giovedì 5 marzo 2026

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono circa 950 articoli, la maggioranza dei quali verte su yoga, meditazione, buddhismo, filosofie orientali, rapporto tra scienza e meditazione.                    

Gli articoli sono essenzialmente riassunti di libri che ho letto su questi argomenti e che mi hanno particolarmente colpito.  Per ricercare un soggetto specifico si può usare la finestrina a destra, oppure si possono usare le categorie (etichette) che si trovano sulla destra. Sul Blog sono riportati anche i libri che ho scritto sullo yoga e la meditazione e la gallery di alcuni miei viaggi.                                                   

       Buona lettura   


La potenza del pensiero - Sivananda

"Diventa padrone dei tuoi pensieri e diventerai padrone del tuo destino."— Swami Sivananda 

Vedi il testo completo al seguente link:  https://www.youtube.com/watch?v=eB1hPD2YuEo 


Cosa succederebbe se la forza più grande della tua vita fosse già dentro di te?
Swami Sivananda, uno dei maestri spirituali più illuminati del XX secolo, risponde a questa domanda con una certezza disarmante: il pensiero è la forza più potente dell'essere umano. Nel suo libro La Potenza del Pensiero, Sivananda intreccia gli insegnamenti millenari dello Yoga e del Vedanta con una guida concreta e pratica per chi desidera trasformare la propria vita dall'interno.
Il messaggio è tanto semplice quanto rivoluzionario: ogni azione, ogni emozione, ogni abitudine — e persino il nostro destino — nasce da ciò che pensiamo.

Ogni pensiero che attraversa la nostra mente lascia un'impronta. Con la ripetizione, queste impronte diventano abitudini; le abitudini modellano il carattere; il carattere, infine, determina il destino.
Questa catena causale è il cuore del libro: cambiando i pensieri, si cambia la vita.
Non si tratta di ottimismo superficiale, ma di una legge profonda della mente che Sivananda illustra con la precisione di un maestro e la compassione di un guaritore.

Uno degli insegnamenti più potenti del testo riguarda la natura del pensiero. Per Sivananda, i pensieri non sono astrazioni vaghe: sono vibrazioni sottili che irradiano energia e influenzano il corpo, le emozioni, le persone intorno a noi e persino l'ambiente. I pensieri positivi generano armonia; quelli negativi producono disarmonia. In questo senso, prendersi cura della propria vita mentale non è un lusso — è una responsabilità.

Sivananda descrive una legge fondamentale: i pensieri simili si attraggono. Chi coltiva paura tende ad attrarre situazioni che alimentano la paura; chi coltiva fiducia rafforza la propria sicurezza interiore.
Questa legge non ha nulla di magico o esoterico: è la descrizione di come la mente plasmi la nostra percezione della realtà e, di conseguenza, le nostre scelte e reazioni.

Al centro dell'analisi psicologica di Sivananda c'è il concetto di samskara — le impressioni mentali lasciate da ogni esperienza vissuta. Queste impressioni si stratificano nel subconscio e guidano silenziosamente i nostri comportamenti automatici e le nostre reazioni istintive.
La pratica spirituale, in quest'ottica, ha uno scopo preciso: cancellare le impressioni negative accumulate nel tempo e creare, al loro posto, nuove tendenze positive e liberatorie.

Sivananda non si ferma alla teoria. Nel libro indica strumenti concreti per sviluppare il potere del pensiero:
  • Meditazione quotidiana — per creare silenzio interiore e chiarezza
  • Concentrazione — per rafforzare la capacità di dirigere l'attenzione
  • Autodisciplina — per agire in modo coerente con i propri valori
  • Vita morale — fondata su verità, purezza e autocontrollo
La mente indisciplinata è causa di sofferenza. La mente controllata, invece, diventa una fonte inesauribile di forza e creatività.

Un altro contributo pratico del libro riguarda l'uso dell'autosuggestione. Ripetere frasi positive, visualizzare con chiarezza i propri obiettivi e agire con determinazione ferma sono tecniche che Sivananda suggerisce per rieducare la mente e potenziare la volontà.
La volontà, come un muscolo, si fortifica con l'uso costante e si indebolisce con l'abbandono.

Il percorso descritto da Sivananda non si esaurisce nel miglioramento della vita materiale. Il vero obiettivo è più profondo: riconoscere il Sé superiore, liberarsi dall'identificazione con i pensieri e raggiungere uno stato di pace e liberazione interiore. In questa prospettiva, lavorare sulla mente non è un fine, ma un mezzo — il sentiero attraverso cui l'essere umano riscopre la propria natura autentica.

La Potenza del Pensiero è un libro che attraversa con coerenza la psicologia spirituale, la trasformazione interiore, l'allenamento mentale e la crescita personale secondo la tradizione yogica. Un testo che può cambiare il modo in cui viviamo ogni giorno.     
 
Swami Sivananda Sarasvati nacque nel 1887 in una famiglia nobile del Sud dell'India. Dopo essersi laureato in medicina, intraprese con successo la professione in Malesia. Nel 1924, attratto dalla ricerca spirituale, si trasferì a Rishikesh, ai piedi dell'Himalaya, dove nel 1932 fondò lo Sivananda Ashram e nel 1936 la Divine Life Society. Deceduto nel 1963, ha lasciato un'eredità di oltre 300 opere sullo Yoga, inclusi traduzioni della Bhagavad Gita, dei Brahmasutra, del Bhagavatam e numerose Upanishad, nonché numerosi volumi che trattano vari aspetti pratici dello Yoga, del Vedanta e della Sadhana spirituale. 

Lo yoga tradizionale

"Lo yoga è il dono più grande dell'India al mondo." ~ T. Krishnamacharya

"Lo yoga è il movimento del respiro nell'immobilità della postura." ~ Antonio Nuzzo

"La mia prima istruzione principale è di controllare la mente. Secondariamente, evitate i desideri superflui con una sola eccezione: il desiderio di aumentare la vostra forza di volontà. Se soddisfate un desiderio, altri dieci prenderanno il suo posto, e allora, quando mai la finirete con tutti questi desideri? Ma se sviluppate la vostra forza di volontà e uccidete anche un solo desiderio, allora sarete forti. Allora ne ucciderete altri dieci, e poi altri cento".  ~   Vishnudevananda

Lo yoga tradizionale è un'antica disciplina indiana le cui origini risalgono a più di cinque millenni fa. Costituisce un sistema filosofico e pratico completo, volto all'integrazione di corpo, mente, respiro, energia e coscienza. A differenza di molte interpretazioni contemporanee che enfatizzano la forma fisica, lo yoga tradizionale comprende la condotta etica, la disciplina mentale e la ricerca spirituale come componenti essenziali della pratica.    

Secondo molti studiosi, il termine sanscrito yoga deriva dalla radice yuj-, che significa "unire" o "tenere insieme". Mira a unire corpo, mente e spirito, nonché il sé individuale con la coscienza universale, promuovendo il benessere psicofisico e l'equilibrio interiore attraverso le āsana (posture), il prāṇāyāma (respirazione) e la meditazione.

I fondamenti teorici dello yoga tradizionale sono articolati nei testi classici indiani, come gli Yoga Sūtra di Patañjali e la Bhagavad Gītā. Negli Yoga Sūtra, lo yoga è definito come la cessazione delle fluttuazioni della mente (citta vṛtti nirodhaḥ) ed è strutturato come un percorso in otto tappe (aṣṭāṅga yoga). Questo percorso comprende le osservanze morali (yama e niyama), le posture fisiche (āsana), la regolazione del respiro (prāṇāyāma), il ritiro dei sensi (pratyāhāra), la concentrazione (dhāraṇā), la meditazione (dhyāna) e l'assorbimento meditativo (samādhi). Insieme, queste pratiche mirano a coltivare l'autodisciplina, la chiarezza della consapevolezza e, in ultima istanza, la liberazione (mokṣa).

Lo scopo dello yoga è raggiungere stati superiori di consapevolezza e coscienza, abbandonarsi al Divino e rendersi conto di far parte di qualcosa di più grande, di far parte del Tutto, di scoprire la nostra natura divina. Lo yoga è dunque partecipazione diretta, profonda intimità e connessione con la Realtà. È un cammino arduo, come dice Krishna nella Bhagavad Gītā: "Milioni di persone mi cercheranno, ma solo pochi mi troveranno". Su questo cammino esiste una tappa intermedia, che è diventare un essere umano migliore, qualcosa anch'essa molto difficile da raggiungere. Richiede disciplina e ritiro dei sensi, che sono le due ali dello yoga. In altre parole, è necessario praticare ogni giorno e dedicare del tempo a questo viaggio interiore.

Per iniziare questo viaggio, occorre osservare i principi etici (Yama) descritti negli Yoga Sūtra di Patañjali, che sono: non violenza, non furto, veridicità, moderazione e non accumulo. Occorre inoltre seguire le osservanze personali (Niyama): studiare i testi, avere disciplina nella pratica, applicare tecniche di purificazione, essere soddisfatti della vita e abbandonarsi al divino.

