lunedì 7 settembre 2026

Nauli Kriya

Il Nauli (o Nauli Kriya) è una tecnica avanzata di purificazione (shatkarma) dell'Hatha Yoga che consiste nell'isolamento, contrazione e rotazione ritmica dei muscoli retti addominali. Eseguito a stomaco vuoto in apnea espiratoria (dopo aver espulso tutta l'aria), crea un profondo massaggio agli organi interni, stimolando la digestione, il metabolismo e tonificando il cuore. 

La parola deriva dal sanscrito nabhi (ombelico) e mira a purificare il corpo, aumentare il "fuoco interiore" (Agni) e migliorare la salute digestiva.  Si effettua solitamente in piedi, piegati leggermente in avanti con le mani appoggiate sulle cosce. Dopo un'espirazione completa, si crea un sottovuoto addominale (Uddiyana Bandha) e si isolano i muscoli addominali centrali (Madhyama Nauli) o si fanno ruotare lateralmente (Vama/Dakshina Nauli).
Rinforza la parete addominale, massaggia gli organi addominali, migliora la circolazione sanguigna nella zona del ventre e facilita l'eliminazione delle tossine.  Dal punto di vista energetico stimola Manipura Chakra (il terzo chakra), aumentando vitalità, fiducia in se stessi e chiarezza mentale.

Controindicazioni: Essendo una tecnica avanzata, va appresa con un insegnante esperto. È sconsigliata in caso di ernia, ipertensione, problemi cardiaci, gravidanza o ulcere. 

È considerata una delle pratiche di pulizia più importanti nello Yoga, descritta nell'Hatha Yoga Pradipika come capace di distruggere i malanni 

Vedi link:    https://www.youtube.com/watch?v=yGS2kKO6uns     

giovedì 27 agosto 2026

L'associazione Karuna Shechen ha già stanziato 500.000 euro a sostegno della risposta all'emergenza in Nepal

 Gli USA stanziano 500.000 dollari in aiuti per il Nepal per  'servizi idrici, igienico-sanitari e beni di prima necessità'.

La somma equivalente a quella versata dall'associazione di Matthieu Ricard:  Karuna-Shechen ha già stanziato 500.000 euro a sostegno della risposta all'emergenza in Nepal. Ogni ulteriore donazione contribuirà a rafforzare questa mobilitazione e a fornire supporto laddove è più necessario.

Vedi Link

https://www.ansa.it/sito/notizie/topnews/2026/08/27/usa-stanziano-500.000-dollari-in-aiuti-per-il-nepal_4fea90f6-3fbe-4442-a75d-6a23e7dc227d.html

https://karuna-shechen.org/en/floods-nepal/ 

Vedi l'intervista a Matthieu Ricard su France 24:  Qui sont les disparus de la crue meurtrière au Népal et au Tibet ? - France 24 https://share.google/ma6IxwmxuNU5YQdMd

La vita - passare dall'analisi al vissuto

Il filosofo danese Soren Kierkegaard (1813-1855) ha compreso, prima di molti altri, quanto l'eccedenza di pensiero possa paralizzare l'agire. Quando ci si limita ad analizzare ogni opzione da lontano per paura di sbagliare, si finisce per diventare spettatori passivi del proprio tempo, osservatori di una vita che scorre senza essere davvero abitata.

Trasformare l'esistenza in un'esperienza reale richiede quello che il pensiero filosofico definisce un salto di fede: un passaggio dall'astrazione alla concretezza, dal calcolo all'azione. Sperimentare significa accettare l'imprevedibile, accogliere la vulnerabilità e permettere agli eventi di trasformarci, senza pretendere di conoscerne l'esito in anticipo.

C'è una frase di Kierkegaard che racchiude perfettamente questa tensione: "La vita si può capire solo all'indietro, ma si vive in avanti". È proprio questo scarto a generare la nostra confusione più profonda: pretendiamo di comprendere il presente con gli stessi strumenti con cui, un giorno, guarderemo indietro al passato. Ma il senso arriva sempre dopo, mai mentre l'esperienza si sta compiendo. Accettare questo paradosso, invece di combatterlo, è già un primo passo verso la libertà.

Come applicare la filosofia alla quotidianità: tre passi pratici
  1. Coltiva la presenza mentale. Anziché chiederti continuamente dove ti porterà una scelta, sposta l'attenzione sul processo. Il valore di un'esperienza risiede nel modo in cui la attraversi, non solo nel risultato finale.
  2. Accetta l'imprevedibilità. L'imprevisto non è un'interruzione del piano, ma la materia prima della realtà. Imparare a fluire con i cambiamenti riduce notevolmente il carico di stress quotidiano.
  3. Sostituisci il giudizio con la curiosità. Di fronte a una difficoltà, prova a cambiare prospettiva. Non chiederti «come risolvo subito questo guaio?», ma «cosa posso scoprire su di me attraverso questa situazione?».
Smettere di considerare la vita come un guasto da riparare restituisce una straordinaria sensazione di leggerezza. L'esistenza non attende di essere decifrata in ogni suo ingranaggio; chiede semplicemente di essere vissuta, un istante alla volta, con la mente aperta e il cuore disposto a mettersi in gioco.

Se il salto kierkegaardiano riguarda il rapporto con l'esistenza in generale, c'è un ambito in cui questa logica si fa ancora più intensa: l'amore. Anche qui, l'analisi da sola non basta a spiegare ciò che accade.

Lo psicoanalista e filosofo Umberto Galimberti lo esprime con chiarezza: "Non ci innamoriamo di chiunque, ma solo di chi intercetta l'altra parte di noi stessi e quindi ci svela". L'amore, in questa prospettiva, non è una scelta razionale tra alternative equivalenti, ma un incontro che ci rivela a noi stessi, proprio come l'esperienza vissuta ci rivela chi siamo attraverso ciò che affrontiamo, non attraverso ciò che pianifichiamo.

E se ci si chiede come custodire questo incontro, la risposta più semplice arriva da Seneca, con una frase tanto breve quanto definitiva: "Se vuoi essere amato, ama". Non esiste un calcolo che garantisca di essere ricambiati: esiste solo l'atto stesso di amare, vissuto senza la garanzia del risultato — lo stesso salto di fede di cui parlava Kierkegaard, applicato al cuore.

In fondo, che si tratti di una scelta esistenziale o di un legame affettivo, l'insegnamento resta lo stesso: capire arriva sempre dopo. Vivere, invece, si può fare solo adesso.

Amours - Jacques Attali

Jacques Attali è un economista, saggista, banchiere e intellettuale francese, nato ad Algeri il 1º novembre 1943.     È stato il principale consigliere economico del presidente francese François Mitterrand dal 1981 al 1991.     Ha fondato ed è stato il primo presidente della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS). 

Il matrimonio monogamo e indissolubile non è mai stato una legge di natura: è stata un'istituzione, sostenuta da un preciso equilibrio di forze — religione, economia, ignoranza scientifica, subordinazione femminile, brevità della vita. Quando anche uno solo di questi pilastri comincia a vacillare, l'intero edificio si incrina. Il processo che ha condotto l'Occidente dalla coppia eterna e sacra alle relazioni multiple e provvisorie di oggi non è una sequenza di episodi isolati, ma la conseguenza logica del cedimento, uno dopo l'altro, di questi sostegni. È questo filo causale, più che la cronologia in sé, a spiegare come si è arrivati fin qui — e a lasciar intravedere dove si sta andando.  Tutto comincia, paradossalmente, con un progresso che nulla ha a che fare con l'amore: la medicina. Quando l'igiene e le cure allungano l'aspettativa di vita, il matrimonio — pensato per durare pochi decenni, spesso interrotti dalla morte precoce di uno dei coniugi — si trova improvvisamente chiamato a reggere quarant'anni, cinquant'anni di convivenza. È da qui che nasce la domanda che attraverserà tutto il pensiero moderno sull'amore: come si può restare accanto alla stessa persona così a lungo? Hegel, con una punta di cinismo, ammette che non si tarda a diventare preda della noia "e di tutto il resto". Arthur Schopenhauer va oltre e smonta l'amore stesso: non sarebbe che la maschera di una pulsione sessuale passeggera, e cedervi significherebbe condannare altri esseri alla miseria. Hippolyte Taine sintetizza con amara ironia il destino della coppia: *"ci si studia tre settimane, ci si ama tre mesi, si litiga tre anni, ci si tollera per trenta anni — e i figli ricominceranno."* La durata, insomma, diventa il primo grande nemico della promessa coniugale, molto prima che lo diventino la libertà sessuale o l'emancipazione femminile.


A questa crisi silenziosa della durata si affianca, nell'Ottocento, una rivolta esplicita contro l'esclusività stessa del legame. È un movimento che parte dall'arte — quando Goya, con la sua *Maya nuda* (indagata dall'Inquisizione), rivendica per la prima volta il diritto di rappresentare il corpo femminile senza pudore — e si allarga rapidamente alla letteratura e al pensiero politico. Charles Fourier si scaglia apertamente contro la monogamia, propugnando l'uguaglianza dei sessi, la bisessualità, la poligamia, il diritto all'orgasmo. Victor Hugo ed Émile Zola vivono e rivendicano vite sentimentali plurime, mentre altri — Voltaire, Čajkovskij, Flaubert — scelgono al contrario il celibato, segno che il modello unico della famiglia borghese non convince più nessuno, né chi lo rifiuta per eccesso né chi lo rifiuta per difetto. Nel 1865 la nudità dell'*Olimpia* e de *L'origine del mondo* di Courbet scandalizza Parigi; nel 1903 un disegno di Picasso spinge la rappresentazione della sessualità fino alle sue *privautés* più intime. André Gide, apertamente omosessuale, grida nel 1905 il proprio rifiuto della famiglia chiusa: *"Famiglie, vi odio! Focolari serrati, porte chiuse, gelosa proprietà della felicità..."* Sono voci diverse, spesso in disaccordo tra loro, ma tutte convergono su un unico punto: l'idea che l'amore debba necessariamente confluire in un unico legame esclusivo e perpetuo comincia ad apparire non naturale, ma imposta.

