mercoledì 5 agosto 2026

Carl Gustav Jung: la struttura della psiche e il cammino dell'individuazione

Tra i grandi pensatori del Novecento, Carl Gustav Jung (1875-1961) occupa una posizione del tutto particolare. Psichiatra svizzero, fondatore della psicologia analitica, egli propose una visione della mente umana che supera i confini della psicologia clinica per abbracciare la filosofia, l'antropologia, la storia delle religioni, la mitologia e il simbolismo. Se Sigmund Freud aveva posto al centro della ricerca l'inconscio individuale e il ruolo delle pulsioni, Jung ampliò enormemente questo orizzonte, sostenendo che la psiche custodisce una dimensione molto più vasta, comune all'intera umanità: l'inconscio collettivo.
L'interesse di Jung non era limitato alla cura delle malattie mentali. Egli cercò di comprendere il significato più profondo dell'esistenza umana e il processo attraverso il quale una persona può diventare realmente se stessa. La sua psicologia è quindi, al tempo stesso, una teoria della mente e una filosofia della crescita interiore, nella quale la sofferenza, il sogno, il simbolo e perfino la crisi esistenziale assumono un valore trasformativo.  

La struttura della psiche. Secondo Jung la psiche non è un'entità semplice, ma un sistema complesso formato da diversi livelli che interagiscono continuamente. L'essere umano non coincide con il proprio Io cosciente: ciò che percepiamo come la nostra identità rappresenta soltanto una piccola parte di una realtà psichica molto più ampia.
Al centro della coscienza troviamo l'Io (Ego), ossia il nucleo dell'identità personale. L'Io organizza le percezioni, i ricordi, i pensieri e le decisioni, permettendo all'individuo di orientarsi nella vita quotidiana. È il punto dal quale diciamo "io penso", "io sento", "io voglio". Tuttavia, per Jung, l'Io non governa l'intera personalità: è soltanto il centro della coscienza, non il centro della psiche.
Gran parte della nostra vita mentale rimane infatti inconscia. Desideri dimenticati, ricordi rimossi, emozioni represse, intuizioni, immagini simboliche e tendenze profonde agiscono continuamente senza che ce ne rendiamo conto. L'Io tende spesso a credersi padrone della personalità, ma in realtà rappresenta solo una piccola isola che emerge dall'immenso oceano dell'inconscio.

La Persona. Per vivere in società ogni individuo sviluppa quella che Jung definisce la Persona. Il termine deriva dal latino persona, la maschera utilizzata dagli attori del teatro antico. La Persona è la maschera sociale che ciascuno indossa per adattarsi alle aspettative dell'ambiente. Essere medico, insegnante, sacerdote, genitore o imprenditore significa assumere ruoli che comportano determinati comportamenti e modi di presentarsi agli altri. La Persona svolge quindi una funzione positiva: permette l'integrazione sociale e rende possibile la convivenza.
Il problema nasce quando l'individuo finisce per identificarsi completamente con la propria maschera. Chi coincide totalmente con il proprio ruolo perde il contatto con la propria interiorità. Il professionista diventa soltanto la sua professione, il religioso soltanto la sua funzione, il politico soltanto il proprio personaggio pubblico. La vita autentica viene sostituita dalla rappresentazione.
Per Jung una personalità equilibrata utilizza la Persona come uno strumento, senza lasciarsene dominare.

Dietro la Persona si trova uno degli archetipi più importanti della psicologia junghiana: l'Ombra. L'Ombra comprende tutti gli aspetti della personalità che l'Io rifiuta di riconoscere. Vi appartengono impulsi aggressivi, paure, desideri, emozioni inaccettabili, ma anche qualità positive che, per varie ragioni, non sono state sviluppate.
Ogni educazione seleziona infatti ciò che è socialmente accettabile e ciò che deve essere represso. Il bambino impara presto quali comportamenti vengono premiati e quali condannati. Le caratteristiche incompatibili con l'immagine ideale di sé vengono così spinte nell'inconscio.
L'Ombra non scompare. Continua invece ad agire indirettamente, manifestandosi nei sogni, nelle emozioni incontrollate, nei lapsus, nelle proiezioni e nei conflitti con gli altri. Spesso attribuiamo agli altri proprio quei difetti che non riusciamo ad accettare in noi stessi. Per Jung il confronto con l'Ombra rappresenta uno dei passaggi fondamentali della maturazione psicologica. Non significa lasciarsi dominare dagli impulsi oscuri, ma riconoscerli, comprenderli e integrarli nella coscienza.

L'Anima e l'Animus.  Tra gli archetipi più originali elaborati da Jung figurano l'Anima e l'Animus. 
L'Anima rappresenta l'immagine archetipica del femminile presente nell'uomo, mentre l'Animus rappresenta l'immagine del maschile presente nella donna.
Questi archetipi non riguardano semplicemente il genere biologico, ma indicano le componenti psicologiche complementari della personalità. L'Anima è collegata al mondo dei sentimenti, dell'intuizione, della creatività, dell'immaginazione e della relazione. L'Animus esprime invece la capacità di riflessione, di discernimento, di decisione e di orientamento razionale.
Quando queste dimensioni rimangono inconsce, vengono facilmente proiettate sulle persone amate. L'innamoramento assume allora un'intensità straordinaria, perché il partner viene inconsciamente investito delle immagini archetipiche custodite nella psiche. Con il tempo, tuttavia, la realtà dissolve inevitabilmente tali proiezioni.  La maturità psicologica consiste nel riconoscere che quelle qualità appartengono anzitutto al proprio mondo interiore.

L'inconscio personale. L'inconscio personale comprende tutti i contenuti dimenticati, rimossi o temporaneamente esclusi dalla coscienza. Ricordi infantili, esperienze traumatiche, emozioni represse, desideri irrealizzati continuano a esercitare una profonda influenza sul comportamento.
Freud aveva già individuato questa dimensione, ma Jung ne amplia il significato. L'inconscio personale non contiene soltanto conflitti patologici; custodisce anche potenzialità creative ancora inesplorate. Molte intuizioni artistiche, scientifiche o spirituali emergono proprio da questo livello della psiche.
L'inconscio comunica attraverso il linguaggio simbolico dei sogni, delle fantasie e delle immagini spontanee.

L'inconscio collettivo. L'intuizione più innovativa di Jung riguarda però l'esistenza dell'inconscio collettivo. Secondo lo psichiatra svizzero, sotto lo strato personale della psiche esiste un livello universale, condiviso da tutti gli esseri umani indipendentemente dalla cultura, dalla religione o dall'epoca storica. Esso non deriva dall'esperienza individuale, ma costituisce il patrimonio psichico ereditato dell'umanità.   Così come il corpo conserva l'eredità biologica della specie, la psiche conserva strutture universali di esperienza che Jung chiamò archetipi.

Gli archetipi. Gli archetipi non sono immagini già formate, ma modelli originari che organizzano il modo in cui percepiamo il mondo e attribuiamo significato all'esperienza.
Essi emergono spontaneamente nei miti, nelle fiabe, nelle religioni, nelle opere d'arte e soprattutto nei sogni.   Tra gli archetipi più importanti troviamo la Grande Madre, il Vecchio Saggio, il Bambino Divino, l'Eroe, il Viaggio, la Rinascita, l'Albero della Vita, la Montagna Sacra e il Centro del Mondo.  Il fatto che simboli molto simili compaiano in civiltà lontanissime tra loro convinceva Jung dell'esistenza di una matrice psichica universale. Non si tratta di una trasmissione culturale diretta, bensì dell'espressione spontanea di strutture comuni dell'inconscio umano.

Mito, religione e sogni.
Per Jung il mito non è una narrazione fantastica inventata da popoli primitivi. È piuttosto il linguaggio simbolico attraverso il quale l'inconscio collettivo racconta la propria esperienza. Le grandi tradizioni religiose esprimono gli stessi archetipi fondamentali mediante immagini differenti. Il sacrificio, la morte e la rinascita, il diluvio, il paradiso, il viaggio dell'eroe, il maestro spirituale e il centro luminoso appartengono a un patrimonio simbolico universale.
Anche il sogno svolge una funzione analoga. Contrariamente a Freud, che lo interpretava prevalentemente come appagamento mascherato di desideri inconsci, Jung lo considerava una comunicazione spontanea dell'intera psiche. Il sogno non nasconde un messaggio: lo presenta attraverso il linguaggio del simbolo.
Per questo motivo l'interpretazione non consiste nel tradurre automaticamente un'immagine in un significato fisso. Ogni simbolo va compreso nel contesto della vita del sognatore e, contemporaneamente, alla luce delle grandi immagini universali dell'umanità.
In questa prospettiva, religione, arte e sogno appartengono a un medesimo universo simbolico: sono differenti modalità attraverso le quali la psiche tenta di ristabilire il proprio equilibrio e di orientare l'individuo verso una più completa realizzazione di sé.

Il simbolo: il linguaggio dell'inconscio. Uno degli aspetti più originali della psicologia junghiana è l'importanza attribuita al simbolo. Jung riteneva infatti che l'inconscio non si esprimesse attraverso concetti razionali, bensì mediante immagini simboliche, capaci di racchiudere significati molteplici e di mettere in relazione la coscienza con le dimensioni più profonde della psiche.
È importante distinguere il simbolo dal segno. Un segno rimanda a un significato preciso e convenzionale: una parola, un numero, un segnale stradale hanno un contenuto definito e univoco. Il simbolo, invece, possiede una ricchezza inesauribile. Non si limita a rappresentare qualcosa di noto, ma allude a una realtà che supera la comprensione razionale e invita la coscienza ad ampliarsi.
Per Jung, i grandi simboli religiosi appartengono a questa seconda categoria. La croce, il loto, l'albero della vita, il serpente, la montagna sacra, il sole, il cerchio, il fuoco e l'acqua non sono semplici immagini decorative: sono espressioni spontanee degli archetipi dell'inconscio collettivo. Essi ricompaiono continuamente nelle civiltà più diverse perché appartengono alla struttura stessa della psiche umana.
La funzione del simbolo non è soltanto quella di rappresentare un contenuto inconscio, ma anche quella di trasformare la personalità. Quando un individuo entra realmente in rapporto con un simbolo vivo, qualcosa nella sua coscienza cambia. Il simbolo diventa un ponte tra ciò che è conosciuto e ciò che ancora deve essere scoperto.