All'interno della più ampia tradizione yogica, l'Hatha Yoga rappresenta un importante sviluppo storico e pratico, emerso principalmente nel periodo medievale. L'Hatha Yoga pone particolare enfasi sul corpo fisico come mezzo di trasformazione spirituale. Le sue pratiche includono posture, controllo del respiro, tecniche di purificazione (ṣaṭkarma) e metodi per regolare l'energia vitale. Testi fondamentali come l'Hatha Yoga Pradīpikā presentano l'Hatha Yoga come una disciplina preparatoria, concepita per stabilizzare corpo e mente al fine di favorire una meditazione sostenuta.

L'Hatha Yoga è influenzato dalle tradizioni Tantriche, che offrono una comprensione distintiva del corpo e della coscienza. I testi tantrici descrivono il corpo come un campo dinamico di energie sottili, strutturato attraverso canali (nāḍī) e centri energetici (cakra).

Nello yoga tradizionale, corpo, mente e coscienza sono intesi come dimensioni interdipendenti dell'esperienza umana. L'obiettivo ultimo del percorso yogico non si limita al benessere fisico, ma si estende all'autorealizzazione e alla liberazione dall'ignoranza e dalla sofferenza. In questa prospettiva, lo yoga tradizionale non funziona semplicemente come un sistema di tecniche, ma come un coerente quadro filosofico e uno stile di vita disciplinato che porta nella vita quotidiana salute, libertà, felicità e armonia.

Lo yoga si riferisce a una scienza interiore che comprende numerosi metodi attraverso i quali gli esseri umani possono raggiungere una splendida armonia tra corpo, mente, respiro ed energia, al fine di realizzare il Sé. 

Stanislav Grof e la Respirazione Olotropica

Cosa succederebbe se il respiro potesse aprire le stesse porte della mente che una volta si spalancavano con le sostanze psichedeliche?

Intorno alla metà del XX secolo, una scoperta fortuita cambiò per sempre il volto della psicoterapia. Albert Hoffman sintetizzò per la prima volta la molecola dell'LSD, e con essa si aprì un'età d'oro per la ricerca sulla coscienza umana. Tra i protagonisti di quella stagione straordinaria c'è Stanislav Grof, psichiatra, esploratore della mente e uno dei più grandi pionieri della psicologia transpersonale.

   

Stanislav Grof nasce a Praga nel 1931; si avvicinò alla psichiatria e alla psicoanalisi freudiana durante gli anni di medicina. Fu però in Cecoslovacchia, diventata negli anni Cinquanta un inaspettato centro di ricerca psichedelica, che la sua carriera prese una svolta decisiva.

Insieme ai suoi colleghi, Grof iniziò a studiare gli effetti di sostanze come il DMT e l'LSD, incuriosito dalla loro straordinaria capacità di alterare radicalmente lo stato di coscienza. Una persona "perfettamente normale" poteva assumere 200 microgrammi di LSD ed entrare per otto ore in un territorio interiore profondo e sconosciuto, per poi tornare alla vita quotidiana — trasformata, spesso per sempre. Per Grof, quella capacità non era una curiosità scientifica: era una finestra sul subconscio.

 "L'LSD è un catalizzatore e un amplificatore dei processi mentali. Se usato correttamente, potrebbe diventare per la psichiatria qualcosa di simile a ciò che il microscopio è stato per la biologia, o il telescopio per l'astronomia."  Al culmine del suo lavoro in Cecoslovacchia, Grof conduceva due sedute di LSD al giorno. Dopo sette anni di ricerca, si trasferì negli Stati Uniti, dove occupò posizioni di rilievo presso la Johns Hopkins University e il Maryland Psychiatric Research Centre.

In totale, condusse personalmente circa 4.500 sedute psichedeliche, ponendo le basi di quello che oggi viene considerato il gold standard della terapia psichedelica. Il suo metodo era essenziale ma potente: il paziente si sdraiava, indossava una mascherina, ascoltava una playlist di musica accuratamente selezionata e veniva incoraggiato a intraprendere un viaggio interiore, mentre Grof facilitava lo spazio senza interferire.   I risultati furono straordinari: complessivamente, circa 40.000 pazienti ricevettero LSD in contesti terapeutici, con benefici documentati su depressione, dipendenze e ansia legata alla morte.

Nel 1971, il divieto delle sostanze psicoattive mise bruscamente fine a questa stagione di ricerca. Grof, come molti suoi colleghi, non nascose la propria contrarietà: "Proibendo la ricerca psichedelica non solo abbiamo rinunciato allo studio di una o più sostanze interessanti, ma abbiamo anche abbandonato uno degli approcci più promettenti alla comprensione della mente e della coscienza umana."

Ma Grof non si fermò. Nel 1973 divenne borsista residente all'Esalen Institute in California, e fu lì che, insieme alla moglie Christina, sviluppò una risposta originale al vuoto lasciato dal proibizionismo: la Respirazione Olotropica.

Olotropico deriva dal greco: holos (intero) e trepein (muoversi verso). Significa letteralmente "muoversi verso la totalità" — un nome che racchiude già tutto il senso della pratica.  La tecnica è apparentemente semplice: il "breather" si sdraia su un tappetino, indossa una mascherina e ascolta una playlist di musica evocativa. Dei "sitter" — facilitatori addestrati — tengono lo spazio e accompagnano l'esperienza. Al termine della sessione, seguono condivisioni verbali e disegni, per dare forma all'indicibile.

Ciò che si attiva, però, non è affatto semplice. Attraverso la respirazione accelerata, la pratica può permettere di rivivere esperienze profonde legate alle quattro matrici perinatali — gli stadi fondamentali dell'esperienza della nascita che, secondo Grof, lasciano tracce indelebili nella psiche:

  • Prima matrice: la vita nel grembo materno — armonia o turbamento, secondo la qualità dell'ambiente prenatale.
  • Seconda matrice: l'inizio del travaglio, con la sua carica di oppressione e terrore.
  • Terza matrice: le contrazioni più intense, il feto che inizia a percorrere il canale del parto — il momento più acuto del "viaggio dell'eroe".
  • Quarta matrice: la nascita, il primo respiro, la luce che colpisce gli occhi per la prima volta — un'esperienza di unione cosmica e rinnovamento.

Per Grof, la nascita non è solo un evento biologico: è il prototipo di tutte le situazioni future in cui ci sentiamo sopraffatti, ma anche il modello archetipico della liberazione. "La nascita è il prototipo di tutte le situazioni future in cui ci sentiamo sopraffatti, ma anche il modello archetipico della liberazione e del rinnovamento."

Oggi Grof, che ha quasi 94 anni, continua il suo lavoro attraverso il Grof Legacy Training, un percorso formativo internazionale per formare facilitatori di Breathwork, che porta avanti insieme alla moglie Brigitte.

Il rinnovato interesse globale per gli stati espansi di coscienza — alimentato dalla nuova ondata di ricerca psichedelica — rende il suo pensiero più attuale che mai. La sua opera fondamentale, Psicologia del Futuro, appena ripubblicata, propone una visione radicalmente nuova della psiche umana: una mappa che integra neuroscienze, tradizioni spirituali antiche e pratiche sciamaniche, e che riconosce nel trauma della nascita, nelle crisi spirituali e nell'esperienza della morte e della rinascita dei veri strumenti di guarigione e trasformazione.
Un pensiero visionario, costruito su decenni di osservazione rigorosa, che ci invita a guardare la mente umana con occhi nuovi — e il respiro come una delle chiavi più potenti per esplorarne le profondità.

Fonti e approfondimenti: 

  • https://www. stangrof.com — Documentario: La Via dello Psiconauta
  • libro Psicologia del Futuro di Grof
  • https://www.youtube.com/live/EwjciV8wLQo  
  • Come cambiare la tua mente  - documentario 
  • Il libro "Respirazione Olotropica" di Elisabetta Corberi
  •  https://www.respirazioneolotropica.com/calandario.htm 

Capodanno tibetano - Yongei Mingyur Rinpoche

Nella cultura tradizionale, Losar, il Capodanno Tibetano, è un momento per pulire le case, offrire preghiere e riunirsi con le persone care. Nella vita moderna, può essere anche un momento per "pulire" le nostre abitudini interiori: narrazioni obsolete, reazioni inconsce e credenze limitanti. Proprio quando aggiorniamo la nostra tecnologia, possiamo aggiornare la nostra mentalità.    

L'educazione buddhista oggi non è fatta per restare solo nei monasteri. Appartiene alle classi, alla ricerca, alla leadership, alle famiglie e alle conversazioni quotidiane. 
 
La consapevolezza non è separata dalla psicologia moderna. La compassione non è separata dalla responsabilità sociale. La saggezza non è separata dal processo decisionale quotidiano.
Questo nuovo anno, possiamo impegnarci in tre semplici intenzioni:
1. Consapevolezza — Formare l'attenzione in un mondo distratto.
2. Compassione — Rispondere invece di reagire.
3. Saggezza — Applicare una visione senza tempo alla vita moderna.
Losar ci ricorda che il rinnovo è sempre possibile. Ogni respiro è un nuovo inizio. Ogni difficoltà è un campo di allenamento. Ogni relazione è un'opportunità per praticare la gentilezza.
 
Possa quest'anno sostenere un apprendimento più profondo, comunità più forti e l'integrazione della saggezza antica con la comprensione moderna.
Calorosi auguri per un anno nuovo pieno di significato e risveglio.
 
