"La notra vita è modellata dalla nostra mente, noi diventiamo quello che pensiamo " - dal Dhammapada "Come esseri umani, soffriamo per non avere ciò che vogliamo e per non tenere ciò che abbiamo".
Questo è il periodo dell'ansietà e della infelicità. Il libro - Gioia e saggezza - offre una guida per applicare gli insegnamenti e le pratiche buddhiste alle sfide della vita quotidiana.
Il tempo che le persone dedicano ad accumulare la ricchezza esterna offre poche opportunità per coltivare la ricchezza interiore; questo squilibrio lascia le persone particolarmente vulnerabili alle difficoltà della vita. Le persone sono paralizzate da bassa autostima, depressione, stress o emozioni debilitanti.
Mindfulness è la pratica che ci permette di accogliere dolcemente pensieri, emozioni e sensazioni, e non è facile perchè siamo, per la maggior parte del tempo, sopraffatti dagli aspetti della nostra esperienza quotidiana. E' sorprendere scoprire che pensieri e sentimenti che sembravano solidi e potenti svaniscono, come sono apparsi. E si scopre piano piano, che il senso di solidità e permanenza è un'illusione.
Dovremmo essere come un viaggiatore intelligente che porta i problemi con se, senza farsi prendere dal panico. Importante è imparare ad osservare i pensieri e le emozioni, attraverso la meditazione, che vengono e vanno. Gradualmente si comincia a realizzare che i sentimenti, come speranza, paura, rabbia, ecc, non sono altro che idee che fluttuano nella nostra mente. Dovremmo apprendere a liberarci dalle abitudini mentali e dalle emozioni che imprigionano la maggior parte delle persone in conflitti interiori e esteriori senza fine.
Riconoscere che, disagio, malattia e malessere (dukkha), sono le basi dell'esistenza è il primo passo per liberarcene o almeno saremo preparati per affrontarli. Le quattro grandi sorgenti della sofferenza sono: nascita, vecchiaia, malattia e morte. Spesso ci creiamo noi stessi della sofferenza, in modo inconscio, inventandoci delle storie, dicendoci che non siamo abbastanza bravi, ricchi, intelligenti, ecc. e non ci sentiamo a nostro agio se siamo vestiti male, non ci piaciamo fisicamente, se abbiamo i capelli corti, lunghi, il naso corto, ecc... poi poco a poco ci rendiamo conto che queste deformità sono solo una creazione della nostra mente.
Ci sono tre categorie di sofferenza; 1 - la sofferenza per il soffrire, 2 - la sofferenza per il cambiamento, 3 - la sofferenza pervasiva.
1. si manifesta quando siamo in situazioni di disagio, accentuiamo il dolore associandoci aspetti psicologici e emozionali. 2. si manifesta quando siamo in cerca sempre del nuovo, questa ricerca in oggetti esterni accentua la credenza che non siamo completi, non possiamo essere sofddisfatti con noi stessi. 3- anche se siete nella situazione perfetta, c'è sempre quel piccolo sconforto che ti invita a muoverti e rimetterti alla ricerca di qualcosa che non esiste.
Si dovrebbe apprezzare il continuo e incessante cambiamento che avviene minuto dopo minuto, quel continuo cambiamento che i buddhisti chiamano impermanenza. Appena registriamo l'idea "ora" che già è diventata "poi". Bisogna apprendere a diventare amici dell'impermanenza... Occorre portare l'attenzione ai cambiamenti nel corpo eseguendo il respiro, osservare il continuo cambiamento a livello sottile... Il modo in cui sperimentiamo le cose e gli eventi è semplicemente il riflesso della nostra mente. Se riusciamo ad osservare questo fenomeno, abbiamo un'opportunità di conoscere un pochino di più la nostra mente. La seconda nobile verità spiega che le cause della sofferenza non risiedono negli eventi e circostanze ma nel modo in cui noi percepiamo e interpretiamo la nostra esperienza. Ma da cosa deriva la nostra interpretazione? Stiamo dicendo quello che stiamo dicendo perché crediamo veramente a ciò o perchè è dovuto alla cattiva giornata che ho passato al lavoro??? Dobbiamo capire che tutto è relativo.
