giovedì 27 agosto 2026

Amours - Jacques Attali

Jacques Attali è un economista, saggista, banchiere e intellettuale francese, nato ad Algeri il 1º novembre 1943.     È stato il principale consigliere economico del presidente francese François Mitterrand dal 1981 al 1991.     Ha fondato ed è stato il primo presidente della Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo (BERS). 

Il matrimonio monogamo e indissolubile non è mai stato una legge di natura: è stata un'istituzione, sostenuta da un preciso equilibrio di forze — religione, economia, ignoranza scientifica, subordinazione femminile, brevità della vita. Quando anche uno solo di questi pilastri comincia a vacillare, l'intero edificio si incrina. Il processo che ha condotto l'Occidente dalla coppia eterna e sacra alle relazioni multiple e provvisorie di oggi non è una sequenza di episodi isolati, ma la conseguenza logica del cedimento, uno dopo l'altro, di questi sostegni. È questo filo causale, più che la cronologia in sé, a spiegare come si è arrivati fin qui — e a lasciar intravedere dove si sta andando.  Tutto comincia, paradossalmente, con un progresso che nulla ha a che fare con l'amore: la medicina. Quando l'igiene e le cure allungano l'aspettativa di vita, il matrimonio — pensato per durare pochi decenni, spesso interrotti dalla morte precoce di uno dei coniugi — si trova improvvisamente chiamato a reggere quarant'anni, cinquant'anni di convivenza. È da qui che nasce la domanda che attraverserà tutto il pensiero moderno sull'amore: come si può restare accanto alla stessa persona così a lungo? Hegel, con una punta di cinismo, ammette che non si tarda a diventare preda della noia "e di tutto il resto". Arthur Schopenhauer va oltre e smonta l'amore stesso: non sarebbe che la maschera di una pulsione sessuale passeggera, e cedervi significherebbe condannare altri esseri alla miseria. Hippolyte Taine sintetizza con amara ironia il destino della coppia: *"ci si studia tre settimane, ci si ama tre mesi, si litiga tre anni, ci si tollera per trenta anni — e i figli ricominceranno."* La durata, insomma, diventa il primo grande nemico della promessa coniugale, molto prima che lo diventino la libertà sessuale o l'emancipazione femminile.


A questa crisi silenziosa della durata si affianca, nell'Ottocento, una rivolta esplicita contro l'esclusività stessa del legame. È un movimento che parte dall'arte — quando Goya, con la sua *Maya nuda* (indagata dall'Inquisizione), rivendica per la prima volta il diritto di rappresentare il corpo femminile senza pudore — e si allarga rapidamente alla letteratura e al pensiero politico. Charles Fourier si scaglia apertamente contro la monogamia, propugnando l'uguaglianza dei sessi, la bisessualità, la poligamia, il diritto all'orgasmo. Victor Hugo ed Émile Zola vivono e rivendicano vite sentimentali plurime, mentre altri — Voltaire, Čajkovskij, Flaubert — scelgono al contrario il celibato, segno che il modello unico della famiglia borghese non convince più nessuno, né chi lo rifiuta per eccesso né chi lo rifiuta per difetto. Nel 1865 la nudità dell'*Olimpia* e de *L'origine del mondo* di Courbet scandalizza Parigi; nel 1903 un disegno di Picasso spinge la rappresentazione della sessualità fino alle sue *privautés* più intime. André Gide, apertamente omosessuale, grida nel 1905 il proprio rifiuto della famiglia chiusa: *"Famiglie, vi odio! Focolari serrati, porte chiuse, gelosa proprietà della felicità..."* Sono voci diverse, spesso in disaccordo tra loro, ma tutte convergono su un unico punto: l'idea che l'amore debba necessariamente confluire in un unico legame esclusivo e perpetuo comincia ad apparire non naturale, ma imposta.

Parallelamente, il teatro trasforma la crepa in intrattenimento di massa: l'adulterio e l'amante nascosto nell'armadio diventano il motore delle commedie di Offenbach, Feydeau, Wilde, Courteline. Ridere dell'infedeltà è già, in qualche modo, ammetterne l'inevitabilità. Wilde e Verlaine vivono apertamente relazioni omosessuali maschili, mentre quella femminile — più discreta, meglio tollerata — si manifesta pubblicamente con Colette e Mathilde de Morny. Perfino Gandhi, nel 1906, sceglie la castità totale, convinto che la sessualità impedisca l'azione: un'ulteriore prova che il rapporto tra desiderio e vita coniugale è ormai un problema aperto, discusso da ogni prospettiva possibile. Léon Blum intuisce già la direzione futura: uomini e donne sono per natura poligami, scrive, ma con l'età tendono a farsi teneri e a inclinare verso la monogamia — e un giorno le donne sceglieranno liberamente sia la maternità sia l'uomo da cui avere figli.

Se la crisi della durata mina il matrimonio dall'interno e la rivolta intellettuale lo mina dall'esterno, è l'emancipazione economica femminile a togliergli il fondamento pratico. Finché la donna dipende materialmente dal marito, il matrimonio resta, prima ancora che un legame d'amore, un contratto di sopravvivenza — e la sua rottura resta impensabile. Questo equilibrio si spezza quando le due guerre mondiali svuotano l'Europa di uomini (nel 1922 il continente conta 18 milioni di donne in più rispetto agli uomini) e costringono le donne a entrare nel mondo del lavoro. Il lavoro, insieme ai balli popolari, crea occasioni d'incontro fuori dal controllo familiare, mentre la genetica conferma scientificamente ciò che il pensiero politico andava già sostenendo: la parità tra i sessi. La donna sposata cessa così di essere un oggetto di proprietà per diventare lavoratrice, cittadina, consumatrice — e con l'autonomia economica arriva, inevitabilmente, anche quella sentimentale.

Il passo decisivo, tuttavia, è tecnico prima ancora che culturale: nel 1960 la commercializzazione della pillola contraccettiva separa per la prima volta, in modo affidabile, la sessualità dalla procreazione. È questa separazione — non la sola rivolta ideologica del 1968, che pure ne è la conseguenza più visibile, quando i giovani reclamano con la loro musica il diritto ad amare e gioire senza restrizioni — a rendere concretamente possibile ciò che fino a quel momento restava teoria o trasgressione. Sulla stessa linea si muove la depenalizzazione: nel 1975 l'adulterio e l'interruzione volontaria di gravidanza cessano di essere reati, il divorzio si generalizza e alla famiglia tradizionale si sostituisce il "progetto parentale", un'unione scelta e rinnovabile anziché imposta e perpetua. Il processo non è lineare — l'epidemia di AIDS, negli anni Ottanta, frena bruscamente questa evoluzione dei costumi, ricordando che ogni libertà nuova comporta anche nuovi rischi — ma la direzione resta segnata. Nel 1992 cade anche l'ultimo obbligo giuridico esplicito, quello della donna di sottomettersi al "dovere coniugale": da quel momento l'uguaglianza dei sessi guadagna terreno anche nel linguaggio istituzionale, tanto che alle Nazioni Unite la parola "sesso" viene sostituita da "genere".

Con l'inizio del nuovo millennio, un'ultima forza accelera il processo: la tecnologia della connessione. Dal 2000 nascono i siti d'incontri online — compresi quelli pensati esplicitamente per chi ha già un partner, segno che la ricerca di relazioni multiple non è più clandestina ma organizzata (il 30% degli utenti di questi siti, del resto, è già impegnato altrove). Nel 2007 cambiano perfino le motivazioni dichiarate per fare l'amore, con l'attrazione fisica che si impone come ragione principale, mentre si diffondono un numero crescente di relazioni sessuali e sentimentali parallele, spesso discrete: il 22% degli uomini e il 15% delle donne ammette un'infedeltà. Sempre più bambini nascono e crescono senza un padre presente — il 5% degli americani ha figli in nuclei familiari diversi, e in Gran Bretagna il 40% dei bambini nasce fuori dal matrimonio — trasformando la multigenitorialità in una condizione ordinaria più che in un'eccezione. Contestualmente si allarga l'accettazione sociale dell'omosessualità e della bisessualità, con coppie come Elton John e David Furnish che rivendicano pubblicamente il diritto al matrimonio e alla genitorialità.

Ma la stessa tecnologia che libera il desiderio lo trasforma anche in merce. Il commercio sessuale si industrializza su scala globale — prostituzione, tratta di donne e bambini, turismo sessuale, pornografia infantile soprattutto in Asia (Thailandia, India, Taiwan) — mentre alcuni paesi, come i Paesi Bassi (che legalizzano la prostituzione nell'ottobre del 2000), scelgono di regolamentarlo anziché combatterlo. Il solo mercato del video pornografico vale oggi 30 miliardi di euro, il 10% delle vendite online ha connotazione sessuale, e oltre 10.000 siti sono dedicati alla pedofilia, consultati da 40 milioni di persone. La stessa liberazione che ha reso possibile l'amore scelto ha reso possibile anche lo sfruttamento del corpo su scala industriale: le due cose procedono, storicamente, di pari passo.

Questo cammino, va detto, non è affatto uniforme. Su sei miliardi di esseri umani, metà vive ancora sotto sistemi religiosi — cattolicesimo, altre forme di cristianesimo, islam — che regolano rigidamente il matrimonio, e l'altra metà, tra Asia e Africa, vive in condizioni più o meno poligame, spesso con matrimoni combinati imposti e il velo obbligatorio; nel 2007 la vendita delle donne era ancora legale in Pakistan. Le donne restano confinate nelle campagne in situazioni di poligamia, mentre gli uomini si ammassano nelle bidonville urbane. In Occidente, al contrario, sempre meno coppie si sposano e un matrimonio su tre finisce in divorzio — pur restando tre quarti delle coppie con figli. Il processo che qui abbiamo descritto, in altre parole, non è un destino universale e simultaneo, ma una traiettoria che alcune società hanno già percorso e altre stanno appena imboccando.

Proprio perché ciascuno di questi cedimenti — la durata, la critica intellettuale, l'autonomia femminile, la separazione tra sesso e riproduzione, la connessione digitale — non si è mai arrestato, è ragionevole pensare che il processo continuerà, seguendo la stessa logica che lo ha già portato fin qui. Nei prossimi decenni le classi medie di Asia e Africa, animate dallo stesso desiderio di libertà già vissuto in Occidente, imboccheranno verosimilmente lo stesso cammino verso il matrimonio d'amore. Le chiese cercheranno di rallentare il processo proponendo un ritorno all'ordine morale, ma il ruolo del religioso nel matrimonio — già oggi quasi assente nel buddhismo e nell'islam — è destinato a ridursi ulteriormente anche in Occidente.

La logica della trasparenza, già emersa con internet, si radicalizzerà: il diritto di fare ciò che si vuole sarà controbilanciato dall'obbligo di non nascondere più chi si ama, mettendo fine all'ipocrisia delle relazioni clandestine in favore dell'accettazione esplicita di vite sentimentali multiple. La multigenitorialità, già oggi diffusa di fatto, si generalizzerà anche nel diritto: i bambini apparterranno, senza traumi, a più famiglie. Lo stesso matrimonio, seguendo la traiettoria che lo ha reso sempre più revocabile — dalla depenalizzazione dell'adulterio alla diffusione del divorzio — diventerà strutturalmente provvisorio, destinato a concludersi a una scadenza prestabilita salvo esplicito accordo di rinnovo: non si dovrà più divorziare per separarsi, ma "risposarsi" per restare insieme, come già accadeva in alcune società antiche, per esempio nel Madhya Pradesh. Le rotture, in questo scenario, perderanno gran parte del loro carico traumatico, e le stesse unioni provvisorie si estenderanno a chiunque voglia condividere la vita, indipendentemente dal sesso, con bambini cresciuti anche da persone single o da altre coppie.