Il mandala: immagine della totalità. Tra tutti i simboli studiati da Jung, il mandala occupa un posto privilegiato. La parola sanscrita maṇḍala significa "cerchio", ma indica molto più di una semplice figura geometrica. Nelle tradizioni religiose dell'India e del Tibet il mandala rappresenta l'universo ordinato, il centro della realtà e il percorso spirituale verso l'illuminazione.
Jung osservò che strutture circolari molto simili comparivano spontaneamente nei sogni, nei disegni e nelle fantasie di persone che non avevano mai avuto alcun contatto con il buddhismo o l'induismo. Questo lo convinse che il mandala fosse un archetipo universale.
Il cerchio rappresenta l'ordine, la completezza e l'unità della psiche. Nei momenti di crisi profonda, quando l'individuo attraversa trasformazioni interiori importanti, l'inconscio tende spontaneamente a produrre immagini mandaliche. È come se la psiche cercasse di ristabilire un nuovo equilibrio attorno a un centro più profondo dell'Io.
Per Jung il mandala non è soltanto un simbolo religioso: è la rappresentazione del Sé, il principio ordinatore dell'intera personalità.
Non è un caso che i mandala tibetani siano costruiti attorno a un centro luminoso dal quale si sviluppano simmetricamente tutte le altre forme. Analogamente, la crescita psicologica consiste nell'organizzare progressivamente la vita attorno al proprio centro interiore.

L'alchimia come simbolo della trasformazione. Uno dei campi di ricerca più sorprendenti della maturità di Jung riguarda l'alchimia. Per molti secoli l'alchimia era stata interpretata esclusivamente come un'antica forma di chimica o come un ingenuo tentativo di trasformare il piombo in oro. Jung propose una lettura completamente diversa.  Analizzando centinaia di testi alchemici medievali e rinascimentali, egli giunse alla conclusione che gli alchimisti descrivevano inconsapevolmente i processi della trasformazione psichica.  La materia sulla quale lavoravano non rappresentava soltanto il metallo, ma anche la personalità umana.  Il piombo simboleggiava la coscienza ancora grezza e dominata dall'inconsapevolezza; l'oro rappresentava invece la personalità pienamente realizzata.
Le diverse fasi dell'opera alchemica – la nigredo (oscurità), l'albedo (purificazione), la citrinitas (illuminazione) e la rubedo (compimento) – descrivono simbolicamente il cammino dell'individuazione.
L'alchimia, dunque, non sarebbe soltanto una disciplina del passato, ma una straordinaria metafora della trasformazione interiore.

Il processo di individuazione.
Tutta la psicologia junghiana converge verso quello che Jung definisce processo di individuazione.   Con questo termine egli non intende il semplice sviluppo dell'individualismo o dell'autonomia personale. Individuarsi significa diventare ciò che si è realmente.  Ogni essere umano nasce con enormi potenzialità che rimangono inizialmente inconsce. Nel corso della vita la personalità tende gradualmente a svilupparle attraverso un lungo processo di integrazione.  L'individuazione non consiste nell'eliminare gli aspetti negativi della personalità, ma nel riconoscerli, comprenderli e armonizzarli. Il primo passo è generalmente il confronto con la Persona. Occorre distinguere ciò che realmente siamo dai ruoli che interpretiamo nella società.
Successivamente emerge il confronto con l'Ombra. Questa rappresenta spesso l'esperienza più difficile, perché obbliga l'individuo a riconoscere aspetti di sé che aveva sempre rifiutato.
In una fase successiva entrano in gioco l'Anima e l'Animus, che favoriscono l'integrazione delle dimensioni complementari della personalità. Infine, la coscienza si apre progressivamente al Sé, il centro profondo della psiche. Questo cammino non procede in modo lineare. È fatto di crisi, regressioni, intuizioni improvvise, sogni significativi e trasformazioni graduali. Jung osservava che molte crisi della seconda metà della vita derivano proprio dall'esigenza della psiche di avviare questo processo.

Il Sé: centro e meta della personalità.
Il concetto di Sé (Selbst) costituisce probabilmente il nucleo più importante dell'intera psicologia analitica. Mentre l'Io rappresenta soltanto il centro della coscienza, il Sé è il centro dell'intera personalità, comprendente sia la coscienza sia l'inconscio. Esso rappresenta la totalità dell'essere umano.
Jung descrive il Sé come il principio ordinatore della psiche, una sorta di forza autoregolatrice che orienta spontaneamente lo sviluppo psicologico verso una crescente completezza. Il Sé non coincide con l'ego, né con un ideale morale. È piuttosto il fondamento più profondo dell'identità. Per questo motivo numerose tradizioni religiose hanno rappresentato simbolicamente il Sé mediante immagini di grande forza spirituale: il Buddha, il Cristo, il mandala, la pietra filosofale, il Graal, l'albero cosmico, la montagna sacra o il centro luminoso del mondo. Queste immagini non devono essere interpretate esclusivamente sul piano teologico. Dal punto di vista junghiano esse rappresentano simbolicamente l'esperienza dell'unità interiore.

Psicologia e spiritualità.   Uno degli aspetti che hanno reso Jung tanto influente consiste nella sua apertura verso le grandi tradizioni religiose. Pur non identificando mai psicologia e religione, egli riteneva che entrambe descrivessero, con linguaggi differenti, le medesime esperienze fondamentali della psiche. Per questo studiò approfonditamente il cristianesimo, lo gnosticismo, il taoismo, l'induismo e il buddhismo.
Nei simboli religiosi egli vedeva la manifestazione spontanea degli archetipi universali. La pratica spirituale diventava così una possibilità di dialogo tra coscienza e inconscio.
Pur mantenendo una prospettiva psicologica, Jung riconobbe nelle tradizioni orientali una straordinaria conoscenza dei processi interiori. 
Particolare interesse suscitò in lui il buddhismo, soprattutto nella sua attenzione alla trasformazione della mente, alla meditazione e all'esperienza diretta della realtà. Tuttavia egli osservò anche una differenza fondamentale: mentre molte scuole buddhiste parlano del superamento dell'idea di un sé permanente (anātman), la psicologia analitica utilizza il concetto di Sé come simbolo della totalità psichica. Si tratta di due prospettive appartenenti a piani differenti – una filosofico-religiosa e l'altra psicologica – che non devono essere semplicemente sovrapposte.

L'eredità di Jung. A oltre sessant'anni dalla sua morte, il pensiero di Jung continua a esercitare una profonda influenza ben oltre l'ambito della psicoterapia. Le sue idee hanno ispirato la psicologia del profondo, l'antropologia culturale, gli studi religiosi, la critica letteraria, la storia dell'arte e persino il cinema contemporaneo. Il concetto di archetipo è ormai entrato nel linguaggio comune, mentre il processo di individuazione continua a rappresentare uno dei modelli più fecondi per comprendere la crescita della persona.
Naturalmente molte sue ipotesi – soprattutto quella dell'inconscio collettivo – sono state oggetto di discussione e di critica da parte della psicologia sperimentale e delle neuroscienze, che ne contestano la difficile verificabilità empirica. Tuttavia il valore dell'opera junghiana non risiede soltanto nelle sue formulazioni teoriche, ma nella straordinaria capacità di mettere in dialogo discipline diverse: psicologia, filosofia, antropologia, storia delle religioni e studio del simbolo.
In definitiva, la psicologia analitica propone una visione dell'essere umano come realtà dinamica, aperta alla trasformazione e orientata verso una progressiva integrazione delle proprie molteplici dimensioni. Il compito dell'esistenza non consiste nel costruire un'identità perfetta, ma nel riconoscere e armonizzare le diverse componenti della propria psiche, accogliendo tanto la luce quanto l'ombra. L'individuazione non è il trionfo dell'ego, bensì il graduale emergere di una coscienza più ampia, capace di vivere in rapporto con il proprio centro interiore.
È forse questa la lezione più attuale di Jung: la maturità psicologica non nasce dall'eliminazione dei conflitti, ma dalla loro trasformazione. Ogni crisi, ogni sogno, ogni simbolo e ogni incontro significativo possono diventare tappe di un cammino verso una maggiore completezza. In questo senso, la psicologia analitica continua a offrire una delle più profonde riflessioni sul mistero della coscienza e sul significato del divenire pienamente umani.

martedì 4 agosto 2026

Il tantra buddhista

Possano tutti gli esseri venire a godere della vera felicità della Buddhità!

I Tantra sono insegnamenti del Buddha stesso e occupano una posizione preminente nella dottrina buddhista. Fin dall'inizio sono stati trasmessi in modo segreto e selettivo, perché la loro comprensione corretta richiede sempre la trasmissione orale di un maestro qualificato: senza tali spiegazioni possono essere facilmente fraintesi in modi dannosi.

Nella tradizione tibetana, la parola Tantra (rgyud) designa propriamente una classe specifica di scritture (Kriyā-, Caryā-, Yoga- e Anuttārayoga-Tantra, come lo Hevajra-Tantra o il Kālachakra-Tantra), non l'intero sistema di pratica e teoria — per il quale si usano invece i termini Mantrayāna ("Veicolo Mantra") e Vajrayāna ("Veicolo Adamantino").

Il buddismo tantrico, noto anche come Vajrayāna o Mantrayāna, è un movimento spirituale nato in India nel VII secolo all'interno del sentiero Mahāyāna.Origini e SignificatoDefinizione: La parola sanscrita tantra significa "continuum" o "trama" (come l'ordito di un telaio), inteso come il flusso in interrotto della mente e dell'esperienza.Contesto: Si è sviluppato in India integrando elementi rituali ed esoterici panindiani per offrire un metodo di risveglio spirituale più rapido ed efficiente.

Diffusione: Oggi sopravvive principalmente attraverso il Buddhismo Tibetano, che ha preservato i testi e le tradizioni tantriche.Caratteristiche della PraticaGuida del Maestro: La pratica richiede l'iniziazione e la supervisione diretta di un guru o maestro qualificato per evitare errori nell'uso delle energie interiori.Metodi Rapidi: Utilizza tecniche avanzate come la recitazione di Mantra, la visualizzazione di Mandala e lo yoga delle divinità per trasformare le passioni e le illusioni in saggezza.Simbolismo e Corpo: Il corpo non è visto come una prigione, ma come il tempio in cui realizzare l'illuminazione e l'unità di saggezza e compassione.Se vuoi approfondire, posso spiegarti:La suddivisione dei quattro livelli del Tantra (Kriya, Carya, Yoga, Anuttarayoga). 