Parallelamente, il teatro trasforma la crepa in intrattenimento di massa: l'adulterio e l'amante nascosto nell'armadio diventano il motore delle commedie di Offenbach, Feydeau, Wilde, Courteline. Ridere dell'infedeltà è già, in qualche modo, ammetterne l'inevitabilità. Wilde e Verlaine vivono apertamente relazioni omosessuali maschili, mentre quella femminile — più discreta, meglio tollerata — si manifesta pubblicamente con Colette e Mathilde de Morny. Perfino Gandhi, nel 1906, sceglie la castità totale, convinto che la sessualità impedisca l'azione: un'ulteriore prova che il rapporto tra desiderio e vita coniugale è ormai un problema aperto, discusso da ogni prospettiva possibile. Léon Blum intuisce già la direzione futura: uomini e donne sono per natura poligami, scrive, ma con l'età tendono a farsi teneri e a inclinare verso la monogamia — e un giorno le donne sceglieranno liberamente sia la maternità sia l'uomo da cui avere figli.

Se la crisi della durata mina il matrimonio dall'interno e la rivolta intellettuale lo mina dall'esterno, è l'emancipazione economica femminile a togliergli il fondamento pratico. Finché la donna dipende materialmente dal marito, il matrimonio resta, prima ancora che un legame d'amore, un contratto di sopravvivenza — e la sua rottura resta impensabile. Questo equilibrio si spezza quando le due guerre mondiali svuotano l'Europa di uomini (nel 1922 il continente conta 18 milioni di donne in più rispetto agli uomini) e costringono le donne a entrare nel mondo del lavoro. Il lavoro, insieme ai balli popolari, crea occasioni d'incontro fuori dal controllo familiare, mentre la genetica conferma scientificamente ciò che il pensiero politico andava già sostenendo: la parità tra i sessi. La donna sposata cessa così di essere un oggetto di proprietà per diventare lavoratrice, cittadina, consumatrice — e con l'autonomia economica arriva, inevitabilmente, anche quella sentimentale.

Il passo decisivo, tuttavia, è tecnico prima ancora che culturale: nel 1960 la commercializzazione della pillola contraccettiva separa per la prima volta, in modo affidabile, la sessualità dalla procreazione. È questa separazione — non la sola rivolta ideologica del 1968, che pure ne è la conseguenza più visibile, quando i giovani reclamano con la loro musica il diritto ad amare e gioire senza restrizioni — a rendere concretamente possibile ciò che fino a quel momento restava teoria o trasgressione. Sulla stessa linea si muove la depenalizzazione: nel 1975 l'adulterio e l'interruzione volontaria di gravidanza cessano di essere reati, il divorzio si generalizza e alla famiglia tradizionale si sostituisce il "progetto parentale", un'unione scelta e rinnovabile anziché imposta e perpetua. Il processo non è lineare — l'epidemia di AIDS, negli anni Ottanta, frena bruscamente questa evoluzione dei costumi, ricordando che ogni libertà nuova comporta anche nuovi rischi — ma la direzione resta segnata. Nel 1992 cade anche l'ultimo obbligo giuridico esplicito, quello della donna di sottomettersi al "dovere coniugale": da quel momento l'uguaglianza dei sessi guadagna terreno anche nel linguaggio istituzionale, tanto che alle Nazioni Unite la parola "sesso" viene sostituita da "genere".

Con l'inizio del nuovo millennio, un'ultima forza accelera il processo: la tecnologia della connessione. Dal 2000 nascono i siti d'incontri online — compresi quelli pensati esplicitamente per chi ha già un partner, segno che la ricerca di relazioni multiple non è più clandestina ma organizzata (il 30% degli utenti di questi siti, del resto, è già impegnato altrove). Nel 2007 cambiano perfino le motivazioni dichiarate per fare l'amore, con l'attrazione fisica che si impone come ragione principale, mentre si diffondono un numero crescente di relazioni sessuali e sentimentali parallele, spesso discrete: il 22% degli uomini e il 15% delle donne ammette un'infedeltà. Sempre più bambini nascono e crescono senza un padre presente — il 5% degli americani ha figli in nuclei familiari diversi, e in Gran Bretagna il 40% dei bambini nasce fuori dal matrimonio — trasformando la multigenitorialità in una condizione ordinaria più che in un'eccezione. Contestualmente si allarga l'accettazione sociale dell'omosessualità e della bisessualità, con coppie come Elton John e David Furnish che rivendicano pubblicamente il diritto al matrimonio e alla genitorialità.

Ma la stessa tecnologia che libera il desiderio lo trasforma anche in merce. Il commercio sessuale si industrializza su scala globale — prostituzione, tratta di donne e bambini, turismo sessuale, pornografia infantile soprattutto in Asia (Thailandia, India, Taiwan) — mentre alcuni paesi, come i Paesi Bassi (che legalizzano la prostituzione nell'ottobre del 2000), scelgono di regolamentarlo anziché combatterlo. Il solo mercato del video pornografico vale oggi 30 miliardi di euro, il 10% delle vendite online ha connotazione sessuale, e oltre 10.000 siti sono dedicati alla pedofilia, consultati da 40 milioni di persone. La stessa liberazione che ha reso possibile l'amore scelto ha reso possibile anche lo sfruttamento del corpo su scala industriale: le due cose procedono, storicamente, di pari passo.

Questo cammino, va detto, non è affatto uniforme. Su sei miliardi di esseri umani, metà vive ancora sotto sistemi religiosi — cattolicesimo, altre forme di cristianesimo, islam — che regolano rigidamente il matrimonio, e l'altra metà, tra Asia e Africa, vive in condizioni più o meno poligame, spesso con matrimoni combinati imposti e il velo obbligatorio; nel 2007 la vendita delle donne era ancora legale in Pakistan. Le donne restano confinate nelle campagne in situazioni di poligamia, mentre gli uomini si ammassano nelle bidonville urbane. In Occidente, al contrario, sempre meno coppie si sposano e un matrimonio su tre finisce in divorzio — pur restando tre quarti delle coppie con figli. Il processo che qui abbiamo descritto, in altre parole, non è un destino universale e simultaneo, ma una traiettoria che alcune società hanno già percorso e altre stanno appena imboccando.

Proprio perché ciascuno di questi cedimenti — la durata, la critica intellettuale, l'autonomia femminile, la separazione tra sesso e riproduzione, la connessione digitale — non si è mai arrestato, è ragionevole pensare che il processo continuerà, seguendo la stessa logica che lo ha già portato fin qui. Nei prossimi decenni le classi medie di Asia e Africa, animate dallo stesso desiderio di libertà già vissuto in Occidente, imboccheranno verosimilmente lo stesso cammino verso il matrimonio d'amore. Le chiese cercheranno di rallentare il processo proponendo un ritorno all'ordine morale, ma il ruolo del religioso nel matrimonio — già oggi quasi assente nel buddhismo e nell'islam — è destinato a ridursi ulteriormente anche in Occidente.

La logica della trasparenza, già emersa con internet, si radicalizzerà: il diritto di fare ciò che si vuole sarà controbilanciato dall'obbligo di non nascondere più chi si ama, mettendo fine all'ipocrisia delle relazioni clandestine in favore dell'accettazione esplicita di vite sentimentali multiple. La multigenitorialità, già oggi diffusa di fatto, si generalizzerà anche nel diritto: i bambini apparterranno, senza traumi, a più famiglie. Lo stesso matrimonio, seguendo la traiettoria che lo ha reso sempre più revocabile — dalla depenalizzazione dell'adulterio alla diffusione del divorzio — diventerà strutturalmente provvisorio, destinato a concludersi a una scadenza prestabilita salvo esplicito accordo di rinnovo: non si dovrà più divorziare per separarsi, ma "risposarsi" per restare insieme, come già accadeva in alcune società antiche, per esempio nel Madhya Pradesh. Le rotture, in questo scenario, perderanno gran parte del loro carico traumatico, e le stesse unioni provvisorie si estenderanno a chiunque voglia condividere la vita, indipendentemente dal sesso, con bambini cresciuti anche da persone single o da altre coppie.

L'esito più coerente di questo lungo processo è ciò che potremmo chiamare **NetLoving**, per analogia con il *networking*: una forma di relazione che non ha nulla a che vedere con la poligamia tradizionale, perché nessuno vi appartiene a nessuno, in piena trasparenza. Include il poliamore (più partner sentimentali dichiarati), la polifamiglia (l'appartenenza contemporanea a più nuclei familiari) e la polifedeltà all'interno di un gruppo — di cui esistono già oggi i primi esempi concreti, come la convivenza sotto lo stesso tetto dell'olandese Victor de Bruijn e delle sue due compagne, Bianca e Mirjam. Realizzare pienamente questo modello richiederà probabilmente decenni, ma i suoi primi embrioni sono già visibili: in molte relazioni odierne la fedeltà ha semplicemente smesso di essere un requisito.

C'è però un ultimo effetto, meno annunciato ma coerente con tutto il percorso descritto: se ogni tappa di questo processo ha spostato l'amore da obbligo condiviso a scelta individuale, l'esito estremo potrebbe essere non la moltiplicazione dei legami, ma la loro sparizione. Nessuno dei due sessi sa più bene chi è, né cosa aspettarsi dall'altro: si profila una sorta di androginia collettiva in cui ciascuno rischia di finire per amare soltanto se stesso. Resta allora aperta la domanda che chiude, coerentemente, l'intero processo qui ricostruito: andremo verso forme di amore e sessualità più intense, o verso la loro progressiva estinzione, rassegnandoci a una solitudine programmata? E se, come pure sembra probabile, la tecnologia continuerà ad allungare la vita mantenendoci in forma più a lungo — moltiplicando ulteriormente occasioni e relazioni — riusciremo a renderci conto che senza l'altro non siamo nulla, tanto che il diritto all'amore tornerà a essere una delle prime rivendicazioni? In tutto questo, quale ruolo giocherà l'intelligenza artificiale? Resterà, in ogni caso, la domanda più antica di tutte: si potrà ancora andare oltre se stessi per piacere all'altro, essendo degni di quella tenerezza che fa dell'amore la sorgente stessa della felicità?

lunedì 10 agosto 2026

Lo Yoga che non è più Yoga

Articolo di Fabio Milioni           Vedi:   https://yogaromapuntoit.wordpress.com/fabio-milioni/

Dalla disciplina della trasformazione interiore alla merce del benessere, dell’immagine e del turismo esotico.   Esiste oggi una parola che viene utilizzata con una frequenza tale da aver quasi perduto il proprio significato originario: yoga. 
La si incontra nei centri fitness, negli alberghi di lusso, nei villaggi turistici, nelle piattaforme digitali, nelle riviste di lifestyle, nei cataloghi di abbigliamento, nelle campagne pubblicitarie, nei programmi di wellness, nei retreat organizzati in luoghi esotici e in una quantità crescente di prodotti destinati a un consumatore che non acquista soltanto una pratica, ma un'intera rappresentazione di sé. 
La questione non è stabilire se tutto ciò sia moralmente riprovevole. 
La questione è preliminare e molto più semplice: ciò che viene venduto con il nome di yoga corrisponde effettivamente allo Yoga? 

