lunedì 11 maggio 2026

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono più di 1000 articoli, la maggioranza dei quali verte su yoga, meditazione, buddhismo, filosofie orientali, rapporto tra scienza e meditazione.                    

Gli articoli sono essenzialmente riassunti di libri che ho letto su questi argomenti e che mi hanno particolarmente colpito.  Per ricercare un soggetto specifico si può usare la finestrina a destra, oppure si possono usare le categorie (etichette) che si trovano sulla destra. Sul Blog sono riportati anche i libri che ho scritto sullo yoga e la meditazione e la gallery di alcuni miei viaggi.                                                     

       Buona lettura   

 

Per un’empatia verso gli animali - Oltre la complicita’dell’indifferenza

Articolo scritto da Roberto Fantini - May 08, 2026

 “La bonta’, l’amore altruista e la  compassione non vanno d’accordo con la parzialita’. Limitare a un campo ristretto il nostro altruismo non solo lo riduce quantitativamente ma anche qualitativamente. Praticarlo selettivamente, nella fattispecie solo verso gli esseri umani, finisce per impoverirlo.”  -    Matthieu Ricard


            Il sofista Filostrato d’Atene  narra che il neopitagorico Apollonio di Tiana abbracciò con entusiasmo il vegetarianesimo in seguito all’incontro con i bramini di Taxila (Punjab), proclamando che “la Terra produce il necessario al sostentamento dell’umanità” e che “chi è felice di vivere in pace con il creato così com’è stato fatto non esige nulla di più”. Mentre, a proposito dei carnivori, avrebbe detto che si dimostravano “indifferenti alle grida della madre terra”.

Molti sono i pensatori e gli analisti che, riflettendo sul sempre crescente sterminio degli animali perpetrato a scopo alimentare, fanno ampiamente ricorso alla categoria dell’ indifferenza. Come si potrebbe, d’altronde, riuscire a fornire una ragionevole giustificazione del fatto che, ogni anno, vengano sacrificate alle esigenze del palato le vite di circa 60 miliardi di animali terrestri e di ben 1.000 miliardi di animali marini, contribuendo, per di più, ad incrementare in maniera rilevante il fenomeno del sottosviluppo e dei tanto lamentati squilibri ambientali?

Secondo la filosofa francese Elisabeth de Fontenay noi animali umani, che pratichiamo e tolleriamo una simile ecatombe quotidiana, non dovremmo essere considerati dei sadici sanguinari, bensì “indifferenti, passivi, disincantati, noncuranti, corazzati, vagamente complici”, resi tali dalla nefasta quanto implacabile convergenza  antropocentrica di cultura monoteistica, tecnoscienza e imperativi economici.

A suo avviso, però, il “guardarsi dal sapere ciò che altri fanno per noi”, mantenendosi volutamente disinformati, non dovrebbe costituire affatto una attenuante, ma, per noi che ci arroghiamo il pieno diritto di innalzarci al di sopra degli animali non umani proprio in nome della presunta “unicità” della nostra coscienza, rappresenterebbe una chiara circostanza aggravante.

E, secondo lo storico statunitense Dominick LaCapra, evidenti sarebbero le analogie con quanto verificatosi durante la tragedia della Shoah. I meccanismi psicologici, infatti, sarebbero simili, e, fra questi, il primo e fondamentale sarebbe rappresentato dal cosiddetto  “falso segreto”.

Ovvero, non si tratterebbe di vera e propria ignoranza-indifferenza, bensì di un sapere abbastanza da non volerne sapere oltre. Non ci troveremmo, cioè, di fronte a “semplice indifferenza”, ma ad “una dinamica molto attiva che consiste nel ridurre al silenzio i propri pensieri.”
Per il celebre monaco-scienziato Matthieu Ricard, quindi, ad essere macellata e fatta a pezzi, nella sistematica orgia di sangue ai danni dei nostri fratelli animali non umani, è anche la nostra coscienza interiore la quale, per paura, viltà, pigrizia, ignavia e conformismo, si autocondanna a vivere nella cecità del non voler sapere, del non voler comprendere e del non volersi ribellare.

Sua (e nostra!) convinzione, pertanto, è che il permanente massacro degli animali debba essere inteso come una vera e propria sfida dai connotati epocali, in cui, a essere in gioco, siano “l’integrità e la coerenza etica delle società umane.” E, nelle ultime pagine del suo ottimo lavoro del 2014, Plaidoyer pour les animaux*, aprendosi a fiduciosa speranza, il monaco buddhista scrive:

“Certamente non mancano le buone notizie. Da una trentina d’anni a questa parte la mobilitazione in favore degli animali non ha mai cessato di crescere. Non si tratta soltanto dell’opera di qualche “animalista” sfegatato, ma di persone assennate che hanno rivolto la loro empatia e compassione agli animali.   Diventa sempre più difficile fingere di ignorare il rapporto tra la sofferenza del vitello e la cotoletta che mangiamo. (…)
Un numero crescente di persone non si accontenta più di un’etica limitata ai comportamenti dell’uomo verso i suoi simili, e chiede che la benevolenza sia rivolta a tutti gli esseri, non come un’aggiunta facoltativa, ma in quanto componente essenziale dell’etica stessa.
Spetta a noi continuare a promuovere l’avvento di una giustizia e di una compassione imparziali, nei confronti dell’insieme degli esseri senzienti.  
La bontà - conclude -  non è un obbligo:   è la più nobile espressione della natura umana.”
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*M. Ricard, Sei un animale! Perché abbiamo bisogno di una RIVOLUZIONE ANIMALISTA, Sperling & Kupfer.


Chi sei davvero? - Mauro Bergonzi

Tratto dai dialoghi del sito di Mauro Bergonzi "Il Sorriso Segreto dell'Essere"  https://sites.google.com/site/ilsorrisodellessere/       

Siamo abituati a pensare a noi stessi come individui separati dal mondo: un "io" che pensa, soffre, sceglie, cerca. Ma cosa succede se questa convinzione fosse, alla radice, un'illusione? È questa la domanda che percorre i dialoghi di Mauro Bergonzi, professore di Filosofie Orientali.


Bergonzi usa un'immagine semplice e potente: immagina un foglio bianco con un puntino nero al centro. Il foglio è la coscienza — lo spazio in cui ogni esperienza appare. Il puntino è il corpo-mente, con tutti i suoi pensieri, sensazioni, emozioni.
Nella vita ordinaria ci identifichiamo quasi sempre con il puntino. Crediamo di essere quella piccola macchia: i nostri pensieri, le nostre preoccupazioni, il nostro nome, la nostra storia. Ma la coscienza — il foglio bianco — è sempre lì, inattaccabile, silenziosa, capace di contenere tutto.
Uno dei punti più spiazzanti dell'insegnamento di Bergonzi riguarda la mente. Siamo abituati a parlarne come di una cosa ben precisa, quasi un organo invisibile che produce pensieri. Ma se cerchi la mente nella tua esperienza diretta, cosa trovi davvero? Un flusso di pensieri che appaiono e scompaiono. Nient'altro.
"La mente non esiste come entità separata," dice Bergonzi. "È solo il nome che diamo ai pensieri che spontaneamente appaiono e scompaiono nella sconfinata vastità della coscienza."
Questo ha una conseguenza importante: il classico tentativo di controllare la mente con la mente stessa è un vicolo cieco. Come una trappola che cerca di catturare se stessa. I pensieri ossessivi, quelli depressivi, quelli ansiosi, sorgono da soli — nessuno li "fa". E l'intenzione di controllarli è anch'essa un pensiero che sorge da solo.
C'è un momento preciso in cui questo equivoco ha inizio. Intorno ai due anni, il bambino smette di parlare di sé in terza persona ("Mario vuole giocare") e comincia a dire "io". Da quel momento, la potente ipnosi del linguaggio convince gradualmente l'individuo di essere soltanto un corpo-mente separato dal resto del mondo.
Prima di quel passaggio, il bambino vive in una coscienza globale. Tutto fluisce indiviso: suoni, colori, sensazioni, emozioni. Poi arriva il pensiero "io sono solo questo", e nasce la separazione. E con la separazione arriva il senso di incompletezza, di solitudine, il bisogno di cercare qualcosa che si crede perduto.
Eppure, nota Bergonzi, nulla è davvero andato perduto. L'adulto è sempre immerso nella stessa coscienza globale del neonato. Ha solo acquisito in più un pensiero illusorio: "sono separato dal mondo."
Molti si aspettano che Bergonzi promuova tecniche di meditazione come via alla liberazione. La sua risposta è più sfumata — e più radicale. La meditazione può portare pace, armonia, benessere mentale. Ma dal punto di vista della liberazione, non ci avvicina di un millimetro a ciò che siamo già. Nessuno sforzo, nessuna pratica può portarci più vicini all'Essere, perché siamo già l'Essere. Come ogni onda del mare non si avvicina mai di un centimetro all'acqua: è già acqua.
Con una bella immagine, Bergonzi dice che la meditazione è "un ornamento della vita, meravigliosamente superfluo nella sua gratuita magnificenza." Togliere il vestito non produce la nudità — che era sempre lì sotto. Così la meditazione non produce la Presenza, ma può aiutare a svelarla.
Esiste il libero arbitrio? Bergonzi risponde che la domanda è mal posta — come chiedersi se Babbo Natale è alto o basso. Sia il libero arbitrio sia il determinismo presuppongono l'esistenza di un "io" separato che possa essere libero o condizionato. Ma quell'"io" non esiste come entità autonoma.
Scelte e decisioni accadono. Pensieri accadono. Azioni accadono. Ma non c'è un agente separato che le compie. "Il vento soffia" — ma esiste un vento a parte dal soffiare? Ugualmente, "io penso" è solo un modo di parlare: c'è il pensare che appare nella coscienza. Nient'altro.
Questo non è fatalismo. È leggerezza. Tutto accade spontaneamente, naturalmente, senza bisogno di un controllore invisibile al timone.
Molti di coloro che dialogano con Bergonzi parlano di solitudine, depressione, ansia. La sua risposta tocca la radice: il senso di isolamento nasce dall'identificazione con un io separato. Quando crediamo di essere solo questo corpo-mente, il mondo esterno diventa un luogo da cui difendersi o da cui dipendere.
Ma sia la scienza sia la mistica concordano: non possiamo essere separati dall'universo. La coscienza che siamo non ha confini. È come lo spazio: non c'è uno spazio "dentro" il vaso separato da quello "fuori". È il vaso a essere immerso nello spazio.
Quando questo viene visto — non come concetto, ma come esperienza diretta — si apre una pace che non dipende da circostanze favorevoli. Una pace che non si raggiunge perché è già ciò che si è.
Verso la fine di uno dei dialoghi più intensi, Bergonzi dà un'indicazione semplice. Ogni volta che sorge un dubbio su chi si è, ogni volta che l'ansia o la confusione sembrano sopraffare, c'è qualcosa di sempre disponibile:  Ci sei? Esisti? Sei cosciente?
La risposta è immediata, certa, prima di ogni pensiero. Non si può dubitare dell'esistenza mentre si dubita. Per negare di esistere, bisogna prima esserci. Questa evidenza — essere-consapevolezza — è il vero "io". Non un'entità separata, ma la luce silenziosa in cui tutto appare e scompare. Il foglio bianco su cui il film della vita si proietta.  Il resto va e viene.

