si. Può addirittura farvi ricorso. La storia della filosofia annovera due celebri castrati. Il primo è Origene, cristiano inflessibile.  Il secondo filosofo castrato è Abelardo.  

Tra quelli che sono rimasti vergini figurano (per quanto ne sappiamo) Plotino, Ipazia, Tommaso d'Aquino, Erasmo, Paracelso, Spinoza, Pascal, Malebranche, Kant, Lagneau, Simone Weil ("la Vergine rossa"), che non sembra siano stati tormentati dalla "cosa". Il che deve spiegare, in parte, la natura astratta della loro morale.
La vita sessuale di Spinoza, anche a venticinque anni, è un grande vuoto, per passività. Al piacere sessuale Spinoza rimprovera molte cose: tiene "la mente (...) così distratta" che le impedisce di "pensare a un qualche altro bene"; e poi, com'è noto, "dopo il godimento (...) segue una grande tristezza che, se non annienta la mente, tuttavia la turba e la stordisce".

Sull'altro fronte ci sono filosofi che hanno avuto un'esistenza da dissoluti: Tertualliano, Agostino, Lullo e Vanni.  Agostino e Lullo - si presentano come eroi che hanno rinunciato al piacere sessuale. Ma si dedicano all'astinenza dopo aver goduto dell'abbondanza. Ci piacerebbe che avessero coraggiosamente rinunciato al sesso a vent'anni invece che a trentadue ( Agostino) o a trentatré (Lullo). A quel tempo, a trent'anni si era già uomini maturi. Come dice il proverbio, "quando il diavolo invecchia, si fa eremita". Secondo un'ottima raccomandazione dei moralisti, essi non uccidono la libido: sostituiscono alla passione sessuale la passione evangelica. O meglio, poiché nel convertire mettono la stessa foga che avevano messo nel copulare, trasformano la propria libido. E' la medesima energia. Agostino e Lullo sono dei convertiti. La conversione è un'inversione di vapore. Si conserva il vapore, ma lo si dirige altrove.

Ma un'eccezione, un diavolo, si riesce comunque a scovarlo. Esiste un filosofo "dissoluto" (l'aggettivo è di Diderot): La Mettrie, medico materialista del XVIII secolo che difende l'erotismo universale. Osa titoli come L'arte di godere. Innalza questo inno: "Piacere, supremo padrone di tutti gli uomini e degli dei, davanti al quale tutto scompare, persino la ragione stessa, tu sai quanto il mio cuore ti adori". Ai diavoli si può aggiungere Claude Henri de Saint-Simon, di epoca napoleonica, definito "dissoluto". 

Quindi si potrebbe concludere che in Sofia non c'è alcuna depravazione o ce n'è ben poca.  

Vedi:  https://isentieridellaragione.weebly.com/la-libido-il-filosofo-preferisce-la-relazione-logica.html

Relazioni, amicizia e amore

"L'amicizia e l'amore sono una risonanza positiva molto forte con qualcuno, senza attaccamento, nè altra cosa, sono la constatazione di essere felice di stare con questa persona e di essere in relazione con questa persona. Ed è considerata l'emozione suprema perchè è accompagnata da stati mentali positivi che accompagnano come una costellazione questa risonanza positiva con gli altri da cui scaturisce il miglior stato dell'essere umano" - Matthieu Ricard               

  «C'è più testo scritto su un volto che in un volume della Pléiade e quando guardo un volto cerco di leggere tutto , anche le note a piè di pagina. Mi addentro nei volti, come ci si addentra nella nebbia, finché il paesaggio non si illumina nei minimi dettagli. Leggere così l'altro significa favorire il suo respiro, cioè farlo esistere. Forse i pazzi sono persone che nessuno ha mai letto , rese furibonde dal contenere frasi che nessuno sguardo ha mai percorso. Sono come libri chiusi». «L'incontro è lo scopo e il senso di una vita umana. Ci permette di non attraversarla come sonnambuli. Quando i miei occhi si chiuderanno, lo faranno su un'immensa biblioteca costituita da volti che mi hanno commosso, turbato, illuminato.  Un volto è illuminante quando un essere è benevolo e rivolto verso qualcosa di diverso da sé stesso. La cura che ha dell'altro lo illumina, lo rende vivo. Cattura una luce e la riflette. È qualcosa di raro. La ricchezza di questa vita è fatta soprattutto di volti e di poche parole». -  Christian Bobin

Incontrare l'altro... «È estremamente raro incontrare qualcuno, sia che si frequentino molte persone sia che si sia dei cosiddetti solitari. La maggior parte delle persone rende molto difficile incontrarle perché non sono sincere nelle loro parole o perché sono prive di anima.   Io attribuisco sempre all'altro il merito dell'incredibile novità della sua esistenza, ma questo merito si esaurisce se l'altro ha rovinato questa meraviglia per diventare come tutti gli altri.  -  Christian Bobin

Oscar Bonelli, Mauro Tiberi, Pejman Tadayon

 In questa pagina riporto alcuni grandi musicisti che suonano a Roma e propongono percorsi spirituali.  