 

Se per Yoga intendiamo il sistema delineato dal Yoga Darśana e sistematizzato nei Yoga Sūtra di Patañjali, la risposta deve essere formulata con chiarezza: nella maggior parte delle sue manifestazioni commerciali contemporanee, ciò che viene venduto come yoga non è lo Yoga nella sua struttura propria, ma una sua riduzione selettiva, prevalentemente corporea, estetica e commerciale. Non si tratta di una sottigliezza terminologica. Cambiando la struttura cambia la natura della cosa. 

Lo Yoga di Patañjali non è anzitutto una ginnastica. È una disciplina integrale dell'essere umano, orientata alla trasformazione della coscienza.

Il celebre yogaś citta-vṛtti-nirodhaḥ definisce lo Yoga in rapporto alla cessazione delle fluttuazioni della mente; il percorso successivo non è quindi organizzato attorno alla costruzione estetica del corpo, ma alla progressiva trasformazione della relazione dell'uomo con se stesso, con il mondo, con i sensi, con la mente e infine con la coscienza. 
Gli otto aṅga costituiscono l'architettura di questo percorso: yama, niyama, āsana, prāṇāyāma, pratyāhāra, dhāraṇā, dhyāna, samādhi. 
La loro sequenza è essenziale perché rende evidente ciò che il mercato contemporaneo tende a cancellare. 
Yama e niyama costituiscono il fondamento etico e disciplinare. 
Āsana viene dopo. È il terzo aṅga, non il primo e soprattutto non il tutto. Seguono prāṇāyāma e pratyāhāra , che segnano il progressivo passaggio dalla dimensione esteriormente operativa alla dimensione interiore. Con dhāraṇā, dhyāna e samādhi il percorso entra nella sfera propriamente interna. Questa struttura è confermata anche dalla tradizione contemporanea seria. Ananda Balayogi Bhavanani, nella sua esposizione dello Yoga Darśana , presenta il sistema di Patañjali come un percorso complessivo e non come una tecnica ginnica isolata; nella sua trattazione della meditazione definisce dhyāna il settimo degli otto aṅga e parte dell'antaraṅga , il percorso interiore rivolto alla realizzazione del Sé. 
Questa premessa consente di compiere una verifica elementare. Se si prende il terzo degli otto elementi, lo si separa dagli altri sette, lo si trasforma prevalentemente in esercizio fisico, lo si confeziona come servizio commerciale e lo si presenta al pubblico come "yoga", non si è semplicemente modernizzata una disciplina. Se ne è modificata la natura. 
È questo il punto sul quale occorre essere rigorosi. 
Il problema dello yoga contemporaneo commerciale non è che contenga āsana. L'āsana appartiene allo Yoga. Il problema è che l'āsana viene estratto dall'organismo del quale costituisce una parte e viene fatto coincidere con l'organismo stesso. 
È la differenza fra una parte e il tutto. 
È come prendere un organo di un corpo e venderlo come se fosse il corpo. 
Da questa amputazione concettuale nasce lo yoga-merce.  Lo yoga-merce è anzitutto una riduzione. 
Riduce una disciplina antropologica a una tecnica corporea; riduce la tecnica corporea a esercizio; riduce l'esercizio a prestazione; riduce la prestazione a immagine; riduce l'immagine a stile di vita; riduce lo stile di vita a consumo. 
A quel punto il termine "yoga" non designa più necessariamente una trasformazione della coscienza. 
Designa un insieme di segni riconoscibili dal consumatore. 
Il tappetino è yoga. L'abbigliamento è yoga. Il corpo flessibile è yoga. Il resort è yoga. Il tramonto sulla spiaggia è yoga. Il ritiro spirituale è yoga. La fotografia in una posizione spettacolare è yoga. Il viaggio in India è yoga. Il centro benessere è yoga. Il nome sopravvive mentre il contenuto cambia. 
Ed è precisamente questa sopravvivenza nominale a rendere possibile la mercificazione. Una merce completamente nuova dovrebbe essere spiegata al consumatore. Una parola culturalmente prestigiosa, invece, possiede già un capitale simbolico. "Yoga" evoca India, spiritualità, equilibrio, salute, saggezza, armonia, autenticità, antichità. Il mercato non deve costruire da zero queste associazioni: deve semplicemente incorporarle nei propri prodotti. 
La parola diventa così un marchio. 
L'analisi antropologica di Allison Fish è particolarmente significativa. Nel suo studio sullo yoga commerciale transnazionale osserva che lo yoga praticato fuori dall'India e destinato allo scambio commerciale è divenuto un'industria di dimensioni miliardarie, accompagnata da controversie sulla natura dello Yoga, sulla proprietà del sapere yogico e sulla possibilità di gestirne commercialmente l'espressione. 
Ma la mercificazione non si limita alla vendita della lezione. Essa produce un'intera economia derivata. 
Una volta trasformato lo Yoga in pratica di consumo, diventa possibile vendere ciò che lo circonda: abbigliamento, accessori, attrezzature, libri, applicazioni, corsi, certificazioni, programmi di wellness, ritiri, esperienze, viaggi e soggiorni. 
La merce principale non è più nemmeno l'oggetto. È l'identità. 
Il consumatore non compra soltanto un paio di pantaloni per praticare. Compra l'immagine dell'individuo che li indossa. Non acquista soltanto un retreat: acquista la promessa di essere, per alcuni giorni, la persona che immagina di poter diventare. Non acquista semplicemente una lezione: acquista una rappresentazione di equilibrio, salute, disciplina e superiorità rispetto alla banalità della vita quotidiana. 
Lo Yoga diventa così una forma di consumo identitario. Ed è qui che il corpo assume un ruolo decisivo. L'āsana possiede una caratteristica che lo rende perfettamente compatibile con la società dello spettacolo: è visibile. 
Una virtù morale non è facilmente fotografabile. 
L'ahiṃsā non produce necessariamente un'immagine. La veridicità di satya non può essere mostrata in una fotografia. L'aparigraha non produce un corpo riconoscibile. Lo svādhyāya non può essere valutato attraverso un like. 
La concentrazione non possiede una forma esteriore immediatamente vendibile. Una postura, invece, sì.  Può essere fotografata, filmata, valutata, imitata, classificata e confrontata. Può diventare contenuto digitale. Può diventare pubblicità. Può diventare segno distintivo. Può diventare performance. 
È dunque quasi inevitabile che, all'interno dell'economia dell'immagine, proprio l'āsana venga privilegiato rispetto agli altri aṅga. 
La conseguenza è una trasformazione radicale del rapporto con il corpo. Nel percorso tradizionale il corpo è disciplinato in funzione di una trasformazione che lo oltrepassa. Nel sistema commerciale il corpo tende invece a diventare il risultato da esibire. La direzione si è invertita. Il corpo non è più principalmente il veicolo verso l'interiorità; diventa il supporto dell'immagine sociale. 
Il praticante non deve soltanto essere. Deve apparire. E deve apparire come yogico. 
Da qui nasce l'estetica contemporanea dello yoga: corpi giovani, flessibili, tonici, abbigliati secondo un codice riconoscibile, inseriti in ambienti accuratamente selezionati, fotografati nella posizione appropriata e associati a parole come equilibrio, armonia, naturalezza, energia, libertà. 
Non è un elemento accidentale della comunicazione commerciale. È il suo linguaggio. La ricerca sulle rappresentazioni dello yoga nei media contemporanei ha documentato proprio questa forte prevalenza dell'immagine corporea, insieme alla tendenza ad associare lo yoga alla cultura del fitness, dell'apparenza e del consumo. Il risultato è una curiosa inversione antropologica. 
Una disciplina che dovrebbe progressivamente liberare l'uomo dalla dipendenza dall'apparenza viene trasformata in una disciplina dell'apparenza. 
Il corpo deve essere osservato, migliorato, corretto, mostrato. La pratica diventa così anche una forma di auto-esposizione. 
Il social network completa il processo. La posizione non viene più soltanto praticata: viene pubblicata. La pubblicazione introduce necessariamente un osservatore. L'atto originariamente rivolto verso l'interno entra nel circuito della visibilità pubblica. Il praticante guarda se stesso attraverso lo sguardo degli altri e misura implicitamente il proprio valore attraverso reazioni, approvazioni, confronti e riconoscimento. Ciò che avrebbe dovuto favorire il progressivo distacco dall'esteriorità può diventare un nuovo dispositivo di dipendenza dall'esteriorità. Il paradosso è difficilmente eludibile. 

Lo Yoga classico conduce verso pratyāhāra , cioè verso il ritiro dell'attività sensoriale dagli oggetti esterni e la riconduzione dell'attenzione verso l'interno. 
Lo yoga commerciale visuale conduce nella direzione opposta: verso la produzione incessante di immagini destinate allo sguardo altrui. 
Il primo movimento sottrae. Il secondo espone. 
Il primo riduce la dispersione. Il secondo la monetizza. 
Il primo tende al silenzio. Il secondo ha bisogno di contenuto. 
Il primo conduce dall'immagine all'essere. Il secondo dall'essere all'immagine. 

