venerdì 16 ottobre 2026

Il sorriso segreto dell’Essere: la non-dualità secondo Mauro Bergonzi

Mauro Bergonzi è un accademico italiano che insegna e divulga la non-dualità (advaita).  Ha insegnato “Religioni e Filosofie dell’India” e “Psicologia generale” dal 1985 al 2017 all’Università “L’Orientale” di Napoli. E' socio analista del Centro Italiano di Psicologia Analitica, quindi unisce la formazione orientalistica a quella psicologica di impronta junghiana. Dal 1970 ha praticato meditazione per circa 25 anni, soprattutto nelle tradizioni buddhista, taoista e vedanta, sempre con un approccio non confessionale e non dogmatico, finché non è prevalsa una non-dualità radicale. Per questo, nel suo insegnamento, il piano accademico e quello esperienziale vanno insieme. Presenta la non-dualità non come una teoria da capire con l’intelletto, ma da sperimentare. I suoi incontri, si chiamano satsang perchè procedono attraverso il dialogo e il silenzio più che attraverso una lezione frontale. 

Libri. Il più noto è Il sorriso segreto dell’Essere, uscito per Mondadori e ripubblicato nel 2026 da Astrolabio Ubaldini in nuova edizione, con il sottotitolo “Oltre l’illusione dell’io e della ricerca spirituale”. Molto prima, nel 1980, aveva pubblicato con Laterza Inchiesta sul nuovo misticismo


Sembra un paradosso: più cerchiamo di essere felici, più la felicità sembra sfuggirci. Mauro Bergonzi, autore de Il sorriso segreto dell’Essere, parte da qui. La sua proposta, che affonda nella tradizione della non-dualità, è che la felicità non sia una meta da raggiungere alla fine di un percorso. È ciò che siamo già, e che continuiamo a perdere di vista proprio mentre lo cerchiamo.
Questo testo ripercorre il desiderio di completezza, la nascita dell’io separato, il bivio tra disillusione e ricerca spirituale, il paradosso del cammino spirituale e infine l’idea che non ci sia nulla da raggiungere.
La parola sanscrita "satsang" nasce dall’unione di sat, “essere”, e sanga, “comunanza, compagnia”. Significa dunque condivisione dell’Essere. Il termine indica un incontro in cui non ci si limita ad ascoltare un insegnamento: si prova a sentire insieme ciò che è già presente, prima di ogni concetto.
In questo senso anche la meditazione ha un carattere particolare. Non è concentrarsi su un oggetto, un respiro o un mantra, ma sentire la presenza, restando in uno stato di apertura che non si fissa su nulla. Non si fa qualcosa per ottenere qualcos’altro: si lascia che lo spazio si apra.

Tutti cerchiamo il piacere, ma il piacere ha una caratteristica: dipende da uno stimolo. Arriva con un oggetto, un’esperienza, un incontro, e quando lo stimolo finisce il piacere svanisce. Dietro la ricerca del piacere c’è però un desiderio più profondo, quello di essere felici, e il termine è più appropriato perché indica qualcosa di diverso.  La felicità si manifesta quando possiamo dire, anche solo per un istante: “in questo momento non mi manca niente, sono completo”. Si può chiamare il profumo della completezza. Ma è un profumo che ci raggiunge di rado: la condizione abituale, per la maggior parte di noi, è sentirsi incompleti, in attesa di qualcosa che deve ancora arrivare.

Da dove nasce questo senso di mancanza? Il racconto parte dall’infanzia. Nel bambino molto piccolo c’è una coscienza globale: suoni, sapori, colori e sensazioni accadono in una totalità in cui non esiste ancora un “io” che osserva e un “mondo” osservato. Non è un’idea filosofica, ma il modo in cui l’esperienza si presenta prima che si formi l’identità.  Col tempo si sviluppa l’io personale: un nucleo che si rappresenta come entità separata, collocata dentro un corpo e in relazione con altre cose e altre persone. È una conquista indispensabile, perché senza un io funzionale non potremmo vivere nel mondo. Ma ha un prezzo: insieme all’io separato arrivano il senso di mancanza e di incompletezza. Resta, tuttavia, una traccia di quella totalità originaria, una nostalgia del paradiso perduto.