La felicità e la sofferenza - Lama Thubten Zopa Rinpoche

La felicità che desideriamo, la sofferenza che non vogliamo, la felicità che cerchiamo di ottenere, la sofferenza che cerchiamo di eliminare o evitare: tutto proviene dalla mente e non dalla mente di qualcun altro, ma dalla nostra.
Lama Zopa Rinpoche è uno dei maestri di Buddhismo tibetano più rinomati a livello internazionale. Nato nel 1946 in Nepal, a tre anni è stato riconosciuto come reincarnazione di Kunsang Yeshe del lignaggio buddhista Nyngma. Il suo maestro è Lama Thubten Yeshe. Insieme nel 1967 fondarono in Nepal i monasteri di Kopan e di Lawdo e nel 1974 la Fondazione per la Preservazione della Tradizione Mahayana (FPMT), un network interna­zionale di centri e progetti di Dharma.       

 

 La sofferenza, il disagio, la frustrazione sorgono perché la nostra mente non è sotto il nostro controllo; siamo noi a essere sotto il controllo della nostra mente che, a sua volta, è controllata dai nostri pensieri disturbanti. Permettiamo alla nostra mente di essere controllata dai nostri nemici interiori: ignoranza, rabbia ed egoismo. Invece di contrastarli e cercare di liberarcene, diamo loro carta bianca e accettiamo di essere sconfitti. Questo è un problema. Tutto qui. Questa è la nostra vita quotidiana.

Ma se ci sforzassimo di tenerli sotto controllo troveremmo finalmente pace e gioia nella nostra vita quotidiana e la sofferenza che vogliamo evitare cesserà. Ma finché permetteremo ai pensieri disturbanti di controllarci andremo inevitabilmente incontro a problemi e dolore.

Se nella nostra vita di tutti i giorni desideriamo la pace mentale allora, anche se non riusciamo a rinunciare a noi stessi per prenderci cura degli altri esseri senzienti con totale dedizione, anche se non riusciamo a cambiare così tanto, dovremmo almeno praticare l’equanimità, comprendendo che noi e gli altri esseri senzienti siamo identici nel non desiderare nemmeno il minimo disagio e nel voler essere felici e appagati. Da questo punto di vista, siamo perfettamente uguali.
Limitarsi a conoscere e comprendere gli insegnamenti non è sufficiente: il loro scopo è che vengano messe in pratica. Se non pratichiamo ciò che sappiamo, non sperimenteremo la pace mentale. Quindi, se non riusciamo ancora a scambiare noi stessi con gli altri — rinunciando al nostro egocentrismo per essere totalmente altruisti — dovremmo quanto meno cercare di praticare l’equanimità.

È tutto molto logico. Riflettete: la vostra famiglia, gli amici e i colleghi, chiunque nel vostro Paese e, in ultima analisi, proprio tutti gli esseri senzienti desiderano essere felici, non vogliono soffrire. Esattamente come voi. Ecco perché non c’è alcuna ragione che giustifichi che la vostra felicità e la vostra libertà dalla sofferenza siano più importanti di quelle di chiunque altro.
Per prima cosa, provate a pensare al vostro partner e a qualcuno che odiate, al vostro nemico: sono uguali. Non c’è una sola ragione che dimostri che la libertà dalla sofferenza e la felicità della persona che amate siano più importanti di quelle della persona che non vi piace. Poi pensate allo stesso modo riguardo al resto della vostra famiglia, ai vostri colleghi, ai vicini di casa, ai connazionali, all’umanità tutta e poi a qualsiasi essere senziente. D’accordo, parlano lingue diverse, si vestono ognuno a suo modo, il colore della pelle cambia ma sono tutti esattamente uguali. Per quanto siano diversi, sono esattamente uguali da questo punto di vista.
Quindi voi e la persona che non vi piace per niente, il vostro nemico, desiderate la felicità e non volete il benché minimo disagio esattamente alla stessa maniera. E ne avete l’identico diritto. Sia voi che gli altri siete nella medesima condizione per un ulteriore aspetto: avete bisogno dell’aiuto altrui, così come gli altri hanno bisogno del vostro. Questa è la realtà ed è per questo che è sconcertante far del male agli altri per nessun motivo valido se non per il proprio tornaconto personale. È ingeneroso e meschino. Ma se in una famiglia, o anche in una coppia, c’è qualcuno che pratica l’equanimità, ci sarà molta pace e armonia.

L’uguaglianza di cui parlo è un fatto, un dato di realtà mentre l’idea che “io sono più importante degli altri, del mio nemico, di tutti gli esseri senzienti” è una nostra visione errata. A dire il vero, l'”Io” che si sente più importante degli altri non esiste nemmeno, è un’allucinazione. Quindi aggrapparsi a un’allucinazione è piuttosto ridicolo. Eppure è ciò che facciamo incessantemente, giorno dopo giorno ed è proprio da qui che nasce tutta la confusione.

L’egocentrismo è la fonte della nostra depressione, della nostra aggressività, degli esaurimenti nervosi, dei fallimenti, delle situazioni indesiderabili, degli alti e bassi della vita e dei problemi quotidiani. Più forte è, maggiori sono i problemi che sperimentiamo; e più intensa è la nostra preoccupazione per noi stessi, il nostro desiderio di felicità personale, più facilmente ci sentiamo a disagio. Ci arrabbiamo persino con gli uccellini che cinguettano fuori dalla nostra finestra. Ci arrabbiamo con i cani che abbaiano e persino con il rumore del vento tra gli alberi! Se il nostro cibo si è raffreddato ne facciamo un dramma. Accadono molte cose sconcertanti come queste. Magari per altre persone ciò che fa innervosire o arrabbiare un egoista non è affatto un problema.
Bastano pochi esempi per comprendere che tutto deriva dalla mente della persona egoista. Se va in giro si sente disturbata; se resta a casa, idem. Ovunque vada, è sempre irritata.

Le coppie egoiste litigano continuamente: litigano in giardino, litigano in casa; in camera da letto, in sala da pranzo, a colazione, pranzo e cena. L’unico momento in cui non litigano è quando non sono insieme. Sono tutte cose che il Buddha ha spiegato nei suoi insegnamenti.
Ma se almeno uno dei due rinunciasse alla propria felicità a favore di quella dell’altro, la relazione diventerebbe pacifica e armoniosa; maggiore è la rinuncia, maggiore è la pace e l’armonia.

Avrete dunque compreso quanto sia incredibilmente importante trasformare la propria mente, praticare l’equanimità, passare da un modo di vedere egocentrico e a autoriferito a un atteggiamento gentile e altruista.  E' tutto molto logico e basato sull’evidenza dei fatti. È lampante. Facciamo un altro esempio: se voi e un’altra persona state morendo di fame e l’altra persona trova del cibo e ve lo offre, rinunciando alla sua felicità per la vostra, quanto vi rende felici? Ecco la dimostrazione di come la rinuncia all’egocentrismo causi felicità.

Se gli altri vi trattano male, vi criticano, sottolineano i vostri errori e questo vi ferisce, ancora una volta è per il vostro atteggiamento egoistico: se non foste così ossessionati da voi stessi, se non vi consideraste il centro dell’universo, gli altri potrebbero dirvi qualunque cosa e non ne verreste minimamente toccati. La critica ferisce solo il vostro ego. Ecco perché dovreste considerarlo un nemico e per farlo dovreste riconoscerne i difetti e gli svantaggi. Magari state cercando di praticare il Dharma ma qualunque cosa facciate con il corpo, la parola e la mente non diventa Dharma, anche di questo è responsabile l’atteggiamento egoistico; le vostre azioni non diventano Dharma perché avete un atteggiamento egoistico.

Ricevete ogni tipo di insegnamento sull’addestramento mentale (lojong) da molti Lama, ma di fronte a un problema non solo non li mettiamo in pratica ma addirittura non ce li ricordiamo! Qualcuno ci tratta male o si approfitta di noi e non riusciamo a ricordare quale meditazione dovremmo praticare in quel momento. Perché? Perché stiamo seguendo l’atteggiamento egoistico. Finché ci comporteremo così i buddha dei tre tempi potrebbero stare davanti a noi per darci insegnamenti per cento eoni, e le loro parole non sarebbero di alcun beneficio, non cambierebbero la nostra mente. Se non facciamo uno sforzo in prima persona, non importa chi è il maestro, persino Gesù in persona, non accadrà nulla, non troveremo pace…   

Deismo, Teismo, Panteismo e Agnosticismo

C’è una domanda che nessun essere umano riesce davvero a ignorare: Esiste qualcosa — una mente, un principio, una forza — all’origine di tutto? E se esistesse, che cosa cambierebbe per noi? Le risposte che la filosofia ha elaborato nel corso dei secoli sono molte e profondamente diverse tra loro. Tre in particolare meritano attenzione: il deismo, che ammette l’esistenza di un principio intelligente ma nega ogni sua ingerenza nella vita umana; il panteismo, che identifica Dio con l’universo intero; e l’agnosticismo teologico, che riconosce onestamente i limiti di ciò che la ragione può sapere. Tre posizioni diverse, accomunate da un rifiuto: quello del dogmatismo e del fanatismo religioso.     

Il deismo è la convinzione che esista un principio intelligente all’origine dell’universo. Non un Dio che interviene nella storia, che ascolta le preghiere o punisce i peccatori: semplicemente, una mente ordinatrice che ha messo in moto l’esistenza.
Voltaire, il grande filosofo illuminista, è il deista per eccellenza — e si ferma deliberatamente qui. La perfezione e la complessità del mondo non possono essere l’effetto della mera casualità: l’ordine straordinario del cosmo, la struttura degli organismi viventi, le leggi della fisica sembrano richiedere una mente ordinatrice a monte. Ma oltre questo punto, Voltaire non si spinge. Ciò che sta oltre i limiti della ragione non merita speculazioni: altro non siamo in grado di dire, e forse è meglio così.     

Su questo sfondo si inserisce anche la posizione di Leibniz, che offre una risposta più ottimista: questo è il migliore dei mondi possibili. Dio — onnisciente, onnipotente e perfettamente buono — avrebbe creato il mondo migliore tra tutti quelli logicamente concepibili. Il male esiste, ma è necessario per un bene maggiore. Voltaire risponde a questa tesi con feroce ironia nel suo Candido: come può un mondo devastato da terremoti, guerre e pestilenze essere il migliore possibile? L’ottimismo metafisico di Leibniz, per Voltaire, è una forma di cecità davanti alla sofferenza reale.