A questo punto entra in scena un'altra industria: il turismo. 
Il fenomeno è ormai sufficientemente documentato da non poter essere considerato una semplice impressione. La ricerca di Bowers e Cheer sullo yoga tourism analizza esplicitamente la trasformazione dello Yoga in prodotto turistico e colloca yoga tourism e spiritual tourism all'interno della più ampia industria del wellness tourism. Gli autori discutono apertamente la tensione fra dimensione spirituale dello Yoga e sua commercializzazione e industrializzazione. 
Qui la mercificazione compie un ulteriore salto. Non si vende più soltanto la pratica. 
Si vende il luogo nel quale la pratica dovrebbe assumere un'autenticità supplementare.
India, Himalaya, Kerala, Rishikesh, Goa, Bali e altri luoghi vengono trasformati in scenografie della spiritualità. 
Il viaggio diventa parte del prodotto. Il consumatore occidentale non viene invitato semplicemente a praticare yoga. Viene invitato a vivere "l'esperienza dello Yoga" nel luogo considerato originario, autentico, esotico. Nasce così un'economia perfettamente integrata: agenzia turistica, compagnia aerea, struttura alberghiera, resort, centro benessere, insegnante, retreat organizer, ristorazione, merchandising e produzione di contenuti. 

Fabio Milioni è un noto insegnante di yoga, studioso della tradizione indiana e autore italiano. Si definisce un "viandante e ricercatore della Via Tradizionale" (Yoga sādhaka) ed è diplomato presso la Federazione Italiana Yoga (FIY). Svolge la sua attività didattica e di divulgazione principalmente a Roma ed è legato al progetto editoriale e al portale Lo Yoga della Tradizione (noto in precedenza anche come Yogaroma).  Milioni è anche attivo in progetti di rilevanza sociale, come l'iniziativa "Yoga in Ospedale", che ha portato la pratica dello yoga classico all'interno di strutture sanitarie (come il Polo Oncologico Regina Elena di Roma) a supporto del benessere dei pazienti.    Nel corso degli anni, Fabio Milioni ha pubblicato numerosi saggi e guide pratiche incentrati sullo studio filologico dei testi classici e sulla corretta esecuzione delle discipline tradizionali:

  • Asana. Lo yoga della tradizione. La bellezza dell'uno (2025)
  • Vakyasudha athava Dṛg-Dṛśya-Viveka (2024)
  • Le fondamenta: Yama e Niyama (2020)
  • Yoga. La Serie Rishikesh
  • Sāṃkhyakārikā di Īśvarakṛṣṇa (2020)

giovedì 6 agosto 2026

Le Giornate Émergences a Bruxelles - dedicate a meditazione e amicizia

Le Giornate Émergences a Bruxelles rappresentano l'evento di riferimento dedicato alla meditazione impegnata nel mondo francofono. Affrontano temi quali la meditazione, l'altruismo, la felicità e la solidarietà con un approccio interdisciplinare e coinvolgente, intrecciando filosofia, psicologia, ecologia, neuroscienze e arti. 

  https://journees.emergences.org/       https://journees.emergences.org/#intervenants

    

Un impegno che si rinnova. Nate nel 2009, le Giornate Émergences sono un appuntamento che si rinnova ogni anno con entusiasmo sempre maggiore. Giunte alla loro diciassettesima edizione, sono diventate un punto d'incontro privilegiato per studiosi, praticanti e tutti coloro che desiderano riflettere sul ruolo della meditazione e dell'impegno etico nella società contemporanea.

Il tema affrontato in questa edizione è l'amicizia.  L'amicizia accompagna la nostra esistenza fin dall'infanzia. Con il passare degli anni ci trasforma, così come noi trasformiamo lei; talvolta conosce momenti di pausa, altre volte si affievolisce o si interrompe.

Eppure, nella società odierna, l'amicizia è spesso relegata in secondo piano, considerata meno importante della relazione di coppia o dei legami familiari. La filosofia, al contrario, le ha sempre attribuito un ruolo fondamentale nella costruzione di una vita buona. Per Epicuro, l'amicizia costituisce una condizione essenziale della felicità e della serenità; Hannah Arendt la considera lo spazio in cui il mondo diventa condivisibile, una dimensione indispensabile alla vita democratica.

Attraverso i secoli riaffiora la medesima intuizione: senza amicizia, la vita si impoverisce. In un'epoca segnata da profonde fratture sociali e da una crescente sfiducia reciproca, l'amicizia rappresenta una preziosa risorsa collettiva. Essa è la capacità di creare legami, di abitare il disaccordo senza spezzare la relazione, di costruire un mondo fondato sul bene comune senza perdere la propria identità.

Attraverso conferenze, testimonianze, momenti musicali e spazi di contemplazione, questa giornata invita a esplorare le molteplici dimensioni dell'amicizia, mettendone in luce il valore umano, sociale e spirituale.

Le Giornate Émergences offrono un'occasione unica per mettere in dialogo prospettive diverse sulle grandi questioni del nostro tempo, sostenendo al contempo numerosi progetti di solidarietà, in particolare quelli promossi dall'associazione Karuna-Shechen, cofondata da Matthieu Ricard.


mercoledì 5 agosto 2026

Le maitre du dharma - Dilgo Khyentse Rinpoche

 Il film Le maitre du dharma (Il maestro del Dharma) prodotto e realizzato da Neten Chokling, con la narrazione Matthieu Ricard, parla di Dilgo Khyentse Rinpoche. 
Vedi link: https://www.youtube.com/watch?v=9WCxqmuzf9k 
 
Dilgo Khyentse Rinpoche (1910-1991) è stato uno dei più importanti maestri spirituali, studiosi e poeti del Buddismo Tibetano nel XX secolo. Maestro anche del Dalai Lama, è considerato un pilastro fondamentale per la preservazione degli insegnamenti tradizionali dopo l'esilio dal Tibet. Ha promosso lo studio e la pratica di tutti i lignaggi principali del buddismo tibetano, senza distinzioni o barriere. Ha salvato e pubblicato oltre 300 volumi di testi buddhisti e ha scritto oltre 25 volumi di commentari e poesie, garantendo la sopravvivenza di conoscenze che rischiavano di andare perdute.  Dopo essere fuggito dal Tibet, ha stabilito la sua sede principale in Nepal (nei pressi dello stupa di Boudhanath), diventando al contempo il consigliere spirituale della famiglia reale del Bhutan.   

Matthieu Ricard, attraverso i suoi scritti e le sue fotografie, ha fatto conoscere gli insegnamenti di questi saggi e di altri grandi maestri tibetani in tutto il mondo.
I suoi maestri principali che hanno plasmato il suo percorso sono stati :
    Kangyur Rinpoche: È stato il suo primo maestro Kangyur Rinpoche, incontrato in India nel 1967. Ha rappresentato per Ricard il modello vivente di saggezza e compassione, spingendolo a trasferirsi definitivamente sull'Himalaya. 

    Dilgo Khyentse Rinpoche: È stato il suo maestro principale e guida spirituale. Ricard è stato il suo assistente personale per ben 14 anni, viaggiando con lui in Tibet, Bhutan, India e Nepal. Ha immortalato questo grande maestro in The Spirit of Tibet e ne ha curato gli insegnamenti. 
A partire dal 1989, Matthieu Ricard è diventato l'interprete ufficiale in lingua francese del XIV Dalai Lama. Insieme al Dalai Lama e ad altri scienziati, ha partecipato agli studi del Mind and Life Institute sugli effetti della meditazione sul cervello. Ricard ha anche scritto saggi su altri importanti maestri e figure storiche del buddhismo tibetano, come il celebre Vagabondo Illuminato dedicato a Patrul Rinpoche.
 
La reincarnazione di Dilgo Khyentse Rinpoche si chiama Dilgo Khyentse Yangsi Rinpoche. Riconosciuto ufficialmente da Sua Santità il XIV Dalai Lama, è nato in Nepal il 30 giugno 1993.I dettagli chiave del suo lignaggio includono:Riconoscimento: Fu identificato da Trulshik Rinpoche attraverso sogni e visioni, poi confermato dal Dalai Lama. Il suo nome di nascita è Ugyen Tenzin Jigme Lhundrup.Educazione: È cresciuto ed è stato educato in Bhutan, sotto la guida di Shechen Rabjam Rinpoche, il nipote di Dilgo Khyentse Rinpoche. Attualmente, è un insegnante itinerante che viaggia tenendo insegnamenti e diffondendo la tradizione buddista. Da inizio 2025, non è più affiliato al Monastero di Shechen (Kathmandu), il centro fondato dal suo predecessore. 

Foto di Matthieu Ricard nel periodo che era discepolo di Dilgo Khyentse Rinpoche

Il pellegrinaggio di Ryōjun Shionuma

: "Ciò che conta non è come gli altri mi chiamano, ma come vivo quando nessuno mi osserva. Dai pellegrinaggi ho capito che poter aprire un rubinetto e bere è uno dei miracoli più grandi ". - Ryōjun Shionuma 

Il monaco buddhista Ryōjun Shionuma, unico uomo dell'era moderna ad aver completato il leggendario cammino ascetico del Sennichi Kaihōgyō (uno dei percorsi ascetici più duri al mondo), ci racconta perché il segreto della resilienza non è evitare la sofferenza, ma imparare a sorriderle mentre la si attraversa.

Per nove anni, a partire dal 1991, ogni primavera, ha percorso a piedi 48 chilometri al giorno tra le montagne sacre del Giappone. Ha affrontato neve, gelo, fame, malattie e il rischio concreto di morire, seguendo il Sennichi Kaihōgyō del Monte Ōmine, pratica millenaria dello Shugendō che pochissimi esseri umani hanno portato a termine.

Ryōjun Shionuma, nato nel 1968 nel nord del Giappone, è l'unico uomo dell'era moderna ad aver completato questa impresa. Un anno dopo concluse anche lo Shimugyō, nove giorni senza cibo, acqua, sonno né possibilità di sdraiarsi. Per questo in Giappone è stato soprannominato «Buddha vivente», titolo che lui continua a rifiutare con disarmante semplicità. Oggi dirige il Tempio Jigenji.