Ignoranza, desiderio e avversione sono definiti "i tre Veleni" nel buddhismo. Quando ci fissiamo sulle nostre percezioni, perdiamo la nostra abilità di volare. Cambiando percezione, la stessa esperienza cambia.
Prendiamo il fenomeno della vecchiaia, pensa quante cose puoi fare adesso, che non potevi fare quando eri giovane... L'età non è il nostro nemico; la fissazione è il nostro nemico, se ci sentiamo vecchi, poco attraenti e inutili, cominciamo ad agire da vecchi... Bisogna riuscire a guardare da vicino e con coraggio le cause del nostro malessere, solo guardando direttamente il fenomeno possiamo attenuarlo o eliminarlo (ad esempio il problema di bassa autostima, gelosia, ecc..).
Ma come posso liberarmi dall'attaccamento, speranze e paure? Semplicemente non provando!!! Perchè provando a uscirne, si rinforzano semplicemente le paure. Devo limitarmi semplicemente ad osservare le mie emozioni.
Esistono due tipi di consapevolezza: la pura consapevolezza e la consapevolezza condizionata. La consapevolezza condizionata è una prospettiva colorata da ignoranza, desiderio e avversione. La natura di Buddha, che può emergere e si può sperimentare a tratti nella nostra quotidianità, è caratterizzata da infinita saggezza, infinita capacità, e da un'immensurabile amore-gentilezza e compassione. Questi momenti sono chiamati "Momenti di Buddha". Ognuno di noi ha il proprio rifugio.
Spesso se una persona ha dieci qualità, di cui nove positive, la maggior parte delle persone si focalizzerà esclusivamente sulla qualità negativa. Alcune abitudini mentali e emotive condizionano il nostro punto di vista. Diventiamo attaccati a un personale punto di vista, Crediamo che il modo in cui guardiamo le cose, sia il vero modo di guardarle. Quotidianamente proviamo un senso di incompletezza, isolamento e instabilità e nello sforzo di combattere il nostro disagio, ci attacchiamo alle cose esteriori. Ma purtroppo le nostre certezze e cose materiali su cui basiamo la comprensione del mondo (il lavoro, il rapporto, la salute) spesso si sgretolano. La stessa persona gioiosa che guarda la vita con entusiasmo il giorno dopo è arrabbiata, o depressa, e non riesce ad uscire dal letto. Quanti "IO" esistono? Noi abbiamo la tendenza a dire che questi aspetti sono delle "parti" di me stesso! Ma se ci sono delle parti, ci può essere l'Uno? Poco a poco riconosciamo che non esiste persona, oggetto, posto che sia indipendente, ma ogni cosa è fatta da un numero di parti differenti, cause e condizioni interrelate. Questo è uno dei principali concetti buddhisti l'Interdipendenza di tutte le cose. Ma cosa significa? Che non siamo reali? che i miei sentimenti non sono reali? Altro elemento importante negli insegnamenti buddhisti è il vuoto o la vacuità (il principale soggetto del secondo insegnamento del Buddha - o ruota dell'insegnamento). Il vuoto è il background, un infinito spazio "aperto" che permette ad ogni cosa di apparire, cambiare, scomparire e riapparire. E' l'assoluta realtà, la natura di base, di tutte le nostre esperienze. Non è zero, ma non è nulla. E' la base della natura di Buddha; una potenzialità aperta e senza fine per ogni tipo di esperienza.
Ci sono tre stadi della pratica: l'ascolto, la contemplazione, la meditazione. L'ascolto è il permettere a se stessi di essere introdotti a nuovi fatti e idee. La contemplazione è pensare alle indicazioni ricevute durante gli insegnamenti e vedere se sono validi per capire e affrontare gli eventi della vita. E capire quanto la tua vita è colorata, a livello emotivo, fisico o intellettuale, da dukkha (sofferenza) o da disagio. La meditazione inizia proprio osservando le nostre esperienze senza giudicare. L'uso della mente per guardare la mente, è ciò che, nella tradizione buddhista, si intende per meditazione. Il termine tibetano "gom" significa proprio familiarizzare, e in questo caso familiarizzare con il funzionamento della mente. Il Buddha introdusse una serie di pratiche finalizzate ad aiutarci a prendere le distanze e osservare la mente.