Il significato di "continuum". In senso tecnico, Tantra significa "continuum": la propria mente, come Saggezza non duale (jñāna), scorre ininterrottamente dal tempo senza inizio fino alla Buddhità. Questo continuum ha tre fasi: il continuum causale (gli esseri ordinari nel samsāra, come un seme in un contenitore), il continuum impegnato nel metodo (chi pratica per la liberazione, come l'acqua che fa crescere la pianta) e il continuum risultante (chi ha raggiunto il frutto ultimo, come il fiore maturo).

Il posto del Tantra nel buddhismo. Gli insegnamenti del Buddha si dividono in Śravakayāna (incluso l'attuale Theravāda), orientato alla liberazione individuale, e Mahāyāna, che persegue l'ideale del Bodhisattva al servizio di tutti gli esseri. Il Mahāyāna comprende a sua volta il Pāramitāyāna ("veicolo causale", fondato sulla coltivazione delle perfezioni) e il Mantrayāna ("veicolo risultante"), che nella pratica anticipa già la Saggezza dell'Illuminazione.

La meta e il percorso. L'obiettivo di entrambi i rami del Mahāyāna è la Buddhità: comprensione totale della realtà, beatitudine libera da impurità, eliminazione degli oscuramenti (afflizioni, ignoranza, ostacoli meditativi). Esistono percorsi "inferiori" — dottrine non buddhiste, o veicoli come lo Śravakayāna che portano solo alla liberazione individuale — e il percorso straordinario del Mahāyāna, superiore per quattro ragioni: rimuove meglio la sofferenza, è libero dall'attaccamento all'esistenza ciclica, è esso stesso il veicolo della Buddhità, e insegna vacuità e compassione come non-duali.

Due modi di rapportarsi ai sensi. La differenza sostanziale tra Pāramitāyāna e Mantrayāna riguarda l'atteggiamento verso gli oggetti sensoriali. Il primo mira a eliminarne l'attaccamento tramite disciplina, studio e meditazione — coltivando antidoti come l'amore contro la rabbia — fino a comprenderne, a livello ultimo, la mancanza di esistenza autosufficiente. Il Mantrayāna, pur partendo dalla stessa base morale, non li rifiuta: per chi possiede "mezzi abili" essi diventano strumenti di liberazione, come il fuoco, pericoloso se incontrollato ma prezioso se ben usato. Non sono gli oggetti in sé a incatenare, ma i pensieri concettuali errati costruiti su di essi.

Perché il Vajrayāna è considerato superiore. Non per una visione ultima diversa — resta identica a quella Mādhyamika, la vacuità priva di ogni elaborazione concettuale (Niṣprapañca) — ma per l'efficacia dei metodi: chi ha facoltà superiori può raggiungere il Risveglio in una sola vita, altri nel Bardo, altri ancora entro sette-sedici vite, tempi incomparabilmente più brevi dei tre eoni richiesti dal Pāramitāyāna.

I prerequisiti della pratica. Occorre anzitutto un Guru qualificato, che abbia ricevuto lui stesso iniziazioni e realizzazioni, con cui si abbia una connessione karmica: senza un maestro non si ottiene alcun risultato dal solo studio dei testi, poiché il Guru è "la radice e la fonte di tutti i siddhi". Il discepolo, dal canto suo, deve possedere fede, compassione e Bodhicitta, ed essere esaminato dal maestro prima di ricevere l'iniziazione. È necessario il Wangkur (empowerment), che trasmette il permesso di praticare all'interno di un lignaggio ininterrotto dal Buddha Śākyamuni. Segue l'osservanza di voti prevalentemente mentali — spesso più esigenti di quelli monastici — insieme allo studio delle visualizzazioni e degli yoga specifici.

Tantra buddhista e tantra indù. Pur condividendo alcuni elementi metodologici con il tantra induista, il Tantra buddhista se ne distingue per fondamenti e finalità: presuppone il rifugio nelle Tre Gioie (Buddha, Dharma, Sangha), la comprensione della vacuità e la coltivazione di Bodhicitta — la determinazione di raggiungere l'Illuminazione per il bene di tutti gli esseri. La condivisione di alcune pratiche non ne inficia l'appartenenza buddhista, così come condividere generosità e moralità con altre tradizioni non renderebbe meno buddhiste queste virtù.

Conclusione. Lo studio del Tantra ha valore solo se accompagnato dalla pratica sotto la guida di un maestro autentico: solo così è possibile progredire rapidamente verso il Risveglio, a beneficio di tutti gli esseri.

Vajrayana: tra decostruzione psicologica e radicalismo spirituale

Il rapporto tra il Buddhismo Vajrayana e la mentalità occidentale è un terreno di continui fraintendimenti. Due prospettive, complementari e radicali a modo loro, aiutano a chiarirlo: quella dello psicoterapeuta Rob Preece, che analizza i meccanismi psicologici che distorcono la pratica in Occidente, e quella di un insegnamento più diretto e provocatorio, che mette in discussione le fondamenta stesse del pensiero occidentale necessarie per avvicinarsi al Tantra.

Rob Preece ( nato nel 1951), psicoterapeuta transpersonale e praticante di lunga data del Buddhismo tibetano, incontra il Dharma nel 1973 a Kathmandu diventando discepolo di Lama Thubten Yeshe e Lama Zopa Rinpoce. Dopo un lungo periodo in ritiro sulle montagne di Dharamsala, dove riceve trasmissioni dal XIV Dalai Lama e da altri maestri del lignaggio, intraprende dal 1986 una formazione junghiana. Da questa doppia radice — buddhista e psicoanalitica — nasce un'opera (La psicologia del tantra buddhista, Prepararsi al tantra, Tasting the Essence of Tantra, tra gli altri) che individua dieci grandi equivoci in cui la psiche occidentale tende a cadere nell'incontro con il Vajrayana.

1. Il Vajrayana come scorciatoia. Molti occidentali, attratti dalla promessa di un'illuminazione "in questa vita", trattano le pratiche preliminari (ngöndro) come un dazio noioso da superare in fretta. Preece corregge: queste pratiche "non sono un ostacolo da superare per arrivare da qualche altra parte", ma il mezzo per preparare il "vaso" (richiamando l'alchimia junghiana) che dovrà contenere le energie più intense delle pratiche avanzate. Un vaso fragile, sottoposto a tali energie, va in pezzi.

2. La patologia spirituale. È la tendenza a usare meditazione e dottrina come barriera difensiva contro le proprie ferite, ciò che la psicologia chiama spiritual bypassing. Preece cita Milarepa: "È facile meditare sul cielo, ma non è così facile meditare sulle nubi" — il cielo è la vacuità rassicurante in cui ci si rifugia, le nubi sono le emozioni disturbanti che, se solo soffocate, si nascondono nell'Ombra continuando ad agire in modo latente.

3. La pratica "nella testa". Nonostante il Vajrayana sia una via profondamente incarnata — che lavora sul corpo energetico fatto di canali (nāḍī), venti (prāṇa) e gocce (bindu) — gli occidentali tendono a restare dissociati dal corpo, memorizzando rituali e filosofie senza radicamento sensoriale. Preece propone la metafora del lung ta ("cavallo-vento"): si prova a guidare un cavallo paralizzato urlando comandi mentali dalla sella, anziché lasciarsi toccare fisicamente — tramite prostrazioni, contatto con la natura — per sciogliere il blocco.

4. Le divinità come dèi. La mente occidentale si polarizza tra l'equivoco devozionale (lo yidam come divinità esterna a cui chiedere favori) e la riduzione razionalistica (una mera tecnica di visualizzazione). Preece propone una via di mezzo: la divinità è una "finestra" che sorge dall'interno, come manifestazione della natura chiara della mente — un "fermento alchemico", come una coltura che trasforma il latte in yogurt, che risveglia gradualmente il potenziale primordiale di chi pratica.

5. Il sesso tantrico. La cultura new-age ha ridotto il termine "tantra" a sinonimo di sessualità esotica. Nelle classi più elevate del Tantra, invece, l'unione sessuale (Yab-Yum) rappresenta l'integrazione alchemica interna tra maschile (compassione, mezzi abili) e femminile (saggezza della vacuità) — nei termini junghiani di Preece, l'unione di animus e anima (Daka e Dakini). Ridurla a tecnica erotica alimenta l'ego anziché scioglierlo.

6. La guida spirituale: proiezione e dipendenza. Chi pratica in Occidente, spesso privo di un centro emotivo stabile, proietta sulla guida spirituale l'immagine del "genitore ideale". Preece, ricordando la propria esperienza giovanile, denuncia come questa sottomissione acritica — rafforzata da letture letterali che minacciano rinascite infernali per chi dubita — apra la porta ad abusi, giustificati talvolta come manifestazioni di una misteriosa "folle saggezza". Una relazione matura, invece, vive la guida come uno specchio temporaneo, con confini etici chiari e discernimento sempre vigile, fino al riconoscimento del "guru segreto" che è la natura della propria mente.

7. L'Ombra ignorata: le divinità irate. Figure come Mahākāla o Vajrabhairava non sono demoni esterni, ma la personificazione di energie emotive rimosse (rabbia, orgoglio, gelosia) nella loro purezza originaria. Gli occidentali le rifiutano relazionandosi solo con divinità pacifiche, oppure le spettacolarizzano esteticamente. Il Tantra, invece, chiede di "cuocere" questi veleni mentali nel vaso della meditazione, rivelandone l'energia pura — la Saggezza Specchiante.

8. Tradizione contro psiche: il trapianto culturale. Il Vajrayana nasce in una cultura himalayana animistica. L'errore è duplice: imitare pedissequamente questa cosmologia esterna, oppure igienizzarla riducendola a psicoterapia da salotto. Per Preece, il Tantra va liberato da ciò che è accidentale rispetto alla trasformazione, senza però svuotarlo della sua dimensione transpersonale.

9. La perfezione come ostacolo. Nella visualizzazione di sé come yidam (devatāhambhāva), l'errore è duplice: il perfezionismo spirituale (sopprimere ogni traccia di debolezza umana) o il nichilismo psicologico (le proprie nevrosi non contano perché "si è la divinità"). Preece ricorda che l'identità divina non cancella la parte umana ma la trasfigura: l'accettazione dell'imperfezione è fondamentale per la salute psicologica e spirituale.