In questa visione, la caratteristica dell’io è la separazione: io e mondo, dentro e fuori, me e gli altri. La prospettiva non-duale sostiene che queste differenze, pur reali sul piano dell’esperienza quotidiana, non sono separazioni ultime.  Un’immagine suggestiva viene dalla fisica contemporanea: secondo la teoria quantistica dei campi, le particelle non sono “parti” indipendenti ma increspature di un campo che è uno. Allo stesso modo, il corpo non è un’unità isolata ma una funzione dell’ambiente: non può essere separato dall’aria che respira, dal cibo che lo nutre, dalla luce che lo raggiunge. Va detto, naturalmente, che si tratta di un’analogia e non di una dimostrazione: la fisica descrive il mondo materiale, la non-dualità parla della natura della coscienza.

Quando l’io separato si è formato, nasce il cercatore: colui che si mette in cammino per ritrovare la completezza perduta. La strategia più comune è pensare che la felicità arriverà quando si raggiungerà uno scopo: la realizzazione nel lavoro, la ricchezza, il potere, la fama. Ma l’esperienza smentisce spesso la promessa. Come dice il proverbio, “i soldi non fanno la felicità, ma lo sanno solo i ricchi”: chi li ha ottenuti scopre che la sensazione di mancanza è rimasta intatta.

A questo punto ci si trova davanti a un bivio. La prima strada è concludere che la felicità non esiste. Ne derivano la depressione, il cinismo, l’amarezza di chi ha smesso di sperare.
La seconda strada è intuire che la risposta non può venire dall’esterno e che va cercata solo dentro di sé. È l’ingresso nel percorso spirituale. Chi imbocca la seconda strada incontra i maestri e pensa: “se ce l’ha fatta lui, posso farcela anch’io”. Ma spesso porta con sé una convinzione implicita: così come sono non vado bene. Bisogna dunque purificare i chakra, praticare il non attaccamento, imparare a restare nel qui e ora. Molti esperti propongono itinerari verso la felicità, e la spiritualità stessa può presentarsi come la promessa di diventare esseri umani migliori, con gradi e livelli diversi di illuminazione.
Eppure, quando arriva il momento critico, una perdita, una malattia, una crisi, ci si accorge di non essere felici, e gli strumenti acquisiti non aiutano davvero. Si era convinti di essere “realizzati” e di praticare il non attaccamento, ma di fronte alla prova tutto sembra svanire.

Il problema, osserva Mauro Bergonzi, è strutturale. Il percorso spirituale tradizionale si presenta come un cammino da A a B: bisogna cambiare se stessi, seguire un maestro, arrivare all’illuminazione, intesa come liberazione dall’io separato. Ma questo schema si fonda su una contraddizione: è proprio l’io separato a mettersi in cammino per liberarsi di sé. È un po’ come cercare di sollevarsi tirandosi per i capelli.  E poi: finito e infinito sono davvero separati? Se l’infinito è davvero infinito, include anche il mio senso di separazione. Non c’è un “fuori” dall’infinito dove io possa trovarmi.

Da questa constatazione scaturisce il messaggio centrale: come siete adesso, con tutti i difetti, siete già ciò che state cercando. La felicità è qui, anche se la vita è piena di problemi. Non si tratta di negare le difficoltà, ma di riconoscere che ciò che cerchiamo non è un oggetto futuro: è il fatto stesso di esserci e di essere coscienti. 
Krishnamurti diceva che la verità è una terra senza confini: nessun sentiero porta a essa, e non si può esprimere a parole.
Una storiella racconta di un vecchietto seduto davanti alla statua di Shiva. In India sedersi a gambe incrociate è la norma, e allungare i piedi verso una divinità è considerato offensivo. Il vecchietto aveva appunto le gambe tese verso la statua, e un passante glielo fece notare, scandalizzato. Il vecchietto rispose: “Ci ho provato a non portare la gamba verso Shiva. Dimmi tu dove non c’è Shiva”.
Se Dio è onnipresente, come può non essere qui e adesso? Il tutto è tutto, e il tuo vero Sé non può stare in nessun altro posto.
Un altro racconto, attribuito a Shankara, il grande maestro dell’advaita, parla di dieci amici che devono attraversare a nuoto un fiume. Arrivati sull’altra riva, uno di loro li conta per accertarsi che siano tutti salvi: 1, 2... 9. Ne manca uno! Un secondo amico rifà il conto, con lo stesso risultato. Passa un vecchio saggio, che li invita a contare ancora; quando si arriva a nove, posa la mano sul petto di chi sta contando e dice semplicemente: “Dieci”.
Chi contava aveva dimenticato di contare se stesso. È l’immagine perfetta della ricerca spirituale: ciò che cerchiamo è colui che cerca. Nisargadatta lo esprimeva così: “Invece di cercare quello che non hai, trova quello che hai sempre in te.”