Anche nel buddhismo si sottolinea l'importanza del rapporto mente-corpo, "per far si che la mente sia calma e quieta, il corpo deve essere disciplinato". Nel testo Mingyur Rinpoche presenta l'allegoria del rapporto tra il fantino e il cavallo, il fantino è la mente, il cavallo è il corpo; un fantino tranquillo può calmare il cavallo, un cavallo tranquillo può calmare il fantino. Nel metodo formale di meditazione vengono presi in considerazione sette punti della posizione fisica chiamata Vairochana (il significato è il sole) . - Il primo punto è stabilire una ferma base per collegarti all'ambiente dove si sta praticando; - il secondo è riposare le mani sull'ombelico: - il terzo è lasciare dello spazio tra le braccia e la parte alta del corpo; - il quarto è tenere la colonna più perpendicolare possibile rispetto al suolo; - il quinto allungare il collo inclinando il mento verso la gola (un po' più del normale); - il sesto interessa la bocca, e i denti , ossia si deve permettere alla bocca di riposarsi naturalmente; - l'ultimo punto riguarda gli occhi, cercare di mantenerli aperti, così è più facile rimanere consapevoli, e importante è avere un focus su cui portare l'attenzione, senza vagare da esperienza a esperienza. Trovare un equilibrio fisico aiuta a stabilire un equilibrio tra il prana (energia), le nadi (i canali in cui questa energia si muove) e i bindù (le gocce di energia vitale). Importante è trovare un equilibrio per lo stato del nostro corpo e della nostra mente, trovare la via di mezzo, non troppo teso, non troppo rilassato. All'inizio è consigliato fare brevi sedute di meditazione, magari nello stesso giorno. La meditazione in questo modo diventa parte della nostra vita quotidiana, piuttosto che qualcosa che facciamo per sentirci bene...
Noi riceviamo sollecitazioni continue dai nostri sensi, dai nostri pensieri ed emozioni. Per questo la maggior parte delle persone si sentono stressate. Una delle pratiche base è chiamata Shamatha (che significa pace, calma). Quando osserviamo qualcosa, sentiamo qualcosa, o guardiamo qualcosa, un pensiero, un'emozione formuliamo sistematicamente una specie di giudizio riguardo l'esperienza. Mi piace, Non mi piace, Non so... Shamatha è il lasciar andare, Non formulare giudizi o opinioni, osservare semplicemente il fenomeno. La semplice consapevolezza è la capacità di vedere e riconoscere quello che stiamo vedendo, ma senza concetti associati che disturbano la nostra visione. Senza la chiarezza, non saremo capaci di percepire, pensare o provare qualcosa. Shamatha ci aiuta a sviluppare la nostra chiarezza interiore. Shamatha si sviluppa attraverso vari passi:
- 1- non focalizzarsi su qualcosa in particolare, la mente è in pace, aperta, riposata ed immersa nel momento presente. Qui e ora, è il solo momento presente.
- 2- oltre i cinque sensi, il buddhismo riconosce un sesto senso chiamato coscienza mentale, è quello che i neuroscienziati descrivono come la capacità di organizzare le informazioni ricevute attraverso i sensi e formare un concetto o immagine mentale. La tecnica per usare la vista come mezzo di far riposare la mente è la meditazione della forma. Ossia riposare l'attenzione su un oggetto specifico, o sulla forma o sul colore. cominciamo a realizzare che quello che vediamo e come lo vediamo è un'immagine fatta da pensieri, memoria, e limitata dai nostri organi sensoriali. E non c'è differenza tra ciò che vediamo e la mente che vede l'oggetto.
- 3- portare l'attenzione a un suono, e come nel punto precedente, gli oggetti visuali e i suoni servono a far riposare la mente. La meditazione accompagnata da suoni ci aiuta a distaccarsi gradualmente dall'assegnare un significato ai suoni che udiamo.
- 4- partecipare all'esperienza fisica. C'è un modo formale per usare le sensazioni fisiche della respirazione come focus per calmare la mente, ad esempio contando la prima inalazione e esalazione come uno, e arrivare a ventuno. Poi ricominciare. Prendere quindi le nostre sensazioni fisiche come opportunità di diventare consapevoli (testimoni) della consapevolezza. Anche l'attenzione alla sensazione di dolore fisico può aiutarci a gestrire e affrontare il dolore.
