sabato 8 agosto 2026

Daniel Lumera

Daniel Lumera, biologo naturalista e docente, è riferimento internazionale nell’area delle scienze del benessere e della meditazione. È autore di numerosi bestseller, tra cui "Ventuno giorni per rinascere" (2018) scritto con Franco Berrino e David Mariani, "Biologia della gentilezza" (2020) scritto con la scienziata di Harvard Immaculata De Vivo e "28 respiri per cambiare vita" (2023). 

Ideatore del metodo My Life Design® e fondatore dell'omonima Organizzazione di Volontariato, ha dato vita a iniziative dal forte impatto sociale. 
Nel 2024 fonda il Lumera Institute, uno spazio di ricerca e consapevolezza che abbraccia i progetti nati negli ultimi dieci anni, come Il Filo d'Oro, la My Life Design Academy, l'associazione La Lumera O.d.V., il Centro L'Incontro e l'International Kindness Movement, con l’obiettivo di diffondere un nuovo paradigma di benessere e trasformazione personale, relazionale e collettiva a livello globale.

E' il fondatore dell'Accademia Dhyana i niseme a Luca Demian Gonzatto.  L’Accademia nasce nel 2022 all'interno di "Percorsi My Life Design" con un proposito chiaro: formare professionisti capaci di portare consapevolezza nelle relazioni, nei sistemi e nella società, attraverso metodi fondati, applicabili e di reale impatto.
Non si tratta soltanto di apprendere tecniche, ma di assimilare uno stile di vita e un sistema di valori fondati su responsabilità, disciplina e coerenza.

Link:  https://mylifedesign.com/      https://mylifedesign.com/accademia-dhyana-meditazione-respirazione-daniel-lumera/           https://mylifedesign.com/accademia-dhyana-meditazione-respirazione-daniel-lumera/

Antonio Olivieri: trent'anni di Yoga tra tradizione, cura e impegno sociale

Antonio Olivieri si avvicina allo Yoga alla fine degli anni Ottanta per risolvere alcuni problemi fisici. Da quella spinta pratica nasce una passione che lo porta a studiare in India e nel resto del mondo, e dal 1994 a insegnare.    https://www.ayvi.it/biografia-antonio-olivieri/   Centro Studi Yoga Viniyogah di Roma  https://www.ayvi.it/


La svolta arriva nel 1995, con l'incontro con Chandra Klee, allieva diretta di TKV Desikachar. Da allora la sua pratica segue la linea del Viniyoga, la tradizione che discende da Krishnamacharya e dal figlio Desikachar. Nel 2000 inizia un lungo percorso di formazione per insegnanti, specializzato nello Yoga individuale e terapeutico (Cikitsa), sempre sotto la guida di Klee.

Tra le tappe principali ci sono il corso intensivo del 2006 a casa di Desikachar e l'abilitazione alla formazione di nuovi insegnanti, concessa dallo stesso maestro in Austria nel 2007. Seguono un tirocinio nel 2013 al Krishnamacharya Yoga Mandiram di Chennai, dove osserva il metodo terapeutico applicato ai pazienti, e nel 2014 un corso biennale di Canto Vedico.

Parallelamente alla formazione, Olivieri porta lo Yoga in luoghi di fragilità e in contesti di cura e di disagio sociale:
  • scuole primarie e superiori, tra il 1999 e il 2008;
  • il reparto dialisi del Policlinico Tor Vergata di Roma, con un progetto annuale nel 2014/2015;
  • il corso di laurea in Infermieristica della Sapienza (sede di Bracciano), tra il 2016 e il 2019, con un intervento sullo Yoga come supporto alla terapia del dolore;
  • l'amministrazione penitenziaria, dal 2020 al 2023, con corsi di gestione dello stress e di resilienza per gli operatori e un progetto con un gruppo di detenuti.
Oggi Olivieri dirige a Roma il Centro Studi Yoga Viniyogah, nato nel 2002. Insegna a livello individuale e di gruppo, anche in inglese e spagnolo, e segue la scuola di formazione interna. Il Centro propone uno Yoga classico accessibile a tutti, affiancato da counseling relazionale, Costellazioni Familiari Sistemiche, Canto Vedico e corsi di gestione dello stress attraverso il movimento psicocorporeo.

Alla base c'è una convinzione: la vera essenza dello Yoga si trasmette ancora oggi solo restando legati a una tradizione e ai suoi maestri, tenendo viva la pratica e lo studio.  

Olivieri è educatore socio-pedagogico (laurea in Scienze dell'Educazione e Formazione) e insegnante riconosciuto Yoga Alliance E-RYT500. È formatore di insegnanti riconosciuto da Desikachar e Klee, terapista riconosciuto da un'associazione internazionale di yoga therapy, facilitatore di Costellazioni Familiari e operatore di massaggio Nuad Thai, formato a Bangkok nel 1995. È inoltre iscritto all'albo CONI e socio, ed ex coordinatore regionale, dell'associazione nazionale insegnanti di Yoga.

Jung - Il sacro e l'anima - Giovanni Rocci

L'autore Giovanni Rocci presenta in questo testo la dimensione religiosa e la "psicologia analitica" di Carl Gustave Jung  (1875-1961) 

Nell'orazione funebre il reverendo W. Meyer celebrò lo Jung profeta che aveva fermato la tracotante avanzata del razionalismo e aveva restituito all'uomo la consapevolezza ed il coraggio della propria anima.    

Premessa.   La "psicologia analitica" è un trasformare l'anima per metterla in grado di cogliere quella totalità di Senso che rischia in ogni momento di essere straniera all'uomo, e più che mai oggi nell'età della tecnica. 
Il cammino che conduce al Senso è una via che pone l'uomo al di là del confine razionale dell'Io...  E' un confronto con il Sacro.

Ebbene, la morte è una meta - il fine al quale guardiamo e per il quale lavoriamo. 
Le religioni, le grandi religioni, sono sistemi volti a preparare la seconda metà della vita per il fine, la meta, propri di questa seconda parte dell'esistenza.

Il recupero del senso religioso dell'esistenza è la finalità e la conseguenza della psicoterapia   junghiana.

Capitolo 1  -  Il Sacro e i fondamenti del pensiero junghiano.

Nel 1913 Jung propone il termine psicologia analitica. 
L'idea freudiana (scuola di Vienna) della libido è una manifestazione psichica della pulsione sessuale, come energia di tale pulsione, il cui carattere è sempre somato-psichico. L'idea junghiana (la scuola di Zurigo) della libido è intesa come energia psichica in generale, come il bergsoniano "slancio vitale". 
E' impossibile definire univocamente in senso sessuale la valenza energetica della libido, che deve essere intesa come una vera e propria "funzione di realtà", nella sua dimensione soggettiva di aspirazione e desiderio. 

Per Jung non è importante quale tipo di energia istintuale sia all'origine del sogno, ma quali forme simboliche essa abbia assunto nella psiche [..]  la facciata del sogno è diretta espressione dell'inconscio. 

Quando Freud dichiarò pubblicamente che psicoanalisi e teoria sessuale sono indissolubilmente unite, Jung fu costretto a battere un'altra strada ... 

La psicoanalisi è una scienza dello spirito.

Per Jung è reale ciò che viene vissuto dalla psiche, e non solo ciò che è empiricamente attestabile e sperimentabile. 
Per Jung la dominante che caratterizza la psiche è sempre di natura filosofica-religiosa, come è evidenziato da ogni momento critico della vita, ed analista e paziente debbono ricercare insieme idee filosofiche-religiose in corrispondenza con gli stati emotivi del paziente, e queste idee si presentano in forma archetipica, appena sbocciate da quel suolo materno da cui sono scaturiti in origine tutti i sistemi filosofici e religiosi. 
Le idee religiose e filosofiche provengono dalla vita stessa, pur se mediate da un diverso quantum di coscienza, e a loro fondamento c'è l'istinto, perchè il pensiero nasce dal mondo fisiologico-istintuale.
I contenuti della religione e il senso del Sacro sono degli istinti che, se non vengono riconosciuti, ricadono nell'inconscio senza perdere la loro efficacia, finendo col produrre così un turbamento nell'equilibrio.

La psicologia analitica torna alle radici profonde della sua dimensione immaginale, elaborando una visione del mondo che, fondata sulla conoscenza degli strati profondi della psiche, è insieme un cammino di individuazione e di maturazione.
La psicologia analitica, come filosofia, è una risposta agli enigmi che la vita pone, ma una risposta basata sulle strutture profonde della psiche e che mette totalmente in gioco l'esistenza stessa di colui che risponde. 

Dal testo Ricordi, sogni, riflessioni:
"la mia vita è la storia di un'autorealizzazione dell'inconscio. Tutto ciò che si trova nel profondo tende a manifestarsi al di fuori, e la personalità, a sua volta, desidera evolversi oltre i suoi fattori inconsci, che la condizionano, e sperimentare se stessa come totalità. 
Che cosa noi siamo per la nostra visione interiore, e che cosa l'uomo sembra essere sub specie aeternitatis, può essere espresso solo con un mito. 
Il mito è più individuale, rappresenta la vita con più precisione della scienza. [...]
La vita mi ha sempre fatto pensare ad una pianta che vive nel suo rizoma, la sua vera vita è invisibile, nascosta nel rizoma, ciò che appare alla superfice della terra dura solo un'estate, e poi appassisce, apparizione effimera.   [...]  Io non ho mai perduto il senso che qualcosa vive e dura oltre questo eterno fluire. Quello che noi vediamo è il fiore, ma il rizoma perdura. 
In fondo, le sole vicende della mia vita che mi sembrano degne di essere riferite sono quelle nelle quali il mondo imperituro ha fatto irruzione in questo mondo transeunte. Ecco perchè parlo principalmente di esperienze interiori, nelle quali comprendo i miei sogni e le mie immaginazioni".

Questa è la religiosità di Jung; un al di là del Senso, che traduce nel divenire e morire delle forme dell'esistenza. 

Tre punti indispensabili per comprendere la visione del mondo dello psicologo zurighese: il concetto di inconscio collettivo, di simbolo e di archtipo. 
L'inconscio è costituito da tutti i contenuti sublimali rispetto alla coscienza, contenuti dimenticati, inintenzionali, rimossi: questo Jung lo chiama "inconscio personale". 
Ben più ampia e più importante è quella zona dell'inconscio più profonda e vasta, denominata da Jung "inconscio collettivo", ove sono le qualità ereditate, gli istinti, in quanto impulsi a compiere azioni senza una motivazione conscia e per necessità, e gli archetipi. 
Non è possibile delimitare con un confine netto le zone dell'inconscio e della coscienza, ma vi è una continua gradazione, una sedimentazione di strati storici che continuano a vivere e agire in ciascun essere umano. 
Jung riconosce che l'inconscio non è direttamente esplorabile, appunto perchè "in-conscio" ed ogni sua espressione è sempre conosciuta come si rivela alla coscienza e viene da essa mediata. Si può allora solo supporre che i prodotti consci siano scaturiti dall'inconscio. 