L'esito più coerente di questo lungo processo è ciò che potremmo chiamare **NetLoving**, per analogia con il *networking*: una forma di relazione che non ha nulla a che vedere con la poligamia tradizionale, perché nessuno vi appartiene a nessuno, in piena trasparenza. Include il poliamore (più partner sentimentali dichiarati), la polifamiglia (l'appartenenza contemporanea a più nuclei familiari) e la polifedeltà all'interno di un gruppo — di cui esistono già oggi i primi esempi concreti, come la convivenza sotto lo stesso tetto dell'olandese Victor de Bruijn e delle sue due compagne, Bianca e Mirjam. Realizzare pienamente questo modello richiederà probabilmente decenni, ma i suoi primi embrioni sono già visibili: in molte relazioni odierne la fedeltà ha semplicemente smesso di essere un requisito.

C'è però un ultimo effetto, meno annunciato ma coerente con tutto il percorso descritto: se ogni tappa di questo processo ha spostato l'amore da obbligo condiviso a scelta individuale, l'esito estremo potrebbe essere non la moltiplicazione dei legami, ma la loro sparizione. Nessuno dei due sessi sa più bene chi è, né cosa aspettarsi dall'altro: si profila una sorta di androginia collettiva in cui ciascuno rischia di finire per amare soltanto se stesso. Resta allora aperta la domanda che chiude, coerentemente, l'intero processo qui ricostruito: andremo verso forme di amore e sessualità più intense, o verso la loro progressiva estinzione, rassegnandoci a una solitudine programmata? E se, come pure sembra probabile, la tecnologia continuerà ad allungare la vita mantenendoci in forma più a lungo — moltiplicando ulteriormente occasioni e relazioni — riusciremo a renderci conto che senza l'altro non siamo nulla, tanto che il diritto all'amore tornerà a essere una delle prime rivendicazioni? In tutto questo, quale ruolo giocherà l'intelligenza artificiale? Resterà, in ogni caso, la domanda più antica di tutte: si potrà ancora andare oltre se stessi per piacere all'altro, essendo degni di quella tenerezza che fa dell'amore la sorgente stessa della felicità?

lunedì 10 agosto 2026

Lo Yoga che non è più Yoga

Articolo di Fabio Milioni           Vedi:   https://yogaromapuntoit.wordpress.com/fabio-milioni/

Dalla disciplina della trasformazione interiore alla merce del benessere, dell’immagine e del turismo esotico.   Esiste oggi una parola che viene utilizzata con una frequenza tale da aver quasi perduto il proprio significato originario: yoga. 
La si incontra nei centri fitness, negli alberghi di lusso, nei villaggi turistici, nelle piattaforme digitali, nelle riviste di lifestyle, nei cataloghi di abbigliamento, nelle campagne pubblicitarie, nei programmi di wellness, nei retreat organizzati in luoghi esotici e in una quantità crescente di prodotti destinati a un consumatore che non acquista soltanto una pratica, ma un'intera rappresentazione di sé. 
La questione non è stabilire se tutto ciò sia moralmente riprovevole. 
La questione è preliminare e molto più semplice: ciò che viene venduto con il nome di yoga corrisponde effettivamente allo Yoga? 

 

Se per Yoga intendiamo il sistema delineato dal Yoga Darśana e sistematizzato nei Yoga Sūtra di Patañjali, la risposta deve essere formulata con chiarezza: nella maggior parte delle sue manifestazioni commerciali contemporanee, ciò che viene venduto come yoga non è lo Yoga nella sua struttura propria, ma una sua riduzione selettiva, prevalentemente corporea, estetica e commerciale. Non si tratta di una sottigliezza terminologica. Cambiando la struttura cambia la natura della cosa. 

Lo Yoga di Patañjali non è anzitutto una ginnastica. È una disciplina integrale dell'essere umano, orientata alla trasformazione della coscienza.

Il celebre yogaś citta-vṛtti-nirodhaḥ definisce lo Yoga in rapporto alla cessazione delle fluttuazioni della mente; il percorso successivo non è quindi organizzato attorno alla costruzione estetica del corpo, ma alla progressiva trasformazione della relazione dell'uomo con se stesso, con il mondo, con i sensi, con la mente e infine con la coscienza. 
Gli otto aṅga costituiscono l'architettura di questo percorso: yama, niyama, āsana, prāṇāyāma, pratyāhāra, dhāraṇā, dhyāna, samādhi. 
La loro sequenza è essenziale perché rende evidente ciò che il mercato contemporaneo tende a cancellare. 
Yama e niyama costituiscono il fondamento etico e disciplinare. 
Āsana viene dopo. È il terzo aṅga, non il primo e soprattutto non il tutto. Seguono prāṇāyāma e pratyāhāra , che segnano il progressivo passaggio dalla dimensione esteriormente operativa alla dimensione interiore. Con dhāraṇā, dhyāna e samādhi il percorso entra nella sfera propriamente interna. Questa struttura è confermata anche dalla tradizione contemporanea seria. Ananda Balayogi Bhavanani, nella sua esposizione dello Yoga Darśana , presenta il sistema di Patañjali come un percorso complessivo e non come una tecnica ginnica isolata; nella sua trattazione della meditazione definisce dhyāna il settimo degli otto aṅga e parte dell'antaraṅga , il percorso interiore rivolto alla realizzazione del Sé. 
Questa premessa consente di compiere una verifica elementare. Se si prende il terzo degli otto elementi, lo si separa dagli altri sette, lo si trasforma prevalentemente in esercizio fisico, lo si confeziona come servizio commerciale e lo si presenta al pubblico come "yoga", non si è semplicemente modernizzata una disciplina. Se ne è modificata la natura. 
È questo il punto sul quale occorre essere rigorosi. 
Il problema dello yoga contemporaneo commerciale non è che contenga āsana. L'āsana appartiene allo Yoga. Il problema è che l'āsana viene estratto dall'organismo del quale costituisce una parte e viene fatto coincidere con l'organismo stesso. 
È la differenza fra una parte e il tutto. 
È come prendere un organo di un corpo e venderlo come se fosse il corpo. 
Da questa amputazione concettuale nasce lo yoga-merce.  Lo yoga-merce è anzitutto una riduzione. 
Riduce una disciplina antropologica a una tecnica corporea; riduce la tecnica corporea a esercizio; riduce l'esercizio a prestazione; riduce la prestazione a immagine; riduce l'immagine a stile di vita; riduce lo stile di vita a consumo. 
A quel punto il termine "yoga" non designa più necessariamente una trasformazione della coscienza. 
Designa un insieme di segni riconoscibili dal consumatore. 
Il tappetino è yoga. L'abbigliamento è yoga. Il corpo flessibile è yoga. Il resort è yoga. Il tramonto sulla spiaggia è yoga. Il ritiro spirituale è yoga. La fotografia in una posizione spettacolare è yoga. Il viaggio in India è yoga. Il centro benessere è yoga. Il nome sopravvive mentre il contenuto cambia. 
Ed è precisamente questa sopravvivenza nominale a rendere possibile la mercificazione. Una merce completamente nuova dovrebbe essere spiegata al consumatore. Una parola culturalmente prestigiosa, invece, possiede già un capitale simbolico. "Yoga" evoca India, spiritualità, equilibrio, salute, saggezza, armonia, autenticità, antichità. Il mercato non deve costruire da zero queste associazioni: deve semplicemente incorporarle nei propri prodotti. 
La parola diventa così un marchio. 
L'analisi antropologica di Allison Fish è particolarmente significativa. Nel suo studio sullo yoga commerciale transnazionale osserva che lo yoga praticato fuori dall'India e destinato allo scambio commerciale è divenuto un'industria di dimensioni miliardarie, accompagnata da controversie sulla natura dello Yoga, sulla proprietà del sapere yogico e sulla possibilità di gestirne commercialmente l'espressione. 
Ma la mercificazione non si limita alla vendita della lezione. Essa produce un'intera economia derivata. 
Una volta trasformato lo Yoga in pratica di consumo, diventa possibile vendere ciò che lo circonda: abbigliamento, accessori, attrezzature, libri, applicazioni, corsi, certificazioni, programmi di wellness, ritiri, esperienze, viaggi e soggiorni. 
La merce principale non è più nemmeno l'oggetto. È l'identità. 
Il consumatore non compra soltanto un paio di pantaloni per praticare. Compra l'immagine dell'individuo che li indossa. Non acquista soltanto un retreat: acquista la promessa di essere, per alcuni giorni, la persona che immagina di poter diventare. Non acquista semplicemente una lezione: acquista una rappresentazione di equilibrio, salute, disciplina e superiorità rispetto alla banalità della vita quotidiana. 
Lo Yoga diventa così una forma di consumo identitario. Ed è qui che il corpo assume un ruolo decisivo. L'āsana possiede una caratteristica che lo rende perfettamente compatibile con la società dello spettacolo: è visibile. 
Una virtù morale non è facilmente fotografabile. 
L'ahiṃsā non produce necessariamente un'immagine. La veridicità di satya non può essere mostrata in una fotografia. L'aparigraha non produce un corpo riconoscibile. Lo svādhyāya non può essere valutato attraverso un like. 
La concentrazione non possiede una forma esteriore immediatamente vendibile. Una postura, invece, sì.  Può essere fotografata, filmata, valutata, imitata, classificata e confrontata. Può diventare contenuto digitale. Può diventare pubblicità. Può diventare segno distintivo. Può diventare performance. 
È dunque quasi inevitabile che, all'interno dell'economia dell'immagine, proprio l'āsana venga privilegiato rispetto agli altri aṅga. 
La conseguenza è una trasformazione radicale del rapporto con il corpo. Nel percorso tradizionale il corpo è disciplinato in funzione di una trasformazione che lo oltrepassa. Nel sistema commerciale il corpo tende invece a diventare il risultato da esibire. La direzione si è invertita. Il corpo non è più principalmente il veicolo verso l'interiorità; diventa il supporto dell'immagine sociale. 
Il praticante non deve soltanto essere. Deve apparire. E deve apparire come yogico. 
Da qui nasce l'estetica contemporanea dello yoga: corpi giovani, flessibili, tonici, abbigliati secondo un codice riconoscibile, inseriti in ambienti accuratamente selezionati, fotografati nella posizione appropriata e associati a parole come equilibrio, armonia, naturalezza, energia, libertà. 
Non è un elemento accidentale della comunicazione commerciale. È il suo linguaggio. La ricerca sulle rappresentazioni dello yoga nei media contemporanei ha documentato proprio questa forte prevalenza dell'immagine corporea, insieme alla tendenza ad associare lo yoga alla cultura del fitness, dell'apparenza e del consumo. Il risultato è una curiosa inversione antropologica. 
Una disciplina che dovrebbe progressivamente liberare l'uomo dalla dipendenza dall'apparenza viene trasformata in una disciplina dell'apparenza. 
Il corpo deve essere osservato, migliorato, corretto, mostrato. La pratica diventa così anche una forma di auto-esposizione. 
Il social network completa il processo. La posizione non viene più soltanto praticata: viene pubblicata. La pubblicazione introduce necessariamente un osservatore. L'atto originariamente rivolto verso l'interno entra nel circuito della visibilità pubblica. Il praticante guarda se stesso attraverso lo sguardo degli altri e misura implicitamente il proprio valore attraverso reazioni, approvazioni, confronti e riconoscimento. Ciò che avrebbe dovuto favorire il progressivo distacco dall'esteriorità può diventare un nuovo dispositivo di dipendenza dall'esteriorità. Il paradosso è difficilmente eludibile. 