Vedi https://www.youtube.com/watch?v=CTwJd3MgSZk
 
Yongey Mingyur Rinpoche è un rinomato maestro di meditazione tibetano, nato nel 1975, noto per integrare l'antica saggezza buddhista (lignaggi Karma Kagyu e Nyingma) con la ricerca scientifica moderna su cervello e mente. Autore di best-seller come La gioia di vivere, guida la comunità internazionale Tergar.   Vedi: https://tergar.org/yongey-mingyur-rinpoche

Presenta la meditazione in modo accessibile, focalizzandosi sulla consapevolezza, la neuroscienza e la psicologia, rendendola adatta anche a un pubblico occidentale. A 13 anni ha intrapreso un ritiro di tre anni e nel 2011 ha lasciato il suo monastero per un ritiro itinerante di quattro anni come yogi errante, vivendo in condizioni di povertà per approfondire la propria pratica. È autore di libri di successo internazionale, tra cui La gioia di vivere e Il monaco errante. Insegna in tutto il mondo ed è attivo in progetti sociali, ambientali e medici. Il suo approccio mira a superare la distinzione tra meditazione formale e vita quotidiana, promuovendo la "meditazione naturale".

La solitudine

La solitudine è una condizione che accompagna l’essere umano in molte fasi della vita. Spesso viene percepita come qualcosa di negativo, associata alla tristezza, all’isolamento e alla mancanza di relazioni. Tuttavia, la solitudine non è un fenomeno univoco: accanto alla solitudine subita, che può far soffrire, esiste anche una solitudine scelta o accolta, capace di favorire la crescita personale e la conoscenza di sé. Quindi con un possibile valore formativo.    
La solitudine come esperienza di dolore. La solitudine viene spesso vissuta come un’assenza: di affetti, di ascolto, di comprensione. Quando una persona si sente sola, può provare un senso di vuoto e di esclusione, come se non riuscisse a trovare il proprio posto nel mondo. Questo tipo di solitudine è frequente soprattutto in momenti di cambiamento, come l’adolescenza, la perdita di una persona cara o l’emarginazione sociale.
Dal punto di vista psicologico, la solitudine non dipende solo dall’essere fisicamente soli, ma soprattutto dal sentirsi non compresi o non accettati. Si può essere soli anche in mezzo a molte persone, quando manca un legame autentico. In questi casi, la solitudine può portare a insicurezza, tristezza e, nei casi più gravi, a forme di disagio come l’ansia o la depressione.
La solitudine nella letteratura e nella filosofia. Nel corso della storia, molti scrittori e filosofi hanno riflettuto sul tema della solitudine. Leopardi, ad esempio, descrive spesso l’uomo come un essere profondamente solo di fronte all’infinito e all’indifferenza della natura. Anche nella filosofia esistenzialista, la solitudine è vista come una condizione fondamentale dell’essere umano, costretto a confrontarsi con se stesso e con le proprie scelte.
Allo stesso tempo, però, alcuni pensatori hanno riconosciuto nella solitudine un momento necessario per la riflessione. Filosofi come Nietzsche sottolineano l’importanza del distacco dagli altri per sviluppare un pensiero autonomo e autentico. In questo senso, la solitudine diventa uno spazio di libertà interiore.

La solitudine dal punto di vista psicologico. Dal punto di vista psicologico, la solitudine è un’esperienza soggettiva: non coincide necessariamente con l’isolamento fisico, ma riguarda soprattutto la percezione di mancanza di relazioni significative. Gli psicologi distinguono infatti tra solitudine sociale, legata all’assenza di contatti, e solitudine emotiva, che si manifesta quando mancano legami profondi e autentici.
La solitudine prolungata e non scelta può avere effetti negativi sulla psiche, come un abbassamento dell’autostima, sentimenti di inutilità e difficoltà nel relazionarsi con gli altri. In alcuni casi può favorire stati d’ansia o depressione, soprattutto quando l’individuo sente di non essere visto o compreso.
Tuttavia, la psicologia riconosce anche un valore positivo alla solitudine quando essa è temporanea e consapevole. Momenti di solitudine permettono di elaborare emozioni, riflettere sulle proprie esperienze e rafforzare la capacità di autoregolazione emotiva. Imparare a stare soli aiuta a sviluppare autonomia, resilienza e una maggiore consapevolezza di sé. In questo senso, la solitudine può diventare uno strumento di crescita psicologica: accettarla significa trasformarla da fonte di disagio a occasione per costruire un rapporto più sano con se stessi e, di conseguenza, anche con gli altri.
 

La solitudine come occasione di crescita. Accanto alla solitudine sofferta, esiste una solitudine positiva, vissuta come scelta consapevole. Trascorrere del tempo da soli può aiutare a conoscersi meglio, a riflettere sui propri obiettivi e a sviluppare la propria identità. In una società sempre più rumorosa e frenetica, la solitudine può rappresentare una pausa necessaria per ritrovare equilibrio. La solitudine favorisce anche la creatività: molti artisti, scrittori e musicisti hanno trovato proprio nei momenti di isolamento l’ispirazione per le loro opere. Stare soli permette di ascoltare i propri pensieri senza distrazioni e di dare spazio alla fantasia e all’introspezione.
Inoltre, imparare a stare bene da soli è un segno di maturità emotiva. Chi riesce ad accettare la solitudine non dipende completamente dagli altri per sentirsi completo, ma costruisce relazioni più sane e autentiche, basate sulla scelta e non sul bisogno.

Citazioni sulla solitudine. Nel corso della storia, numerosi autori hanno riflettuto sul tema della solitudine, offrendo punti di vista diversi ma complementari:
«La solitudine è ascoltare il vento e non poterlo raccontare a nessuno» – Jim Morrison. Questa frase esprime il senso di isolamento emotivo che spesso accompagna la solitudine subita.
«L’uomo che non sa stare solo non sa essere libero» – Arthur Schopenhauer. Il filosofo sottolinea come la capacità di stare soli sia legata all’indipendenza interiore.
«La solitudine è la sorte di tutti gli spiriti eccellenti» – Arthur Schopenhauer. Qui la solitudine è vista come una conseguenza della profondità di pensiero e della diversità.
«Nella solitudine l’uomo mangia se stesso, in mezzo alla folla è divorato dagli altri» – Friedrich Nietzsche. Questa citazione evidenzia l’ambivalenza della solitudine rispetto alla vita sociale.
«Io sto bene da solo, ma meglio ancora se sto con qualcuno per scelta e non per bisogno» – Massimo Gramellini. Una riflessione moderna che mette in luce la solitudine come segno di maturità emotiva.
 

Citazioni psicologiche e contemporanee.
«L’uomo non è mai così poco solo come quando è solo con se stesso» – Sigmund Freud. Freud evidenzia come la solitudine possa diventare uno spazio di dialogo interiore e di conoscenza dell’inconscio.
«Chi guarda fuori sogna, chi guarda dentro si sveglia» – Carl Gustav Jung. Questa frase sottolinea l’importanza dell’introspezione, spesso possibile solo nei momenti di solitudine.
«La solitudine non deriva dall’assenza di persone intorno a noi, ma dall’incapacità di comunicare le cose che ci sembrano importanti» – Carl Gustav Jung. Qui la solitudine è intesa come mancanza di connessione emotiva, non di presenza fisica.
«Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza» – Erich Fromm. L’autore mette in luce come la vera solitudine nasca dalla mancanza di relazioni autentiche.
«La solitudine è una condizione necessaria per l’uomo che vuole ritrovare se stesso» – Zygmunt Bauman. Un pensiero moderno che collega la solitudine alla ricerca di identità nella società contemporanea.
 

Altre citazioni psicologiche significative.
«È solo quando l’individuo riesce a stare da solo che può davvero entrare in relazione con gli altri» – Donald Winnicott. Lo psicoanalista sottolinea come la capacità di stare soli sia una tappa fondamentale dello sviluppo emotivo.
«La solitudine non è l’assenza degli altri, ma la perdita di se stessi» – Rollo May. Una riflessione esistenziale che mette in luce il legame tra identità personale e solitudine.
«Essere se stessi significa anche accettare momenti di isolamento» – Carl Rogers. Secondo la psicologia umanistica, la solitudine favorisce l’autenticità e l’autorealizzazione.
«L’uomo si sente solo non quando è solo, ma quando non è capace di cooperare» – Alfred Adler. Adler collega la solitudine al bisogno umano di appartenenza e di relazioni significative.
Queste citazioni mostrano come la solitudine possa essere interpretata non solo come sofferenza, ma anche come strumento di introspezione, crescita psicologica e consapevolezza di sé.

Conclusione.  La solitudine è un’esperienza complessa e ambivalente. Può essere fonte di sofferenza quando è subita e non compresa, ma può anche trasformarsi in una risorsa preziosa se vissuta in modo consapevole. Accettare la solitudine significa imparare ad ascoltarsi, crescere interiormente e sviluppare una maggiore consapevolezza di sé. In questo senso, la solitudine non è solo un vuoto da colmare, ma anche uno spazio da abitare, capace di arricchire profondamente la vita dell’individuo.