10. La fretta e il mercato spirituale. Le iniziazioni tantriche elevate vengono oggi offerte a platee di centinaia di persone prive delle basi minime. Si confonde l'aver ricevuto un seme con l'aver fatto fiorire la pianta, alimentando una sottile "inflazione spirituale".

Le quattro fasi del cammino. Preece traduce il percorso tantrico in termini psicologici: l'apprendistato alchemico (stabilizzazione del terreno psicologico, esplorazione delle ferite infantili), il vaso alchemico (contenimento dell'Ombra e delle emozioni irrisolte), le pratiche nel vaso (visualizzazione dello yidam e del Mandala come fermento di trasmutazione) e il completamento dell'opera (l'integrazione vissuta nella quotidianità, nelle relazioni e nella creatività). L'opera di Preece non intende diluire il Vajrayana né ridurlo a psicoterapia, ma riconoscere che le asimmetrie del trapianto culturale, se ignorate, si rifugiano nell'inconscio distorcendo la pratica dall'interno.

Analizzare ogni cosa, incluso il dubbio stesso. Il Buddha ha sempre insegnato ad analizzare continuamente ogni cosa — il bene, il male, la moralità, persino l'idea che si ha del proprio guru — finché anche la nozione stessa di analisi non raggiunga i limiti del proprio pregiudizio. Il Pramana (logica buddhista) e il Madhyamika offrono gli strumenti per decostruire ogni visione possibile. Si impara a dubitare, poi a dubitare del dubbio stesso, fino a sperimentare l'alba di ciò che i buddhisti chiamano devozione. Dubbio e credenza sono le due facce della stessa medaglia — come acqua calda e chicchi di caffè, nessuno dei due basta da solo. Un'immagine classica paragona il percorso all'affilatura di un coltello: il processo consuma sia la cote sia la lama, e allo stesso modo il Vajrayana insegna a consumare sia i problemi sia le soluzioni — conservarne anche una sola come souvenir la trasforma quasi subito in un nuovo problema.

Le condizioni per accostarsi al Vajrayana. Chi non è disposto a decostruire il proprio stesso sistema analitico — inclusa la fiducia riposta nelle "prove", che sono comunque il prodotto di una mente che si è già fatta un'opinione — non è pronto per il Vajrayana. Chi crede nel tempo non come verità relativa ma come realtà ultima, con un inizio e una fine assoluti (Genesi e Armageddon), non è pronto nemmeno per lo Shravakayana: nessun veicolo buddhista crede in una causa ultima. Chi pensa che il Buddha fosse solo un uomo storico nato a Lumbini e che la storia finisca lì, o chi non riesce ad accettare che il bindu sia il Buddha, o che la propria comune coscienza in questo istante sia il Buddha, non è pronto per il Vajrayana — perché il frutto del cammino non è che lo stato già vissuto in questo preciso momento, non un traguardo raggiungibile solo dopo eoni di procedure.

Lo scarto tra culture "storico-centriche" e culture del presente. Chi deride miti e leggende collocandoli tra le fiabe superate dai fatti storici non è pronto per il Vajrayana. Le culture plasmate dalle religioni abramitiche guardano costantemente alla propria storia condivisa; comunicare con chi vive tutto nell'istante presente è arduo quanto una conversazione tra un cane e un gatto. Allo stesso modo, chi appartiene a una cultura con una visione negativa del sesso non può facilmente accettare che il sesso sia anche un sentiero. Chi ha bisogno di definizioni nette, di dividere il mondo in problemi e soluzioni, in buoni e cattivi, non è pronto: il Vajrayana rifiuta ogni separazione tra soluzione e problema, proprio come l'omeopatia usa il veleno stesso per curare la malattia da esso causata.

Un sistema che non è mai stato di massa. Tenuto segreto per secoli e riservato a pochi, il Vajrayana resta strutturalmente inaccettabile per i pensatori più convenzionali — ed è proprio la sua esclusività a renderlo facile bersaglio nel tribunale dell'opinione pubblica quando viene esposto pubblicamente da lama divenuti popolari. Chi non riesce ad accettare che le proprie imperfezioni siano illusorie e rimovibili, e che la propria vera natura sia già una divinità di compassione e saggezza, non è pronto. Chi teme le polemiche e si piega alle aspettative sociali, così come chi cerca il conflitto per principio, non è pronto. E chi riesce a provare compassione per un bambino malnutrito ma non per una figura che disprezza politicamente, non è pronto nemmeno per il sentiero Mahāyāna del bodhisattva.

Il paradosso della non-dogmaticità. Pochi percorsi spirituali sono meno dogmatici del Buddhismo, eppure proprio per questo il Vajrayana risulta troppo radicale per una mentalità abituata a ragione e logica. Una favola indù racconta che Parvati chiese a Shiva di insegnarle il tantra; egli acconsentì a una condizione: l'insegnamento sarebbe stato impartito solo nell'unione, perché gli insegnamenti tantrici si possono ascoltare veramente solo essendo profondamente innamorati — così come l'innamoramento fa crollare anche la logica più rigorosa dello scienziato più scettico. Il Vajrayana cerca di trascendere tanto il razionale quanto l'irrazionale. E a chi si sente scoraggiato da queste condizioni resta una consolazione: si dice che lo stesso Vajradhara abbia affermato che se anche solo per un nano-secondo chi vive di ragione e prove viene attratto da questo sentiero, ciò basta a rivelare una connessione autentica con esso — ed è sufficiente per avere tutte le qualifiche necessarie a intraprenderlo.

Zazen: La pratica della meditazione Zen

Zazen: La pratica dello meditazione zen in un tempio buddista è un documentario diretto da Stanislas Wang-Genh presso il tempio Ryumonji in Alsazia. 

Il documentario è un’immersione didattica nella vita quotidiana dei monaci e delle monache zen Sôtô e illustra in dettaglio i principi fondamentali di questa scuola. Il film spiega come sedersi su un cuscino (zafu), nella posizione del loto o del mezzo loto, con la schiena dritta e il respiro regolare. Mostra la pratica collettiva che scandisce la giornata del monastero (cerimonie, lavoro quotidiano o samu). L'obiettivo dello Zen è osservare i propri pensieri senza attaccarvisi, imparando a ricentrarsi sul momento presente. 

Si pratica zazen (meditazione zen) su uno zafu (il tradizionale cuscino rotondo, ciò richiede una postura precisa per allineare la colonna vertebrale e favorire la stabilità. Si allunga la colonna vertebrale verso il soffitto e si rilassano le spalle, lasciandole cadere naturalmente. Si uniscono le mani nel cosmic mudra (hoka jōin): mano sinistra sopra la destra, palmi rivolti verso l'alto, pollici che si toccano leggermente formando un ovale. Si portano le mani all'altezza dell'addome. Il mento deve essere leggermente rientrato. Gli occhi sono socchiusi e si fissa lo sguardo a circa un metro e mezzo di distanza davanti , con un angolo di circa 45 gradi verso il basso.

Nello Zen, si eseguono tre inchini profondi a terra (chiamati San Pai o Gotai Tochi) nei seguenti momenti formali della pratica nello Zendo (sala di meditazione):  
  • Prima e dopo il canto dei Sutra: è il momento più comune e regolare durante la liturgia quotidiana. All'inizio e alla fine delle cerimonie.
  • All'inizio e alla fine di un ritiro intenso (Sesshin). 
  • Durante l'incontro formale privato con il Maestro (Dokusan o Sanzen): il praticante li esegue entrando e uscendo dalla stanza del Maestro.
I tre inchini sono un rituale di purificazione e devozione. Rappresentano la sottomissione dell'ego, l'umiltà e la riverenza verso il Triplice Gioiello:Il Buddha: Un omaggio al Maestro e al potenziale di risveglio presente in ogni essere. Il Dharma: Il rispetto per gli insegnamenti e la Via della liberazione. Il Sangha: La gratitudine per la comunità dei praticanti, monaci e laici.   Il gesto si esegue portando le mani giunte all'altezza del petto (añjali), poi alla fronte, alla bocca e al cuore (per purificare pensieri, parole e azioni). Infine, ci si inginocchia poggiando la fronte a terra, con i palmi rivolti verso l'alto.

Esistono due importanti templi Zen di scuola Soto chiamati Ryumon-ji (Tempio della Porta del Drago): uno in Europa (Francia/Alsazia a un'ora da Strasburgo) e uno negli Stati Uniti (Iowa). Entrambi offrono ritiri, meditazione (zazen) e una vita monastica attiva. 

  •  Link al film: https://www.youtube.com/watch?v=zFhJptNnum8 
  • IL film si trova anche sul sito Vimeo alla voce «ZAZEN Il film» 
  • Potete  consultare gli insegnamenti tramite il portale ufficiale della Meditazione zen:  www.meditation-zen.org 

Robert Thurman

Tenzin Robert Alexander Farrar Thurman (1941–2026), il padre di Uma, è stato un saggista, orientalista e monaco buddhista statunitense, che ha scritto, curato e tradotto numerosi libri sul buddhismo tibetano. Nato a New York, la sua vita ha svoltato radicalmente nei primi anni Sessanta quando, in India, ha incontrato Sua Santità il XIV Dalai Lama, diventando nel 1965 il primo cittadino americano a ricevere l'ordinazione monastica nella tradizione tibetana. 

 

Dopo essere tornato alla vita laica per proseguire gli studi, ha conseguito un dottorato di ricerca presso l'Università di Harvard. Per trent'anni ha ricoperto la cattedra Jey Tsong Khapa in Studi Buddhisti Indo-Tibetani alla Columbia University, coniugando un rigoroso approccio filologico alla divulgazione accessibile. Co-fondatore e presidente della Tibet House US, ha dedicato la sua esistenza alla tutela della cultura tibetana e alla traduzione di testi cardine del canone buddhista. Ha avuto una lunga e stretta amicizia con il Dalai Lama

Autore di opere fondamentali come Rivoluzione interiore, Thurman ha ridefinito il concetto di spiritualità introducendo la nozione di "realismo impegnato", una visione in cui la trasformazione della coscienza si traduce in attivismo sociale e pacifismo radicale. La sua straordinaria capacità di unire il dibattito accademico alla pratica etica e alla politica del risveglio [bodhi] lo ha reso una figura insostituibile nel panorama culturale contemporaneo. 

Alcune sue considerazioni sul buddhismo prese dall'intervista con John Malkin, giornalista, musicista e attivista per il cambiamento sociale.