Lo Yoga classico conduce verso pratyāhāra , cioè verso il ritiro dell'attività sensoriale dagli oggetti esterni e la riconduzione dell'attenzione verso l'interno. 
Lo yoga commerciale visuale conduce nella direzione opposta: verso la produzione incessante di immagini destinate allo sguardo altrui. 
Il primo movimento sottrae. Il secondo espone. 
Il primo riduce la dispersione. Il secondo la monetizza. 
Il primo tende al silenzio. Il secondo ha bisogno di contenuto. 
Il primo conduce dall'immagine all'essere. Il secondo dall'essere all'immagine. 

A questo punto entra in scena un'altra industria: il turismo. 
Il fenomeno è ormai sufficientemente documentato da non poter essere considerato una semplice impressione. La ricerca di Bowers e Cheer sullo yoga tourism analizza esplicitamente la trasformazione dello Yoga in prodotto turistico e colloca yoga tourism e spiritual tourism all'interno della più ampia industria del wellness tourism. Gli autori discutono apertamente la tensione fra dimensione spirituale dello Yoga e sua commercializzazione e industrializzazione. 
Qui la mercificazione compie un ulteriore salto. Non si vende più soltanto la pratica. 
Si vende il luogo nel quale la pratica dovrebbe assumere un'autenticità supplementare.
India, Himalaya, Kerala, Rishikesh, Goa, Bali e altri luoghi vengono trasformati in scenografie della spiritualità. 
Il viaggio diventa parte del prodotto. Il consumatore occidentale non viene invitato semplicemente a praticare yoga. Viene invitato a vivere "l'esperienza dello Yoga" nel luogo considerato originario, autentico, esotico. Nasce così un'economia perfettamente integrata: agenzia turistica, compagnia aerea, struttura alberghiera, resort, centro benessere, insegnante, retreat organizer, ristorazione, merchandising e produzione di contenuti. 

Fabio Milioni è un noto insegnante di yoga, studioso della tradizione indiana e autore italiano. Si definisce un "viandante e ricercatore della Via Tradizionale" (Yoga sādhaka) ed è diplomato presso la Federazione Italiana Yoga (FIY). Svolge la sua attività didattica e di divulgazione principalmente a Roma ed è legato al progetto editoriale e al portale Lo Yoga della Tradizione (noto in precedenza anche come Yogaroma).  Milioni è anche attivo in progetti di rilevanza sociale, come l'iniziativa "Yoga in Ospedale", che ha portato la pratica dello yoga classico all'interno di strutture sanitarie (come il Polo Oncologico Regina Elena di Roma) a supporto del benessere dei pazienti.    Nel corso degli anni, Fabio Milioni ha pubblicato numerosi saggi e guide pratiche incentrati sullo studio filologico dei testi classici e sulla corretta esecuzione delle discipline tradizionali:

  • Asana. Lo yoga della tradizione. La bellezza dell'uno (2025)
  • Vakyasudha athava Dṛg-Dṛśya-Viveka (2024)
  • Le fondamenta: Yama e Niyama (2020)
  • Yoga. La Serie Rishikesh
  • Sāṃkhyakārikā di Īśvarakṛṣṇa (2020)

sabato 8 agosto 2026

Daniel Lumera

Daniel Lumera, biologo naturalista e docente, è riferimento internazionale nell’area delle scienze del benessere e della meditazione. È autore di numerosi bestseller, tra cui "Ventuno giorni per rinascere" (2018) scritto con Franco Berrino e David Mariani, "Biologia della gentilezza" (2020) scritto con la scienziata di Harvard Immaculata De Vivo e "28 respiri per cambiare vita" (2023). 

Ideatore del metodo My Life Design® e fondatore dell'omonima Organizzazione di Volontariato, ha dato vita a iniziative dal forte impatto sociale. 
Nel 2024 fonda il Lumera Institute, uno spazio di ricerca e consapevolezza che abbraccia i progetti nati negli ultimi dieci anni, come Il Filo d'Oro, la My Life Design Academy, l'associazione La Lumera O.d.V., il Centro L'Incontro e l'International Kindness Movement, con l’obiettivo di diffondere un nuovo paradigma di benessere e trasformazione personale, relazionale e collettiva a livello globale.

E' il fondatore dell'Accademia Dhyana i niseme a Luca Demian Gonzatto.  L’Accademia nasce nel 2022 all'interno di "Percorsi My Life Design" con un proposito chiaro: formare professionisti capaci di portare consapevolezza nelle relazioni, nei sistemi e nella società, attraverso metodi fondati, applicabili e di reale impatto.
Non si tratta soltanto di apprendere tecniche, ma di assimilare uno stile di vita e un sistema di valori fondati su responsabilità, disciplina e coerenza.

Link:  https://mylifedesign.com/      https://mylifedesign.com/accademia-dhyana-meditazione-respirazione-daniel-lumera/           https://mylifedesign.com/accademia-dhyana-meditazione-respirazione-daniel-lumera/

Antonio Olivieri: trent'anni di Yoga tra tradizione, cura e impegno sociale

Antonio Olivieri si avvicina allo Yoga alla fine degli anni Ottanta per risolvere alcuni problemi fisici. Da quella spinta pratica nasce una passione che lo porta a studiare in India e nel resto del mondo, e dal 1994 a insegnare.    https://www.ayvi.it/biografia-antonio-olivieri/   Centro Studi Yoga Viniyogah di Roma  https://www.ayvi.it/


La svolta arriva nel 1995, con l'incontro con Chandra Klee, allieva diretta di TKV Desikachar. Da allora la sua pratica segue la linea del Viniyoga, la tradizione che discende da Krishnamacharya e dal figlio Desikachar. Nel 2000 inizia un lungo percorso di formazione per insegnanti, specializzato nello Yoga individuale e terapeutico (Cikitsa), sempre sotto la guida di Klee.

Tra le tappe principali ci sono il corso intensivo del 2006 a casa di Desikachar e l'abilitazione alla formazione di nuovi insegnanti, concessa dallo stesso maestro in Austria nel 2007. Seguono un tirocinio nel 2013 al Krishnamacharya Yoga Mandiram di Chennai, dove osserva il metodo terapeutico applicato ai pazienti, e nel 2014 un corso biennale di Canto Vedico.

Parallelamente alla formazione, Olivieri porta lo Yoga in luoghi di fragilità e in contesti di cura e di disagio sociale:
  • scuole primarie e superiori, tra il 1999 e il 2008;
  • il reparto dialisi del Policlinico Tor Vergata di Roma, con un progetto annuale nel 2014/2015;
  • il corso di laurea in Infermieristica della Sapienza (sede di Bracciano), tra il 2016 e il 2019, con un intervento sullo Yoga come supporto alla terapia del dolore;
  • l'amministrazione penitenziaria, dal 2020 al 2023, con corsi di gestione dello stress e di resilienza per gli operatori e un progetto con un gruppo di detenuti.
Oggi Olivieri dirige a Roma il Centro Studi Yoga Viniyogah, nato nel 2002. Insegna a livello individuale e di gruppo, anche in inglese e spagnolo, e segue la scuola di formazione interna. Il Centro propone uno Yoga classico accessibile a tutti, affiancato da counseling relazionale, Costellazioni Familiari Sistemiche, Canto Vedico e corsi di gestione dello stress attraverso il movimento psicocorporeo.

Alla base c'è una convinzione: la vera essenza dello Yoga si trasmette ancora oggi solo restando legati a una tradizione e ai suoi maestri, tenendo viva la pratica e lo studio.  

Olivieri è educatore socio-pedagogico (laurea in Scienze dell'Educazione e Formazione) e insegnante riconosciuto Yoga Alliance E-RYT500. È formatore di insegnanti riconosciuto da Desikachar e Klee, terapista riconosciuto da un'associazione internazionale di yoga therapy, facilitatore di Costellazioni Familiari e operatore di massaggio Nuad Thai, formato a Bangkok nel 1995. È inoltre iscritto all'albo CONI e socio, ed ex coordinatore regionale, dell'associazione nazionale insegnanti di Yoga.

Jung - Il sacro e l'anima - Giovanni Rocci

L'autore Giovanni Rocci presenta in questo testo la dimensione religiosa e la "psicologia analitica" di Carl Gustave Jung  (1875-1961) 

Nell'orazione funebre il reverendo W. Meyer celebrò lo Jung profeta che aveva fermato la tracotante avanzata del razionalismo e aveva restituito all'uomo la consapevolezza ed il coraggio della propria anima.    

Premessa.   La "psicologia analitica" è un trasformare l'anima per metterla in grado di cogliere quella totalità di Senso che rischia in ogni momento di essere straniera all'uomo, e più che mai oggi nell'età della tecnica. 
Il cammino che conduce al Senso è una via che pone l'uomo al di là del confine razionale dell'Io...  E' un confronto con il Sacro.

Ebbene, la morte è una meta - il fine al quale guardiamo e per il quale lavoriamo. 
Le religioni, le grandi religioni, sono sistemi volti a preparare la seconda metà della vita per il fine, la meta, propri di questa seconda parte dell'esistenza.

Il recupero del senso religioso dell'esistenza è la finalità e la conseguenza della psicoterapia   junghiana.

Capitolo 1  -  Il Sacro e i fondamenti del pensiero junghiano.

Nel 1913 Jung propone il termine psicologia analitica. 
L'idea freudiana (scuola di Vienna) della libido è una manifestazione psichica della pulsione sessuale, come energia di tale pulsione, il cui carattere è sempre somato-psichico. L'idea junghiana (la scuola di Zurigo) della libido è intesa come energia psichica in generale, come il bergsoniano "slancio vitale". 
E' impossibile definire univocamente in senso sessuale la valenza energetica della libido, che deve essere intesa come una vera e propria "funzione di realtà", nella sua dimensione soggettiva di aspirazione e desiderio. 

Per Jung non è importante quale tipo di energia istintuale sia all'origine del sogno, ma quali forme simboliche essa abbia assunto nella psiche [..]  la facciata del sogno è diretta espressione dell'inconscio. 

Quando Freud dichiarò pubblicamente che psicoanalisi e teoria sessuale sono indissolubilmente unite, Jung fu costretto a battere un'altra strada ... 

La psicoanalisi è una scienza dello spirito.

Per Jung è reale ciò che viene vissuto dalla psiche, e non solo ciò che è empiricamente attestabile e sperimentabile. 
Per Jung la dominante che caratterizza la psiche è sempre di natura filosofica-religiosa, come è evidenziato da ogni momento critico della vita, ed analista e paziente debbono ricercare insieme idee filosofiche-religiose in corrispondenza con gli stati emotivi del paziente, e queste idee si presentano in forma archetipica, appena sbocciate da quel suolo materno da cui sono scaturiti in origine tutti i sistemi filosofici e religiosi. 
Le idee religiose e filosofiche provengono dalla vita stessa, pur se mediate da un diverso quantum di coscienza, e a loro fondamento c'è l'istinto, perchè il pensiero nasce dal mondo fisiologico-istintuale.
I contenuti della religione e il senso del Sacro sono degli istinti che, se non vengono riconosciuti, ricadono nell'inconscio senza perdere la loro efficacia, finendo col produrre così un turbamento nell'equilibrio.

