mercoledì 1 aprile 2026

Buddha e il Buddhismo – Oscar Botto

A 2500 anni dalla scomparsa del Buddha, questa antica filosofia rimane ancora largamente sconosciuta alla maggior parte dei suoi praticanti e simpatizzanti occidentali. Eppure il buddhismo, nella sua essenza, non è né un sistema metafisico astratto né una religione nel senso convenzionale del termine: è prima di tutto una regola di vita e una dottrina morale, il cui obiettivo è la consapevolezza come premessa per intraprendere una via universale di liberazione dal dolore. Questo articolo illustra le componenti essenziali del buddhismo, lo sviluppo cronologico delle sue correnti e la figura del Buddha tra storia, leggenda e racconto.


I. La vita del Buddha. Attraverso i quattro stadi della meditazione, nella saggia e perfetta purezza che lo liberò dai legami del mondo sensibile, il futuro Buddha rivide le sue esistenze precedenti, intuì le cause che provocano il succedersi delle esistenze e scoprì il modo di interrompere questa catena. Penetrò l'essenza del dolore, la sua origine, la necessità della sua distruzione e la via che conduce a tale distruzione — all'interruzione del saṃsāra, alla liberazione dall'esistenza condizionata.
Da quel momento, distrutta l'ignoranza e dissipata la tenebra, sorta la scienza e guadagnata la luce, Siddhārtha divenne il Buddha — l'Illuminato, il Risvegliato. Egli stesso preferì chiamarsi Tathāgata, il Perfetto, "Colui che è giunto in possesso della verità". Incoraggiato dallo stesso Brahma e spinto dalla compassione per tutti i viventi, il Buddha si indusse a rivelare il suo insegnamento per condurli alla salvezza e affrancarli dal saṃsāra.
Il primo discorso pubblico del Buddha — il celebre sermone di Benares — è definito dalla tradizione "il discorso della messa in moto della ruota della Legge". In esso il Buddha presentò la Via di Mezzo, il sentiero che si colloca tra l'indulgenza dei piaceri e la mortificazione ascetica, e che conduce al superamento del dolore, al sapere, all'illuminazione, al nirvāṇa.
Nel 480 a.C., alla morte del Buddha, le sue reliquie vennero spartite tra otto pretendenti, ognuno dei quali eresse uno stūpa commemorativo. Al brahmano Drona, che aveva risolto la contesa, fu assegnata l'urna; ad un altro le ceneri. Anche questi ultimi due eressero il proprio stūpa, portando a dieci il numero totale dei monumenti funerari.

II. La dottrina.  Il Buddha assunse fin dall'inizio una posizione critica nei confronti di ogni dottrina speculativa: ritenne inutile la discussione filosofica fine a se stessa e ogni forma di ascetismo estremo. La vera conoscenza, per lui, deriva dall'esperienza vissuta — e questa è l'essenza stessa della Dottrina. Non a caso il Buddha lasciò deliberatamente insoluti alcuni aspetti del percorso spirituale, rifiutando di rispondere ad alcune domande dei suoi discepoli.
La sua visione dell'esistenza è centrata su un'osservazione fondamentale: la vita non è composta soltanto di dolore, ma la gioia si trasforma rapidamente in dolore e paura, in quanto derivano dall'instabilità e dall'impermanenza di tutte le cose. Tutto è transitorio. Il Buddha nega l'esistenza di un "io" — un principio stabile di individualità — e descrive l'essere umano come un insieme di cinque aggregati (skandha) interdipendenti e in continuo divenire, privi di essere in sé: materia e forma, sensazione, idee, predisposizioni e forze, coscienza.
Al cuore dell'insegnamento del Buddha si trovano le Quattro Nobili Verità: l'esistenza del dolore (duḥkha), la sua origine nel desiderio e nell'attaccamento, la possibilità della sua cessazione, e la via che conduce a tale cessazione — il Nobile Ottuplice Sentiero. Questa struttura costituisce il fondamento dottrinale di tutte le scuole buddhiste.
Il buddhismo nega l'esistenza di un ātman personale e permanente, di un dio unico supremo (Īśvara) e di un principio metafisico impersonale come il brahman indù. Allo stesso tempo attribuisce grande importanza all'etica e al comportamento: ogni essere vivente è l'erede delle proprie azioni. I suoi atti sono la matrice dalla quale ha tratto origine; è legato ad essi, e in essi trova il suo rifugio. L'eredità del passato — la legge karmica — condiziona la situazione presente, ma non nega la libertà umana: nuove e diverse azioni produrranno frutti nuovi e diversi.
La successione dei vari stati di coscienza, la continuazione della vita e del dolore ad essa connaturato, potrà interrompersi soltanto con l'estinzione del desiderio e del karma, grazie al conseguimento dell'illuminazione o nirvāṇa. Il nirvāṇa è la soppressione di ogni passione: serenità suprema, pienezza di beatitudine senza coscienza, stato di estasi nel quale non esistono più né coscienza né sensibilità. Per chi lo raggiunge, la ruota del ciclo dell'esistenza è infranta — è la fine della sofferenza. Nella cosmologia buddhista, il nirvāṇa viene inteso anche come una particolare forma di esistenza.
Il buddhismo delinea cinque categorie di esseri che aspirano alla liberazione, in ordine crescente di realizzazione spirituale:

  • Sotāpanna: il seguace della fede, "Colui che è entrato nella corrente". Ha distrutto i primi tre legami — la concezione personalistica, il dubbio e l'attaccamento superstizioso alle pratiche rituali — e ha attenuato fortemente i successivi tre: bramosia, odio e infatuazione.
  • Sakadāgāmin: colui che ritorna una sola volta, avendo indebolito ulteriormente i legami del desiderio sensuale.
  • Anāgāmin: colui che non ritorna, avendo infranto i cinque legami inferiori. Rinascerà in un mondo superiore.
  • Arhat: colui che ha ottenuto la liberazione, avendo cancellato tutte le sensazioni e i legami.
  • Bodhisattva: colui che ha ottenuto la liberazione ma ha scelto liberamente di rimanere sulla terra, accettando condizioni di vita difficili, per aiutare tutti gli esseri senzienti.

III. La comunità buddhista. L'entrata nella comunità buddhista era aperta a tutti, senza limitazioni di casta o condizioni sociali — una rottura radicale rispetto al brahmanesimo. Chiunque poteva vivere nello spirito della Legge buddhista dichiarando l'adesione alla Triade delle Gemme: il Buddha, la Legge e la Comunità (Saṃgha). A questa professione di fede doveva accompagnarsi l'osservanza dei cinque precetti: non uccidere, non rubare, astenersi dall'incontinenza, non mentire e astenersi dalle bevande inebrianti.
I laici erano tenuti a contribuire alla comunità con donazioni. I monaci, invece, percorrevano due fasi di formazione: prima come novizi, con l'ordinazione preparatoria, poi come bhikkhu, monaci pienamente ordinati. Il novizio sceglieva un precettore e un maestro di cui diventava compagno e discepolo, e poteva possedere soltanto le tre vesti prescritte e la ciotola per l'elemosina. La sola forma di gerarchia riconosciuta all'interno della comunità era l'anzianità.
Nei monasteri era in uso, con cadenza annuale, il procedimento della confessione pubblica: il monaco doveva rendere conto dei quattro peccati più gravi e delle colpe, anche involontarie, di cui si fosse macchiato. Tali infrazioni potevano comportare l'espulsione dall'ordine. Nel corso dei secoli la disciplina monastica conobbe importanti trasformazioni: già nel 500 d.C. alcuni monaci del Kashmir vivevano in stato coniugale, e nel IX secolo l'introduzione del Tantra sanzionò il matrimonio dei monaci. Padmasambhava, il grande maestro dell'VIII secolo, ebbe molte mogli.

IV. Le vicende storiche e i concili. Dopo la morte del Buddha, i suoi principali discepoli Śāriputra e Maudgalyāyana erano già scomparsi. Fu il monaco Mahākāśyapa a suggerire di convocare un concilio di 550 arhat per fissare con precisione il Canone della dottrina (dharma), della condotta dei monaci (vinaya) e della Comunità (saṃgha). Questo primo concilio — tenuto nel 477 a.C. — ebbe un esito inatteso: si concluse con l'espulsione di Ānanda, reo di non aver supplicato il Buddha di prolungare la sua esistenza terrena e di aver sostenuto l'ammissione delle donne nella comunità. Solo dopo aver conseguito la condizione di arhat, Ānanda fu riammesso e poté esporre gli insegnamenti del Canone.
Il secondo concilio si tenne a Vaiśālī nel 377 a.C. Qualche anno dopo, un nuovo concilio sancì la prima grande divisione dell'ordine: quella tra i Mahāsāṃghika e gli Sthavira (in pali Thera, "gli Anziani"). Il terzo concilio si svolse durante il regno di Aśoka, nel 243–244 a.C., e attestò la separazione tra i Vibhajyavādin, sostenuti dallo stesso Aśoka, e i Sarvāstivādin, gli "assertori della realtà di ogni cosa". Aśoka incoraggiò parallelamente un intenso apostolato buddhista in tutta l'Asia.
Un quarto concilio si tenne a Jālandhara, durante il quale fu costituito il canone dei Sarvāstivādin del Kashmir, poi noti come Vaibhāṣika. Nel periodo 390–420 d.C. il buddhismo raggiunse il suo massimo sviluppo in India, con una maggioranza ormai Mahāyānika. Un successivo concilio tenutosi a Kanauj approvò ufficialmente le dottrine del Mahāyāna.
Il lento declino del buddhismo in India fu determinato da più fattori. Le invasioni islamiche furono decisive: nel 1196 i musulmani conquistarono il Bihar, distrussero i monasteri e sterminarono i monaci. Caddero anche le grandi università monastiche di Nālandā e Vikramaśīla. A poco a poco il buddhismo si spense nella terra che gli aveva dato i natali, mentre le sue idee — filtrate attraverso il Vedānta — continuavano a vivere nel pensiero indiano.