In Tibet ho incontrato una filosofia che è a tutti gli effetti una scienza interiore volta a comprendere se stessi e il mondo. Si fonda sull’uso della facoltà critica e del dubbio, sulla meditazione applicata a noi stessi e sullo sviluppo di una concentrazione sempre più stabile e forte con cui porsi degli interrogativi e ragionare.

Oggi definisco il Buddhismo come un “realismo impegnato”. Il Buddhismo permette di sollevare i veli, superare i condizionamenti illusori e i miti tradizionali per vedere la realtà così com’è e per vedere la realtà del proprio sé per ciò che è. E più si diventa realistici nei confronti della realtà, più ci si rende conto di possedere l’energia e la condizione necessarie per essere felici. In questo caso, persino la morte non turba la propria felicità, perché si dispone di una continuità energetica di amore, beatitudine, compassione e saggezza, in qualsiasi corpo ci si trovi.

Scoprendo il Buddhismo ho trovato una rivoluzione della coscienza che ritengo essere la più importante delle rivoluzioni. Si tratta però di una rivoluzione “fredda”, che purtroppo richiede molto tempo. Si tramanda di generazione in generazione. E ora stiamo entrando in un momento della storia in cui questa rivoluzione deve giungere a una sorta di conclusione positiva. È un periodo di grande confusione, in cui sembra che tutto stia andando completamente a rotoli, come se fossimo sull’orlo del giorno del giudizio. Sotto la superficie, tuttavia, nella consapevolezza, potrebbero esserci i semi o persino le fioriture di un nuovo modo di abitare il pianeta.
Oggi, riguardo al rapporto tra cambiamento interiore e cambiamento sociale, direi che il cambiamento interiore ha la priorità ed è la cosa più importante. Attraverso l’educazione, questo cambiamento interiore può diventare un movimento di massa, come è già accaduto in molti altri Paesi.

Teoricamente, in quella che i buddhisti chiamano una “terra pura” [buddhakṣetra], dove ogni essere è risvegliato, si avrebbe naturalmente un anarchismo nonviolento, nel senso che non ci sarebbe bisogno di alcuna protezione poiché non vi sarebbero persone violente. 

L’idea che l’individuo si adoperi per il massimo bene comune rappresenta il compimento della fioritura individuale. Le persone che non ne sono ancora capaci dovrebbero coltivare una fioritura interiore, in modo da non forzarsi all’altruismo nei modi tipici di un martire. Una società veramente individualista crea una collettività sana. 

Uno dei problemi che abbiamo oggi in Occidente è che possediamo un’immagine trionfalistica di noi stessi. Pensiamo di essere la più grande società mai esistita sul pianeta! E rimuoviamo il fatto di aver commesso genocidi nei confronti di molti altri popoli. La violenza genera sempre altra violenza. Il Buddha e Gesù lo hanno detto. Persino Maometto lo ha affermato, quando non era impegnato a difendersi. Lo hanno detto tutti, ma noi non ascoltiamo.

Testi: 

  • Rivoluzione interiore. Una politica dell’illuminazione. Testo cardine in cui l’autore sviluppa il concetto di “politica del risveglio” e analizza la transizione storica del Tibet da impero militarista a società a centralità monastica.
  • Jinpa, Thubten (2002). Studio fondamentale per comprendere il funzionamento della logica e del dubbio metodologico nella tradizione Gelug, citato da Thurman come base della “scienza interiore”.
  • Dalai Lama, Tenzin Gyatso (1990). Freedom in Exile: The Autobiography of His Holiness the Dalai Lama. New York: HarperCollins.

lunedì 3 agosto 2026

Classifica dei paesi più felici del mondo nel 2026

È uscita l’edizione 2026 del World Happiness Report, la pubblicazione di riferimento mondiale sul benessere globale. Basata su dati di soddisfazione personale raccolti in oltre 140 paesi, la classifica è redatta dal Wellbeing Research Centre dell’Università di Oxford, in collaborazione con Gallup e le Nazioni Unite.

Anche nel 2026, i paesi nordici dominano la classifica dei paesi più felici del mondo. La Finlandia si conferma al primo posto con un punteggio medio di 7,764 su 10, seguita da Islanda e Danimarca. La novità più rilevante di quest’anno è il balzo del Costa Rica al 4° posto: è il miglior risultato di sempre per un paese dell’America Latina nel World Happiness Report. Completano la top 10 Svezia, Norvegia, Paesi Bassi, Israele, Lussemburgo e Svizzera.

L’Italia si colloca al 38° posto con un punteggio medio di 6,574. È una posizione intermedia: migliore di quella di paesi come Spagna, Panama e Kuwait, ma ancora lontana dai paesi che guidano stabilmente la classifica. Restano davanti all’Italia anche diverse economie europee di medie dimensioni, come Austria, Slovenia, Germania e Irlanda.

La stesura del  World Happiness Report  è stata ispirata dal tasso di Felicità Interna Lorda (FIL) che è un indice di sviluppo ideato in Bhutan nel 1972 dal re Jigme Singye Wangchuck come alternativa al PIL, basato su quattro pilastri e nove domini per misurare il benessere psicologico, la salute, l'educazione e la protezione dell'ambiente anziché la sola ricchezza materiale. I quattro pilastri della FIL sono: Sviluppo socio-economico equo e sostenibile.Conservazione della cultura locale.

La FIL nasce per orientare direttamente le politiche pubbliche e le leggi di un singolo Stato (il Bhutan), mentre il World Happiness Report serve a confrontare la percezione della felicità tra i diversi paesi del mondo e fornire linee guida globali ai governi.  Il legame tra i due concetti è ideale e storico: l'intuizione pionieristica della FIL in Bhutan ha ispirato il dibattito internazionale che ha portato l'ONU a istituire la Giornata Mondiale della Felicità e a commissionare, anno dopo anno, il World Happiness Report. 

Il World Happiness Report e la Felicità Interna Lorda (FIL) (o Gross National Happiness, GNH) sono entrambi strumenti nati per superare il concetto tradizionale di PIL e misurare il benessere della popolazione, ma differiscono profondamente per origine, metodo di calcolo e diffusione globale.

La FIL è una vera e propria filosofia di governo e modello di sviluppo nazionale alternativo al PIL. Il World Happiness Report è invece un rapporto globale sponsorizzato dalle Nazioni Unite (tramite il Sustainable Development Solutions Network) e redatto da accademici internazionali a partire dal 2012.

Il World Happiness Report si basa principalmente su un’unica grande domanda soggettiva (il cosiddetto Cantril Ladder) in cui un campione di cittadini in oltre 150 paesi valuta la propria vita su una scala da 0 a 10. Questo punteggio viene poi correlato a sei fattori chiave (PIL pro capite, supporto sociale, aspettativa di vita sana, libertà, generosità e percezione della corruzione).  La FIL bhutanese è un indicatore politico e statistico molto più complesso e strutturato, basato su 33 indicatori suddivisi in 9 domini specifici (tra cui uso del tempo, vitalità della comunità, diversità ecologica e benessere psicologico).

A rigore, non esiste una classifica globale dei paesi basata sulla Felicità Interna Lorda (FIL), poiché la FIL non è un indice internazionale, ma un sistema metrico interno applicato in modo ufficiale ed estensivo esclusivamente dal governo del Bhutan.

Il Bhutan, l'inventore della FIL, non compare nei primissimi posti del World Happiness Report delle Nazioni Unite perché il report dell'ONU include fortemente nel suo modello il PIL pro capite e l'aspettativa di vita alla nascita. Essendo il Bhutan una nazione asiatica in via di sviluppo con standard economici e sanitari inferiori rispetto a quelli europei, viene penalizzato da questo specifico algoritmo globale, nonostante l'ottimo livello di benessere psicologico e culturale interno dei suoi abitanti.

  • World Happiness Report 2026:   https://www.worldhappiness.report/ed/2026/
  • Film   Bhutan: Felicità interna lorda   https://www.mymovies.it/film/2018/bhutan-felicita-interna-lorda/ 
  • Sito:  https://benefficienza.it/blog/paesi-piu-felici-del-mondo/

Asana riconosciuti utili per l’umanità

 Le posizioni sono riportate nei testi classici dello Yoga tantrico:  Hatha Yoga Pradipika e Gheranda Samhita. 
    1. 1. Bhujangasana, posizione del cobra,     2. Shalabasana, posizione della cavalletta,
    3. Ustrasana, posizione del cammello,     4. Garudasana, posizione dell’aquila,
    5. Makarasana, posizione del coccodrillo,     6. Vrsasana, posizione del toro,
    7. Vrksasana, posizione dell’albero,     8. Uttanamandukasana, posizione della rana,
    9. Mandukasana, posizione della rana,      10. Uttanakurmasana, posizione della tartaruga,
    11. Kurmasana, posizione della tartaruga,     12. Kukkutasana, posizione del gallo,
    13. Mayurasana, posizione del pavone,     14. Sankatasana, posizione dell’orso,
    15. Utkatasana, posizione della sedia,     16. Paschinottanasana, posizione della pinza
    17. Matsyendrasana, posizione del nodo,     18. Matsyasana, posizione del pesce,
    19. Guptasana, posizione perfetta,       20. Shavasana, posizione del cadavere,
    21. Dhanurasana, posizione dell’arco,       22. Virasana, posizione dell’eroe,
    23. Gomukhasana, posizione del muso di vacca,      24. Simhasana, posizione del leone,
    25. Svastikasana, posizione attraverso,       26. Vajrasana, posizione del fulmine,
    27. Muktasana, posizione perfetta,       28. Bhadrasana, posizione felice,
    29. Padmasana, posizione del loto,       30. Siddhasana, posizione del perfetto.

Nel testo Hatha Yoga Pradipika sono riportate anche le seguenti posizioni: Kurmasana o Koormasana, Uttana korme shavasana.


 

Nalanda Edizioni

 Nalanda Edizioni nasce nel 2019 ed è la casa editrice della Fondazione per la Preservazione della Tradizione Mahayana (FPMT).    Vedi link : https://www.nalandaedizioni.it/

La FPMT (acronimo di Foundation for the Preservation of the Mahayana Tradition è un'organizzazione internazionale dedicata a preservare e diffondere il Buddhismo Mahayana in tutto il mondo. È stata fondata nel 1975 da due monaci tibetani, Lama Thubten Yeshe e Lama Thubten Zopa Rinpoche.  Si basa sulla tradizione buddhista di Lama Tsongkhapa (XIV-XV secolo). Oggi è presente in tutti i cinque continenti con numerosi centri, progetti e servizi. 