La psicologia analitica torna alle radici profonde della sua dimensione immaginale, elaborando una visione del mondo che, fondata sulla conoscenza degli strati profondi della psiche, è insieme un cammino di individuazione e di maturazione.
La psicologia analitica, come filosofia, è una risposta agli enigmi che la vita pone, ma una risposta basata sulle strutture profonde della psiche e che mette totalmente in gioco l'esistenza stessa di colui che risponde. 

Dal testo Ricordi, sogni, riflessioni:
"la mia vita è la storia di un'autorealizzazione dell'inconscio. Tutto ciò che si trova nel profondo tende a manifestarsi al di fuori, e la personalità, a sua volta, desidera evolversi oltre i suoi fattori inconsci, che la condizionano, e sperimentare se stessa come totalità. 
Che cosa noi siamo per la nostra visione interiore, e che cosa l'uomo sembra essere sub specie aeternitatis, può essere espresso solo con un mito. 
Il mito è più individuale, rappresenta la vita con più precisione della scienza. [...]
La vita mi ha sempre fatto pensare ad una pianta che vive nel suo rizoma, la sua vera vita è invisibile, nascosta nel rizoma, ciò che appare alla superfice della terra dura solo un'estate, e poi appassisce, apparizione effimera.   [...]  Io non ho mai perduto il senso che qualcosa vive e dura oltre questo eterno fluire. Quello che noi vediamo è il fiore, ma il rizoma perdura. 
In fondo, le sole vicende della mia vita che mi sembrano degne di essere riferite sono quelle nelle quali il mondo imperituro ha fatto irruzione in questo mondo transeunte. Ecco perchè parlo principalmente di esperienze interiori, nelle quali comprendo i miei sogni e le mie immaginazioni".

Questa è la religiosità di Jung; un al di là del Senso, che traduce nel divenire e morire delle forme dell'esistenza. 

Tre punti indispensabili per comprendere la visione del mondo dello psicologo zurighese: il concetto di inconscio collettivo, di simbolo e di archtipo. 
L'inconscio è costituito da tutti i contenuti sublimali rispetto alla coscienza, contenuti dimenticati, inintenzionali, rimossi: questo Jung lo chiama "inconscio personale". 
Ben più ampia e più importante è quella zona dell'inconscio più profonda e vasta, denominata da Jung "inconscio collettivo", ove sono le qualità ereditate, gli istinti, in quanto impulsi a compiere azioni senza una motivazione conscia e per necessità, e gli archetipi. 
Non è possibile delimitare con un confine netto le zone dell'inconscio e della coscienza, ma vi è una continua gradazione, una sedimentazione di strati storici che continuano a vivere e agire in ciascun essere umano. 
Jung riconosce che l'inconscio non è direttamente esplorabile, appunto perchè "in-conscio" ed ogni sua espressione è sempre conosciuta come si rivela alla coscienza e viene da essa mediata. Si può allora solo supporre che i prodotti consci siano scaturiti dall'inconscio. 

L'inconscio ha due significati:
- da una parte è la sorgente profonda di eventi psichici e che la sola coscienza non riesce a spiegare.
- dall'altra l'inconscio è quella trascendentale totalità di Senso che è entro e dietro l'individualità come parte, e può essere inteso come l'illimitato e l'infinito  [...] l'inconscio, nella sua profondità, è dunque il numinoso, al di là di ogni possibile definizione e se anche personificato, come demone o Dio, rimane sempre oltre il limite della coscienza, sulla quale se ne possono cogliere soltanto gli effetti.  
 Jung scrive: "è lo sfondo impenetrabilmente oscuro del fenomeno della coscienza". 
L'archetipo è sempre una struttura, è il solco mnestico impresso dalla ripetizione dei rapporti ambientali, attraverso i millenni delle origini, nella costituzione psicobiologica dell'essere umano, appartiene agli strati arcaici della psiche ed è espressione del rapporto tra gli archetipi e le esperienze primordiali della coscienza. 
Jung: " Non sono io che vivo, ma è la vita che vive in me. L'illusione della supremazia della coscienza ci fa dire: io vivo.  Ma non appena quest'illusione venga infranta dal riconoscimento dell'inconscio, quest'ultimo apparirà allora come qualcosa di oggettivo in cui è contenuto l'Io".

Così la vera psiche è l'inconscio, mentre la coscienza dell'Io può essere considerata soltanto come un epifenomeno temporaneo, perchè l'inconscio collettivo è la poderosa massa ereditaria spirituale dello sviluppo umano che rinasce in ogni struttura cerebrale individuale. La coscienza invece è un fenomeno effimero, che serve agli adattamenti e orientamenti momentanei.
Le immagini che nascono dal rapporto tra l'esperienza psichica e quella fisica formano il sostrato arcaico della psiche.
La vita immaginale della psiche è regolata da questo rapporto di adattamento-assimilazione, per cui noi non abbiamo mai a che fare con le persone o le cose come sono in se stesse, realisticamente intese, ma con le nostre immagini interne. 

pag. 19.   L'intera vita di Jung è percorsa da una dimensione religiosa che la trasvaluta e la apre al piano della trascendenza.
Ogni teoria scientifica è necessariamente astratta ed esclusivamente razionale, mentre il dogma esprime attraverso un'immagine un complesso irrazionale
[...]  Il dogma è l'espressione dell'anima, ben più perfetta di quanto possa esserlo una teoria scientifica, poichè quest'ultima può esprimere soltanto la coscienza.
Inoltre una teoria non può che rappresentare una cosa viva per mezzo di concetti astratti. iL dogma invece ben esprime il processo vivo dell'inconscio nella forma del dramma del peccato, del pentimento, del sacrificio e della redenzione. 

Alcuni episodi della sua vita mostrano l'irruzione di una forza numinosa profonda, anche se non propriamente religiosa. 
All'età di 4 anni c'è l'incontro con la religione cattolica, il padre era un pastore protestante, 
nei suoi sogni associava Gesù a un divoratore di uomini che siedeva su un trono in una grotta sotterranea.  
Jung "Segretamente nutrivo dubbi sull'amore e la bontà di Gesù.
Questa sensazione di ostilità e paura verso il cattolicesimo continuò a lungo - [..]
Solo quando ebbi varcata la trentina - mi riuscì di considerare Mater Ecclesia senza questo senso di oppressione".

A dieci anni si costruisce un piccolo manichino, lo nasconde su di una trave affidandogli in custodia dei rotolini di carta su cui aveva scritto con un alfabeto segreto le sue sensazioni.
Era il suo doppio, il suo "Ka" che custodiva i suoi segreti e lo proteggeva. 
Jung si accorgerà che tutto ciò non era una semplice fantasia infantile, ma il presentarsi, a sua insaputa completa, di una costellazione archetipa operante nella preistoria. 

Capitolo 2  -   La formazione del pensiero religioso junghiano

Pag. 39      Verso gli undici anni cominciò ad interessarsi dell'idea di Dio.
Verso i dodici anni ha un sentimento di sdoppiamento della personalità: da una parte è lo scolaretto del suo tempo, insicuro, dall'altra un'anziana e importante personalità dle XVIII secolo:   "ero due persone diverse", egli scrive, "e in effetti vivevo contemporaneamente in due epoche". 
Questo sdoppiamento indica con chiarezza l'urgere della dimensione inconscia fin dall'infanzia di Jung e il presentarsi di quei vissuti che formano le radici stesse della sua posizione teorica.
La seconda personalità è "lontana dal mondo umano, vicina alla natura, alla terra, al sole e alla lunga a tutte le creature viventi, e vicina soprattuto alla notte, a tutto ciò che Dio produceva in lei direttamente. "   E' questa personalità n. 2 che vive autenticamente il rapporto con il divino.

Ciò portava sempre più il giovanissimo Jung a sentire Dio in un rapporto personale segreto e intimo, e contemporaneamente ad allontanarsi sempre di più dalla chiesa istituzionale. 
A ottantatre anni, è vivamente presente in lui il senso della terribilità di Dio, il Dio del Vecchio Testamento e del Libro di Giobbe, la cui onnipotenza è capace di piegare la volontà degli uomini, indifesi di fronte a Lui.
Insieme a ciò però nasce anche il senso di un destino risolutore dell'antinomia tragica tra volontà divina e libertà umana.
"Fin da principio avvertii la presenza del destino, come se la vita fosse un compito da assolvere assegnatomi dal fato: ciò mi dava un intimo senso di sicurezza, che sebbene non potessi mai trovarne ragione in me stesso, mi s'imponeva da sé. [...]
Capii che Dio era , almeno per me, una delle esperienze più sicure e immediate".

Il senso religioso della vita e del mondo conduce appunto all'accettazione del destino e al riconoscimento, contro il sogno prometeico dell'uomo moderno e la sua hybris che l'uomo è solo parte e non è il Tutto. 

Pag. 45    Jung incontra Freud nel 1907
La psiche ha voluto mostrare uno spaccato delle sue dimensioni, la sua stratigrafia, per cui si passa dal salotto-coscienza all'inconscio che, tanto più si scende in basso, diviene oscuro e estraneo.
Infatti, abbiamo visto che il parlare di coscienza e inconscio come di due distinti topoi, dia luogo a difficoltà di ordine concettuale, in primo luogo l'impossibilità di definirne il confine. 
Ogni prodotto della psiche ha sempre una forma, un'espressione, che nasce dalla coscienza storica ed è storicamente individuabile e situabile, ma ha anche un Senso, che è al di là di ogni tempo, che è immanente alla forma ma insieme infinitamente la supera. 

Questo abisso del Senso, che non può mai essere esaurito dalla ratio e dalla dimensione logico-discorsiva, è ciò che può essere detto inconscio, non come un luogo della psiche, ma come il profondo stesso, come l'arcaico che si perde filogeneticamente nell'origine del tempo e ontogeneticamente nei processi psicoidi del simpatico e del parasimpatico. Per cui ciò che si indica con i termini di coscienza e inconscio - è solo la diversa posizione nella tettonica della psiche [...]
Leggendo Simbolismo e mitologia dei popoli antichi  di F. Creuzer, Jung individua per la prima volta l'unità di mito, religione e inconscio che riporterà nella sua grande opera del 1912 Trasformazioni e simboli della libido. 
Il cristianesimo è per lui una religione fondamentale, anzi il più alto grado raggiunto dalla coscienza in campo religioso.
A questo punto si stringe in Jung un plesso ermeneutico di simbolo, mito e sogno, che egli manterrà per tutta la vita e che lo metterà a confronto con l'inconscio, dando luogo a particolari fenomeni di irruzioni archetipe.

Pag. 50    Altro momento importante per la formulazione del Sacro nel pensiero di Jung è la comprensione che, intorno al 1920, ha del mandala. 
Il testo paarla della Teoria e pratica del mandala di Giuseppe Tucci - Roma 1969.

Il Sè è la struttura della totalità che esiste già da tempo immemorabile, ma è sepolta nei più intimi recessi dell'inconscio e che può essere raggiunta attraverso la massima ampiezza di coscienza possibile mediante la massima autoconoscenza possible.
"Sapevo che nel trovare il mandala come un'espressione del Sè avevo raggiunto ciò che per me era il vertice."

