«Tutti pensano a cambiare il mondo, nessuno pensa a cambiare se stesso» - Lev Tolstoj
Se Changer, Changer le monde. Meditazione, sobrietà e altruismo: le voci di chi sostiene che ogni trasformazione sociale comincia da dentro.
Nell'ora delle fratture sociali e della sfiducia, l'amicizia è una potente risorsa collettiva: la capacità di creare legami, di abitare il disaccordo senza rompere, di costruire un mondo comune senza perderci. Lo sapeva Tove Jansson (scrittrice e pittrice finlandese), quando scriveva che la sola cosa che contava era aver trovato il suo primo amico e che da quel momento cominciava veramente a vivere. Lo ricorda Don Miguel Ruiz (messicano, maestro spirituale contemporaneo): secondo il modo in cui due persone sognano, creano insieme la direzione comune di quel sogno che si chiama relazione.
Ma come dare il proprio contributo a un mondo più giusto, più rispettoso dell'uomo e dell'ambiente, quando le sfide sono enormi e il tempo è contato? C'è chi sceglie l'impegno sociale, umanitario e politico, e chi preferisce il lavoro su di sé, per ritrovare serenità in un'epoca difficile. Molti pensatori, ricercatori e testimoni rispondono che le due strade non si escludono: la seconda è la condizione della prima. Ecco le loro voci.
Il meditante e il militante: Ilios Kotsou e Caroline Lesire. La missione di Emergences, l'associazione di Kotsou e Lesire, è riconciliare lo sviluppo personale e le azioni di solidarietà. Le domande da cui parte sono semplici: quale importanza hanno i nostri legami con gli altri per una trasformazione durevole? Cosa possiamo fare per iniziare il cambiamento? Come riconciliare in noi il meditante e il militante?
La risposta è che noi siamo il mondo. Se cambiamo, cambiamo una parte del mondo: certo infima, ma esistente e importante. Miliardi di piccole soluzioni, una per ogni abitante del pianeta, potrebbero renderlo più giusto. Il cambiamento è alla nostra portata, e anche l'azione più minima può contribuire in modo significativo.
Le ricerche scientifiche mostrano che la società attuale, sotto l'influenza di denaro, stress e pubblicità, ci aliena. La parola viene dal latino alienus: altro, straniero. Se non abitiamo la nostra vita e non incarniamo il cambiamento nel quotidiano, è il mondo che cambierà noi, e non noi il mondo.
La meditazione, sottolineano gli studiosi, non ci allontana dal mondo: ci collega agli altri e favorisce comportamenti prosociali. Ed è un antidoto alla stanchezza della compassione, che porta al burn-out. Cambiarsi significa prendersi cura di sé, accrescendo coscienza, saggezza ed empatia: siamo noi lo strumento attraverso cui possiamo agire sul mondo.
Il contesto è quello che Paul Crutzen, premio Nobel per la chimica, ha chiamato Antropocene. A partire dagli anni Cinquanta l'influenza dell'uomo sul sistema Terra è diventata predominante, e l'uomo si sta tagliando dalle sorgenti stesse della vita. Non ci potrà essere cambiamento di società senza cambiamento umano, perché siamo noi a organizzare la società secondo la nostra maniera di vedere.
L'idea si riassume in un racconto. A vent'anni chiedevo a Dio di aiutarmi a cambiare il mondo e mi sono battuto per vent'anni come un leone, ma poche cose sono cambiate. A quaranta gli chiedevo di aiutarmi a cambiare mia moglie, i miei figli, gli amici: altri vent'anni, nessun risultato. Ora che sono vecchio gli chiedo di aiutarmi a cambiare me stesso. Ed ecco che il mondo cambia intorno a me.
La risposta è che noi siamo il mondo. Se cambiamo, cambiamo una parte del mondo: certo infima, ma esistente e importante. Miliardi di piccole soluzioni, una per ogni abitante del pianeta, potrebbero renderlo più giusto. Il cambiamento è alla nostra portata, e anche l'azione più minima può contribuire in modo significativo.
Le ricerche scientifiche mostrano che la società attuale, sotto l'influenza di denaro, stress e pubblicità, ci aliena. La parola viene dal latino alienus: altro, straniero. Se non abitiamo la nostra vita e non incarniamo il cambiamento nel quotidiano, è il mondo che cambierà noi, e non noi il mondo.