L'inconscio ha due significati:
- da una parte è la sorgente profonda di eventi psichici e che la sola coscienza non riesce a spiegare.
- dall'altra l'inconscio è quella trascendentale totalità di Senso che è entro e dietro l'individualità come parte, e può essere inteso come l'illimitato e l'infinito  [...] l'inconscio, nella sua profondità, è dunque il numinoso, al di là di ogni possibile definizione e se anche personificato, come demone o Dio, rimane sempre oltre il limite della coscienza, sulla quale se ne possono cogliere soltanto gli effetti.  
 Jung scrive: "è lo sfondo impenetrabilmente oscuro del fenomeno della coscienza". 
L'archetipo è sempre una struttura, è il solco mnestico impresso dalla ripetizione dei rapporti ambientali, attraverso i millenni delle origini, nella costituzione psicobiologica dell'essere umano, appartiene agli strati arcaici della psiche ed è espressione del rapporto tra gli archetipi e le esperienze primordiali della coscienza. 
Jung: " Non sono io che vivo, ma è la vita che vive in me. L'illusione della supremazia della coscienza ci fa dire: io vivo.  Ma non appena quest'illusione venga infranta dal riconoscimento dell'inconscio, quest'ultimo apparirà allora come qualcosa di oggettivo in cui è contenuto l'Io".

Così la vera psiche è l'inconscio, mentre la coscienza dell'Io può essere considerata soltanto come un epifenomeno temporaneo, perchè l'inconscio collettivo è la poderosa massa ereditaria spirituale dello sviluppo umano che rinasce in ogni struttura cerebrale individuale. La coscienza invece è un fenomeno effimero, che serve agli adattamenti e orientamenti momentanei.
Le immagini che nascono dal rapporto tra l'esperienza psichica e quella fisica formano il sostrato arcaico della psiche.
La vita immaginale della psiche è regolata da questo rapporto di adattamento-assimilazione, per cui noi non abbiamo mai a che fare con le persone o le cose come sono in se stesse, realisticamente intese, ma con le nostre immagini interne. 

pag. 19.   L'intera vita di Jung è percorsa da una dimensione religiosa che la trasvaluta e la apre al piano della trascendenza.
Ogni teoria scientifica è necessariamente astratta ed esclusivamente razionale, mentre il dogma esprime attraverso un'immagine un complesso irrazionale
[...]  Il dogma è l'espressione dell'anima, ben più perfetta di quanto possa esserlo una teoria scientifica, poichè quest'ultima può esprimere soltanto la coscienza.
Inoltre una teoria non può che rappresentare una cosa viva per mezzo di concetti astratti. iL dogma invece ben esprime il processo vivo dell'inconscio nella forma del dramma del peccato, del pentimento, del sacrificio e della redenzione. 

Alcuni episodi della sua vita mostrano l'irruzione di una forza numinosa profonda, anche se non propriamente religiosa. 
All'età di 4 anni c'è l'incontro con la religione cattolica, il padre era un pastore protestante, 
nei suoi sogni associava Gesù a un divoratore di uomini che siedeva su un trono in una grotta sotterranea.  
Jung "Segretamente nutrivo dubbi sull'amore e la bontà di Gesù.
Questa sensazione di ostilità e paura verso il cattolicesimo continuò a lungo - [..]
Solo quando ebbi varcata la trentina - mi riuscì di considerare Mater Ecclesia senza questo senso di oppressione".

A dieci anni si costruisce un piccolo manichino, lo nasconde su di una trave affidandogli in custodia dei rotolini di carta su cui aveva scritto con un alfabeto segreto le sue sensazioni.
Era il suo doppio, il suo "Ka" che custodiva i suoi segreti e lo proteggeva. 
Jung si accorgerà che tutto ciò non era una semplice fantasia infantile, ma il presentarsi, a sua insaputa completa, di una costellazione archetipa operante nella preistoria. 

Capitolo 2  -   La formazione del pensiero religioso junghiano

Pag. 39      Verso gli undici anni cominciò ad interessarsi dell'idea di Dio.
Verso i dodici anni ha un sentimento di sdoppiamento della personalità: da una parte è lo scolaretto del suo tempo, insicuro, dall'altra un'anziana e importante personalità dle XVIII secolo:   "ero due persone diverse", egli scrive, "e in effetti vivevo contemporaneamente in due epoche". 
Questo sdoppiamento indica con chiarezza l'urgere della dimensione inconscia fin dall'infanzia di Jung e il presentarsi di quei vissuti che formano le radici stesse della sua posizione teorica.
La seconda personalità è "lontana dal mondo umano, vicina alla natura, alla terra, al sole e alla lunga a tutte le creature viventi, e vicina soprattuto alla notte, a tutto ciò che Dio produceva in lei direttamente. "   E' questa personalità n. 2 che vive autenticamente il rapporto con il divino.

Ciò portava sempre più il giovanissimo Jung a sentire Dio in un rapporto personale segreto e intimo, e contemporaneamente ad allontanarsi sempre di più dalla chiesa istituzionale. 
A ottantatre anni, è vivamente presente in lui il senso della terribilità di Dio, il Dio del Vecchio Testamento e del Libro di Giobbe, la cui onnipotenza è capace di piegare la volontà degli uomini, indifesi di fronte a Lui.
Insieme a ciò però nasce anche il senso di un destino risolutore dell'antinomia tragica tra volontà divina e libertà umana.
"Fin da principio avvertii la presenza del destino, come se la vita fosse un compito da assolvere assegnatomi dal fato: ciò mi dava un intimo senso di sicurezza, che sebbene non potessi mai trovarne ragione in me stesso, mi s'imponeva da sé. [...]
Capii che Dio era , almeno per me, una delle esperienze più sicure e immediate".

Il senso religioso della vita e del mondo conduce appunto all'accettazione del destino e al riconoscimento, contro il sogno prometeico dell'uomo moderno e la sua hybris che l'uomo è solo parte e non è il Tutto. 

Pag. 45    Jung incontra Freud nel 1907
La psiche ha voluto mostrare uno spaccato delle sue dimensioni, la sua stratigrafia, per cui si passa dal salotto-coscienza all'inconscio che, tanto più si scende in basso, diviene oscuro e estraneo.
Infatti, abbiamo visto che il parlare di coscienza e inconscio come di due distinti topoi, dia luogo a difficoltà di ordine concettuale, in primo luogo l'impossibilità di definirne il confine. 
Ogni prodotto della psiche ha sempre una forma, un'espressione, che nasce dalla coscienza storica ed è storicamente individuabile e situabile, ma ha anche un Senso, che è al di là di ogni tempo, che è immanente alla forma ma insieme infinitamente la supera. 

Questo abisso del Senso, che non può mai essere esaurito dalla ratio e dalla dimensione logico-discorsiva, è ciò che può essere detto inconscio, non come un luogo della psiche, ma come il profondo stesso, come l'arcaico che si perde filogeneticamente nell'origine del tempo e ontogeneticamente nei processi psicoidi del simpatico e del parasimpatico. Per cui ciò che si indica con i termini di coscienza e inconscio - è solo la diversa posizione nella tettonica della psiche [...]
Leggendo Simbolismo e mitologia dei popoli antichi  di F. Creuzer, Jung individua per la prima volta l'unità di mito, religione e inconscio che riporterà nella sua grande opera del 1912 Trasformazioni e simboli della libido. 
Il cristianesimo è per lui una religione fondamentale, anzi il più alto grado raggiunto dalla coscienza in campo religioso.
A questo punto si stringe in Jung un plesso ermeneutico di simbolo, mito e sogno, che egli manterrà per tutta la vita e che lo metterà a confronto con l'inconscio, dando luogo a particolari fenomeni di irruzioni archetipe.

Pag. 50    Altro momento importante per la formulazione del Sacro nel pensiero di Jung è la comprensione che, intorno al 1920, ha del mandala. 
Il testo paarla della Teoria e pratica del mandala di Giuseppe Tucci - Roma 1969.

Il Sè è la struttura della totalità che esiste già da tempo immemorabile, ma è sepolta nei più intimi recessi dell'inconscio e che può essere raggiunta attraverso la massima ampiezza di coscienza possibile mediante la massima autoconoscenza possible.
"Sapevo che nel trovare il mandala come un'espressione del Sè avevo raggiunto ciò che per me era il vertice."

Alla fine degli anni venti in confronto di Jung con il proprio inconscio era sostanzialmente compiuto
Nel 1926 Jung incontra l'alchimia, uno degli assi portanti della pensiero junghiano. 

Nel suo viaggio in Africa trova il significato della coscienza: "Soltanto io, l'uomo, con un invisibile atto di creazione, ho dato al mondo il compimento, l'esistenza obiettiva. [...]  avevo cercato quale fosse il nostro mito. Adesso sapevo quale era, e sapevo anche di più: che l'uomo è indispensabile al concepimento della creazione, anzi egli è addirittura  il secondo creatore del mondo, colui che solo ha dato al mondo un'esistenza obiettiva... [...]
La coscienza umana ha creato l'esistenza obiettiva e il significato, e così l'uomo ha trovato il suo posto indispensabile nel grande processo dell'essere".

Pag. 60  Nel suo viaggio in India, nel 1938, Jung evita di incontrare i guru, i maestri, "perche dovevo elaborare la mia verità, e non accettare da altri ciò che non avrei potuto raggiungere con le mie forze."
La verità non è una moneta che può passare inalterata per molte mani, ma una costruzione personale che è radicata nell'individuo e nella storia della spiritualità e della cultura cui egli appartiene, nessuno può ricevere qualcosa già formato dagli altri, ma deve crearselo da solo secondo le modalità e le capacità del proprio spirito. 
Uno dei punti fermi dell'esegesi junghiana del pensiero orientale sarà che questo, pur nella sua grandezza non può essere, sic et simpliciter assimilato dall'europeo: l'individuo, nel suo fondamento psicologico, non è uno sradicato - anche se la civiltà contemporanea tende a farlo essere tale - ma trae la sua linfa dalle profondità dell'ambiente storico-culturale in cui è nato.

Un punto della spiritualità dell'India che lo colpì, fu il problema del male. Jung vede che il bene e il male sono compresi nella natura, ed hanno il loro senso nell'essere  differenze di grado di una stessa realtà.
Il cristiano lotta per il bene e soccombe al male; l'indiano si sente al di fuori del bene e del male e realizza tale condizione con la meditazione e lo yoga. 
Con la conseguenza di una certa indifferenza: non crede più seriamente né al bene né al male.

Jung comprende la vita del Buddha come la realtà del Sé, che tende a una vita personale e la esige totalmente. Per Buddha il Sé sta al di sopra di tutti gli dei, rappresenta l'essenza stessa dell'esistenza umana e del mondo in generale".

L'illuminato ha capito che è la coscienza umana a dar valore al mondo e che se questa si spegne, anche il mondo cade nel nulla: il nirvana. 
Qui è la differenza col Cristo, anch'egli personificazione del Sé.
Cristo riconosce il valore positivo della sofferenza, ed è quindi più umano di Buddha che rifiutò insieme alla sofferenza anche la gioia, staccandosi con ciò dall'umanità che è fatta di sentimenti e di emozioni.
La vera liberazione scaturisce soltanto dal vivere nella propria carne e nel proprio sangue ciò in cui si crede e nel fare del senso sempre nuovamente riscoperto della propria fede il filo conduttore della propria anima.  Jung è stato sempre critico verso la massificazione degli individui nel mondo contemporaneo.
Che fai in India?  E' il monito che Jung rivolge agli occidentali che cercano il mondo orientale come evasione dalle responsabilità storiche e culturali del loro tempo.
Il mondo psichico di Jung è un mondo particolare, luogo di fenomeni che oggi si direbbero paranormali, dai sogni premonitori a visioni. 
Proprio questi particolari fenomeni ove lo spazio e il tempo vengono annullati danno ulteriore certezza di universi possibili oltre la nostra tridimensionalità. e il mondo sensibile dà a Jung l'impressione di essere solo un'illusoria prigione. 

