mercoledì 11 febbraio 2026

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono circa 950 articoli, la maggioranza dei quali verte su yoga, meditazione, buddhismo, filosofie orientali, rapporto tra scienza e meditazione.                    

Gli articoli sono essenzialmente riassunti di libri che ho letto su questi argomenti e che mi hanno particolarmente colpito.  Per ricercare un soggetto specifico si può usare la finestrina a destra, oppure si possono usare le categorie (etichette) che si trovano sulla destra. Sul Blog sono riportati anche i libri che ho scritto sullo yoga e la meditazione e la gallery di alcuni miei viaggi.                                                   

       Buona lettura   

 

Il buddhista Matthieu Ricard avverte l’Occidente: «La benevolenza è una necessità assoluta oggi»

Il buddhista Matthieu Ricard avverte l’Occidente: «La benevolenza è una necessità assoluta oggi»

Monaco buddhista dal 1979, Matthieu Ricard vive da oltre 50 anni nella regione dell’Himalaya e viaggia frequentemente tra Europa e Asia. In occasione della pubblicazione del suo libro fotografico “Lumière” (Allary Éditions), Matthieu Ricard è tornato a parlare a Les Petits Papiers delle differenze culturali che ha osservato tra i due continenti, sottolineando la necessità della benevolenza e della ricerca spirituale nei tempi turbolenti della società occidentale contemporanea.

 

Quasi ottantenne, il buddhista ha imparato attraverso la fotografia a guardare il mondo in modo diverso: «Attraverso gli incontri si impara molto, lo sguardo si educa. Non si fotografa allo stesso modo. Ci si meraviglia dello sguardo di un bambino, di un anziano senza denti. E non ci si stanca mai della bellezza del mondo, della sua parte selvaggia. È qualcosa di così straordinario che ci porta a rispettare la natura, a prendercene cura». Con la sua macchina fotografica, Matthieu Ricard desidera «dipingere con la luce e il tempo» e «ridare fiducia alla natura umana, perché oggigiorno ne abbiamo davvero bisogno».

Ritrovare il sentimento comune dell’umanità.  Pur affermando di aver drasticamente ridotto i suoi viaggi negli Stati Uniti e in Europa, colui che è anche dottore in genetica cellulare presso l’Istituto Pasteur evidenzia i contrasti tra Asia ed Europa, passando «da una società molto collettivista a un’altra che è sempre più iper-individualista. Quando si vede l’ascesa del populismo, persone come Elon Musk che dicono “basta con l’empatia, la compassione non fanno per noi”, ci troviamo in un’epidemia di narcisismo che si manifesta attraverso i social network». «Le persone che pensano di sapere tutto, in realtà sanno ben poco.»

Matthieu Ricard invita a ricreare legami tra gli esseri umani, piuttosto che coltivare le differenze: «Ora ciascuno è talmente unico che bisogna rispettare questa unicità. In Asia si cerca di mettere maggiormente l’accento sulla nostra umanità comune: tutti desideriamo, per quanto possibile, sfuggire alla sofferenza. Se ci rendiamo conto di questo, vediamo il legame che ci unisce piuttosto che ciò che ci separa». Attacca il cinismo diffuso, «la corsa all’economia, il cosiddetto libero mercato, questa libertà delle dieci maggiori fortune che si realizza a prezzo della privazione di libertà dei più poveri». Il traduttore del Dalai Lama propone allora di «dare maggiore spazio alle buone notizie» nei media e di «ridare fiducia alla natura umana. La benevolenza invece delle divisioni, dell’ostilità, dell’odio che vediamo troppo spesso trionfare».

Imparare la benevolenza, il credo di Matthieu Ricard. Matthieu Ricard cita il Dalai Lama: «Spesso in Occidente le persone hanno troppa fretta». La via dell’illuminazione e della felicità richiede tempo, «tutta la vita», addirittura.  Secondo Matthieu, «la felicità è un insieme di qualità umane, principalmente la benevolenza, la compassione, la libertà interiore. E anche un po’ meno sentimenti esasperati di importanza personale. I grandi studiosi sanno quanto abbiano ancora da imparare. Le persone che pensano di sapere tutto, in realtà sanno ben poco».

Queste qualità non sono innate, ma si apprendono, si allenano. Coltivare la benevolenza passa inevitabilmente attraverso l’eliminazione dei sentimenti di odio. «Non si può dare un pugno e stringere la mano in modo amichevole nello stesso momento. Più riempite il vostro paesaggio mentale di benevolenza, meno spazio ci sarà per l’odio e la malvagità. Possiamo nutrire queste qualità umane fondamentali», spiega Matthieu.  Infine avverte che «l’altruismo, la benevolenza, la considerazione per gli altri non sono un lusso, non sono una cosa da ingenui, ma una necessità assoluta per affrontare le sfide del XXI secolo».

Grammy Award al Dalai Lama

Nella notte di domenica 1 febbraio 2026, il Dalai Lama, a 90 anni, ha vinto il suo primo Grammy nella categoria “Best Audio Book, Narration & Storytelling Recording” per “Meditations: The Reflections of His Holiness the Dalai Lama”. A 90 anni, il monaco tibetano aggiunge un riconoscimento inedito alla sua collezione, spiegandolo come “un tributo alla nostra responsabilità universale condivisa”, non una celebrazione personale.   
 
 
 
L'audio-libro unisce riflessioni orali del leader tibetano a composizioni di musica classica indiana. La collaborazione porta la firma del maestro di sarod Amjad Ali Khan e dei figli Amaan Ali Bangash e Ayaan Ali Bangash, con partecipazioni di artisti occidentali come Maggie Rogers e Rufus Wainwright. In una dichiarazione diffusa sui canali ufficiali, il Dalai Lama ha sottolineato quattro parole-chiave che ricorrono da decenni nel suo insegnamento: pace, compassione, cura dell’ambiente, unità del genere umano. Non un dettaglio estetico, ma l’impianto morale di un’opera pensata per la voce, il respiro e il silenzio, più che per gli effetti. 

Il Grammy è storicamente una vetrina dove si incontrano politica, letteratura e impegno civile. Negli anni, hanno vinto qui figure come Michelle Obama, Barack Obama e Jimmy Carter, dimostrando come la narrazione sia un campo di influenza simbolica tanto quanto la musica. Il riconoscimento al Dalai Lama s’iscrive in questo solco, con un messaggio che intreccia spiritualità e diritti umani.

Il Dalai Lama richiama un lessico costante: interdipendenza, non-violenza, responsabilità verso gli altri, imparare a “disinnescare” l’ira. Il progetto si colloca nella linea di lavori che il monaco ha dedicato alla meditazione laica, ed è esattamente questa la ragione per cui il pubblico globale può avvicinarsi senza barriere dottrinali.

 

Bhikkhu Pannakara

Non portava alcun vessillo, eppure la sua calma determinazione divenne un messaggio sentito in tutta la nazione.

Il venerabile Bhikkhu Pannakara incarna una rara armonia tra disciplina contemporanea e antica saggezza spirituale. Precedentemente ingegnere informatico e laureato all'Università del Texas ad Arlington, la sua transizione non è stata brusca o performativa. È emerso da anni di meditazione disciplinata, riflessione etica e una scelta deliberata di vivere di consapevolezza, ritegno e compassione. Il suo viaggio non è stato rifiutare il mondo moderno, ma coinvolgerlo con maggiore chiarezza e scopo.