 «L’arte di sorridere in salita»(Vallardi), è un libro nato dall'incontro di Ryōjun Shionuma con la giornalista del Corriere della Sera e scrittrice Costanza Rizzacasa d'Orsogna. Dopo aver affrontato, nel giro di poche settimane, la perdita del padre e del gattino disabile, protagonista delle sue favole bestseller sulla diversità, e aver visto la propria casa gravemente danneggiata da un violento nubifragio, Rizzacasa d'Orsogna ha intrapreso un percorso di ricerca nella filosofia e nella spiritualità giapponese.

Cosa è per me la meditazione

La meditazione è una pratica millenaria per calmare la mente, focalizzare l'attenzione e vivere nel presente, i cui stili principali includono la mindfulness o piena coscienza, la meditazione buddhista e la meditazione yoga. 

 La parola meditare è spesso usata impropriamente; per l'occidentale meditare si riferisce al mentale e alla sua attività, si cerca di prendere consapevolezza dei pensieri. Invece, per l'orientale, la pratica è rivolta in altre dimensioni, per superare il mentale, per arrivare a stati superiori di coscienza e contemplazione, ossia arrivare a degli stati di coscienza diversi dal comune per entrare in contatto con la parte più spirituale dell'essere, al nostro vero Sé.     L'uomo vive identificato con i contenuti della mente, creati soprattutto dalle emozioni: Vive un'esperienza ricolorata dal mentale, si producono così immagini distorte scambiate per realtà e ci si allontana dalla visione oggettiva. - Amadio Bianchi.

L'obiettivo principale dell'occidentale (vedi mindfulness) è sviluppare una piena consapevolezza del momento presente, focalizzando l'attenzione su pensieri, emozioni e sensazioni fisiche in modo intenzionale e senza giudizio. Attraverso la mindfulness, piuttosto che cercare di svuotare la mente o eliminare i problemi, si punta ad accettare la realtà per come si presenta, riducendo le reazioni automatiche. Poi, da questo punto di ancoraggio nel presente e nella realtà, si osserva il funzionamento della  mente, del corpo e la connessione con il mondo.  
L'obiettivo è eliminare stress e ansia, arrivare a una consapevolezza emotiva e un'accettazione di sé;   e arrivare ad un benessere emotivo e mentale.  - Christophe André

Io condivido la definizione di meditazione data da Matthieu Ricard: Meditare,  significa “familiarizzare” con il funzionamento della mente  e “coltivare” le qualità positive dell'essere umano. E' un allenamento della mente per coltivare qualità salutari, come la presenza attenta e l’amore altruistico. La meditazione non è un vuotarsi la testa, ma diventare a poco a poco un miglior essere umano. Occorre praticare la meditazione per individuare le cause e le tossine mentali che ci perturbano, per liberarsi dai conflitti interiori. Poi si può passare ad un livello successivo  che è la meditazione analitica e contemplativa. La prima si usa per esempio quando si de-costruisce la nozione di un “sé” indipendente, unitario e duraturo o quando si medita sull’impermanenza e l’interdipendenza di tutti i fenomeni; la seconda è quella di arrivare a percepire stati elevati di coscienza e consapevolezza. 

L’essere umano tende a identificarsi con i pensieri, creando l’illusione di un io separato. In realtà, la nostra vera natura è la coscienza, uno spazio di consapevolezza in cui i pensieri appaiono e scompaiono. Quando la mente tace, questa illusione si dissolve. 

L’idea di un “io” che medita per ottenere l’illuminazione è un paradosso. La vera comprensione porta a vedere che non esiste separazione tra individuo e totalità, la meditazione è un’espressione della totalità. 

Lo scoprire che facciamo parte di qualcosa di più grande, e che la nostra coscienza è una manifestazione del Tutto,  avviene spesso per caso:   
- vedi Federico Faggin, che ha vissuto una profonda esperienza mistica  nel 1990, mentre passeggiava sulle sponde di un lago ghiacciato,  ha percepito se stesso come un'energia pura e consapevole;  
- vedi l'esperienza mistica (o di risveglio) di Tony Parsons avvenuta spontaneamente negli anni '70 mentre camminava in un parco a Londra. Fu una percezione improvvisa e irreversibile che dissolse l'illusione del suo "sé" separato, rivelando l'unità di ogni cosa e la fine del bisogno di ricercare la spiritualità.
- vedi l'esperienza mistica che ha cambiato la vita di Fritjof Capra avvenuta nel 1971, seduto sulla spiaggia dell'oceano a Big Sur, in California. Osservando le onde che si infrangevano e percependo la brezza, ebbe una rivelazione improvvisa che lo portò a percepire l'intero universo come una gigantesca danza cosmica.

Come dice Mauro Bergonzi (ex-docente universitario di filosofie orientali) : se ci accorgessimo che siamo già ciò che cerchiamo, che non c’è nulla da trovare – né alcuna illuminazione da raggiungere – il nostro atteggiamento cambierebbe radicalmente.

Per Krishnamurti, il meditare e il seguire qualcuno (un guru o un maestro)  a volte diventa un ostacolo.

“Dovunque tu vada ci sei già”.     Bisogna solo lasciarci andare alla Danza della vita.   La meditazione “non è uno strumento per cambiare se stessi, ma semplicemente un mezzo per dissolvere le false idee che costruiscono la coscienza, in modo da lasciar filtrare la luce del vero Sé”. 

Figure femminili che hanno fatto la storia dello yoga

 Lo yoga oggi è praticato in prevalenza da donne eppure all'inizio era un dominio esclusivamente maschile.

Emergono comunque delle figure femminili straordinarie capaci di lasciare un segno indelebile nell'insegnamento dello Yoga. 

Sri Darada Devi (1953-1920) fu la consorte spirituale di Ramakrishna Paramahamsa, un mistico indù del XIX secolo. Sarada Devi è anche venerata come la Santa Madre dai seguaci dell'ordine monastico di Sri Ramakrishna

Mirabai  (1498-1546 conosciuta anche come Meera Bai) è stata una famosissima poetessa mistica indiana del XVI secolo, celebre per la sua totale devozione a Krishna. Nata principessa Rajput nel Rajasthan, India è stata una figura centrale del rinnovamento spirituale indiano basato sull'amore profondo e personale verso la divinità (bhakti). Ribellione: Rifiutò i doveri di corte e i ruoli tradizionali di moglie per dedicarsi interamente alla spiritualità. I suoi canti religiosi (bhajan) sono cantati ancora oggi in tutta l'India

Sri Anandamayi Ma - la Madre Permeata di Gioia (1896-1982) - è stata una delle più grandi figure spirituali dell'India moderna. La sua incomparabile realizzazione spirituale è stata universalmente acclamata e riconosciuta da tutti, umili e potenti, grandi autorità religiose, yogi e santi.

Tao Porchon-lynch  1918-2020   insegnò yoga fino a 100 anni; rappresentava longevità gioia e presenza. Guinness dei primati come istruttrice più anziana al mondo ancora in attività.

E' stata un maestro di yoga americano e pluripremiata come autore.  Ha scoperto lo yoga nel 1926 quando aveva otto anni in India e ha studiato, tra gli altri, con Sri Aurobindo, B.K.S. Iyengar, K. Pattabhi Jois, Swami Prabhavananda e Maharishi Mahesh Yogi. Di origini franco indiane,  conobbe Gandhi a otto anni e partecipò alla celebre marcia della pace.  Partecipo anche alla marcia su New York con Martin Luthrr King.   Era vegetariana e faceva regolarmente digiuni.  Ripeteva "Tutto è possibile, niente è impossibile"   "non c'è niente che non puoi fare".  

Geeta S. Iyengar (1944-2018)  è stata un'insegnante indiana di yoga, figlia maggiore di Yogacharya B. K. S. Iyengar e riconosciuta come massima autorità per la conoscenza dello yoga e in particolare per come le āsana intervengano in aiuto della salute della donna adottò lo yoga alle fasi fisiologiche femminili.

Eugenie Peterson (1899-2002), conosciuta come Indra Devi, è stata una pioniera dell'insegnamento dello yoga come esercizio fisico e una delle prime discepole di Tirumalai Krishnamacharya, il "padre dello yoga moderno". Si trasferì in India a vent'anni, dove divenne una star del cinema e acquisì il nome d'arte di Indra Devi.

Guru Purnima

"In whatever position one is in, or in whatever condition in life one is placed,  one must find balance. Balance is the state of the present - the here and now.  If you balance in the present, you are living in Eternity."   - Ligh and Life

Guru Purnima è una festa sacra dedicata all'omaggio dei maestri spirituali e accademici, celebrata nel giorno di luna piena del mese induista di Ashadha ( il 29 luglio - giugno-luglio). Commemora il saggio Vyasa ( autore del Mahabharata e curatore dei testi sacri Veda) ed è osservata da induisti, buddisti e giainisti per ringraziare la guida che porta dalla oscurità alla conoscenza. 

Rappresenta il momento in cui la saggezza viene trasmessa senza egoismo per aiutare l'evoluzione interiore dell'uomo.
 
Durante questo giorno i discepoli offrono doni, canti e preghiere (puja) ai propri guru per ringraziarli degli insegnamenti ricevuti.   Molti seguaci di grandi maestri moderni seguono incontri ed eventi in streaming dal vivo se non possono partecipare di persona.

Carl Gustav Jung: la struttura della psiche e il cammino dell'individuazione

Tra i grandi pensatori del Novecento, Carl Gustav Jung (1875-1961) occupa una posizione del tutto particolare. Psichiatra svizzero, fondatore della psicologia analitica, egli propose una visione della mente umana che supera i confini della psicologia clinica per abbracciare la filosofia, l'antropologia, la storia delle religioni, la mitologia e il simbolismo. Se Sigmund Freud aveva posto al centro della ricerca l'inconscio individuale e il ruolo delle pulsioni, Jung ampliò enormemente questo orizzonte, sostenendo che la psiche custodisce una dimensione molto più vasta, comune all'intera umanità: l'inconscio collettivo.
L'interesse di Jung non era limitato alla cura delle malattie mentali. Egli cercò di comprendere il significato più profondo dell'esistenza umana e il processo attraverso il quale una persona può diventare realmente se stessa. La sua psicologia è quindi, al tempo stesso, una teoria della mente e una filosofia della crescita interiore, nella quale la sofferenza, il sogno, il simbolo e perfino la crisi esistenziale assumono un valore trasformativo.  