- 5- l'attenzione ai pensieri. Pensare è la naturale attività della mente. se si osservano i pensieri, si comincia a percepire che appaiono e scompaiono rapidamente, lasciando un piccolo spazio tra l'uno e l'altro... Portando l 'attenzione su questo spazio, a poco a poco lo spazio aumenta e la mente si riposa. Dando attenzione a quello che stai sperimentando in un dato momento è una forma di meditazione. Occorre guardare ai pensieri in se stessi, senza cercare le cause e le condizioni che li hanno fatti apparire nella mente. Semplicemente guardare l'esperienza direttamente. Alternando momenti di attenzioni ai pensieri a momenti di non attenzione.
- 6- l'attenzione alle emozioni, osservare le emozioni che si provano senza attaccamento o avversione, semplicemente inquadrandole nelle categorie, positive, negative o neutre. Quali tipi di emozioni prevalgono? Occorre cercare di evitare persone o situazioni che provocano emozioni negative.
L'intuizione. Il metoto per arrivare all'esperienza diretta della vacuità, unificata alla chiarezza, è chiamato vipashyana (in sanscrito) che significa intuizione e vedere oltre. Combinando la comprensione della vacuità con il metodo dell'attenzione, vipashyana offre un metodo esperienziale di andare oltre gli attaccamenti concettuali di "me", "tu", "loro", "gelosia", "rabbia" e così via. Ci troviamo di fronte alla libertà di consapevolezza senza limitazioni dovute alle abitudini mentali ed emozioni. Ad esempio quando stiamo attraversando momenti difficili, di sofferenza e dolore dovuti a divorzi, perdita di persone care, dovremmo prendere consapevolezza del dolore e suddividerlo in piccoli pezzi guardando le sensazioni che emergono. Le sensazioni che passano nella mia mente, nel mio corpo, i pensieri che emergono, in questo modo divento l'osservatore e mi disidentifico. Si può arrivare per un istante all'esperienza che non c'è più distinzione tra osservatore, il fenomeno osservato e l'atto dell'osservare.
Nirvana è la diretta esperienza della nostra inerente natura libera, - una perfetta pace della mente libera da concetti, attaccamenti, avversioni, ecc. Samsara è un punto di vista al quale noi siamo diventati attaccati in uno sforzo per definire noi stessi, gli altri, e il mondo intorno a noi mentre viaggiamo in un regno caratterizzato da impermanenza e interdipendenza. L'ego, nel buddhismo, è un semplice insieme di funzioni sviluppate per assisterci a navigare nella realtà relativa.
Vipashyana è spesso difficile da praticare perchè disturba il nostro attaccamento alle cose che è diventato per noi famigliare. Il samsara è un'espressione del nirvana.
La vacuità. Chi sono "Io"? In effetti non possiamo veramente trovare un "Io". Il nostro corpo è sottoposto a continui mutamenti, quindi cerchiamo un "Io" interiore che non può essere definito dalle circostanze. Noi agiamo come se avessimo un "io" da proteggere, evitare il dolore e cercare conforto e stabilità. Le implicazioni sono che dolore e piacere sono qualcosa di estraneo al nostro "io".
Lo scopo della meditazione è anche quello di scoprire dentro la nostra propria esperienza un senso di libertà dall'idea dell' "Io" permanente e indipendente. Questa è un'esperienza che, una volta provata, può cambiare la nostra vita aprendo a nuove dimensioni e possibilità.
Raggiungere Shamatha con una comprensione della vacuità non significa comunque negare la realtà relativa che è la cornice nelal quale operiamo nel mondo. La negazione di questa realtà relativa può portare alla follia. C'è un terzo livello che è quello della "finta realtà reale". Noi dovremmo rapportarci con l'esperienza con la consapevolezza che dividerla in osservatore e fenomeno osservato è essenzialmente una invenzione concettuale. Quando portiamo la mente ad osservare la mente - se stiamo cercando "me", "altri" "pensieri" e "sensazioni", possiamo iniziare a vedere la mente stessa. Diventiamo aperti alla possibilità che la mente - l'unione di vacuità e chiarezza -è capace di riflettere ogni cosa.
