sabato 8 agosto 2026

Jung - Il sacro e l'anima - Giovanni Rocci

L'autore Giovanni Rocci presenta in questo testo la dimensione religiosa e la "psicologia analitica" di Carl Gustave Jung  (1875-1961) 

Nell'orazione funebre il reverendo W. Meyer celebrò lo Jung profeta che aveva fermato la tracotante avanzata del razionalismo e aveva restituito all'uomo la consapevolezza ed il coraggio della propria anima.    

Premessa.   La "psicologia analitica" è un trasformare l'anima per metterla in grado di cogliere quella totalità di Senso che rischia in ogni momento di essere straniera all'uomo, e più che mai oggi nell'età della tecnica. 
Il cammino che conduce al Senso è una via che pone l'uomo al di là del confine razionale dell'Io...  E' un confronto con il Sacro.

Ebbene, la morte è una meta - il fine al quale guardiamo e per il quale lavoriamo. 
Le religioni, le grandi religioni, sono sistemi volti a preparare la seconda metà della vita per il fine, la meta, propri di questa seconda parte dell'esistenza.

Il recupero del senso religioso dell'esistenza è la finalità e la conseguenza della psicoterapia   junghiana.

Capitolo 1  -  Il Sacro e i fondamenti del pensiero junghiano.

Nel 1913 Jung propone il termine psicologia analitica. 
L'idea freudiana (scuola di Vienna) della libido è una manifestazione psichica della pulsione sessuale, come energia di tale pulsione, il cui carattere è sempre somato-psichico. L'idea junghiana (la scuola di Zurigo) della libido è intesa come energia psichica in generale, come il bergsoniano "slancio vitale". 
E' impossibile definire univocamente in senso sessuale la valenza energetica della libido, che deve essere intesa come una vera e propria "funzione di realtà", nella sua dimensione soggettiva di aspirazione e desiderio. 

Per Jung non è importante quale tipo di energia istintuale sia all'origine del sogno, ma quali forme simboliche essa abbia assunto nella psiche [..]  la facciata del sogno è diretta espressione dell'inconscio. 

Quando Freud dichiarò pubblicamente che psicoanalisi e teoria sessuale sono indissolubilmente unite, Jung fu costretto a battere un'altra strada ... 

La psicoanalisi è una scienza dello spirito.

Per Jung è reale ciò che viene vissuto dalla psiche, e non solo ciò che è empiricamente attestabile e sperimentabile. 
Per Jung la dominante che caratterizza la psiche è sempre di natura filosofica-religiosa, come è evidenziato da ogni momento critico della vita, ed analista e paziente debbono ricercare insieme idee filosofiche-religiose in corrispondenza con gli stati emotivi del paziente, e queste idee si presentano in forma archetipica, appena sbocciate da quel suolo materno da cui sono scaturiti in origine tutti i sistemi filosofici e religiosi. 
Le idee religiose e filosofiche provengono dalla vita stessa, pur se mediate da un diverso quantum di coscienza, e a loro fondamento c'è l'istinto, perchè il pensiero nasce dal mondo fisiologico-istintuale.
I contenuti della religione e il senso del Sacro sono degli istinti che, se non vengono riconosciuti, ricadono nell'inconscio senza perdere la loro efficacia, finendo col produrre così un turbamento nell'equilibrio.

La psicologia analitica torna alle radici profonde della sua dimensione immaginale, elaborando una visione del mondo che, fondata sulla conoscenza degli strati profondi della psiche, è insieme un cammino di individuazione e di maturazione.
La psicologia analitica, come filosofia, è una risposta agli enigmi che la vita pone, ma una risposta basata sulle strutture profonde della psiche e che mette totalmente in gioco l'esistenza stessa di colui che risponde. 

Dal testo Ricordi, sogni, riflessioni:
"la mia vita è la storia di un'autorealizzazione dell'inconscio. Tutto ciò che si trova nel profondo tende a manifestarsi al di fuori, e la personalità, a sua volta, desidera evolversi oltre i suoi fattori inconsci, che la condizionano, e sperimentare se stessa come totalità. 
Che cosa noi siamo per la nostra visione interiore, e che cosa l'uomo sembra essere sub specie aeternitatis, può essere espresso solo con un mito. 
Il mito è più individuale, rappresenta la vita con più precisione della scienza. [...]
La vita mi ha sempre fatto pensare ad una pianta che vive nel suo rizoma, la sua vera vita è invisibile, nascosta nel rizoma, ciò che appare alla superfice della terra dura solo un'estate, e poi appassisce, apparizione effimera.   [...]  Io non ho mai perduto il senso che qualcosa vive e dura oltre questo eterno fluire. Quello che noi vediamo è il fiore, ma il rizoma perdura. 
In fondo, le sole vicende della mia vita che mi sembrano degne di essere riferite sono quelle nelle quali il mondo imperituro ha fatto irruzione in questo mondo transeunte. Ecco perchè parlo principalmente di esperienze interiori, nelle quali comprendo i miei sogni e le mie immaginazioni".