La struttura della psiche. Secondo Jung la psiche non è un'entità semplice, ma un sistema complesso formato da diversi livelli che interagiscono continuamente. L'essere umano non coincide con il proprio Io cosciente: ciò che percepiamo come la nostra identità rappresenta soltanto una piccola parte di una realtà psichica molto più ampia.
Al centro della coscienza troviamo l'Io (Ego), ossia il nucleo dell'identità personale. L'Io organizza le percezioni, i ricordi, i pensieri e le decisioni, permettendo all'individuo di orientarsi nella vita quotidiana. È il punto dal quale diciamo "io penso", "io sento", "io voglio". Tuttavia, per Jung, l'Io non governa l'intera personalità: è soltanto il centro della coscienza, non il centro della psiche.
Gran parte della nostra vita mentale rimane infatti inconscia. Desideri dimenticati, ricordi rimossi, emozioni represse, intuizioni, immagini simboliche e tendenze profonde agiscono continuamente senza che ce ne rendiamo conto. L'Io tende spesso a credersi padrone della personalità, ma in realtà rappresenta solo una piccola isola che emerge dall'immenso oceano dell'inconscio.

La Persona. Per vivere in società ogni individuo sviluppa quella che Jung definisce la Persona. Il termine deriva dal latino persona, la maschera utilizzata dagli attori del teatro antico. La Persona è la maschera sociale che ciascuno indossa per adattarsi alle aspettative dell'ambiente. Essere medico, insegnante, sacerdote, genitore o imprenditore significa assumere ruoli che comportano determinati comportamenti e modi di presentarsi agli altri. La Persona svolge quindi una funzione positiva: permette l'integrazione sociale e rende possibile la convivenza.
Il problema nasce quando l'individuo finisce per identificarsi completamente con la propria maschera. Chi coincide totalmente con il proprio ruolo perde il contatto con la propria interiorità. Il professionista diventa soltanto la sua professione, il religioso soltanto la sua funzione, il politico soltanto il proprio personaggio pubblico. La vita autentica viene sostituita dalla rappresentazione.
Per Jung una personalità equilibrata utilizza la Persona come uno strumento, senza lasciarsene dominare.

Dietro la Persona si trova uno degli archetipi più importanti della psicologia junghiana: l'Ombra. L'Ombra comprende tutti gli aspetti della personalità che l'Io rifiuta di riconoscere. Vi appartengono impulsi aggressivi, paure, desideri, emozioni inaccettabili, ma anche qualità positive che, per varie ragioni, non sono state sviluppate.
Ogni educazione seleziona infatti ciò che è socialmente accettabile e ciò che deve essere represso. Il bambino impara presto quali comportamenti vengono premiati e quali condannati. Le caratteristiche incompatibili con l'immagine ideale di sé vengono così spinte nell'inconscio.
L'Ombra non scompare. Continua invece ad agire indirettamente, manifestandosi nei sogni, nelle emozioni incontrollate, nei lapsus, nelle proiezioni e nei conflitti con gli altri. Spesso attribuiamo agli altri proprio quei difetti che non riusciamo ad accettare in noi stessi. Per Jung il confronto con l'Ombra rappresenta uno dei passaggi fondamentali della maturazione psicologica. Non significa lasciarsi dominare dagli impulsi oscuri, ma riconoscerli, comprenderli e integrarli nella coscienza.

L'Anima e l'Animus.  Tra gli archetipi più originali elaborati da Jung figurano l'Anima e l'Animus. 
L'Anima rappresenta l'immagine archetipica del femminile presente nell'uomo, mentre l'Animus rappresenta l'immagine del maschile presente nella donna.
Questi archetipi non riguardano semplicemente il genere biologico, ma indicano le componenti psicologiche complementari della personalità. L'Anima è collegata al mondo dei sentimenti, dell'intuizione, della creatività, dell'immaginazione e della relazione. L'Animus esprime invece la capacità di riflessione, di discernimento, di decisione e di orientamento razionale.
Quando queste dimensioni rimangono inconsce, vengono facilmente proiettate sulle persone amate. L'innamoramento assume allora un'intensità straordinaria, perché il partner viene inconsciamente investito delle immagini archetipiche custodite nella psiche. Con il tempo, tuttavia, la realtà dissolve inevitabilmente tali proiezioni.  La maturità psicologica consiste nel riconoscere che quelle qualità appartengono anzitutto al proprio mondo interiore.

L'inconscio personale. L'inconscio personale comprende tutti i contenuti dimenticati, rimossi o temporaneamente esclusi dalla coscienza. Ricordi infantili, esperienze traumatiche, emozioni represse, desideri irrealizzati continuano a esercitare una profonda influenza sul comportamento.
Freud aveva già individuato questa dimensione, ma Jung ne amplia il significato. L'inconscio personale non contiene soltanto conflitti patologici; custodisce anche potenzialità creative ancora inesplorate. Molte intuizioni artistiche, scientifiche o spirituali emergono proprio da questo livello della psiche.
L'inconscio comunica attraverso il linguaggio simbolico dei sogni, delle fantasie e delle immagini spontanee.

L'inconscio collettivo. L'intuizione più innovativa di Jung riguarda però l'esistenza dell'inconscio collettivo. Secondo lo psichiatra svizzero, sotto lo strato personale della psiche esiste un livello universale, condiviso da tutti gli esseri umani indipendentemente dalla cultura, dalla religione o dall'epoca storica. Esso non deriva dall'esperienza individuale, ma costituisce il patrimonio psichico ereditato dell'umanità.   Così come il corpo conserva l'eredità biologica della specie, la psiche conserva strutture universali di esperienza che Jung chiamò archetipi.

Gli archetipi. Gli archetipi non sono immagini già formate, ma modelli originari che organizzano il modo in cui percepiamo il mondo e attribuiamo significato all'esperienza.
Essi emergono spontaneamente nei miti, nelle fiabe, nelle religioni, nelle opere d'arte e soprattutto nei sogni.   Tra gli archetipi più importanti troviamo la Grande Madre, il Vecchio Saggio, il Bambino Divino, l'Eroe, il Viaggio, la Rinascita, l'Albero della Vita, la Montagna Sacra e il Centro del Mondo.  Il fatto che simboli molto simili compaiano in civiltà lontanissime tra loro convinceva Jung dell'esistenza di una matrice psichica universale. Non si tratta di una trasmissione culturale diretta, bensì dell'espressione spontanea di strutture comuni dell'inconscio umano.

Mito, religione e sogni.
Per Jung il mito non è una narrazione fantastica inventata da popoli primitivi. È piuttosto il linguaggio simbolico attraverso il quale l'inconscio collettivo racconta la propria esperienza. Le grandi tradizioni religiose esprimono gli stessi archetipi fondamentali mediante immagini differenti. Il sacrificio, la morte e la rinascita, il diluvio, il paradiso, il viaggio dell'eroe, il maestro spirituale e il centro luminoso appartengono a un patrimonio simbolico universale.
Anche il sogno svolge una funzione analoga. Contrariamente a Freud, che lo interpretava prevalentemente come appagamento mascherato di desideri inconsci, Jung lo considerava una comunicazione spontanea dell'intera psiche. Il sogno non nasconde un messaggio: lo presenta attraverso il linguaggio del simbolo.
Per questo motivo l'interpretazione non consiste nel tradurre automaticamente un'immagine in un significato fisso. Ogni simbolo va compreso nel contesto della vita del sognatore e, contemporaneamente, alla luce delle grandi immagini universali dell'umanità.
In questa prospettiva, religione, arte e sogno appartengono a un medesimo universo simbolico: sono differenti modalità attraverso le quali la psiche tenta di ristabilire il proprio equilibrio e di orientare l'individuo verso una più completa realizzazione di sé.

Il simbolo: il linguaggio dell'inconscio. Uno degli aspetti più originali della psicologia junghiana è l'importanza attribuita al simbolo. Jung riteneva infatti che l'inconscio non si esprimesse attraverso concetti razionali, bensì mediante immagini simboliche, capaci di racchiudere significati molteplici e di mettere in relazione la coscienza con le dimensioni più profonde della psiche.
È importante distinguere il simbolo dal segno. Un segno rimanda a un significato preciso e convenzionale: una parola, un numero, un segnale stradale hanno un contenuto definito e univoco. Il simbolo, invece, possiede una ricchezza inesauribile. Non si limita a rappresentare qualcosa di noto, ma allude a una realtà che supera la comprensione razionale e invita la coscienza ad ampliarsi.
Per Jung, i grandi simboli religiosi appartengono a questa seconda categoria. La croce, il loto, l'albero della vita, il serpente, la montagna sacra, il sole, il cerchio, il fuoco e l'acqua non sono semplici immagini decorative: sono espressioni spontanee degli archetipi dell'inconscio collettivo. Essi ricompaiono continuamente nelle civiltà più diverse perché appartengono alla struttura stessa della psiche umana.
La funzione del simbolo non è soltanto quella di rappresentare un contenuto inconscio, ma anche quella di trasformare la personalità. Quando un individuo entra realmente in rapporto con un simbolo vivo, qualcosa nella sua coscienza cambia. Il simbolo diventa un ponte tra ciò che è conosciuto e ciò che ancora deve essere scoperto.

Il mandala: immagine della totalità. Tra tutti i simboli studiati da Jung, il mandala occupa un posto privilegiato. La parola sanscrita maṇḍala significa "cerchio", ma indica molto più di una semplice figura geometrica. Nelle tradizioni religiose dell'India e del Tibet il mandala rappresenta l'universo ordinato, il centro della realtà e il percorso spirituale verso l'illuminazione.
Jung osservò che strutture circolari molto simili comparivano spontaneamente nei sogni, nei disegni e nelle fantasie di persone che non avevano mai avuto alcun contatto con il buddhismo o l'induismo. Questo lo convinse che il mandala fosse un archetipo universale.
Il cerchio rappresenta l'ordine, la completezza e l'unità della psiche. Nei momenti di crisi profonda, quando l'individuo attraversa trasformazioni interiori importanti, l'inconscio tende spontaneamente a produrre immagini mandaliche. È come se la psiche cercasse di ristabilire un nuovo equilibrio attorno a un centro più profondo dell'Io.
Per Jung il mandala non è soltanto un simbolo religioso: è la rappresentazione del Sé, il principio ordinatore dell'intera personalità.
Non è un caso che i mandala tibetani siano costruiti attorno a un centro luminoso dal quale si sviluppano simmetricamente tutte le altre forme. Analogamente, la crescita psicologica consiste nell'organizzare progressivamente la vita attorno al proprio centro interiore.