Pag. 62   A Calcutta ricevette la terza laurea ad honorem - viene ricoverato in un ospedale.
Pag. 63  "Ho l'impressione che questa vita sia solo un frammento dell'esistenza, che si svolge in un universo tridimensionale, disposto a tale scopo...
 "Rifuggiamo dalla parola eterno, ma posso descrivere la mia esperienza solo come la beatitudine di una condizione non-temporale, nella quale presente, passato e futuro sono una sola cosa.
[...] Un tutto indescrivibile, una trama della quale si è parte, eppure siamo in grado di percepire il tutto con assoluta obiettività."
Questa prospettiva visionaria che apre all'autore una diversa dimensione, ove i concetti di tempo, spazio, Io, mondo si relativizzano e alla fine scompaiono, lo condurrà più tardi ad intendere l'intera realtà come l'espressione del Sé, ma sin da allora lo porterà a comprendere l'esistenza come l'attuarsi di un destino superiore. 

"Fu dopo la malattia cha capii quanto sia importante dir si al proprio destino. In tal modo forgiamo un Io che non si spezza quando accadono cose incomprensibili; un Io che regge, che sopporta la verità, e che è capace di far fronte al mondo e al destino. 
I motivi della morte e dell'immortalità serpeggiamo ovunque nelle opere di Jung.

"Gli uomini ormai si identificano quasi esclusivamente con la loro coscienza e credono che tutto il loro mondo psichico sia un loro prodotto individuale, dimenticando che l'esigenza profonda dello psichico è il mytholo-ghein, il raccontar miti, cioè esprimere quelle figure eterne e sovrumane, immagini primordiali e archetipi del divino costituenti la fonte primeva del Sacro e della religiosità.
I fenomeni parapsicologici, alla cui esistenza Jung credeva, non forniscono una prova certa e sicura della vita ultraterrena perchè possono essere proiezioni di una conoscenza che potrebbe esistere nell'inconscio, la stessa che produce le visioni, i sogni, le espressioni psicopatologiche - per cui nulla ci può dare certezza razionale nella continuità della vita oltre la morte, ma la cosa fondamentale è che coloro che hanno questa fede vivono più ragionevolmente, si sentono meglio, stanno in pace più facilmente. 
L'immortalità è un antichissimo archetipo che l'umanità ha ereditato fin dal suo apparire sulla terra, ciò significa che è qualcosa in accordo con lo scorrere della vita e con le tendenze della psiche.

Jung crede che la possibilità della conoscenza possa attuarsi solo sulla terra, cioé tramite l'opera della coscienza, che agisce sempre attraverso la separazione e il contrasto degli opposti. 
Jung ha sempre il fortissimo senso della precarietà dell'Io e della coscienza - questa piccola ma indispensabile luce - che sorgono sulla base di un fondamento impersonale, di una totalità di Senso che è essa il vero soggetto, di fronte a cui noi siamo la Parte che non può mai comprendere il Tutto.
La sua certezza della continuità della vita oltre la morte,   [...]  a seconda del livello dello svilupo spirituale, l'anima non prova più il desiderio di reincarnarsi: in tal caso l'anima si dileguerebbe dal mondo tridimensionale e raggiungerebbe ciò che i buddhisti chiamano il nirvana. 

Pag. 77  Le accuse  di ateismo rivolte a Jung sono da questi respinte perchè dire che Dio è un archetipo significa dargli il massimo della realtà possibile ad esseri umani cui non è dato superare la dimensione della loro psiche.
Il Sè è l'imago Dei, il vaso della grazia divina, non può essere messo al posto di Dio, ma è l'unica rappresentazione possibile, per la psiche, di quell'entità inconscia e sconosciuta che chiamiamo Dio.

Capitolo III  pag. 83   La tematica religiosa del pensiero junghiano

E' questa unità e identità tra l'Uno e il Tutto - che vive nel Sè junghiano ed è invece infranta nel dualismo della gnosi, ove il molteplice non è nell'Uno, ma cade e si allontana dall'Uno perdendolo, per riguadagnarlo solo attraverso l'intervento di un sotèr. 
L'unità junghiana del Sé è contro ogni dualismo. 
Si esprime il fondamentale problema filosofico del rapporto tra l'Uno e i molti e come dall'Uno possa scaturire la dualità. Infatti dal punto di vista filosofico, il problema centrale del pensiero junghiano è il sorgere della coscienza dall'inconscio, della differenziazione dall'indifferenziato, del molteplice dall'Uno.

Pag. 99     Le religioni con cui Jung si è confrontato sono il buddhismo e l'induismo.
Per Jung ogni dottrina e ogni fede non sono astratta speculazione, ma una via individuationis che passa attraverso la vita ed è la vita stessa, il suo primo monito all'uomo occidentale è quello di non imitare esteriormente l'Oriente e non prendere alla lettera le pratiche dello yoga, scimmiottandole miseramente. 
E in questo modo abbandona l'unico terreno sicuro dello spirito occidentale, perdendosi nella nebbia di termini e concetti che non sarebbero mai scaturiti da cervelli europei, né possono eservi mai instillati con profitto.
Il rinnegare le nostre peculiari premesse storiche sarebbe pura follia e il miglior modo per un ulteriore sradicamento, perchè è solo restando saldamente ancorati al nostro terreno che possiamo assimilare lo spirito dell'Oriente. 

Accusato di razzismo.
Diversità non vuol dire superiorità o inferiorità - questo è razzismo! - ma riconoscimento della relatività culturale e psicologica con la possibilità di integrazione di ciò che può essere integrato senza stravolgimenti dell'identità psichica. 
Pag. 101       Come Cristo, Buddha è una personificazione del Sé, entrambi sono per un superamento del mondo, ma Buddha con una visione razionale, agendo secondo conoscenza, Cristo come destinata vittima sacrificale: "Gesù, Mani, Buddha, Lao Tze sono per me i quattro pilastri del tempio dello spirito".
Per l'occidentale è impensabile la consapevolezza senza un Io, l'orientale intende invece proprio una coscienza senza Io, capace di trascendere lo stato di Io, tanto che per lui il concetto di spirito si avvicina a ciò che l'occidentale intende per inconscio, come un Io depotenziato e decentrato, fino alla sua dissoluzione negli stati più alti dell'illuminazione. 

"Io desidero permanere in uno stato di viva contemplazione della natura e delle immagini psichiche, non voglio essere liberato dagli uomini, né da me stesso, né dalla natura: perchè tutte queste cose mi sembrano indescrivibili meraviglie".   E' l'amore vivo che Jung porta alla terra e alla vita, con le loro atrocità terribili, ma anche con il loro crescere allo spirito e alla coscienza, ad allontanarlo dall'India.
Jung ha sempre pensato che la vita individuale e cosmica fosse percorsa da un intimo senso interiore che la indirizzasse verso una metà ignota all'uomo, o che l'uomo può solo concepire come un di più di coscienza. 
"La mia vita è la storia di una autorealizzazione dell'inconscio : il Senso profondo viene appunto da una totalità di Senso che può essere chiamata inconscio o Dio secondo la prospettiva da cui la si guarda, ma è comunque un principio superiore alla coscienza individuale e agli empirici fenomeni organici". 

Pag. 116   " La totalità che trascende la coscienza è stata da me designata con il termine Sé". 
L'individuazione non è uno sviluppo uniforme e rettilineo, ma un andare attorno al centro, al Sé che è il vero centro generatore della personalità e di ogni realtà. 
Il naturale luogo di contenimento del centro è il cerchio (mandala in sanscrito), produzione spontanea della fantasia in cui gli opposti si integrano, e che si manifesta autonomamente in sogni e visioni al di là della volontà del soggetto.
Il mandala è un simbolo individuativo che esprime l'esigenza della totalità, del Sé, è un simbolo d'ordine che trasforma il caos in cosmo, esorcizza e mantiene al di fuori le potenze del negativo. Il mandala rappresenta la totalità simbolica dlel'universo  [...]  è insieme un simbolo del Sé e un'imago Dei.
Le definizioni che indicano la totalità come fondamento (abisso, Dio, totalità di Senso) si riassumono in quella di Uno, nell'antica definizione parmenidea e platonica che è alla base dell'ontologia dell'Occidente - ma il discorso si potrebbe estendere all'Oriente, ai concetti di Brahman, Tao, Vuoto ...

Pag. 123
Del Sè si può parlare solo per quello che concerne la sua dimensione psicologica, della sua dimensione archetipica, sull'Uno non può essere detto nulla.
Parlando dell'Uno in termini psicologici, esso non può che essere l'inconscio, mediatore comune tra gli uomini, ente psichico comune a tutti, dimensione arcaica di ogni definibilità, abisso di Senso, solo in rapporto al quale la coscienza singola acquista la sua profondità di senso.
L'Uno non è un numero, ma è il fondamento unitario del tutto, da cui scaturisce il Due, che è il primo vero numero, perchè contiene in sè il fondamento della separazione e dell'accrescimento, col Due accanto all'Uno appare l'Altro. E' con il Due che nasce l'alterità, l'opposizione e l'estraneità. 
L'Uno non vuole sciogliere l'Altro parchè altrimente perderebbe il suo carattere e l'Altro si stacca dall'Uno per esistere. 
La Totalità di Senso, il significato come Sacro, è eternamente oltre, forse è coglibile con l'estasi mistica, ma non con la coscienza e la parola, come esprime perfettamente l'inizio del Tao Te  Ching: Il Tao che può essere detto non è l'eterno Tao.

Con la coscienza, la divisione, la distinzione, la dicotomizzazione ha inizio il mondo profano, ma l'Uno, inattingibile ai figli del molteplice, ne è il fondamento sacro, comunque esso si chiami, Dio o abisso e l'atteggiamento religioso cerca di coglierne le luci fra i frammenti del profano.

Nel commento al libro tibetano dei morti Jung dice: "l'inconscio è la radice di tutta l'esperienza dell'unità, è la matrice di tutte le forme archetipiche o strutturali e la conditio sine qua non del mondo fenomenico". 
Si pone la domanda chiave di ogni ontologia: perché l'Uno dovrebbe apparire come i Molti, quando l'ultima realtà è un Tutt'Uno? Quale è la causa del molteplice o dell'illusione del molteplice? Se l'Uno trova piacere in sé, perché dovrebbe specchiarsi nei molti?
Sono domande senza risposta.
Psicologicamente è esatto dire che si raggiunge il diventare Uno al momento in cui ci si ritrae dal mondo della coscienza.
Pur se dobbiamo riconoscere che la psiche non ha fondamento, è a-byssos, letteralmente il senza fondo, l'aldilà da cui promana il richiamo del Sacro, è il mistero ontologico, mentre la differenziazione soggetto-oggetto è prodotta dall'autocoscienza, estrema punta dell'iceberg della coscienza, soprannuotante al grande oceano dell'inconscio.