Questa è la religiosità di Jung; un al di là del Senso, che traduce nel divenire e morire delle forme dell'esistenza. 

Tre punti indispensabili per comprendere la visione del mondo dello psicologo zurighese: il concetto di inconscio collettivo, di simbolo e di archtipo. 
L'inconscio è costituito da tutti i contenuti sublimali rispetto alla coscienza, contenuti dimenticati, inintenzionali, rimossi: questo Jung lo chiama "inconscio personale". 
Ben più ampia e più importante è quella zona dell'inconscio più profonda e vasta, denominata da Jung "inconscio collettivo", ove sono le qualità ereditate, gli istinti, in quanto impulsi a compiere azioni senza una motivazione conscia e per necessità, e gli archetipi. 
Non è possibile delimitare con un confine netto le zone dell'inconscio e della coscienza, ma vi è una continua gradazione, una sedimentazione di strati storici che continuano a vivere e agire in ciascun essere umano. 
Jung riconosce che l'inconscio non è direttamente esplorabile, appunto perchè "in-conscio" ed ogni sua espressione è sempre conosciuta come si rivela alla coscienza e viene da essa mediata. Si può allora solo supporre che i prodotti consci siano scaturiti dall'inconscio. 

L'inconscio ha due significati:
- da una parte è la sorgente profonda di eventi psichici e che la sola coscienza non riesce a spiegare.
- dall'altra l'inconscio è quella trascendentale totalità di Senso che è entro e dietro l'individualità come parte, e può essere inteso come l'illimitato e l'infinito  [...] l'inconscio, nella sua profondità, è dunque il numinoso, al di là di ogni possibile definizione e se anche personificato, come demone o Dio, rimane sempre oltre il limite della coscienza, sulla quale se ne possono cogliere soltanto gli effetti.  
 Jung scrive: "è lo sfondo impenetrabilmente oscuro del fenomeno della coscienza". 
L'archetipo è sempre una struttura, è il solco mnestico impresso dalla ripetizione dei rapporti ambientali, attraverso i millenni delle origini, nella costituzione psicobiologica dell'essere umano, appartiene agli strati arcaici della psiche ed è espressione del rapporto tra gli archetipi e le esperienze primordiali della coscienza. 
Jung: " Non sono io che vivo, ma è la vita che vive in me. L'illusione della supremazia della coscienza ci fa dire: io vivo.  Ma non appena quest'illusione venga infranta dal riconoscimento dell'inconscio, quest'ultimo apparirà allora come qualcosa di oggettivo in cui è contenuto l'Io".

Così la vera psiche è l'inconscio, mentre la coscienza dell'Io può essere considerata soltanto come un epifenomeno temporaneo, perchè l'inconscio collettivo è la poderosa massa ereditaria spirituale dello sviluppo umano che rinasce in ogni struttura cerebrale individuale. La coscienza invece è un fenomeno effimero, che serve agli adattamenti e orientamenti momentanei.
Le immagini che nascono dal rapporto tra l'esperienza psichica e quella fisica formano il sostrato arcaico della psiche.
La vita immaginale della psiche è regolata da questo rapporto di adattamento-assimilazione, per cui noi non abbiamo mai a che fare con le persone o le cose come sono in se stesse, realisticamente intese, ma con le nostre immagini interne. 

pag. 19.   L'intera vita di Jung è percorsa da una dimensione religiosa che la trasvaluta e la apre al piano della trascendenza.
Ogni teoria scientifica è necessariamente astratta ed esclusivamente razionale, mentre il dogma esprime attraverso un'immagine un complesso irrazionale
[...]  Il dogma è l'espressione dell'anima, ben più perfetta di quanto possa esserlo una teoria scientifica, poichè quest'ultima può esprimere soltanto la coscienza.
Inoltre una teoria non può che rappresentare una cosa viva per mezzo di concetti astratti. iL dogma invece ben esprime il processo vivo dell'inconscio nella forma del dramma del peccato, del pentimento, del sacrificio e della redenzione. 

Alcuni episodi della sua vita mostrano l'irruzione di una forza numinosa profonda, anche se non propriamente religiosa. 
All'età di 4 anni c'è l'incontro con la religione cattolica, il padre era un pastore protestante, 
nei suoi sogni associava Gesù a un divoratore di uomini che siedeva su un trono in una grotta sotterranea.  
Jung "Segretamente nutrivo dubbi sull'amore e la bontà di Gesù.
Questa sensazione di ostilità e paura verso il cattolicesimo continuò a lungo - [..]
Solo quando ebbi varcata la trentina - mi riuscì di considerare Mater Ecclesia senza questo senso di oppressione".