Alla fine degli anni venti in confronto di Jung con il proprio inconscio era sostanzialmente compiuto
Nel 1926 Jung incontra l'alchimia, uno degli assi portanti della pensiero junghiano. 

Nel suo viaggio in Africa trova il significato della coscienza: "Soltanto io, l'uomo, con un invisibile atto di creazione, ho dato al mondo il compimento, l'esistenza obiettiva. [...]  avevo cercato quale fosse il nostro mito. Adesso sapevo quale era, e sapevo anche di più: che l'uomo è indispensabile al concepimento della creazione, anzi egli è addirittura  il secondo creatore del mondo, colui che solo ha dato al mondo un'esistenza obiettiva... [...]
La coscienza umana ha creato l'esistenza obiettiva e il significato, e così l'uomo ha trovato il suo posto indispensabile nel grande processo dell'essere".

Pag. 60  Nel suo viaggio in India, nel 1938, Jung evita di incontrare i guru, i maestri, "perche dovevo elaborare la mia verità, e non accettare da altri ciò che non avrei potuto raggiungere con le mie forze."
La verità non è una moneta che può passare inalterata per molte mani, ma una costruzione personale che è radicata nell'individuo e nella storia della spiritualità e della cultura cui egli appartiene, nessuno può ricevere qualcosa già formato dagli altri, ma deve crearselo da solo secondo le modalità e le capacità del proprio spirito. 
Uno dei punti fermi dell'esegesi junghiana del pensiero orientale sarà che questo, pur nella sua grandezza non può essere, sic et simpliciter assimilato dall'europeo: l'individuo, nel suo fondamento psicologico, non è uno sradicato - anche se la civiltà contemporanea tende a farlo essere tale - ma trae la sua linfa dalle profondità dell'ambiente storico-culturale in cui è nato.

Un punto della spiritualità dell'India che lo colpì, fu il problema del male. Jung vede che il bene e il male sono compresi nella natura, ed hanno il loro senso nell'essere  differenze di grado di una stessa realtà.
Il cristiano lotta per il bene e soccombe al male; l'indiano si sente al di fuori del bene e del male e realizza tale condizione con la meditazione e lo yoga. 
Con la conseguenza di una certa indifferenza: non crede più seriamente né al bene né al male.

Jung comprende la vita del Buddha come la realtà del Sé, che tende a una vita personale e la esige totalmente. Per Buddha il Sé sta al di sopra di tutti gli dei, rappresenta l'essenza stessa dell'esistenza umana e del mondo in generale".

L'illuminato ha capito che è la coscienza umana a dar valore al mondo e che se questa si spegne, anche il mondo cade nel nulla: il nirvana. 
Qui è la differenza col Cristo, anch'egli personificazione del Sé.
Cristo riconosce il valore positivo della sofferenza, ed è quindi più umano di Buddha che rifiutò insieme alla sofferenza anche la gioia, staccandosi con ciò dall'umanità che è fatta di sentimenti e di emozioni.
La vera liberazione scaturisce soltanto dal vivere nella propria carne e nel proprio sangue ciò in cui si crede e nel fare del senso sempre nuovamente riscoperto della propria fede il filo conduttore della propria anima.  Jung è stato sempre critico verso la massificazione degli individui nel mondo contemporaneo.
Che fai in India?  E' il monito che Jung rivolge agli occidentali che cercano il mondo orientale come evasione dalle responsabilità storiche e culturali del loro tempo.
Il mondo psichico di Jung è un mondo particolare, luogo di fenomeni che oggi si direbbero paranormali, dai sogni premonitori a visioni. 
Proprio questi particolari fenomeni ove lo spazio e il tempo vengono annullati danno ulteriore certezza di universi possibili oltre la nostra tridimensionalità. e il mondo sensibile dà a Jung l'impressione di essere solo un'illusoria prigione. 

Pag. 62   A Calcutta ricevette la terza laurea ad honorem - viene ricoverato in un ospedale.
Pag. 63  "Ho l'impressione che questa vita sia solo un frammento dell'esistenza, che si svolge in un universo tridimensionale, disposto a tale scopo...
 "Rifuggiamo dalla parola eterno, ma posso descrivere la mia esperienza solo come la beatitudine di una condizione non-temporale, nella quale presente, passato e futuro sono una sola cosa.
[...] Un tutto indescrivibile, una trama della quale si è parte, eppure siamo in grado di percepire il tutto con assoluta obiettività."
Questa prospettiva visionaria che apre all'autore una diversa dimensione, ove i concetti di tempo, spazio, Io, mondo si relativizzano e alla fine scompaiono, lo condurrà più tardi ad intendere l'intera realtà come l'espressione del Sé, ma sin da allora lo porterà a comprendere l'esistenza come l'attuarsi di un destino superiore. 

"Fu dopo la malattia cha capii quanto sia importante dir si al proprio destino. In tal modo forgiamo un Io che non si spezza quando accadono cose incomprensibili; un Io che regge, che sopporta la verità, e che è capace di far fronte al mondo e al destino. 
I motivi della morte e dell'immortalità serpeggiamo ovunque nelle opere di Jung.

"Gli uomini ormai si identificano quasi esclusivamente con la loro coscienza e credono che tutto il loro mondo psichico sia un loro prodotto individuale, dimenticando che l'esigenza profonda dello psichico è il mytholo-ghein, il raccontar miti, cioè esprimere quelle figure eterne e sovrumane, immagini primordiali e archetipi del divino costituenti la fonte primeva del Sacro e della religiosità.
I fenomeni parapsicologici, alla cui esistenza Jung credeva, non forniscono una prova certa e sicura della vita ultraterrena perchè possono essere proiezioni di una conoscenza che potrebbe esistere nell'inconscio, la stessa che produce le visioni, i sogni, le espressioni psicopatologiche - per cui nulla ci può dare certezza razionale nella continuità della vita oltre la morte, ma la cosa fondamentale è che coloro che hanno questa fede vivono più ragionevolmente, si sentono meglio, stanno in pace più facilmente. 
L'immortalità è un antichissimo archetipo che l'umanità ha ereditato fin dal suo apparire sulla terra, ciò significa che è qualcosa in accordo con lo scorrere della vita e con le tendenze della psiche.

Jung crede che la possibilità della conoscenza possa attuarsi solo sulla terra, cioé tramite l'opera della coscienza, che agisce sempre attraverso la separazione e il contrasto degli opposti. 
Jung ha sempre il fortissimo senso della precarietà dell'Io e della coscienza - questa piccola ma indispensabile luce - che sorgono sulla base di un fondamento impersonale, di una totalità di Senso che è essa il vero soggetto, di fronte a cui noi siamo la Parte che non può mai comprendere il Tutto.
La sua certezza della continuità della vita oltre la morte,   [...]  a seconda del livello dello svilupo spirituale, l'anima non prova più il desiderio di reincarnarsi: in tal caso l'anima si dileguerebbe dal mondo tridimensionale e raggiungerebbe ciò che i buddhisti chiamano il nirvana. 

Pag. 77  Le accuse  di ateismo rivolte a Jung sono da questi respinte perchè dire che Dio è un archetipo significa dargli il massimo della realtà possibile ad esseri umani cui non è dato superare la dimensione della loro psiche.
Il Sè è l'imago Dei, il vaso della grazia divina, non può essere messo al posto di Dio, ma è l'unica rappresentazione possibile, per la psiche, di quell'entità inconscia e sconosciuta che chiamiamo Dio.

Capitolo III  pag. 83   La tematica religiosa del pensiero junghiano

E' questa unità e identità tra l'Uno e il Tutto - che vive nel Sè junghiano ed è invece infranta nel dualismo della gnosi, ove il molteplice non è nell'Uno, ma cade e si allontana dall'Uno perdendolo, per riguadagnarlo solo attraverso l'intervento di un sotèr. 
L'unità junghiana del Sé è contro ogni dualismo. 
Si esprime il fondamentale problema filosofico del rapporto tra l'Uno e i molti e come dall'Uno possa scaturire la dualità. Infatti dal punto di vista filosofico, il problema centrale del pensiero junghiano è il sorgere della coscienza dall'inconscio, della differenziazione dall'indifferenziato, del molteplice dall'Uno.

Pag. 99     Le religioni con cui Jung si è confrontato sono il buddhismo e l'induismo.
Per Jung ogni dottrina e ogni fede non sono astratta speculazione, ma una via individuationis che passa attraverso la vita ed è la vita stessa, il suo primo monito all'uomo occidentale è quello di non imitare esteriormente l'Oriente e non prendere alla lettera le pratiche dello yoga, scimmiottandole miseramente. 
E in questo modo abbandona l'unico terreno sicuro dello spirito occidentale, perdendosi nella nebbia di termini e concetti che non sarebbero mai scaturiti da cervelli europei, né possono eservi mai instillati con profitto.
Il rinnegare le nostre peculiari premesse storiche sarebbe pura follia e il miglior modo per un ulteriore sradicamento, perchè è solo restando saldamente ancorati al nostro terreno che possiamo assimilare lo spirito dell'Oriente. 

Accusato di razzismo.
Diversità non vuol dire superiorità o inferiorità - questo è razzismo! - ma riconoscimento della relatività culturale e psicologica con la possibilità di integrazione di ciò che può essere integrato senza stravolgimenti dell'identità psichica. 
Pag. 101       Come Cristo, Buddha è una personificazione del Sé, entrambi sono per un superamento del mondo, ma Buddha con una visione razionale, agendo secondo conoscenza, Cristo come destinata vittima sacrificale: "Gesù, Mani, Buddha, Lao Tze sono per me i quattro pilastri del tempio dello spirito".
Per l'occidentale è impensabile la consapevolezza senza un Io, l'orientale intende invece proprio una coscienza senza Io, capace di trascendere lo stato di Io, tanto che per lui il concetto di spirito si avvicina a ciò che l'occidentale intende per inconscio, come un Io depotenziato e decentrato, fino alla sua dissoluzione negli stati più alti dell'illuminazione. 

"Io desidero permanere in uno stato di viva contemplazione della natura e delle immagini psichiche, non voglio essere liberato dagli uomini, né da me stesso, né dalla natura: perchè tutte queste cose mi sembrano indescrivibili meraviglie".   E' l'amore vivo che Jung porta alla terra e alla vita, con le loro atrocità terribili, ma anche con il loro crescere allo spirito e alla coscienza, ad allontanarlo dall'India.
Jung ha sempre pensato che la vita individuale e cosmica fosse percorsa da un intimo senso interiore che la indirizzasse verso una metà ignota all'uomo, o che l'uomo può solo concepire come un di più di coscienza. 
"La mia vita è la storia di una autorealizzazione dell'inconscio : il Senso profondo viene appunto da una totalità di Senso che può essere chiamata inconscio o Dio secondo la prospettiva da cui la si guarda, ma è comunque un principio superiore alla coscienza individuale e agli empirici fenomeni organici". 