V. Le scuole e i grandi scismi. L'assenza di un'autorità suprema, la libertà nell'interpretare i testi, i punti volutamente lasciati irrisolti dal Buddha e i continui contatti con le comunità locali diedero vita a un ricco e articolato panorama di correnti di pensiero, ognuna delle quali si considerava l'autentica interprete della Dottrina. In totale si formarono diciannove vere e proprie scuole.
Il primo grande scisma si consumò intorno al 340 a.C., dopo il Concilio di Vaiśālī: il monaco Mahādeva formulò cinque proposizioni sulla natura dell'arhat che spaccarono l'ordine in due correnti — i sostenitori di Mahādeva (Mahāsāṃghika) e i difensori della figura tradizionale dell'arhat (Sthavira, gli Anziani).
Le scissioni successive furono numerose. Nel 300 a.C. i Lokottaravādin (sostenitori del trascendente) si staccarono dai Mahāsāṃghika. Intorno al 250 a.C. la corrente Prajñaptivādin — i nominalisti, fondata da Mahākātyāyana — si separò anch'essa dai Mahāsāṃghika, soffermandosi sulla distinzione tra la verità assoluta (il reale) e la verità contingente e relativa (il fittizio, l'apparente). Nel 280 a.C. una scissione nel ramo degli Sthavira portò alla formazione dei Vātsīputrīya, fondati dal brahmano Vātsīputra. Il concilio del 244 a.C. sancì infine la separazione tra gli Sthavira ortodossi — i Vibhajyavādin — e i Sarvāstivādin. Ulteriori divisioni si verificarono tra i Vaibhāṣika e i Sautrāntika, questi ultimi riconoscenti nei sūtra la sola autorità per le proprie convinzioni filosofiche.

VI. Il Mahāyāna. I seguaci del Mahāyāna continuarono a riconoscere il canone come autentica summa degli insegnamenti del Buddha, pur sostenendo che esso ne rappresentasse soltanto una parte. Questa corrente affonda le radici nello scisma dei Mahāsāṃghika, i quali elaborarono per la prima volta l'ideale del Bodhisattva — caratterizzato da benevolenza e compassione infinita — con l'obiettivo di portare la salvezza a tutti gli esseri senzienti, come si legge nella Prajñāpāramitā. Anche Śāntideva, nella sua Bodhicaryāvatāra, ne offre una descrizione di rara bellezza.
La compassione verso tutti gli esseri scaturisce da una premessa dottrinale precisa: l'"io" non esiste, e quindi non esiste la possibilità di amarlo in senso esclusivo. Il prossimo e l'"io" sono una stessa cosa. A poco a poco il Bodhisattva divenne oggetto di culto e venerazione, quasi al pari di un Buddha: a lui si chiede difesa e soccorso contro i pericoli e i mali del mondo. Tra i più famosi vi è Avalokiteśvara, al quale è consacrato il mantra Oṃ maṇi padme hūṃ. Si diffuse parallelamente l'usanza di omaggiare i Buddha e i Bodhisattva con offerte di fiori e incenso.
Tutti i testi canonici Mahāyāna affermano che tutto è pura illusione e vacuità — l'inesistenza di una forma individuale e permanente. Con la Prajñāpāramitā questo concetto viene amplificato: tutte le cose sono vuote di una loro essenza, inclusi i cinque skandha. Il contenuto della Prajñāpāramitā — a tratti contraddittorio — viene sistematizzato da Nāgārjuna nella metà del II secolo d.C. La più nota delle sue opere è il Prajñāśāstra (Aforismi dell'originaria Dottrina mediana), fondamento dottrinale della scuola Mādhyamaka, caratterizzata dal Vuoto assoluto del mondo contingente. Il Vuoto non va inteso come nichilismo, bensì come negazionismo della sostanzialità delle cose.
La scuola Yogācāra (o Vijñānavādin) — gli "osservanti dello Yoga" — cercò di superare il negativismo assoluto del Mādhyamaka, giungendo alla nozione di Assoluto attraverso la contemplazione introspettiva. L'iniziatore fu Asaṅga (IV secolo d.C.); Vasubandhu sistematizzò poi le idee di questa dottrina. Secondo Asaṅga, il carattere illusorio del mondo fenomenico ha la sua fonte nel pensiero: il mondo è un'oggettivazione della coscienza. L'illusione nasce dal fatto che queste oggettivazioni vengono erroneamente considerate qualcosa di indipendente dalla coscienza stessa.

VII. Il Buddhismo Tantrico. A partire dal VII secolo d.C. si affermò una nuova corrente buddhista nota come Vajrayāna — il Veicolo del Diamante — una forma della "mano sinistra" del Tantra. Il nome deriva dal vajra, che nei Veda è la folgore del dio Indra e che nel Vajrayāna rappresenta la realtà ultima, il dharma, l'assoluto vuoto: la guida grazie alla quale il fedele, attraverso una serie di riti, giunge a scoprire la sua vera natura di diamante. Gli insegnamenti possono essere trasmessi soltanto direttamente da un Maestro, attraverso il contatto personale. Gli strumenti della pratica sono il maṇḍala, il mudrā, l'āsana e il mantra.
Un aspetto centrale del Vajrayāna è l'esaltazione del culto della divinità femminile. I Bodhisattva sono spesso raffigurati con le loro controparti femminili (la più importante è Tārā) e dall'amplesso simbolico traggono energia e forza suprema. Il misticismo erotico diventa, una volta liberato dalla relatività mondana, un mezzo per conseguire forme di illuminazione. Le divinità tantriche possono manifestarsi in aspetti benevoli o terrificanti.

VIII. Il buddhismo fuori dall'India. Le fonti per lo studio del buddhismo fuori dall'India sono di due tipi: materiali e letterarie. A partire dal III–II secolo a.C., i monumenti archeologici — monasteri, stūpa e iscrizioni — documentano la progressiva espansione del buddhismo. Gli stūpa vennero eretti sui resti mortali e le reliquie del Buddha storico, diventando centri di pellegrinaggio e devozione.
Le fonti letterarie si suddividono in tre gruppi: i testi canonici, che in assenza di documenti scritti dal Buddha ci tramandano le sue parole o almeno l'essenziale dei suoi insegnamenti; i testi paracanonici, assai vicini ai canonici per contenuto; e i testi extracanonici. La letteratura canonica è stata trasmessa in pali e sanscrito. Il canone pali ci è pervenuto nella redazione della scuola Theravāda, seguace della dottrina ortodossa dei diretti discepoli del Buddha, e si divide in tre "canestri": la disciplina monastica (Vinaya), le prediche (Sutta) e la metafisica (Abhidharma).
Padmasambhava portò le pratiche di ordine tantrico in Tibet, dove nel 749 fu fondato il primo monastero buddhista. La tradizione tibetana sviluppò un buddhismo originale e ricchissimo, in cui convivono elementi Mahāyāna, Vajrayāna e influenze della religione autoctona Bön.

Lo stile buddhista è il più insopportabile di tutti gli stili.”  — A. Barth
La provocatoria osservazione dello studioso Barth coglie un tratto reale della letteratura buddhista: la sua straordinaria abbondanza, la sua tendenza alla ripetizione sistematica, la sua complessità tecnica. Eppure proprio in questa ricchezza — dottrinale, narrativa, poetica — risiede la vastità di una tradizione che, a 2500 anni dalla sua origine, continua a interrogare e affascinare.

La fiducia in se stessi

MentorShow, un'organizzazzione francese, ha programmato degli incontri e riunito i più grandi psichiatri, sociologi e filosofi francesi per parlare della fiducia in se stessi.       

Questo è il link https://go.mentorshow.com/live/rdv-confiance-en-soi-rediffusion.

Fiducia in sé, emozioni e conoscenza di sé.  Un percorso tra psicologia, filosofia e pratica interiore
Riferimenti: Christophe André, Fabrice Midal, Frédéric Lenoir, Carl Gustav Jung, Baruch Spinoza, Friedrich Nietzsche, Śāntideva.

Il punto di arrivo di questo percorso è ben sintetizzato da: OSER — dall’acronimo francese Oublier,  Sortez du piège de la comparaison. Écouter votre voix intérieure, Retrouver votre confiance solide. Osare: dimenticare le proprie paure, ascoltare la propria voce interiore, ritrovare una fiducia solida. Dare un senso alla propria vita e orientarla con entusiasmo.

Come si costruisce una fiducia autentica in se stessi? Come si impara a convivere con le proprie fragilità senza esserne sopraffatti? Come si trasformano le emozioni difficili in risorse anziché in ostacoli? Queste domande, al crocevia tra psicologia, filosofia e pratica interiore, sono al centro di una riflessione condivisa da studiosi e pensatori molto diversi tra loro, accomunati dall’idea che il percorso verso se stessi non si compie nell’isolamento della mente, ma nell’azione, nell’interazione e nell’ascolto.

La fiducia in se stessi: una questione di azione. 
Uno dei contributi più significativi alla comprensione della fiducia in se stessi viene dallo psichiatra e scrittore francese Christophe André, che ha dedicato decenni di ricerca clinica e divulgativa a questo tema. Il suo approccio smonta subito un equivoco comune: la fiducia non si costruisce guardandosi dentro, ma agendo nel mondo.
L'introspezione ha il suo valore, ma da sola non basta. Ciò che alimenta davvero la fiducia in se stessi è l'azione — e soprattutto la capacità di agire anche nelle situazioni difficili, misurando la distanza tra ciò che dipende da noi e ciò che non dipende da noi. L'azione, afferma André, è il carburante della fiducia in se stessi.
Un principio fondamentale in questo percorso è quello che potremmo chiamare la “separazione onesta”: distinguere tra le difficoltà oggettive di una situazione e le risorse soggettive che abbiamo a disposizione per affrontarla. Non si tratta di minimizzare gli ostacoli, né di sopravvalutare le proprie capacità: si tratta di dirsi, con lucidità, “faccio quello che posso”, e di imparare qualcosa da ogni esperienza, anche da quelle in cui si è inciampati.
A questa prospettiva si lega inevitabilmente il tema della tolleranza alla sconfitta. Chi ha una fiducia solida in se stesso non è chi non sbaglia mai: è chi sa ricominciare dopo gli errori senza lasciarsi schiacciare da certezze negative su di sé. La stragrande maggioranza delle persone — circa il 95% — non percepisce le nostre debolezze nel modo in cui le percepiamo noi stessi. Ci giudichiamo con uno sguardo molto più severo di quello degli altri.

Fiducia e stima di sé: due concetti distinti. 
È importante distinguere tra fiducia in se stessi e stima di sé, due concetti spesso confusi ma profondamente diversi. La fiducia in se stessi è basata sull’azione: è la capacità di affrontare le situazioni, di esporsi, di tentare. La stima di sé è invece la visione che abbiamo di noi stessi — come ci guardiamo, come ci trattiamo, quale valore attribuiamo alla nostra persona al di là delle prestazioni.
Entrambe sono necessarie e si alimentano a vicenda. Ma mentre la fiducia può essere allenata attraverso l’esposizione progressiva alle situazioni difficili, la stima di sé richiede un lavoro più profondo: quello di imparare a riconoscere le proprie certezze negative, quelle convinzioni radicate che ci diciamo su di noi e che spesso non hanno alcun fondamento reale.