A dieci anni si costruisce un piccolo manichino, lo nasconde su di una trave affidandogli in custodia dei rotolini di carta su cui aveva scritto con un alfabeto segreto le sue sensazioni.
Era il suo doppio, il suo "Ka" che custodiva i suoi segreti e lo proteggeva. 
Jung si accorgerà che tutto ciò non era una semplice fantasia infantile, ma il presentarsi, a sua insaputa completa, di una costellazione archetipa operante nella preistoria. 

Capitolo 2  -   La formazione del pensiero religioso junghiano

Pag. 39      Verso gli undici anni cominciò ad interessarsi dell'idea di Dio.
Verso i dodici anni ha un sentimento di sdoppiamento della personalità: da una parte è lo scolaretto del suo tempo, insicuro, dall'altra un'anziana e importante personalità dle XVIII secolo:   "ero due persone diverse", egli scrive, "e in effetti vivevo contemporaneamente in due epoche". 
Questo sdoppiamento indica con chiarezza l'urgere della dimensione inconscia fin dall'infanzia di Jung e il presentarsi di quei vissuti che formano le radici stesse della sua posizione teorica.
La seconda personalità è "lontana dal mondo umano, vicina alla natura, alla terra, al sole e alla lunga a tutte le creature viventi, e vicina soprattuto alla notte, a tutto ciò che Dio produceva in lei direttamente. "   E' questa personalità n. 2 che vive autenticamente il rapporto con il divino.

Ciò portava sempre più il giovanissimo Jung a sentire Dio in un rapporto personale segreto e intimo, e contemporaneamente ad allontanarsi sempre di più dalla chiesa istituzionale. 
A ottantatre anni, è vivamente presente in lui il senso della terribilità di Dio, il Dio del Vecchio Testamento e del Libro di Giobbe, la cui onnipotenza è capace di piegare la volontà degli uomini, indifesi di fronte a Lui.
Insieme a ciò però nasce anche il senso di un destino risolutore dell'antinomia tragica tra volontà divina e libertà umana.
"Fin da principio avvertii la presenza del destino, come se la vita fosse un compito da assolvere assegnatomi dal fato: ciò mi dava un intimo senso di sicurezza, che sebbene non potessi mai trovarne ragione in me stesso, mi s'imponeva da sé. [...]
Capii che Dio era , almeno per me, una delle esperienze più sicure e immediate".

Il senso religioso della vita e del mondo conduce appunto all'accettazione del destino e al riconoscimento, contro il sogno prometeico dell'uomo moderno e la sua hybris che l'uomo è solo parte e non è il Tutto. 

Pag. 45    Jung incontra Freud nel 1907
La psiche ha voluto mostrare uno spaccato delle sue dimensioni, la sua stratigrafia, per cui si passa dal salotto-coscienza all'inconscio che, tanto più si scende in basso, diviene oscuro e estraneo.
Infatti, abbiamo visto che il parlare di coscienza e inconscio come di due distinti topoi, dia luogo a difficoltà di ordine concettuale, in primo luogo l'impossibilità di definirne il confine. 
Ogni prodotto della psiche ha sempre una forma, un'espressione, che nasce dalla coscienza storica ed è storicamente individuabile e situabile, ma ha anche un Senso, che è al di là di ogni tempo, che è immanente alla forma ma insieme infinitamente la supera. 

Questo abisso del Senso, che non può mai essere esaurito dalla ratio e dalla dimensione logico-discorsiva, è ciò che può essere detto inconscio, non come un luogo della psiche, ma come il profondo stesso, come l'arcaico che si perde filogeneticamente nell'origine del tempo e ontogeneticamente nei processi psicoidi del simpatico e del parasimpatico. Per cui ciò che si indica con i termini di coscienza e inconscio - è solo la diversa posizione nella tettonica della psiche [...]
Leggendo Simbolismo e mitologia dei popoli antichi  di F. Creuzer, Jung individua per la prima volta l'unità di mito, religione e inconscio che riporterà nella sua grande opera del 1912 Trasformazioni e simboli della libido. 
Il cristianesimo è per lui una religione fondamentale, anzi il più alto grado raggiunto dalla coscienza in campo religioso.
A questo punto si stringe in Jung un plesso ermeneutico di simbolo, mito e sogno, che egli manterrà per tutta la vita e che lo metterà a confronto con l'inconscio, dando luogo a particolari fenomeni di irruzioni archetipe.

Pag. 50    Altro momento importante per la formulazione del Sacro nel pensiero di Jung è la comprensione che, intorno al 1920, ha del mandala. 
Il testo paarla della Teoria e pratica del mandala di Giuseppe Tucci - Roma 1969.