La Walk for Peace si svolse come un pellegrinaggio a piedi di 120 giorni che attraversa quasi 2.300 miglia dal Texas a Washington D.C., attraversando dieci stati degli Stati Uniti. Praticato come Dhutanga, una tradizione austera di meditazione a piedi, il viaggio si muove tranquillamente attraverso autostrade, piccole città e strade della città. Non c'erano canti, né slogan, né richieste. Eppure la presenza parlava da sola. Comunità in pausa. Stranieri si sono uniti per alcune miglia. Il silenzio divenne il linguaggio della connessione.

Radicato nella meditazione Vipassana coltivata attraverso una lunga pratica in Myanmar, Bhikkhu Pannakara ha sottolineato la consapevolezza interiore e l'intenzione quotidiana come il vero terreno di pace. Il pellegrinaggio continuò attraverso le prove più dure dell'inverno - temperature gelide, nevischio e neve - provando la resistenza fisica e la risoluzione interiore. Tuttavia, la camminata non si è fermata. Supportata dalla disciplina e dai semplici atti di gentilezza da parte di sconosciuti, è andata avanti con incrollabile fermezza.

Mentre il viaggio avanzava verso la capitale della nazione, ha rivelato un'espressione moderna del buddismo impegnato. La pace non è stata discussa, richiesta, o mostrata. È stato praticato. Attraverso la pazienza invece che l'urgenza e la presenza invece che il confronto, il Venerabile Bhikkhu Pannakara ha offerto un promemoria senza tempo: il vero cambiamento spesso inizia silenzioso, portato avanti da passi consapevoli, scopo costante e il coraggio di camminare senza chiedere di essere visto.

I monaci si prendono del tempo per salutare e connettersi con i residenti locali in attesa lungo le strade. In semplici conversazioni e gentile presenza, il Venerabile Bhikkhu Paññākāra ha condiviso un promemoria che sta a cuore:  La pace inizia con la consapevolezza nella nostra vita quotidiana.
Praticando consapevolezza, compassione e gentilezza amorevole dentro di noi, piantiamo i semi della pace che naturalmente crescono nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità e infine nella nostra società. Ogni passo consapevole, ogni parola gentile e ogni respiro calmo diventa un contributo tranquillo a un mondo più armonioso.
"Rallento il respiro quando il mondo va veloce,
Senti i miei piedi per terra finalmente.
In ogni passo, in tutto quello che faccio,
Questo momento è arrivato - e lo sono anch'io
."

 

Lama Michel Rinpoche

«Obiettivi alti, aspettative basse, impegno costante» - Lama Michel Rinpoche

Lama Michel Rinpoche, attuale guida spirituale dell'Albagnano Healing Meditation Centre e di molti altri Centri del lignaggio Ngalso Vajrayana Ganden Nyengyu nel mondo, è nato in Brasile nel 1981. Insieme alla sua famiglia, nel 1987, incontra Lama Drubwang Gangchen Rinpoche e con lui instaura fin da subito una profonda relazione, identificandolo come suo Guru Radice.

All'età di otto anni viene riconosciuto dallo stesso Lama Drubwang Gangchen Rinpoche e da altri importanti Maestri, come Tulku, ovvero la reincarnazione di un Maestro buddhista. Viene intronizzato (e riconosciuto pubblicamente) all'età di dodici anni. Nello stesso periodo Lama Michel Rinpoche decide di intraprendere gli studi tradizionali entrando nell'Università monastica di Sera Me. Successivamente studia sotto la guida di illustri Maestri presso i Monasteri di Tashi Lhunpo e Gyume. Durante le vacanze estive, raggiunge il suo Guru e sotto la sua guida compie pellegrinaggi in molti luoghi sacri e monasteri in India, in Nepal e in Tibet.

Completati i dodici anni di studio, Lama Michel Rinpoche decide di stabilirsi in Italia per mettersi al servizio di Lama Drubwang Gangchen Rinpoche, continuando la sua formazione in filosofia buddhista, medicina tibetana e astrologia, con visite annuali presso il monastero di Tashi Lhunpo. Seguendo l'esempio del suo Guru Radice Lama Drubwang Gangchen Rinpoche, Lama Michel unisce la sua grande abilità oratoria al desiderio di condividere, con grande generosità, le sue conoscenze: ogni occasione di incontro con lui è un evento che tocca profondamente.  Lama Michel Rinpoche parla molte lingue, tra le quali anche l'italiano, rendendo ancora più semplice per noi l'ascolto e la comprensione dei suoi preziosi insegnamenti.  E' spesso ospite presso il Centro Buddha della Medicina di Torino. 
 
"Alla base di una condotta sessuale corretta, due sono le condizioni su cui riflettere. A livello più grossolano:  Non rompere l'impegno preso con l'altra persona. A livello più sottile: Non mancare di considerazione per i bisogni e i desideri dell'altro. (L'altro non è che un oggetto per soddisfare il mio proprio piacere e poco m'importa delle sue necessità e dei suoi desideri)" - Lama Michel Rinpoche
  
 Vedi link: 
  • https://kunpen.ngalso.org/maestri-e-insegnanti/lama-michel-tulku-rinpoche/ 
  •  https://www.buddhadellamedicina.org/il-lignaggio/lama-michel-rinpoche/ 

Perché il numero 108 è sacro nel Buddismo?

Il Walk for Peace sta per finire, e oggi ricorre il giorno 108. Nel buddismo, il numero 108 non è solo un numero casuale ma è usato nel buddismo per descrivere la gamma di esperienze umane e reazioni mentali e il percorso disciplinato verso la chiarezza. 

Ci sono quattro parti che condizionano il modo in cui viviamo la vita: i sensi, i sentimenti, le reazioni e gli arredi temporali. Abbattiamolo.
1️⃣ Viviamo la vita attraverso sei sensi
Il buddismo insegna che tutto ciò che sperimentiamo passa attraverso sei porte:
▪️Occhi (quello che vediamo)
▪️Orecchie (quello che sentiamo)
▪️Naso (quello che annusiamo)
▪️Lingua (che assaggiamo)
▪️Corpo (quello che sentiamo attraverso il tatto)
▪️Mente (i nostri pensieri, ricordi ed emozioni)
Questi sensi sono come la vita ci raggiunge. Formano il fondamento della percezione, e comprenderli aiuta i praticanti a riconoscere come nasce la consapevolezza e come iniziano le reazioni.
2️⃣ Ogni esperienza sembra uno dei tre modi
Ogni volta che qualcosa ci raggiunge attraverso i sensi, di solito lo sentiamo come:
▪️Piacevole
▪️Sgradevole
▪️Neutro
Ad esempio, durante una giornata normale potresti sentire musica che ti piace, creando una sensazione piacevole, o sentire un rumore duro che produce disagio, che sembra spiacevole, mentre molti suoni di sottofondo passano senza reazioni forti e rimangono neutrali. Questi spostamenti avvengono costantemente, spesso senza preavviso consapevole, modellando umore e comportamento momento per momento.
Questo processo continuo forma il tono emotivo dell'esperienza quotidiana.
3️⃣ Reagiamo in due modi possibili
Per ogni sentimento, rispondiamo in una delle due direzioni:
▪️Con attaccamento o avversione (volere di più, allontanarsi, bramare, resistere)
▪️Con consapevolezza e lasciarsi andare (accettare, osservare, restare in equilibrio)
Qui è dove la pratica buddista entra nell'imparare a rispondere saggiamente anziché reagire automaticamente. Il percorso della consapevolezza allena gli individui a riconoscere gli impulsi senza essere controllati da loro.
4️⃣ Ci relazioniamo alle esperienze nel tempo
La nostra mente non rimane in un attimo. Connettiamo le esperienze a:
▪️Il passato
▪️Il presente
▪️Il futuro