 "La mancanza di amici rivela qualcosa che quasi nessuno capisce" -    Christophe André  
Avere pochi amici, o non averne più, è spesso vissuto come un fallimento personale.
Tuttavia, questa apparente mancanza nasconde talvolta una realtà molto più profonda della semplice solitudine.

La mancanza di amici spesso rivela i silenziosi cambiamenti interiori, la maturità emotiva, la maggiore sensibilità, ma anche le ferite invisibili e i meccanismi di protezione che sviluppiamo senza rendercene conto.
Occorre guardare in modo diverso all'isolamento sociale, senza giudizi, senza vergogna, con lucidità.  

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Spesso si sviluppa la paura di trovarsi soli,  piu che una necessità di una vera condivisione. La mancanza di amici spesso è una trasformazione sociale,  non si tollerano più i rapporti di facciata. La qualità prende il sopravvento sulla quantità.  La solitudine è una posizione verso se stesso,  spesso relazioni essenziali un tempo, adesso non sono importanti. 

La solitudine è uno spazio intimo dove qualcosa può emergere, un teritorio inesplorato, in questo spazio capiamo perchè certe relazioni non potevano più rimanere in piedi. 

Non si cerca più di trattenere i rapporti, e di assegnare un ruolo che gli altri non possono poù tenere.  E ciò è un segno di maturità emozionale,  si sceglie ciò che ha importanza.   

Lo spazio interiore non sopporta più le incoerenze.  Non dobbiamo cercare di mantenere delle relazioni che non corrispondono più alla situazione che stiamo vivendo.  

La solitudine è una tappa fondamentale verso l'evoluzione interiore.    Rapporti facili, diventano pesanti,  le relazioni che prendono più energia rispetto a quello che prendiamo. Ricerca di  scambi autonomi,    differenza tra occupazione di spazio e relazione vera.  A volte si sente il peso di conservare dellle relazioni che vivono per inerzia,   fatica indicatori  che superiamo i limiti della nostra autenticità. 

La mancanza di amici non è una perdità drammatica ma un aggiustamento emotivo, un aggiustamento interiore. Il silenzio non è ostile, è uno spazio dove si vuole  condividere con se stessi ciò che siamo diventati.     

La solitudine diventa un passaggio, un terreno dove possiamo osservare cosa vogliamo veramente, costruire una solidità interna.  Anche il distacco non è negativo; una trasformazione si installa,  prendiamo consapevolezzaa che alcune relazioni non corrispondono più ai nostri bisogni, e sono mantenute per lealtà o inerzia. 

Il corpo segnala che la dinamica di un rapporto non è più necessaria,  si instaura un malessere dove le relazioni sono finite.   Alcune connessioni esistono solo nel ricordo.  Ogni relazioni ha la sua temporalità.

The Other Father

 Il film egiziano "The Other Father", della durata di soli 2 minuti e 31 secondi, ha vinto il premio come miglior cortometraggio a un festival cinematografico. 

Il regista ha 20 anni. Il film mostra come le persone si isolino a causa della tecnologia e dimentichino una delle cose più belle della vita, la convivenza umana con amore e fratellanza. 

Facciamo del nostro meglio per mantenere questo legame, facendo la nostra parte ogni giorno, in ogni aspetto della nostra vita (casa, lavoro, incontri con gli amici, ecc.).     

Vedi  https://www.youtube.com/watch?v=ii6pWjPhcjs 

Tre grandi festività spirituali coincidono

La convergenza temporale di Ramadan, Losar (Capodanno tibetano) e Sacre Ceneri (inizio della Quaresima) nel 2026 rappresenta una rara e significativa coincidenza interreligiosa, in cui diverse tradizioni spirituali condividono periodi di digiuno, preghiera e rinnovamento interiore.     
Ecco i dettagli della coincidenza per l'anno 2026:
  •     Mercoledì 18 Febbraio 2026 – Le Sacre Ceneri (Quaresima Cristiana): La Chiesa Cattolica apre il tempo di quaranta giorni di preghiera, digiuno e riflessione in preparazione alla Pasqua.
  •     Mercoledì 18 Febbraio 2026 – Inizio del Ramadan (Mondo Musulmano): Nel 2026, il mese sacro di digiuno e preghiera islamico inizia proprio in concomitanza con le Ceneri, un evento che unisce musulmani e cristiani nel digiuno.
  •     Mercoledì 18 Febbraio 2026 – Losar (Capodanno Tibetano): Anche il calendario lunare tibetano segna l'inizio del nuovo anno (Anno del Serpente di Fuoco 2153, secondo le tradizioni monastiche, ma identificato come anno del Fuoco-Cavallo/Fire Horse in altre fonti per il 2026) in questa stessa data. 
Questa convergenza è vista come un'occasione unica per il dialogo interreligioso, mettendo in luce un patrimonio spirituale comune fatto di sacrificio, conversione e attenzione ai poveri, che unisce fedeli di diverse tradizioni in un intenso periodo di riflessione.
 
Tre tradizioni diverse, tre linguaggi differenti, ma un unico movimento dell’anima.
 
Non è solo una coincidenza nel calendario. È come se, nello stesso momento, milioni di cuori in ogni parte del mondo si orientassero verso la purificazione, il rinnovamento, il ritorno all’essenziale.
Il digiuno del Ramadan insegna disciplina e presenza; il Losar invita a lasciare andare le energie del passato e ad accogliere il nuovo ciclo; la Quaresima chiama alla conversione interiore, al silenzio, alla trasformazione.
 
Quando queste tre porte sacre si aprono insieme, si crea un campo spirituale amplificato. L’intenzione collettiva diventa più forte, più luminosa. È come se l’umanità intera stesse attraversando un unico grande rito di passaggio.
E questa convergenza ha effetti reali sulla nostra vita: ci sostiene nei cambiamenti, ci aiuta a sciogliere ciò che non serve più, ci dà la forza di compiere scelte più consapevoli. Ci ricorda che ogni trasformazione personale è parte di un movimento più grande.
Questa rara coincidenza sta accompagnando e proteggendo il nuovo cammino. 
Come se l’universo avesse scelto proprio questi giorni per benedire l’inizio, avvolgendolo in un’energia di purificazione e rinascita.

mercoledì 11 febbraio 2026

Il buddhista Matthieu Ricard avverte l’Occidente: «La benevolenza è una necessità assoluta oggi»

Il buddhista Matthieu Ricard avverte l’Occidente: «La benevolenza è una necessità assoluta oggi»

Monaco buddhista dal 1979, Matthieu Ricard vive da oltre 50 anni nella regione dell’Himalaya e viaggia frequentemente tra Europa e Asia. In occasione della pubblicazione del suo libro fotografico “Lumière” (Allary Éditions), Matthieu Ricard è tornato a parlare a Les Petits Papiers delle differenze culturali che ha osservato tra i due continenti, sottolineando la necessità della benevolenza e della ricerca spirituale nei tempi turbolenti della società occidentale contemporanea.

 

Quasi ottantenne, il buddhista ha imparato attraverso la fotografia a guardare il mondo in modo diverso: «Attraverso gli incontri si impara molto, lo sguardo si educa. Non si fotografa allo stesso modo. Ci si meraviglia dello sguardo di un bambino, di un anziano senza denti. E non ci si stanca mai della bellezza del mondo, della sua parte selvaggia. È qualcosa di così straordinario che ci porta a rispettare la natura, a prendercene cura». Con la sua macchina fotografica, Matthieu Ricard desidera «dipingere con la luce e il tempo» e «ridare fiducia alla natura umana, perché oggigiorno ne abbiamo davvero bisogno».

Ritrovare il sentimento comune dell’umanità.  Pur affermando di aver drasticamente ridotto i suoi viaggi negli Stati Uniti e in Europa, colui che è anche dottore in genetica cellulare presso l’Istituto Pasteur evidenzia i contrasti tra Asia ed Europa, passando «da una società molto collettivista a un’altra che è sempre più iper-individualista. Quando si vede l’ascesa del populismo, persone come Elon Musk che dicono “basta con l’empatia, la compassione non fanno per noi”, ci troviamo in un’epidemia di narcisismo che si manifesta attraverso i social network». «Le persone che pensano di sapere tutto, in realtà sanno ben poco.»

Matthieu Ricard invita a ricreare legami tra gli esseri umani, piuttosto che coltivare le differenze: «Ora ciascuno è talmente unico che bisogna rispettare questa unicità. In Asia si cerca di mettere maggiormente l’accento sulla nostra umanità comune: tutti desideriamo, per quanto possibile, sfuggire alla sofferenza. Se ci rendiamo conto di questo, vediamo il legame che ci unisce piuttosto che ciò che ci separa». Attacca il cinismo diffuso, «la corsa all’economia, il cosiddetto libero mercato, questa libertà delle dieci maggiori fortune che si realizza a prezzo della privazione di libertà dei più poveri». Il traduttore del Dalai Lama propone allora di «dare maggiore spazio alle buone notizie» nei media e di «ridare fiducia alla natura umana. La benevolenza invece delle divisioni, dell’ostilità, dell’odio che vediamo troppo spesso trionfare».