Il panteismo è una visione filosofica e teologica che identifica Dio con l’universo, la natura e la totalità delle cose. Il termine deriva dal greco pan (tutto) e theos (dio): tutto è divino, e il divino è tutto. Non esiste un Dio creatore separato dal mondo: Dio coincide con la natura stessa, la permea, l’attraversa, ne è la sostanza profonda.
Il suo massimo esponente è Spinoza, che sintetizò questa visione nella celebre formula Deus sive Natura — "Dio, ovvero la Natura". Per Spinoza esiste un’unica sostanza infinita, che possiamo chiamare indifferentemente Dio o Natura: tutto ciò che esiste ne è una manifestazione. Gli esseri umani, gli animali, le stelle, i pensieri — tutto è modo di questa sostanza unica, infinita e necessaria.
I punti chiave del panteismo:
Identificazione Dio–Mondo: Dio non è un creatore separato dalla creazione, ma coincide con essa. Non c’è trascendenza: il divino è pienamente immanente.
Immanenza: la divinità permea l’intera realtà — esseri umani, legge naturale, materia e pensiero.
Monismo: la realtà è un’unica sostanza divina. Non c’è dualismo tra Dio e mondo, tra spirito e materia.
Radici storiche: il termine nacque agli inizi del XVIII secolo, ma la visione ha radici antiche: Eraclito, gli Stoici, Giordano Bruno e soprattutto Spinoza ne sono i rappresentanti principali.

Il panteismo si distingue nettamente dal teismo: il teismo vede Dio come un essere personale e trascendente, distinto dalla natura che ha creato. Il panteismo invece afferma che Dio è la natura — non l’ha creata dall’esterno, ma la costituisce dall’interno.
Dal panteismo si distingue anche il panenteismo, che afferma qualcosa di più sfumato: tutto è in Dio, ma Dio non si esaurisce nel mondo. Il divino è immanente nell’universo, ma lo trascende anche

L’agnosticismo teologico è la posizione di chi riconosce onestamente i limiti della ragione umana di fronte alla domanda su Dio. Non nega che esista un archè — un principio originario dell’universo — ma afferma che di questo principio non siamo in grado di dire nulla di certo. E che, probabilmente, è meglio che non diciamo nulla, piuttosto che costruire teologie elaborate su fondamenta fragili.
La posizione è vicina per spirito a quella di Epicuro: Dio ci sarà pure, ma adesso ce la dobbiamo cavare da soli. Non c’è provvidenza, non c’è intervento divino, non c’è un destino scritto dall’alto. Il mondo è un campo aperto, pieno di incognite e di cose orribili a cui dobbiamo far fronte con la sola ragione. Aspettare un soccorso soprannaturale non è solo inutile: è un modo per eludere la propria responsabilità.
Il mondo va affrontato realisticamente, senza attendersi interventi provvidenziali di esseri superiori.”  — Voltaire
Questa posizione è quella di Immanuel Kant, che nella Critica della ragion pura dimostrò che le tradizionali prove razionali dell’esistenza di Dio non reggono a un esame critico rigoroso. La ragione umana, quando tenta di spingersi oltre i limiti dell’esperienza possibile, cade inevitabilmente in contraddizioni. Dio è un’idea della ragione — necessaria, utile come postulato morale — ma non un oggetto di conoscenza dimostrabile.

Al di là delle distinzioni filosofiche, la posizione di Voltaire ha una direzione pratica molto precisa. Filosofare significa essere presenti, qui e ora, e cercare di esserci nel modo migliore possibile. Non costruire sistemi metafisici astratti, non attendere la salvezza in un aldilà, non consolarsi con promesse di giustizia ultraterrena: agire, adesso, per rendere il mondo un posto più giusto e più umano.
Il nemico principale di questa filosofia è il fanatismo — religioso, ideologico, di qualsiasi tipo. Il fanatismo nasce dalla certezza assoluta di possedere la verità, e da questa certezza deriva il diritto di imporla agli altri con qualsiasi mezzo. Voltaire combatte questa tendenza per tutta la vita, con l’ironia come arma principale.
A questa critica al fanatismo si aggiunge una critica all’ottica antropocentrica: l’idea, profondamente radicata nella tradizione occidentale, che l’essere umano sia il centro e il fine dell’universo, e che tutto il resto esista al suo servizio. Voltaire anticipa con sorprendente modernità la necessità di un rispetto che si estenda oltre i confini della specie umana — agli animali, alla natura, a ogni essere capace di soffrire.
Il programma filosofico di Voltaire si può sintetizzare così: basarsi su principi etici universali, convivere senza distruggerci a vicenda, costruire un mondo più rispettoso dei bisogni dell’essere umano in un’ottica egualitaria. Non perché Dio lo chieda — ma perché la ragione lo indica come necessario.
Il Dizionario Filosofico — forse la sua opera più interessante e rappresentativa — è la materializzazione di questo programma. Una raccolta di voci in ordine alfabetico che smonta le certezze acquisite, mostra l’assurdità del fanatismo, rivendica il diritto di ogni essere umano a pensare con la propria testa. Fu messo all’Indice e bruciato più volte: Voltaire lo ripubblicava, ampliato, ogni volta.

Al fondo di tutto questo c’è un messaggio che potrebbe sembrare paradossale, vista la ferocia con cui Voltaire critica ogni istituzione: un messaggio di fiducia nell’umanità. Non una fiducia ingenua, ma fondata sulla constatazione che la ragione umana ha le risorse per affrancarsi dalle barbarie che ha prodotto in tanti periodi della storia.
L’umanità ha compiuto atrocità enormi: guerre di religione, schiavitù, persecuzioni, genocidi. Ma ha anche saputo, in altri momenti, costruire leggi più giuste, riconoscere diritti, limitare il potere arbitrario, diffondere l’istruzione. La barbarie non è un destino scritto nella natura umana: è il prodotto dell’ignoranza e del fanatismo, e come tale può essere combattuta.
La celebre conclusione del Candido — “bisogna coltivare il proprio giardino” — non è un invito alla rassegnazione. È un programma filosofico: smettere di attendere che qualcuno dall’alto risolva i nostri problemi, e dedicarsi concretamente, con le proprie mani e la propria ragione, a migliorare ciò che è a portata. Il giardino è la vita, la comunità, il mondo che ci circonda. Coltivarlo è il compito di ogni essere umano responsabile — credente o no, deista o ateo, agnostico o panteista.

L'ateismo è la negazione dell'esistenza di qualsiasi divinità o essere soprannaturale, ponendosi come opposto al teismo. Derivante dal greco á-theos ("senza dio"), indica chi non crede in religioni, spesso basandosi su un approccio razionalista o materialista. L'ateismo è pratico (vivere come se dio non esistesse) e teorico (negazione filosofica). Sinonimi includono non credenza, scetticismo, razionalismo, miscredenza. È la convinzione che Dio non esista, differenziandosi dall'agnosticismo, che sostiene l'impossibilità di sapere se Dio esista o meno.

Riferimenti: Voltaire, Dizionario Filosofico, Candido — Spinoza, Etica — Leibniz, Teodicea — Kant, Critica della ragion pura — Epicuro, Epistole.

La meditazione - Walpola Rahula

Walpola Rahula Thera (1907-1997) è stato un monaco buddista, il primo professore di Storia e Religioni in una università occidentale. In questo testo L'insegnamento del Buddha - Walpola Rahula spiega cosa è la meditazione.  La vera meditazione buddhista non significa affatto una fuga dalla realtà.  Il termine originale, Bhavana, significa coltura mentale, o sviluppo mentale, il tentativo di depurare la mente dalle impurità e da ciò che al turba. E coltivare qualità positive come l'energia, concentrazione, l'attenzione, ecc.          

Ci sono due forme di venivano considerati come meditazione; una è sviluppo della concentrazione mentale (samatha) nel fissare la mente in un unico punto, che conduce alla sfera della né-percezione, nè non percezione. Questo tipo di meditazione esisteva prima del Buddha. Questi stati mistici  come un vivere in pace in questa esistenza.  Con il Buddha si introduce un altro tipo di meditazione Vipassana o visione penetrativa della natura delle cose, che conduce alla liberazione della mente, alla realizzazione della Realtà ultima, al Nirvana. E' un metodo analitico basato sulla consapevolezza, l'attenzione, la vigilanza, l'osservazione. Il discorso sulla meditazione o sviluppo mentale si chiama Satipatthana-sutta, i Fondamenti della consapevolezza.

 Uno degli esempi di meditazione è la consapevolezza del respiro, dell'inspirazione e dell'espirazione. La mente è concentrata sul respiro in modo da essere consapevole dei suoi movimenti e mutamenti di ritmo. Poco a poco la mente riuscirà ad essere concentrata solo sul respiro, si farà l'esperienza di un istante in cui non esisterà alcun suono, e il mondo esterno  non esisterà, si arriva alla realizzazione mistica. La facoltà di concentrazione è essenziale per ogni tipo di comprensione, penetrazione, di visione profonda della natura delle cose, alla realizzazione del nirvana.    L'esercizio sulla respirazione porta a risultati immediati, migliorerà la salute fisica, il sonno, la calma e l'efficienza. 

Un'altro tipo di meditazione consiste nell'essere attenti e consapevoli di qualsiasi cosa si faccia durante la quotidianità, si arriverà a essere consapevoli di vivere nel momento presente, nell'azione presente. Spesso si vive nel passato o nel futuro, e si fanno più cose contemporaneamente.  Ma la vera vita è il momento presente. Dovete dimenticarvi di voi stessi e perdervi in ciò che fate, coltivando incessantemente la consapevolezza mentale.

Esiste un modo di praticare lo sviluppo mentale (meditazione) che riguarda le nostre sensazioni o sentimenti. in questo modo si riesce ad essere consapevoli e testimoni dello nostre emozioni. Si osservano oggettivamente le emozioni che sorgono e si riesce a controllarle, se fossero negative. 

Vi è anche una meditazione su temi etici, spirituali e intellettali. Tutti gli studi, letture, conversazioni, riflessioni su questi temi sono una forma di meditazione, Si può riflettere sui cinque impedimenti che sono: desideri sessuali, malizia, odio e collera, torpore e indolenza, l'agitazione e l'ansia, i dubbi scettici. Sui sette fattori dell'illuminazione: consapevolezza, ricerca, energia, gioia, rilassamento, concentrazione, l'equanimità.  Si può anche meditare sui quattro stati sublimi: amore e benevolenza,  compassione per tutti gli esseri, gioia compartecipe, equanimità nelle vicende della vita. 