Ricordiamo, facciamo esperienza, e anticipiamo. I pensieri di ieri, la consapevolezza di oggi e le aspettative di domani influenzano il modo in cui le esperienze vengono interpretate e sentite.
Mettendo tutto insieme. Se combiniamo tutti questi:

  • 6 sensi
  • 3 sentimenti
  • 2 reazioni
  • 3 intervalli di tempo

Abbiamo:6 × 3 × 2 × 3 = 108

Questo rappresenta l'intera gamma di modelli mentali ed esperienze che condizionano la nostra vita interiore. Non deve essere scienza matematica. È simbolico, un modo di dire che questo numero riflette il panorama completo dell'esperienza umana e i tanti modi in cui la percezione può influenzare la sofferenza o la chiarezza.
La Camminata per la Pace raggiunge il giorno 108 e invita alla riflessione sia sul viaggio fisico che sul viaggio interiore.  Non finisce quando si ferma il cammino. Il messaggio continua nel modo in cui viviamo, osserviamo e rispondiamo ogni giorno.

Sathya: La via della verità nello yoga.

La parola Satya viene dal sanscrito ed è composta da "Sat", che significa "essere", "esistenza", "realtà",   e "Ya", che è un suffisso che indica qualcosa che è in accordo con ciò che è. Satya non è solo "dire la verità", ma è vivere in accordo con ciò che è vero, autentico, reale.      
 Nel Yoga Sūtra II.36  leggiamo:   “Quando uno è fermamente stabilito nella verità, le sue parole divengono vere.”
Nella nostra epoca, in cui la verità sembra spesso fluida, manipolabile o relativa, riscoprire il significato profondo di Satya può aiutarci a vivere la quotidianità con più integrità, chiarezza e coraggio.


 Satya nei testi sacri dell’India.    Satya è uno dei concetti fondanti della spiritualità indiana. Nei Veda, nei Purana, nelle Upanishad, si dice che il mondo è sostenuto dalla verità. La verità è il fondamento dell’ordine cosmico, il Rta, che precede perfino il Dharma. Nella Chandogya Upanishad leggiamo:   "Satyaṁ vada, dharmaṁ cara" — "Di' la verità, segui il dharma".        

Nella Mundaka Upanishad troviamo un verso che ha segnato generazioni di ricercatori:   “Non con la menzogna, ma con la verità si giunge al Sé.”

La verità non è vista come un dovere imposto dall’esterno, ma come una forma di allineamento con la realtà dell’universo. Essere veri significa essere in armonia con l’Essere stesso.

 Satya nello Yoga – La verità come disciplina spirituale.  Nel sistema dello Yoga di Patanjali, Satya è il secondo Yama, ovvero uno dei cinque principi etici fondamentali. I Yama non sono regole morali imposte, ma atteggiamenti interiori che ci aiutano a liberarci dall’ignoranza e dal dolore.    Il primo Yana è la nonviolenza Ahimsa.  Sathya e Ahimsa si sostengono a vicenda: l’uno è il respiro dell’altro.  Esprimere una verità in modo violento la snatura; evitare la verità per paura di ferire distorce la realtà e semina confusione.

Satya implica anche sensibilità e discernimento. Dire la verità non vuol dire ferire gli altri con brutalità. Gli antichi insegnavano:    "Sii vero, ma sii anche gentile."  Swami Sivananda riassume perfettamente questo equilibrio: “La verità deve essere parlata con amore. Solo allora illumina e non brucia.”

Patanjali dice:   "Quando il saggio è fermamente stabilito nella verità, le sue parole si realizzano."
Cosa vuol dire questo? Che quando una persona vive nella verità, tutto ciò che dice ha potere, perché è in profonda sintonia con l’universo. Non si tratta solo di non mentire, ma di non tradire mai la nostra coscienza, nemmeno con silenzi, omissioni o parole inutilmente dure.

Sathya nella pratica quotidiana, nelle Asana, nel Respiro e nella Meditazione.   

Per molti praticanti, le asana diventano il primo santuario di sincerità: lì dove non possiamo illuderci di essere più flessibili, più forti, più stabili di quanto siamo davvero.  La sincerità corporea educa.  È un addestramento alla verità non verbale. Ci dice se siamo stanchi, se stiamo forzando, se stiamo cercando di apparire. È un maestro onesto, spesso molto più onesto della nostra mente.  B.K.S. Iyengar lo diceva con una disarmante semplicità:   “Il corpo è il tempio della verità.  Se lo ascolti, non ti tradirà.”
Nel prāṇāyāma la verità è imparare a respirare senza forzature; è lasciar emergere il ritmo naturale, che non mente mai.  Il respiro è il luogo in cui la verità si manifesta nel modo più immediato. Non si può controllare completamente, non si può falsificare, non si può manipolare oltre un certo limite.  Il respiro dice la verità. Sempre. T.K.V. Desikachar sosteneva:  “Dimmi come respiri e ti dirò cosa stai evitando.”  
Nella meditazione, infine, la verità è la nostra natura essenziale: ciò che rimane quando i pensieri si dissolvono.

Sathya è anche presenza nelle relazioni: comunicare con autenticità, senza maschera, ma con cuore aperto.

Gandhi e il Satya come forza rivoluzionaria.  Forse il più grande esempio moderno di Satya lo troviamoin Gandhi, che ha trasformato questo principio in una forza di cambiamento storico. Disse:   "La verità è Dio. Non c'è altra via per Dio se non la verità."   Gandhi non parlava solo di verità, ma di Satyagraha, che significa "afferrare la verità" o "insistere nella verità".  Agraha è la perseveranza, la forza nell’agire per l’affermazione della verità.  Sathyagraha indica, quindi, il potere della NONviolenza che agisce nei conflitti per trasformarli e trascenderli verso realtà di Pace.   La sua vita fu una continua sperimentazione della verità, anche nelle piccole cose. Non aveva paura di cambiare idea, se scopriva che ciò che aveva creduto era falso. Per lui, cercare la verità significava anche ammettere gli errori, imparare, evolvere.

Nel cammino spirituale, il primo terreno di verità non è la relazione con l’altro, ma la relazione con se stessi.   Dire la verità agli altri è spesso molto più facile che dirla a noi stessi. Gandhi:  “Ho paura della verità che porto in me.”

 Satya oggi – Viviamo in un'epoca complessa, in un mondo in cui la verità è spesso confusa, sepolta sotto informazioni contrastanti, opinioni urlate, apparenze curate. C’è una continua lotta tra ciò che siamo veramente e ciò che mostriamo.   In questo contesto, Satya è un atto rivoluzionario. Essere veri richiede coraggio. Richiede la volontà di non compiacere, non manipolare, non fingere.     Eppure, non possiamo sempre dire tutto ciò che pensiamo. Allora, come vivere Satya oggi?

Un maestro spirituale indiano ha detto:  "Ogni parola deve passare attraverso tre porte: è vera? È necessaria? È gentile?"
Swami Sivananda avvertiva: “Non dire tutto ciò che è vero. Di’ solo ciò che è vero e utile.”