Dal saggio del 1935 Il significato della psicologia per i tempi moderni:  "l'incontro interiore con una forza estranea rappresenta un'esperienza alla quale danno il nome di Dio [...]  Nomi e parole sono poveri involucri [...] ma comunque si voglia designare ciò che sta in fondo alla psiche, certo è che esso esercita un'influenza inaudita sull'essere e sulla natura della coscienza e tanto maggiore è tale influenza quanto meno ne siamo coscienti.
Pag. 126     L'individuazione non ha mero valore individuale-psicologico di equilibrio e integrazione tra conscio e inconscio, ma valore ontologico di ritorno all'Uno, perchè l'individuazione significa ritornare esplicitamente all'Uno che originariamente eravamo.  Come dice lo Zen: "mostrami il tuo volto originario".

L'espressione psicologica dell'Uno è il Sé che come l'atman indiano, è Io e non Io, soggettivo e oggettivo, individuale e collettivo.
Il Sè è una totalità esprimente il centro della personalità che non coincide con l'Io e di cui l'Io è solo un piccolo frammento, e come coincidentia oppositorum si identifica con l'imago Dei che è nell'anima: "Psicologicamente i due termini sono strettamente collegati: il che non significa che io creda che Dio é il Sé o che il Sè sia Dio. Affermo semplicemente che tra di essi esiste una relazione psicologica".

Nel 1955 Jung dice al giornalista F. Sands: "Tutto ciò che ho appreso nella vita mi ha portato passo per passo alla convinzione incrollabile dell'esistenza di Dio. Io credo soltanto in ciò che so per esperienza. Questo mette fuori campo la fede. Dunque io non credo all'esistenza di Dio per fede: io so che Dio esiste".
Poichè, essendo noi psiche, non possiamo parlare di una realtà fuori della psiche medesima, la realtà psichica diventa la realtà dell'essere. 
Psiche ed essere sono la stessa cosa, altro non è pensabile. 

Pag. 128    Tornando al problema del Sè e del suo rapporto con l'Uno e con Dio, è da dire che esso è totalità della psiche conscia e inconscia, ma  la totalità necessariamente trascende la coscienza, il Sé. E' quindi un puro e semplice concetto-limite, pressappoco come la cosa in sé di Kant.
Alcuni junghiani vogliono vedere il Sé, come la semplice completezza dello sviluppo individuativo - diventa ciò che sei!  - questo è certamente vero, ma non si può scotomizzare l'aspetto ontologico del Sé, il suo aspetto unversale ed eterno. 

L'immagine della meta è l'archetipo, un tipo esistente a priori [...], il quale è inerente all'inconscio collettivo, e sottratto al divenire e alla morte individuali.
"L'archetipo è sempre una specie di dramma condensato. Incomincia in un certo modo, prosegue con un certo tipo di complicazioni, infine trova il suo scioglimento. [...] Il finale è già anticipato nell'inizio.
Sapendo che una persona è posseduta da un archetipo, possiamo indovinare e persino pronosticare determinati sviluppi. 

Pag. 131      Se le immagini che il Sé vive sono le immagini archetipiche, che segnano il suo cammino e la sua storia e che sono percepibili dalla coscienza in maniera   simbolica, allora i simboli della totalità saranno i simboli del Sé, inconoscibile, è quello che si identifica con l'abisso, con l'Uno. ma solo attraverso la molteplicità delle forme spazio-tenporali, mediante il farsi altro da sé, esso perviene alla realizzazione di sé.

La modalità di comparizione del Sé alla coscienza costituiscono quello che JUng chiama il Sé empirico.
In questo senso Jung parla anche del Sé individuale, come quella totalità della struttura psichica di cui l'Io è parte, come quella totalità di conscio e inconscio che è anche frammento di una forma di decoro psichico che esiste in vario grado dovunque e in tutti gli esseri viventi e che in ogni essere si ripresenta come qualcosa di innato.
Quindi ci sono due modalità del Sé: quello empirico-individuale e quello indeterminato-universale; due modalità secondo la prospettiva da cui si guarda, ma un'unica realtà.
Dio è piuttosto assimilabile all'Uno che non al Sé, il Sé non sta al posto di Dio, ma è il vaso della grazia divina, esso non è un Dio immanente, ma la totalità psichica, una totalità di ordine superiore.
Il Sé come totalità è il vero fondamento psicologico della rappresentazione di Dio. Dio se ne serve come veicolo. 

Dio e inconscio sono per Jung, due concetti limite per contenuti trascendentali, e l'immagine di Dio non coincide con l'inconscio nel suo complesso, ma con un particolare contenuto di questo, vale a dire con l'archetipo del Sé. 
Solo nei grandi mistici Dio e Sé coincidono. perché la forza generatrice non sembra più procedere da Dio, ma è Dio che è generato dall'anima. 

Per concludere possiamo dire, che in Jung Dio è l'archetipo della numinosità, che ha quasi, al modo del demiurgo platonico o gnostico, una posizione intermedia tra l'Uno in quanto abisso silente e il molteplice che da Dio origina.
Così il Dio di Jung ha un duplice volto: da una parte è indefinibile e inesauribile come l'Uno, dall'altra è psicologicamente definito mediante i simboli della totalità.
Dio è la potenza generante dell'abisso che appare alla coscienza secondo la modalità di ricezione della psiche, come immagine del Sé, cui è intrinseco l'indefinibile volto oscuro. 
Il Sè è principio e termine dell'individuazione, e quando si riesce a sentire il Sé come irrazionale, come un ente indefinibile, al quale l'Io non è né contrapposto né sottoposto ma pertinente, e intorno al quale esso ruota come la terra attorno al sole, allora la meta dell'individuazione è raggiunta. [...] L'Io individuato si sente oggetto di un soggetto ignoto e superiore.

Vita e opere di Carl Gustave Jung
Nasce il 26 luglio 1875Sin dall'infanzia cominciano a manifestarsi fenomeni psicologici particolari, e larvati sdoppiamenti di personalità.  Legge Schopenhauer, Goethe e Nietzsche.
1895 Si iscrive alla scuola di medicina di Basilea.
Studi di fenomeni occulti.
I suoi interessi si spostano dalla medicina alla psichiatria.
Nel 1902-1903 studia a Parigi con P. Janet
Nel 1903 sposa Emma Rauschenbach dalla quale avrà cinque figli.
Ottiene la libera docenza e inizia i suoi corsi universitari.
Nel 1907 incontra Freud a Vienna.
Nel 1912 pubblica Trasformazioni e simboli della libido, inizia il distacco da Freud
Si dimette dall'associazione di psicoanalisi, rinuncia alla libera docenza all'università di Zurigo.
Prestò vari periodi di servizio militare durante la prima guerra mondiale.
Fino al 1919, anni di intenso confronto con l'inconscio
Nel 1921 pubblica Tipi psicologici
Nel 1924-25  viaggi di studi presso gli indiani Pueblo nel Nord-America e in Africa orientale per verificare, presso delle culture primitiva, le sue idee sull'inconscio primitivo e gli archetipi. 
Nel 1928 pubblica l'Io e l'inconscio, un'introduzione alla psicologia analitica.
Comincia a studiare l'alchimia e testi taoisti come I Ching, il testo alchemico cinese Il segreto del fiore d'oro.
Negli anni trenta la fama di Jung è in continuo sviluppo, nel 1930 è nominato vicepresidente della società tedesca di psicoterapia.
Nel 1933 Hitler è al potere in Germania.  
Ristrutturazione della Società medica di psicoterapia, Jung diventa temporaneamente presidente, e sarà accusato di aver collaborato con i nazisti.
1935 Commento psicologico al Libro tibetano dei morti
Nel 1936  lezioni alla Harward University
Nel 1937 compie un viaggio in India dove ottiene tre laure ad honorem
Nel 1942 si dimette da professore al Politecnico di Zurigo
Nel 1943 viene nominato professore ordinario di psicologia a Basilea
Si dimetterà l'anno seguente a causa di un infarto.
Riconoscimenti per la sua opera da ogni parte del mondo
Nel 1950 Scrive Simbolismo del mandala e Prefazione a I Ching
Nel 1952 pubblica la Risposta a Giobbe
Nel 1955 muore la moglie Emma. 
Riprende la campagna denigratoria e menzognera del suo antisemitismo, ma fu difeso dai suoi stessi allievi di origine ebraica. 
Il 6 giugno del 1961 muore nella sua casa di Kusnacht in Svizzera.

giovedì 6 agosto 2026

Il Buddhismo in America

Dopo il grande Parlamento delle Religioni a Chicago nel 1893 il Buddhismo e l’Induismo iniziarono a essere più conosciuti in America.  E ancora prima ci fu il movimento trascendentalista con Ralph Waldo Emerson e Walt Whitman: intellettuali di questo tipo stavano già introducendo idee buddhiste. Il grande traduttore britannico Sir William Jones, all’epoca della fondazione dell’America, portò scritti in sanscrito dall’India. Era ben noto a Benjamin Franklin e a personalità simili.

L’ondata più recente è stata quella successiva alla Seconda Guerra Mondiale. È coincisa con la fine dell’imperialismo, nel senso del dissolvimento degli imperi europei. Culture diverse hanno iniziato a conoscersi reciprocamente. 

I maestri buddhisti hanno cominciato a giungere qui come rifugiati.  Maestri buddhisti dal Giappone sono arrivati negli USA subito dopo che il governo americano ha bombardato Hiroshima e Nagasaki; il maestro Zen vietnamita Thich Nhat Hanh è venuto negli Stati Uniti dopo che il suo Paese veniva bombardato dagli USA; e i maestri tibetani sono giunti in Occidente dopo l’invasione cinese del Tibet.

Negli anni ’60, negli USA c’è stata un’alba di risveglio: si è presa maggiore consapevolezza del movimento per i diritti civili, del genocidio dei nativi americani, del genocidio degli afroamericani e della continua sottomissione delle persone in modi indiretti, della loro ghettizzazione e così via.  C’è stato un movimento di consapevolezza delle donne, delle persone di altre razze e culture e dell'assurdità del militarismo!

Il Buddhismo si è diffuso in America come un movimento educativo, etico, scientifico e solo marginalmente, come un movimento religioso.  Il  Dalai Lama, ripete spesso: “Questo è un momento della storia in cui dobbiamo abbandonare l’idea di convertirci a vicenda. Possiamo abbandonare l’idea che la nostra ideologia sia superiore a quella di qualcun altro”. Lo sciovinismo ideologico e religioso è troppo pericoloso nel mondo moderno. 