Empatia. "L'essere umano è parte di un tutto chiamato da noi universo". L'empatia è l'abilità di identificarsi con o capire la situazione nella quale gli altri si possono trovare. l'ordinaria gentilezza amorosa e compassione include differenti fasi; - la prima è quello di sviluppare un senso di tenerezza verso se stessi. - Guardare l'esperienza di se stessi nel momento presente (l'essere vivi in questo momento) come focus della meditazione. - Riconoscere che abbiamo un corpo, una mente e apprezzarli è il primo seme per la felicità e il sollievo dalla sofferenza. - Poi si dovrebbe lavorare sui pensieri e scoprire quanto è bello essere in vita, scoprire un senso di benessere che apre a tutte le possibilità. Questa fase nel buddhismo tradizionale si concretizza nella recitazione di preghiere "possa io conseguire la felicità, possa essere libero dalla sofferenza e dalle cause della sofferenza". Poi la mente si riposa, rilassata e aperta. E' importante trattare tutti con gentilezza, anche le persone per cui provi antipatia. Molti praticanti buddhisti prendono fiducia in loro stessi quando cominciano a vedere che si possono affrontare situazioni difficili con la chiarezza e la saggezza nate dalla compassione e gentilezza amorevoli. Si sviluppa in questo modo un grande apprezzamento per le possibilità insite nell'essere umano.
Bodhicitta. Bodhi significa diventare sveglio, citta significa mente o spirito. Nella tradizione buddhista ci sono due tipi di bodhicitta: relativa e assoluta. - Assoluta quando la mente è completamente pura, come lo stato a cui arrivò il Buddha che per otttenere questo risultato impiegò sei anni. - Lo sviluppo della bodhicitta relativa implica due aspetti: aspirazione e l'applicazione. Questa aspirazione può prendere le forme di seguire dei consigli, ascoltare un insegnamento, o seguendo l'esempio di un maestro. L'applicazione della bodhicitta può concretizzarsi con piccoli gesti, come ad esempio non rubare, non fare gossip, non procurare dolore, ecc... gioire per le belle cose che accadono ad altre persone piuttosto che essere preso da gelosia. Questo crea una situazione vincente per tutti. L'aspirazione (o intenzione) ha un grande potere, la mente diventa più forte, il comportamento emotivo diminuisce, e la capacità di aiutare gli altri aumenta.
Ma cosa dobbiamo fare quando ci troviamo di fronte ad ansia, lutto, gelosia, rabbia o disperazione? "Ogni cosa può essere usata come un invito alla meditazione". Sogyal Rimpoche La meditazione non è separata dalla nostra vita, è la nostra vita.
Per eliminare i problemi, abbiamo bisogno di problemi. La nostra vita è contornata di sfide e problemi di ogni tipo, come gestirli? Per i buddhisti l'obiettivo è non di eliminare o risolvere i problemi, ma usarli come base o focus per riconoscere il nostro potenziale. Ogni pensiero, ogni emozione, e ogni sensazione fisica è un'opportunità per portare la nostra attenzione all'interno e diventare un po' più familiari con la sorgente. Oltre il fango costituito da ignoranza, desiderio, avversione troviamo l'oro, la nostra natura di Buddha, che in essa stessa è oltre ogni descrizione. Decenni di esperienze e fango non hanno cambiato la natura dell'oro e la nostra vera natura. Per molti, è un lento e graduale processo avvicinarsi e percepire queste qualità positive innate all'essere umano. Qualità che spesso abbiamo difficoltà a percepire in noi stessi. Alcuni si chiedono: "ma se io ho queste qualità, perchè sono sempre nervoso, ansioso, depresso, senza speranza, o litigo spesso con gli altri "?