La meditazione, sottolineano gli studiosi, non ci allontana dal mondo: ci collega agli altri e favorisce comportamenti prosociali. Ed è un antidoto alla stanchezza della compassione, che porta al burn-out. Cambiarsi significa prendersi cura di sé, accrescendo coscienza, saggezza ed empatia: siamo noi lo strumento attraverso cui possiamo agire sul mondo.
Il contesto è quello che Paul Crutzen, premio Nobel per la chimica, ha chiamato Antropocene. A partire dagli anni Cinquanta l'influenza dell'uomo sul sistema Terra è diventata predominante, e l'uomo si sta tagliando dalle sorgenti stesse della vita. Non ci potrà essere cambiamento di società senza cambiamento umano, perché siamo noi a organizzare la società secondo la nostra maniera di vedere.
L'idea si riassume in un racconto. A vent'anni chiedevo a Dio di aiutarmi a cambiare il mondo e mi sono battuto per vent'anni come un leone, ma poche cose sono cambiate. A quaranta gli chiedevo di aiutarmi a cambiare mia moglie, i miei figli, gli amici: altri vent'anni, nessun risultato. Ora che sono vecchio gli chiedo di aiutarmi a cambiare me stesso. Ed ecco che il mondo cambia intorno a me.
Proteggere l'interiorità: Christophe André. Per lo psichiatra Christophe André la prima tappa del cambiamento è occuparsi di se stessi. Non per egoismo o perché non si sa cosa fare, ma per proteggere e restaurare ciò che costituisce la nostra umanità: l'interiorità. Un'interiorità oggi minacciata da una certa forma di modernità, fatta di consumismo, mode e digitalizzazione, sulle cui condizioni di vita dovremmo riflettere con consapevolezza.
Le ricerche sottolineano che più siamo materialisti, più ci allontaniamo dalla felicità. Privilegiamo i valori materiali, come il denaro, lo status sociale, il possesso, a discapito della condivisione, della spiritualità, dell'equilibrio interiore. La pubblicità ci spinge a comprare, ma non abbiamo alcuna certezza che gli acquisti portino altro che un benessere transitorio. La conclusione degli studi è netta: più una società o un individuo sono materialisti, più si allontanano dal benessere.
Questo mondo è inquinato dai valori materialistici, dall'iper-consumo e dagli eccessi, e dalla sollecitazione continua di sms, social e internet. Il solo fatto di viverci senza consapevolezza, senza prendere le distanze e senza contestarlo, ci mette in pericolo. L'accumulo di stimoli provoca, nella maggior parte delle persone, problemi di stabilità emotiva.
Chi comincia a praticare la meditazione sa che non troverà la calma e il vuoto, ma un grande tumulto interiore: la nostra mente tende a vagabondare. Alcuni ricercatori hanno dimostrato che la nostra felicità non dipende soltanto dalle nostre attività, ma anche dal fatto di essere o meno presenti in ciò che facciamo.
La prima cosa da fare è comprendere la realtà, capire che impatto ha su di noi e prenderne coscienza. Esistono grandi influenze, un grande inquinamento dei nostri cuori e delle nostre menti. Dobbiamo essere attivi, vigilanti e molto esigenti con noi stessi, perché queste influenze ci sono, noi siamo molto recettivi e non ne misuriamo né l'importanza né la potenza. Molti pensano: «approfitta della vita e non farti troppe domande».
Gli approcci meditativi ci rendono molto più sensibili alle emozioni sottili. Di fronte a una pubblicità o a un piatto troppo abbondante, il meditante ha qualche possibilità in più di sentire e ascoltare il proprio cuore, che gli dirà: «fermati, non va bene, c'è un problema». Questa sensibilità può aiutarci a difenderci dall'inquinamento delle emozioni che ci incitano a diventare sempre più materialisti.
Dobbiamo privilegiare la presenza all'istante presente, all'altro, alle nostre emozioni. Abbiamo compreso che, malgrado la nostra intelligenza, siamo fragili e dipendenti: gli uni dagli altri e dalla natura. Questa presa di coscienza delle nostre fragilità e dei pericoli potrebbe aiutarci a salvarci.