Il Sè è la struttura della totalità che esiste già da tempo immemorabile, ma è sepolta nei più intimi recessi dell'inconscio e che può essere raggiunta attraverso la massima ampiezza di coscienza possibile mediante la massima autoconoscenza possible.
"Sapevo che nel trovare il mandala come un'espressione del Sè avevo raggiunto ciò che per me era il vertice."

Alla fine degli anni venti in confronto di Jung con il proprio inconscio era sostanzialmente compiuto
Nel 1926 Jung incontra l'alchimia, uno degli assi portanti della pensiero junghiano. 

Nel suo viaggio in Africa trova il significato della coscienza: "Soltanto io, l'uomo, con un invisibile atto di creazione, ho dato al mondo il compimento, l'esistenza obiettiva. [...]  avevo cercato quale fosse il nostro mito. Adesso sapevo quale era, e sapevo anche di più: che l'uomo è indispensabile al concepimento della creazione, anzi egli è addirittura  il secondo creatore del mondo, colui che solo ha dato al mondo un'esistenza obiettiva... [...]
La coscienza umana ha creato l'esistenza obiettiva e il significato, e così l'uomo ha trovato il suo posto indispensabile nel grande processo dell'essere".

Pag. 60  Nel suo viaggio in India, nel 1938, Jung evita di incontrare i guru, i maestri, "perche dovevo elaborare la mia verità, e non accettare da altri ciò che non avrei potuto raggiungere con le mie forze."
La verità non è una moneta che può passare inalterata per molte mani, ma una costruzione personale che è radicata nell'individuo e nella storia della spiritualità e della cultura cui egli appartiene, nessuno può ricevere qualcosa già formato dagli altri, ma deve crearselo da solo secondo le modalità e le capacità del proprio spirito. 
Uno dei punti fermi dell'esegesi junghiana del pensiero orientale sarà che questo, pur nella sua grandezza non può essere, sic et simpliciter assimilato dall'europeo: l'individuo, nel suo fondamento psicologico, non è uno sradicato - anche se la civiltà contemporanea tende a farlo essere tale - ma trae la sua linfa dalle profondità dell'ambiente storico-culturale in cui è nato.

Un punto della spiritualità dell'India che lo colpì, fu il problema del male. Jung vede che il bene e il male sono compresi nella natura, ed hanno il loro senso nell'essere  differenze di grado di una stessa realtà.
Il cristiano lotta per il bene e soccombe al male; l'indiano si sente al di fuori del bene e del male e realizza tale condizione con la meditazione e lo yoga. 
Con la conseguenza di una certa indifferenza: non crede più seriamente né al bene né al male.

Jung comprende la vita del Buddha come la realtà del Sé, che tende a una vita personale e la esige totalmente. Per Buddha il Sé sta al di sopra di tutti gli dei, rappresenta l'essenza stessa dell'esistenza umana e del mondo in generale".

L'illuminato ha capito che è la coscienza umana a dar valore al mondo e che se questa si spegne, anche il mondo cade nel nulla: il nirvana. 
Qui è la differenza col Cristo, anch'egli personificazione del Sé.
Cristo riconosce il valore positivo della sofferenza, ed è quindi più umano di Buddha che rifiutò insieme alla sofferenza anche la gioia, staccandosi con ciò dall'umanità che è fatta di sentimenti e di emozioni.
La vera liberazione scaturisce soltanto dal vivere nella propria carne e nel proprio sangue ciò in cui si crede e nel fare del senso sempre nuovamente riscoperto della propria fede il filo conduttore della propria anima.  Jung è stato sempre critico verso la massificazione degli individui nel mondo contemporaneo.
Che fai in India?  E' il monito che Jung rivolge agli occidentali che cercano il mondo orientale come evasione dalle responsabilità storiche e culturali del loro tempo.
Il mondo psichico di Jung è un mondo particolare, luogo di fenomeni che oggi si direbbero paranormali, dai sogni premonitori a visioni. 
Proprio questi particolari fenomeni ove lo spazio e il tempo vengono annullati danno ulteriore certezza di universi possibili oltre la nostra tridimensionalità. e il mondo sensibile dà a Jung l'impressione di essere solo un'illusoria prigione. 

Pag. 62   A Calcutta ricevette la terza laurea ad honorem - viene ricoverato in un ospedale.
Pag. 63  "Ho l'impressione che questa vita sia solo un frammento dell'esistenza, che si svolge in un universo tridimensionale, disposto a tale scopo...
 "Rifuggiamo dalla parola eterno, ma posso descrivere la mia esperienza solo come la beatitudine di una condizione non-temporale, nella quale presente, passato e futuro sono una sola cosa.
[...] Un tutto indescrivibile, una trama della quale si è parte, eppure siamo in grado di percepire il tutto con assoluta obiettività."
Questa prospettiva visionaria che apre all'autore una diversa dimensione, ove i concetti di tempo, spazio, Io, mondo si relativizzano e alla fine scompaiono, lo condurrà più tardi ad intendere l'intera realtà come l'espressione del Sé, ma sin da allora lo porterà a comprendere l'esistenza come l'attuarsi di un destino superiore. 