Le percezioni influenzano le esperienze, le esperienze influenzano il comportamento, i comportamenti rinforzano le esperienze e le esperienze rinforzano la percezione. Il testo Abhidharma spiega l'insegnamento buddhista in dettaglio ed elenca 84 tipi di afflizioni mentali e emotive che ci impediscono di cambiare. Il testo Mahayana Uttaratantra riporta le abitudini che ci impediscono di percepire la nostra vera natura che possiamo chiamare "Buddha Nature Blockers". Questi blockers sono le modalità con cui rispondiamo alle esperienze e ci impediscono di rapportarci alla vita con saggezza e consapevolezza. Il primo blockers è la tendenza a autocriticarci e a giudicarci e a sentirci inadeguati, incompetenti, sbagliati. Bassa autostima, ansia da prestazione rientrano in questo primo caso. Alcool e droga provvedono un senso artificiale di sicurezza a persone che mancano di fiducia in loro stessi o con difficoltà a relazionarsi con gli altri. Il secondo blockers è l'attitudine a giudicare gli altri. Le altre persone sono meno competenti di noi, sono sbagliate, sono in torto... Rappresenta la difficoltà a vedere qualcosa di buono negli altri. Questo è anche quello che succede a varie coppie, dopo un lungo periodo di convivenza, i partner cominciano a vedere le imperfezioni dell'altro, e il partner diventa fonte di irritazione e dolore. Il terzo blocco è quello di vedere il falso per il vero. I buddhisti lo chiamano 'eternalismo', ossia la tendenza a considerare certi aspetti dell'esperienza come assoluti, e non una combinazione temporanea di cause e condizioni. Il quarto è vedere il vero per il falso. il quinto blocco, che può essere considerato la base degli altri, è il mito di Sè stessi. Ci aggrappiamo alle nostre opinioni, nostre narrazioni senza mai metterle in discussione. Questi blockers lavorano in sinergia, e condizionano il nostro modo di pensare e agire e dobbiamo anche essere consapevoli che questi blockers sono un prodotto del nostro modo di pensare. Guardare al modo in cui guardiamo le cose è l'essenza di vivere sul sentiero. in questo modo i semi delle nostre qualità positive cominciano a germogliare.
"La consapevolezza è un modo neutrale che permette di mantenere la nostra capacitò di riflessione anche quando ci troviamo in mezzo a emozioni turbulente". - Danile Goleman.
L'obietttivo della pratica dell'attenzione o samatha è diventare consapevoli di essere consapevoli, La consapevolezza è la base, il supporto della mente. La consapevolezza ci permette di capire cosa stiamo provando a livello emotivo e cosa stiamo pensando. La prima tappa è quella di portare l'attenzione ai pensieri, alle sensazioni senza nessuno scopo o intenzione. Giusto arrivare a notificare cosa si sta provando, pensando. La seconda tappa è la consapevolezza meditativa, ossia arrivare ad avvicinare emozioni e pensieri come oggetti di focus per stabilizzare la consapevolezza. Spesso quando proviamo a prenderne consapevolezza, spariscono, e questo è un bel risultato perchè siamo arrivati ad essere consapevoli di essere consapevoli. Se non spariscono è una buona opportunità di diventarne l'osservatore, lo spettatore. Per incominciare dovremmo darci dei piccoli obiettivi, ossia cercare di focalizzarci su un suono o una forma, e poi passare ad allenarsi e focalizzarsi su piccole emozioni o pensieri che influenzano la nostra attuale esistenza (come ad esempio l'irritazione di fare la fila per un certo tipo di servizio). Solo dopo potremmo affrontare emozioni come la solitudine, l'autostima, ecc. Terza tappa è cercare di prendere le distanze e cercare di guardare cosa si nasconde dietro un'emozione - che è il supporto all'emozione stessa. Ad esempio se provi del panico, quello che ti può dare fastidio è la paura del panico. La stanchezza può essere ad esempio un segnale di depressione, ecc. La quarta tappa è apprendere durante il periodo di sospensione della pratica.
A volte è necessario sospendere la pratica di meditazione e fare altro quando il focus della meditazione diventa troppo intenso. Questo perchè le riserve fisiche, mentali, emozionali sono esaurite. E' importante quindi alternare periodi di pratica e periodi di riposo. Lo stesso principio è valido quando si provano senzazioni positive e la mente diventa immobile. Dobbiamo avanzare lentamente e alternare periodi di riposo. Il periodo di riposo è importante tanto quanto il periodo di inizio pratica.