In questo, Thich Nhat Hanh offre un contributo prezioso:  “La verità non deve ferire per essere vera. Quando ferisce, è perché non l’abbiamo ascoltata abbastanza profondamente.”

Possiamo vivere la verità in ogni ambito della nostra vita: Essere sinceri con noi stessi, anche quando ci costa.
Non dire bugie per paura o convenienza.  Non fare promesse che non vogliamo mantenere.  Non nascondere emozioni autentiche dietro maschere sociali.

Perché la verità è così difficile da vivere? Perché spesso è la cosa che temiamo di più. Paura del giudizio, del rifiuto, della vulnerabilità: queste sono le nubi che oscurano Sathya.
Thich Nhat Hanh riassume il concetto di verità in una frase luminosa: “Dire la verità è respirare. Essere la verità è vivere.”

Satya non è un punto di arrivo. È un cammino continuo. È il coraggio di chiedersi, ogni giorno:
"Sto vivendo secondo la mia verità?"  Sathya è una voce che ci chiama a essere autentici, integri, veri.  

E questo non significa avere sempre tutte le risposte, ma avere la sincerità di cercarle, con umiltà, con presenza, con amore.   In un mondo in cui molti alzano la voce per imporsi, Satya è una voce interiore che sussurra.

Sathya non è un ideale astratto, ma una disciplina del cuore. È un cammino che integra sincerità e compassione, lucidità e amore.    È la scelta quotidiana di vivere senza maschere, di ascoltare profondamente ciò che è, di lasciare che la verità illumini e trasformi.     Nella sintesi più intensa e semplice:   “Essere veri è essere semplici.   E nella semplicità, c’è la pace.”
 Sathya non è soltanto un precetto etico: è un portale verso la libertà più profonda.

Praticare Sathya nella quotidianità.   Coltivare Sathya richiede esercizi semplici ma profondi:
    • Prima di parlare, chiedersi: È vero? È necessario? È amorevole?
    • Osservare le piccole bugie con cui proteggiamo il nostro ego.
    • Usare il respiro per tornare a ciò che è reale.
    • Coltivare relazioni radicate nella sincerità e nella gentilezza.
    • Tenere un “diario della verità” per riconoscere con trasparenza i propri vissuti.

Una Meditazione sulla Verità.   Una pratica essenziale consiste nel sedersi in silenzio, portando l’attenzione al cuore e al respiro, domandandosi: “Qual è una verità che sto evitando di riconoscere oggi?”
L’invito non è giudicare, ma osservare. La verità può allora emergere e dissolversi nella luce della consapevolezza.   Questa domanda apre uno spazio prezioso: il territorio della verità interiore.
Lo yoga Non propone una “verità aggressiva”, né una “verità ingenua”. Propone lo spazio sacro dell’autenticità consapevole.   Essere veri non significa dire tutto quello che pensiamo. Non significa essere impulsivi. Non significa imporre la nostra visione del mondo. Significa essere coerenti. Significa ascoltare profondamente. Significa parlare solo quando la parola può creare chiarezza.

Indra Devi

Fin da piccola scriveva, «capii che la felicità arriva solo a coloro che osano percorrere il loro sentiero personale». 

Tra i mille yogi e maestri che hanno contribuito a diffondere lo yoga in occidente troppo spesso ci si dimentica di lei, la “madre dello Yoga”. Una donna eccezionale, che nei suoi 102 anni di vita  ha attraversato tre secoli e cinque continenti.
Indra Devi, ovvero Eugenie Peterson, nasce a Riga (nell’attuale Lettonia) il 12 maggio 1899 e muore nel 2002.   La sua vita è stata appassionante come un vero romanzo.
Inquieta, irrequieta, sempre in cerca “del” senso, nel 1926 Eugenia arriva a un meeting mistico-spirituale a Hommen in Olanda.  Il suo incontro con l’Oriente e lo yoga avviene quando per caso ascolta una conferenza di Jiddu Krishnamurti presso la locale Società Teosofica. Dopo aver ascoltato il canto dei mantra dice: “"Mi sembrava di sentire un richiamo dimenticato, distante ma familiare. Da quel giorno tutto in me si è capovolto”. 
Da quel giorno intraprende una ricerca di consapevolezza e crescita personale che la portano in India al seguito di Alice Adair, seguace teosofica e femminista, lasciando un fidanzato pronto a sposarla. In India, continuando la sua carriera di attrice, persevera negli studi e  a Calcutta conosce il poeta Rabindranath Tagore. Ad Ahmedabad visita Sabarmati, l’ashram dove i devoti vivono secondo gli ascetici precetti di Gandhi. Le piacerebbe fermarsi, ma a un’aristocratica come lei non si può chiedere di pulire i bagni comuni. È una brava ballerina, una discreta attrice, decide di provarci con il cinema. Con il nome di Indira Devi (dea in sanscrito, poi diventerà Indra) viene scritturata per il film sentimentale The Arabian Knight insieme al giovane Prithviraj Kapoor, capostipite della dinastia di attori che ancora oggi furoreggia in India. Ma dura poco: l’avvento del sonoro travolgerà le occidentali che hanno fatto fortuna a Bollywood (al posto delle indiane, per cui quella di attrice era considerata una professione sconveniente). 
Riesce a farsi accettare come allieva - prima donna in assoluto - da Krishnamacharya, nello Yogaśālā di Mysore Palace, nel governatorato del Karnataka. Con lei si formano B.K.S Iyengar and K. Pattabhi Jois, due fra i massimi maestri yoga del ventesimo secolo. 
 «Non ho mai insegnato a una donna, tantomeno straniera» racconta Krishnamacharya, il precursore del rinascimento dello hatha yoga (la disciplina così come la conosciamo noi oggi: lo yoga originario, o raja yoga, era più una questione di meditazione ascetica, mentre le varie posizioni, o asana, dello hatha, incentrate sul corpo, erano la versione meno nobile).  Le impone una rigida disciplina: a letto alle 21,30, sveglia prima dell’alba. Niente carne, niente riso, zucchero, farina, spezie, sale, uova. Niente patate o carote, solo quello che cresce alla luce del sole. Lei obbedisce. Impara a stare seduta nella posizione del loto, in verticale sulle spalle, persino sulla testa. 
Nello stesso tempo si sposa con Jan Strakaty, funzionario dell’ambasciata Cecoslovacca a Bombay. Quando il marito è trasferito in Cina e Indra decide di seguirlo, Krishnamacharya le chiede formalmente di lavorare come insegnante di yoga nel suo nuovo paese. Eugenie, ormai per tutti Indra, accetta e fonda la prima scuola di Yoga della Cina, a Shangai. Tra i suoi allievi ci sono molti russi e americani, che contribuiranno a diffondere la sua fama in occidente, fama supportata dalla grande dedizione e generosità. che la portano ad insegnare gratuitamente negli orfanotrofi, credendo profondamente nel valore pedagogico dello yoga.
Nel 1946 Indra perde improvvisamente il marito e in Cina ha inizio la Rivoluzione Popolare; Quando i giapponesi occupano Shanghai, decide di fuggire in America.  Di nuovo la sua vita è a un punto di svolta e alla fine del 1947 riesce a ottenere un visto per gli Stati Uniti d’America e si trasferisce a San Francisco. 
Poliglotta, cosmopolita, saggia e affascinante, Indra entra subito in contatto con una cerchia di intellettuali americani, tra cui lo scrittore Aldous Huxley, e ritrova Krishnamurti, l’uomo che l’aveva avvicinata allo yoga. Nel 1948 apre il suo primo studio yoga all’8806 di Sunset Boulevard, a Hollywood, e conquista l’America. 
Al suo arrivo a Hollywood, lo yoga è screditato dai numerosi scandali religioso-sessuali dei primi santoni. Ma le sue lezioni su Sunset Strip, a un passo dal Mocamboe da Ciro’s, saranno affollatissime: Aldous Huxley e signora, la sua migliore amica Gloria Swanson, Greta Garbo, Jennifer Jones, una giovanissima Marilyn Monroe, Marion Mill Preminger. 
Pratica, insegna e scrive i suoi primi libri, subito pubblicati in molti paesi del mondo, Italia compresa. Nel 1953 esce Forever Young, Forever Healthy, nel 1959 Yoga for Americans, il suo yoga per tutti: “uomini d’affari e sportivi, casalinghe e modelle”.
Nel 1953 si sposa una seconda volta, con il fisico antroposofico tedesco Dr. Sigfrid Knauer e continua la sua vita piena di studio, insegnamento, viaggi, che la portano a diffondere la pratica yogica in tutto il mondo. Con il marito forma una singolare coppia di medicina alternativa amata dalle star (lui è consigliere personale di Igor Stravinsky).  Una come lei, di origini russe, con una strana professione e proseliti ovunque, non può che finire nelle mire dell’Fbi, ma le indagini federali non proveranno alcuna attività sospetta. 
La svolta spirituale avviene a Dallas, dove si reca in visita alla fabbrica Page Boy, brand upperclass di abiti per la maternità di Elsie Frankfurt, stilista e socialite, e delle sue sorelle: Elsie, creatrice fra l’altro di un premaman ispirato alla posizione del loto che inaugura il boom dello yoga prenatale, si è messa in mente di far praticare gli asana a tutti i suoi dipendenti. È il 1963, anche J.F. Kennedy è in arrivo in città, Indra programma di incontrarlo. Non andrà così, come c’insegna la Storia. L’assassinio del Presidente la sconvolgerà tanto da rivedere le sue idee sullo yoga. E da convincerla a intraprendere una “crociata per cercare la luce nell’oscurità” fino in Vietnam. Sulla strada per Saigon incontra Papa Paolo VI, Indira Gandhi, il Dalai Lama, Sai Baba. Lo yoga è ormai, per lei, nientemeno che uno strumento per assicurare la pace nel mondo.
Fra il 1969 e il 1975 compie ben 19 pellegrinaggi in India. È l’era dell’Acquario, il santone indiano Sai Baba ha stuoli di seguaci e adoratori occidentali. 
Fra tutti, lei la più devota: la chiamano Mataji (Madre), e quando arrivano in visita John Lennon e Yoko Ono, è lei a far loro da guida. Scrive un altro libro, Sai Baba and Sai Yoga. Non si pronuncerà mai sugli scandali di natura sessuale che travolsero il guru induista, ma prenderà le distanze. 