Tutto questo deve essere applicato nella quotidianità e non nel chiuso di un monastero. Sariputta, il principale discepolo del Buddha, disse: "colui che conduce una vita pura in un villaggio è assai superiore a quello che vive come un asceta nella foresta". Un uomo che passa tutta la vita in solitudine, preoccupato solo del suo benessere e della sua salvezza non segue l'insegnamento del Buddha, che è basato sull'amore, sulla compassione e sul servizio degli altri.  Occorre rispettare i sei gruppi sociali e familiari: genitori, maestri, la moglie e i figli, gli amici, i parenti, i vicini, i servitori, operai, impiegati e i religiosi. 

Se si vuole diventare buddhisti non c'è nessuna cerimonia di iniziazione da compiere, si è considerati buddhsiti se si prende rifugio nei tre gioielli e si osservsano i cinque precetti. non distruggere una vita, non rubare, non commettere adulterio, non dire il falso, non assumere sostanze inebrianti.

Il buddhismo si interessa anche del benessere sociale e economico di tutti gli esseri, non è facile condurre una vita spirituale se le condizioni sociali e materiali non sono favorevoli.  Certe minime istanze materiali devono essere soddisfatte per arrivare ad avere un successo spirituale.  Ci sono anche il Cakkavattisihanandasutta e il Kutananda sutta che trattano di questi temi. migliorandeo le condizioni economiche si ridurranno i crimini.  Il Buddha considerava il progresso e il benessere economico una precondizione per la felicità umana, che è basata sulla spiritualità e sull'etica, e predicava la nonviolenza e la pace come messaggio universale. Intervini di persona per prevenire la guerra, come ad esempio tra i Sakya e i Koliya.    Un paese per essere felice deve avere un sovrano e un governo giusto che governi in armonia con il suo popolo. 

La solo conquista che porti pace e felicità è la conquista di sé. Si possono conquistare milioni di uomini in battaglia, ma chi conquista se stesso, uno solo, è il più grande dei conquistatori. 

L'odio non è mai placato dall'odieo, ma è placato dalla gentilezza, si deve vincere la collera con la gentilezza, la valvagità con la bontà, l'egoismo con la carità, e la menzogna con la verità. E questo e vero anche su scala nazionale e internazionale. Aoka (III a.C.) è l'unico esempio nella storia dell'umanità in cui un sovrano all'apice del potere, rinuncia alal guerra, alla violenza e abbraccia il buddhismo e un messaggio di pace  e nonviolenza. Il buddhismo propugna una società in cui la compassione sia il motore dell'azione; in cui tutti gli esseri viventi, anche i più insignificanti, siano tratttati con giustizia, considerazione e amore. 

L'insegnamento del Buddha - Walpola Rahula

Walpola Rahula Thera (1907-1997) è stato un monaco buddista, studioso e scrittore dello Sri Lanka. Nel 1964 divenne professore di Storia e Religioni alla Northwestern University, diventando così il primo monaco (bhikkhu) a ricoprire una cattedra nel mondo occidentale. In questo testo L'insegnamento del Buddha - Walpola Rahula presenta la dottrina e l'etica buddhista, e si propone di adattare, senza tradirlo, l'insegnamento del Buddha alla vita moderna e laica.       

Il Buddha non ha mai affermato di aver tratto ispirazione da qualcuno, Dio o potere esterno. Ogni uomo ha le potenzialità per diventare un Buddha, basta che lo voglia o si sforzi di farlo. L'uomo è padrone di se stesso e del suo destino. "Ognuno è il rifugio di se stesso" -disse il Buddha.  "Spetta a voi compiere il vostro sforzo, posso solo indicarvi la via".   La libertà di pensiero concessa dal Buddha non ha eguali nella storia delle religioni.  Il Buddha consigliava che il discepolo dovrebbe sottoporre a esame lo stesso maestro. Oltre la libertà di pensiero il Buddha era tollerante con tutte le forme di spiritualità. Anche l'imperatore Asoka segui l'esempio di tolleranza e comprensione del Buddha e onorò, e diede il suo appoggio a tutte le religioni del suo vasto impero.  La verità non è monopolio di nessuno, le etichette generano pericolosi pregiudizi nella mente degli uomini.  

Questo spirito di tolleranza e comprensione è stato fin dall'inizio uno degli ideali più cari alla cultura e alla civiltà buddhista che si è diffusa pacificamente.   L'enfasi viene posta sul vedere, conoscere, comprendere e non sulla fede o sulla credenza.  L'insegnamento del Buddha è qualificato come ehi-passika, perchè invita a venire a vedere, non a venire a credere. Questo è particolarmente importante in un periodo di brahamanica intolleranza.  Non si deve dire che ciò in cui si crede è vero e tutto il resto è falso. L'insegnamento è come una zattera che serve ad attraversare il fiume, e non a tenersela stretta.

 Nel buddhismo non c'è il peccato, la radice di tutti i mali è l'ignoranza. Non si deve credere ciecamente a qualcosa ma si devono avere dubbi, anche sull'inseganemnto del Buddha. La violenza è ripudiata in qualsiasi forma.  L'insegnamento del Buddha deve condurre l'uomo alla pace, alla sicurezza, alla felicità, al conseguimento del nirvana.  Il Buddha non ha mai parlato di superflue questioni metafisiche che sono di carattere speculativo come se l'universo è eterno o meno, la relazione tra anima e corpo, ecc...  Questi argomenti sono inutili, non conducono al distacco, all'equanimità, alla pace e alla piena speculazione. Il Buddha ha spesso ignorato queste domande.

Il buddhismo non è ne pessimista, nè ottimista; e non nega che vi sia felicità nella vita quando parla di sofferenza. Anzi riporta una lista di felicità dal fisico al mentale, ma sono tutte incluse in dukkha (la sofferenza).  E' necessario evitare l'impazienza e l'irritazione e comprendere la sofferenza, le sue cause e come liberarsene, e  lavorare per questo fine con intelligenza e energia. I veri buddhisti sono i più felici degli esseri e non hanno nè paure, né ansietà.

Quello che chiamiamo un essere, un individuo o un io è solo una combinazione di forze o energie mentali e fisiche che mutano incessantemente e che possono essere divise nei cinque aggregati: materia, sensazioni, percezioni, formazioni mentali, la coscienza. Non c'è uno spirito permanente e immutabile che possa essere considerato come un Sé permanente, un'individualità, niente che possa chiamarsi io, un'anima o ego, in opposizione alla materia. Il mondo è un flusso continuo e impermanente.  La tradizione buddhista nega l'esistenza di un atman (sé) imperituro e vede quello che chiamiamo "Io" un insieme di aggregati: quindi non sostiene né la teoria nichilista, né la teoria eternalista. 

La falsa idea del sè è la causa dei pensieri negativi, egoistiic e dell'attaccamento. e la fonte dei tormenti nel mondo.  Secondo la teoria della relatività buddhista ogni cosa è condizionata, relativa e inter-dipendente. 

Il Mahaparinibbana-sutta recita: "Dimorate facendo di voi stessi il vostro sostegno, facendo di voi stessi e  del Dhamma il vostro rifugio, non cercando rifugio in nessun altro".

domenica 26 aprile 2026

L'intervista a Christophe André: Vivere, rallentare, guarire

Christophe André è considerato lo psichiatra preferito dai francesi. Autore di numerosi libri sulla psicologia delle emozioni, sulla meditazione e sulla fiducia in se stessi, ha dedicato la sua carriera a rendere accessibili al grande pubblico strumenti concreti per affrontare stress, ansia e le perturbazioni inevitabili della vita. In questa intervista, realizzata nell’ambito del programma di coaching collettivo C.A.L.M.E., André si racconta con una rara apertura personale: parla della sua irrequietezza giovanile, di una diagnosi di tumore che ha cambiato il suo sguardo sull’esistenza, e dei metodi che — secondo la sua esperienza clinica e personale — permettono di rimettersi a vivere.      

    

Il punto di partenza della riflessione di André è la società contemporanea: caratterizzata da ritmi accelerati, sollecitazioni continue, uno stile di vita sempre più sedentario ma paradossalmente frenetico. La corsa sfrenata del tempo è uno dei tratti più distintivi — e più logoranti — del nostro modo di vivere.
In questo contesto, l’incapacità di dire no è una delle cause principali del burnout. André lo afferma con chiarezza: non possiamo fare tutto. E la pretesa di farcela comunque — di rispondere a ogni richiesta, di accontentare ogni aspettativa, di rimanere sempre disponibili — porta inevitabilmente all’esaurimento. La sua proposta è quella di una scelta consapevole: “Quello che scelgo di fare, lo faccio a fondo.Meno cose, ma vissute con pienezza.
La società odierna pone anche una sfida di ordine esistenziale: la scelta tra essere e avere. Il consumismo sfrenato moltiplica le promesse di felicità — viaggi, oggetti, esperienze da accumulare — ma lascia spesso insoddisfatti. André lo riconosce anche guardando alla propria vita: uno dei suoi rimpianti è aver dedicato troppo tempo al lavoro, e aver legato una parte del proprio benessere alla logica della consumazione.

A Christophe André, alcuni anni fa, è stato diagnosticato un tumore ai polmoni, nonostante non avesse mai fumato. La notizia è arrivata come un colpo improvviso, come accade a chiunque si trovi di fronte alla propria mortalità in modo diretto e inaspettato. È stato operato, e dopo cinque anni di trattamenti e controlli, sembra aver superato la malattia.
L’esperienza della malattia grave ha trasformato il suo rapporto con la vita. La meditazione — che praticava già da anni — lo ha aiutato ad attraversare il momento più difficile: digerire la notizia, fare i conti con l’idea di morire prima del previsto, restare ancorato al presente invece di perdersi nell’angoscia del futuro.
Si assapora meglio la vita quando la morte ti ha preso nelle sue mani e poi ti ha rilasciato. Restare in vita è già sufficiente ed è superbo: ci si sente alleggeriti dalla minaccia di morte.”  — Christophe André
La malattia, in questa prospettiva, non è solo una perturbazione da subire: può diventare un’opportunità per rimettere a fuoco ciò che conta davvero. La vita è un insieme di perturbazioni, e la malattia grave è una di queste — forse la più potente nel ricordarci che il tempo non è illimitato. 
 
André non esita a parlare di sé: da giovane era irrequieto e ansioso. E questa confessione personale diventa il punto di partenza per una riflessione più ampia sull’ansia come condizione umana universale.
L’ansia, spiega, non è un difetto o una debolezza: è una risposta antichissima, radicata nella nostra biologia evolutiva. Quando c’era un pericolo, l’allarme del corpo e della mente era indispensabile per sopravvivere. Oggi i pericoli sono cambiati, ma il meccanismo dell’ansia è rimasto. Siamo tutti, in qualche misura, persone irrequiete e ansiose: è parte dell’essere viventi.
Sono vivente, e avrò dei problemi. La vita è bella anche con dei problemi, anche quando si è in mezzo ad essi.”  — Christophe André
Il problema non è l’ansia in sé: è la sua cronicizzazione. Quando l’ansia smette di essere una risposta a una situazione specifica e diventa un modo di stare al mondo — uno stato di allerta permanente, un rumore di fondo che non si spegne mai — allora diventa un ostacolo al benessere e alla qualità della vita.