Guardando ad esempio l'aspirazione di una persona ad una relazione duratura, si potrebbe scoprire che il vero focus dei suoi pensieri è il fatto di sentirsi non amabile e i ricordi della sua infanzia, quando non era invitata alle feste, ecc... Spesso dietro ad una aspirazione o desiderio c'è una vera trama. Considerare tutti questi singoli aspetti della trama, è un modo di meditare. La consapevolezza permette di scomporre il problemi in tanti piccoli sottoproblemi, il dolore in tanti piccoli pezzi. E piano piano si prende consapevolezza che tali sensazioni non sono inamovibili o fissi. Si comincia a sentire una connessione con gli altri che trascende desiderio, gelosia e paura. Si comincia a riconoscere che tutti i fenomeni sono interdipendenti e composti da molte piccoli parti.
Oggi, la rabbia verso l'ex- partner, un collega di lavoro, un famigliare può durare degli anni. Se guardiamo le emozioni da vicino, come ad esempio la rabbia, vedremo che sono costituite da una combinazione di parole e pensieri, e se inizio a separare queste parti, non trovo più la rabbia o per lo meno riesco ad attenuarla. Un'altra opportunità per ammortizzare l'effeto di emozioni negative è quello di concederci l'opportunità di osservarle di nuovo. L'obiettivo di queste pratiche di interiorizzazione è rompere l'illusione della permanenza di un fenomeno o emozione e arrivare a capire quale componente dell'emozione ha fatto scattare un tale atteggiasmento. Spesso si riesce a far emergere nella nostra coscienza, episodi dell'infanzia o altro che ci hanno reso sensibili o vulnerabili davanti a certi episodi. Molte persone resistono a queste pratiche di interiorizzazione e trovano difficile smontare l'emozione negativa in piccoli pezzi. La resistenza principale è dovuta alla paura del cambiamento, la paura di perdere la nostra identità, ossia la tendenza a sentirsi senza speranza, soli, ansiosi o impauriti. Molti hanno bisogno di drammi o situazioni conflittuali per vivere nella quotidianità, se vogliono cambiare, devono interiorizzare e scomporre questi sentimenti per riuscire a capire perchè!
Estendere l'empatia. Spesso se siamo stati feriti da qualcuno, rispondiamo con lo stesso atteggiamento. I maestri buddhisti indicano un'altra via percorribile "The High Road", ossia invece di rispondere in modo conflittuale, rispondere empaticamente, sperimentando una pace mentale cercando di aiutare l'altra persona. L'empatia ha un gusto differente, è un processo di trasformazione. permette di riconoscere che il comportamento dell'altra persona è stato provocato da emozioni conflittuali che avevano preso il sopravvento. Questa pratica nel buddhismo è chiamata Tonglen, si riconoscono le sofferenze degli esseri sensienti e si cerca di prenderle dentro di sé, e poi si immagina di portare all'esterno tutte le nostre qualità positive e di indirizzarle verso gli altri. E' un percorso molto lungo, c'è bisogno di tempo per migliorare le nostre capacità di gentilezza amorevole e compassione.
Le vere basi delle pratiche buddhiste sono: capire la capacità della mente di creare la percezione della realtà nella quale ci troviamo.
La vera forza risiede nel percepire le nostre debolezze. Nell'affrontare le nostre emozioni disturbanti e i problemi che si verificano nelle nostre vite, scopriamo un'esperienza di benessere che si estende dentro e fuori di noi. Noi siamo tutti dei Buddha, soltanto non lo riconosciamo. Quando ci prefiggiamo di sviluppare la consapevolezza della nostra vera natura di Buddha, cominceranno dei cambiamenti nell'esperienza nella nostra vita quotidiana. Le cose che ci turbavano perderanno il loro potere su di noi. La saggezza consiste nel risveglio del cuore, il riconoscere la nostra connessione con gli altri, ed è la strada della gioia.
Nella tradizione
Vajrayana del buddismo tibetano quando arriva il momento della morte, i grandi maestri si mettono nella postura meditativa (tuk dam). Tukdam è uno stato meditativo che si
dice avvenga dopo la morte clinica in cui il corpo mostra minimi segni
di decomposizione, mantenendo un aspetto realistico per giorni o
addirittura settimane.