"Fu dopo la malattia cha capii quanto sia importante dir si al proprio destino. In tal modo forgiamo un Io che non si spezza quando accadono cose incomprensibili; un Io che regge, che sopporta la verità, e che è capace di far fronte al mondo e al destino. 
I motivi della morte e dell'immortalità serpeggiamo ovunque nelle opere di Jung.

"Gli uomini ormai si identificano quasi esclusivamente con la loro coscienza e credono che tutto il loro mondo psichico sia un loro prodotto individuale, dimenticando che l'esigenza profonda dello psichico è il mytholo-ghein, il raccontar miti, cioè esprimere quelle figure eterne e sovrumane, immagini primordiali e archetipi del divino costituenti la fonte primeva del Sacro e della religiosità.
I fenomeni parapsicologici, alla cui esistenza Jung credeva, non forniscono una prova certa e sicura della vita ultraterrena perchè possono essere proiezioni di una conoscenza che potrebbe esistere nell'inconscio, la stessa che produce le visioni, i sogni, le espressioni psicopatologiche - per cui nulla ci può dare certezza razionale nella continuità della vita oltre la morte, ma la cosa fondamentale è che coloro che hanno questa fede vivono più ragionevolmente, si sentono meglio, stanno in pace più facilmente. 
L'immortalità è un antichissimo archetipo che l'umanità ha ereditato fin dal suo apparire sulla terra, ciò significa che è qualcosa in accordo con lo scorrere della vita e con le tendenze della psiche.

Jung crede che la possibilità della conoscenza possa attuarsi solo sulla terra, cioé tramite l'opera della coscienza, che agisce sempre attraverso la separazione e il contrasto degli opposti. 
Jung ha sempre il fortissimo senso della precarietà dell'Io e della coscienza - questa piccola ma indispensabile luce - che sorgono sulla base di un fondamento impersonale, di una totalità di Senso che è essa il vero soggetto, di fronte a cui noi siamo la Parte che non può mai comprendere il Tutto.
La sua certezza della continuità della vita oltre la morte,   [...]  a seconda del livello dello svilupo spirituale, l'anima non prova più il desiderio di reincarnarsi: in tal caso l'anima si dileguerebbe dal mondo tridimensionale e raggiungerebbe ciò che i buddhisti chiamano il nirvana. 

Pag. 77  Le accuse  di ateismo rivolte a Jung sono da questi respinte perchè dire che Dio è un archetipo significa dargli il massimo della realtà possibile ad esseri umani cui non è dato superare la dimensione della loro psiche.
Il Sè è l'imago Dei, il vaso della grazia divina, non può essere messo al posto di Dio, ma è l'unica rappresentazione possibile, per la psiche, di quell'entità inconscia e sconosciuta che chiamiamo Dio.

Capitolo III  pag. 83   La tematica religiosa del pensiero junghiano

E' questa unità e identità tra l'Uno e il Tutto - che vive nel Sè junghiano ed è invece infranta nel dualismo della gnosi, ove il molteplice non è nell'Uno, ma cade e si allontana dall'Uno perdendolo, per riguadagnarlo solo attraverso l'intervento di un sotèr. 
L'unità junghiana del Sé è contro ogni dualismo. 
Si esprime il fondamentale problema filosofico del rapporto tra l'Uno e i molti e come dall'Uno possa scaturire la dualità. Infatti dal punto di vista filosofico, il problema centrale del pensiero junghiano è il sorgere della coscienza dall'inconscio, della differenziazione dall'indifferenziato, del molteplice dall'Uno.

Pag. 99     Le religioni con cui Jung si è confrontato sono il buddhismo e l'induismo.
Per Jung ogni dottrina e ogni fede non sono astratta speculazione, ma una via individuationis che passa attraverso la vita ed è la vita stessa, il suo primo monito all'uomo occidentale è quello di non imitare esteriormente l'Oriente e non prendere alla lettera le pratiche dello yoga, scimmiottandole miseramente. 
E in questo modo abbandona l'unico terreno sicuro dello spirito occidentale, perdendosi nella nebbia di termini e concetti che non sarebbero mai scaturiti da cervelli europei, né possono eservi mai instillati con profitto.
Il rinnegare le nostre peculiari premesse storiche sarebbe pura follia e il miglior modo per un ulteriore sradicamento, perchè è solo restando saldamente ancorati al nostro terreno che possiamo assimilare lo spirito dell'Oriente. 