L’ansia cronica può essere affrontata e ridotta.
André indica tre strumenti fondamentali, che si integrano e si potenziano a vicenda:
Esercizio fisico: il movimento regolare riduce i livelli di cortisolo, il principale ormone dello stress, e favorisce la produzione di sostanze che migliorano l'umore. Non serve uno sport estremo: camminare, nuotare, ballare — qualsiasi movimento regolare ha effetti misurabili sull'ansia.
Alimentazione: ciò che mangiamo influenza direttamente il nostro stato mentale ed emotivo. Un’alimentazione equilibrata, non improntata alla logica del consumo impulsivo, contribuisce alla stabilità psicofisica.
Meditazione: la pratica meditativa è uno degli strumenti più efficaci per interrompere il ciclo dell'ansia cronica. Non elimina i problemi, ma cambia il rapporto che abbiamo con essi: insegna a osservare i pensieri ansiosi senza identificarsi con loro, a tornare al momento presente, a trovare una quiete che non dipende dalle circostanze esterne.
 
Tre metodi per rimettersi a vivere.  Al di là degli strumenti tecnici, André propone una visione più ampia del percorso di guarigione e di rinascita — che sia dopo una malattia grave, un lutto, un burnout o semplicemente un lungo periodo di stanchezza esistenziale. Tre sono i cardini di questo percorso:
L'azione: agire, anche in piccolo. Non aspettare di sentirsi pronti o di avere le condizioni ideali. L'azione è il carburante che rimette in moto l'energia vitale e ricostruisce la fiducia in se stessi.
La riflessione: fermarsi a guardare la propria vita con onestà. Chiedersi cosa conta davvero, cosa si vuole portare avanti e cosa invece si può lasciare andare. La riflessione non è paralisi: è il fondamento di scelte consapevoli.
Gli affetti: coltivare le relazioni, accettare il sostegno degli altri, non isolarsi. I legami affettivi sono una delle risorse più potenti che abbiamo — e spesso, nei momenti di crisi, sono anche i primi a essere trascurati.

La meditazione, per André, non è una fuga dalla realtà né una tecnica di ottimizzazione delle performance. È una bussola, un metodo contro la corsa sfrenata del tempo, un modo di ritrovare il contatto con se stessi in una società che spinge continuamente verso l’esterno, verso il più, verso il sempre.
La sua esperienza personale — l’irrequietezza giovanile, la malattia, i rimpianti, la gratitudine per ogni giorno in più — lo rende un testimone credibile e autorevole. Non parla di serenità come di una conquista definitiva, ma come di una pratica quotidiana: un modo di stare nella vita che si rinnova ogni giorno, anche — e soprattutto — quando i problemi ci sono.
La vita è bella anche con dei problemi, anche quando si è in mezzo ad essi.”  — Christophe André

Fonte: programma C.A.L.M.E. — Intervista a Christophe André, secondo giorno, 2:10:10  
Vedi:  https://go.mentorshow.com/live/replays-faire-face-au-stress-et-a-lanxiete  

La Solitudine dei giovani e l'Intelligenza Artificiale

"L'Intelligenza artificiale è sempre disponibile, non giudica".    “Genitori date l'esempio. Colazione, pranzo e cena senza smartphone".     “Serve ascolto, connettiamoci con i nostri figli, anche attraverso i social”.

https://www.rainews.it/articoli/2025/11/sempre-disponibile-non-giudica-il-418-di-adolescenti-chiede-aiuto-allintelligenza-artificiale-cf4a2c04-2a6c-4982-8d5b-c0cb110d05f2.html

Dai dati nell' "Atlante dell'Infanzia a rischio in Italia" di Save the Children  risulta che il 41,8% di adolescenti chiede aiuto all'Intelligenza Artificiale. Oltre il 92% degli adolescenti usa strumenti di IA. Più del 46% non legge libri. 

L'Intelligenza Artificiale.Sempre disponibile”, e “mi capisce, mi tratta bene”. Inoltre, “non mi giudica”. I ragazzi definiscono così il loro rapporto, ormai quotidiano, con l'Intelligenza Artificiale. Una comfort zone dove parlare, trovare facili risposte, disponibilità continua, in molti casi sicurezza. È quello che emerge da un sondaggio sul rapporto tra adolescenti e Intelligenza artificiale dal quale emerge anche la funzione di conforto emotivo degli strumenti dell'IA, contenuto nella XVI edizione dell'Atlante dell'Infanzia a rischio in Italia, dal titolo "Senza filtri", diffuso da Save the Children, l'Organizzazione che da oltre 100 anni lotta per salvare le bambine e i bambini a rischio e garantire loro un futuro, a pochi giorni dalla Giornata Mondiale dell'Infanzia e dell'Adolescenza.

Il 58,1% degli utilizzatori dell'IA ha chiesto consigli su qualcosa di serio e di importante per la propria vita (il 14,3% spesso, il 43,8% qualche volta); il 63,5% ha trovato più soddisfacente confrontarsi con uno strumento dell'IA che con una persona reale (il 20,8% spesso, il 42,7% qualche volta); il 48,4% ha condiviso informazioni della sua vita reale.  

Quest'anno l'Atlante ha voluto indagare l'età dell'adolescenza, attraverso un'analisi dei dati e un viaggio in ascolto delle voci di ragazze e ragazzi. Il risultato è una fotografia ricca e complessa, di adolescenti onlife, da una parte consapevoli delle difficoltà della fase che attraversano e alla ricerca di nuove strade e spazi di condivisione, dall'altra a rischio di isolamento. 

Il 41,8% dei ragazzi e delle ragazze tra i 15 e i 19 anni afferma di essersi rivolto a strumenti di Intelligenza artificiale per chiedere aiuto in momenti in cui si sentiva triste, solo/a o ansioso/a. Una percentuale simile, oltre il 42%, per chiedere consigli su scelte importanti da fare (relazioni, sentimenti, scuola, lavoro). Il 92,5% degli adolescenti utilizza strumenti di IA, contro il 46,7% degli adulti. Il 30,9% - quasi un/a ragazzo/a su tre - tutti i giorni o quasi, il 43,3% qualche volta a settimana, solo il 7,5% non la utilizza mai.  

In totale, meno della metà dei ragazzi e delle ragazze (49,6%) mostra un buon livello di benessere psicologico. La vita dei nativi digitali si svolge in una dimensione onlife, in cui non ci sono più barriere tra mondo fisico e virtuale. Il 38% dei 15¬19enni afferma di guardare spesso il cellulare in presenza di amici o parenti - il fenomeno del 'phubbing'  e il 27% si sente nervoso quando non lo ha con sé. Più di uno su 8 è iperconnesso,  cioè risponde ad indicatori che rilevano un profilo di uso problematico di internet  (13%)  e il 47,1% è stato/a vittima di cyberbullismo, un dato in aumento dal 2018, quando le vittime erano il 31,1%. Il 30% ha fatto ghosting, bloccando una persona improvvisamente senza fornire spiegazioni. Il 37% dei 15 -19enni trascorre tempo sui siti porno per adulti, percentuale che sale al 54,5 % nel caso dei ragazzi, rispetto al 19,1% delle ragazze .

Dipendenze digitali. Quanto alla dimensione off-line, un adolescente su due non ha mai visitato mostre o musei nel 2024 (oltre il 60% nel Mezzogiorno), il 21,2% non è mai andato al cinema, il 46,2% non legge libri al di là di quelli scolastici. Il 18,1% non fa nessuna attività fisica, percentuale che sale al 29,2% nel Mezzogiorno. Meno della metà (47,6%) dei giovani tra i 15 e i 24 anni ha fatto una gita o una vacanza di almeno una notte, in Italia o all'estero, rispetto all'81% dei giovani spagnoli e il 90% degli olandesi. 

Sul fronte delle relazioni, gli amici restano per i ragazzi e le ragazze un punto fermo nelle acque incerte dell'adolescenza: più di 8 su dieci sono soddisfatti del loro rapporto con gli amici (il 40% soddisfatti, il 42,5% molto soddisfatti). Pochissimi, solo l'1,6% non sono per nulla soddisfatti. Positiva anche la relazione con i genitori, il 78% se ne dichiara soddisfatto o molto soddisfatto (84% i ragazzi, 73% le ragazze), anche se il 31% dichiara di aver avuto gravi problemi nel rapporto con loro.  

"L'Atlante fotografa le tante, diverse, adolescenze vissute in Italia da una generazione che è stata duramente segnata dall'emergenza Covid, in termini di uso problematico di Internet e di rischi di isolamento, ma che oggi cerca con forza nuovi spazi di protagonismo - ha dichiarato Raffaella Milano, Direttrice del Polo Ricerche di Save the Children - Le disuguaglianze economiche, educative e sociali si fanno più pesanti proprio in questa fase cruciale della crescita, rischiando di compromettere il futuro. È necessario colmare questi divari e garantire a tutti gli adolescenti l'opportunità di studiare, viaggiare, fare sport, sperimentarsi, come loro stessi ci chiedono a gran voce".

Il benessere psicologico: i ragazzi più soddisfatti di sé stessi delle ragazze.
Il 60% degli adolescenti è soddisfatto o molto soddisfatto di sé, con percentuali più elevate tra i ragazzi (71%) rispetto alle ragazze (50%). Quasi uno su 8 ha usato psicofarmaci senza prescrizione nell'ultimo anno, con una percentuale più alta tra le ragazze (16,3%). Un gap di genere che si riscontra anche quando li si interroga sul proprio benessere psicologico: poco più di una ragazza su tre mostra di avere un buon equilibrio psicologico(34%), contro il 66% dei ragazzi, la più ampia differenza di genere rilevata tra tutti i Paesi europei (oltre 30 punti percentuali). In totale, meno della metà dei ragazzi e delle ragazze (49,6%) mostra un buon livello di benessere psicologico.

Le caste in India

In India, la parola “casta” non è solo un termine sociale: è una chiave per comprendere la storia, la cultura e le contraddizioni di un intero Paese.  Il sistema delle caste indiane, nato migliaia di anni fa, definiva il posto di ogni persona nella società: dal lavoro che poteva svolgere fino a chi poteva sposare. Oggi, sebbene la legge vieti ogni forma di discriminazione basata sulla casta, le sue tracce restano visibili nella vita quotidiana, soprattutto nelle zone rurali.
Le origini del sistema risalgono ai testi sacri dell’induismo, che suddividevano la società in quattro grandi gruppi chiamati varna:

  •     Brahmana, i sacerdoti e gli studiosi;
  •     Kshatriya, i guerrieri e governanti;
  •     Vaishya, i commercianti e artigiani;
  •     Shudra, i lavoratori e servitori.