I principali e più importanti monasteri buddhisti negli Stati Uniti sono i seguenti:

  • 1. La Città dei Dieci Mila Buddha nata nel 1974 in California della tradizione Zen. Fondato dal venerabile maestro Hsuan Hua, è il più grande monastero buddhista degli Stati Uniti e dell'intero emisfero occidentale. Si estende su centinaia di ettari e include scuole, una sala centrale con 10.000 statue di Buddha e un'importante comunità monastica sia asiatica che occidentale.
  • 2. Tempio Hsi Lai nato nel 1988 a Los Angeles in California della tradizione del Buddhismo Cinese Mahayana (Ordine Fo Guang Shan). 
  • 3. Monastero Zen di Tassajara nato nel 1967 in California della tradizione  Zen Sōtō. Fondato dal celebre maestro Shunryu Suzuki (autore del classico "Mente zen, mente di principiante"), è in assoluto il primo monastero d'addestramento Zen ad essere stato stabilito fuori dall'Asia. 
  • 4. Monastero Lamaista d'America nato nel 1958 nel New Jersey della tradizione del Buddhismo Tibetano (Scuola Gelug). Fondato da Geshe Ngawang Wangyal è storicamente il primo monastero buddhista tibetano ad essere stato fondato negli Stati Uniti. Ha avuto un impatto enorme nel far conoscere il buddhismo tibetano a famosi accademici e traduttori occidentali.
  • 5. Monastero di Karma Triyana Dharmachakra nato nel 1976 a Woodstock (New York) della tradizione: Buddhismo Tibetano (Scuola Karma Kagyu). Costituisce la sede nordamericana ufficiale di Sua Santità il Gyalwang Karmapa. È abbarbicato sulle montagne dello Stato di New York ed è un punto di riferimento fondamentale per lo studio e i ritiri tradizionali.
  • 6. Monastero Buddhista di Abhayagiri nato 1996 in California della tradizione Buddhismo Theravāda. È il primo monastero negli Stati Uniti associato alla rinomata Tradizione della Foresta tailandese di Ajahn Chah. Mantiene uno stile di vita monastico estremamente rigoroso e legato alla meditazione nella natura selvaggia, basandosi unicamente sulle donazioni spontanee dei laici.
  • 7. Abbazia di Sravasti nata nel 2003 a Newport (Washington) della tradizione: Buddhismo Tibetano. È una delle prime comunità monastiche negli USA in cui monaci e monache occidentali (sotto la guida della monaca Venerabile Thubten Chodron) si addestrano insieme, ponendo un forte accento sull'uguaglianza di genere e sulla traduzione delle pratiche in lingua inglese. 

In America si sta cercando di instaurare un dialogo tra monaci cattolici e buddhisti. Il Buddhismo e il Cristianesimo, che rappresentano i due più grandi sistemi monastici in America e nel mondo, dovrebbero cercare di collaborare e comprendere, in modo non dogmatico e non confessionale, che la fede in Dio o nel Buddha sia semplicemente uno strumento della forza dell’amore universale.

La società militarista-industriale-corporativa sta distruggendo la Terra, distruggendo la società e rendendo le persone più infelici che felici. Le cose cambieranno quando questo modello sarà completamente screditato, quando capiremo quanto sia distruttivo per quasi tutti, persino per le persone facoltose.   

Oggi,  il sistema educativo non fornisce alcuna capacità di gestire le proprie emozioni, di controllare i propri fanatismi ideologici, imparare a gestire una visione del mondo negativa e le emozioni distruttive. Attraverso i centri buddhisti si potrebbe provare a sviluppare una mente positiva e comprendere realmente come funziona la propria psicologia e quindi di assicurarsi una vita felice e produttiva.  

Le Giornate Émergences a Bruxelles - dedicate a meditazione e amicizia

Le Giornate Émergences a Bruxelles rappresentano l'evento di riferimento dedicato alla meditazione impegnata nel mondo francofono. Affrontano temi quali la meditazione, l'altruismo, la felicità e la solidarietà con un approccio interdisciplinare e coinvolgente, intrecciando filosofia, psicologia, ecologia, neuroscienze e arti. 

  https://journees.emergences.org/       https://journees.emergences.org/#intervenants

    

Un impegno che si rinnova. Nate nel 2009, le Giornate Émergences sono un appuntamento che si rinnova ogni anno con entusiasmo sempre maggiore. Giunte alla loro diciassettesima edizione, sono diventate un punto d'incontro privilegiato per studiosi, praticanti e tutti coloro che desiderano riflettere sul ruolo della meditazione e dell'impegno etico nella società contemporanea.

Il tema affrontato in questa edizione è l'amicizia.  L'amicizia accompagna la nostra esistenza fin dall'infanzia. Con il passare degli anni ci trasforma, così come noi trasformiamo lei; talvolta conosce momenti di pausa, altre volte si affievolisce o si interrompe.

Eppure, nella società odierna, l'amicizia è spesso relegata in secondo piano, considerata meno importante della relazione di coppia o dei legami familiari. La filosofia, al contrario, le ha sempre attribuito un ruolo fondamentale nella costruzione di una vita buona. Per Epicuro, l'amicizia costituisce una condizione essenziale della felicità e della serenità; Hannah Arendt la considera lo spazio in cui il mondo diventa condivisibile, una dimensione indispensabile alla vita democratica.

Attraverso i secoli riaffiora la medesima intuizione: senza amicizia, la vita si impoverisce. In un'epoca segnata da profonde fratture sociali e da una crescente sfiducia reciproca, l'amicizia rappresenta una preziosa risorsa collettiva. Essa è la capacità di creare legami, di abitare il disaccordo senza spezzare la relazione, di costruire un mondo fondato sul bene comune senza perdere la propria identità.

Attraverso conferenze, testimonianze, momenti musicali e spazi di contemplazione, questa giornata invita a esplorare le molteplici dimensioni dell'amicizia, mettendone in luce il valore umano, sociale e spirituale.

Le Giornate Émergences offrono un'occasione unica per mettere in dialogo prospettive diverse sulle grandi questioni del nostro tempo, sostenendo al contempo numerosi progetti di solidarietà, in particolare quelli promossi dall'associazione Karuna-Shechen, cofondata da Matthieu Ricard.


mercoledì 5 agosto 2026

Le maitre du dharma - Dilgo Khyentse Rinpoche

 Il film Le maitre du dharma (Il maestro del Dharma) prodotto e realizzato da Neten Chokling, con la narrazione Matthieu Ricard, parla di Dilgo Khyentse Rinpoche. 
Vedi link: https://www.youtube.com/watch?v=9WCxqmuzf9k 
 
Dilgo Khyentse Rinpoche (1910-1991) è stato uno dei più importanti maestri spirituali, studiosi e poeti del Buddismo Tibetano nel XX secolo. Maestro anche del Dalai Lama, è considerato un pilastro fondamentale per la preservazione degli insegnamenti tradizionali dopo l'esilio dal Tibet. Ha promosso lo studio e la pratica di tutti i lignaggi principali del buddismo tibetano, senza distinzioni o barriere. Ha salvato e pubblicato oltre 300 volumi di testi buddhisti e ha scritto oltre 25 volumi di commentari e poesie, garantendo la sopravvivenza di conoscenze che rischiavano di andare perdute.  Dopo essere fuggito dal Tibet, ha stabilito la sua sede principale in Nepal (nei pressi dello stupa di Boudhanath), diventando al contempo il consigliere spirituale della famiglia reale del Bhutan.   

Matthieu Ricard, attraverso i suoi scritti e le sue fotografie, ha fatto conoscere gli insegnamenti di questi saggi e di altri grandi maestri tibetani in tutto il mondo.
I suoi maestri principali che hanno plasmato il suo percorso sono stati :
    Kangyur Rinpoche: È stato il suo primo maestro Kangyur Rinpoche, incontrato in India nel 1967. Ha rappresentato per Ricard il modello vivente di saggezza e compassione, spingendolo a trasferirsi definitivamente sull'Himalaya. 

    Dilgo Khyentse Rinpoche: È stato il suo maestro principale e guida spirituale. Ricard è stato il suo assistente personale per ben 14 anni, viaggiando con lui in Tibet, Bhutan, India e Nepal. Ha immortalato questo grande maestro in The Spirit of Tibet e ne ha curato gli insegnamenti. 
A partire dal 1989, Matthieu Ricard è diventato l'interprete ufficiale in lingua francese del XIV Dalai Lama. Insieme al Dalai Lama e ad altri scienziati, ha partecipato agli studi del Mind and Life Institute sugli effetti della meditazione sul cervello. Ricard ha anche scritto saggi su altri importanti maestri e figure storiche del buddhismo tibetano, come il celebre Vagabondo Illuminato dedicato a Patrul Rinpoche.
 
La reincarnazione di Dilgo Khyentse Rinpoche si chiama Dilgo Khyentse Yangsi Rinpoche. Riconosciuto ufficialmente da Sua Santità il XIV Dalai Lama, è nato in Nepal il 30 giugno 1993.I dettagli chiave del suo lignaggio includono:Riconoscimento: Fu identificato da Trulshik Rinpoche attraverso sogni e visioni, poi confermato dal Dalai Lama. Il suo nome di nascita è Ugyen Tenzin Jigme Lhundrup.Educazione: È cresciuto ed è stato educato in Bhutan, sotto la guida di Shechen Rabjam Rinpoche, il nipote di Dilgo Khyentse Rinpoche. Attualmente, è un insegnante itinerante che viaggia tenendo insegnamenti e diffondendo la tradizione buddista. Da inizio 2025, non è più affiliato al Monastero di Shechen (Kathmandu), il centro fondato dal suo predecessore. 

Foto di Matthieu Ricard nel periodo che era discepolo di Dilgo Khyentse Rinpoche

Il pellegrinaggio di Ryōjun Shionuma

: "Ciò che conta non è come gli altri mi chiamano, ma come vivo quando nessuno mi osserva. Dai pellegrinaggi ho capito che poter aprire un rubinetto e bere è uno dei miracoli più grandi ". - Ryōjun Shionuma 

Il monaco buddhista Ryōjun Shionuma, unico uomo dell'era moderna ad aver completato il leggendario cammino ascetico del Sennichi Kaihōgyō (uno dei percorsi ascetici più duri al mondo), ci racconta perché il segreto della resilienza non è evitare la sofferenza, ma imparare a sorriderle mentre la si attraversa.

Per nove anni, a partire dal 1991, ogni primavera, ha percorso a piedi 48 chilometri al giorno tra le montagne sacre del Giappone. Ha affrontato neve, gelo, fame, malattie e il rischio concreto di morire, seguendo il Sennichi Kaihōgyō del Monte Ōmine, pratica millenaria dello Shugendō che pochissimi esseri umani hanno portato a termine.

Ryōjun Shionuma, nato nel 1968 nel nord del Giappone, è l'unico uomo dell'era moderna ad aver completato questa impresa. Un anno dopo concluse anche lo Shimugyō, nove giorni senza cibo, acqua, sonno né possibilità di sdraiarsi. Per questo in Giappone è stato soprannominato «Buddha vivente», titolo che lui continua a rifiutare con disarmante semplicità. Oggi dirige il Tempio Jigenji.

 «L’arte di sorridere in salita»(Vallardi), è un libro nato dall'incontro di Ryōjun Shionuma con la giornalista del Corriere della Sera e scrittrice Costanza Rizzacasa d'Orsogna. Dopo aver affrontato, nel giro di poche settimane, la perdita del padre e del gattino disabile, protagonista delle sue favole bestseller sulla diversità, e aver visto la propria casa gravemente danneggiata da un violento nubifragio, Rizzacasa d'Orsogna ha intrapreso un percorso di ricerca nella filosofia e nella spiritualità giapponese.

Cosa è per me la meditazione

La meditazione è una pratica millenaria per calmare la mente, focalizzare l'attenzione e vivere nel presente, i cui stili principali includono la mindfulness o piena coscienza, la meditazione buddhista e la meditazione yoga. 