I suoi consigli sono concreti. Disintossicarsi dal digitale, senza restare tutto il giorno con il viso attaccato al cellulare. Essere generosi: amare, perché la vita è bella, e dare molto, perché è ancora più bella quando si condivide; fare ogni giorno qualcosa per un'altra persona, per la natura, per se stessi. E vivere la quotidianità, perfino mangiare, in piena presenza. La meditazione di piena coscienza, spiega, sviluppa proprio questa capacità di essere presenti, intensamente, a ogni istante della propria vita.
La piena coscienza: Jon Kabat-Zinn. Sedendosi e cercando di restare semplicemente immobili, si può cambiare e cambiare il mondo: è la convinzione di Jon Kabat-Zinn. La pratica fa prendere coscienza di essere inclusi in un flusso di cambiamenti perpetui, che esistono indipendentemente da noi. E ci fa rendere conto di essere, nelle nostre vite, l'autorità più importante: nessuno ci conosce come noi stessi, e nessuno ha le nostre possibilità di incarnare il nostro potenziale.
La piena coscienza è l'attenzione portata, senza giudizio, all'istante presente. Non è una tecnica ma un modo di essere, molto più che stare seduti su un cuscino. Significa opporsi alla forza dell'abitudine e allenare i muscoli della calma, della chiarezza mentale, del discernimento. Corpo e respiro diventano alleati dell'attenzione: servirsi della respirazione non vuol dire pensare al respiro, ma sentirlo. In questo spazio si accolgono paure, ansie e dolori con immensa compassione e benevolenza verso se stessi.
Non c'è nessun posto dove andare, ricorda il sutra del cuore, né cose da fare, né stati particolari da raggiungere: siamo già perfetti. Gli studi, intanto, confermano gli effetti: nei pazienti allenati all'attenzione i sintomi diminuiscono in modo considerevole, e nei meditanti aumenta l'attivazione di alcune regioni della corteccia frontale sinistra, segno di più emozioni positive e di una gestione più efficace dello stress. Il ponte con la ricerca europea è la sezione di Mind and Life a Zurigo.
L'importante, conclude Kabat-Zinn, è essere ciò che siamo nella nostra pienezza, nei momenti piacevoli come in quelli difficili. Quando si vive così, il mondo è già diverso.
La piena coscienza è l'attenzione portata, senza giudizio, all'istante presente. Non è una tecnica ma un modo di essere, molto più che stare seduti su un cuscino. Significa opporsi alla forza dell'abitudine e allenare i muscoli della calma, della chiarezza mentale, del discernimento. Corpo e respiro diventano alleati dell'attenzione: servirsi della respirazione non vuol dire pensare al respiro, ma sentirlo. In questo spazio si accolgono paure, ansie e dolori con immensa compassione e benevolenza verso se stessi.
Non c'è nessun posto dove andare, ricorda il sutra del cuore, né cose da fare, né stati particolari da raggiungere: siamo già perfetti. Gli studi, intanto, confermano gli effetti: nei pazienti allenati all'attenzione i sintomi diminuiscono in modo considerevole, e nei meditanti aumenta l'attivazione di alcune regioni della corteccia frontale sinistra, segno di più emozioni positive e di una gestione più efficace dello stress. Il ponte con la ricerca europea è la sezione di Mind and Life a Zurigo.
L'importante, conclude Kabat-Zinn, è essere ciò che siamo nella nostra pienezza, nei momenti piacevoli come in quelli difficili. Quando si vive così, il mondo è già diverso.
Allenare l'altruismo: Matthieu Ricard. Per Matthieu Ricard cambiarsi per cambiare il mondo richiede un atteggiamento responsabile a tutti i livelli. Significa liberarsi delle tossine mentali (rabbia, avidità, gelosia, orgoglio, spirito di vendetta) che avvelenano la nostra esistenza e quella degli altri. E, prima ancora, trovare un senso alla propria vita, per poi provare a condividerlo.
Compassione e altruismo non dipendono dalla cultura o dal genere, ma dall'allenamento: per ottenere dei risultati occorre meditare almeno trenta minuti al giorno. L'amore, avverte, non dura: è molto più effimero di quanto la maggior parte di noi voglia riconoscere. Ma è infinitamente rinnovabile.