Imparare la benevolenza, il credo di Matthieu Ricard. Matthieu Ricard cita il Dalai Lama: «Spesso in Occidente le persone hanno troppa fretta». La via dell’illuminazione e della felicità richiede tempo, «tutta la vita», addirittura.  Secondo Matthieu, «la felicità è un insieme di qualità umane, principalmente la benevolenza, la compassione, la libertà interiore. E anche un po’ meno sentimenti esasperati di importanza personale. I grandi studiosi sanno quanto abbiano ancora da imparare. Le persone che pensano di sapere tutto, in realtà sanno ben poco».

Queste qualità non sono innate, ma si apprendono, si allenano. Coltivare la benevolenza passa inevitabilmente attraverso l’eliminazione dei sentimenti di odio. «Non si può dare un pugno e stringere la mano in modo amichevole nello stesso momento. Più riempite il vostro paesaggio mentale di benevolenza, meno spazio ci sarà per l’odio e la malvagità. Possiamo nutrire queste qualità umane fondamentali», spiega Matthieu.  Infine avverte che «l’altruismo, la benevolenza, la considerazione per gli altri non sono un lusso, non sono una cosa da ingenui, ma una necessità assoluta per affrontare le sfide del XXI secolo».

Grammy Award al Dalai Lama

Nella notte di domenica 1 febbraio 2026, il Dalai Lama, a 90 anni, ha vinto il suo primo Grammy nella categoria “Best Audio Book, Narration & Storytelling Recording” per “Meditations: The Reflections of His Holiness the Dalai Lama”. A 90 anni, il monaco tibetano aggiunge un riconoscimento inedito alla sua collezione, spiegandolo come “un tributo alla nostra responsabilità universale condivisa”, non una celebrazione personale.   
 
 
 
L'audio-libro unisce riflessioni orali del leader tibetano a composizioni di musica classica indiana. La collaborazione porta la firma del maestro di sarod Amjad Ali Khan e dei figli Amaan Ali Bangash e Ayaan Ali Bangash, con partecipazioni di artisti occidentali come Maggie Rogers e Rufus Wainwright. In una dichiarazione diffusa sui canali ufficiali, il Dalai Lama ha sottolineato quattro parole-chiave che ricorrono da decenni nel suo insegnamento: pace, compassione, cura dell’ambiente, unità del genere umano. Non un dettaglio estetico, ma l’impianto morale di un’opera pensata per la voce, il respiro e il silenzio, più che per gli effetti. 

Il Grammy è storicamente una vetrina dove si incontrano politica, letteratura e impegno civile. Negli anni, hanno vinto qui figure come Michelle Obama, Barack Obama e Jimmy Carter, dimostrando come la narrazione sia un campo di influenza simbolica tanto quanto la musica. Il riconoscimento al Dalai Lama s’iscrive in questo solco, con un messaggio che intreccia spiritualità e diritti umani.

Il Dalai Lama richiama un lessico costante: interdipendenza, non-violenza, responsabilità verso gli altri, imparare a “disinnescare” l’ira. Il progetto si colloca nella linea di lavori che il monaco ha dedicato alla meditazione laica, ed è esattamente questa la ragione per cui il pubblico globale può avvicinarsi senza barriere dottrinali.

 

Bhikkhu Pannakara

Non portava alcun vessillo, eppure la sua calma determinazione divenne un messaggio sentito in tutta la nazione.

Il venerabile Bhikkhu Pannakara incarna una rara armonia tra disciplina contemporanea e antica saggezza spirituale. Precedentemente ingegnere informatico e laureato all'Università del Texas ad Arlington, la sua transizione non è stata brusca o performativa. È emerso da anni di meditazione disciplinata, riflessione etica e una scelta deliberata di vivere di consapevolezza, ritegno e compassione. Il suo viaggio non è stato rifiutare il mondo moderno, ma coinvolgerlo con maggiore chiarezza e scopo.

La Walk for Peace si svolse come un pellegrinaggio a piedi di 120 giorni che attraversa quasi 2.300 miglia dal Texas a Washington D.C., attraversando dieci stati degli Stati Uniti. Praticato come Dhutanga, una tradizione austera di meditazione a piedi, il viaggio si muove tranquillamente attraverso autostrade, piccole città e strade della città. Non c'erano canti, né slogan, né richieste. Eppure la presenza parlava da sola. Comunità in pausa. Stranieri si sono uniti per alcune miglia. Il silenzio divenne il linguaggio della connessione.

Radicato nella meditazione Vipassana coltivata attraverso una lunga pratica in Myanmar, Bhikkhu Pannakara ha sottolineato la consapevolezza interiore e l'intenzione quotidiana come il vero terreno di pace. Il pellegrinaggio continuò attraverso le prove più dure dell'inverno - temperature gelide, nevischio e neve - provando la resistenza fisica e la risoluzione interiore. Tuttavia, la camminata non si è fermata. Supportata dalla disciplina e dai semplici atti di gentilezza da parte di sconosciuti, è andata avanti con incrollabile fermezza.

Mentre il viaggio avanzava verso la capitale della nazione, ha rivelato un'espressione moderna del buddismo impegnato. La pace non è stata discussa, richiesta, o mostrata. È stato praticato. Attraverso la pazienza invece che l'urgenza e la presenza invece che il confronto, il Venerabile Bhikkhu Pannakara ha offerto un promemoria senza tempo: il vero cambiamento spesso inizia silenzioso, portato avanti da passi consapevoli, scopo costante e il coraggio di camminare senza chiedere di essere visto.

I monaci si prendono del tempo per salutare e connettersi con i residenti locali in attesa lungo le strade. In semplici conversazioni e gentile presenza, il Venerabile Bhikkhu Paññākāra ha condiviso un promemoria che sta a cuore:  La pace inizia con la consapevolezza nella nostra vita quotidiana.
Praticando consapevolezza, compassione e gentilezza amorevole dentro di noi, piantiamo i semi della pace che naturalmente crescono nelle nostre famiglie, nelle nostre comunità e infine nella nostra società. Ogni passo consapevole, ogni parola gentile e ogni respiro calmo diventa un contributo tranquillo a un mondo più armonioso.
"Rallento il respiro quando il mondo va veloce,
Senti i miei piedi per terra finalmente.
In ogni passo, in tutto quello che faccio,
Questo momento è arrivato - e lo sono anch'io
."

 

Lama Michel Rinpoche

«Obiettivi alti, aspettative basse, impegno costante» - Lama Michel Rinpoche

Lama Michel Rinpoche, attuale guida spirituale dell'Albagnano Healing Meditation Centre e di molti altri Centri del lignaggio Ngalso Vajrayana Ganden Nyengyu nel mondo, è nato in Brasile nel 1981. Insieme alla sua famiglia, nel 1987, incontra Lama Drubwang Gangchen Rinpoche e con lui instaura fin da subito una profonda relazione, identificandolo come suo Guru Radice.

All'età di otto anni viene riconosciuto dallo stesso Lama Drubwang Gangchen Rinpoche e da altri importanti Maestri, come Tulku, ovvero la reincarnazione di un Maestro buddhista. Viene intronizzato (e riconosciuto pubblicamente) all'età di dodici anni. Nello stesso periodo Lama Michel Rinpoche decide di intraprendere gli studi tradizionali entrando nell'Università monastica di Sera Me. Successivamente studia sotto la guida di illustri Maestri presso i Monasteri di Tashi Lhunpo e Gyume. Durante le vacanze estive, raggiunge il suo Guru e sotto la sua guida compie pellegrinaggi in molti luoghi sacri e monasteri in India, in Nepal e in Tibet.

Completati i dodici anni di studio, Lama Michel Rinpoche decide di stabilirsi in Italia per mettersi al servizio di Lama Drubwang Gangchen Rinpoche, continuando la sua formazione in filosofia buddhista, medicina tibetana e astrologia, con visite annuali presso il monastero di Tashi Lhunpo. Seguendo l'esempio del suo Guru Radice Lama Drubwang Gangchen Rinpoche, Lama Michel unisce la sua grande abilità oratoria al desiderio di condividere, con grande generosità, le sue conoscenze: ogni occasione di incontro con lui è un evento che tocca profondamente.  Lama Michel Rinpoche parla molte lingue, tra le quali anche l'italiano, rendendo ancora più semplice per noi l'ascolto e la comprensione dei suoi preziosi insegnamenti.  E' spesso ospite presso il Centro Buddha della Medicina di Torino. 
 
"Alla base di una condotta sessuale corretta, due sono le condizioni su cui riflettere. A livello più grossolano:  Non rompere l'impegno preso con l'altra persona. A livello più sottile: Non mancare di considerazione per i bisogni e i desideri dell'altro. (L'altro non è che un oggetto per soddisfare il mio proprio piacere e poco m'importa delle sue necessità e dei suoi desideri)" - Lama Michel Rinpoche
  
 Vedi link: 
  • https://kunpen.ngalso.org/maestri-e-insegnanti/lama-michel-tulku-rinpoche/ 
  •  https://www.buddhadellamedicina.org/il-lignaggio/lama-michel-rinpoche/ 

Perché il numero 108 è sacro nel Buddismo?

Il Walk for Peace sta per finire, e oggi ricorre il giorno 108. Nel buddismo, il numero 108 non è solo un numero casuale ma è usato nel buddismo per descrivere la gamma di esperienze umane e reazioni mentali e il percorso disciplinato verso la chiarezza. 

