Il rapporto tra Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) e Denis Diderot (1713-1784) fu un'intensa amicizia nata a Parigi negli anni Quaranta del Settecento, trasformatasi poi in un aspro conflitto intellettuale e personale negli anni Cinquanta.
Rousseau e Diderot si conobbero a Parigi intorno al 1741 e strinsero un legame molto stretto.
Rousseau collaborò all'Encyclopédie: il grande progetto enciclopedico diretto da Diderot, scrivendo diverse voci di carattere musicale. Nel 1749, mentre andava a trovare l'amico Diderot imprigionato nel Castello di Vincennes, Rousseau lesse il bando dell'Accademia di Digione che lo ispirò a scrivere il suo primo Discorso sulle scienze e sulle arti.
Mentre Diderot rappresentava lo spirito dell'Illuminismo fiducioso nel progresso, nella ragione e nella civiltà urbana, Rousseau iniziò a sviluppare una visione critica della società, esaltando la natura e criticando i costumi civilizzati.
La rottura definitiva avvenne tra il 1756 e il 1758, alimentata da incomprensioni personali, attriti legati a circoli e amicizie comuni (come Madame d'Épinay e Grimm) e da allusioni letterarie che Rousseau percepì come offese personali — tra cui una frase di Diderot nella commedia Le fils naturel in cui sosteneva che «il buono vive in società, il malvagio da solo».
I due ruppero definitivamente i rapporti, allontanandosi per sempre e senza mai più riconciliarsi.
Il contrasto tra Diderot e Rousseau non fu solo una lite tra vecchi amici, ma una vera e propria linea di frattura interna all'Illuminismo.
Diderot crede che la socialità sia naturale per l'uomo. Il progresso, le arti e le scienze migliorano la condizione umana. L'uomo si realizza pienamente solo attraverso il tessuto sociale, la cultura e lo scambio intellettuale con gli altri. La ragione e la diffusione della conoscenza scientifica portano alla liberazione dai dogmi e dal fanatismo.
Per Rousseau la società artificiale allontana l'uomo dal suo stato di natura originario, basato su innocenza e uguaglianza, introducendo la disuguaglianza. L'uomo nasce buono, ma viene corrotto dalle istituzioni. La vera virtù si trova nella solitudine spirituale o in comunità fondate sul contratto sociale. Il progresso tecnico e scientifico non coincide con il progresso morale, ma crea spesso nuovi bisogni artificiali e vizi.
Negli ultimi anni della sua vita, Rousseau sviluppò una profonda sindrome da persecuzione. Era convinto che ci fosse un complotto orchestrato dai suoi ex amici illuministi — in particolare da Denis Diderot, da Friedrich Melchior de Grimm e da Voltaire — per distruggere la sua reputazione e farlo passare alla storia come un mostro.
Le Confessioni nascono quindi anche con un forte intento difensivo: Rousseau voleva giustificarsi davanti ai contemporanei e ai posteri, offrendo la sua verità contro quelle che considerava le calunnie del circolo dei philosophes parigini. Nel testo descrive nel dettaglio il deterioramento di quelle amicizie e la sofferenza provocata dall'isolamento.
Le Confessioni (Les Confessions) sono l'opera autobiografica più celebre di Jean-Jacques Rousseau, scritta tra il 1765 e il 1770 e pubblicata postuma (tra il 1782 e il 1789). Quest'opera è considerata il testo fondativo dell'autobiografia moderna.
A differenza delle confessioni religiose classiche (come quelle di Sant'Agostino), Rousseau compie un'operazione del tutto nuova per l'epoca: mettere a nudo la propria anima davanti al lettore, raccontando la propria vita con una sincerità spietata, senza nascondere i propri errori, le proprie debolezze e i lati più intimi e scandalosi.
L'opera racconta la sua infanzia e la sua formazione: Il racconto dei primi anni a Ginevra, la perdita della madre, gli errori di gioventù e il vagabondaggio.
Presenta anche la sua sfera intima: Rousseau parla apertamente dei suoi desideri, delle sue nevrosi, delle sue relazioni amorose (in primis quella con Madame de Warens, da lui chiamata "Maman") e della decisione drammatica di affidare i suoi cinque figli all'ospizio dei trovatelli.

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