Nel 1985 si trasferisce in argentina al seguito di un musicista di origini italiane, Piero De Benedictis, famoso come una rockstar, che le fa aprire i concerti fra preghiere e asana. Lui ha circa 30 anni, lei 80, ma sono amici, lui la tempesta di domande sulla reincarnazione perché ha perso un figlio, lei gli fa da madre. 

Nel 1987 è acclamata presidente onorario dell’International Yoga Federation. Con la Fundación Indra Devi apre numerose sale da yoga a Buenos Aires. Diventa la consigliera spirituale di Roberto Díaz Herrera, il vice di Manuel Noriega, e il suo nome compare nei libri di Storia nel capitolo dell’invasione Usa di Panama

Il suo corpo si spegne serenamente nel 2002, a Buenos Aires. Le sue ceneri sono state disperse nel Rio de la Plata, «trasportate dai fiori acquatici dei fiumi sudamericani, i gambi disposti a disegnare un fiore di loto». Il suo spirito è vicino a tutte(e tutti) coloro che amano lo yoga. 

Il modo più giusto per definirla è probabilmente il titolo dell’autobiografia che lei stessa scrisse in spagnolo nel 1999, allo scoccare dei 100 anni: Una mujer de tres siglos (La donna di tre secoli). 

Ecco una breve bibliografia:

  • - Indra Devi, Yoga in sei settimane (Yoga for Americans),
    -  Indra Devi, Yoga e spiritualità.
    - Michelle Goldberg, The Goddess Pose (La posizione della Dea). 
    - The Audacious Life of Indra Devi, The Woman Who Helped Bring Yoga to the West  (L’audace vita di Indra Devi, la donna che contribuì a portare lo yoga in Occidente).

Christophe André - Aprirsi all'istante presente.

 Aprirsi all’esperienza dell’istante presente. Durata 15 minuti. Mi porto seduto.

Iniziare con il suono di un campanello. 
 Meglio che posso, durante questo esercizio cercherò di essere qui, semplicemente presente a tutto quello che accade, prendo consapevolezza, coscienza della posizione del mio corpo, permetto al mio dorso di essere più dritto possibile, senza rigidità, lascio i miei reni inarcarsi un po’, le mie spalle aprirsi, la nuca e la testa restano diritte, prendo dolcemente coscienza e consapevolezza del mio respiro, dei movimenti della mia respirazione, osservo come l’addome e il torace vanno e vengono al ritmo del respiro, si aprono e si chiudono sotto l’effetto del respiro, osservo il movimento dell’aria che entra nel mio corpo e esce dal mio corpo, sento il passaggio di questa aria nel mio naso, nella gola, all’inizio dei bronchi, osservo la differenza di temperatura tra l’aria che inspiro, e l’aria che espiro, più tiepida quando esce …. sento la respirazione che va e viene in tutto il mio corpo, …. realizzo che tutto il mio corpo respira, …. 
Ora dolcemente per un istante porto tutta la mia consapevolezza (coscienza) sui suoni che mi circondano, dell’ambiente sonoro, di questo bagno sonoro che arriva alle mie orecchie, alcuni suoni mi sembrano gradevoli altri sgradevoli, ma che li percepisco come gradevoli o sgradevoli sono qui, e arrivano alla mia coscienza, allora li accolgo senza irrigidirmi, li accolgo perché sono già qui, quale che sia il mio giudizio su di loro … 
 Prendo coscienza della mia respirazione, coscienza del mio corpo, coscienza dei suoni,  poi un momento, realizzo che non sono più nell’esercizio, ma sono partito nei miei pensieri, realizzo che mi sono focalizzato su qualcosa, la mia attenzione si è focalizzata su un oggetto preciso, dei pensieri, delle emozioni, delle immagini, forse dei dolori collegati alla mia posizione, ogni volta che la mia mente si disperde così, ne prendo consapevolezza e non cerca di scacciare questo oggetto che ha catturato la mia attenzione, no, non cerco a riconcentrarmi, no, provo di nuovo a allargare la mia coscienza, a riconnettermi al mio respiro, al mio corpo, ai suoni, e a tutto questo nello stesso momento in una coscienza accogliente e aperta, … dolcemente, regolarmente instancabilmente, ingrandisco le frontiere della mia mente, estendo il campo della mia coscienza, accolgo tutto, visto che quello che mi da fastidio è già qui, accolgo tutto il resto, …. non cerco niente altro, assolutamente niente altro che essere qui, cosciente, presente, vivo, … istante dopo istante, respirazione dopo respirazione, … non cerco niente altro, assolutamente niente altro, che aprire la mia coscienza, ancora e ancora, … fino a non essere più che una pura presenza, un respiro, un corpo, … il ricettacolo del mondo, … resto semplicemente qui, senza aspettative, senza giudizio, giusto qui a percepire, … a percepire la vita, qui e ora.     
Lasciando l’esercizio, non lascerò l’istante presente che ritornerà dolcemente e regolarmente lungo tutto l’arco della giornata, … nel cuore di tutte le mie attività, mi rivolgerò verso l’esperienza dell’istante presente e sarà come un rifugio, una base di osservazione, di pacificazione di riunificazione, con me stesso e il mondo che mi circonda …    