L'alchimia come simbolo della trasformazione. Uno dei campi di ricerca più sorprendenti della maturità di Jung riguarda l'alchimia. Per molti secoli l'alchimia era stata interpretata esclusivamente come un'antica forma di chimica o come un ingenuo tentativo di trasformare il piombo in oro. Jung propose una lettura completamente diversa.  Analizzando centinaia di testi alchemici medievali e rinascimentali, egli giunse alla conclusione che gli alchimisti descrivevano inconsapevolmente i processi della trasformazione psichica.  La materia sulla quale lavoravano non rappresentava soltanto il metallo, ma anche la personalità umana.  Il piombo simboleggiava la coscienza ancora grezza e dominata dall'inconsapevolezza; l'oro rappresentava invece la personalità pienamente realizzata.
Le diverse fasi dell'opera alchemica – la nigredo (oscurità), l'albedo (purificazione), la citrinitas (illuminazione) e la rubedo (compimento) – descrivono simbolicamente il cammino dell'individuazione.
L'alchimia, dunque, non sarebbe soltanto una disciplina del passato, ma una straordinaria metafora della trasformazione interiore.

Il processo di individuazione.
Tutta la psicologia junghiana converge verso quello che Jung definisce processo di individuazione.   Con questo termine egli non intende il semplice sviluppo dell'individualismo o dell'autonomia personale. Individuarsi significa diventare ciò che si è realmente.  Ogni essere umano nasce con enormi potenzialità che rimangono inizialmente inconsce. Nel corso della vita la personalità tende gradualmente a svilupparle attraverso un lungo processo di integrazione.  L'individuazione non consiste nell'eliminare gli aspetti negativi della personalità, ma nel riconoscerli, comprenderli e armonizzarli. Il primo passo è generalmente il confronto con la Persona. Occorre distinguere ciò che realmente siamo dai ruoli che interpretiamo nella società.
Successivamente emerge il confronto con l'Ombra. Questa rappresenta spesso l'esperienza più difficile, perché obbliga l'individuo a riconoscere aspetti di sé che aveva sempre rifiutato.
In una fase successiva entrano in gioco l'Anima e l'Animus, che favoriscono l'integrazione delle dimensioni complementari della personalità. Infine, la coscienza si apre progressivamente al Sé, il centro profondo della psiche. Questo cammino non procede in modo lineare. È fatto di crisi, regressioni, intuizioni improvvise, sogni significativi e trasformazioni graduali. Jung osservava che molte crisi della seconda metà della vita derivano proprio dall'esigenza della psiche di avviare questo processo.

Il Sé: centro e meta della personalità.
Il concetto di Sé (Selbst) costituisce probabilmente il nucleo più importante dell'intera psicologia analitica. Mentre l'Io rappresenta soltanto il centro della coscienza, il Sé è il centro dell'intera personalità, comprendente sia la coscienza sia l'inconscio. Esso rappresenta la totalità dell'essere umano.
Jung descrive il Sé come il principio ordinatore della psiche, una sorta di forza autoregolatrice che orienta spontaneamente lo sviluppo psicologico verso una crescente completezza. Il Sé non coincide con l'ego, né con un ideale morale. È piuttosto il fondamento più profondo dell'identità. Per questo motivo numerose tradizioni religiose hanno rappresentato simbolicamente il Sé mediante immagini di grande forza spirituale: il Buddha, il Cristo, il mandala, la pietra filosofale, il Graal, l'albero cosmico, la montagna sacra o il centro luminoso del mondo. Queste immagini non devono essere interpretate esclusivamente sul piano teologico. Dal punto di vista junghiano esse rappresentano simbolicamente l'esperienza dell'unità interiore.

Psicologia e spiritualità.   Uno degli aspetti che hanno reso Jung tanto influente consiste nella sua apertura verso le grandi tradizioni religiose. Pur non identificando mai psicologia e religione, egli riteneva che entrambe descrivessero, con linguaggi differenti, le medesime esperienze fondamentali della psiche. Per questo studiò approfonditamente il cristianesimo, lo gnosticismo, il taoismo, l'induismo e il buddhismo.
Nei simboli religiosi egli vedeva la manifestazione spontanea degli archetipi universali. La pratica spirituale diventava così una possibilità di dialogo tra coscienza e inconscio.
Pur mantenendo una prospettiva psicologica, Jung riconobbe nelle tradizioni orientali una straordinaria conoscenza dei processi interiori. 
Particolare interesse suscitò in lui il buddhismo, soprattutto nella sua attenzione alla trasformazione della mente, alla meditazione e all'esperienza diretta della realtà. Tuttavia egli osservò anche una differenza fondamentale: mentre molte scuole buddhiste parlano del superamento dell'idea di un sé permanente (anātman), la psicologia analitica utilizza il concetto di Sé come simbolo della totalità psichica. Si tratta di due prospettive appartenenti a piani differenti – una filosofico-religiosa e l'altra psicologica – che non devono essere semplicemente sovrapposte.

L'eredità di Jung. A oltre sessant'anni dalla sua morte, il pensiero di Jung continua a esercitare una profonda influenza ben oltre l'ambito della psicoterapia. Le sue idee hanno ispirato la psicologia del profondo, l'antropologia culturale, gli studi religiosi, la critica letteraria, la storia dell'arte e persino il cinema contemporaneo. Il concetto di archetipo è ormai entrato nel linguaggio comune, mentre il processo di individuazione continua a rappresentare uno dei modelli più fecondi per comprendere la crescita della persona.
Naturalmente molte sue ipotesi – soprattutto quella dell'inconscio collettivo – sono state oggetto di discussione e di critica da parte della psicologia sperimentale e delle neuroscienze, che ne contestano la difficile verificabilità empirica. Tuttavia il valore dell'opera junghiana non risiede soltanto nelle sue formulazioni teoriche, ma nella straordinaria capacità di mettere in dialogo discipline diverse: psicologia, filosofia, antropologia, storia delle religioni e studio del simbolo.
In definitiva, la psicologia analitica propone una visione dell'essere umano come realtà dinamica, aperta alla trasformazione e orientata verso una progressiva integrazione delle proprie molteplici dimensioni. Il compito dell'esistenza non consiste nel costruire un'identità perfetta, ma nel riconoscere e armonizzare le diverse componenti della propria psiche, accogliendo tanto la luce quanto l'ombra. L'individuazione non è il trionfo dell'ego, bensì il graduale emergere di una coscienza più ampia, capace di vivere in rapporto con il proprio centro interiore.
È forse questa la lezione più attuale di Jung: la maturità psicologica non nasce dall'eliminazione dei conflitti, ma dalla loro trasformazione. Ogni crisi, ogni sogno, ogni simbolo e ogni incontro significativo possono diventare tappe di un cammino verso una maggiore completezza. In questo senso, la psicologia analitica continua a offrire una delle più profonde riflessioni sul mistero della coscienza e sul significato del divenire pienamente umani.

martedì 4 agosto 2026

Zazen: La pratica della meditazione Zen

Zazen: La pratica dello meditazione zen in un tempio buddista è un documentario diretto da Stanislas Wang-Genh presso il tempio Ryumonji in Alsazia. 

Il documentario è un’immersione didattica nella vita quotidiana dei monaci e delle monache zen Sôtô e illustra in dettaglio i principi fondamentali di questa scuola. Il film spiega come sedersi su un cuscino (zafu), nella posizione del loto o del mezzo loto, con la schiena dritta e il respiro regolare. Mostra la pratica collettiva che scandisce la giornata del monastero (cerimonie, lavoro quotidiano o samu). L'obiettivo dello Zen è osservare i propri pensieri senza attaccarvisi, imparando a ricentrarsi sul momento presente. 

Si pratica zazen (meditazione zen) su uno zafu (il tradizionale cuscino rotondo, ciò richiede una postura precisa per allineare la colonna vertebrale e favorire la stabilità. Si allunga la colonna vertebrale verso il soffitto e si rilassano le spalle, lasciandole cadere naturalmente. Si uniscono le mani nel cosmic mudra (hoka jōin): mano sinistra sopra la destra, palmi rivolti verso l'alto, pollici che si toccano leggermente formando un ovale. Si portano le mani all'altezza dell'addome. Il mento deve essere leggermente rientrato. Gli occhi sono socchiusi e si fissa lo sguardo a circa un metro e mezzo di distanza davanti , con un angolo di circa 45 gradi verso il basso.

Nello Zen, si eseguono tre inchini profondi a terra (chiamati San Pai o Gotai Tochi) nei seguenti momenti formali della pratica nello Zendo (sala di meditazione):  
  • Prima e dopo il canto dei Sutra: è il momento più comune e regolare durante la liturgia quotidiana. All'inizio e alla fine delle cerimonie.
  • All'inizio e alla fine di un ritiro intenso (Sesshin). 
  • Durante l'incontro formale privato con il Maestro (Dokusan o Sanzen): il praticante li esegue entrando e uscendo dalla stanza del Maestro.
I tre inchini sono un rituale di purificazione e devozione. Rappresentano la sottomissione dell'ego, l'umiltà e la riverenza verso il Triplice Gioiello:Il Buddha: Un omaggio al Maestro e al potenziale di risveglio presente in ogni essere. Il Dharma: Il rispetto per gli insegnamenti e la Via della liberazione. Il Sangha: La gratitudine per la comunità dei praticanti, monaci e laici.   Il gesto si esegue portando le mani giunte all'altezza del petto (añjali), poi alla fronte, alla bocca e al cuore (per purificare pensieri, parole e azioni). Infine, ci si inginocchia poggiando la fronte a terra, con i palmi rivolti verso l'alto.

Esistono due importanti templi Zen di scuola Soto chiamati Ryumon-ji (Tempio della Porta del Drago): uno in Europa (Francia/Alsazia a un'ora da Strasburgo) e uno negli Stati Uniti (Iowa). Entrambi offrono ritiri, meditazione (zazen) e una vita monastica attiva. 