Il nome Nalanda Edizioni fa immediatamente riferimento all’antica università monastica indiana da cui sono discese tutte le principali tradizioni e un ininterrotto lignaggio di elaborazione filosofica, dottrinale, epistemologica. 

Lo scopo di questa casa editrice è realizzare testi che supportino lo studio e la pratica sia di coloro che hanno già gettato le basi della conoscenza e si avviano ad approfondire gli aspetti più complessi del Dharma, sia di coloro che hanno bisogno di formarsi una visione generale del Buddhismo. 

La distribuzione dei testi avviene esclusivamente attraverso i Centri di Dharma e online su questo sito.  Riceve un contributo dalla FPMT e dai suoi Centri e dall’Unione Buddhista Italiana che, attraverso il finanziamento pubblico dell’8 per mille, garantisce una parte della sostenibilità finanziaria della casa editrice.  

venerdì 19 giugno 2026

La Giornata Internazionale dello Yoga -2026

La Giornata Internazionale dello Yoga è una ricorrenza istituita dall'Assemblea Generale delle Nazioni Unite e celebrata ogni anno il 21 giugno. La data non è casuale: il 21 giugno corrisponde al solstizio d'estate nell'emisfero settentrionale, il giorno più lungo dell'anno.  Il tema per il 2026  è "Yoga per un invecchiamento sano" (dall'inglese Yoga for Healthy Ageing).  L'obiettivo della giornata è promuovere la consapevolezza dei benefici dello yoga per la salute globale, sia fisica che mentale, e incoraggiare la pratica a livello individuale e collettivo. 

Questo è il link alla sequenza di yoga che sarà proposta in tutte le piazze del mondo il giorno 21 giugno: https://maramici.blogspot.com/2021/04/vuoi-fare-yoga-casa-da-solo-segui-il.html                                        Vedi video:  https://www.youtube.com/watch?v=Av5ib_XRKT4     https://www.youtube.com/shorts/qH5fcBLOi0A 

Benefici dello yoga Link :  https://www.youtube.com/watch?v=otGmdJKC1mE  

Il termine "yoga" deriva dalla radice sanscrita "yuj", che significa "unire", "aggiogare", "mettere insieme". Questa etimologia rivela già tutto: lo yoga è, nella sua essenza, una pratica di unione, tra corpo e mente, tra individuo e universo, tra il sé profondo e la realtà che lo circonda. Lo yoga è stato da sempre inteso non come semplice ginnastica, ma come un percorso integrale di trasformazione personale.   

Le fasi storiche dello yoga.
3000 a.C. circa - Lo yoga pre-vedico e la civiltà della Valle dell'Indo. Le prime raffigurazioni di figure in postura meditativa risalgono agli scavi di Mohenjo-daro.
1500-800 a.C. - Lo yoga vedico nei testi sacri
Il termine "yoga" compare per la prima volta nel Rigveda, il più antico testo della letteratura sanscrita. In questo periodo lo yoga è intrecciato con i rituali sacrificali e la disciplina spirituale dei Brahmani. Le Upanishad approfondiscono il concetto di unione interiore,  dichiarando l'unità indivisibile tra l'anima individuale e l'Assoluto.

500 a.C. - 800 d.C. - Lo yoga classico e la Bhagavad Gita
È il periodo della grande fioritura. La Bhagavad Gita descrive tre percorsi yogici fondamentali: Jnana (conoscenza), Bhakti (devozione) e Karma (azione). Intorno al 200 a.C., il saggio Patanjali codifica lo yoga negli Yoga Sutra, 196 aforismi che definiscono ancora oggi i principi fondamentali della disciplina.

1500 d.C.  I testi tantrici.  Swatmarama scrive l'Hatha Yoga Pradipika con lo scopo di codificare e trascrivere le tecniche di purificazione, asana, pranayama, mudra, bandha. La Gheranda Samhita è opera di Gheraṇḍa e del suo discepolo Chandakapali e data tra il XVI e XVII secolo d.C.  Della Siva Samhita. non si conosce l'autore ed è difficile stabilire il periodo in cui è stata scritta.

Dal 1893  ad  oggi.  Lo yoga arriva in Occidente e conquista il pianeta
Nel 1893, Swami Vivekananda (discepolo di RamaKrishna) porta lo yoga al Parlamento Mondiale delle Religioni di Chicago, suscitando enorme interesse.  All'inizio del Novecento, alcune figure di straordinaria influenza iniziano il lavoro che oggi chiameremmo di "traduzione" della tradizione” verso il pubblico occidentale e verso le classi medie urbane indiane.  Possiamo riportare quattro grandi protagonisti di questa “traduzione” e divulvazione in Occidente.
- Sivananda, che mantiene saldi i riferimenti al Brahman e alla dimensione trascendente pur aprendosi a un pubblico ampio.
- Krishnamacharya, che elabora il principio rivoluzionario dell'adattamento della pratica alle capacità del singolo discepolo. I suoi discepoli come  B.K.S. Iyengar e Pattabhi Jois sistematizzano e diffondono lo yoga fisico nel mondo occidentale, dando vita agli stili moderni che conosciamo oggi.
- Kuvalayananda, il "padre dello yoga scientifico", che cerca di misurare e documentare gli effetti fisiologici del prāṇāyāma, avviando quella legittimazione in chiave medica che aprirà le porte delle università e degli ospedali alla pratica yogica.  
- Yogananda che propone il sentiero del Raja Yoga, un sistema completo che unisce le asana a tecniche di meditazione scientifiche. Il fulcro del suo metodo è il Kriya Yoga, una pratica avanzata di controllo del respiro e di canalizzazione dell'energia volta a risvegliare la spiritualità.

2014, 27 settembre. Il Primo Ministro indiano Narendra Modi propone, dal podio dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite a New York, di istituire una giornata internazionale dedicata allo yoga.

2016, dicembre.  L'UNESCO iscrive lo yoga nella Lista del Patrimonio Culturale Immateriale dell'Umanità, riconoscendo il suo valore universale come espressione culturale vivente.

2022,  l'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) riconosce la pratica yoga come apportatrice di benessere e salute fisica e mentale. 

Nel tempo il termine Yoga è stato arricchito di nuovi strati di significato, senza che nessuno ne esaurisca il campo. Gli studiosi Federico Squarcini e Luca Mori giungono a conclusione che più che di una "storia dello yoga" — locuzione che presuppone un'essenza originaria e immutabile — è corretto parlare di una "storia dei discorsi sullo yoga". Un continuum mosso, fatto di aperture e chiusure, di rotture e continuità, in cui ogni epoca ha proiettato le proprie aspirazioni sul termine Yoga, termine dalla straordinaria capacità di accogliere significati.

Lo yoga è ormai un fenomeno globale di proporzioni enormi. 

I dati parlano chiaro: secondo le stime più recenti, nel mondo ci sono oltre 300 milioni di praticanti di yoga, distribuiti in tutti i continenti. Gli Stati Uniti sono il mercato più grande, con circa 36 milioni di praticanti e un giro d'affari che supera i 16 miliardi di dollari all'anno.
In Italia, oggi ci sono 4 milioni di praticanti stimati con una netta prevalenza femminile (circa il 70%) ; negli ultimi 5 anni c'è stato un incremento del 35%.
Un dato interessante riguarda la demografia dei praticanti: tradizionalmente associato a un pubblico femminile e benestante, lo yoga sta conquistando fasce sempre più ampie della popolazione. Secondo uno studio pubblicato sul Journal of Alternative and Complementary Medicine, negli ultimi anni è cresciuta significativamente la percentuale di uomini, anziani e persone con redditi medio-bassi che si avvicinano alla pratica. Il digitale ha avuto un ruolo fondamentale: la pandemia ha accelerato la diffusione dello yoga online, rendendo accessibile la pratica a chi non poteva o non può frequentare uno studio fisico. 

I benefici dello yoga per corpo e mente.   
Per molto tempo lo yoga è stato considerato in Occidente una pratica "alternativa", guardata con un certo scetticismo dalla medicina tradizionale. Oggi il quadro è completamente cambiato. Le evidenze scientifiche a favore dei benefici dello yoga si sono accumulate in modo consistente, tanto che l'Organizzazione Mondiale della Sanità riconosce lo yoga come una delle attività fisiche raccomandate per la promozione della salute globale.

La meta finale dello Yoga: kaivalya e nirvāṇa.  Al vertice di questo percorso, nelle versioni più rigorose dello yoga, si staglia una meta tanto luminosa quanto esigente. Arrivare ad elevati stati di consapevolezza e coscienza. Negli Yoga Sūtra di Patañjali essa prende il nome di kaivalya: liberazione assoluta, stato in cui il Sé autentico (Puruṣa) si rivela nella sua purezza, separato una volta per tutte dal meccanismo mentale e materiale (Prakṛti).  Non si tratta di una fuga dal mondo, ma di una trasparenza interiore che dissolve l'illusione dell'identificazione con il corpo, i pensieri, le circostanze. È la fine della sofferenza come condizione strutturale dell'esistenza condizionata.

Frasi sulloYoga.   Lo yoga ha ispirato nel corso dei secoli alcune delle riflessioni più profonde sull'essere umano, sul corpo, sulla mente e sulla vita.                                                                                                        "Il yoga è il viaggio del sé, attraverso il sé, verso il sé." - Bhagavad Gita
Non c'è Rāja senza Haṭha e non c'è Haṭha senza Rāja. «Il Rāja Yoga non è coronato da successo senza lo Haṭha, né lo Haṭha senza il Rāja; perciò li si pratichi entrambi fino alla realizzazione finale.» - Haṭha Yoga Pradīpikā, II.76
"Lo yoga è integrazione ed armonia tra Pensiero parola ed azione, o integrazione tra testa cuore e mano” -  Swami Sivananda
“Lo yoga è la scienza del giusto vivere …non può fornire una cura per la vita, ma presenta un metodo efficace per affrontarla” - Swami Satyananda
"Lo yoga è il movimento del respiro nell'immobilità della posizione" -Antonio Nuzzo 
"Lo yoga è una meravigliosa armonia tra corpo, mente, respiro ed energia. È la nota che dà colore alla giornata".  

Dal sito: https://www.giornatamondialedella.it/it-IT/blog/giugno/giornata-internazionale-dello-yoga--benessere-e-equilibrio-21-giugno-163.aspx 

giovedì 18 giugno 2026

Le filosofie indiane e I testi principali dello Yoga

Cronologia dello sviluppo dello Yoga. 