Pag. 116   " La totalità che trascende la coscienza è stata da me designata con il termine Sé". 
L'individuazione non è uno sviluppo uniforme e rettilineo, ma un andare attorno al centro, al Sé che è il vero centro generatore della personalità e di ogni realtà. 
Il naturale luogo di contenimento del centro è il cerchio (mandala in sanscrito), produzione spontanea della fantasia in cui gli opposti si integrano, e che si manifesta autonomamente in sogni e visioni al di là della volontà del soggetto.
Il mandala è un simbolo individuativo che esprime l'esigenza della totalità, del Sé, è un simbolo d'ordine che trasforma il caos in cosmo, esorcizza e mantiene al di fuori le potenze del negativo. Il mandala rappresenta la totalità simbolica dlel'universo  [...]  è insieme un simbolo del Sé e un'imago Dei.
Le definizioni che indicano la totalità come fondamento (abisso, Dio, totalità di Senso) si riassumono in quella di Uno, nell'antica definizione parmenidea e platonica che è alla base dell'ontologia dell'Occidente - ma il discorso si potrebbe estendere all'Oriente, ai concetti di Brahman, Tao, Vuoto ...

Pag. 123
Del Sè si può parlare solo per quello che concerne la sua dimensione psicologica, della sua dimensione archetipica, sull'Uno non può essere detto nulla.
Parlando dell'Uno in termini psicologici, esso non può che essere l'inconscio, mediatore comune tra gli uomini, ente psichico comune a tutti, dimensione arcaica di ogni definibilità, abisso di Senso, solo in rapporto al quale la coscienza singola acquista la sua profondità di senso.
L'Uno non è un numero, ma è il fondamento unitario del tutto, da cui scaturisce il Due, che è il primo vero numero, perchè contiene in sè il fondamento della separazione e dell'accrescimento, col Due accanto all'Uno appare l'Altro. E' con il Due che nasce l'alterità, l'opposizione e l'estraneità. 
L'Uno non vuole sciogliere l'Altro parchè altrimente perderebbe il suo carattere e l'Altro si stacca dall'Uno per esistere. 
La Totalità di Senso, il significato come Sacro, è eternamente oltre, forse è coglibile con l'estasi mistica, ma non con la coscienza e la parola, come esprime perfettamente l'inizio del Tao Te  Ching: Il Tao che può essere detto non è l'eterno Tao.

Con la coscienza, la divisione, la distinzione, la dicotomizzazione ha inizio il mondo profano, ma l'Uno, inattingibile ai figli del molteplice, ne è il fondamento sacro, comunque esso si chiami, Dio o abisso e l'atteggiamento religioso cerca di coglierne le luci fra i frammenti del profano.

Nel commento al libro tibetano dei morti Jung dice: "l'inconscio è la radice di tutta l'esperienza dell'unità, è la matrice di tutte le forme archetipiche o strutturali e la conditio sine qua non del mondo fenomenico". 
Si pone la domanda chiave di ogni ontologia: perché l'Uno dovrebbe apparire come i Molti, quando l'ultima realtà è un Tutt'Uno? Quale è la causa del molteplice o dell'illusione del molteplice? Se l'Uno trova piacere in sé, perché dovrebbe specchiarsi nei molti?
Sono domande senza risposta.
Psicologicamente è esatto dire che si raggiunge il diventare Uno al momento in cui ci si ritrae dal mondo della coscienza.
Pur se dobbiamo riconoscere che la psiche non ha fondamento, è a-byssos, letteralmente il senza fondo, l'aldilà da cui promana il richiamo del Sacro, è il mistero ontologico, mentre la differenziazione soggetto-oggetto è prodotta dall'autocoscienza, estrema punta dell'iceberg della coscienza, soprannuotante al grande oceano dell'inconscio.

Dal saggio del 1935 Il significato della psicologia per i tempi moderni:  "l'incontro interiore con una forza estranea rappresenta un'esperienza alla quale danno il nome di Dio [...]  Nomi e parole sono poveri involucri [...] ma comunque si voglia designare ciò che sta in fondo alla psiche, certo è che esso esercita un'influenza inaudita sull'essere e sulla natura della coscienza e tanto maggiore è tale influenza quanto meno ne siamo coscienti.
Pag. 126     L'individuazione non ha mero valore individuale-psicologico di equilibrio e integrazione tra conscio e inconscio, ma valore ontologico di ritorno all'Uno, perchè l'individuazione significa ritornare esplicitamente all'Uno che originariamente eravamo.  Come dice lo Zen: "mostrami il tuo volto originario".

L'espressione psicologica dell'Uno è il Sé che come l'atman indiano, è Io e non Io, soggettivo e oggettivo, individuale e collettivo.
Il Sè è una totalità esprimente il centro della personalità che non coincide con l'Io e di cui l'Io è solo un piccolo frammento, e come coincidentia oppositorum si identifica con l'imago Dei che è nell'anima: "Psicologicamente i due termini sono strettamente collegati: il che non significa che io creda che Dio é il Sé o che il Sè sia Dio. Affermo semplicemente che tra di essi esiste una relazione psicologica".

Nel 1955 Jung dice al giornalista F. Sands: "Tutto ciò che ho appreso nella vita mi ha portato passo per passo alla convinzione incrollabile dell'esistenza di Dio. Io credo soltanto in ciò che so per esperienza. Questo mette fuori campo la fede. Dunque io non credo all'esistenza di Dio per fede: io so che Dio esiste".
Poichè, essendo noi psiche, non possiamo parlare di una realtà fuori della psiche medesima, la realtà psichica diventa la realtà dell'essere. 
Psiche ed essere sono la stessa cosa, altro non è pensabile. 

Pag. 128    Tornando al problema del Sè e del suo rapporto con l'Uno e con Dio, è da dire che esso è totalità della psiche conscia e inconscia, ma  la totalità necessariamente trascende la coscienza, il Sé. E' quindi un puro e semplice concetto-limite, pressappoco come la cosa in sé di Kant.
Alcuni junghiani vogliono vedere il Sé, come la semplice completezza dello sviluppo individuativo - diventa ciò che sei!  - questo è certamente vero, ma non si può scotomizzare l'aspetto ontologico del Sé, il suo aspetto unversale ed eterno. 

L'immagine della meta è l'archetipo, un tipo esistente a priori [...], il quale è inerente all'inconscio collettivo, e sottratto al divenire e alla morte individuali.
"L'archetipo è sempre una specie di dramma condensato. Incomincia in un certo modo, prosegue con un certo tipo di complicazioni, infine trova il suo scioglimento. [...] Il finale è già anticipato nell'inizio.
Sapendo che una persona è posseduta da un archetipo, possiamo indovinare e persino pronosticare determinati sviluppi. 

Pag. 131      Se le immagini che il Sé vive sono le immagini archetipiche, che segnano il suo cammino e la sua storia e che sono percepibili dalla coscienza in maniera   simbolica, allora i simboli della totalità saranno i simboli del Sé, inconoscibile, è quello che si identifica con l'abisso, con l'Uno. ma solo attraverso la molteplicità delle forme spazio-tenporali, mediante il farsi altro da sé, esso perviene alla realizzazione di sé.

La modalità di comparizione del Sé alla coscienza costituiscono quello che JUng chiama il Sé empirico.
In questo senso Jung parla anche del Sé individuale, come quella totalità della struttura psichica di cui l'Io è parte, come quella totalità di conscio e inconscio che è anche frammento di una forma di decoro psichico che esiste in vario grado dovunque e in tutti gli esseri viventi e che in ogni essere si ripresenta come qualcosa di innato.
Quindi ci sono due modalità del Sé: quello empirico-individuale e quello indeterminato-universale; due modalità secondo la prospettiva da cui si guarda, ma un'unica realtà.
Dio è piuttosto assimilabile all'Uno che non al Sé, il Sé non sta al posto di Dio, ma è il vaso della grazia divina, esso non è un Dio immanente, ma la totalità psichica, una totalità di ordine superiore.
Il Sé come totalità è il vero fondamento psicologico della rappresentazione di Dio. Dio se ne serve come veicolo. 

Dio e inconscio sono per Jung, due concetti limite per contenuti trascendentali, e l'immagine di Dio non coincide con l'inconscio nel suo complesso, ma con un particolare contenuto di questo, vale a dire con l'archetipo del Sé. 
Solo nei grandi mistici Dio e Sé coincidono. perché la forza generatrice non sembra più procedere da Dio, ma è Dio che è generato dall'anima. 

Per concludere possiamo dire, che in Jung Dio è l'archetipo della numinosità, che ha quasi, al modo del demiurgo platonico o gnostico, una posizione intermedia tra l'Uno in quanto abisso silente e il molteplice che da Dio origina.
Così il Dio di Jung ha un duplice volto: da una parte è indefinibile e inesauribile come l'Uno, dall'altra è psicologicamente definito mediante i simboli della totalità.
Dio è la potenza generante dell'abisso che appare alla coscienza secondo la modalità di ricezione della psiche, come immagine del Sé, cui è intrinseco l'indefinibile volto oscuro. 
Il Sè è principio e termine dell'individuazione, e quando si riesce a sentire il Sé come irrazionale, come un ente indefinibile, al quale l'Io non è né contrapposto né sottoposto ma pertinente, e intorno al quale esso ruota come la terra attorno al sole, allora la meta dell'individuazione è raggiunta. [...] L'Io individuato si sente oggetto di un soggetto ignoto e superiore.

Vita e opere di Carl Gustave Jung
Nasce il 26 luglio 1875Sin dall'infanzia cominciano a manifestarsi fenomeni psicologici particolari, e larvati sdoppiamenti di personalità.  Legge Schopenhauer, Goethe e Nietzsche.
1895 Si iscrive alla scuola di medicina di Basilea.
Studi di fenomeni occulti.
I suoi interessi si spostano dalla medicina alla psichiatria.
Nel 1902-1903 studia a Parigi con P. Janet
Nel 1903 sposa Emma Rauschenbach dalla quale avrà cinque figli.
Ottiene la libera docenza e inizia i suoi corsi universitari.
Nel 1907 incontra Freud a Vienna.
Nel 1912 pubblica Trasformazioni e simboli della libido, inizia il distacco da Freud
Si dimette dall'associazione di psicoanalisi, rinuncia alla libera docenza all'università di Zurigo.
Prestò vari periodi di servizio militare durante la prima guerra mondiale.
Fino al 1919, anni di intenso confronto con l'inconscio
Nel 1921 pubblica Tipi psicologici
Nel 1924-25  viaggi di studi presso gli indiani Pueblo nel Nord-America e in Africa orientale per verificare, presso delle culture primitiva, le sue idee sull'inconscio primitivo e gli archetipi. 
Nel 1928 pubblica l'Io e l'inconscio, un'introduzione alla psicologia analitica.
Comincia a studiare l'alchimia e testi taoisti come I Ching, il testo alchemico cinese Il segreto del fiore d'oro.
Negli anni trenta la fama di Jung è in continuo sviluppo, nel 1930 è nominato vicepresidente della società tedesca di psicoterapia.
Nel 1933 Hitler è al potere in Germania.  
Ristrutturazione della Società medica di psicoterapia, Jung diventa temporaneamente presidente, e sarà accusato di aver collaborato con i nazisti.
1935 Commento psicologico al Libro tibetano dei morti
Nel 1936  lezioni alla Harward University
Nel 1937 compie un viaggio in India dove ottiene tre laure ad honorem
Nel 1942 si dimette da professore al Politecnico di Zurigo
Nel 1943 viene nominato professore ordinario di psicologia a Basilea
Si dimetterà l'anno seguente a causa di un infarto.
Riconoscimenti per la sua opera da ogni parte del mondo
Nel 1950 Scrive Simbolismo del mandala e Prefazione a I Ching
Nel 1952 pubblica la Risposta a Giobbe
Nel 1955 muore la moglie Emma. 
Riprende la campagna denigratoria e menzognera del suo antisemitismo, ma fu difeso dai suoi stessi allievi di origine ebraica. 
Il 6 giugno del 1961 muore nella sua casa di Kusnacht in Svizzera.

giovedì 6 agosto 2026

Il Buddhismo in America

Dopo il grande Parlamento delle Religioni a Chicago nel 1893 il Buddhismo e l’Induismo iniziarono a essere più conosciuti in America.  E ancora prima ci fu il movimento trascendentalista con Ralph Waldo Emerson e Walt Whitman: intellettuali di questo tipo stavano già introducendo idee buddhiste. Il grande traduttore britannico Sir William Jones, all’epoca della fondazione dell’America, portò scritti in sanscrito dall’India. Era ben noto a Benjamin Franklin e a personalità simili.