  •  Link al film: https://www.youtube.com/watch?v=zFhJptNnum8 
  • IL film si trova anche sul sito Vimeo alla voce «ZAZEN Il film» 
  • Potete  consultare gli insegnamenti tramite il portale ufficiale della Meditazione zen:  www.meditation-zen.org 

Robert Thurman

Tenzin Robert Alexander Farrar Thurman (1941–2026), il padre di Uma, è stato un saggista, orientalista e monaco buddhista statunitense, che ha scritto, curato e tradotto numerosi libri sul buddhismo tibetano. Nato a New York, la sua vita ha svoltato radicalmente nei primi anni Sessanta quando, in India, ha incontrato Sua Santità il XIV Dalai Lama, diventando nel 1965 il primo cittadino americano a ricevere l'ordinazione monastica nella tradizione tibetana. 

 

Dopo essere tornato alla vita laica per proseguire gli studi, ha conseguito un dottorato di ricerca presso l'Università di Harvard. Per trent'anni ha ricoperto la cattedra Jey Tsong Khapa in Studi Buddhisti Indo-Tibetani alla Columbia University, coniugando un rigoroso approccio filologico alla divulgazione accessibile. Co-fondatore e presidente della Tibet House US, ha dedicato la sua esistenza alla tutela della cultura tibetana e alla traduzione di testi cardine del canone buddhista. Ha avuto una lunga e stretta amicizia con il Dalai Lama

Autore di opere fondamentali come Rivoluzione interiore, Thurman ha ridefinito il concetto di spiritualità introducendo la nozione di "realismo impegnato", una visione in cui la trasformazione della coscienza si traduce in attivismo sociale e pacifismo radicale. La sua straordinaria capacità di unire il dibattito accademico alla pratica etica e alla politica del risveglio [bodhi] lo ha reso una figura insostituibile nel panorama culturale contemporaneo. 

Alcune sue considerazioni sul buddhismo prese dall'intervista con John Malkin, giornalista, musicista e attivista per il cambiamento sociale.

In Tibet ho incontrato una filosofia che è a tutti gli effetti una scienza interiore volta a comprendere se stessi e il mondo. Si fonda sull’uso della facoltà critica e del dubbio, sulla meditazione applicata a noi stessi e sullo sviluppo di una concentrazione sempre più stabile e forte con cui porsi degli interrogativi e ragionare.

Oggi definisco il Buddhismo come un “realismo impegnato”. Il Buddhismo permette di sollevare i veli, superare i condizionamenti illusori e i miti tradizionali per vedere la realtà così com’è e per vedere la realtà del proprio sé per ciò che è. E più si diventa realistici nei confronti della realtà, più ci si rende conto di possedere l’energia e la condizione necessarie per essere felici. In questo caso, persino la morte non turba la propria felicità, perché si dispone di una continuità energetica di amore, beatitudine, compassione e saggezza, in qualsiasi corpo ci si trovi.

Scoprendo il Buddhismo ho trovato una rivoluzione della coscienza che ritengo essere la più importante delle rivoluzioni. Si tratta però di una rivoluzione “fredda”, che purtroppo richiede molto tempo. Si tramanda di generazione in generazione. E ora stiamo entrando in un momento della storia in cui questa rivoluzione deve giungere a una sorta di conclusione positiva. È un periodo di grande confusione, in cui sembra che tutto stia andando completamente a rotoli, come se fossimo sull’orlo del giorno del giudizio. Sotto la superficie, tuttavia, nella consapevolezza, potrebbero esserci i semi o persino le fioriture di un nuovo modo di abitare il pianeta.
Oggi, riguardo al rapporto tra cambiamento interiore e cambiamento sociale, direi che il cambiamento interiore ha la priorità ed è la cosa più importante. Attraverso l’educazione, questo cambiamento interiore può diventare un movimento di massa, come è già accaduto in molti altri Paesi.

Teoricamente, in quella che i buddhisti chiamano una “terra pura” [buddhakṣetra], dove ogni essere è risvegliato, si avrebbe naturalmente un anarchismo nonviolento, nel senso che non ci sarebbe bisogno di alcuna protezione poiché non vi sarebbero persone violente. 

L’idea che l’individuo si adoperi per il massimo bene comune rappresenta il compimento della fioritura individuale. Le persone che non ne sono ancora capaci dovrebbero coltivare una fioritura interiore, in modo da non forzarsi all’altruismo nei modi tipici di un martire. Una società veramente individualista crea una collettività sana. 

Uno dei problemi che abbiamo oggi in Occidente è che possediamo un’immagine trionfalistica di noi stessi. Pensiamo di essere la più grande società mai esistita sul pianeta! E rimuoviamo il fatto di aver commesso genocidi nei confronti di molti altri popoli. La violenza genera sempre altra violenza. Il Buddha e Gesù lo hanno detto. Persino Maometto lo ha affermato, quando non era impegnato a difendersi. Lo hanno detto tutti, ma noi non ascoltiamo.

Testi: 

  • Rivoluzione interiore. Una politica dell’illuminazione. Testo cardine in cui l’autore sviluppa il concetto di “politica del risveglio” e analizza la transizione storica del Tibet da impero militarista a società a centralità monastica.
  • Jinpa, Thubten (2002). Studio fondamentale per comprendere il funzionamento della logica e del dubbio metodologico nella tradizione Gelug, citato da Thurman come base della “scienza interiore”.
  • Dalai Lama, Tenzin Gyatso (1990). Freedom in Exile: The Autobiography of His Holiness the Dalai Lama. New York: HarperCollins.

lunedì 3 agosto 2026

Classifica dei paesi più felici del mondo nel 2026

È uscita l’edizione 2026 del World Happiness Report, la pubblicazione di riferimento mondiale sul benessere globale. Basata su dati di soddisfazione personale raccolti in oltre 140 paesi, la classifica è redatta dal Wellbeing Research Centre dell’Università di Oxford, in collaborazione con Gallup e le Nazioni Unite.

Anche nel 2026, i paesi nordici dominano la classifica dei paesi più felici del mondo. La Finlandia si conferma al primo posto con un punteggio medio di 7,764 su 10, seguita da Islanda e Danimarca. La novità più rilevante di quest’anno è il balzo del Costa Rica al 4° posto: è il miglior risultato di sempre per un paese dell’America Latina nel World Happiness Report. Completano la top 10 Svezia, Norvegia, Paesi Bassi, Israele, Lussemburgo e Svizzera.

L’Italia si colloca al 38° posto con un punteggio medio di 6,574. È una posizione intermedia: migliore di quella di paesi come Spagna, Panama e Kuwait, ma ancora lontana dai paesi che guidano stabilmente la classifica. Restano davanti all’Italia anche diverse economie europee di medie dimensioni, come Austria, Slovenia, Germania e Irlanda.

La stesura del  World Happiness Report  è stata ispirata dal tasso di Felicità Interna Lorda (FIL) che è un indice di sviluppo ideato in Bhutan nel 1972 dal re Jigme Singye Wangchuck come alternativa al PIL, basato su quattro pilastri e nove domini per misurare il benessere psicologico, la salute, l'educazione e la protezione dell'ambiente anziché la sola ricchezza materiale. I quattro pilastri della FIL sono: Sviluppo socio-economico equo e sostenibile.Conservazione della cultura locale.

La FIL nasce per orientare direttamente le politiche pubbliche e le leggi di un singolo Stato (il Bhutan), mentre il World Happiness Report serve a confrontare la percezione della felicità tra i diversi paesi del mondo e fornire linee guida globali ai governi.  Il legame tra i due concetti è ideale e storico: l'intuizione pionieristica della FIL in Bhutan ha ispirato il dibattito internazionale che ha portato l'ONU a istituire la Giornata Mondiale della Felicità e a commissionare, anno dopo anno, il World Happiness Report. 

Il World Happiness Report e la Felicità Interna Lorda (FIL) (o Gross National Happiness, GNH) sono entrambi strumenti nati per superare il concetto tradizionale di PIL e misurare il benessere della popolazione, ma differiscono profondamente per origine, metodo di calcolo e diffusione globale.

La FIL è una vera e propria filosofia di governo e modello di sviluppo nazionale alternativo al PIL. Il World Happiness Report è invece un rapporto globale sponsorizzato dalle Nazioni Unite (tramite il Sustainable Development Solutions Network) e redatto da accademici internazionali a partire dal 2012.

Il World Happiness Report si basa principalmente su un’unica grande domanda soggettiva (il cosiddetto Cantril Ladder) in cui un campione di cittadini in oltre 150 paesi valuta la propria vita su una scala da 0 a 10. Questo punteggio viene poi correlato a sei fattori chiave (PIL pro capite, supporto sociale, aspettativa di vita sana, libertà, generosità e percezione della corruzione).  La FIL bhutanese è un indicatore politico e statistico molto più complesso e strutturato, basato su 33 indicatori suddivisi in 9 domini specifici (tra cui uso del tempo, vitalità della comunità, diversità ecologica e benessere psicologico).

A rigore, non esiste una classifica globale dei paesi basata sulla Felicità Interna Lorda (FIL), poiché la FIL non è un indice internazionale, ma un sistema metrico interno applicato in modo ufficiale ed estensivo esclusivamente dal governo del Bhutan.

Il Bhutan, l'inventore della FIL, non compare nei primissimi posti del World Happiness Report delle Nazioni Unite perché il report dell'ONU include fortemente nel suo modello il PIL pro capite e l'aspettativa di vita alla nascita. Essendo il Bhutan una nazione asiatica in via di sviluppo con standard economici e sanitari inferiori rispetto a quelli europei, viene penalizzato da questo specifico algoritmo globale, nonostante l'ottimo livello di benessere psicologico e culturale interno dei suoi abitanti.

  • World Happiness Report 2026:   https://www.worldhappiness.report/ed/2026/
  • Film   Bhutan: Felicità interna lorda   https://www.mymovies.it/film/2018/bhutan-felicita-interna-lorda/ 
  • Sito:  https://benefficienza.it/blog/paesi-piu-felici-del-mondo/

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