Conosci te stesso: dall'introspezione all'integrazione.
Il celebre invito di Socrate — “conosci te stesso” — è ancora oggi il punto di partenza di ogni riflessione sulla propria identità. Ma la filosofia e la psicologia contemporanee ci insegnano che questa conoscenza non può restare nel solo ambito della riflessione: deve sfociare nell’azione e, soprattutto, nell’accettazione.
Il filosofo Frédéric Lenoir, che ha dedicato ampia parte della sua ricerca al dialogo tra psicologia e tradizioni spirituali, richiama in questo contesto il pensiero di Carl Gustav Jung, e in particolare il suo concetto di individuazione: il processo attraverso cui ciascuno diventa l’essere unico e irripetibile che è, integrando tutte le proprie componenti — luci e ombre, punti di forza e fragilità.
Jung parlava dell'Ombra come di quella parte di noi che tendiamo a rifiutare, a nascondere, a non riconoscere. Le fragilità, le paure, gli aspetti che non ci piacciono di noi stessi: tutto ciò che escludiamo dall’immagine che vogliamo dare al mondo. Eppure, paradossalmente, è proprio mostrando e integrando le proprie fragilità che si diventa esseri interi. Non esistono solo parti luminose o solo parti oscure: siamo fatti di entrambe, e negarle significa impoverirsi.
“Riconoscere i difetti della persona con cui ci relazioniamo” è un esempio di saggezza relazionale — dice qualcosa di profondo: le fragilità non sono ciò che ci allontana dagli altri, ma spesso ciò che ci avvicina. L’autenticità che nasce dal mostrare la propria vulnerabilità crea legami più profondi di qualsiasi perfezione esibita.
Spinoza, da parte sua, pone una domanda che non ha perso nulla della sua urgenza: "Che cosa ci mette nella gioia? Che cosa ci mette nell’entusiasmo?" Orientare la propria vita a partire da queste domande — invece di lasciarsi guidare dalla paura o dall’obbligo — è forse il modo più efficace per costruire un’esistenza piena e coerente con se stessi.

Le emozioni come guida.
Le emozioni non sono nemici da combattere né impulsi da reprimere: sono guide. Ogni emozione, anche la più scomoda, porta con sé un messaggio su ciò di cui abbiamo bisogno. Imparare a leggere questo messaggio — a vedere il desiderio che si nasconde dietro l’emozione — è una delle competenze più preziose che possiamo sviluppare.    
Un'emozione positiva ci attiva e ci avvicina ai nostri bisogni fondamentali: l’amore, la connessione, il senso di appartenenza. Un’emozione difficile — la paura, la rabbia, la tristezza — segnala invece una distanza da ciò che è importante per noi, o una minaccia a qualcosa che teniamo. In entrambi i casi, la riflessione sull’emozione ha valore soltanto se sbocca in un’azione: riconoscere, accettare, e poi muoversi.
E' importante mostrare le nostre fragilità. Accettare le proprie debolezze non significa rassegnarsi: significa smettere di sprecare energia nel negarle. E poi chiedersi, con la chiarezza dello stoico: che cosa dipende da me in questa situazione? Che cosa non dipende da me? Śāntideva, il filosofo buddhista dell'VIII secolo, aveva già posto questa domanda con una logica disarmante: Se una cosa è rimediabile, non serve preoccuparsi — la si risolve. Se non è rimediabile, preoccuparsi non serve a nulla. In entrambi i casi, l’ansia è inutile.
E Nietzsche aggiunge la sua prospettiva: Ciò che non ci uccide non ci lascia semplicemente in vita — diventa un'opportunità per diventare più forti. Le difficoltà affrontate e attraversate costruiscono una fiducia che nessun successo facile può dare.

Lasciare andare il controllo.
Il filosofo e insegnante buddista Fabrice Midal porta nella conversazione un tema che tocca qualcosa di molto diffuso nella cultura contemporanea: l’ossessione del controllo. Controlliamo il tempo, controlliamo le relazioni, controlliamo le nostre performance. E quando non riusciamo a controllare, soffriamo.
Il controllo funziona bene nel mondo esterno — nella gestione dei progetti, nell’organizzazione del lavoro, nella pianificazione. Ma nel mondo interno, nel territorio delle emozioni, delle angosce e della vulnerabilità, il controllo non soltanto non funziona: peggiora le cose. Voler controllare le proprie emozioni è una contraddizione in termini: le emozioni, per definizione, non sono controllabili.  Stiamo male perchè vogliamo controllare tutto. 
Nel libro “Foutez-vous la paix.”  — l’invito provocatorio di Fabrice Midal — “lasciatevi in pace” — è un invito a smettere di esercitare questa pressione costante su se stessi, questa pretesa di dover essere padroni di ogni stato interiore. Il problema non è essere sensibili, non è avere emozioni intense: il problema è la guerra che facciamo a queste emozioni quando si presentano.
La società contemporanea ci insegna che dobbiamo tenerci sotto controllo in qualsiasi situazione. Il risultato è che non siamo più in ascolto del nostro corpo, delle nostre emozioni, delle risorse che sono in noi. Abbiamo paura di entrare in contatto con la nostra vulnerabilità, come se il semplice fatto di riconoscerla ci rendesse più fragili.
Midal propone uno spostamento fondamentale: dal controllo alla padronanza di sé. Non si tratta di reprimere o sopprimere, ma di stare con ciò che si vive, di entrare in rapporto con le proprie emozioni invece di combatterle. Lâcher prise — lasciare andare — quando sono in collera è una contraddizione, le emozioni non sono controllabili, dobbiamo ascoltarle, entrare in contatto con quello che stiamo vivendo.  E' la capacità di ascoltare davvero ciò che accade dentro di noi, senza giudicarlo e senza tentare di soffocarlo.
Non dobbiamo aderire a un modello prestabilito di come si dovrebbe essere: dobbiamo scoprire cosa abbiamo in noi. Riscoprire una spontaneità autentica, smettere di rifiutare l’incontro con la persona che siamo adesso — con le nostre debolezze, con la nostra storia, con tutto ciò che ancora non siamo riusciti a risolvere.

La felicità come sguardo.
Al di là delle tecniche e dei metodi, c’è una verità semplice che attraversa tutta questa riflessione: la felicità non è una condizione oggettiva del mondo esterno. È lo sguardo che abbiamo sulla vita. Due persone nella stessa situazione possono viverla in modo radicalmente diverso a seconda di come si rapportano a essa.
Avere fiducia nella vita e in se stessi significa accettare la realtà così com’è: riconoscere che le cose sono là, senza negarle e senza esserne paralizzati. Significa accettare la vita nella sua globalità — con le sue gioie e le sue difficoltà, con i suoi imprevisti e le sue perdite — e trovarvi comunque un senso.
Questo è forse il punto di arrivo più difficile e più prezioso di tutto il percorso: non l’assenza di dolore, non la perfezione di sé, non il controllo di ogni circostanza. Ma la capacità di guardare la propria vita — con le sue luci e le sue ombre, con le sue certezze e le sue domande aperte — e di orientarla con entusiasmo verso ciò che conta davvero.  

Mentor Show

 

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Jour 2 de l’Événement Confiance en soi
Mercredi 25 mars à 19h (heure de Paris)
Avec Christophe André & Frédéric Lenoir

Thème : « Apprendre à vous connaître pour enfin vous faire confiance (et cesser de douter de votre valeur) »

La confiance en soi ne se construit pas en forçant les choses, mais en apprenant à mieux se connaître. Cette rencontre exceptionnelle avec Christophe André et Frédéric Lenoir vous aidera à reconnaître vos forces, accueillir vos émotions et vous accepter pleinement.

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Au programme :

Pourquoi vous ne parvenez pas à vous faire confiance si vous ne vous connaissez pas vraiment.

Comment apprendre à se connaître, reconnaître ses forces et intégrer ses fragilités.

Deux exercices de méditation guidée pour accueillir vos émotions avec douceur.

Lâcher prise pour mieux s’accepter.

Session de questions/réponses.

Prochains rendez-vous à ne pas manquer :

Jeudi 26 mars – 19h : Reprendre confiance en vous en vous réconciliant avec votre corps – Dr Réginald Allouche

Dimanche 29 mars – 19h : Changer la perception de soi pour reconstruire une vraie confiance – Kevin Finel

Pour rappel, nous nous retrouvons pendant 4 jours pour :
Le grand rendez-vous de la confiance en soi
Avec Boris Cyrulnik, Fabrice Midal, Christophe André, Frédéric Lenoir, Réginald Allouche, Kevin Finel.

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La Fondazione Maitreya

La Fondazione Maitreya è il più rilevante istituto di cultura per la promozione della conoscenza del Dharma («legge» o «insegnamento») buddhista in Italia, fondato da quella che è stata certamente una delle personalità di maggiore spicco nella storia del buddhismo nel nostro Paese: Vincenzo Piga (1921-1998).
 

Vincenzo Piga fu uno dei  fondatori dell’Istituto Gelug “Lama Tzong Khapa”, dell’Istituto Samantabhadra e del primo monastero Theravada “Santacittarama” a Sezze oggi trasferitosi a Frasso Sabino.
Nel 1982 fondò la rivista “Paramita“. Dopo 18 anni l’esperienza diede la vita al trimestrale “Dharma“. Fu uno dei fondatori dell’Unione Buddhista Italiana. Si adoperò instancabilmente per il riconoscimento dell’UBI come ente religioso concessa nel gennaio 1991 e per l’avvio trattative per l’Intesa con lo Stato secondo l’articolo 8 della Costituzione. L’Intesa fu ottenuta nel 2000, un anno dopo la sua scomparsa. Nel 1985 donò parte dei suoi beni per la creazione della Fondazione Maitreya. Aveva la visione di un solo buddhismo, in cui i diversi buddhismi dialogano tra di loro ritrovando quell’unità di base seppur nell’eterogeneità. 

Vedi:  https://maitreya.it/       https://maitreya.it/wp-content/uploads/2020/02/Dharma-12.pdf 

Marco Guzzi

"La liberazione interiore porta alla trasformazione del mondo"      

"Scioglimento del nostro io ego-centrato, liberazione dalla paura e dall'odio, ed emersione del nostro io-spirituale, più libero, più felice

 Marco Guzzi (Roma, 25 marzo 1955) è un poeta, filosofo e conduttore radiofonico italiano. Laureato in giurisprudenza e filosofia, ha coltivato in particolare l'interesse per la poesia e la filosofia tedesca, perfezionandosi presso le Università di Friburgo in Brisgovia e Bonn. Le sue attività principali, nel campo culturale, hanno spaziato dalla partecipazione a trasmissioni radiofoniche culturali giovanili alla pubblicazione di numerose raccolte di poesia, alla redazione di numerosi saggi filosofici, in cui la filosofia contemporanea, in particolare heideggeriana, si coniuga a una profonda rimeditazione dei temi della teologia cattolica. 

Nel 1999 ha fondato e avviato l'esperienza dei Gruppi Darsi-pace, una ricerca sperimentale di liberazione interiore nell'orizzonte di una riconiugazione tra fede cristiana e modernità.  