Al di fuori di questa gerarchia si trovano i Dalit, un tempo definiti anche “intoccabili”: coloro che per secoli sono stati esclusi dai diritti fondamentali e costretti ai lavori più umili.

Nel sistema tradizionale, nascere in una casta significava ereditare un mestiere, un ruolo e una posizione sociale. Il destino era scritto fin dalla nascita, e difficilmente si poteva cambiare.
Oggi, con l’espansione dell’istruzione e la crescita delle città, molte di queste barriere si stanno indebolendo, ma in molte aree rurali le caste restano un riferimento importante nella vita comunitaria, nei matrimoni e nella politica locale. 

La discriminazione di casta è ancora una realtà per milioni di persone. I Dalit e le popolazioni tribali (Adivasi) affrontano esclusione sociale, violenze e difficoltà di accesso a scuola, lavoro e sanità. Il governo indiano ha introdotto leggi severe contro la discriminazione e programmi di inclusione — come le quote riservate per le caste svantaggiate — ma le disuguaglianze restano radicate, soprattutto nelle zone più povere.

Nel corso del Novecento, figure come Mahatma Gandhi e B. R. Ambedkar hanno segnato la storia della lotta contro il sistema delle caste. Gandhi parlava di Harijan, i “figli di Dio”, invitando a superare la logica della purezza e dell’intoccabilità. Ambedkar, invece, chiedeva una rottura netta e una nuova India fondata sull’uguaglianza dei diritti.  Grazie anche a queste battaglie, la Costituzione del 1950 ha abolito ufficialmente le caste come base di discriminazione, almeno sul piano legale.
Il sistema delle caste, anche se nasce in India, non si ferma ai confini del Paese. Oggi milioni di persone di origine indiana vivono e lavorano all’estero: non solo in Europa o negli Stati Uniti, ma anche nei Paesi del Golfo come Emirati Arabi Uniti, Qatar e Oman.  In questi contesti, le antiche divisioni sociali possono riaffiorare in forme più sottili, per esempio nella scelta dei partner o dei matrimoni, che in molte famiglie restano combinati per casta o per comunità d’origine. Allo stesso modo, alcune gerarchie sociali si riflettono ancora nei rapporti di lavoro, specialmente tra i migranti impiegati nei settori meno tutelati.
Le nuove generazioni di migranti indiani, però, stanno iniziando a portare un cambiamento e a vivere in contesti multiculturali, facendo scelte anche fuori dalle tradizioni.

L’India contemporanea è un Paese in rapido cambiamento, dove urbanizzazione, istruzione e movimenti giovanili stanno sfidando i confini tradizionali delle caste. Le nuove generazioni, soprattutto nelle città, mostrano una crescente apertura verso relazioni e carriere indipendenti dall’origine familiare. Un futuro realmente privo di caste resta una sfida complessa, ma anche un obiettivo condiviso da chi immagina un’India più equa e inclusiva. Superare le caste significa non solo cambiare leggi, ma trasformare mentalità, tradizioni e abitudini radicate da secoli.

Due vie dell'Uno - Vittorio Marchi e Federico Faggin

Vittorio Marchi e Federico Faggin sono due fisici italiani che, pur partendo da percorsi diversi, convergono nel superamento del materialismo scientifico, proponendo una visione in cui la coscienza è una realtà primaria e unitaria.    Entrambi esplorano il legame tra fisica quantistica e spiritualità, vedendo l'Uno (la coscienza)  ✦  alla base dell'universo.   
 Entrambi parlano di coscienza, di unità, di realtà non riducibile alla materia. Eppure, la loro prospettiva nasce da due sponde diverse dello stesso oceano.

Marchi parla da dentro l’Uno, come un mistico che ha già dissolto la separazione. Partendo dal “sapere interiore”, lo usa per dissolvere la scienza. Non cerca, non dimostra, non costruisce ponti.
Per lui la coscienza non “appartiene” a un essere umano: è ciò che tutto è.
La materia, il tempo, il pensiero — sono onde che sorgono e svaniscono nella stessa coscienza che le osserva.      Non c’è evoluzione, ma solo ricordo.  Ricordo che l’onda non è mai stata separata dal mare.
Marchi dissolve i confini: “Non c’è nulla da raggiungere, sei già l’Essere che cerchi.”  Parla la lingua dell’energia, della risonanza e dell’esperienza diretta: la sua frequenza è pura, immediata, senza mediazioni.

Faggin parla verso l’Uno, come uno scienziato che sta costruendo un ponte tra due mondi. Parte dalla scienza e cerca di includervi lo spirito. Cerca di mostrare che la coscienza non è un prodotto del cervello, ma la sua sorgente invisibile. Vuole unire conoscenza e esperienza, logica e amore, fisica e spirito.
Per lui la vita è un viaggio di evoluzione della coscienza, un cammino verso la piena consapevolezza di sé come parte del Tutto.  Per Faggin: “Ogni esperienza è un passo del Divino che si scopre nel mondo.” Porta avanti una costruzione concettuale e scientifica affascinante, che rischia però di allontanare dalla percezione immediata dell’Uno; della la realtà così com’è.

Punti di Convergenza.   Entrambi sostengono che la scienza moderna stira verso una comprensione olistica in cui il creatore e il creato sono la stessa cosa. Vedono l'Universo come una manifestazione della coscienza, unendo fisica e misticismo orientale. Contestano l'idea che la realtà sia fatta solo di materia inerte, attribuendo un ruolo centrale al "Sè" o all'Uno. 
Entrambi ricordano che la realtà non finisce dove finisce la nostra percezione: una ci invita a ritornare a Casa, l’altra a costruirla qui.
Entrambi possono aiutarci, in base alla nostra frequenza attuale, a acquisire maggiore consapevolezza e ad avvicinarci a un reale risveglio.
________ 

Vittorio Marchi (1937–2021) è stato insegnante di fisica e ricercatore indipendente, noto per i suoi studi sul legame tra scienza e spiritualità. Marchi parlava "da dentro l'Uno", concentrandosi sulle potenzialità della coscienza e della macchina umana.Sosteneva che la materia, il tempo e il pensiero siano onde che sorgono e svaniscono nella stessa coscienza. 
Opere chiave: L'Uno detto Dio, La Scienza dell'Uno, Mirjel, il Meraviglioso Uno.

Federico Faggin (1941) è un fisico, inventore del primo microprocessore (Intel 4004) e imprenditore, protagonista della rivoluzione della Silicon Valley. Dopo una carriera nel silicio, si è dedicato allo studio della consapevolezza, fondando la Federico and Elvia Faggin Foundation. Propone che la coscienza non sia un prodotto del cervello, ma una realtà fondamentale e irriducibile, che precede la materia e lo spazio-tempo. 
Opere chiave: Silicio, Irriducibile, Oltre l'invisibile.

Programma C.A.L.M.E.

Programma C.A.L.M.E.    Un metodo per fare fronte allo stress e all'ansietà, in modo diverso...

  • comprendre ce qui se passe en vous
  • acceuilir vos émotions
  • libérer la tension qui s'accumule dans votre corps
  • maitriser vos reactions sous pression
  • entratenir une confiance en vous plus solide.

 https://go.mentorshow.com/live/replays-faire-face-au-stress-et-a-lanxiete

La méthode pour rester maître de soi quand le stress et l’anxiété montent – et retrouver confiance en soi même quand l’émotion devient trop forte.   

Vedi anche questi siti:

 Métamorphose di Anne Ghesquière -   https://www.metamorphosepodcast.com/

 Podcast di Fabrice Midal.   https://www.fabricemidal.com/podcast-dialogues 

Lama Michel

Lama Michel Tulku Rinpoche (nato in Brasile, nel 1981) è un importante maestro del buddhismo tibetano contemporaneo. Nato in una famiglia benestante di origini ebraico-cristiane, ha saputo integrare la sua formazione occidentale con la profonda filosofia orientale. 


All'età di 5 anni incontrò Lama Gangchen Rinpoche, che lo riconobbe come un Tulku, ovvero la reincarnazione di un maestro buddhista. A 12 anni decise di intraprendere la vita monastica, trasferendosi in India per studiare presso l'università monastica di Sera Me per dodici anni.  Alla scomparsa di Lama Gangchen nel 2020, ha assunto la guida del lignaggio NgalSo Ganden Nyengyu e di numerosi centri nel mondo. Vive principalmente in Italia ad Albagnano (sul Lago Maggiore), dove guida l'Albagnano Healing Meditation Centre. Si dedica alla divulgazione del buddhismo in modo accessibile alla società moderna, partecipando spesso a conferenze, programmi radiofonici e pubblicando libri (come "Dove vai così di fretta?").

Tiene corsi di meditazione ad Albagnano e On Line.   Vedi Link: 

  •  https://www.youtube.com/watch?v=FKpoMW1CKjc
  •  https://kunpen.ngalso.org/maestri-e-insegnanti/
  •  https://kunpen.ngalso.org/

Patanjali, storia di uno yogi - Alessandro Varani

"Patañjali - Storia di uno yogi" è un romanzo di Alessandro Varani pubblicato nel 2024. Alessandro Varani è un allievo di Chandra Klee - allieva diretta di Krishnamacharia.  L'opera non è un saggio tecnico, ma un romanzo di formazione che ricostruisce, tra realtà storica e immaginazione letteraria, la vita di Patanjali, il leggendario saggio indiano considerato il "padre" dello yoga classico.  

Il racconto segue Patanjali dall'infanzia all'età adulta, descrivendo il suo percorso per diventare un maestro e la sua evoluzione umana e spirituale.
La storia è ambientata tra il III e il II secolo a.C., in un'India al culmine del suo splendore che iniziava a mostrare i primi segni di decadenza.  Malgrado le prove a cui la vita lo sottopone, Patañjali riesce a portare a compimento un esemplare cammino di perfezionamento umano e spirituale. Ogni capitolo si apre con un sutra, collegando la narrazione agli insegnamenti degli Yoga Sutra.  Varani esplora le emozioni umane del saggio, inclusi i suoi rapporti affettivi e le prove personali, paralleli alla sua ascesa spirituale. Il libro culmina con l'esperienza di Patañjali nella grotta del "Maestro Beato", dove sperimenta le più segrete e profonde tecniche yogiche, che ispireranno la scrittura del suo testamento filosofico e spirituale: gli Yoga-Sûtra.

Alla narrazione affascinante dei fatti immaginari, Alessandro Varani accompagna i preziosi insegnamenti dello Yoga, offrendo un duplice livello di lettura in grado di soddisfare sia un pubblico generalista che i suoi praticanti.   