Arrivare a 70 anni - Christophe André

Arrivare a 70 anni non trasforma solo il corpo.  Anche il cervello attraversa cambiamenti profondi, a volte irreversibili.
In questo video  ( vedi   https://www.youtube.com/watch?v=sdC8kgtL38I )  Christophe André presenta le otto  trasformazioni reali del cervello dopo i 70 anni, ciò che è normale, ciò che non lo è e come preservare le proprie capacità mentali il più a lungo possibile.

Christophe presenta:

  • Quali cambiamenti sono inevitabili, 
  • Quali funzioni possono rafforzarsi con l’età,
  • Perché alcuni cervelli invecchiano meglio di altri,
  • Il ruolo della plasticità cerebrale,
  • Gli errori che accelerano il declino cognitivo,
  • Ciò che protegge davvero la memoria,
  • Come invecchiare con lucidità mentale.

Cos'é lo yoga?

Lo yoga è il più grande dono dell’India al mondo.”  ~ T. Krishnamacharya    

Il termine sanscrito yoga  deriva, secondo molti studiosi, dalla radice yuj- con il significato di “unire”, “tenere insieme”. 

Ma la Realtà di cui siamo parte è già perfetta unità: il nostro corpo, ad esempio, non esisterebbe senza la natura che ci nutre, la luce che ci scalda, l’aria che respiriamo, l’acqua che ci disseta e che ci purifica… La Vita, infatti, si manifesta sempre come unione degli opposti: non esiste giorno senza notte, maschio senza femmina, luce senza tenebre.

Lo yoga, allora, è partecipazione diretta, profonda intimità e connessione con la Realtà, che è, appunto, unione degli opposti, per mezzo di un insieme di pratiche che integrano in modo semplice e naturale il respiro e il movimento. Ed è in particolare nel respiro che sperimentiamo questa unione: l’inspirazione che è ricettività e che proviene dall’alto è un tutt’uno con l’espirazione che è forza e che proviene dal basso. Il termine della tradizione antica haṭha yoga indica proprio questo: "ha" rappresenta la forza, il dare (spesso associato al Sole che dona, la polarità maschile) mentre "ṭha" indica la ricettività (spesso associato con la Luna che riceve, la polarità femminile).

Lo yoga non è, quindi, una specie di ginnastica o stretching riservata a poche persone giovani e atletiche, né una pratica meccanica e competitiva per avere un corpo più salutare e flessibile anche se, sicuramente, benessere e salute sono alcuni degli effetti della pratica.

Non siamo alla ricerca di uno scopo futuro, del raggiungimento di qualcosa, ma semplicemente partecipiamo alla Vita: viviamo e riscopriamo noi stessi come parte integrante del Cosmo... con una esperienza quotidiana, non ossessiva che comprende quello che pratichiamo attivamente — yoga sadhana — asana (posizioni) e pranayama (attenzione al respiro), e quello che riceviamo come dono — siddhi — meditazione, yama, niyama (precetti etici).

Le parole non dette

Le cose non dette  è l’ultimo film di Gabriele Muccino (2026) ed è l'adattamento del romanzo "Siracusa" di Delia Ephron. Gli attori protagonisti sono Stefano Accorsi, Miriam Leone, Claudio Santamaria, Carolina Crescentini, Beatrice Savignani e Margherita Pantaleo.

Carlo Ristuccia è un docente universitario, autore di un unico libro di successo. Sua moglie Elisa è una giornalista di Vanity Fair Italia i cui articoli vengono ripresi oltreoceano, ma al momento è in crisi creativa, e il suo direttore (interpretato dal vero direttore di Vanity) le consiglia di "staccare" e di partire per una vacanza che le regali un nuovo punto di vista. 

Come coppia, Carlo ed Elisa sono in fase di stallo, e cercano di metabolizzare il dolore per non essere riusciti a diventare genitori. Decidono dunque per una puntata a Tangeri, insieme a un'altra coppia: Paolo, il migliore amico di Carlo, ristoratore stakanovista e padre assente, e sua moglie Anna, iperansiosa e prepotente. Con loro però c'è anche la figlia tredicenne Vittoria, che ha una particolare simpatia per Carlo. Peccato che in vacanza si presenti a sorpresa Blu, la giovanissima amante del professore, sua studentessa nonché cameriera nel locale dove i quattro amici sono soliti cenare insieme.

In primis L'ultimo bacio del quale riprende buona parte della trama: ovvero il tradimento di un narciso insicuro nei confronti di una compagna perfetta che lo mette in soggezione. Il fedifrago al centro della storia è di nuovo interpretato da Stefano Accorsi, e c'è un libro che Carlo e Blu si passano l'un l'altro: ricordate il "Siddharta" ne L'ultimo bacio?

Ritroviamo qui tutti i topos di Muccino: la regia ansiogena, la recitazione concitata, le litigate furiose, l'infantilismo maschile, l'immancabile arpia (in questo caso Anna) che sottrae i figli al padre depotenziandone l'autorità. Ma, complice forse l'ossatura narrativa di Ephron, questi topos stavolta sono al servizio del ritratto tragicomico di una generazione perduta, e in particolare di maschi che hanno smarrito la propria direzione. L'inserimento delle figure di Blu e Vittoria serve poi a costruire la sottotrama più interessante del film, ovvero il tradimento, molto più profondo e letale di qualsiasi scappatella, perpetrato dalla generazione dei cinquantenni (o giù di lì) nei confronti tanto della generazione dei ventenni (studenti e precari) incarnati da Blu, quanto di quella dei preadolescenti incarnata da Vittoria. 

A Tangeri, Lontani dalla routine, i rapporti familiari e d’amicizia vengono messi a nudo: segreti, tensioni sottili e omissioni emergono inevitabilmente, costringendo tutti a confrontarsi con ciò che avevano evitato di guardare. 

«È un film sui silenzi, sulle cose non dette che spesso parlano più forte di qualsiasi parola», spiega Muccino. «Volevo raccontare le crepe invisibili che si formano nei rapporti, quei momenti in cui non diciamo nulla ma tutto crolla lo stesso».

Girato tra Roma e Tangeri, il film usa i luoghi non come semplice sfondo, ma come specchio dei personaggi: «Roma è concreta, viva, disordinata; Tangeri è sospesa, immobile, e obbliga a guardarsi dentro», spiega Muccino. Un cinema fatto di pause pesanti, sguardi che tradiscono, dettagli che parlano più delle parole.  «Non cercavo risposte facili», conclude il regista, «ma domande che restano addosso, perché le cose che non diciamo spesso ci definiscono più di tutto il resto».