A questa attività culturale, sviluppata anche in numerosi seminari tenuti, dal 1985 al 2002, come direttore dei seminari del Centro studi Eugenio Montale, si è affiancata la conduzione di trasmissioni per Radio Rai, fra le quali Dentro la sera, 3131, Lo specchio del cielo e Sognando il giorno.

Dal 2004 dirige la collana "Crocevia" presso le Edizioni Paoline. Dal 2005 tiene corsi presso il "Claretianum", Istituto di Teologia della Vita Consacrata dell'Università Lateranense. Dal 2008 è professore invitato nella Facoltà di Scienze dell'Educazione dell'Università Pontificia Salesiana. Nel 2009 Benedetto XVI lo ha nominato membro della Pontificia Accademia di Belle Arti e Lettere dei Virtuosi al Pantheon.

  • sito: https://www.darsipace.it/ 
  • canale Youtube:    https://www.youtube.com/channel/UC-1Nak2AEXucRB0t6Ht37GA

Non morirò di fame

La realtà dello spreco alimentare
Non morirò di fame
2023 ItaliaDrammatico

Pier, un ex chef con una stella Michelin, ha perso tutto ed è finito senza casa. Chiamato dalla ex moglie morente, Pier torna nella sua Torino dove ritrova Anna, la figlia ormai adolescente. Incontrando Granata, un vecchio mendicante, esperto nel sopravvivere con niente, Pier inizia un viaggio che lo aiuta a riconnettersi con il suo amore per la cucina, perso da tempo.

Dopo il fallimento del ristorante e una depressione, l'ex chef Pier vive come clochard. Alla morte della moglie, torna a Torino per la figlia Anna, stabilendosi in un deposito edile. Grazie all'amicizia con l'anziano Granata, Pier tenta di riscoprire il suo talento e la sua dignità. Riuscirà a riscattarsi e a ricostruire il rapporto con la figlia?

    Regia: Umberto Spinazzola
    Interpreti: Michele Di Mauro, Jerzy Stuhr, Chiara Merulla, Claudia Ferri, Riccardo Lombardo


 

lunedì 16 marzo 2026

La Fiera dei Maestri Yoga - di Simone Carbonardi

Se giri un po’ tra sale e tappetini, succede spesso — guarda i vicini —
che nello yoga, piano piano, compaia una fiera… dell’essere umano.
 
Una fiera buffa, senza biglietto, dove ognuno insegna il metodo perfetto.
Tutti sicuri, tutti maestri, tutti convinti d’aver gli strumenti.
 
 
 
C’è quello che entra con aria importante, parla pianissimo… ma per un istante.
Sospira, ti guarda, fa cenno col mento — e tutti pensano: “che insegnamento”.
C’è la yogini tutina aderente, più posa elegante che studio presente.
Il tappeto coordinato col cielo e col mare, la disciplina… può ancora aspettare.
C’è il super sportivo che guida la classe come se fosse gara di masse:
“più plank! più forza! più ritmo! più ardore!” lo yoga diventa allenamento da cuore.
C’è il maestro da fisioterapista convinto che guarda ogni anca con zelo distinto.
Angoli, leve, gradi e torsione, ma la mente… resta fuori lezione.
C’è quello che mescola tutto un po’: zen, sciamanesimo, tantra e kung-fu.
Due campane, tre incensi, quattro visioni — lo yoga diventa buffet di fusioni.
C’è lo yogi influencer sorridente che insegna più pose che presenza della mente.
Tra tramonti perfetti e sguardi ispirati lo yoga finisce… nei post programmati.
C’è il guru del respiro concentrato che inspira piano, molto impegnato.
Conta i secondi con aria sincera… poi perde la frase a metà della sera.
C’è la maestra tutta vibrazione che parla soltanto di luce e unione.
“Tutto è energia!” ripete serena, ma se fai una domanda… cambia scena.
C’è il proto-induista molto ispirato che parla di India da appena tornato.
Tre frasi in sanscrito dette a metà, e guai se l’accento sbagliato sarà.
C’è il maestro carismatico solenne che parla lento e sospira perenne.
Atmosfera sacra, silenzio rituale — se tossisci… rovini il segnale.
C’è il moralizzatore disciplinare che sa sempre cosa non devi fare.
Se ridi un momento o sbagli un secondo ti manda a meditare… fuori dal mondo.
C’è il maestro del “lascia fluire”, che invita soltanto a non intervenire.
“Osserva, accogli, non fare resistenza”… ma perde di vista anche la presenza.
C’è la yogini sempre in ritiro, un mese nel bosco, poi torna in giro.
Racconta silenzi, digiuni e visioni — ma non spiega mai le applicazioni.
C’è quello che vede il karma ovunque andare, in ogni starnuto, in ogni inciampare.
Se oggi scivoli o perdi l’equilibrio, “è il karma che parla” — dice con piglio.
E così nella fiera dei maestri yoga ognuno racconta la propria via nuova.
Uno corregge, uno ispira, uno vende, uno promette poteri che nessuno comprende.
 
Ma se resti fermo un momento a guardare tra tutto quel gran parlare,
forse compare — tranquillo e leggero — qualcuno che osserva davvero.
 
Non fa gran scena, non cerca applausi, non vende misteri né formule strane.
Si siede, guarda la mente muovere pensiero dopo pensiero.
E mentre la fiera continua a gridare “nuova scuola! venite a provare!”
lui ride piano e dice soltanto: “meno teatro…    più Yoga Sutra, intanto.”
 

giovedì 5 marzo 2026

La potenza del pensiero - Sivananda

"Diventa padrone dei tuoi pensieri e diventerai padrone del tuo destino."— Swami Sivananda 

Vedi il testo completo al seguente link:  https://www.youtube.com/watch?v=eB1hPD2YuEo 


Cosa succederebbe se la forza più grande della tua vita fosse già dentro di te?
Swami Sivananda, uno dei maestri spirituali più illuminati del XX secolo, risponde a questa domanda con una certezza disarmante: il pensiero è la forza più potente dell'essere umano. Nel suo libro La Potenza del Pensiero, Sivananda intreccia gli insegnamenti millenari dello Yoga e del Vedanta con una guida concreta e pratica per chi desidera trasformare la propria vita dall'interno.
Il messaggio è tanto semplice quanto rivoluzionario: ogni azione, ogni emozione, ogni abitudine — e persino il nostro destino — nasce da ciò che pensiamo.

Ogni pensiero che attraversa la nostra mente lascia un'impronta. Con la ripetizione, queste impronte diventano abitudini; le abitudini modellano il carattere; il carattere, infine, determina il destino.
Questa catena causale è il cuore del libro: cambiando i pensieri, si cambia la vita.
Non si tratta di ottimismo superficiale, ma di una legge profonda della mente che Sivananda illustra con la precisione di un maestro e la compassione di un guaritore.

Uno degli insegnamenti più potenti del testo riguarda la natura del pensiero. Per Sivananda, i pensieri non sono astrazioni vaghe: sono vibrazioni sottili che irradiano energia e influenzano il corpo, le emozioni, le persone intorno a noi e persino l'ambiente. I pensieri positivi generano armonia; quelli negativi producono disarmonia. In questo senso, prendersi cura della propria vita mentale non è un lusso — è una responsabilità.

Sivananda descrive una legge fondamentale: i pensieri simili si attraggono. Chi coltiva paura tende ad attrarre situazioni che alimentano la paura; chi coltiva fiducia rafforza la propria sicurezza interiore.
Questa legge non ha nulla di magico o esoterico: è la descrizione di come la mente plasmi la nostra percezione della realtà e, di conseguenza, le nostre scelte e reazioni.

Al centro dell'analisi psicologica di Sivananda c'è il concetto di samskara — le impressioni mentali lasciate da ogni esperienza vissuta. Queste impressioni si stratificano nel subconscio e guidano silenziosamente i nostri comportamenti automatici e le nostre reazioni istintive.
La pratica spirituale, in quest'ottica, ha uno scopo preciso: cancellare le impressioni negative accumulate nel tempo e creare, al loro posto, nuove tendenze positive e liberatorie.

Sivananda non si ferma alla teoria. Nel libro indica strumenti concreti per sviluppare il potere del pensiero:
  • Meditazione quotidiana — per creare silenzio interiore e chiarezza
  • Concentrazione — per rafforzare la capacità di dirigere l'attenzione
  • Autodisciplina — per agire in modo coerente con i propri valori
  • Vita morale — fondata su verità, purezza e autocontrollo
La mente indisciplinata è causa di sofferenza. La mente controllata, invece, diventa una fonte inesauribile di forza e creatività.

Un altro contributo pratico del libro riguarda l'uso dell'autosuggestione. Ripetere frasi positive, visualizzare con chiarezza i propri obiettivi e agire con determinazione ferma sono tecniche che Sivananda suggerisce per rieducare la mente e potenziare la volontà.
La volontà, come un muscolo, si fortifica con l'uso costante e si indebolisce con l'abbandono.

Il percorso descritto da Sivananda non si esaurisce nel miglioramento della vita materiale. Il vero obiettivo è più profondo: riconoscere il Sé superiore, liberarsi dall'identificazione con i pensieri e raggiungere uno stato di pace e liberazione interiore. In questa prospettiva, lavorare sulla mente non è un fine, ma un mezzo — il sentiero attraverso cui l'essere umano riscopre la propria natura autentica.

La Potenza del Pensiero è un libro che attraversa con coerenza la psicologia spirituale, la trasformazione interiore, l'allenamento mentale e la crescita personale secondo la tradizione yogica. Un testo che può cambiare il modo in cui viviamo ogni giorno.     
 
Swami Sivananda Sarasvati nacque nel 1887 in una famiglia nobile del Sud dell'India. Dopo essersi laureato in medicina, intraprese con successo la professione in Malesia. Nel 1924, attratto dalla ricerca spirituale, si trasferì a Rishikesh, ai piedi dell'Himalaya, dove nel 1932 fondò lo Sivananda Ashram e nel 1936 la Divine Life Society. Deceduto nel 1963, ha lasciato un'eredità di oltre 300 opere sullo Yoga, inclusi traduzioni della Bhagavad Gita, dei Brahmasutra, del Bhagavatam e numerose Upanishad, nonché numerosi volumi che trattano vari aspetti pratici dello Yoga, del Vedanta e della Sadhana spirituale. 