L’ondata più recente è stata quella successiva alla Seconda Guerra Mondiale. È coincisa con la fine dell’imperialismo, nel senso del dissolvimento degli imperi europei. Culture diverse hanno iniziato a conoscersi reciprocamente. 

I maestri buddhisti hanno cominciato a giungere qui come rifugiati.  Maestri buddhisti dal Giappone sono arrivati negli USA subito dopo che il governo americano ha bombardato Hiroshima e Nagasaki; il maestro Zen vietnamita Thich Nhat Hanh è venuto negli Stati Uniti dopo che il suo Paese veniva bombardato dagli USA; e i maestri tibetani sono giunti in Occidente dopo l’invasione cinese del Tibet.

Negli anni ’60, negli USA c’è stata un’alba di risveglio: si è presa maggiore consapevolezza del movimento per i diritti civili, del genocidio dei nativi americani, del genocidio degli afroamericani e della continua sottomissione delle persone in modi indiretti, della loro ghettizzazione e così via.  C’è stato un movimento di consapevolezza delle donne, delle persone di altre razze e culture e dell'assurdità del militarismo!

Il Buddhismo si è diffuso in America come un movimento educativo, etico, scientifico e solo marginalmente, come un movimento religioso.  Il  Dalai Lama, ripete spesso: “Questo è un momento della storia in cui dobbiamo abbandonare l’idea di convertirci a vicenda. Possiamo abbandonare l’idea che la nostra ideologia sia superiore a quella di qualcun altro”. Lo sciovinismo ideologico e religioso è troppo pericoloso nel mondo moderno. 

I principali e più importanti monasteri buddhisti negli Stati Uniti sono i seguenti:

  • 1. La Città dei Dieci Mila Buddha nata nel 1974 in California della tradizione Zen. Fondato dal venerabile maestro Hsuan Hua, è il più grande monastero buddhista degli Stati Uniti e dell'intero emisfero occidentale. Si estende su centinaia di ettari e include scuole, una sala centrale con 10.000 statue di Buddha e un'importante comunità monastica sia asiatica che occidentale.
  • 2. Tempio Hsi Lai nato nel 1988 a Los Angeles in California della tradizione del Buddhismo Cinese Mahayana (Ordine Fo Guang Shan). 
  • 3. Monastero Zen di Tassajara nato nel 1967 in California della tradizione  Zen Sōtō. Fondato dal celebre maestro Shunryu Suzuki (autore del classico "Mente zen, mente di principiante"), è in assoluto il primo monastero d'addestramento Zen ad essere stato stabilito fuori dall'Asia. 
  • 4. Monastero Lamaista d'America nato nel 1958 nel New Jersey della tradizione del Buddhismo Tibetano (Scuola Gelug). Fondato da Geshe Ngawang Wangyal è storicamente il primo monastero buddhista tibetano ad essere stato fondato negli Stati Uniti. Ha avuto un impatto enorme nel far conoscere il buddhismo tibetano a famosi accademici e traduttori occidentali.
  • 5. Monastero di Karma Triyana Dharmachakra nato nel 1976 a Woodstock (New York) della tradizione: Buddhismo Tibetano (Scuola Karma Kagyu). Costituisce la sede nordamericana ufficiale di Sua Santità il Gyalwang Karmapa. È abbarbicato sulle montagne dello Stato di New York ed è un punto di riferimento fondamentale per lo studio e i ritiri tradizionali.
  • 6. Monastero Buddhista di Abhayagiri nato 1996 in California della tradizione Buddhismo Theravāda. È il primo monastero negli Stati Uniti associato alla rinomata Tradizione della Foresta tailandese di Ajahn Chah. Mantiene uno stile di vita monastico estremamente rigoroso e legato alla meditazione nella natura selvaggia, basandosi unicamente sulle donazioni spontanee dei laici.
  • 7. Abbazia di Sravasti nata nel 2003 a Newport (Washington) della tradizione: Buddhismo Tibetano. È una delle prime comunità monastiche negli USA in cui monaci e monache occidentali (sotto la guida della monaca Venerabile Thubten Chodron) si addestrano insieme, ponendo un forte accento sull'uguaglianza di genere e sulla traduzione delle pratiche in lingua inglese. 

In America si sta cercando di instaurare un dialogo tra monaci cattolici e buddhisti. Il Buddhismo e il Cristianesimo, che rappresentano i due più grandi sistemi monastici in America e nel mondo, dovrebbero cercare di collaborare e comprendere, in modo non dogmatico e non confessionale, che la fede in Dio o nel Buddha sia semplicemente uno strumento della forza dell’amore universale.

La società militarista-industriale-corporativa sta distruggendo la Terra, distruggendo la società e rendendo le persone più infelici che felici. Le cose cambieranno quando questo modello sarà completamente screditato, quando capiremo quanto sia distruttivo per quasi tutti, persino per le persone facoltose.   

Oggi,  il sistema educativo non fornisce alcuna capacità di gestire le proprie emozioni, di controllare i propri fanatismi ideologici, imparare a gestire una visione del mondo negativa e le emozioni distruttive. Attraverso i centri buddhisti si potrebbe provare a sviluppare una mente positiva e comprendere realmente come funziona la propria psicologia e quindi di assicurarsi una vita felice e produttiva.  

Le Giornate Émergences a Bruxelles - dedicate a meditazione e amicizia

Le Giornate Émergences a Bruxelles rappresentano l'evento di riferimento dedicato alla meditazione impegnata nel mondo francofono. Affrontano temi quali la meditazione, l'altruismo, la felicità e la solidarietà con un approccio interdisciplinare e coinvolgente, intrecciando filosofia, psicologia, ecologia, neuroscienze e arti. 

  https://journees.emergences.org/       https://journees.emergences.org/#intervenants

    

Un impegno che si rinnova. Nate nel 2009, le Giornate Émergences sono un appuntamento che si rinnova ogni anno con entusiasmo sempre maggiore. Giunte alla loro diciassettesima edizione, sono diventate un punto d'incontro privilegiato per studiosi, praticanti e tutti coloro che desiderano riflettere sul ruolo della meditazione e dell'impegno etico nella società contemporanea.

Il tema affrontato in questa edizione è l'amicizia.  L'amicizia accompagna la nostra esistenza fin dall'infanzia. Con il passare degli anni ci trasforma, così come noi trasformiamo lei; talvolta conosce momenti di pausa, altre volte si affievolisce o si interrompe.

Eppure, nella società odierna, l'amicizia è spesso relegata in secondo piano, considerata meno importante della relazione di coppia o dei legami familiari. La filosofia, al contrario, le ha sempre attribuito un ruolo fondamentale nella costruzione di una vita buona. Per Epicuro, l'amicizia costituisce una condizione essenziale della felicità e della serenità; Hannah Arendt la considera lo spazio in cui il mondo diventa condivisibile, una dimensione indispensabile alla vita democratica.

Attraverso i secoli riaffiora la medesima intuizione: senza amicizia, la vita si impoverisce. In un'epoca segnata da profonde fratture sociali e da una crescente sfiducia reciproca, l'amicizia rappresenta una preziosa risorsa collettiva. Essa è la capacità di creare legami, di abitare il disaccordo senza spezzare la relazione, di costruire un mondo fondato sul bene comune senza perdere la propria identità.

Attraverso conferenze, testimonianze, momenti musicali e spazi di contemplazione, questa giornata invita a esplorare le molteplici dimensioni dell'amicizia, mettendone in luce il valore umano, sociale e spirituale.

Le Giornate Émergences offrono un'occasione unica per mettere in dialogo prospettive diverse sulle grandi questioni del nostro tempo, sostenendo al contempo numerosi progetti di solidarietà, in particolare quelli promossi dall'associazione Karuna-Shechen, cofondata da Matthieu Ricard.


mercoledì 5 agosto 2026

Le maitre du dharma - Dilgo Khyentse Rinpoche

 Il film Le maitre du dharma (Il maestro del Dharma) prodotto e realizzato da Neten Chokling, con la narrazione Matthieu Ricard, parla di Dilgo Khyentse Rinpoche. 
Vedi link: https://www.youtube.com/watch?v=9WCxqmuzf9k 
 
Dilgo Khyentse Rinpoche (1910-1991) è stato uno dei più importanti maestri spirituali, studiosi e poeti del Buddismo Tibetano nel XX secolo. Maestro anche del Dalai Lama, è considerato un pilastro fondamentale per la preservazione degli insegnamenti tradizionali dopo l'esilio dal Tibet. Ha promosso lo studio e la pratica di tutti i lignaggi principali del buddismo tibetano, senza distinzioni o barriere. Ha salvato e pubblicato oltre 300 volumi di testi buddhisti e ha scritto oltre 25 volumi di commentari e poesie, garantendo la sopravvivenza di conoscenze che rischiavano di andare perdute.  Dopo essere fuggito dal Tibet, ha stabilito la sua sede principale in Nepal (nei pressi dello stupa di Boudhanath), diventando al contempo il consigliere spirituale della famiglia reale del Bhutan.   

Matthieu Ricard, attraverso i suoi scritti e le sue fotografie, ha fatto conoscere gli insegnamenti di questi saggi e di altri grandi maestri tibetani in tutto il mondo.
I suoi maestri principali che hanno plasmato il suo percorso sono stati :
    Kangyur Rinpoche: È stato il suo primo maestro Kangyur Rinpoche, incontrato in India nel 1967. Ha rappresentato per Ricard il modello vivente di saggezza e compassione, spingendolo a trasferirsi definitivamente sull'Himalaya. 

    Dilgo Khyentse Rinpoche: È stato il suo maestro principale e guida spirituale. Ricard è stato il suo assistente personale per ben 14 anni, viaggiando con lui in Tibet, Bhutan, India e Nepal. Ha immortalato questo grande maestro in The Spirit of Tibet e ne ha curato gli insegnamenti. 
A partire dal 1989, Matthieu Ricard è diventato l'interprete ufficiale in lingua francese del XIV Dalai Lama. Insieme al Dalai Lama e ad altri scienziati, ha partecipato agli studi del Mind and Life Institute sugli effetti della meditazione sul cervello. Ricard ha anche scritto saggi su altri importanti maestri e figure storiche del buddhismo tibetano, come il celebre Vagabondo Illuminato dedicato a Patrul Rinpoche.
 