Ricard invita alla sobrietà. Cercare il benessere nel consumo di beni materiali mette in pericolo l'ambiente, mentre amicizia, legami sociali e contentezza danno più soddisfazione. Essere sobri non significa privarsi del necessario, ma sbarazzarsi del superfluo e rinunciare a una parte delle cause della sofferenza: se si cammina in montagna con uno zaino che contiene metà viveri e metà sassi, liberarsi dei sassi è un sollievo. Spesso si pensa che avendo di più si sarà più felici, mentre accade il contrario. Ne è un esempio l'eremita, che capisce come felicità e benessere emotivo non dipendano dalle condizioni esterne, ma dalla trasformazione della mente e dal modo in cui si trasformano le circostanze in malessere o in benessere. È nella semplicità che si trova la serenità interiore: il consumo galoppante non porta benessere né salute e non rende più altruisti. Un piccolo mantra può aiutare: «Non ho bisogno di niente». Ripetuto dieci volte, fa sentire meglio.
Sul rapporto con gli animali risuonano due voci: George Bernard Shaw («gli animali sono miei amici, io non mangio i miei amici») e Gandhi, secondo cui il grado di civiltà di una nazione si misura da come tratta gli animali.
Ricard coltiva anche una speranza. Nel tempo, i gruppi di altruisti che cooperano per un interesse comune avranno un vantaggio sui gruppi di egoisti, in costante competizione tra loro: c'è da sperare che la tendenza alla cooperazione prenda il sopravvento.
I suoi tre consigli:
1. Praticare l'altruismo. Allenarsi a vedere che la vita è molto più cooperazione che competizione, più aiuto reciproco che ostilità. Dirsi che l'altruismo è una bella cosa non basta: la compassione senza azione è sterile.
2. Mangiare meno carne. Una scelta valida sul piano etico, sanitario ed ecologico, con un impatto positivo sull'ambiente.
3. Semplificare. Non consacrare troppo tempo al superfluo e alle distrazioni, e semplificare anche le parole, pensando al tempo perso in chiacchiere e pettegolezzi inutili.
Alle riflessioni di Ricard si affiancano ricerche e testimonianze. Lo psicologo Richard Davidson, con la collaboratrice Laura Pinger, insegna meditazione ai bambini per trenta minuti al giorno: insegnando l'altruismo agli alunni delle scuole di Madison si possono eliminare le radici della discriminazione. Barbara Fredrickson, nel libro Amour 2.0, esplora gli effetti dell'amore altruista sulla salute e sul benessere. Il documentario Happy di Roko Belic mostra che a Okinawa il tasso di centenari è eccezionale: i legami sociali sono fortissimi e le persone restano vicine dalla nascita alla morte, un sostegno considerato la "pillola" della loro longevità, mentre da noi il 40% degli anziani vive solo. Lo psicologo Tim Kasser, infine, confronta nelle sue ricerche i valori intrinseci, come l'amicizia, con quelli estrinseci, come denaro e consumo.
La sobrietà felice: Pierre Rabhi. In una società che definisce alienante e alienata, Pierre Rabhi muove da un amore per la vita e dalla volontà di proteggere la bellezza sacra della natura. Con l'agroecologia cerca di far lavorare le persone sul proprio cambiamento. In Burkina Faso il presidente Sankara gli aveva chiesto di estendere questa tecnica, ma fu assassinato mentre Rabhi lavorava alla riforma.
Per Rabhi cambiare il mondo passa dal livello individuale, imparando la contentezza e la moderazione: la «sobrietà felice». Ci dimentichiamo troppo spesso che non è il tempo che passa, ma siamo noi che passiamo, e passiamo troppo spesso accanto alle nostre vite. Bisogna imparare ad abitare ogni istante.
La vera rivoluzione, sostiene, è quella che ci invita a trasformare noi stessi per trasformare il mondo: il cambiamento globale non può avvenire che attraverso il cambiamento umano. Curare è per lui una manifestazione d'amore; prendendosi cura della terra ci si prende cura dell'umano, perché tutto è collegato. Quando contempla la natura, racconta, gli nasce dentro una vibrazione che produce una sorta di gioia.
Ciò che ci perturba, dice, è l'insicurezza e l'angoscia della morte; a superare quella crisi lo hanno aiutato i libri di Krishnamurti, l'anti-guru per eccellenza. L'utopia ci decondiziona e ci porta talvolta a trasgredire per sopravvivere. L'alternativa è netta: o si resta nel conformismo del «non si può fare niente», o si trasgredisce per andare verso il cambiamento.