Lo yoga tradizionale

"Lo yoga è il dono più grande dell'India al mondo." ~ T. Krishnamacharya

"Lo yoga è il movimento del respiro nell'immobilità della postura." ~ Antonio Nuzzo

"La mia prima istruzione principale è di controllare la mente. Secondariamente, evitate i desideri superflui con una sola eccezione: il desiderio di aumentare la vostra forza di volontà. Se soddisfate un desiderio, altri dieci prenderanno il suo posto, e allora, quando mai la finirete con tutti questi desideri? Ma se sviluppate la vostra forza di volontà e uccidete anche un solo desiderio, allora sarete forti. Allora ne ucciderete altri dieci, e poi altri cento".  ~   Vishnudevananda

Lo yoga tradizionale è un'antica disciplina indiana le cui origini risalgono a più di cinque millenni fa. Costituisce un sistema filosofico e pratico completo, volto all'integrazione di corpo, mente, respiro, energia e coscienza. A differenza di molte interpretazioni contemporanee che enfatizzano la forma fisica, lo yoga tradizionale comprende la condotta etica, la disciplina mentale e la ricerca spirituale come componenti essenziali della pratica.    

Secondo molti studiosi, il termine sanscrito yoga deriva dalla radice yuj-, che significa "unire" o "tenere insieme". Mira a unire corpo, mente e spirito, nonché il sé individuale con la coscienza universale, promuovendo il benessere psicofisico e l'equilibrio interiore attraverso le āsana (posture), il prāṇāyāma (respirazione) e la meditazione.

I fondamenti teorici dello yoga tradizionale sono articolati nei testi classici indiani, come gli Yoga Sūtra di Patañjali e la Bhagavad Gītā. Negli Yoga Sūtra, lo yoga è definito come la cessazione delle fluttuazioni della mente (citta vṛtti nirodhaḥ) ed è strutturato come un percorso in otto tappe (aṣṭāṅga yoga). Questo percorso comprende le osservanze morali (yama e niyama), le posture fisiche (āsana), la regolazione del respiro (prāṇāyāma), il ritiro dei sensi (pratyāhāra), la concentrazione (dhāraṇā), la meditazione (dhyāna) e l'assorbimento meditativo (samādhi). Insieme, queste pratiche mirano a coltivare l'autodisciplina, la chiarezza della consapevolezza e, in ultima istanza, la liberazione (mokṣa).

Lo scopo dello yoga è raggiungere stati superiori di consapevolezza e coscienza, abbandonarsi al Divino e rendersi conto di far parte di qualcosa di più grande, di far parte del Tutto, di scoprire la nostra natura divina. Lo yoga è dunque partecipazione diretta, profonda intimità e connessione con la Realtà. È un cammino arduo, come dice Krishna nella Bhagavad Gītā: "Milioni di persone mi cercheranno, ma solo pochi mi troveranno". Su questo cammino esiste una tappa intermedia, che è diventare un essere umano migliore, qualcosa anch'essa molto difficile da raggiungere. Richiede disciplina e ritiro dei sensi, che sono le due ali dello yoga. In altre parole, è necessario praticare ogni giorno e dedicare del tempo a questo viaggio interiore.

Per iniziare questo viaggio, occorre osservare i principi etici (Yama) descritti negli Yoga Sūtra di Patañjali, che sono: non violenza, non furto, veridicità, moderazione e non accumulo. Occorre inoltre seguire le osservanze personali (Niyama): studiare i testi, avere disciplina nella pratica, applicare tecniche di purificazione, essere soddisfatti della vita e abbandonarsi al divino.

All'interno della più ampia tradizione yogica, l'Hatha Yoga rappresenta un importante sviluppo storico e pratico, emerso principalmente nel periodo medievale. L'Hatha Yoga pone particolare enfasi sul corpo fisico come mezzo di trasformazione spirituale. Le sue pratiche includono posture, controllo del respiro, tecniche di purificazione (ṣaṭkarma) e metodi per regolare l'energia vitale. Testi fondamentali come l'Hatha Yoga Pradīpikā presentano l'Hatha Yoga come una disciplina preparatoria, concepita per stabilizzare corpo e mente al fine di favorire una meditazione sostenuta.

L'Hatha Yoga è influenzato dalle tradizioni Tantriche, che offrono una comprensione distintiva del corpo e della coscienza. I testi tantrici descrivono il corpo come un campo dinamico di energie sottili, strutturato attraverso canali (nāḍī) e centri energetici (cakra).

Nello yoga tradizionale, corpo, mente e coscienza sono intesi come dimensioni interdipendenti dell'esperienza umana. L'obiettivo ultimo del percorso yogico non si limita al benessere fisico, ma si estende all'autorealizzazione e alla liberazione dall'ignoranza e dalla sofferenza. In questa prospettiva, lo yoga tradizionale non funziona semplicemente come un sistema di tecniche, ma come un coerente quadro filosofico e uno stile di vita disciplinato che porta nella vita quotidiana salute, libertà, felicità e armonia.

Lo yoga si riferisce a una scienza interiore che comprende numerosi metodi attraverso i quali gli esseri umani possono raggiungere una splendida armonia tra corpo, mente, respiro ed energia, al fine di realizzare il Sé. 

Stanislav Grof e la Respirazione Olotropica

Cosa succederebbe se il respiro potesse aprire le stesse porte della mente che una volta si spalancavano con le sostanze psichedeliche?

Intorno alla metà del XX secolo, una scoperta fortuita cambiò per sempre il volto della psicoterapia. Albert Hoffman sintetizzò per la prima volta la molecola dell'LSD, e con essa si aprì un'età d'oro per la ricerca sulla coscienza umana. Tra i protagonisti di quella stagione straordinaria c'è Stanislav Grof, psichiatra, esploratore della mente e uno dei più grandi pionieri della psicologia transpersonale.

   

Stanislav Grof nasce a Praga nel 1931; si avvicinò alla psichiatria e alla psicoanalisi freudiana durante gli anni di medicina. Fu però in Cecoslovacchia, diventata negli anni Cinquanta un inaspettato centro di ricerca psichedelica, che la sua carriera prese una svolta decisiva.

Insieme ai suoi colleghi, Grof iniziò a studiare gli effetti di sostanze come il DMT e l'LSD, incuriosito dalla loro straordinaria capacità di alterare radicalmente lo stato di coscienza. Una persona "perfettamente normale" poteva assumere 200 microgrammi di LSD ed entrare per otto ore in un territorio interiore profondo e sconosciuto, per poi tornare alla vita quotidiana — trasformata, spesso per sempre. Per Grof, quella capacità non era una curiosità scientifica: era una finestra sul subconscio.

 "L'LSD è un catalizzatore e un amplificatore dei processi mentali. Se usato correttamente, potrebbe diventare per la psichiatria qualcosa di simile a ciò che il microscopio è stato per la biologia, o il telescopio per l'astronomia."  Al culmine del suo lavoro in Cecoslovacchia, Grof conduceva due sedute di LSD al giorno. Dopo sette anni di ricerca, si trasferì negli Stati Uniti, dove occupò posizioni di rilievo presso la Johns Hopkins University e il Maryland Psychiatric Research Centre.

In totale, condusse personalmente circa 4.500 sedute psichedeliche, ponendo le basi di quello che oggi viene considerato il gold standard della terapia psichedelica. Il suo metodo era essenziale ma potente: il paziente si sdraiava, indossava una mascherina, ascoltava una playlist di musica accuratamente selezionata e veniva incoraggiato a intraprendere un viaggio interiore, mentre Grof facilitava lo spazio senza interferire.   I risultati furono straordinari: complessivamente, circa 40.000 pazienti ricevettero LSD in contesti terapeutici, con benefici documentati su depressione, dipendenze e ansia legata alla morte.

Nel 1971, il divieto delle sostanze psicoattive mise bruscamente fine a questa stagione di ricerca. Grof, come molti suoi colleghi, non nascose la propria contrarietà: "Proibendo la ricerca psichedelica non solo abbiamo rinunciato allo studio di una o più sostanze interessanti, ma abbiamo anche abbandonato uno degli approcci più promettenti alla comprensione della mente e della coscienza umana."

Ma Grof non si fermò. Nel 1973 divenne borsista residente all'Esalen Institute in California, e fu lì che, insieme alla moglie Christina, sviluppò una risposta originale al vuoto lasciato dal proibizionismo: la Respirazione Olotropica.

Olotropico deriva dal greco: holos (intero) e trepein (muoversi verso). Significa letteralmente "muoversi verso la totalità" — un nome che racchiude già tutto il senso della pratica.  La tecnica è apparentemente semplice: il "breather" si sdraia su un tappetino, indossa una mascherina e ascolta una playlist di musica evocativa. Dei "sitter" — facilitatori addestrati — tengono lo spazio e accompagnano l'esperienza. Al termine della sessione, seguono condivisioni verbali e disegni, per dare forma all'indicibile.

Ciò che si attiva, però, non è affatto semplice. Attraverso la respirazione accelerata, la pratica può permettere di rivivere esperienze profonde legate alle quattro matrici perinatali — gli stadi fondamentali dell'esperienza della nascita che, secondo Grof, lasciano tracce indelebili nella psiche:

  • Prima matrice: la vita nel grembo materno — armonia o turbamento, secondo la qualità dell'ambiente prenatale.
  • Seconda matrice: l'inizio del travaglio, con la sua carica di oppressione e terrore.
  • Terza matrice: le contrazioni più intense, il feto che inizia a percorrere il canale del parto — il momento più acuto del "viaggio dell'eroe".
  • Quarta matrice: la nascita, il primo respiro, la luce che colpisce gli occhi per la prima volta — un'esperienza di unione cosmica e rinnovamento.

Per Grof, la nascita non è solo un evento biologico: è il prototipo di tutte le situazioni future in cui ci sentiamo sopraffatti, ma anche il modello archetipico della liberazione. "La nascita è il prototipo di tutte le situazioni future in cui ci sentiamo sopraffatti, ma anche il modello archetipico della liberazione e del rinnovamento."

Oggi Grof, che ha quasi 94 anni, continua il suo lavoro attraverso il Grof Legacy Training, un percorso formativo internazionale per formare facilitatori di Breathwork, che porta avanti insieme alla moglie Brigitte.

Il rinnovato interesse globale per gli stati espansi di coscienza — alimentato dalla nuova ondata di ricerca psichedelica — rende il suo pensiero più attuale che mai. La sua opera fondamentale, Psicologia del Futuro, appena ripubblicata, propone una visione radicalmente nuova della psiche umana: una mappa che integra neuroscienze, tradizioni spirituali antiche e pratiche sciamaniche, e che riconosce nel trauma della nascita, nelle crisi spirituali e nell'esperienza della morte e della rinascita dei veri strumenti di guarigione e trasformazione.
Un pensiero visionario, costruito su decenni di osservazione rigorosa, che ci invita a guardare la mente umana con occhi nuovi — e il respiro come una delle chiavi più potenti per esplorarne le profondità.