La reincarnazione di Dilgo Khyentse Rinpoche si chiama Dilgo Khyentse Yangsi Rinpoche. Riconosciuto ufficialmente da Sua Santità il XIV Dalai Lama, è nato in Nepal il 30 giugno 1993.I dettagli chiave del suo lignaggio includono:Riconoscimento: Fu identificato da Trulshik Rinpoche attraverso sogni e visioni, poi confermato dal Dalai Lama. Il suo nome di nascita è Ugyen Tenzin Jigme Lhundrup.Educazione: È cresciuto ed è stato educato in Bhutan, sotto la guida di Shechen Rabjam Rinpoche, il nipote di Dilgo Khyentse Rinpoche. Attualmente, è un insegnante itinerante che viaggia tenendo insegnamenti e diffondendo la tradizione buddista. Da inizio 2025, non è più affiliato al Monastero di Shechen (Kathmandu), il centro fondato dal suo predecessore. 

Foto di Matthieu Ricard nel periodo che era discepolo di Dilgo Khyentse Rinpoche

Il pellegrinaggio di Ryōjun Shionuma

: "Ciò che conta non è come gli altri mi chiamano, ma come vivo quando nessuno mi osserva. Dai pellegrinaggi ho capito che poter aprire un rubinetto e bere è uno dei miracoli più grandi ". - Ryōjun Shionuma 

Il monaco buddhista Ryōjun Shionuma, unico uomo dell'era moderna ad aver completato il leggendario cammino ascetico del Sennichi Kaihōgyō (uno dei percorsi ascetici più duri al mondo), ci racconta perché il segreto della resilienza non è evitare la sofferenza, ma imparare a sorriderle mentre la si attraversa.

Per nove anni, a partire dal 1991, ogni primavera, ha percorso a piedi 48 chilometri al giorno tra le montagne sacre del Giappone. Ha affrontato neve, gelo, fame, malattie e il rischio concreto di morire, seguendo il Sennichi Kaihōgyō del Monte Ōmine, pratica millenaria dello Shugendō che pochissimi esseri umani hanno portato a termine.

Ryōjun Shionuma, nato nel 1968 nel nord del Giappone, è l'unico uomo dell'era moderna ad aver completato questa impresa. Un anno dopo concluse anche lo Shimugyō, nove giorni senza cibo, acqua, sonno né possibilità di sdraiarsi. Per questo in Giappone è stato soprannominato «Buddha vivente», titolo che lui continua a rifiutare con disarmante semplicità. Oggi dirige il Tempio Jigenji.

 «L’arte di sorridere in salita»(Vallardi), è un libro nato dall'incontro di Ryōjun Shionuma con la giornalista del Corriere della Sera e scrittrice Costanza Rizzacasa d'Orsogna. Dopo aver affrontato, nel giro di poche settimane, la perdita del padre e del gattino disabile, protagonista delle sue favole bestseller sulla diversità, e aver visto la propria casa gravemente danneggiata da un violento nubifragio, Rizzacasa d'Orsogna ha intrapreso un percorso di ricerca nella filosofia e nella spiritualità giapponese.

Cosa è per me la meditazione

La meditazione è una pratica millenaria per calmare la mente, focalizzare l'attenzione e vivere nel presente, i cui stili principali includono la mindfulness o piena coscienza, la meditazione buddhista e la meditazione yoga. 

 La parola meditare è spesso usata impropriamente; per l'occidentale meditare si riferisce al mentale e alla sua attività, si cerca di prendere consapevolezza dei pensieri. Invece, per l'orientale, la pratica è rivolta in altre dimensioni, per superare il mentale, per arrivare a stati superiori di coscienza e contemplazione, ossia arrivare a degli stati di coscienza diversi dal comune per entrare in contatto con la parte più spirituale dell'essere, al nostro vero Sé.     L'uomo vive identificato con i contenuti della mente, creati soprattutto dalle emozioni: Vive un'esperienza ricolorata dal mentale, si producono così immagini distorte scambiate per realtà e ci si allontana dalla visione oggettiva. - Amadio Bianchi.

L'obiettivo principale dell'occidentale (vedi mindfulness) è sviluppare una piena consapevolezza del momento presente, focalizzando l'attenzione su pensieri, emozioni e sensazioni fisiche in modo intenzionale e senza giudizio. Attraverso la mindfulness, piuttosto che cercare di svuotare la mente o eliminare i problemi, si punta ad accettare la realtà per come si presenta, riducendo le reazioni automatiche. Poi, da questo punto di ancoraggio nel presente e nella realtà, si osserva il funzionamento della  mente, del corpo e la connessione con il mondo.  
L'obiettivo è eliminare stress e ansia, arrivare a una consapevolezza emotiva e un'accettazione di sé;   e arrivare ad un benessere emotivo e mentale.  - Christophe André

Io condivido la definizione di meditazione data da Matthieu Ricard: Meditare,  significa “familiarizzare” con il funzionamento della mente  e “coltivare” le qualità positive dell'essere umano. E' un allenamento della mente per coltivare qualità salutari, come la presenza attenta e l’amore altruistico. La meditazione non è un vuotarsi la testa, ma diventare a poco a poco un miglior essere umano. Occorre praticare la meditazione per individuare le cause e le tossine mentali che ci perturbano, per liberarsi dai conflitti interiori. Poi si può passare ad un livello successivo  che è la meditazione analitica e contemplativa. La prima si usa per esempio quando si de-costruisce la nozione di un “sé” indipendente, unitario e duraturo o quando si medita sull’impermanenza e l’interdipendenza di tutti i fenomeni; la seconda è quella di arrivare a percepire stati elevati di coscienza e consapevolezza. 

L’essere umano tende a identificarsi con i pensieri, creando l’illusione di un io separato. In realtà, la nostra vera natura è la coscienza, uno spazio di consapevolezza in cui i pensieri appaiono e scompaiono. Quando la mente tace, questa illusione si dissolve. 

L’idea di un “io” che medita per ottenere l’illuminazione è un paradosso. La vera comprensione porta a vedere che non esiste separazione tra individuo e totalità, la meditazione è un’espressione della totalità. 

Lo scoprire che facciamo parte di qualcosa di più grande, e che la nostra coscienza è una manifestazione del Tutto,  avviene spesso per caso:   
- vedi Federico Faggin, che ha vissuto una profonda esperienza mistica  nel 1990, mentre passeggiava sulle sponde di un lago ghiacciato,  ha percepito se stesso come un'energia pura e consapevole;  
- vedi l'esperienza mistica (o di risveglio) di Tony Parsons avvenuta spontaneamente negli anni '70 mentre camminava in un parco a Londra. Fu una percezione improvvisa e irreversibile che dissolse l'illusione del suo "sé" separato, rivelando l'unità di ogni cosa e la fine del bisogno di ricercare la spiritualità.
- vedi l'esperienza mistica che ha cambiato la vita di Fritjof Capra avvenuta nel 1971, seduto sulla spiaggia dell'oceano a Big Sur, in California. Osservando le onde che si infrangevano e percependo la brezza, ebbe una rivelazione improvvisa che lo portò a percepire l'intero universo come una gigantesca danza cosmica.

Come dice Mauro Bergonzi (ex-docente universitario di filosofie orientali) : se ci accorgessimo che siamo già ciò che cerchiamo, che non c’è nulla da trovare – né alcuna illuminazione da raggiungere – il nostro atteggiamento cambierebbe radicalmente.

Per Krishnamurti, il meditare e il seguire qualcuno (un guru o un maestro)  a volte diventa un ostacolo.

“Dovunque tu vada ci sei già”.     Bisogna solo lasciarci andare alla Danza della vita.   La meditazione “non è uno strumento per cambiare se stessi, ma semplicemente un mezzo per dissolvere le false idee che costruiscono la coscienza, in modo da lasciar filtrare la luce del vero Sé”. 

Figure femminili che hanno fatto la storia dello yoga

 Lo yoga oggi è praticato in prevalenza da donne eppure all'inizio era un dominio esclusivamente maschile.

Emergono comunque delle figure femminili straordinarie capaci di lasciare un segno indelebile nell'insegnamento dello Yoga. 

Sri Darada Devi (1953-1920) fu la consorte spirituale di Ramakrishna Paramahamsa, un mistico indù del XIX secolo. Sarada Devi è anche venerata come la Santa Madre dai seguaci dell'ordine monastico di Sri Ramakrishna

Mirabai  (1498-1546 conosciuta anche come Meera Bai) è stata una famosissima poetessa mistica indiana del XVI secolo, celebre per la sua totale devozione a Krishna. Nata principessa Rajput nel Rajasthan, India è stata una figura centrale del rinnovamento spirituale indiano basato sull'amore profondo e personale verso la divinità (bhakti). Ribellione: Rifiutò i doveri di corte e i ruoli tradizionali di moglie per dedicarsi interamente alla spiritualità. I suoi canti religiosi (bhajan) sono cantati ancora oggi in tutta l'India

Sri Anandamayi Ma - la Madre Permeata di Gioia (1896-1982) - è stata una delle più grandi figure spirituali dell'India moderna. La sua incomparabile realizzazione spirituale è stata universalmente acclamata e riconosciuta da tutti, umili e potenti, grandi autorità religiose, yogi e santi.

Tao Porchon-lynch  1918-2020   insegnò yoga fino a 100 anni; rappresentava longevità gioia e presenza. Guinness dei primati come istruttrice più anziana al mondo ancora in attività.

E' stata un maestro di yoga americano e pluripremiata come autore.  Ha scoperto lo yoga nel 1926 quando aveva otto anni in India e ha studiato, tra gli altri, con Sri Aurobindo, B.K.S. Iyengar, K. Pattabhi Jois, Swami Prabhavananda e Maharishi Mahesh Yogi. Di origini franco indiane,  conobbe Gandhi a otto anni e partecipò alla celebre marcia della pace.  Partecipo anche alla marcia su New York con Martin Luthrr King.   Era vegetariana e faceva regolarmente digiuni.  Ripeteva "Tutto è possibile, niente è impossibile"   "non c'è niente che non puoi fare".  

Geeta S. Iyengar (1944-2018)  è stata un'insegnante indiana di yoga, figlia maggiore di Yogacharya B. K. S. Iyengar e riconosciuta come massima autorità per la conoscenza dello yoga e in particolare per come le āsana intervengano in aiuto della salute della donna adottò lo yoga alle fasi fisiologiche femminili.

Eugenie Peterson (1899-2002), conosciuta come Indra Devi, è stata una pioniera dell'insegnamento dello yoga come esercizio fisico e una delle prime discepole di Tirumalai Krishnamacharya, il "padre dello yoga moderno". Si trasferì in India a vent'anni, dove divenne una star del cinema e acquisì il nome d'arte di Indra Devi.

Guru Purnima

"In whatever position one is in, or in whatever condition in life one is placed,  one must find balance. Balance is the state of the present - the here and now.  If you balance in the present, you are living in Eternity."   - Ligh and Life

Guru Purnima è una festa sacra dedicata all'omaggio dei maestri spirituali e accademici, celebrata nel giorno di luna piena del mese induista di Ashadha ( il 29 luglio - giugno-luglio). Commemora il saggio Vyasa ( autore del Mahabharata e curatore dei testi sacri Veda) ed è osservata da induisti, buddisti e giainisti per ringraziare la guida che porta dalla oscurità alla conoscenza. 

Rappresenta il momento in cui la saggezza viene trasmessa senza egoismo per aiutare l'evoluzione interiore dell'uomo.
 
Durante questo giorno i discepoli offrono doni, canti e preghiere (puja) ai propri guru per ringraziarli degli insegnamenti ricevuti.   Molti seguaci di grandi maestri moderni seguono incontri ed eventi in streaming dal vivo se non possono partecipare di persona.

Introduzione al Blog

  Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono p...