Civiltà della valle dell'Indo.  In quei luoghi è stato ritrovato un sigillo raffigurante una figura a gambe incrociate, ma non è stato mai accertato che facesse veramente riferimento ad uno Yogi.

I quattro Veda (il più antico data 1500 a.C.)  sono i testi sacri più antichi dell'Induismo, tramandati per secoli oralmente prima di essere messi per iscritto dal sanscrito vid ("conoscere") e riportano la conoscenza primordiale divina e fanno parte della rivelazione (sruti), considerati di origine divina.  Il termine Veda rimanda a un'aspirazione verso l'ordine e la disciplina interiore, senza che questo si traduca in un sistema strutturato. 
Nei periodi tardo-vedici emerge la volontà di dominare i sensi, di sottomettere la sofferenza alla forza della mente, di aprire la via verso elevati stati di coscienza, verso l'illuminazione.

I Veda si dividono in quattro raccolte (samhita): 

  • Rigveda (Veda degli inni): Il più antico, contiene oltre 1.000 inni sacri dedicati alle divinità vediche. 
  • Samaveda (Veda dei canti): Una raccolta di melodie e canti rituali. 
  • Yajurveda (Veda delle formule): contiene le istruzioni per eseguire correttamente i rituali e i sacrifici. 
  • Atharvaveda (Veda delle formule magiche): una raccolta di formule propiziatorie per la vita quotidiana.

Ogni singolo Veda si articola internamente in quattro sezioni :

  • Samhita: la parte principale, raccolta di inni, mantra e preghiere. 
  • Brāhmaṇa: i commentari e le istruzioni rituali per i sacerdoti. 
  • Āraṇyaka: i "testi della foresta", meditazioni e significati nascosti dei riti. 
  • Upaniṣhad: i trattati filosofici che esplorano l'anima individuale e l'Assoluto.

Le Upanishad sono 108 le più antiche datano tra il IX -  VI secolo a.C.   Vi sono riportati quattro aforismi fondamentali  (Mahāvākya o "Grandi Detti") riassumono l'essenza della filosofia induista, dichiarando l'unità indivisibile tra l'anima individuale e l'Assoluto: 

  • Prajñānam brahma (Il Brahman è pura Coscienza)  - Aitareya Upanishad (Rig Veda);
  •  Ayam ātmā brahma (Questo Sé è il Brahman) - Māṇḍūkya Upanishad (Atharva Veda).
  •  Tat tvam asi (Tu sei quello) - Chandogya Upanishad (Sama Veda).
  •  Aham brahmāsmi (Io sono il Brahman) - Brihadaranyaka Upanishad (Yajur Veda).

Circa venti di queste Upanishad sono dedicate allo Yoga tra cui: 
    • Kaṭha Upaniṣhad -   VI - V secolo a.C.  dove per la prima volta il dio della morte Yama espone al giovane Naciketas una dottrina organica della salvezza, introducendo i concetti di Ātman (il Sé individuale) e Brahman (l'assoluto cosmico) come cardini di un percorso di liberazione
    • Maitri Upanishad  -  III-II secolo a.C    propone nel sesto capitolo sei componenti: prāṇāyāma, pratyāhāra, dhyāna, dhāraṇā, tarka, samādhi. Tarka è la Riflessione filosofica/indagine.
    • Darshana Upanishad -  I secolo a.C. - III secolo d.C. parla di otto parti dello yoga, di mantra, japa,  di 9 posizioni associate ai chakra, di canali energetici, di ida e pingala
    • Saudiya upanishad - XIV - XVI secolo d.C  parla degli otto spetti dello yoga, di otto asana, di 10 yama e 10 niyama e di nadi sodhana
    • Yoga Chudamani upanishad - XIV -  XVI secolo d.C  parla di prana e apana, guna, del pranayama. 
    • Yoga tatva - XI -  XV secolo d.C. parla di 8 component dello yoga, bandha e siddhi. 

I Poemi Epici (detti Itihāsa) e i Purāṇa sono due categorie fondamentali della letteratura sacra indù (la Smriti), scritti in sanscrito e concepiti per trasmettere la filosofia vedica attraverso miti e racconti accessibili a tutti.  
Il Poema epico più conosciuti è il Mahabharatha scritto dal saggio Vyasa nel IV secolo a.C. ed è stato arricchito nei secoli successivi fino al IV secolo d.C.,  e il  Ramayana scritto dal saggio e poeta indiano Valmiki.  La redazione si colloca tra il III secolo a.C. e il II secolo d.C. 
All'interno del Mahabharata,  il sesto libro  corrisponde alla Bhagvad Gita - III secolo a.C  - I secolo d.C.
La Bhagavad Gītā apre su tre grandi vie: la via dell'azione (karma-yoga), la via della conoscenza (jñāna-yoga) e la via della devozione (bhakti-yoga). 


Ad esse si affiancano, nelle tradizioni successive, l'haṭha yoga, il kriyā-yoga, il mantra-yoga e il kuṇḍalinī-yoga.  Grandi personaggi hanno commentato la Gita  Adi Shankara (VIII secolo d.C.), Ramanuja (XI-XII secolo), Swami Vivekananda (1863–1902), Mahatma Gandhi (1869–1948), Sri Aurobindo (1872–1950), Paramahansa Yogananda (1893–1952),  Bhaktivedanta Swami Prabhupada (1896-1977).

Yoga Sutra di Patanjali.  II secolo a.C.  -  V secolo d.C.
Il testo più noto ed influente dello yoga sono gli “Yoga Sūtra” di Patanjali dove il cammino spirituale si articola in otto tappe progressive (aṣṭa-aṅga): yama (principi etici verso gli altri), niyama (osservanze verso se stessi), āsana (posture stabili e confortevoli), prāṇāyāma (regolazione del respiro), pratyāhāra (ritiro dei sensi dagli stimoli esterni), dhāraṇā (concentrazione su un oggetto), dhyāna (meditazione) e samādhi (assorbimento contemplativo).  
Lo yoga (che include posizioni - asana, tecniche di respirazione - pranayama per il risveglio dell'energia, tecniche di purificazione, mantra, bandha, mudra, ) era trasmesso da Maestro a discepolo o attraverso il sistema educativo Gurukhula.

Hatha Yoga Pradipika.  Nel XV secolo d.C.  con Swatmarama. nasce l'esigenza di codificare e trascrivere queste tecniche (asana, pranayama, kundalini, samadhi).

Gheranda Samhita,  opera di Gheraṇḍa e del suo discepolo Chandakapali data tra il XVI e XVII secolo d.C.
Siva Samhita. autore storicamente ignoto e di età incerta. L'opera è strutturata come una rivelazione divina in cui è il dio Śiva in persona a istruire la sua consorte Pārvatī.   Sebbene in passato fosse considerata un'opera tarda (collocata attorno al 1800 d.C. ), le ricerche contemporanee più autorevoli, collocano il testo tra il 1300 e il 1500 d.C.    

All'inizio del Novecento, alcune figure di straordinaria influenza iniziano il lavoro che oggi chiameremmo di "traduzione" della tradizione” verso il pubblico occidentale e verso le classi medie urbane indiane.
Possiamo riportare quattro grandi protagonisti di questa “traduzione” e divulvazione in occidente.
    • Sivananda, che mantiene saldi i riferimenti al Brahman e alla dimensione trascendente pur aprendosi a un pubblico ampio
    • Krishnamacharya, che elabora il principio rivoluzionario dell'adattamento della pratica alle capacità del singolo discepolo
    • Kuvalayananda, il "padre dello yoga scientifico", che cerca di misurare e documentare gli effetti fisiologici del prāṇāyāma, avviando quella legittimazione in chiave medica che aprirà le porte delle università e degli ospedali alla pratica yogica.  
    • Yogananda che propone il sentiero del Raja Yoga, un sistema completo che unisce le asana a tecniche di meditazione scientifiche. Il fulcro del suo metodo è il Kriya Yoga, una pratica avanzata di controllo del respiro e di canalizzazione dell'energia volta a risvegliare la spiritualità.
Il risultato di questi processi è che, nel corso del Novecento, l'attenzione si sposta progressivamente dalle mete spirituali del percorso yogico agli effetti corporei delle sue pratiche. Lo yoga inteso come percorso di evoluzione spirituale ed espansione della coscienza e quindi il suo fine ultimo il samādhi, assorbimento contemplativo che Patañjali pone al vertice del sentiero dello yoga, scompare dalle guide contemporanee allo yoga. 

Altri testi di riferimento: Il Cuore dello yoga T. K. V. Desikachar;  La Potenza del pensiero di Sivananda
Yoga in sei settimane di Indra Devi;  Yoga tra storia salute e mercato di Federico Squarcini e Luca Mori.

Nel tempo il termine Yoga è stato arricchito di nuovi strati di significato, senza che nessuno ne esaurisca il campo. Gli studiosi Federico Squarcini e Luca Mori giungono a conclusione che più che di una "storia dello yoga" — locuzione che presuppone un'essenza originaria e immutabile — è corretto parlare di una "storia dei discorsi sullo yoga". Un continuum mosso, fatto di aperture e chiusure, di rotture e continuità, in cui ogni epoca ha proiettato le proprie aspirazioni sul termine Yoga, termine dalla straordinaria capacità di accogliere significati.
Nel mondo dello yoga regna spesso molta confusione, e le persone scelgono un percorso senza nemmeno informarsi sul contesto sapienziale di riferimento.  

La meta finale dello Yoga: kaivalya e nirvāṇa.  Al vertice di questo percorso, nelle sue versioni più rigorose, si staglia una meta tanto luminosa quanto esigente. Negli Yoga Sūtra di Patañjali essa prende il nome di kaivalya: liberazione assoluta, stato in cui il Sé autentico (Puruṣa) si rivela nella sua purezza, separato una volta per tutte dal meccanismo mentale e materiale (Prakṛti).  Non si tratta di una fuga dal mondo, ma di una trasparenza interiore che dissolve l'illusione dell'identificazione con il corpo, i pensieri, le circostanze. È la fine della sofferenza come condizione strutturale dell'esistenza condizionata.