Accusato di razzismo.
Diversità non vuol dire superiorità o inferiorità - questo è razzismo! - ma riconoscimento della relatività culturale e psicologica con la possibilità di integrazione di ciò che può essere integrato senza stravolgimenti dell'identità psichica. 
Pag. 101       Come Cristo, Buddha è una personificazione del Sé, entrambi sono per un superamento del mondo, ma Buddha con una visione razionale, agendo secondo conoscenza, Cristo come destinata vittima sacrificale: "Gesù, Mani, Buddha, Lao Tze sono per me i quattro pilastri del tempio dello spirito".
Per l'occidentale è impensabile la consapevolezza senza un Io, l'orientale intende invece proprio una coscienza senza Io, capace di trascendere lo stato di Io, tanto che per lui il concetto di spirito si avvicina a ciò che l'occidentale intende per inconscio, come un Io depotenziato e decentrato, fino alla sua dissoluzione negli stati più alti dell'illuminazione. 

"Io desidero permanere in uno stato di viva contemplazione della natura e delle immagini psichiche, non voglio essere liberato dagli uomini, né da me stesso, né dalla natura: perchè tutte queste cose mi sembrano indescrivibili meraviglie".   E' l'amore vivo che Jung porta alla terra e alla vita, con le loro atrocità terribili, ma anche con il loro crescere allo spirito e alla coscienza, ad allontanarlo dall'India.
Jung ha sempre pensato che la vita individuale e cosmica fosse percorsa da un intimo senso interiore che la indirizzasse verso una metà ignota all'uomo, o che l'uomo può solo concepire come un di più di coscienza. 
"La mia vita è la storia di una autorealizzazione dell'inconscio : il Senso profondo viene appunto da una totalità di Senso che può essere chiamata inconscio o Dio secondo la prospettiva da cui la si guarda, ma è comunque un principio superiore alla coscienza individuale e agli empirici fenomeni organici". 

Pag. 116   " La totalità che trascende la coscienza è stata da me designata con il termine Sé". 
L'individuazione non è uno sviluppo uniforme e rettilineo, ma un andare attorno al centro, al Sé che è il vero centro generatore della personalità e di ogni realtà. 
Il naturale luogo di contenimento del centro è il cerchio (mandala in sanscrito), produzione spontanea della fantasia in cui gli opposti si integrano, e che si manifesta autonomamente in sogni e visioni al di là della volontà del soggetto.
Il mandala è un simbolo individuativo che esprime l'esigenza della totalità, del Sé, è un simbolo d'ordine che trasforma il caos in cosmo, esorcizza e mantiene al di fuori le potenze del negativo. Il mandala rappresenta la totalità simbolica dlel'universo  [...]  è insieme un simbolo del Sé e un'imago Dei.
Le definizioni che indicano la totalità come fondamento (abisso, Dio, totalità di Senso) si riassumono in quella di Uno, nell'antica definizione parmenidea e platonica che è alla base dell'ontologia dell'Occidente - ma il discorso si potrebbe estendere all'Oriente, ai concetti di Brahman, Tao, Vuoto ...

Pag. 123
Del Sè si può parlare solo per quello che concerne la sua dimensione psicologica, della sua dimensione archetipica, sull'Uno non può essere detto nulla.
Parlando dell'Uno in termini psicologici, esso non può che essere l'inconscio, mediatore comune tra gli uomini, ente psichico comune a tutti, dimensione arcaica di ogni definibilità, abisso di Senso, solo in rapporto al quale la coscienza singola acquista la sua profondità di senso.
L'Uno non è un numero, ma è il fondamento unitario del tutto, da cui scaturisce il Due, che è il primo vero numero, perchè contiene in sè il fondamento della separazione e dell'accrescimento, col Due accanto all'Uno appare l'Altro. E' con il Due che nasce l'alterità, l'opposizione e l'estraneità. 
L'Uno non vuole sciogliere l'Altro parchè altrimente perderebbe il suo carattere e l'Altro si stacca dall'Uno per esistere. 
La Totalità di Senso, il significato come Sacro, è eternamente oltre, forse è coglibile con l'estasi mistica, ma non con la coscienza e la parola, come esprime perfettamente l'inizio del Tao Te  Ching: Il Tao che può essere detto non è l'eterno Tao.

Con la coscienza, la divisione, la distinzione, la dicotomizzazione ha inizio il mondo profano, ma l'Uno, inattingibile ai figli del molteplice, ne è il fondamento sacro, comunque esso si chiami, Dio o abisso e l'atteggiamento religioso cerca di coglierne le luci fra i frammenti del profano.