Ci sono quattro parti che condizionano il modo in cui viviamo la vita: i sensi, i sentimenti, le reazioni e gli arredi temporali. Abbattiamolo.
1️⃣ Viviamo la vita attraverso sei sensi
Il buddismo insegna che tutto ciò che sperimentiamo passa attraverso sei porte:
▪️Occhi (quello che vediamo)
▪️Orecchie (quello che sentiamo)
▪️Naso (quello che annusiamo)
▪️Lingua (che assaggiamo)
▪️Corpo (quello che sentiamo attraverso il tatto)
▪️Mente (i nostri pensieri, ricordi ed emozioni)
Questi sensi sono come la vita ci raggiunge. Formano il fondamento della percezione, e comprenderli aiuta i praticanti a riconoscere come nasce la consapevolezza e come iniziano le reazioni.
2️⃣ Ogni esperienza sembra uno dei tre modi
Ogni volta che qualcosa ci raggiunge attraverso i sensi, di solito lo sentiamo come:
▪️Piacevole
▪️Sgradevole
▪️Neutro
Ad esempio, durante una giornata normale potresti sentire musica che ti piace, creando una sensazione piacevole, o sentire un rumore duro che produce disagio, che sembra spiacevole, mentre molti suoni di sottofondo passano senza reazioni forti e rimangono neutrali. Questi spostamenti avvengono costantemente, spesso senza preavviso consapevole, modellando umore e comportamento momento per momento.
Questo processo continuo forma il tono emotivo dell'esperienza quotidiana.
3️⃣ Reagiamo in due modi possibili
Per ogni sentimento, rispondiamo in una delle due direzioni:
▪️Con attaccamento o avversione (volere di più, allontanarsi, bramare, resistere)
▪️Con consapevolezza e lasciarsi andare (accettare, osservare, restare in equilibrio)
Qui è dove la pratica buddista entra nell'imparare a rispondere saggiamente anziché reagire automaticamente. Il percorso della consapevolezza allena gli individui a riconoscere gli impulsi senza essere controllati da loro.
4️⃣ Ci relazioniamo alle esperienze nel tempo
La nostra mente non rimane in un attimo. Connettiamo le esperienze a:
▪️Il passato
▪️Il presente
▪️Il futuro

Ricordiamo, facciamo esperienza, e anticipiamo. I pensieri di ieri, la consapevolezza di oggi e le aspettative di domani influenzano il modo in cui le esperienze vengono interpretate e sentite.
Mettendo tutto insieme. Se combiniamo tutti questi:

  • 6 sensi
  • 3 sentimenti
  • 2 reazioni
  • 3 intervalli di tempo

Abbiamo:6 × 3 × 2 × 3 = 108

Questo rappresenta l'intera gamma di modelli mentali ed esperienze che condizionano la nostra vita interiore. Non deve essere scienza matematica. È simbolico, un modo di dire che questo numero riflette il panorama completo dell'esperienza umana e i tanti modi in cui la percezione può influenzare la sofferenza o la chiarezza.
La Camminata per la Pace raggiunge il giorno 108 e invita alla riflessione sia sul viaggio fisico che sul viaggio interiore.  Non finisce quando si ferma il cammino. Il messaggio continua nel modo in cui viviamo, osserviamo e rispondiamo ogni giorno.

Sathya: La via della verità nello yoga.

La parola Satya viene dal sanscrito ed è composta da "Sat", che significa "essere", "esistenza", "realtà",   e "Ya", che è un suffisso che indica qualcosa che è in accordo con ciò che è. Satya non è solo "dire la verità", ma è vivere in accordo con ciò che è vero, autentico, reale.      
 Nel Yoga Sūtra II.36  leggiamo:   “Quando uno è fermamente stabilito nella verità, le sue parole divengono vere.”
Nella nostra epoca, in cui la verità sembra spesso fluida, manipolabile o relativa, riscoprire il significato profondo di Satya può aiutarci a vivere la quotidianità con più integrità, chiarezza e coraggio.


 Satya nei testi sacri dell’India.    Satya è uno dei concetti fondanti della spiritualità indiana. Nei Veda, nei Purana, nelle Upanishad, si dice che il mondo è sostenuto dalla verità. La verità è il fondamento dell’ordine cosmico, il Rta, che precede perfino il Dharma. Nella Chandogya Upanishad leggiamo:   "Satyaṁ vada, dharmaṁ cara" — "Di' la verità, segui il dharma".        

Nella Mundaka Upanishad troviamo un verso che ha segnato generazioni di ricercatori:   “Non con la menzogna, ma con la verità si giunge al Sé.”

La verità non è vista come un dovere imposto dall’esterno, ma come una forma di allineamento con la realtà dell’universo. Essere veri significa essere in armonia con l’Essere stesso.

 Satya nello Yoga – La verità come disciplina spirituale.  Nel sistema dello Yoga di Patanjali, Satya è il secondo Yama, ovvero uno dei cinque principi etici fondamentali. I Yama non sono regole morali imposte, ma atteggiamenti interiori che ci aiutano a liberarci dall’ignoranza e dal dolore.    Il primo Yana è la nonviolenza Ahimsa.  Sathya e Ahimsa si sostengono a vicenda: l’uno è il respiro dell’altro.  Esprimere una verità in modo violento la snatura; evitare la verità per paura di ferire distorce la realtà e semina confusione.

Satya implica anche sensibilità e discernimento. Dire la verità non vuol dire ferire gli altri con brutalità. Gli antichi insegnavano:    "Sii vero, ma sii anche gentile."  Swami Sivananda riassume perfettamente questo equilibrio: “La verità deve essere parlata con amore. Solo allora illumina e non brucia.”

Patanjali dice:   "Quando il saggio è fermamente stabilito nella verità, le sue parole si realizzano."
Cosa vuol dire questo? Che quando una persona vive nella verità, tutto ciò che dice ha potere, perché è in profonda sintonia con l’universo. Non si tratta solo di non mentire, ma di non tradire mai la nostra coscienza, nemmeno con silenzi, omissioni o parole inutilmente dure.

Sathya nella pratica quotidiana, nelle Asana, nel Respiro e nella Meditazione.   

Per molti praticanti, le asana diventano il primo santuario di sincerità: lì dove non possiamo illuderci di essere più flessibili, più forti, più stabili di quanto siamo davvero.  La sincerità corporea educa.  È un addestramento alla verità non verbale. Ci dice se siamo stanchi, se stiamo forzando, se stiamo cercando di apparire. È un maestro onesto, spesso molto più onesto della nostra mente.  B.K.S. Iyengar lo diceva con una disarmante semplicità:   “Il corpo è il tempio della verità.  Se lo ascolti, non ti tradirà.”
Nel prāṇāyāma la verità è imparare a respirare senza forzature; è lasciar emergere il ritmo naturale, che non mente mai.  Il respiro è il luogo in cui la verità si manifesta nel modo più immediato. Non si può controllare completamente, non si può falsificare, non si può manipolare oltre un certo limite.  Il respiro dice la verità. Sempre. T.K.V. Desikachar sosteneva:  “Dimmi come respiri e ti dirò cosa stai evitando.”  
Nella meditazione, infine, la verità è la nostra natura essenziale: ciò che rimane quando i pensieri si dissolvono.

Sathya è anche presenza nelle relazioni: comunicare con autenticità, senza maschera, ma con cuore aperto.

Gandhi e il Satya come forza rivoluzionaria.  Forse il più grande esempio moderno di Satya lo troviamoin Gandhi, che ha trasformato questo principio in una forza di cambiamento storico. Disse:   "La verità è Dio. Non c'è altra via per Dio se non la verità."   Gandhi non parlava solo di verità, ma di Satyagraha, che significa "afferrare la verità" o "insistere nella verità".  Agraha è la perseveranza, la forza nell’agire per l’affermazione della verità.  Sathyagraha indica, quindi, il potere della NONviolenza che agisce nei conflitti per trasformarli e trascenderli verso realtà di Pace.   La sua vita fu una continua sperimentazione della verità, anche nelle piccole cose. Non aveva paura di cambiare idea, se scopriva che ciò che aveva creduto era falso. Per lui, cercare la verità significava anche ammettere gli errori, imparare, evolvere.

Nel cammino spirituale, il primo terreno di verità non è la relazione con l’altro, ma la relazione con se stessi.   Dire la verità agli altri è spesso molto più facile che dirla a noi stessi. Gandhi:  “Ho paura della verità che porto in me.”

 Satya oggi – Viviamo in un'epoca complessa, in un mondo in cui la verità è spesso confusa, sepolta sotto informazioni contrastanti, opinioni urlate, apparenze curate. C’è una continua lotta tra ciò che siamo veramente e ciò che mostriamo.   In questo contesto, Satya è un atto rivoluzionario. Essere veri richiede coraggio. Richiede la volontà di non compiacere, non manipolare, non fingere.     Eppure, non possiamo sempre dire tutto ciò che pensiamo. Allora, come vivere Satya oggi?

Un maestro spirituale indiano ha detto:  "Ogni parola deve passare attraverso tre porte: è vera? È necessaria? È gentile?"
Swami Sivananda avvertiva: “Non dire tutto ciò che è vero. Di’ solo ciò che è vero e utile.”