 La parola meditare è spesso usata impropriamente; per l'occidentale meditare si riferisce al mentale e alla sua attività, si cerca di prendere consapevolezza dei pensieri. Invece, per l'orientale, la pratica è rivolta in altre dimensioni, per superare il mentale, per arrivare a stati superiori di coscienza e contemplazione, ossia arrivare a degli stati di coscienza diversi dal comune per entrare in contatto con la parte più spirituale dell'essere, al nostro vero Sé.     L'uomo vive identificato con i contenuti della mente, creati soprattutto dalle emozioni: Vive un'esperienza ricolorata dal mentale, si producono così immagini distorte scambiate per realtà e ci si allontana dalla visione oggettiva. - Amadio Bianchi.

L'obiettivo principale dell'occidentale (vedi mindfulness) è sviluppare una piena consapevolezza del momento presente, focalizzando l'attenzione su pensieri, emozioni e sensazioni fisiche in modo intenzionale e senza giudizio. Attraverso la mindfulness, piuttosto che cercare di svuotare la mente o eliminare i problemi, si punta ad accettare la realtà per come si presenta, riducendo le reazioni automatiche. Poi, da questo punto di ancoraggio nel presente e nella realtà, si osserva il funzionamento della  mente, del corpo e la connessione con il mondo.  
L'obiettivo è eliminare stress e ansia, arrivare a una consapevolezza emotiva e un'accettazione di sé;   e arrivare ad un benessere emotivo e mentale.  - Christophe André

Io condivido la definizione di meditazione data da Matthieu Ricard: Meditare,  significa “familiarizzare” con il funzionamento della mente  e “coltivare” le qualità positive dell'essere umano. E' un allenamento della mente per coltivare qualità salutari, come la presenza attenta e l’amore altruistico. La meditazione non è un vuotarsi la testa, ma diventare a poco a poco un miglior essere umano. Occorre praticare la meditazione per individuare le cause e le tossine mentali che ci perturbano, per liberarsi dai conflitti interiori. Poi si può passare ad un livello successivo  che è la meditazione analitica e contemplativa. La prima si usa per esempio quando si de-costruisce la nozione di un “sé” indipendente, unitario e duraturo o quando si medita sull’impermanenza e l’interdipendenza di tutti i fenomeni; la seconda è quella di arrivare a percepire stati elevati di coscienza e consapevolezza. 

L’essere umano tende a identificarsi con i pensieri, creando l’illusione di un io separato. In realtà, la nostra vera natura è la coscienza, uno spazio di consapevolezza in cui i pensieri appaiono e scompaiono. Quando la mente tace, questa illusione si dissolve. 

L’idea di un “io” che medita per ottenere l’illuminazione è un paradosso. La vera comprensione porta a vedere che non esiste separazione tra individuo e totalità, la meditazione è un’espressione della totalità. 

Lo scoprire che facciamo parte di qualcosa di più grande, e che la nostra coscienza è una manifestazione del Tutto,  avviene spesso per caso:   
- vedi Federico Faggin, che ha vissuto una profonda esperienza mistica  nel 1990, mentre passeggiava sulle sponde di un lago ghiacciato,  ha percepito se stesso come un'energia pura e consapevole;  
- vedi l'esperienza mistica (o di risveglio) di Tony Parsons avvenuta spontaneamente negli anni '70 mentre camminava in un parco a Londra. Fu una percezione improvvisa e irreversibile che dissolse l'illusione del suo "sé" separato, rivelando l'unità di ogni cosa e la fine del bisogno di ricercare la spiritualità.
- vedi l'esperienza mistica che ha cambiato la vita di Fritjof Capra avvenuta nel 1971, seduto sulla spiaggia dell'oceano a Big Sur, in California. Osservando le onde che si infrangevano e percependo la brezza, ebbe una rivelazione improvvisa che lo portò a percepire l'intero universo come una gigantesca danza cosmica.

Come dice Mauro Bergonzi (ex-docente universitario di filosofie orientali) : se ci accorgessimo che siamo già ciò che cerchiamo, che non c’è nulla da trovare – né alcuna illuminazione da raggiungere – il nostro atteggiamento cambierebbe radicalmente.

Per Krishnamurti, il meditare e il seguire qualcuno (un guru o un maestro)  a volte diventa un ostacolo.

“Dovunque tu vada ci sei già”.     Bisogna solo lasciarci andare alla Danza della vita.   La meditazione “non è uno strumento per cambiare se stessi, ma semplicemente un mezzo per dissolvere le false idee che costruiscono la coscienza, in modo da lasciar filtrare la luce del vero Sé”. 

Figure femminili che hanno fatto la storia dello yoga

 Lo yoga oggi è praticato in prevalenza da donne eppure all'inizio era un dominio esclusivamente maschile.

Emergono comunque delle figure femminili straordinarie capaci di lasciare un segno indelebile nell'insegnamento dello Yoga. 

Sri Darada Devi (1953-1920) fu la consorte spirituale di Ramakrishna Paramahamsa, un mistico indù del XIX secolo. Sarada Devi è anche venerata come la Santa Madre dai seguaci dell'ordine monastico di Sri Ramakrishna

Mirabai  (1498-1546 conosciuta anche come Meera Bai) è stata una famosissima poetessa mistica indiana del XVI secolo, celebre per la sua totale devozione a Krishna. Nata principessa Rajput nel Rajasthan, India è stata una figura centrale del rinnovamento spirituale indiano basato sull'amore profondo e personale verso la divinità (bhakti). Ribellione: Rifiutò i doveri di corte e i ruoli tradizionali di moglie per dedicarsi interamente alla spiritualità. I suoi canti religiosi (bhajan) sono cantati ancora oggi in tutta l'India

Sri Anandamayi Ma - la Madre Permeata di Gioia (1896-1982) - è stata una delle più grandi figure spirituali dell'India moderna. La sua incomparabile realizzazione spirituale è stata universalmente acclamata e riconosciuta da tutti, umili e potenti, grandi autorità religiose, yogi e santi.

Tao Porchon-lynch  1918-2020   insegnò yoga fino a 100 anni; rappresentava longevità gioia e presenza. Guinness dei primati come istruttrice più anziana al mondo ancora in attività.

E' stata un maestro di yoga americano e pluripremiata come autore.  Ha scoperto lo yoga nel 1926 quando aveva otto anni in India e ha studiato, tra gli altri, con Sri Aurobindo, B.K.S. Iyengar, K. Pattabhi Jois, Swami Prabhavananda e Maharishi Mahesh Yogi. Di origini franco indiane,  conobbe Gandhi a otto anni e partecipò alla celebre marcia della pace.  Partecipo anche alla marcia su New York con Martin Luthrr King.   Era vegetariana e faceva regolarmente digiuni.  Ripeteva "Tutto è possibile, niente è impossibile"   "non c'è niente che non puoi fare".  

Geeta S. Iyengar (1944-2018)  è stata un'insegnante indiana di yoga, figlia maggiore di Yogacharya B. K. S. Iyengar e riconosciuta come massima autorità per la conoscenza dello yoga e in particolare per come le āsana intervengano in aiuto della salute della donna adottò lo yoga alle fasi fisiologiche femminili.

Eugenie Peterson (1899-2002), conosciuta come Indra Devi, è stata una pioniera dell'insegnamento dello yoga come esercizio fisico e una delle prime discepole di Tirumalai Krishnamacharya, il "padre dello yoga moderno". Si trasferì in India a vent'anni, dove divenne una star del cinema e acquisì il nome d'arte di Indra Devi.

Guru Purnima

"In whatever position one is in, or in whatever condition in life one is placed,  one must find balance. Balance is the state of the present - the here and now.  If you balance in the present, you are living in Eternity."   - Ligh and Life

Guru Purnima è una festa sacra dedicata all'omaggio dei maestri spirituali e accademici, celebrata nel giorno di luna piena del mese induista di Ashadha ( il 29 luglio - giugno-luglio). Commemora il saggio Vyasa ( autore del Mahabharata e curatore dei testi sacri Veda) ed è osservata da induisti, buddisti e giainisti per ringraziare la guida che porta dalla oscurità alla conoscenza. 

Rappresenta il momento in cui la saggezza viene trasmessa senza egoismo per aiutare l'evoluzione interiore dell'uomo.
 
Durante questo giorno i discepoli offrono doni, canti e preghiere (puja) ai propri guru per ringraziarli degli insegnamenti ricevuti.   Molti seguaci di grandi maestri moderni seguono incontri ed eventi in streaming dal vivo se non possono partecipare di persona.

Carl Gustav Jung: la struttura della psiche e il cammino dell'individuazione

Tra i grandi pensatori del Novecento, Carl Gustav Jung (1875-1961) occupa una posizione del tutto particolare. Psichiatra svizzero, fondatore della psicologia analitica, egli propose una visione della mente umana che supera i confini della psicologia clinica per abbracciare la filosofia, l'antropologia, la storia delle religioni, la mitologia e il simbolismo. Se Sigmund Freud aveva posto al centro della ricerca l'inconscio individuale e il ruolo delle pulsioni, Jung ampliò enormemente questo orizzonte, sostenendo che la psiche custodisce una dimensione molto più vasta, comune all'intera umanità: l'inconscio collettivo.
L'interesse di Jung non era limitato alla cura delle malattie mentali. Egli cercò di comprendere il significato più profondo dell'esistenza umana e il processo attraverso il quale una persona può diventare realmente se stessa. La sua psicologia è quindi, al tempo stesso, una teoria della mente e una filosofia della crescita interiore, nella quale la sofferenza, il sogno, il simbolo e perfino la crisi esistenziale assumono un valore trasformativo.  

La struttura della psiche. Secondo Jung la psiche non è un'entità semplice, ma un sistema complesso formato da diversi livelli che interagiscono continuamente. L'essere umano non coincide con il proprio Io cosciente: ciò che percepiamo come la nostra identità rappresenta soltanto una piccola parte di una realtà psichica molto più ampia.
Al centro della coscienza troviamo l'Io (Ego), ossia il nucleo dell'identità personale. L'Io organizza le percezioni, i ricordi, i pensieri e le decisioni, permettendo all'individuo di orientarsi nella vita quotidiana. È il punto dal quale diciamo "io penso", "io sento", "io voglio". Tuttavia, per Jung, l'Io non governa l'intera personalità: è soltanto il centro della coscienza, non il centro della psiche.
Gran parte della nostra vita mentale rimane infatti inconscia. Desideri dimenticati, ricordi rimossi, emozioni represse, intuizioni, immagini simboliche e tendenze profonde agiscono continuamente senza che ce ne rendiamo conto. L'Io tende spesso a credersi padrone della personalità, ma in realtà rappresenta solo una piccola isola che emerge dall'immenso oceano dell'inconscio.