Nel commento al libro tibetano dei morti Jung dice: "l'inconscio è la radice di tutta l'esperienza dell'unità, è la matrice di tutte le forme archetipiche o strutturali e la conditio sine qua non del mondo fenomenico". 
Si pone la domanda chiave di ogni ontologia: perché l'Uno dovrebbe apparire come i Molti, quando l'ultima realtà è un Tutt'Uno? Quale è la causa del molteplice o dell'illusione del molteplice? Se l'Uno trova piacere in sé, perché dovrebbe specchiarsi nei molti?
Sono domande senza risposta.
Psicologicamente è esatto dire che si raggiunge il diventare Uno al momento in cui ci si ritrae dal mondo della coscienza.
Pur se dobbiamo riconoscere che la psiche non ha fondamento, è a-byssos, letteralmente il senza fondo, l'aldilà da cui promana il richiamo del Sacro, è il mistero ontologico, mentre la differenziazione soggetto-oggetto è prodotta dall'autocoscienza, estrema punta dell'iceberg della coscienza, soprannuotante al grande oceano dell'inconscio.

Dal saggio del 1935 Il significato della psicologia per i tempi moderni:  "l'incontro interiore con una forza estranea rappresenta un'esperienza alla quale danno il nome di Dio [...]  Nomi e parole sono poveri involucri [...] ma comunque si voglia designare ciò che sta in fondo alla psiche, certo è che esso esercita un'influenza inaudita sull'essere e sulla natura della coscienza e tanto maggiore è tale influenza quanto meno ne siamo coscienti.
Pag. 126     L'individuazione non ha mero valore individuale-psicologico di equilibrio e integrazione tra conscio e inconscio, ma valore ontologico di ritorno all'Uno, perchè l'individuazione significa ritornare esplicitamente all'Uno che originariamente eravamo.  Come dice lo Zen: "mostrami il tuo volto originario".

L'espressione psicologica dell'Uno è il Sé che come l'atman indiano, è Io e non Io, soggettivo e oggettivo, individuale e collettivo.
Il Sè è una totalità esprimente il centro della personalità che non coincide con l'Io e di cui l'Io è solo un piccolo frammento, e come coincidentia oppositorum si identifica con l'imago Dei che è nell'anima: "Psicologicamente i due termini sono strettamente collegati: il che non significa che io creda che Dio é il Sé o che il Sè sia Dio. Affermo semplicemente che tra di essi esiste una relazione psicologica".

Nel 1955 Jung dice al giornalista F. Sands: "Tutto ciò che ho appreso nella vita mi ha portato passo per passo alla convinzione incrollabile dell'esistenza di Dio. Io credo soltanto in ciò che so per esperienza. Questo mette fuori campo la fede. Dunque io non credo all'esistenza di Dio per fede: io so che Dio esiste".
Poichè, essendo noi psiche, non possiamo parlare di una realtà fuori della psiche medesima, la realtà psichica diventa la realtà dell'essere. 
Psiche ed essere sono la stessa cosa, altro non è pensabile. 

Pag. 128    Tornando al problema del Sè e del suo rapporto con l'Uno e con Dio, è da dire che esso è totalità della psiche conscia e inconscia, ma  la totalità necessariamente trascende la coscienza, il Sé. E' quindi un puro e semplice concetto-limite, pressappoco come la cosa in sé di Kant.
Alcuni junghiani vogliono vedere il Sé, come la semplice completezza dello sviluppo individuativo - diventa ciò che sei!  - questo è certamente vero, ma non si può scotomizzare l'aspetto ontologico del Sé, il suo aspetto unversale ed eterno. 

L'immagine della meta è l'archetipo, un tipo esistente a priori [...], il quale è inerente all'inconscio collettivo, e sottratto al divenire e alla morte individuali.
"L'archetipo è sempre una specie di dramma condensato. Incomincia in un certo modo, prosegue con un certo tipo di complicazioni, infine trova il suo scioglimento. [...] Il finale è già anticipato nell'inizio.
Sapendo che una persona è posseduta da un archetipo, possiamo indovinare e persino pronosticare determinati sviluppi. 

Pag. 131      Se le immagini che il Sé vive sono le immagini archetipiche, che segnano il suo cammino e la sua storia e che sono percepibili dalla coscienza in maniera   simbolica, allora i simboli della totalità saranno i simboli del Sé, inconoscibile, è quello che si identifica con l'abisso, con l'Uno. ma solo attraverso la molteplicità delle forme spazio-tenporali, mediante il farsi altro da sé, esso perviene alla realizzazione di sé.