In questo, Thich Nhat Hanh offre un contributo prezioso:  “La verità non deve ferire per essere vera. Quando ferisce, è perché non l’abbiamo ascoltata abbastanza profondamente.”

Possiamo vivere la verità in ogni ambito della nostra vita: Essere sinceri con noi stessi, anche quando ci costa.
Non dire bugie per paura o convenienza.  Non fare promesse che non vogliamo mantenere.  Non nascondere emozioni autentiche dietro maschere sociali.

Perché la verità è così difficile da vivere? Perché spesso è la cosa che temiamo di più. Paura del giudizio, del rifiuto, della vulnerabilità: queste sono le nubi che oscurano Sathya.
Thich Nhat Hanh riassume il concetto di verità in una frase luminosa: “Dire la verità è respirare. Essere la verità è vivere.”

Satya non è un punto di arrivo. È un cammino continuo. È il coraggio di chiedersi, ogni giorno:
"Sto vivendo secondo la mia verità?"  Sathya è una voce che ci chiama a essere autentici, integri, veri.  

E questo non significa avere sempre tutte le risposte, ma avere la sincerità di cercarle, con umiltà, con presenza, con amore.   In un mondo in cui molti alzano la voce per imporsi, Satya è una voce interiore che sussurra.

Sathya non è un ideale astratto, ma una disciplina del cuore. È un cammino che integra sincerità e compassione, lucidità e amore.    È la scelta quotidiana di vivere senza maschere, di ascoltare profondamente ciò che è, di lasciare che la verità illumini e trasformi.     Nella sintesi più intensa e semplice:   “Essere veri è essere semplici.   E nella semplicità, c’è la pace.”
 Sathya non è soltanto un precetto etico: è un portale verso la libertà più profonda.

Praticare Sathya nella quotidianità.   Coltivare Sathya richiede esercizi semplici ma profondi:
    • Prima di parlare, chiedersi: È vero? È necessario? È amorevole?
    • Osservare le piccole bugie con cui proteggiamo il nostro ego.
    • Usare il respiro per tornare a ciò che è reale.
    • Coltivare relazioni radicate nella sincerità e nella gentilezza.
    • Tenere un “diario della verità” per riconoscere con trasparenza i propri vissuti.

Una Meditazione sulla Verità.   Una pratica essenziale consiste nel sedersi in silenzio, portando l’attenzione al cuore e al respiro, domandandosi: “Qual è una verità che sto evitando di riconoscere oggi?”
L’invito non è giudicare, ma osservare. La verità può allora emergere e dissolversi nella luce della consapevolezza.   Questa domanda apre uno spazio prezioso: il territorio della verità interiore.
Lo yoga Non propone una “verità aggressiva”, né una “verità ingenua”. Propone lo spazio sacro dell’autenticità consapevole.   Essere veri non significa dire tutto quello che pensiamo. Non significa essere impulsivi. Non significa imporre la nostra visione del mondo. Significa essere coerenti. Significa ascoltare profondamente. Significa parlare solo quando la parola può creare chiarezza.

Indra Devi

Fin da piccola scriveva, «capii che la felicità arriva solo a coloro che osano percorrere il loro sentiero personale». 

Tra i mille yogi e maestri che hanno contribuito a diffondere lo yoga in occidente troppo spesso ci si dimentica di lei, la “madre dello Yoga”. Una donna eccezionale, che nei suoi 102 anni di vita  ha attraversato tre secoli e cinque continenti.
Indra Devi, ovvero Eugenie Peterson, nasce a Riga (nell’attuale Lettonia) il 12 maggio 1899 e muore nel 2002.   La sua vita è stata appassionante come un vero romanzo.
Inquieta, irrequieta, sempre in cerca “del” senso, nel 1926 Eugenia arriva a un meeting mistico-spirituale a Hommen in Olanda.  Il suo incontro con l’Oriente e lo yoga avviene quando per caso ascolta una conferenza di Jiddu Krishnamurti presso la locale Società Teosofica. Dopo aver ascoltato il canto dei mantra dice: “"Mi sembrava di sentire un richiamo dimenticato, distante ma familiare. Da quel giorno tutto in me si è capovolto”. 
Da quel giorno intraprende una ricerca di consapevolezza e crescita personale che la portano in India al seguito di Alice Adair, seguace teosofica e femminista, lasciando un fidanzato pronto a sposarla. In India, continuando la sua carriera di attrice, persevera negli studi e  a Calcutta conosce il poeta Rabindranath Tagore. Ad Ahmedabad visita Sabarmati, l’ashram dove i devoti vivono secondo gli ascetici precetti di Gandhi. Le piacerebbe fermarsi, ma a un’aristocratica come lei non si può chiedere di pulire i bagni comuni. È una brava ballerina, una discreta attrice, decide di provarci con il cinema. Con il nome di Indira Devi (dea in sanscrito, poi diventerà Indra) viene scritturata per il film sentimentale The Arabian Knight insieme al giovane Prithviraj Kapoor, capostipite della dinastia di attori che ancora oggi furoreggia in India. Ma dura poco: l’avvento del sonoro travolgerà le occidentali che hanno fatto fortuna a Bollywood (al posto delle indiane, per cui quella di attrice era considerata una professione sconveniente). 
Riesce a farsi accettare come allieva - prima donna in assoluto - da Krishnamacharya, nello Yogaśālā di Mysore Palace, nel governatorato del Karnataka. Con lei si formano B.K.S Iyengar and K. Pattabhi Jois, due fra i massimi maestri yoga del ventesimo secolo. 
 «Non ho mai insegnato a una donna, tantomeno straniera» racconta Krishnamacharya, il precursore del rinascimento dello hatha yoga (la disciplina così come la conosciamo noi oggi: lo yoga originario, o raja yoga, era più una questione di meditazione ascetica, mentre le varie posizioni, o asana, dello hatha, incentrate sul corpo, erano la versione meno nobile).  Le impone una rigida disciplina: a letto alle 21,30, sveglia prima dell’alba. Niente carne, niente riso, zucchero, farina, spezie, sale, uova. Niente patate o carote, solo quello che cresce alla luce del sole. Lei obbedisce. Impara a stare seduta nella posizione del loto, in verticale sulle spalle, persino sulla testa. 
Nello stesso tempo si sposa con Jan Strakaty, funzionario dell’ambasciata Cecoslovacca a Bombay. Quando il marito è trasferito in Cina e Indra decide di seguirlo, Krishnamacharya le chiede formalmente di lavorare come insegnante di yoga nel suo nuovo paese. Eugenie, ormai per tutti Indra, accetta e fonda la prima scuola di Yoga della Cina, a Shangai. Tra i suoi allievi ci sono molti russi e americani, che contribuiranno a diffondere la sua fama in occidente, fama supportata dalla grande dedizione e generosità. che la portano ad insegnare gratuitamente negli orfanotrofi, credendo profondamente nel valore pedagogico dello yoga.
Nel 1946 Indra perde improvvisamente il marito e in Cina ha inizio la Rivoluzione Popolare; Quando i giapponesi occupano Shanghai, decide di fuggire in America.  Di nuovo la sua vita è a un punto di svolta e alla fine del 1947 riesce a ottenere un visto per gli Stati Uniti d’America e si trasferisce a San Francisco. 
Poliglotta, cosmopolita, saggia e affascinante, Indra entra subito in contatto con una cerchia di intellettuali americani, tra cui lo scrittore Aldous Huxley, e ritrova Krishnamurti, l’uomo che l’aveva avvicinata allo yoga. Nel 1948 apre il suo primo studio yoga all’8806 di Sunset Boulevard, a Hollywood, e conquista l’America. 
Al suo arrivo a Hollywood, lo yoga è screditato dai numerosi scandali religioso-sessuali dei primi santoni. Ma le sue lezioni su Sunset Strip, a un passo dal Mocamboe da Ciro’s, saranno affollatissime: Aldous Huxley e signora, la sua migliore amica Gloria Swanson, Greta Garbo, Jennifer Jones, una giovanissima Marilyn Monroe, Marion Mill Preminger. 
Pratica, insegna e scrive i suoi primi libri, subito pubblicati in molti paesi del mondo, Italia compresa. Nel 1953 esce Forever Young, Forever Healthy, nel 1959 Yoga for Americans, il suo yoga per tutti: “uomini d’affari e sportivi, casalinghe e modelle”.
Nel 1953 si sposa una seconda volta, con il fisico antroposofico tedesco Dr. Sigfrid Knauer e continua la sua vita piena di studio, insegnamento, viaggi, che la portano a diffondere la pratica yogica in tutto il mondo. Con il marito forma una singolare coppia di medicina alternativa amata dalle star (lui è consigliere personale di Igor Stravinsky).  Una come lei, di origini russe, con una strana professione e proseliti ovunque, non può che finire nelle mire dell’Fbi, ma le indagini federali non proveranno alcuna attività sospetta. 
La svolta spirituale avviene a Dallas, dove si reca in visita alla fabbrica Page Boy, brand upperclass di abiti per la maternità di Elsie Frankfurt, stilista e socialite, e delle sue sorelle: Elsie, creatrice fra l’altro di un premaman ispirato alla posizione del loto che inaugura il boom dello yoga prenatale, si è messa in mente di far praticare gli asana a tutti i suoi dipendenti. È il 1963, anche J.F. Kennedy è in arrivo in città, Indra programma di incontrarlo. Non andrà così, come c’insegna la Storia. L’assassinio del Presidente la sconvolgerà tanto da rivedere le sue idee sullo yoga. E da convincerla a intraprendere una “crociata per cercare la luce nell’oscurità” fino in Vietnam. Sulla strada per Saigon incontra Papa Paolo VI, Indira Gandhi, il Dalai Lama, Sai Baba. Lo yoga è ormai, per lei, nientemeno che uno strumento per assicurare la pace nel mondo.
Fra il 1969 e il 1975 compie ben 19 pellegrinaggi in India. È l’era dell’Acquario, il santone indiano Sai Baba ha stuoli di seguaci e adoratori occidentali. 
Fra tutti, lei la più devota: la chiamano Mataji (Madre), e quando arrivano in visita John Lennon e Yoko Ono, è lei a far loro da guida. Scrive un altro libro, Sai Baba and Sai Yoga. Non si pronuncerà mai sugli scandali di natura sessuale che travolsero il guru induista, ma prenderà le distanze. 