Fonti e approfondimenti: 

  • https://www. stangrof.com — Documentario: La Via dello Psiconauta
  • libro Psicologia del Futuro di Grof
  • https://www.youtube.com/live/EwjciV8wLQo  
  • Come cambiare la tua mente  - documentario 
  • Il libro "Respirazione Olotropica" di Elisabetta Corberi
  •  https://www.respirazioneolotropica.com/calandario.htm 

Capodanno tibetano - Yongei Mingyur Rinpoche

Nella cultura tradizionale, Losar, il Capodanno Tibetano, è un momento per pulire le case, offrire preghiere e riunirsi con le persone care. Nella vita moderna, può essere anche un momento per "pulire" le nostre abitudini interiori: narrazioni obsolete, reazioni inconsce e credenze limitanti. Proprio quando aggiorniamo la nostra tecnologia, possiamo aggiornare la nostra mentalità.    

L'educazione buddhista oggi non è fatta per restare solo nei monasteri. Appartiene alle classi, alla ricerca, alla leadership, alle famiglie e alle conversazioni quotidiane. 
 
La consapevolezza non è separata dalla psicologia moderna. La compassione non è separata dalla responsabilità sociale. La saggezza non è separata dal processo decisionale quotidiano.
Questo nuovo anno, possiamo impegnarci in tre semplici intenzioni:
1. Consapevolezza — Formare l'attenzione in un mondo distratto.
2. Compassione — Rispondere invece di reagire.
3. Saggezza — Applicare una visione senza tempo alla vita moderna.
Losar ci ricorda che il rinnovo è sempre possibile. Ogni respiro è un nuovo inizio. Ogni difficoltà è un campo di allenamento. Ogni relazione è un'opportunità per praticare la gentilezza.
 
Possa quest'anno sostenere un apprendimento più profondo, comunità più forti e l'integrazione della saggezza antica con la comprensione moderna.
Calorosi auguri per un anno nuovo pieno di significato e risveglio.
 
Vedi https://www.youtube.com/watch?v=CTwJd3MgSZk
 
Yongey Mingyur Rinpoche è un rinomato maestro di meditazione tibetano, nato nel 1975, noto per integrare l'antica saggezza buddhista (lignaggi Karma Kagyu e Nyingma) con la ricerca scientifica moderna su cervello e mente. Autore di best-seller come La gioia di vivere, guida la comunità internazionale Tergar.   Vedi: https://tergar.org/yongey-mingyur-rinpoche

Presenta la meditazione in modo accessibile, focalizzandosi sulla consapevolezza, la neuroscienza e la psicologia, rendendola adatta anche a un pubblico occidentale. A 13 anni ha intrapreso un ritiro di tre anni e nel 2011 ha lasciato il suo monastero per un ritiro itinerante di quattro anni come yogi errante, vivendo in condizioni di povertà per approfondire la propria pratica. È autore di libri di successo internazionale, tra cui La gioia di vivere e Il monaco errante. Insegna in tutto il mondo ed è attivo in progetti sociali, ambientali e medici. Il suo approccio mira a superare la distinzione tra meditazione formale e vita quotidiana, promuovendo la "meditazione naturale".

La solitudine

La solitudine è una condizione che accompagna l’essere umano in molte fasi della vita. Spesso viene percepita come qualcosa di negativo, associata alla tristezza, all’isolamento e alla mancanza di relazioni. Tuttavia, la solitudine non è un fenomeno univoco: accanto alla solitudine subita, che può far soffrire, esiste anche una solitudine scelta o accolta, capace di favorire la crescita personale e la conoscenza di sé. Quindi con un possibile valore formativo.    
La solitudine come esperienza di dolore. La solitudine viene spesso vissuta come un’assenza: di affetti, di ascolto, di comprensione. Quando una persona si sente sola, può provare un senso di vuoto e di esclusione, come se non riuscisse a trovare il proprio posto nel mondo. Questo tipo di solitudine è frequente soprattutto in momenti di cambiamento, come l’adolescenza, la perdita di una persona cara o l’emarginazione sociale.
Dal punto di vista psicologico, la solitudine non dipende solo dall’essere fisicamente soli, ma soprattutto dal sentirsi non compresi o non accettati. Si può essere soli anche in mezzo a molte persone, quando manca un legame autentico. In questi casi, la solitudine può portare a insicurezza, tristezza e, nei casi più gravi, a forme di disagio come l’ansia o la depressione.
La solitudine nella letteratura e nella filosofia. Nel corso della storia, molti scrittori e filosofi hanno riflettuto sul tema della solitudine. Leopardi, ad esempio, descrive spesso l’uomo come un essere profondamente solo di fronte all’infinito e all’indifferenza della natura. Anche nella filosofia esistenzialista, la solitudine è vista come una condizione fondamentale dell’essere umano, costretto a confrontarsi con se stesso e con le proprie scelte.
Allo stesso tempo, però, alcuni pensatori hanno riconosciuto nella solitudine un momento necessario per la riflessione. Filosofi come Nietzsche sottolineano l’importanza del distacco dagli altri per sviluppare un pensiero autonomo e autentico. In questo senso, la solitudine diventa uno spazio di libertà interiore.
 


La solitudine dal punto di vista psicologico.
Dal punto di vista psicologico, la solitudine è un’esperienza soggettiva: non coincide necessariamente con l’isolamento fisico, ma riguarda soprattutto la percezione di mancanza di relazioni significative. Gli psicologi distinguono infatti tra solitudine sociale, legata all’assenza di contatti, e solitudine emotiva, che si manifesta quando mancano legami profondi e autentici.
La solitudine prolungata e non scelta può avere effetti negativi sulla psiche, come un abbassamento dell’autostima, sentimenti di inutilità e difficoltà nel relazionarsi con gli altri. In alcuni casi può favorire stati d’ansia o depressione, soprattutto quando l’individuo sente di non essere visto o compreso.
Tuttavia, la psicologia riconosce anche un valore positivo alla solitudine quando essa è temporanea e consapevole. Momenti di solitudine permettono di elaborare emozioni, riflettere sulle proprie esperienze e rafforzare la capacità di autoregolazione emotiva. Imparare a stare soli aiuta a sviluppare autonomia, resilienza e una maggiore consapevolezza di sé. In questo senso, la solitudine può diventare uno strumento di crescita psicologica: accettarla significa trasformarla da fonte di disagio a occasione per costruire un rapporto più sano con se stessi e, di conseguenza, anche con gli altri.

La solitudine come occasione di crescita. Accanto alla solitudine sofferta, esiste una solitudine positiva, vissuta come scelta consapevole. Trascorrere del tempo da soli può aiutare a conoscersi meglio, a riflettere sui propri obiettivi e a sviluppare la propria identità. In una società sempre più rumorosa e frenetica, la solitudine può rappresentare una pausa necessaria per ritrovare equilibrio. La solitudine favorisce anche la creatività: molti artisti, scrittori e musicisti hanno trovato proprio nei momenti di isolamento l’ispirazione per le loro opere. Stare soli permette di ascoltare i propri pensieri senza distrazioni e di dare spazio alla fantasia e all’introspezione.
Inoltre, imparare a stare bene da soli è un segno di maturità emotiva. Chi riesce ad accettare la solitudine non dipende completamente dagli altri per sentirsi completo, ma costruisce relazioni più sane e autentiche, basate sulla scelta e non sul bisogno.

Citazioni sulla solitudine. Nel corso della storia, numerosi autori hanno riflettuto sul tema della solitudine, offrendo punti di vista diversi ma complementari:
«La solitudine è ascoltare il vento e non poterlo raccontare a nessuno» – Jim Morrison. Questa frase esprime il senso di isolamento emotivo che spesso accompagna la solitudine subita.
«L’uomo che non sa stare solo non sa essere libero» – Arthur Schopenhauer. Il filosofo sottolinea come la capacità di stare soli sia legata all’indipendenza interiore.
«La solitudine è la sorte di tutti gli spiriti eccellenti» – Arthur Schopenhauer. Qui la solitudine è vista come una conseguenza della profondità di pensiero e della diversità.
«Nella solitudine l’uomo mangia se stesso, in mezzo alla folla è divorato dagli altri» – Friedrich Nietzsche. Questa citazione evidenzia l’ambivalenza della solitudine rispetto alla vita sociale.
«Io sto bene da solo, ma meglio ancora se sto con qualcuno per scelta e non per bisogno» – Massimo Gramellini. Una riflessione moderna che mette in luce la solitudine come segno di maturità emotiva.
 
Citazioni psicologiche e contemporanee.
«L’uomo non è mai così poco solo come quando è solo con se stesso» – Sigmund Freud. Freud evidenzia come la solitudine possa diventare uno spazio di dialogo interiore e di conoscenza dell’inconscio.
«Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia» – Carl Gustav Jung. Questa frase sottolinea l’importanza dell’introspezione, spesso possibile solo nei momenti di solitudine.
«La solitudine non deriva dall’assenza di persone intorno a noi, ma dall’incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti» – Carl Gustav Jung. Qui la solitudine è intesa come mancanza di connessione emotiva, non di presenza fisica.
«Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza» – Erich Fromm. L’autore mette in luce come la vera solitudine nasca dalla mancanza di relazioni autentiche.
«La solitudine è una condizione necessaria per l’uomo che vuole ritrovare se stesso» – Zygmunt Bauman. Un pensiero moderno che collega la solitudine alla ricerca di identità nella società contemporanea.

Altre citazioni psicologiche significative.
«È solo quando l’individuo riesce a stare da solo che può davvero entrare in relazione con gli altri» – Donald Winnicott. Lo psicoanalista sottolinea come la capacità di stare soli sia una tappa fondamentale dello sviluppo emotivo.
«La solitudine non è l’assenza degli altri, ma la perdita di se stessi» – Rollo May. Una riflessione esistenziale che mette in luce il legame tra identità personale e solitudine.
«Essere se stessi significa anche accettare momenti di isolamento» – Carl Rogers. Secondo la psicologia umanistica, la solitudine favorisce l’autenticità e l’autorealizzazione.
«L’uomo si sente solo non quando è solo, ma quando non è capace di cooperare» – Alfred Adler. Adler collega la solitudine al bisogno umano di appartenenza e di relazioni significative.
Queste citazioni mostrano come la solitudine possa essere interpretata non solo come sofferenza, ma anche come strumento di introspezione, crescita psicologica e consapevolezza di sé.

Conclusione.  La solitudine è un’esperienza complessa e ambivalente. Può essere fonte di sofferenza quando è subita e non compresa, ma può anche trasformarsi in una risorsa preziosa se vissuta in modo consapevole. Accettare la solitudine significa imparare ad ascoltarsi, crescere interiormente e sviluppare una maggiore consapevolezza di sé. In questo senso, la solitudine non è solo un vuoto da colmare, ma anche uno spazio da abitare, capace di arricchire profondamente la vita dell’individuo.

 "La mancanza di amici rivela qualcosa che quasi nessuno capisce" -    Christophe André  
Avere pochi amici, o non averne più, è spesso vissuto come un fallimento personale.
Tuttavia, questa apparente mancanza nasconde talvolta una realtà molto più profonda della semplice solitudine.