La modalità di comparizione del Sé alla coscienza costituiscono quello che JUng chiama il Sé empirico.
In questo senso Jung parla anche del Sé individuale, come quella totalità della struttura psichica di cui l'Io è parte, come quella totalità di conscio e inconscio che è anche frammento di una forma di decoro psichico che esiste in vario grado dovunque e in tutti gli esseri viventi e che in ogni essere si ripresenta come qualcosa di innato.
Quindi ci sono due modalità del Sé: quello empirico-individuale e quello indeterminato-universale; due modalità secondo la prospettiva da cui si guarda, ma un'unica realtà.
Dio è piuttosto assimilabile all'Uno che non al Sé, il Sé non sta al posto di Dio, ma è il vaso della grazia divina, esso non è un Dio immanente, ma la totalità psichica, una totalità di ordine superiore.
Il Sé come totalità è il vero fondamento psicologico della rappresentazione di Dio. Dio se ne serve come veicolo. 

Dio e inconscio sono per Jung, due concetti limite per contenuti trascendentali, e l'immagine di Dio non coincide con l'inconscio nel suo complesso, ma con un particolare contenuto di questo, vale a dire con l'archetipo del Sé. 
Solo nei grandi mistici Dio e Sé coincidono. perché la forza generatrice non sembra più procedere da Dio, ma è Dio che è generato dall'anima. 

Per concludere possiamo dire, che in Jung Dio è l'archetipo della numinosità, che ha quasi, al modo del demiurgo platonico o gnostico, una posizione intermedia tra l'Uno in quanto abisso silente e il molteplice che da Dio origina.
Così il Dio di Jung ha un duplice volto: da una parte è indefinibile e inesauribile come l'Uno, dall'altra è psicologicamente definito mediante i simboli della totalità.
Dio è la potenza generante dell'abisso che appare alla coscienza secondo la modalità di ricezione della psiche, come immagine del Sé, cui è intrinseco l'indefinibile volto oscuro. 
Il Sè è principio e termine dell'individuazione, e quando si riesce a sentire il Sé come irrazionale, come un ente indefinibile, al quale l'Io non è né contrapposto né sottoposto ma pertinente, e intorno al quale esso ruota come la terra attorno al sole, allora la meta dell'individuazione è raggiunta. [...] L'Io individuato si sente oggetto di un soggetto ignoto e superiore.

Vita e opere di Carl Gustave Jung
Nasce il 26 luglio 1875Sin dall'infanzia cominciano a manifestarsi fenomeni psicologici particolari, e larvati sdoppiamenti di personalità.  Legge Schopenhauer, Goethe e Nietzsche.
1895 Si iscrive alla scuola di medicina di Basilea.
Studi di fenomeni occulti.
I suoi interessi si spostano dalla medicina alla psichiatria.
Nel 1902-1903 studia a Parigi con P. Janet
Nel 1903 sposa Emma Rauschenbach dalla quale avrà cinque figli.
Ottiene la libera docenza e inizia i suoi corsi universitari.
Nel 1907 incontra Freud a Vienna.
Nel 1912 pubblica Trasformazioni e simboli della libido, inizia il distacco da Freud
Si dimette dall'associazione di psicoanalisi, rinuncia alla libera docenza all'università di Zurigo.
Prestò vari periodi di servizio militare durante la prima guerra mondiale.
Fino al 1919, anni di intenso confronto con l'inconscio
Nel 1921 pubblica Tipi psicologici
Nel 1924-25  viaggi di studi presso gli indiani Pueblo nel Nord-America e in Africa orientale per verificare, presso delle culture primitiva, le sue idee sull'inconscio primitivo e gli archetipi. 
Nel 1928 pubblica l'Io e l'inconscio, un'introduzione alla psicologia analitica.
Comincia a studiare l'alchimia e testi taoisti come I Ching, il testo alchemico cinese Il segreto del fiore d'oro.
Negli anni trenta la fama di Jung è in continuo sviluppo, nel 1930 è nominato vicepresidente della società tedesca di psicoterapia.
Nel 1933 Hitler è al potere in Germania.  
Ristrutturazione della Società medica di psicoterapia, Jung diventa temporaneamente presidente, e sarà accusato di aver collaborato con i nazisti.
1935 Commento psicologico al Libro tibetano dei morti
Nel 1936  lezioni alla Harward University
Nel 1937 compie un viaggio in India dove ottiene tre laure ad honorem
Nel 1942 si dimette da professore al Politecnico di Zurigo
Nel 1943 viene nominato professore ordinario di psicologia a Basilea
Si dimetterà l'anno seguente a causa di un infarto.
Riconoscimenti per la sua opera da ogni parte del mondo
Nel 1950 Scrive Simbolismo del mandala e Prefazione a I Ching
Nel 1952 pubblica la Risposta a Giobbe
Nel 1955 muore la moglie Emma. 
Riprende la campagna denigratoria e menzognera del suo antisemitismo, ma fu difeso dai suoi stessi allievi di origine ebraica. 
Il 6 giugno del 1961 muore nella sua casa di Kusnacht in Svizzera.

Nessun commento:

Posta un commento

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono più...