Nel 1985 si trasferisce in argentina al seguito di un musicista di origini italiane, Piero De Benedictis, famoso come una rockstar, che le fa aprire i concerti fra preghiere e asana. Lui ha circa 30 anni, lei 80, ma sono amici, lui la tempesta di domande sulla reincarnazione perché ha perso un figlio, lei gli fa da madre. 

Nel 1987 è acclamata presidente onorario dell’International Yoga Federation. Con la Fundación Indra Devi apre numerose sale da yoga a Buenos Aires. Diventa la consigliera spirituale di Roberto Díaz Herrera, il vice di Manuel Noriega, e il suo nome compare nei libri di Storia nel capitolo dell’invasione Usa di Panama

Il suo corpo si spegne serenamente nel 2002, a Buenos Aires. Le sue ceneri sono state disperse nel Rio de la Plata, «trasportate dai fiori acquatici dei fiumi sudamericani, i gambi disposti a disegnare un fiore di loto». Il suo spirito è vicino a tutte(e tutti) coloro che amano lo yoga. 

Il modo più giusto per definirla è probabilmente il titolo dell’autobiografia che lei stessa scrisse in spagnolo nel 1999, allo scoccare dei 100 anni: Una mujer de tres siglos (La donna di tre secoli). 

Ecco una breve bibliografia:

  • - Indra Devi, Yoga in sei settimane (Yoga for Americans),
    -  Indra Devi, Yoga e spiritualità.
    - Michelle Goldberg, The Goddess Pose (La posizione della Dea). 
    - The Audacious Life of Indra Devi, The Woman Who Helped Bring Yoga to the West  (L’audace vita di Indra Devi, la donna che contribuì a portare lo yoga in Occidente).

Christophe André - Aprirsi all'istante presente.

 Aprirsi all’esperienza dell’istante presente. Durata 15 minuti. Mi porto seduto.

Iniziare con il suono di un campanello. 
 Meglio che posso, durante questo esercizio cercherò di essere qui, semplicemente presente a tutto quello che accade, prendo consapevolezza, coscienza della posizione del mio corpo, permetto al mio dorso di essere più dritto possibile, senza rigidità, lascio i miei reni inarcarsi un po’, le mie spalle aprirsi, la nuca e la testa restano diritte, prendo dolcemente coscienza e consapevolezza del mio respiro, dei movimenti della mia respirazione, osservo come l’addome e il torace vanno e vengono al ritmo del respiro, si aprono e si chiudono sotto l’effetto del respiro, osservo il movimento dell’aria che entra nel mio corpo e esce dal mio corpo, sento il passaggio di questa aria nel mio naso, nella gola, all’inizio dei bronchi, osservo la differenza di temperatura tra l’aria che inspiro, e l’aria che espiro, più tiepida quando esce …. sento la respirazione che va e viene in tutto il mio corpo, …. realizzo che tutto il mio corpo respira, …. 
Ora dolcemente per un istante porto tutta la mia consapevolezza (coscienza) sui suoni che mi circondano, dell’ambiente sonoro, di questo bagno sonoro che arriva alle mie orecchie, alcuni suoni mi sembrano gradevoli altri sgradevoli, ma che li percepisco come gradevoli o sgradevoli sono qui, e arrivano alla mia coscienza, allora li accolgo senza irrigidirmi, li accolgo perché sono già qui, quale che sia il mio giudizio su di loro … 
 Prendo coscienza della mia respirazione, coscienza del mio corpo, coscienza dei suoni,  poi un momento, realizzo che non sono più nell’esercizio, ma sono partito nei miei pensieri, realizzo che mi sono focalizzato su qualcosa, la mia attenzione si è focalizzata su un oggetto preciso, dei pensieri, delle emozioni, delle immagini, forse dei dolori collegati alla mia posizione, ogni volta che la mia mente si disperde così, ne prendo consapevolezza e non cerca di scacciare questo oggetto che ha catturato la mia attenzione, no, non cerco a riconcentrarmi, no, provo di nuovo a allargare la mia coscienza, a riconnettermi al mio respiro, al mio corpo, ai suoni, e a tutto questo nello stesso momento in una coscienza accogliente e aperta, … dolcemente, regolarmente instancabilmente, ingrandisco le frontiere della mia mente, estendo il campo della mia coscienza, accolgo tutto, visto che quello che mi da fastidio è già qui, accolgo tutto il resto, …. non cerco niente altro, assolutamente niente altro che essere qui, cosciente, presente, vivo, … istante dopo istante, respirazione dopo respirazione, … non cerco niente altro, assolutamente niente altro, che aprire la mia coscienza, ancora e ancora, … fino a non essere più che una pura presenza, un respiro, un corpo, … il ricettacolo del mondo, … resto semplicemente qui, senza aspettative, senza giudizio, giusto qui a percepire, … a percepire la vita, qui e ora.     
Lasciando l’esercizio, non lascerò l’istante presente che ritornerà dolcemente e regolarmente lungo tutto l’arco della giornata, … nel cuore di tutte le mie attività, mi rivolgerò verso l’esperienza dell’istante presente e sarà come un rifugio, una base di osservazione, di pacificazione di riunificazione, con me stesso e il mondo che mi circonda …    

Arrivare a 70 anni - Christophe André

Arrivare a 70 anni non trasforma solo il corpo.  Anche il cervello attraversa cambiamenti profondi, a volte irreversibili.
In questo video  ( vedi   https://www.youtube.com/watch?v=sdC8kgtL38I )  Christophe André presenta le otto  trasformazioni reali del cervello dopo i 70 anni, ciò che è normale, ciò che non lo è e come preservare le proprie capacità mentali il più a lungo possibile.

Christophe presenta:

  • Quali cambiamenti sono inevitabili, 
  • Quali funzioni possono rafforzarsi con l’età,
  • Perché alcuni cervelli invecchiano meglio di altri,
  • Il ruolo della plasticità cerebrale,
  • Gli errori che accelerano il declino cognitivo,
  • Ciò che protegge davvero la memoria,
  • Come invecchiare con lucidità mentale.

Cos'é lo yoga?

Lo yoga è il più grande dono dell’India al mondo.”  ~ T. Krishnamacharya    

Il termine sanscrito yoga  deriva, secondo molti studiosi, dalla radice yuj- con il significato di “unire”, “tenere insieme”. 

Ma la Realtà di cui siamo parte è già perfetta unità: il nostro corpo, ad esempio, non esisterebbe senza la natura che ci nutre, la luce che ci scalda, l’aria che respiriamo, l’acqua che ci disseta e che ci purifica… La Vita, infatti, si manifesta sempre come unione degli opposti: non esiste giorno senza notte, maschio senza femmina, luce senza tenebre.

Lo yoga, allora, è partecipazione diretta, profonda intimità e connessione con la Realtà, che è, appunto, unione degli opposti, per mezzo di un insieme di pratiche che integrano in modo semplice e naturale il respiro e il movimento. Ed è in particolare nel respiro che sperimentiamo questa unione: l’inspirazione che è ricettività e che proviene dall’alto è un tutt’uno con l’espirazione che è forza e che proviene dal basso. Il termine della tradizione antica haṭha yoga indica proprio questo: "ha" rappresenta la forza, il dare (spesso associato al Sole che dona, la polarità maschile) mentre "ṭha" indica la ricettività (spesso associato con la Luna che riceve, la polarità femminile).

Lo yoga non è, quindi, una specie di ginnastica o stretching riservata a poche persone giovani e atletiche, né una pratica meccanica e competitiva per avere un corpo più salutare e flessibile anche se, sicuramente, benessere e salute sono alcuni degli effetti della pratica.

Non siamo alla ricerca di uno scopo futuro, del raggiungimento di qualcosa, ma semplicemente partecipiamo alla Vita: viviamo e riscopriamo noi stessi come parte integrante del Cosmo... con una esperienza quotidiana, non ossessiva che comprende quello che pratichiamo attivamente — yoga sadhana — asana (posizioni) e pranayama (attenzione al respiro), e quello che riceviamo come dono — siddhi — meditazione, yama, niyama (precetti etici).

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono cir...