La Persona. Per vivere in società ogni individuo sviluppa quella che Jung definisce la Persona. Il termine deriva dal latino persona, la maschera utilizzata dagli attori del teatro antico. La Persona è la maschera sociale che ciascuno indossa per adattarsi alle aspettative dell'ambiente. Essere medico, insegnante, sacerdote, genitore o imprenditore significa assumere ruoli che comportano determinati comportamenti e modi di presentarsi agli altri. La Persona svolge quindi una funzione positiva: permette l'integrazione sociale e rende possibile la convivenza.
Il problema nasce quando l'individuo finisce per identificarsi completamente con la propria maschera. Chi coincide totalmente con il proprio ruolo perde il contatto con la propria interiorità. Il professionista diventa soltanto la sua professione, il religioso soltanto la sua funzione, il politico soltanto il proprio personaggio pubblico. La vita autentica viene sostituita dalla rappresentazione.
Per Jung una personalità equilibrata utilizza la Persona come uno strumento, senza lasciarsene dominare.

Dietro la Persona si trova uno degli archetipi più importanti della psicologia junghiana: l'Ombra. L'Ombra comprende tutti gli aspetti della personalità che l'Io rifiuta di riconoscere. Vi appartengono impulsi aggressivi, paure, desideri, emozioni inaccettabili, ma anche qualità positive che, per varie ragioni, non sono state sviluppate.
Ogni educazione seleziona infatti ciò che è socialmente accettabile e ciò che deve essere represso. Il bambino impara presto quali comportamenti vengono premiati e quali condannati. Le caratteristiche incompatibili con l'immagine ideale di sé vengono così spinte nell'inconscio.
L'Ombra non scompare. Continua invece ad agire indirettamente, manifestandosi nei sogni, nelle emozioni incontrollate, nei lapsus, nelle proiezioni e nei conflitti con gli altri. Spesso attribuiamo agli altri proprio quei difetti che non riusciamo ad accettare in noi stessi. Per Jung il confronto con l'Ombra rappresenta uno dei passaggi fondamentali della maturazione psicologica. Non significa lasciarsi dominare dagli impulsi oscuri, ma riconoscerli, comprenderli e integrarli nella coscienza.

L'Anima e l'Animus.  Tra gli archetipi più originali elaborati da Jung figurano l'Anima e l'Animus. 
L'Anima rappresenta l'immagine archetipica del femminile presente nell'uomo, mentre l'Animus rappresenta l'immagine del maschile presente nella donna.
Questi archetipi non riguardano semplicemente il genere biologico, ma indicano le componenti psicologiche complementari della personalità. L'Anima è collegata al mondo dei sentimenti, dell'intuizione, della creatività, dell'immaginazione e della relazione. L'Animus esprime invece la capacità di riflessione, di discernimento, di decisione e di orientamento razionale.
Quando queste dimensioni rimangono inconsce, vengono facilmente proiettate sulle persone amate. L'innamoramento assume allora un'intensità straordinaria, perché il partner viene inconsciamente investito delle immagini archetipiche custodite nella psiche. Con il tempo, tuttavia, la realtà dissolve inevitabilmente tali proiezioni.  La maturità psicologica consiste nel riconoscere che quelle qualità appartengono anzitutto al proprio mondo interiore.

L'inconscio personale. L'inconscio personale comprende tutti i contenuti dimenticati, rimossi o temporaneamente esclusi dalla coscienza. Ricordi infantili, esperienze traumatiche, emozioni represse, desideri irrealizzati continuano a esercitare una profonda influenza sul comportamento.
Freud aveva già individuato questa dimensione, ma Jung ne amplia il significato. L'inconscio personale non contiene soltanto conflitti patologici; custodisce anche potenzialità creative ancora inesplorate. Molte intuizioni artistiche, scientifiche o spirituali emergono proprio da questo livello della psiche.
L'inconscio comunica attraverso il linguaggio simbolico dei sogni, delle fantasie e delle immagini spontanee.

L'inconscio collettivo. L'intuizione più innovativa di Jung riguarda però l'esistenza dell'inconscio collettivo. Secondo lo psichiatra svizzero, sotto lo strato personale della psiche esiste un livello universale, condiviso da tutti gli esseri umani indipendentemente dalla cultura, dalla religione o dall'epoca storica. Esso non deriva dall'esperienza individuale, ma costituisce il patrimonio psichico ereditato dell'umanità.   Così come il corpo conserva l'eredità biologica della specie, la psiche conserva strutture universali di esperienza che Jung chiamò archetipi.

Gli archetipi. Gli archetipi non sono immagini già formate, ma modelli originari che organizzano il modo in cui percepiamo il mondo e attribuiamo significato all'esperienza.
Essi emergono spontaneamente nei miti, nelle fiabe, nelle religioni, nelle opere d'arte e soprattutto nei sogni.   Tra gli archetipi più importanti troviamo la Grande Madre, il Vecchio Saggio, il Bambino Divino, l'Eroe, il Viaggio, la Rinascita, l'Albero della Vita, la Montagna Sacra e il Centro del Mondo.  Il fatto che simboli molto simili compaiano in civiltà lontanissime tra loro convinceva Jung dell'esistenza di una matrice psichica universale. Non si tratta di una trasmissione culturale diretta, bensì dell'espressione spontanea di strutture comuni dell'inconscio umano.

Mito, religione e sogni.
Per Jung il mito non è una narrazione fantastica inventata da popoli primitivi. È piuttosto il linguaggio simbolico attraverso il quale l'inconscio collettivo racconta la propria esperienza. Le grandi tradizioni religiose esprimono gli stessi archetipi fondamentali mediante immagini differenti. Il sacrificio, la morte e la rinascita, il diluvio, il paradiso, il viaggio dell'eroe, il maestro spirituale e il centro luminoso appartengono a un patrimonio simbolico universale.
Anche il sogno svolge una funzione analoga. Contrariamente a Freud, che lo interpretava prevalentemente come appagamento mascherato di desideri inconsci, Jung lo considerava una comunicazione spontanea dell'intera psiche. Il sogno non nasconde un messaggio: lo presenta attraverso il linguaggio del simbolo.
Per questo motivo l'interpretazione non consiste nel tradurre automaticamente un'immagine in un significato fisso. Ogni simbolo va compreso nel contesto della vita del sognatore e, contemporaneamente, alla luce delle grandi immagini universali dell'umanità.
In questa prospettiva, religione, arte e sogno appartengono a un medesimo universo simbolico: sono differenti modalità attraverso le quali la psiche tenta di ristabilire il proprio equilibrio e di orientare l'individuo verso una più completa realizzazione di sé.

Il simbolo: il linguaggio dell'inconscio. Uno degli aspetti più originali della psicologia junghiana è l'importanza attribuita al simbolo. Jung riteneva infatti che l'inconscio non si esprimesse attraverso concetti razionali, bensì mediante immagini simboliche, capaci di racchiudere significati molteplici e di mettere in relazione la coscienza con le dimensioni più profonde della psiche.
È importante distinguere il simbolo dal segno. Un segno rimanda a un significato preciso e convenzionale: una parola, un numero, un segnale stradale hanno un contenuto definito e univoco. Il simbolo, invece, possiede una ricchezza inesauribile. Non si limita a rappresentare qualcosa di noto, ma allude a una realtà che supera la comprensione razionale e invita la coscienza ad ampliarsi.
Per Jung, i grandi simboli religiosi appartengono a questa seconda categoria. La croce, il loto, l'albero della vita, il serpente, la montagna sacra, il sole, il cerchio, il fuoco e l'acqua non sono semplici immagini decorative: sono espressioni spontanee degli archetipi dell'inconscio collettivo. Essi ricompaiono continuamente nelle civiltà più diverse perché appartengono alla struttura stessa della psiche umana.
La funzione del simbolo non è soltanto quella di rappresentare un contenuto inconscio, ma anche quella di trasformare la personalità. Quando un individuo entra realmente in rapporto con un simbolo vivo, qualcosa nella sua coscienza cambia. Il simbolo diventa un ponte tra ciò che è conosciuto e ciò che ancora deve essere scoperto.

Il mandala: immagine della totalità. Tra tutti i simboli studiati da Jung, il mandala occupa un posto privilegiato. La parola sanscrita maṇḍala significa "cerchio", ma indica molto più di una semplice figura geometrica. Nelle tradizioni religiose dell'India e del Tibet il mandala rappresenta l'universo ordinato, il centro della realtà e il percorso spirituale verso l'illuminazione.
Jung osservò che strutture circolari molto simili comparivano spontaneamente nei sogni, nei disegni e nelle fantasie di persone che non avevano mai avuto alcun contatto con il buddhismo o l'induismo. Questo lo convinse che il mandala fosse un archetipo universale.
Il cerchio rappresenta l'ordine, la completezza e l'unità della psiche. Nei momenti di crisi profonda, quando l'individuo attraversa trasformazioni interiori importanti, l'inconscio tende spontaneamente a produrre immagini mandaliche. È come se la psiche cercasse di ristabilire un nuovo equilibrio attorno a un centro più profondo dell'Io.
Per Jung il mandala non è soltanto un simbolo religioso: è la rappresentazione del Sé, il principio ordinatore dell'intera personalità.
Non è un caso che i mandala tibetani siano costruiti attorno a un centro luminoso dal quale si sviluppano simmetricamente tutte le altre forme. Analogamente, la crescita psicologica consiste nell'organizzare progressivamente la vita attorno al proprio centro interiore.

L'alchimia come simbolo della trasformazione. Uno dei campi di ricerca più sorprendenti della maturità di Jung riguarda l'alchimia. Per molti secoli l'alchimia era stata interpretata esclusivamente come un'antica forma di chimica o come un ingenuo tentativo di trasformare il piombo in oro. Jung propose una lettura completamente diversa.  Analizzando centinaia di testi alchemici medievali e rinascimentali, egli giunse alla conclusione che gli alchimisti descrivevano inconsapevolmente i processi della trasformazione psichica.  La materia sulla quale lavoravano non rappresentava soltanto il metallo, ma anche la personalità umana.  Il piombo simboleggiava la coscienza ancora grezza e dominata dall'inconsapevolezza; l'oro rappresentava invece la personalità pienamente realizzata.
Le diverse fasi dell'opera alchemica – la nigredo (oscurità), l'albedo (purificazione), la citrinitas (illuminazione) e la rubedo (compimento) – descrivono simbolicamente il cammino dell'individuazione.
L'alchimia, dunque, non sarebbe soltanto una disciplina del passato, ma una straordinaria metafora della trasformazione interiore.

Il processo di individuazione.
Tutta la psicologia junghiana converge verso quello che Jung definisce processo di individuazione.   Con questo termine egli non intende il semplice sviluppo dell'individualismo o dell'autonomia personale. Individuarsi significa diventare ciò che si è realmente.  Ogni essere umano nasce con enormi potenzialità che rimangono inizialmente inconsce. Nel corso della vita la personalità tende gradualmente a svilupparle attraverso un lungo processo di integrazione.  L'individuazione non consiste nell'eliminare gli aspetti negativi della personalità, ma nel riconoscerli, comprenderli e armonizzarli. Il primo passo è generalmente il confronto con la Persona. Occorre distinguere ciò che realmente siamo dai ruoli che interpretiamo nella società.
Successivamente emerge il confronto con l'Ombra. Questa rappresenta spesso l'esperienza più difficile, perché obbliga l'individuo a riconoscere aspetti di sé che aveva sempre rifiutato.
In una fase successiva entrano in gioco l'Anima e l'Animus, che favoriscono l'integrazione delle dimensioni complementari della personalità. Infine, la coscienza si apre progressivamente al Sé, il centro profondo della psiche. Questo cammino non procede in modo lineare. È fatto di crisi, regressioni, intuizioni improvvise, sogni significativi e trasformazioni graduali. Jung osservava che molte crisi della seconda metà della vita derivano proprio dall'esigenza della psiche di avviare questo processo.