E in effetti, Le cose non dette è un film che si misura con l’invisibile: ciò che non esplode ma corrode lentamente, ciò che resta negli angoli delle relazioni. Muccino evita facili catarsi o morale predicatoria e costruisce invece una lente sulle fratture emotive quotidiane, mostrando quanto sia complesso vivere accanto agli altri senza conoscerli davvero. 

lunedì 9 febbraio 2026

Raphaële Demandre

Agli inizi di Karuna Shechen. 

Grande amica di Matthieu Ricard, Raphaële Demandre lo ha sostenuto già prima della creazione ufficiale di Karuna Shechen nel 2000, per costruire scuole, cliniche e ponti in Tibet, India e Nepal.

Avendo viaggiato in Tibet fin dal 1986, aveva compreso gli immensi bisogni dei tibetani che vivevano in condizioni precarie. Venticinque anni dopo, ripercorre alcuni aneddoti del passato in un’intervista con Marilou Mourgues. In contatto quotidiano con i team locali, Marilou dedica le sue energie alla realizzazione dei progetti e al rafforzamento dei legami tra la sede centrale e il territorio. Insieme ripercorrono un quarto di secolo di impegno, evoluzione e impatto, in stretta collaborazione con le comunità sostenute.

https://25.karuna-shechen.org/en/raphaele-demandre

Nel tuo ricordo, come è nata Karuna? Da dove è venuta l’idea di questa organizzazione?

Raphaële:
All’inizio, il Dalai Lama invitò i monasteri tibetani sviluppatisi in India e Nepal a prendersi cura non solo dei tibetani in esilio, ma anche delle popolazioni povere che vivevano nei dintorni. Allo stesso tempo, Rabjam Rinpoche, abate del monastero di Shechen (dove Matthieu vive tuttora) a Kathmandu, era molto ispirato da Madre Teresa e aveva iniziato a sviluppare un piccolo dispensario nel monastero di Bodhgaya, in Bihar, in India, per una popolazione estremamente povera.

Matthieu, in seguito al grande successo del libro scritto con suo padre Jean-François Revel, Il monaco e il filosofo, ricevette improvvisamente una somma di denaro considerevole, che destinò al progetto di Rabjam Rinpoche di costruire una grande clinica accanto al monastero di Shechen in Nepal. Un gruppo di amici volle finanziare altri progetti, e questo portò infine alla creazione formale dell’Associazione Karuna, il cui nome in sanscrito significa tenerezza, bontà e compassione.

Matthieu e io trascorrevamo la maggior parte dell’anno in India, Nepal e soprattutto in Tibet. Durante i nostri incontri, gli amici ci raccontavano i loro bisogni: è così che i progetti prendevano forma e venivano realizzati. Ogni anno Matthieu scriveva rapporti dettagliati e precisi, accompagnati dalle nostre fotografie, e così il piccolo cerchio di amici volontari cresceva, sia sul campo sia in Francia, fino a diventare un’organizzazione più strutturata con dipendenti, perché anno dopo anno le richieste di aiuto aumentavano, soprattutto in Tibet.

Abbiamo costruito circa quindici grandi dispensari e cliniche, pagando stipendi e medicinali per anni. A ogni viaggio facevamo il punto della situazione e i conti con i medici. Spesso era un rompicapo, ma sempre in un clima molto amichevole e gioioso.

Nelle zone rurali e tra i nomadi, le scuole erano spesso poco più che capanne fatiscenti senza servizi igienici. L’istruzione era riservata soprattutto ai ragazzi. Abbiamo fortemente incoraggiato e finanziato la scolarizzazione delle ragazze. Alcune sono diventate mediche e insegnanti. In vent’anni abbiamo creato o sostenuto finanziariamente circa quindici scuole. L’ultima, a Shechen, è stata costruita secondo criteri antisismici dopo il terremoto di Yushu.

Con l’aiuto di amici locali e del sindaco, nell’arco di quattro anni ho avuto la fortuna di costruire una scuola per 700 bambini, che alla fine ne ha accolti 1.200, provenienti da una ventina di villaggi. Per più di dieci anni ha battuto ogni record: i migliori insegnanti, i migliori studenti, il miglior ambiente… era la “scuola pilota” della regione, in particolare per l’insegnamento del tibetano, con un ciclo scolastico di 12 anni! Siamo ancora in contatto con molti dei nostri ex studenti!

E tu, come sei arrivata a Karuna?

Fin dall’infanzia ero affascinata dal mondo spirituale. Quando, a vent’anni, entrai per la prima volta in contatto con i tibetani alle Hawaii, ebbi una sensazione di grande familiarità. La mia vita era un mosaico di aikido, arazzi, tinture vegetali, geroglifici egizi, ma soprattutto una passione per la salvaguardia delle balene e la protezione dell’oceano. Così mi impegnai rapidamente, entrando nel piccolo gruppo che fondò Greenpeace in Francia. Passai quattro anni sulle barche, tra cui la celebre Rainbow Warrior. Ci trovavamo spesso in situazioni entusiasmanti ma difficili e molto pericolose!

Per il mio trentesimo compleanno, mia madre mi propose di accompagnarla in un breve viaggio in India. Alla fine rimasi sei mesi e incontrai i grandi lama che in seguito sarebbero diventati i miei maestri, tra cui Dilgo Khyentse Rinpoche, accompagnato da Matthieu Ricard. Quando incontrai il Dalai Lama, rimasi completamente abbagliata dalla sua intelligenza e conquistata dal suo carisma gioioso. Eravamo in pochi a quell’epoca, durante quel primo incontro nella sua casa.

Quando gli chiesi: «Cosa è più importante, la pace nel mondo o la pace interiore?», il Dalai Lama rispose: «È più importante che tu segua gli insegnamenti buddhisti per nove mesi all’anno. Avrai più successo nelle tue azioni. Poi troverai l’equilibrio». Così feci. Mi iscrissi ai corsi di tibetano all’INALCO, all’Università Paris-Dauphine, e trascorsi quasi tutto l’anno con i lama in Nepal e in Francia. Matthieu traduceva spesso, e ci rendemmo conto di essere cugini acquisiti! (Era utile poter dire che eravamo cugini, dato che Matthieu è un monaco e quindi celibe: sarebbe stato imbarazzante per lui essere spesso accompagnato da una donna che non fosse un membro della famiglia. Così era più semplice!).

Gli insegnamenti sull’amore altruistico sono stati essenziali: siamo stati impregnati e plasmati dalla bontà e dalla saggezza dei Maestri.

Come vedi, non sono semplicemente “arrivata a Karuna”… ero lì dalla sua concezione fino alla sua nascita, e ora la guardo crescere!

Con la creazione di Karuna, le attività hanno iniziato ad ampliarsi. Cosa facevi in quel periodo? Eri sul campo?

All’inizio nessuno era ufficialmente coinvolto. Eravamo solo amici che si aiutavano a vicenda qua e là, nella clinica, nel monastero, durante i viaggi. Matthieu era in realtà il direttore d’orchestra. Forse ciò che è stato utile è stata la mia capacità di fare da ponte tra i mondi tibetano, nepalese e indiano e gli occidentali. Questo ha permesso di far conoscere le nostre attività e di mantenere le reti di contatto.

Le attività si sono moltiplicate in modo straordinario: cliniche, ponti, costruzione di scuole come le scuole in bambù in Nepal, che per me sono state uno dei progetti più entusiasmanti, perché potevano accogliere da 1.000 a 2.000 bambini con appena 1 euro al mese! Anche lì facevo da collegamento tra sponsor e team. Ho svolto molto lavoro di ricerca sul campo per assicurarmi che i progetti fossero ben concepiti, imparando molto dall’esperienza di altre ONG, dai loro successi e dai loro errori.