Breve cronologia:

  • Patanjali II-II secolo A.C.   maestro yoga, grammatico, esperto di ayurveda,  
  • Yoga sutra, Yoga darshana. Lo yoga da tradizione mistica diventa un sistema filosofico,
  • I sei sistemi filosofici; Samkhya, Yoga, Vesnata, Mimamsa,  Nyaya, Vaisesika.
  • Taoismo Lao Tse, Jainismo Mahavira  - VI secolo a.C. 
  • Buddhismo VI-V secolo a.C. 
  • Buddha muore 480 a.C,  nasce  560 a.C. , ha vissuto 80 anni 
  • Bagvad Gita è scritta  tra il V e II secolo a.C.  

Indra Devi: La Donna dei Tre Secoli che ha portato lo Yoga a Hollywood.

Esistono vite così dense che sembrano appartenere alla letteratura più che alla realtà. Quella di Indra Devi è una di queste. Nata Eugenia Peterson nel 1899 in Lettonia e scomparsa nel 2002 a 103 anni, ha attraversato tre secoli, due guerre mondiali e rivoluzioni culturali, diventando la "First Lady dello Yoga" in Occidente.    
Dalle corti della Russia imperiale ai set di Bollywood, fino alle colline di Hollywood: ecco l'incredibile viaggio di una donna che ha osato percorrere il proprio sentiero personale.


Figlia di un banchiere svizzero e di un’aristocratica russa, Eugenia cresce tra teatri e cabaret, fuggendo dalla Rivoluzione Russa per approdare nella Berlino degli anni '20. Ma la sua anima è inquieta. La svolta arriva nel 1926 quando, folgorata da un discorso di Jiddu Krishnamurti, decide di abbandonare tutto — incluso un fidanzato pronto a sposarla — per seguire il richiamo dell'India.
In India la sua vita esplode in mille direzioni: diventa una stella del cinema di Bollywood con il nome di Indra Devi, frequenta Tagore e visita l’ashram di Gandhi. Eppure, sente che manca ancora qualcosa.
L'incontro con il Maestro: Krishnamacharya
La vera trasformazione avviene a Mysore. Qui sfida le convenzioni del tempo chiedendo di essere ammessa alla scuola di Krishnamacharya, il padre dello yoga moderno. La risposta iniziale è netta: "Non ho mai insegnato a una donna, tantomeno straniera".
Solo l’intervento del Maharaja in persona convince il Maestro ad accettarla. Indra si sottopone a una disciplina ferrea: sveglia all'alba, dieta spartana e ore di pratica intensa. Impara le asana più complesse e, quando deve lasciare l'India, riceve dal suo Maestro un compito preciso: diventare la sua ambasciatrice nel mondo.

Dopo aver insegnato a Shanghai durante l'occupazione giapponese, Indra approda a Los Angeles. Negli anni '40 e '50 lo yoga era visto con sospetto, ma Indra lo trasforma in un fenomeno di costume.
Nel suo studio su Sunset Strip passano le leggende del cinema:

  •     Greta Garbo e Gloria Swanson diventano sue allieve.
  •     Marilyn Monroe si avvicina alla disciplina grazie a lei.
  •     Aldous Huxley trova sollievo nei suoi insegnamenti.

Indra intuisce che per l'America lo yoga deve essere presentato come uno strumento di salute e bellezza ("Forever Young, Forever Healthy"), rendendolo accessibile a tutti.

Con il passare degli anni, la sua visione si evolve. Se inizialmente promuoveva lo yoga come "fitness", l'assassinio di Kennedy nel 1963 la spinge verso una dimensione più spirituale. Lo yoga diventa per lei una missione di pace. Viaggia in Vietnam, incontra il Papa, il Dalai Lama e Indira Gandhi. Diventa una devota seguace di Sai Baba, portando a lui persino John Lennon e Yoko Ono.

A 80 anni, quando molti si ritirano a vita privata, Indra inizia un nuovo capitolo in Argentina. Diventa un'icona nazionale, riempie i teatri aprendo i concerti rock con preghiere e asana, e fonda la sua fondazione a Buenos Aires.
Indra Devi non ha solo insegnato posizioni fisiche; ha dimostrato che lo yoga è uno strumento di resilienza. Come amava dire: "La felicità arriva solo a coloro che osano percorrere il loro sentiero personale".  Le sue ceneri oggi riposano nel Rio de la Plata, disperse tra i fiori acquatici, lasciandoci in eredità un ponte tra Oriente e Occidente che continua a ispirare milioni di praticanti in tutto il mondo.  Biografie: 

  •  Autobiografia in spagnolo pubblicata nel 1999, scritta allo scoccare dei 100 anni: Una mujer de tres siglos (La donna di tre secoli).  
  • The Goddess Pose. The Audacious Life of Indra Devi, the Woman Who Helped Bring Yoga to the West di Michelle Goldberg (La posizione della Dea. L’audace vita di Indra Devi, la donna che contribuì a portare lo yoga in Occidente.  

Chandra Klee: Il Cuore della Tradizione di Krishnamacharya in Italia

Nel panorama dello yoga contemporaneo, esistono figure che non cercano la ribalta dei social media, ma che custodiscono con umiltà e rigore un’eredità inestimabile. Una di queste è senza dubbio Chandra Cuffaro Klee (1933 - ).
Studentessa diretta di T.K.V. Desikachar e testimone oculare dell'insegnamento del leggendario T. Krishnamacharya, Chandra ha dedicato oltre quarant’anni alla diffusione di uno yoga autentico, cucito su misura per l’essere umano. 

Nata in Svizzera nel 1933, la vita di Chandra prende una direzione decisiva nel 1951, quando si trasferisce a Chennai, in India. Immersa nella cultura e nell'arte antica, insegna per anni presso il rinomato istituto Kalakshetra, fondato da Rukmini Devi, lo stesso luogo dove Shri T. Krishnamacharya teneva le sue lezioni di yoga. Questa profonda immersione artistica e spirituale culminerà nel 1995 con la pubblicazione del suo libro "The Mystery of Art", un'opera che esplora le connessioni sottili tra estetica e spirito.
Quando Chandra si stabilisce in Italia, porta con sé un approccio rivoluzionario per l'epoca: la pratica del Viniyoga.
Mentre molti stili si concentravano (e si concentrano tuttora) sulla performance fisica della posa (asana), Chandra ha introdotto concetti fondamentali che oggi diamo per scontati, ma che allora erano pionieristici:
    L'adattamento individuale: Lo yoga non è un modello fisso a cui l'allievo deve conformarsi, ma una disciplina che deve adattarsi ai bisogni, all'età e alla salute di chi la pratica.
    Il respiro come guida: Il movimento non è mai fine a se stesso, ma è il respiro a generare e sostenere l'azione.
    Il recupero dei testi classici: Chandra ha il merito di aver riportato al centro lo studio degli Yoga Sutra di Patanjali, testi che all'epoca erano spesso trascurati dai praticanti occidentali a favore della sola ginnastica.

Oltre alla pratica fisica, Chandra Klee è una delle rarissime insegnanti in Italia abilitata alla trasmissione del Canto Vedico (Veda Chanting), appreso in anni di studio con Desikachar e sua moglie Menaka. Il suono e la vibrazione diventano, nel suo insegnamento, strumenti potenti di meditazione e guarigione.
La sua competenza è certificata dalla Krishnamacharya Health & Yoga Foundation (KHYF) anche per lo Yoga Cikitsa (Yoga Terapia), l'applicazione terapeutica dello yoga per sostenere le persone nel loro percorso di guarigione fisica e interiore.

Attraverso l’associazione Yogakshetram e la storica rivista "Viniyoga in Italia", Chandra ha formato generazioni di insegnanti, molti dei quali oggi guidano centri importanti in tutta la penisola.
Oggi, nella pace di Campagnano, vicino a Roma, Chandra continua a essere un punto di riferimento. Per chi ha cercato a lungo uno yoga che non sia solo esercizio, ma un "sostegno e una guida per un approfondimento reale", le sue parole e la sua presenza rimangono una fonte pura e inesauribile di saggezza.
È stata autorizzata direttamente da Desikachar a formare nuovi insegnanti. Ha intrapreso un percorso ininterrotto di oltre 40 anni nella stessa tradizione. La sua capacità principale è quella di trasformare la vita degli studenti attraverso le lezioni individuali.

Le opere e i riferimenti principali:
    The Mystery of Art (1995): questo testo esplora il legame indissolubile tra l'espressione artistica e la dimensione spirituale dell'India antica.
    Viniyoga in Italia: Anche se la rivista ha cessato le pubblicazioni nel 2014, i suoi numeri restano una miniera d'oro per lo studio dell'applicazione del metodo di Desikachar nel contesto occidentale.
Sito:        https://yogadarshana.wordpress.com/i-maestri/       https://chandraklee.it/#insegnante

Suor Gemma Vitiello: Lo Yoga come Ponte tra Fede e Libertà

Può una suora cattolica essere una maestra di Yoga? Per molti la risposta è una sorpresa, per altri un paradosso. Eppure, la storia di Suor Gemma Vitiello (aprile 1925 - giugno 2017) ci insegna che quando la spiritualità è autentica, non conosce confini dogmatici, ma solo spazi di accoglienza. Suor Gemma  ha esaltato il dialogo interreligioso ed è stata una pioniera di una spiritualità inclusiva.
Attraverso il suo insegnamento, Suor Gemma ha dimostrato che lo Yoga non è una minaccia per la propria identità religiosa, ma uno strumento per irrigare il deserto dell'anima.
 
venezia gennaio 2009 050 

La caratteristica straordinaria di Suor Gemma era la sua capacità di essere profondamente cristiana e totalmente laica allo stesso tempo. Nelle sue classi, Cristo e Dio erano nominati con la naturalezza di chi ama, ma senza mai diventare un obbligo per gli altri. 
Il paradosso è affascinante: in un mondo dove spesso lo Yoga stesso viene trasformato in una nuova "religione" rigida, Suor Gemma offriva uno spazio di libertà assoluta. Attorno ai suoi tappetini si ritrovavano:     Cristiani che cercavano una via corporea alla preghiera;     Ebrei, atei e agnostici che cercavano pace e benessere;     Cercatori spirituali stanchi delle forme precostituite.
Tutti si sentivano accolti. Nessuno si sentiva "diverso", perché l’accoglienza di Gemma non dipendeva dall'appartenenza, ma dall'essere umani.

Suor Gemma portava con sé una provocazione sana: perché rinnegare le proprie radici geografiche e culturali per inseguire esotismi lontani? Il suo esempio era un invito a riscoprire il buono della propria tradizione, vivendola però con lo spirito aperto dello Yoga.
Il suo obiettivo non era il proselitismo, ma una lotta contro l'aridità del cuore. Voleva che nei suoi allievi si aprisse uno spiraglio di luce, affinché nessuno "morisse come un deserto". E se proprio deserto doveva essere, che fosse quello dei mistici: fatto di silenzio, spazio e fascino, non di vuoto spirituale.