Il Sé: centro e meta della personalità.
Il concetto di Sé (Selbst) costituisce probabilmente il nucleo più importante dell'intera psicologia analitica. Mentre l'Io rappresenta soltanto il centro della coscienza, il Sé è il centro dell'intera personalità, comprendente sia la coscienza sia l'inconscio. Esso rappresenta la totalità dell'essere umano.
Jung descrive il Sé come il principio ordinatore della psiche, una sorta di forza autoregolatrice che orienta spontaneamente lo sviluppo psicologico verso una crescente completezza. Il Sé non coincide con l'ego, né con un ideale morale. È piuttosto il fondamento più profondo dell'identità. Per questo motivo numerose tradizioni religiose hanno rappresentato simbolicamente il Sé mediante immagini di grande forza spirituale: il Buddha, il Cristo, il mandala, la pietra filosofale, il Graal, l'albero cosmico, la montagna sacra o il centro luminoso del mondo. Queste immagini non devono essere interpretate esclusivamente sul piano teologico. Dal punto di vista junghiano esse rappresentano simbolicamente l'esperienza dell'unità interiore.

Psicologia e spiritualità.   Uno degli aspetti che hanno reso Jung tanto influente consiste nella sua apertura verso le grandi tradizioni religiose. Pur non identificando mai psicologia e religione, egli riteneva che entrambe descrivessero, con linguaggi differenti, le medesime esperienze fondamentali della psiche. Per questo studiò approfonditamente il cristianesimo, lo gnosticismo, il taoismo, l'induismo e il buddhismo.
Nei simboli religiosi egli vedeva la manifestazione spontanea degli archetipi universali. La pratica spirituale diventava così una possibilità di dialogo tra coscienza e inconscio.
Pur mantenendo una prospettiva psicologica, Jung riconobbe nelle tradizioni orientali una straordinaria conoscenza dei processi interiori. 
Particolare interesse suscitò in lui il buddhismo, soprattutto nella sua attenzione alla trasformazione della mente, alla meditazione e all'esperienza diretta della realtà. Tuttavia egli osservò anche una differenza fondamentale: mentre molte scuole buddhiste parlano del superamento dell'idea di un sé permanente (anātman), la psicologia analitica utilizza il concetto di Sé come simbolo della totalità psichica. Si tratta di due prospettive appartenenti a piani differenti – una filosofico-religiosa e l'altra psicologica – che non devono essere semplicemente sovrapposte.

L'eredità di Jung. A oltre sessant'anni dalla sua morte, il pensiero di Jung continua a esercitare una profonda influenza ben oltre l'ambito della psicoterapia. Le sue idee hanno ispirato la psicologia del profondo, l'antropologia culturale, gli studi religiosi, la critica letteraria, la storia dell'arte e persino il cinema contemporaneo. Il concetto di archetipo è ormai entrato nel linguaggio comune, mentre il processo di individuazione continua a rappresentare uno dei modelli più fecondi per comprendere la crescita della persona.
Naturalmente molte sue ipotesi – soprattutto quella dell'inconscio collettivo – sono state oggetto di discussione e di critica da parte della psicologia sperimentale e delle neuroscienze, che ne contestano la difficile verificabilità empirica. Tuttavia il valore dell'opera junghiana non risiede soltanto nelle sue formulazioni teoriche, ma nella straordinaria capacità di mettere in dialogo discipline diverse: psicologia, filosofia, antropologia, storia delle religioni e studio del simbolo.
In definitiva, la psicologia analitica propone una visione dell'essere umano come realtà dinamica, aperta alla trasformazione e orientata verso una progressiva integrazione delle proprie molteplici dimensioni. Il compito dell'esistenza non consiste nel costruire un'identità perfetta, ma nel riconoscere e armonizzare le diverse componenti della propria psiche, accogliendo tanto la luce quanto l'ombra. L'individuazione non è il trionfo dell'ego, bensì il graduale emergere di una coscienza più ampia, capace di vivere in rapporto con il proprio centro interiore.
È forse questa la lezione più attuale di Jung: la maturità psicologica non nasce dall'eliminazione dei conflitti, ma dalla loro trasformazione. Ogni crisi, ogni sogno, ogni simbolo e ogni incontro significativo possono diventare tappe di un cammino verso una maggiore completezza. In questo senso, la psicologia analitica continua a offrire una delle più profonde riflessioni sul mistero della coscienza e sul significato del divenire pienamente umani.

martedì 4 agosto 2026

Il tantra buddhista

Possano tutti gli esseri venire a godere della vera felicità della Buddhità!

I Tantra sono insegnamenti del Buddha stesso e occupano una posizione preminente nella dottrina buddhista. Fin dall'inizio sono stati trasmessi in modo segreto e selettivo, perché la loro comprensione corretta richiede sempre la trasmissione orale di un maestro qualificato: senza tali spiegazioni possono essere facilmente fraintesi in modi dannosi.

Nella tradizione tibetana, la parola Tantra (rgyud) designa propriamente una classe specifica di scritture (Kriyā-, Caryā-, Yoga- e Anuttārayoga-Tantra, come lo Hevajra-Tantra o il Kālachakra-Tantra), non l'intero sistema di pratica e teoria — per il quale si usano invece i termini Mantrayāna ("Veicolo Mantra") e Vajrayāna ("Veicolo Adamantino").

Il buddismo tantrico, noto anche come Vajrayāna o Mantrayāna, è un movimento spirituale nato in India nel VII secolo all'interno del sentiero Mahāyāna.Origini e SignificatoDefinizione: La parola sanscrita tantra significa "continuum" o "trama" (come l'ordito di un telaio), inteso come il flusso in interrotto della mente e dell'esperienza.Contesto: Si è sviluppato in India integrando elementi rituali ed esoterici panindiani per offrire un metodo di risveglio spirituale più rapido ed efficiente.

Diffusione: Oggi sopravvive principalmente attraverso il Buddhismo Tibetano, che ha preservato i testi e le tradizioni tantriche.Caratteristiche della PraticaGuida del Maestro: La pratica richiede l'iniziazione e la supervisione diretta di un guru o maestro qualificato per evitare errori nell'uso delle energie interiori.Metodi Rapidi: Utilizza tecniche avanzate come la recitazione di Mantra, la visualizzazione di Mandala e lo yoga delle divinità per trasformare le passioni e le illusioni in saggezza.Simbolismo e Corpo: Il corpo non è visto come una prigione, ma come il tempio in cui realizzare l'illuminazione e l'unità di saggezza e compassione.Se vuoi approfondire, posso spiegarti:La suddivisione dei quattro livelli del Tantra (Kriya, Carya, Yoga, Anuttarayoga). 

Il significato di "continuum". In senso tecnico, Tantra significa "continuum": la propria mente, come Saggezza non duale (jñāna), scorre ininterrottamente dal tempo senza inizio fino alla Buddhità. Questo continuum ha tre fasi: il continuum causale (gli esseri ordinari nel samsāra, come un seme in un contenitore), il continuum impegnato nel metodo (chi pratica per la liberazione, come l'acqua che fa crescere la pianta) e il continuum risultante (chi ha raggiunto il frutto ultimo, come il fiore maturo).

Il posto del Tantra nel buddhismo. Gli insegnamenti del Buddha si dividono in Śravakayāna (incluso l'attuale Theravāda), orientato alla liberazione individuale, e Mahāyāna, che persegue l'ideale del Bodhisattva al servizio di tutti gli esseri. Il Mahāyāna comprende a sua volta il Pāramitāyāna ("veicolo causale", fondato sulla coltivazione delle perfezioni) e il Mantrayāna ("veicolo risultante"), che nella pratica anticipa già la Saggezza dell'Illuminazione.

La meta e il percorso. L'obiettivo di entrambi i rami del Mahāyāna è la Buddhità: comprensione totale della realtà, beatitudine libera da impurità, eliminazione degli oscuramenti (afflizioni, ignoranza, ostacoli meditativi). Esistono percorsi "inferiori" — dottrine non buddhiste, o veicoli come lo Śravakayāna che portano solo alla liberazione individuale — e il percorso straordinario del Mahāyāna, superiore per quattro ragioni: rimuove meglio la sofferenza, è libero dall'attaccamento all'esistenza ciclica, è esso stesso il veicolo della Buddhità, e insegna vacuità e compassione come non-duali.

Due modi di rapportarsi ai sensi. La differenza sostanziale tra Pāramitāyāna e Mantrayāna riguarda l'atteggiamento verso gli oggetti sensoriali. Il primo mira a eliminarne l'attaccamento tramite disciplina, studio e meditazione — coltivando antidoti come l'amore contro la rabbia — fino a comprenderne, a livello ultimo, la mancanza di esistenza autosufficiente. Il Mantrayāna, pur partendo dalla stessa base morale, non li rifiuta: per chi possiede "mezzi abili" essi diventano strumenti di liberazione, come il fuoco, pericoloso se incontrollato ma prezioso se ben usato. Non sono gli oggetti in sé a incatenare, ma i pensieri concettuali errati costruiti su di essi.

Perché il Vajrayāna è considerato superiore. Non per una visione ultima diversa — resta identica a quella Mādhyamika, la vacuità priva di ogni elaborazione concettuale (Niṣprapañca) — ma per l'efficacia dei metodi: chi ha facoltà superiori può raggiungere il Risveglio in una sola vita, altri nel Bardo, altri ancora entro sette-sedici vite, tempi incomparabilmente più brevi dei tre eoni richiesti dal Pāramitāyāna.

I prerequisiti della pratica. Occorre anzitutto un Guru qualificato, che abbia ricevuto lui stesso iniziazioni e realizzazioni, con cui si abbia una connessione karmica: senza un maestro non si ottiene alcun risultato dal solo studio dei testi, poiché il Guru è "la radice e la fonte di tutti i siddhi". Il discepolo, dal canto suo, deve possedere fede, compassione e Bodhicitta, ed essere esaminato dal maestro prima di ricevere l'iniziazione. È necessario il Wangkur (empowerment), che trasmette il permesso di praticare all'interno di un lignaggio ininterrotto dal Buddha Śākyamuni. Segue l'osservanza di voti prevalentemente mentali — spesso più esigenti di quelli monastici — insieme allo studio delle visualizzazioni e degli yoga specifici.

Tantra buddhista e tantra indù. Pur condividendo alcuni elementi metodologici con il tantra induista, il Tantra buddhista se ne distingue per fondamenti e finalità: presuppone il rifugio nelle Tre Gioie (Buddha, Dharma, Sangha), la comprensione della vacuità e la coltivazione di Bodhicitta — la determinazione di raggiungere l'Illuminazione per il bene di tutti gli esseri. La condivisione di alcune pratiche non ne inficia l'appartenenza buddhista, così come condividere generosità e moralità con altre tradizioni non renderebbe meno buddhiste queste virtù.

Conclusione. Lo studio del Tantra ha valore solo se accompagnato dalla pratica sotto la guida di un maestro autentico: solo così è possibile progredire rapidamente verso il Risveglio, a beneficio di tutti gli esseri.

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono più...