I suoi tre consigli:
1. Imparare a meravigliarsi del mistero della vita: i nostri giardini ci collegano alle forze vitali senza le quali non esisteremmo.
2. Incarnare l'utopia nelle scelte da consumatori.
3. Incarnare l'amore nelle relazioni con i nostri simili, anche quando è difficile: essere tolleranti, non giudicare troppo presto le persone, che probabilmente sono in via di trasformazione. Rabhi si dichiara invece intransigente verso chi oltraggia il carattere sacro della vita.
Dalla coscienza all'azione. Trasformare se stessi non basta, se non si traduce in gesti. Ma l'azione deve fare i conti con due ostacoli, che la psicologia ha descritto con precisione.
Il primo, secondo lo psicologo Roy Baumeister, è che il negativo è più forte del positivo. Fanno molto più rumore i conflitti e la violenza; i numerosi atti di generosità disinteressata raramente occupano le pagine dei giornali o il centro delle nostre conversazioni.
Il secondo è la rassegnazione. Uno degli studi di riferimento è quello realizzato nel 1967 da Martin Seligman e dai suoi colleghi: quando una persona si rende conto di non poter controllare gli eventi, adotta spesso un atteggiamento passivo, che si estende anche alle situazioni in cui la sua azione sarebbe stata efficace. L'individuo diventa impermeabile al proprio ambiente e dimentica persino i piccoli gesti di solidarietà quotidiana verso un vicino in difficoltà. Per mantenere la speranza, dunque, abbiamo bisogno di percepire che le nostre azioni servono a qualcosa.
La risposta sta nei piccoli passi, indispensabili a ogni grande cambiamento e capaci di evitare lo scoraggiamento di fronte all'ampiezza del compito. Nutrire la speranza e interessarsi al positivo non significa avere una visione idealista del mondo né ignorare le sofferenze. Significa ricordare che abbiamo bisogno gli uni degli altri per esistere, e che il cambiamento è contagioso: la coerenza nella nostra vita ha effetto su di noi e, al di là, sull'ambiente in cui viviamo e sulle persone con cui interagiamo.
Non siamo separati: prendersi cura della natura, degli altri e di sé è prendersi cura della vita, restando connessi e in ascolto dei suoi cambiamenti. Serve un po' di indulgenza verso noi stessi e, di riflesso, verso gli altri e il mondo; e conviene scegliere di portare lo sguardo su esempi di persone altruiste e ispiranti.
Parole che accompagnano il cammino.
• Etty Hillesum, deportata ad Auschwitz: non possiamo correggere qualcosa nel mondo esterno se non l'abbiamo prima corretto in noi.
• Gandhi: Siate il cambiamento che volete vedere nel mondo.
• Stéphane Hessel, militante dei diritti umani e autore di Indignatevi!: oltre l'indignazione, ciascuno deve prendere coscienza di essere un creatore; occorre resistere per creare senza sosta e creare per resistere. Più siamo indignati, più le nostre azioni devono restare coerenti con i nostri ideali: disconnessi da noi stessi, rischiamo di perdere i nostri valori.
• Martin Luther King: dobbiamo imparare a vivere insieme come fratelli, altrimenti moriremo tutti insieme come degli idioti.
• Seneca: vivere è essere utili agli altri.
• Confucio: chi vuole spostare la montagna comincia spostando le piccole pietre.
• André Comte-Sponville: ringraziare è dare, rendere grazia, è condividere.
Esempi a cui ispirarsi. Il cambiamento ha già molti volti concreti. A Parigi il Mouvement Colibris organizza campagne di sensibilizzazione su vari temi; Terre & Humanisme promuove l'agroecologia; Donnons.org e i Marchés Gratuits sono luoghi di dono e condivisione. L'Association pour le développement de la mindfulness (www.association-mindfulness.org) diffonde la pratica della piena coscienza, mentre Emergences (www.emergences.org) unisce sviluppo personale e solidarietà.
Una leggenda amerindiana racconta che, davanti a un grande incendio nella foresta, un colibrì si dava da fare per spegnerlo. Il leone gli disse che non sarebbe stato con quelle gocce d'acqua che avrebbe spento il fuoco. Il colibrì rispose: «Lo so, ma io faccio la mia parte».
È la stessa convinzione che attraversa tutte queste voci: il mondo cambia quando cambia chi lo abita, un gesto e un giorno alla volta.

Nessun commento:
Posta un commento