L'aspetto più intimo della sua eredità emerge nel rapporto con i suoi allievi più cari e, in particolare, nel legame con la nipote, con cui ha condiviso l'inizio del cammino. Nonostante i percorsi si fossero poi divisi per seguire linguaggi diversi — l'una con i nomi di Dio e dei Santi, l'altra con il silenzio della forma pura — la loro intesa è rimasta intatta.
Suor Gemma aveva capito una verità che molti maestri dimenticano: non contano i nomi o le forme, conta la luce accesa nel fondo dell'anima. La sua fiducia non si basava sulla condivisione di un vocabolario religioso, ma sul riconoscimento di una comune "adesione alla vita" e verso gli altri.
 
Suor Gemma ci lascia l'idea che lo Yoga sia una disciplina della presenza. Ci ha insegnato a stare di fronte agli altri senza paura, con tutta l'energia che abbiamo dentro, portando avanti la nostra verità con gentilezza. In un mondo dello Yoga popolato da troppi "sedicenti guru", la figura di questa suora che praticava asana ci ricorda che la vera santità e la vera maestria risiedono nella capacità di far sentire l'altro, chiunque egli sia, pienamente a casa.
Come diceva Suor Gemma, l'importante è non lasciar inaridire il cuore

Vandana Shiva

«Nel mondo c’è quanto basta per le necessità dell’uomo, ma non per le sue avidità» -Gandhi
«Vivere con meno è il nostro risarcimento» - Vandana Shiva.

Vandana Shiva (1952 - ) è un'attivista politica e ambientalista indiana, si è battuta per cambiare pratiche e paradigmi nell'agricoltura e nell'alimentazione; si è occupata anche di questioni legate ai diritti sulla proprietà intellettuale, alla biodiversità, alla bioetica, alle implicazioni sociali, economiche e geopolitiche connesse all'uso di biotecnologie, ingegneria genetica e altro. È tra i principali leader dell'International Forum on Globalization, ed è vegetariana. Nel 1993 ha ricevuto il Right Livelihood Award.  E' considerata la teorica più nota dell’ecologia sociale. È conosciuta grazie al successo di Monocolture della mente (1995), un best-seller in tutto il mondo, e in Italia anche grazie al documentario del 2009 di Ermanno Olmi, Terra Madre, che mostra la raccolta del riso, nei pressi della fattoria Navdanya nella valle del Doon, dove sono custoditi i semi delle varietà locali di riso, tramandati di generazione in generazione. Lei nasce non lontano da lì, in una città dell’Uttar Pradesh, nelll’India del Nord-est. La famiglia è “progressista”, impegnata nella lotta gandiana per il superamento delle caste nell’India; la cultura e l’attenzione per i diritti civili e sociali sono di casa.

 

Il padre è una guardia forestale e la madre una maestra di scuola diventata contadina dopo la sanguinosa guerra di partizione tra India e Pakistan nel 1947-1948. La casa dei genitori è frequentata da intellettuali e discepoli del Mahatma Gandhi. Vandana, quindi, sin da piccola critica il sistema delle caste e viene educata alla parità dei sessi.   L’infanzia di Vandana non è solo cultura, ma anche contatto diretto con la terra; trascorre la sua infanzia tra le foreste del Rajahstan e la fattoria gestita dalla madre, subendo fin da piccolissima il fascino e la maestosità della natura.
Sempre grazie alla famiglia, Vandana può frequentare la scuola e il collegio cattolico di Dehra Dun e, dopo il diploma in fisica, dal 1970 l’università di Guelph, in Canada, dove consegue la laurea in filosofia della scienza, e poi quella del Western Ontario per il dottorato sui concetti filosofici della meccanica quantistica nel 1979.
Vandana torna in patria, a Bangalore, come ricercatrice in politiche agricole ed ambientali all’Indian Institute of Sciences, e all’Indian Institute of Management.
Nel 1982 Vandana torna a Dehra Dun dove crea la Fondazione per la scienza, la tecnologia e l’ecologia, un istituto indipendente di ricerca, proprio mentre nella valle si diffonde il movimento Chipko, delle donne contro la distruzione delle foreste da cui traggono sostentamento. Nell’Uttar Pradesh, sono evidenti le conseguenze della “rivoluzione verde”, dei fertilizzanti e delle varietà selezionate di semi: la resa è aumentata insieme alle estensioni coltivate a monocoltura, al degrado del suolo e delle acque, alle espropriazioni “facili” (la riforma agraria promessa da Nehru nel giorno dell’Indipendenza non è ancora iniziata). Ne sono vittime prima di tutto le donne, senza diritti men che meno di proprietà, le cui antiche pratiche sono meno produttive ma più rispettose degli ecosistemi, scrive in Staying Alive (1988). È il primo di oltre venti saggi, seguito sullo stesso tema nel 1990 dal rapporto sulle contadine indiane per conto della FAO, e da Eco-feminismo con Maria Mies, in cui scrivono: «Le donne non riproducono solo se stesse, ma formano un sistema sociale e dalla loro creatività proviene quello che io chiamo eco femminismo. Le donne sono le depositarie di un sapere originario, derivato da secoli di familiarità con la terra, un sapere che la scienza moderna baconiana e maschilista ha condannato a morte».

Nel 1991 Vandan Shiva fonda Navdanya (in hindi “nove semi”), il movimento che con altri sorti in tutto il mondo è presente al vertice di Rio de Janeiro nel 1992 dal quale nascono i primi accordi internazionali per la protezione della biodiversità e per la repressione della biopirateria. Da quel momento la difesa dei semi autoctoni contro le multinazionali che cercano di rivendicare come loro “proprietà intellettuale” varietà agricole selezionate nei secoli da comunità locali, diventa il maggior impegno di Vandana Shiva.

Quei “nove semi” rappresentano le nove coltivazioni da cui dipendono la sicurezza e l’autonomia alimentare dell’India. Il nome, dice Vandana Shiva, le è venuto in mente osservando un contadino che in un unico pezzo di terreno aveva piantato nove tipi di semi diversi. Oggi Navdanya conta circa 70 mila membri, donne per lo più, che praticano l’agricoltura organica in 16 stati del paese, una rete di 65 “banche dei semi” che conservano circa 6.000 varietà autoctone, e la Bija Vidyapeeth o Scuola del Seme che insegna a “vivere in modo sostenibile”.
Durante le riprese del documentario Terra Madre sopra citato, Maurizio Zaccaro ha realizzato un film documentario dal titolo "Nove semi" dove la stessa Vandana Shiva racconta l’esperienza della sua fondazione.

Ma Navdanya non è l’unico impegno di Vandana, che interviene nelle conferenze internazionali, viaggia in Africa, in Europa, in America Latina e in altri paesi asiatici, e dal 1996 partecipa in tutto il mondo alle lotte contro gli organismi geneticamente modificati, la crescita ad ogni costo, l’ingiusta ripartizione delle risorse e altri mali della globalizzazione. «Il cosiddetto sviluppo economico - scrive - anziché risolvere i problemi, rispondendo ai bisogni essenziali del mondo e della popolazione, minaccia la sopravvivenza del pianeta e degli esseri viventi che lo abitano. Questa apparente crescita economica, infatti, non ha creato nient’altro che disastri ambientali ed ha provocato un forte indebitamento dei paesi in via di sviluppo che, per creare delle basi adeguate per la loro crescita, tolgono risorse alla scuola e alla salute pubblica».

Consulente per le politiche agricole di numerosi governi, in Asia e in Europa (anche della regione Toscana), membro di decine di direttivi in altrettanti organismi internazionali, premiata più volte all’anno dal 1993, vive in parte nell’ambiente cosmopolita delle Nazione Unite e in parte nel mondo rurale indiano al quale è ancorata da Navdanya,
Le battaglie più notevoli vinte da Vandana, sono state contro le multinazionali che avevano ottenuto i brevetti del neem, del riso Basmati e del frumento Hap Nal. Questi ultimi due sono anche prodotti d’esportazione e paradossalmente, se i brevetti non fossero stati revocati, gli agricoltori indiani avrebbero dovuto pagare royalties alle società americane RiceTec e Monsanto, su ogni partita venduta all’estero.
Per questo suo enorme impegno a favore della popolazione indiana e per la sua lotta a favore dell’ambiente, Vandana Shiva nel 1993 è stata premiata con il “Right Livehood Award”, detto il Nobel per la pace alternativo.
Le resta da vincere la lotta contro gli Ogm e più in generale contro le monoculture e i loro oligopoli:
«Oggi siamo testimoni di una concentrazione senza precedenti del controllo del sistema agroalimentare internazionale in cui convergono essenzialmente tre aspetti: il controllo dei semi, il controllo dell'industria chimica, il controllo delle innovazioni biotecnologiche attraverso il sistema dei brevetti. Il diritto al cibo, la libertà di disporre del cibo è una libertà per la quale la gente dovrà lottare come ha lottato per il diritto al voto. Solo che non vivi o muori sulla base del diritto al voto, ma vivi o muori sulla base del rifiuto del diritto di disporre di cibo».

Intanto, nel settembre 2011 l’India ha denunciato la Monsanto per bioterrorismo.
Vandana Shiva propone il ritorno alla tradizione vedica in un periodo di forti tensioni con la minoranza musulmana. Molte giovani agronome hanno lasciato Navdanya per fondare movimenti simili, ma non confessionali.
Attualmente Vandana è la vicepresidente di Slow Food e collabora con «La Nuova Ecologia», la rivista di Legambiente.
Fonti, risorse bibliografiche, siti su Vandana Shiva

  • Terra Madre. Sopravvivere allo Sviluppo, UTET 2002
  • Monoculture della mente. Biodiversità, biotecnologia e agricoltura scientifica, 1995
  • Biopirateria. Il saccheggio della natura e dei saperi indigeni, 1999
  • Vacche sacre e mucche pazze. Il furto delle riserve alimentari globali, DeriveApprodi 2001
  • Campi di battaglia. Biodiversità e agricoltura industriale, Edizioni Ambiente, 2001
  • Il mondo sotto brevetto, 2002
  • Le guerre dell'acqua, Feltrinelli 2004
  • Le nuove guerre della globalizzazione, UTET 2005
  • Il bene comune della terra, Feltrinelli 2006
  • Dalla parte degli ultimi. Una vita per i diritti dei contadini, Slow Food 2008
  • India spezzata, Milano, il Saggiatore 2008
  • Ritorno alla terra, Fazi Editore 2009
  • Campi di battaglia, Edizioni Ambiente 2009

Filografia: 

  • L’economia della felicità, di Helena Norberg-Hodge, Steven Gorelick, John Page. Con Vandana Shiva. 2011.
  • Terra Madre, di Ermanno Olmi. Con Vandana Shiva. Documentario, Italia, 2009
  • Nove Semi (L’India di Vandana Shiva), di Maurizio Zaccaro, Documentario, Italia, 2009
  • Il mondo secondo Monsanto, di Marie-Monique Robin. Le Monde selon Monsanto, 2008

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