Come si riconosce questa presenza? Non attraverso un ragionamento, ma sentendo la risonanza dell’Essere. È qualcosa che si percepisce, come si percepisce un sorriso spontaneo. L’insegnamento non vuole costruire nulla, ma esprimere ciò che c’è e rendere possibile questa risonanza. Non a caso, nella storia della spiritualità, il sorriso è spesso associato alla libertà. Naturalmente non si tratta del sorriso che si fabbrica davanti a uno specchio. È quello che nasce da solo, senza motivo, ed è il “sorriso segreto” del titolo del libro.
A volte la risonanza si manifesta in modo vistoso, come un fuoco d’artificio: ci si trova a guardare il cielo stellato in un parco e si prova un improvviso senso di non separazione, come se i confini tra sé e l’universo si dissolvessero. Queste esperienze non si lasciano trasformare in parole, e vanno ricordate per ciò che sono: inviti, non traguardi. Chi le insegue per riprodurle ricade nello schema del cercatore.

Nello zen si usa un’immagine per descrivere i due modi in cui si può “bagnarsi”, cioè arrivare all’illuminazione. Si può essere bagnati di colpo, con un secchio d’acqua gettato addosso. Oppure si può entrare in una nebbia fitta e, dopo una mezz’ora, ci si ritrova ugualmente bagnati. Improvvisa o graduale, la sostanza non cambia. 
Da qui la distinzione tra due dimensioni dell’esistenza: la dimensione orizzontale è quella del tempo, dell’automiglioramento, degli obiettivi che si possono raggiungere. È la dimensione in cui ha senso impegnarsi, imparare, crescere;  la dimensione verticale è sempre presente, fuori dal tempo: è l’Essere, che non va raggiunto perché non è mai mancato.  I due piani non si escludono. Si può continuare a migliorarsi sul piano orizzontale, purché non si scambi il miglioramento per condizione della felicità. 

Un corpo-mente perfetto, d’altronde, non esiste: si vive la danza della vita. Siamo le onde sull’abisso immobile.  Non siamo soltanto corpo e mente: siamo la sorgente di tutto. Le onde nascono e muoiono, ma il mare non muore mai: il mare ondeggia. Nella visione non-duale, ciò che chiamiamo “io” è un’onda, una forma temporanea dell’oceano.  L’immagine indiana di questa unità è la danza di Shiva: Shiva incarna gli opposti, creazione e distruzione, e nella sua danza non si può separare il danzatore dalla danza.

E il male?  Un’obiezione naturale è: se tutto è espressione dell’unico Essere, che ne è del male? Mauro Bergonzi non la elude. Anche chi compie azioni terribili, anche un serial killer, vuole in fondo essere felice: ma il suo stato mente-corpo lo porta all’opposto della felicità. Lo stesso vale per l’amore, che cerca la non separazione e che a volte viene cercato in modo distorto, perfino masochistico: tutto è espressione della persona.
Anche la natura è piena di quelle che chiamiamo nefandezze: terremoti, alluvioni, catastrofi. Ma nessuna manifestazione naturale dispone del metro con cui noi distinguiamo il bene dal male: quel metro è nostro, umano. Questo non significa che bene e male non contino sul piano della vita, ma che la realtà ultima non si lascia incasellare in queste categorie.

La dualità, in definitiva, è apparente e la creiamo noi stessi attraverso l’esperienza di credere di essere un io separato. Una celebre immagine dice che Dio gioca a nascondino: crea una parte di sé, cioè noi, la cerca e intanto si nasconde.  Un meditante può dire: “Il mio io impediva l’apertura verso l’infinito. Quando meditavo, l’io separato spariva per qualche momento, poi tornava. Allora devo meditare più a lungo”. È il ragionamento di chi considera l’io un ostacolo da eliminare. Ma la presenza resta sia quando l’io c’è sia quando non c’è. Non è lo stato di meditazione a produrla.
L’io separato può essere paragonato a un miraggio nel deserto: il miraggio esiste, lo si vede, ma l’acqua che promette non c’è. Ciò che conta è capirlo, non eliminarlo. Che io creda o no all’io separato, il mio vero Sé non è separato da niente: tutto è già completo.  

La non-dualità trova una delle sue espressioni più compiute nello shivaismo del Kashmir, tradizione che vede l’intera realtà come manifestazione di un’unica coscienza. Tony Parsons dice: “Ogni esperienza è un invito a riconoscere il Tutto.”
Non c’è dunque nulla da raggiungere, ma solo qualcosa da riconoscere: la completezza che ci circonda e ci costituisce anche quando la cerchiamo altrove.

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