La mancanza di amici spesso rivela i silenziosi cambiamenti interiori, la maturità emotiva, la maggiore sensibilità, ma anche le ferite invisibili e i meccanismi di protezione che sviluppiamo senza rendercene conto.
Occorre guardare in modo diverso all'isolamento sociale, senza giudizi, senza vergogna, con lucidità.  

Mancanza di amici, solitudine, isolamento sociale, solitudine emotiva, pochi amici, psicologia delle relazioni, salute mentale, ipersensibilità, maturità emotiva, relazioni umane, incompreso, vita interiore, consapevolezza di sé, sviluppo personale, pace interiore, riflessione profonda, solitudine scelta, solitudine subita.

Spesso si sviluppa la paura di trovarsi soli,  più che una necessità di una vera condivisione. La mancanza di amici spesso è una trasformazione sociale,  non si tollerano più i rapporti di facciata. La qualità prende il sopravvento sulla quantità.  La solitudine è una posizione verso se stesso,  spesso relazioni essenziali un tempo, adesso non sono importanti. 

La solitudine è uno spazio intimo dove qualcosa può emergere, un territorio inesplorato, in questo spazio capiamo perché certe relazioni non potevano più rimanere in piedi. 

Non si cerca più di trattenere i rapporti, e di assegnare un ruolo che gli altri non possono più tenere.  E ciò è un segno di maturità emozionale,  si sceglie ciò che ha importanza.   

Lo spazio interiore non sopporta più le incoerenze.  Non dobbiamo cercare di mantenere delle relazioni che non corrispondono più alla situazione che stiamo vivendo.  

La solitudine è una tappa fondamentale verso l'evoluzione interiore.    Rapporti facili, diventano pesanti,  le relazioni che prendono più energia rispetto a quello che prendiamo. Ricerca di  scambi autonomi,    differenza tra occupazione di spazio e relazione vera.  A volte si sente il peso di conservare delle relazioni che vivono per inerzia,   fatica indicatori  che superiamo i limiti della nostra autenticità. 

La mancanza di amici non è una perdita drammatica ma un aggiustamento emotivo, un aggiustamento interiore. Il silenzio non è ostile, è uno spazio dove si vuole  condividere con se stessi ciò che siamo diventati.     

La solitudine diventa un passaggio, un terreno dove possiamo osservare cosa vogliamo veramente, costruire una solidità interna.  Anche il distacco non è negativo; una trasformazione si installa,  prendiamo consapevolezza che alcune relazioni non corrispondono più ai nostri bisogni, e sono mantenute per lealtà o inerzia. 

Il corpo segnala che la dinamica di un rapporto non è più necessaria,  si instaura un malessere dove le relazioni sono finite.   Alcune connessioni esistono solo nel ricordo.  Ogni relazioni ha la sua temporalità.

The Other Father

 Il film egiziano "The Other Father", della durata di soli 2 minuti e 31 secondi, ha vinto il premio come miglior cortometraggio a un festival cinematografico. 

Il regista ha 20 anni. Il film mostra come le persone si isolino a causa della tecnologia e dimentichino una delle cose più belle della vita, la convivenza umana con amore e fratellanza. 

Facciamo del nostro meglio per mantenere questo legame, facendo la nostra parte ogni giorno, in ogni aspetto della nostra vita (casa, lavoro, incontri con gli amici, ecc.).     

Vedi  https://www.youtube.com/watch?v=ii6pWjPhcjs 

Tre grandi festività spirituali coincidono

La convergenza temporale di Ramadan, Losar (Capodanno tibetano) e Sacre Ceneri (inizio della Quaresima) nel 2026 rappresenta una rara e significativa coincidenza interreligiosa, in cui diverse tradizioni spirituali condividono periodi di digiuno, preghiera e rinnovamento interiore.     
Ecco i dettagli della coincidenza per l'anno 2026:
  •     Mercoledì 18 Febbraio 2026 – Le Sacre Ceneri (Quaresima Cristiana): La Chiesa Cattolica apre il tempo di quaranta giorni di preghiera, digiuno e riflessione in preparazione alla Pasqua.
  •     Mercoledì 18 Febbraio 2026 – Inizio del Ramadan (Mondo Musulmano): Nel 2026, il mese sacro di digiuno e preghiera islamico inizia proprio in concomitanza con le Ceneri, un evento che unisce musulmani e cristiani nel digiuno.
  •     Mercoledì 18 Febbraio 2026 – Losar (Capodanno Tibetano): Anche il calendario lunare tibetano segna l'inizio del nuovo anno (Anno del Serpente di Fuoco 2153, secondo le tradizioni monastiche, ma identificato come anno del Fuoco-Cavallo/Fire Horse in altre fonti per il 2026) in questa stessa data. 
Questa convergenza è vista come un'occasione unica per il dialogo interreligioso, mettendo in luce un patrimonio spirituale comune fatto di sacrificio, conversione e attenzione ai poveri, che unisce fedeli di diverse tradizioni in un intenso periodo di riflessione.
 
Tre tradizioni diverse, tre linguaggi differenti, ma un unico movimento dell’anima.
 
Non è solo una coincidenza nel calendario. È come se, nello stesso momento, milioni di cuori in ogni parte del mondo si orientassero verso la purificazione, il rinnovamento, il ritorno all’essenziale.
Il digiuno del Ramadan insegna disciplina e presenza; il Losar invita a lasciare andare le energie del passato e ad accogliere il nuovo ciclo; la Quaresima chiama alla conversione interiore, al silenzio, alla trasformazione.
 
Quando queste tre porte sacre si aprono insieme, si crea un campo spirituale amplificato. L’intenzione collettiva diventa più forte, più luminosa. È come se l’umanità intera stesse attraversando un unico grande rito di passaggio.
E questa convergenza ha effetti reali sulla nostra vita: ci sostiene nei cambiamenti, ci aiuta a sciogliere ciò che non serve più, ci dà la forza di compiere scelte più consapevoli. Ci ricorda che ogni trasformazione personale è parte di un movimento più grande.
Questa rara coincidenza sta accompagnando e proteggendo il nuovo cammino. 
Come se l’universo avesse scelto proprio questi giorni per benedire l’inizio, avvolgendolo in un’energia di purificazione e rinascita.

mercoledì 11 febbraio 2026

Il buddhista Matthieu Ricard avverte l’Occidente: «La benevolenza è una necessità assoluta oggi»

Il buddhista Matthieu Ricard avverte l’Occidente: «La benevolenza è una necessità assoluta oggi»

Monaco buddhista dal 1979, Matthieu Ricard vive da oltre 50 anni nella regione dell’Himalaya e viaggia frequentemente tra Europa e Asia. In occasione della pubblicazione del suo libro fotografico “Lumière” (Allary Éditions), Matthieu Ricard è tornato a parlare a Les Petits Papiers delle differenze culturali che ha osservato tra i due continenti, sottolineando la necessità della benevolenza e della ricerca spirituale nei tempi turbolenti della società occidentale contemporanea.

 

Quasi ottantenne, il buddhista ha imparato attraverso la fotografia a guardare il mondo in modo diverso: «Attraverso gli incontri si impara molto, lo sguardo si educa. Non si fotografa allo stesso modo. Ci si meraviglia dello sguardo di un bambino, di un anziano senza denti. E non ci si stanca mai della bellezza del mondo, della sua parte selvaggia. È qualcosa di così straordinario che ci porta a rispettare la natura, a prendercene cura». Con la sua macchina fotografica, Matthieu Ricard desidera «dipingere con la luce e il tempo» e «ridare fiducia alla natura umana, perché oggigiorno ne abbiamo davvero bisogno».

Ritrovare il sentimento comune dell’umanità.  Pur affermando di aver drasticamente ridotto i suoi viaggi negli Stati Uniti e in Europa, colui che è anche dottore in genetica cellulare presso l’Istituto Pasteur evidenzia i contrasti tra Asia ed Europa, passando «da una società molto collettivista a un’altra che è sempre più iper-individualista. Quando si vede l’ascesa del populismo, persone come Elon Musk che dicono “basta con l’empatia, la compassione non fanno per noi”, ci troviamo in un’epidemia di narcisismo che si manifesta attraverso i social network». «Le persone che pensano di sapere tutto, in realtà sanno ben poco.»

Matthieu Ricard invita a ricreare legami tra gli esseri umani, piuttosto che coltivare le differenze: «Ora ciascuno è talmente unico che bisogna rispettare questa unicità. In Asia si cerca di mettere maggiormente l’accento sulla nostra umanità comune: tutti desideriamo, per quanto possibile, sfuggire alla sofferenza. Se ci rendiamo conto di questo, vediamo il legame che ci unisce piuttosto che ciò che ci separa». Attacca il cinismo diffuso, «la corsa all’economia, il cosiddetto libero mercato, questa libertà delle dieci maggiori fortune che si realizza a prezzo della privazione di libertà dei più poveri». Il traduttore del Dalai Lama propone allora di «dare maggiore spazio alle buone notizie» nei media e di «ridare fiducia alla natura umana. La benevolenza invece delle divisioni, dell’ostilità, dell’odio che vediamo troppo spesso trionfare».

Imparare la benevolenza, il credo di Matthieu Ricard. Matthieu Ricard cita il Dalai Lama: «Spesso in Occidente le persone hanno troppa fretta». La via dell’illuminazione e della felicità richiede tempo, «tutta la vita», addirittura.  Secondo Matthieu, «la felicità è un insieme di qualità umane, principalmente la benevolenza, la compassione, la libertà interiore. E anche un po’ meno sentimenti esasperati di importanza personale. I grandi studiosi sanno quanto abbiano ancora da imparare. Le persone che pensano di sapere tutto, in realtà sanno ben poco».

Queste qualità non sono innate, ma si apprendono, si allenano. Coltivare la benevolenza passa inevitabilmente attraverso l’eliminazione dei sentimenti di odio. «Non si può dare un pugno e stringere la mano in modo amichevole nello stesso momento. Più riempite il vostro paesaggio mentale di benevolenza, meno spazio ci sarà per l’odio e la malvagità. Possiamo nutrire queste qualità umane fondamentali», spiega Matthieu.  Infine avverte che «l’altruismo, la benevolenza, la considerazione per gli altri non sono un lusso, non sono una cosa da ingenui, ma una necessità assoluta per affrontare le sfide del XXI secolo».

Grammy Award al Dalai Lama

Nella notte di domenica 1 febbraio 2026, il Dalai Lama, a 90 anni, ha vinto il suo primo Grammy nella categoria “Best Audio Book, Narration & Storytelling Recording” per “Meditations: The Reflections of His Holiness the Dalai Lama”. A 90 anni, il monaco tibetano aggiunge un riconoscimento inedito alla sua collezione, spiegandolo come “un tributo alla nostra responsabilità universale condivisa”, non una celebrazione personale.   
 