In Tibet, all’epoca avevamo visti lunghi, di sei mesi, e io cercavo di essere lì il più possibile. Non esistevano weekend né comfort, si passavano ore su strade pessime, ma era una gioia ritrovare amici che avevano bisogno del nostro aiuto.

Nonostante tutto, siamo riusciti a fare molto bene e ad avere successo. Ero felicissima di poter aiutare al meglio in tutto questo.

C’è un esempio o un aneddoto di un progetto di Karuna che ti ha particolarmente colpita?

C’era questo programma chiamato “Salvare la madre e il bambino”. Matthieu e io ci rendemmo conto, conducendo indagini tra i nomadi, che molte donne morivano durante il parto e molti bambini morivano poco dopo la nascita. Decidemmo di invitare i responsabili dell’associazione One Heart per vedere cosa si potesse fare. Un giorno, senza che io fossi nemmeno presente, decisero che sarei stata la direttrice del progetto.

Senza rendermi davvero conto di ciò che mi aspettava, mi ritrovai a Lhasa per un corso di formazione di tre mesi con donne tibetane, guidato da una straordinaria ginecologa vietnamita. Il corso era pensato per le ostetriche, che poi avrebbero trasmesso queste conoscenze ai villaggi e ai nomadi, secondo un sistema “a cascata”.

Abbiamo realizzato un libretto illustrato, ispirato a quello dell’UNICEF in Africa, con tutte le informazioni tradotte in tibetano, e anche in cinese e inglese. So che questi libretti sono ancora utilizzati oggi! Tutti erano entusiasti, soprattutto i nomadi, che raramente hanno libri tra le mani, e ancor più su un tema così delicato, tenuto segreto come se il parto fosse qualcosa di sporco o vergognoso.

Poiché all’epoca le videocassette VHS erano molto diffuse (tutti avevano un televisore con videoregistratore, anche nelle tende), abbiamo messo in scena e filmato delle scenette teatrali con le ostetriche, che interpretavano situazioni per insegnare le regole base dell’igiene: ad esempio usare una lametta nuova e non un coltello arrugginito per tagliare il cordone ombelicale. Tutto è stato filmato nei tre dialetti tibetani. I libretti e le cassette hanno avuto un enorme successo: ne abbiamo stampate e distribuite migliaia!

Per diversi mesi, nell’arco di sei anni, ho lavorato instancabilmente con un’amica tibetana. Nei mercati compravamo bambole che rappresentavano grandi neonati paffuti che ridevano se scossi: bastava una buca sulla strada perché bambini e nomadi accorressero, incantati da quella vista insolita. Comprammo anche tutto il materiale per le dimostrazioni: centinaia di bambole, tessuti, palloncini (per simulare i polmoni), tubi per mostrare la respirazione bocca a bocca. L’auto era stracolma!

Poi partivamo cantando “Ti auguro tutta la felicità del mondo” verso le alture del Tibet, per dare dimostrazioni nei villaggi o nei campi. Gli spettatori dovevano ripetere davanti a noi, “con le mani”, i gesti: come tenere il bambino accovacciati, asciugarlo, tenere la testa al caldo, allattarlo, ecc. A volte ero accompagnata da monaci per la traduzione. L’argomento era serio, ma ci si divertiva molto!

Distribuivamo tutto: CD, libretti, lamette, medicinali e bambole. Negli eventi più strutturati, riunivamo medici e ostetriche per delle presentazioni e fornivamo loro kit di sensibilizzazione, affinché potessero insegnare nei villaggi con un approccio “a cascata”. Le tecniche dovevano diffondersi il più possibile, perché le persone sono spesso molto isolate tra loro e tutti devono conoscere i gesti giusti.

So che incontravo sistematicamente il responsabile sanitario di ogni prefettura, e riuscimmo a organizzare fine settimana che riunivano più di 100 ostetriche, fino a 300, provenienti da tutta la regione. Conservai i nomi e i numeri di telefono di tutti — e sì, ho ancora oggi quella grande rete.

Dev’essere stato molto difficile…

Sì, soprattutto perché era difficile stimare i benefici: quanti bambini avevamo salvato? Ne sentivo parlare indirettamente: un medico mi diceva «È successo questo, per fortuna avete formato quell’uomo», e così via.

Una volta accadde qualcosa di indimenticabile. Io e il mio traduttore arrivammo in un villaggio al calare della sera e qualcuno venne a cercarci dicendo: «Venite subito, qualcuno sta morendo!». Andammo immediatamente. Trovammo una ragazza molto giovane sdraiata a terra sotto una grande pelle di pecora, in una piccola tenda bianca nel cortile. Era in travaglio da forse più di 20 ore. Sua madre era lì, impotente, e gli uomini erano in casa, lontani da tutto questo.

Chiamai un’amica ginecologa che si trovava in una cittadina a una ventina di chilometri e decidemmo di portarla subito lì. Era notte. Misi la ragazza in auto, insieme al marito (a forza!), e partimmo sulla strada terribilmente dissestata, mentre lei urlava dal dolore. Dovetti fermarmi spesso. Arrivammo alla clinica, la ginecologa intervenne immediatamente e indusse il parto. Il bambino nacque… una bambina, blu e senza vita.

Subito, poiché conoscevamo tutti la tecnica, iniziammo a fare la respirazione bocca a bocca su quelle piccole labbra blu. E poi, all’improvviso, un piccolo lamento… e poi il pianto! Straordinario! La madre strinse la bambina al petto sorridendo, senza fiato; il padre, che stava fumando fuori, entrò di corsa. In quel momento capii che le nostre tecniche di rianimazione funzionavano davvero. Eravamo tutti felicissimi.

Di solito, non potendo vedere l’impatto diretto, mi dicevo: per fortuna diamo loro i libretti, ne abbiamo parlato, abbiamo rotto il silenzio. Tradizionalmente, in quelle regioni, le donne partoriscono in una piccola tenda bianca, senza acqua calda, assistite da una donna della famiglia poco esperta, spesso in cima a una collina perché non si vuole che il sangue sporchi la casa. Così si partorisce tra le mucche, in luoghi pieni di germi.

Grazie a questo programma, credo che abbiamo aperto il dialogo e lo scambio all’interno delle famiglie su un tema tabù ma essenziale come la nascita.

Cosa pensi sia rimasto immutato nello spirito di Karuna dopo 25 anni?

Karuna è una parola molto conosciuta in sanscrito. In Francia, termini come karma o mandala sono ormai comuni, e karuna ha lo stesso status. Conosco ragazze che si chiamano Karuna. In realtà, il concetto di karuna è quello dell’amore. È una forza che attraversa tutta la nostra vita, dalla nascita alla morte. Viviamo immersi nella karuna: nell’amore di nostra madre, della famiglia, degli amici.

Ciò che voglio dire è che questa intenzione di aiutare gli altri è al cuore di tutte le ONG. E per me, ciò che Karuna aveva all’inizio e che ha ancora oggi, il suo DNA, è questo: l’amore, il desiderio di aiutare. È questo che ci muove. E c’è anche un significato ancora più spirituale, legato agli insegnamenti buddhisti, che vede questo amore-karuna come un sogno… Matthieu potrebbe parlarne meglio di me!

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