Danzi nel mio petto, dove nessuno può vederti.  Ma qualche volta io Ti vedo e quella Luce diviene quest’arte.”  (Jalaluddin Rumi)   

Sono convinto che l’Oriente e l’Occidente possano incontrarsi e conoscersi profondamente. E non ho altro che la musica per dimostrarlo.”    (Pejman Tadayon) 

Pejman Tadayon, nato a Esfahan (Iran) nel 1977, è un musicista, compositore e pittore persiano, considerato uno dei massimi esperti di musica persiana e sufi in Italia. Ha studiato l’antico repertorio musicale persiano e strumenti tradizionali come târ e setâr con maestri rinomati. Trasferitosi in Italia nel 2003, ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Firenze e studiato musica occidentale. A Roma, ha collaborato con il gruppo Sarawan e fondato il gruppo Navà, incidendo il CD “Viaggio nei colori”. Nel 2009 ha creato il gruppo YAR e pubblicato l’album “Yar Ensemble”.
Nel 2013 ha fondato il Pejman Tadayon Ensemble, componendo musiche ispirate a Rumi e al Sufismo, pubblicando l’album “Universal Sufi Music”. Dal 2014, ha integrato corde nei suoi dipinti, creando opere di pittura sonora esposte nella Galleria Sonora di Roma, dove organizza anche eventi musicali. Tadayon insegna oud, târ, setâr e teoria della musica orientale. Nel 2015 ha co-fondato il progetto Cafè Loti, che unisce musica colta e popolare.
Ha collaborato con vari artisti e partecipato a produzioni teatrali e cinematografiche, tra cui “L’ultimo Pulcinella” e “Polvere di Baghdad”. Ha anche realizzato il docufilm “Quando Rumi incontra Francesco”. Tadayon è promotore del dialogo musicale tra Oriente e Occidente.
Pejman Tadayon continua a essere una figura rispettata nel mondo della musica persiana e un ambasciatore della sua ricca tradizione musicale. La sua passione per il tar e il suo impegno per l’eccellenza musicale lo rendono un artista straordinario e ammirato in tutto il mondo.   Sito web;  https://www.pejmantadayon.com/ 

Oscar Bonelli è un cantante, poli-strumentista e voice, ispirato dal canto armonico della Mongolia e del Tibet; dal canto carmatico indiano; dai canti dei nativi d’America e  africani.   Conduce laboratori di canto energetico e meditazione sul suono.  Comincia la sua ricerca musicale 25 anni fa con l’approccio alla danza africana. 
Lungo il suo percorso incontra numerosi maestri (Francesca Cassio – canto indiano; Nela Bagawath – Mumbay, canto indiano; Tran Quan Gai – Vietnam, canto armonico; Roberto Laneri – canto armonico; Riccardo Misto – Nada Yoga; Giovanni Imparato – drum circle, ecc).  Questi incontri delineano la sua personalità artistica, che Oscar esprime i maniera eccelsa, attraverso un mix di world music, che evoca nell'ascoltatore stati di contemplazione e rapimento spirituale.  La dimensione “cosmica” di musiche ancestrali, creata da Oscar Bonelli si esprime attraverso il suono di strumenti musicali, che giungono da tutte le zone e le culture del mondo.  Strumenti rari che Oscar ci presenta fondendone i suoni, con grande maestria, in un canto che diventa preghiera e devozione verso il divino. 

 Mauro Tiberi è un musicista, polistrumentista e ricercatore vocale, studioso e praticante di canto difonico (canto armonico), vocalità sacra orientale (canto bizantino), di canto indiano negli stili dhrupad, kyal e qawwali, più altri stili antichi di canto indoeuropeo. Organizzatore di concerti e formatore di gruppi di studio su argomenti che vanno dalla musica, alla filosofia della musica e di tecniche vocali per lo sviluppo psicofisico della persona. 

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono circa...