 
 
L'audio-libro unisce riflessioni orali del leader tibetano a composizioni di musica classica indiana. La collaborazione porta la firma del maestro di sarod Amjad Ali Khan e dei figli Amaan Ali Bangash e Ayaan Ali Bangash, con partecipazioni di artisti occidentali come Maggie Rogers e Rufus Wainwright. In una dichiarazione diffusa sui canali ufficiali, il Dalai Lama ha sottolineato quattro parole-chiave che ricorrono da decenni nel suo insegnamento: pace, compassione, cura dell’ambiente, unità del genere umano. Non un dettaglio estetico, ma l’impianto morale di un’opera pensata per la voce, il respiro e il silenzio, più che per gli effetti. 

Il Grammy è storicamente una vetrina dove si incontrano politica, letteratura e impegno civile. Negli anni, hanno vinto qui figure come Michelle Obama, Barack Obama e Jimmy Carter, dimostrando come la narrazione sia un campo di influenza simbolica tanto quanto la musica. Il riconoscimento al Dalai Lama s’iscrive in questo solco, con un messaggio che intreccia spiritualità e diritti umani.

Il Dalai Lama richiama un lessico costante: interdipendenza, non-violenza, responsabilità verso gli altri, imparare a “disinnescare” l’ira. Il progetto si colloca nella linea di lavori che il monaco ha dedicato alla meditazione laica, ed è esattamente questa la ragione per cui il pubblico globale può avvicinarsi senza barriere dottrinali.

 

Bhikkhu Pannakara

Non portava alcun vessillo, eppure la sua calma determinazione divenne un messaggio sentito in tutta la nazione.

Il venerabile Bhikkhu Pannakara incarna una rara armonia tra disciplina contemporanea e antica saggezza spirituale. Precedentemente ingegnere informatico e laureato all'Università del Texas ad Arlington, la sua transizione non è stata brusca o performativa. È emerso da anni di meditazione disciplinata, riflessione etica e una scelta deliberata di vivere di consapevolezza, ritegno e compassione. Il suo viaggio non è stato rifiutare il mondo moderno, ma coinvolgerlo con maggiore chiarezza e scopo.

La Walk for Peace si svolse come un pellegrinaggio a piedi di 120 giorni che attraversa quasi 2.300 miglia dal Texas a Washington D.C., attraversando dieci stati degli Stati Uniti. Praticato come Dhutanga, una tradizione austera di meditazione a piedi, il viaggio si muove tranquillamente attraverso autostrade, piccole città e strade della città. Non c'erano canti, né slogan, né richieste. Eppure la presenza parlava da sola. Comunità in pausa. Stranieri si sono uniti per alcune miglia. Il silenzio divenne il linguaggio della connessione.

Radicato nella meditazione Vipassana coltivata attraverso una lunga pratica in Myanmar, Bhikkhu Pannakara ha sottolineato la consapevolezza interiore e l'intenzione quotidiana come il vero terreno di pace. Il pellegrinaggio continuò attraverso le prove più dure dell'inverno - temperature gelide, nevischio e neve - provando la resistenza fisica e la risoluzione interiore. Tuttavia, la camminata non si è fermata. Supportata dalla disciplina e dai semplici atti di gentilezza da parte di sconosciuti, è andata avanti con incrollabile fermezza.

Mentre il viaggio avanzava verso la capitale della nazione, ha rivelato un'espressione moderna del buddismo impegnato. La pace non è stata discussa, richiesta, o mostrata. È stato praticato. Attraverso la pazienza invece che l'urgenza e la presenza invece che il confronto, il Venerabile Bhikkhu Pannakara ha offerto un promemoria senza tempo: il vero cambiamento spesso inizia silenzioso, portato avanti da passi consapevoli, scopo costante e il coraggio di camminare senza chiedere di essere visto.

I monaci si prendono del tempo per salutare e connettersi con i residenti locali in attesa lungo le strade. In semplici conversazioni e gentile presenza, il Venerabile Bhikkhu Paññākāra ha condiviso un promemoria che sta a cuore:  La pace inizia con la consapevolezza nella nostra vita quotidiana.
Praticando consapevolezza, compassione e gentilezza amorevole dentro di noi, piantiamo i semi della pace che naturalmente crescono nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità e infine nella nostra società. Ogni passo consapevole, ogni parola gentile e ogni respiro calmo diventa un contributo tranquillo a un mondo più armonioso.
"Rallento il respiro quando il mondo va veloce,
Senti i miei piedi per terra finalmente.
In ogni passo, in tutto quello che faccio,
Questo momento è arrivato - e lo sono anch'io
."

 

Lama Michel Rinpoche

«Obiettivi alti, aspettative basse, impegno costante» - Lama Michel Rinpoche

Lama Michel Rinpoche, attuale guida spirituale dell'Albagnano Healing Meditation Centre e di molti altri Centri del lignaggio Ngalso Vajrayana Ganden Nyengyu nel mondo, è nato in Brasile nel 1981. Insieme alla sua famiglia, nel 1987, incontra Lama Drubwang Gangchen Rinpoche e con lui instaura fin da subito una profonda relazione, identificandolo come suo Guru Radice.

All'età di otto anni viene riconosciuto dallo stesso Lama Drubwang Gangchen Rinpoche e da altri importanti Maestri, come Tulku, ovvero la reincarnazione di un Maestro buddhista. Viene intronizzato (e riconosciuto pubblicamente) all'età di dodici anni. Nello stesso periodo Lama Michel Rinpoche decide di intraprendere gli studi tradizionali entrando nell'Università monastica di Sera Me. Successivamente studia sotto la guida di illustri Maestri presso i Monasteri di Tashi Lhunpo e Gyume. Durante le vacanze estive, raggiunge il suo Guru e sotto la sua guida compie pellegrinaggi in molti luoghi sacri e monasteri in India, in Nepal e in Tibet.

Completati i dodici anni di studio, Lama Michel Rinpoche decide di stabilirsi in Italia per mettersi al servizio di Lama Drubwang Gangchen Rinpoche, continuando la sua formazione in filosofia buddhista, medicina tibetana e astrologia, con visite annuali presso il monastero di Tashi Lhunpo. Seguendo l'esempio del suo Guru Radice Lama Drubwang Gangchen Rinpoche, Lama Michel unisce la sua grande abilità oratoria al desiderio di condividere, con grande generosità, le sue conoscenze: ogni occasione di incontro con lui è un evento che tocca profondamente.  Lama Michel Rinpoche parla molte lingue, tra le quali anche l'italiano, rendendo ancora più semplice per noi l'ascolto e la comprensione dei suoi preziosi insegnamenti.  E' spesso ospite presso il Centro Buddha della Medicina di Torino. 
 
"Alla base di una condotta sessuale corretta, due sono le condizioni su cui riflettere. A livello più grossolano:  Non rompere l'impegno preso con l'altra persona. A livello più sottile: Non mancare di considerazione per i bisogni e i desideri dell'altro. (L'altro non è che un oggetto per soddisfare il mio proprio piacere e poco m'importa delle sue necessità e dei suoi desideri)" - Lama Michel Rinpoche
  
 Vedi link: 
  • https://kunpen.ngalso.org/maestri-e-insegnanti/lama-michel-tulku-rinpoche/ 
  •  https://www.buddhadellamedicina.org/il-lignaggio/lama-michel-rinpoche/ 

Perché il numero 108 è sacro nel Buddismo?

Il Walk for Peace sta per finire, e oggi ricorre il giorno 108. Nel buddismo, il numero 108 non è solo un numero casuale ma è usato nel buddismo per descrivere la gamma di esperienze umane e reazioni mentali e il percorso disciplinato verso la chiarezza. 

Ci sono quattro parti che condizionano il modo in cui viviamo la vita: i sensi, i sentimenti, le reazioni e gli arredi temporali. Abbattiamolo.
1️⃣ Viviamo la vita attraverso sei sensi
Il buddismo insegna che tutto ciò che sperimentiamo passa attraverso sei porte:
▪️Occhi (quello che vediamo)
▪️Orecchie (quello che sentiamo)
▪️Naso (quello che annusiamo)
▪️Lingua (che assaggiamo)
▪️Corpo (quello che sentiamo attraverso il tatto)
▪️Mente (i nostri pensieri, ricordi ed emozioni)
Questi sensi sono come la vita ci raggiunge. Formano il fondamento della percezione, e comprenderli aiuta i praticanti a riconoscere come nasce la consapevolezza e come iniziano le reazioni.
2️⃣ Ogni esperienza sembra uno dei tre modi
Ogni volta che qualcosa ci raggiunge attraverso i sensi, di solito lo sentiamo come:
▪️Piacevole
▪️Sgradevole
▪️Neutro
Ad esempio, durante una giornata normale potresti sentire musica che ti piace, creando una sensazione piacevole, o sentire un rumore duro che produce disagio, che sembra spiacevole, mentre molti suoni di sottofondo passano senza reazioni forti e rimangono neutrali. Questi spostamenti avvengono costantemente, spesso senza preavviso consapevole, modellando umore e comportamento momento per momento.
Questo processo continuo forma il tono emotivo dell'esperienza quotidiana.
3️⃣ Reagiamo in due modi possibili
Per ogni sentimento, rispondiamo in una delle due direzioni:
▪️Con attaccamento o avversione (volere di più, allontanarsi, bramare, resistere)
▪️Con consapevolezza e lasciarsi andare (accettare, osservare, restare in equilibrio)
Qui è dove la pratica buddista entra nell'imparare a rispondere saggiamente anziché reagire automaticamente. Il percorso della consapevolezza allena gli individui a riconoscere gli impulsi senza essere controllati da loro.
4️⃣ Ci relazioniamo alle esperienze nel tempo
La nostra mente non rimane in un attimo. Connettiamo le esperienze a:
▪️Il passato
▪️Il presente
▪️Il futuro

Ricordiamo, facciamo esperienza, e anticipiamo. I pensieri di ieri, la consapevolezza di oggi e le aspettative di domani influenzano il modo in cui le esperienze vengono interpretate e sentite.
Mettendo tutto insieme. Se combiniamo tutti questi:

  • 6 sensi
  • 3 sentimenti
  • 2 reazioni
  • 3 intervalli di tempo

Abbiamo:6 × 3 × 2 × 3 = 108

Questo rappresenta l'intera gamma di modelli mentali ed esperienze che condizionano la nostra vita interiore. Non deve essere scienza matematica. È simbolico, un modo di dire che questo numero riflette il panorama completo dell'esperienza umana e i tanti modi in cui la percezione può influenzare la sofferenza o la chiarezza.
La Camminata per la Pace raggiunge il giorno 108 e invita alla riflessione sia sul viaggio fisico che sul viaggio interiore.  Non finisce quando si ferma il cammino. Il messaggio continua nel modo in cui viviamo, osserviamo e rispondiamo ogni giorno.

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono cir...