Rispetto ai nove sistemi filosofici indiani (darshana=visione della realtà) lo Yoga è legato alla scuola più antica: il Samkya. Gli altri sistemi sono: Vaiśeṣika, Nyāya, Mīmāṃsā, Vedānta, Buddhismo, Giainismo, Cārvāka. I primi sei sistemi filosofici sono chiamati ortodossi perchè fanno riferimento ai Veda. 

Che cos’è lo Yoga?   Swami Sivananda intende lo yoga come”…integrazione ed armonia tra Pensiero parola ed azione, o integrazione tra testa cuore e mano”.
Swami Satyananda afferma che “lo yoga è la scienza del giusto vivere …non può fornire una cura per la vita, ma presenta un metodo efficace per affrontarla”.
"Lo yoga è una meravigliosa armonia tra corpo, mente, respiro ed energia. È la nota che dà colore alla giornata".  
Bisogna intraprendere il percorso dello yoga senza aspettative, sapendo che il cammino sarà lungo. Nello yoga sono importanti la disciplina e il progressivo distacco dai sensi, che sono le due ali dello yoga. Basta semplicemente iniziare a praticare, e poi lo yoga ti coinvolgerà.   Per intraprendere il percorso dello yoga occorre avere un’etica di base, il rispetto per gli altri e la pratica della non violenza; senza queste fondamenta (che nello yoga corrispondono agli yama e ai niyama) è meglio non intraprendere il percorso.
Nel sentiero dello yoga iniziamo da ciò che abbiamo a portata di mano: il corpo ed il respiro, per poi arrivare alle dimensioni più sottili di noi stessi. Così grazie ad asana, pranayama, mudra e bandha (hatha yoga) prendiamo confidenza con la mente, creiamo spazio nella mente. Questo ci permette di essere concentrati, ed una mente concentrate è una mente focalizzata e non più dispersa.  La concentrazione è il requisito fondamentale per arrivare al nostro vero Sè tramite la meditazione e le tecniche meditative (Raja Yoga).

Rāja Yoga e  Haṭha Yoga: non c'è Rāja senza Haṭha e non c'è Haṭha senza Rāja. 
                              
«Il Rāja Yoga non è coronato da successo senza lo Haṭha, né lo Haṭha senza il Rāja; perciò li si pratichi entrambi fino alla realizzazione finale
.» (Haṭha Yoga Pradīpikā, II.76)

Basterebbe fermarsi davanti a questo verso della Haṭha Yoga Pradīpikā per mettere in discussione gran parte dell'idea contemporanea di yoga. Oggi siamo abituati a considerare lo Haṭha Yoga come una pratica del corpo e il Rāja Yoga come una pratica della mente. Questa distinzione ci sembra naturale perché riflette il modo in cui la cultura occidentale ha imparato a osservare la realtà: separando. Separiamo il corpo dalla mente, l'esperienza dalla conoscenza, la pratica dalla teoria, la materia dallo spirito. Analizziamo le parti e finiamo per dimenticare il tutto. Eppure la Haṭha Yoga Pradīpikā nasce proprio per dirci che questa separazione è illusoria. Fin dai versi iniziali dell'opera, Svātmārāma presenta lo Haṭha Yoga come un sentiero che conduce al Rāja Yoga. Se lo Haṭha Yoga fosse stato concepito come una semplice pratica corporea, questa affermazione non avrebbe alcun senso.

mercoledì 17 giugno 2026

Tenzin Robert Thurman: l’uomo che portò il Buddhismo tibetano in Occidente

Con la scomparsa di Robert Alexander Farrar Thurman (1941-2026), avvenuta il 16 giugno 2026 all’età di 84 anni, il mondo perde una delle figure più influenti nella diffusione del Buddhismo tibetano in Occidente. Studioso, traduttore, insegnante, attivista e primo monaco buddhista tibetano americano della tradizione Gelug, Thurman ha dedicato oltre sessant’anni della propria vita a costruire un ponte tra la saggezza dell’Himalaya e la cultura contemporanea occidentale.
Per milioni di persone non è stato soltanto un accademico di fama internazionale, ma un interprete appassionato del Dharma, capace di trasmettere insegnamenti profondi con un linguaggio accessibile, ironico e sorprendentemente moderno.

La vicenda umana di Robert Thurman ricorda quella di molti grandi ricercatori spirituali: tutto ebbe inizio da una crisi e dalla sofferenza.   Nel 1961, appena ventenne, perse l’occhio sinistro in un grave incidente mentre riparava un’automobile. L’evento segnò una svolta radicale nella sua esistenza. Invece di proseguire una vita convenzionale, dopo l’incidente decise di riorientare la propria vita, divorziando dalla prima moglie Marie-Christophe de Menil e decise di mettersi in viaggio alla ricerca di risposte sul significato della sofferenza, della coscienza e dell’esistenza umana.

Tra il 1961 e il 1966 attraversò Turchia, Iran e India, entrando progressivamente in contatto con il mondo spirituale asiatico. Fu proprio in India che incontrò i maestri tibetani rifugiati dopo l’occupazione del Tibet e, soprattutto, colui che sarebbe diventato il suo maestro e amico per tutta la vita: il XIV Dalai Lama.

Nel 1964 Thurman ricevette l’ordinazione monastica nella tradizione Gelug, diventando il primo americano a essere ordinato monaco buddhista tibetano.  Fu il Dalai Lama stesso a conferirgli il nome Tenzin, che significa “Sostenitore della Dottrina”. Un nome che si rivelò quasi profetico.

Negli anni trascorsi in India studiò intensamente il tibetano, la filosofia buddhista e la meditazione, vivendo a stretto contatto con alcuni dei più grandi maestri del Novecento. Pur rinunciando successivamente ai voti monastici per tornare alla vita laica e sposare Nena von Schlebrügge, non abbandonò mai la propria vocazione spirituale.  Anzi, comprese che la sua missione avrebbe potuto svilupparsi in un altro luogo: l’università.

Dopo il ritorno negli Stati Uniti, Thurman completò il dottorato ad Harvard nel 1972 e intraprese una carriera accademica destinata a lasciare un segno profondo.  Presso la Columbia University ricoprì la Jey Tsong Khapa Chair in Indo-Tibetan Buddhist Studies, la prima cattedra occidentale dedicata specificamente agli studi buddhisti tibetani. Per oltre trent’anni formò generazioni di studiosi, contribuendo a dare dignità accademica a una disciplina che fino a pochi decenni prima era considerata marginale.

La sua fama derivava però non soltanto dalla competenza filologica. Thurman possedeva una rara capacità di tradurre concetti estremamente complessi in un linguaggio comprensibile senza sacrificarne la profondità.  Le sue traduzioni di testi fondamentali della tradizione tibetana sono tuttora considerate punti di riferimento internazionali. Tra queste spiccano le opere di Tsongkhapa, il Vimalakirti Sutra e il celebre Bardo Thodol, conosciuto in Occidente come Il Libro Tibetano dei Morti.

Robert Thurman non si limitò all’attività universitaria.  Attraverso libri, conferenze, interviste e apparizioni pubbliche, divenne uno dei più autorevoli divulgatori del Buddhismo contemporaneo. Per lui il Dharma non era una religione esotica né un sistema di credenze da accettare passivamente. Lo presentava piuttosto come una sofisticata scienza della mente e un percorso educativo rivolto alla trasformazione della coscienza.  Amava descrivere il Buddhismo come una forma di “super-educazione”, capace di liberare l’essere umano dalle illusioni generate dall’ego e dall’ignoranza.

Questa visione gli consentì di dialogare con il mondo accademico, la psicologia, le neuroscienze e persino la cultura popolare, contribuendo a rendere il pensiero buddhista rilevante per le sfide del mondo moderno.

Nel 1987, su richiesta del Dalai Lama, co-fondò Tibet House US insieme alla moglie Nena von Schlebrügge, all’attore Richard Gere e al compositore Philip Glass. L’organizzazione divenne uno dei principali centri internazionali per la preservazione e la promozione della cultura tibetana in esilio. Attraverso mostre, pubblicazioni, attività educative e iniziative culturali, Thurman contribuì a mantenere viva una tradizione minacciata dalla diaspora e dalle trasformazioni geopolitiche del Tibet. Successivamente fondò anche il Menla Retreat Center nello Stato di New York, luogo dedicato all’incontro tra la medicina tradizionale tibetana e gli approcci contemporanei alla salute e al benessere.

Nel corso della sua carriera ricevette numerosi riconoscimenti internazionali. Il New York Times lo definì “il massimo esperto americano di Buddhismo tibetano”, mentre la rivista Time lo inserì tra le venticinque personalità più influenti degli Stati Uniti.

Nel 2020 il Governo dell’India gli conferì il prestigioso Padma Shri Award per il contributo offerto alla valorizzazione del patrimonio buddhista e alla riscoperta della tradizione dell’antica Università di Nalanda. Riconoscimenti che testimoniano non soltanto il valore accademico del suo lavoro, ma anche il suo impatto culturale e umano.

Per molti praticanti occidentali è stato il primo incontro con il Buddhismo tibetano. Per gli studiosi è stato un pioniere capace di aprire nuovi orizzonti di ricerca. Per il popolo tibetano è stato un alleato fedele e instancabile. Ma forse il suo lascito più importante risiede nell’esempio personale.  Ha dimostrato che un occidentale può accostarsi seriamente alla tradizione buddhista senza ridurla a moda o consumo spirituale. Ha mostrato che rigore intellettuale, pratica contemplativa e impegno nel mondo possono convivere nella stessa vita.
Con la sua risata contagiosa, la sua curiosità inesauribile e la sua straordinaria capacità di comunicare la profondità con leggerezza, Tenzin Robert Thurman lascia una traccia destinata a rimanere viva ancora a lungo.
La sua voce si è spenta, ma il ponte che ha costruito tra Oriente e Occidente continua a essere attraversato ogni giorno da migliaia di studenti, praticanti e ricercatori in tutto il mondo.

Boris Cyrulnik

 Boris Cyrulnik è un neuropsichiatra, etologo e psicoanalista, nato a Bordeaux nel 1937.  Di origine ebraiche, scampato alla deportazione ma rimasto orfano e affidato ai servizi sociali, ha compiuti gli studi di Medicina all’Università di Parigi specializzandosi nel 1970 in Neurologia e Psichiatria. 

Ambientalista militante, tra i fondatori dell’etologia umana, responsabile di un gruppo di ricerca in Etologia clinica all’ospedale di Tolone, sviluppando la teoria dell’attaccamento elaborata da J. Bowlby ha ampliato al campo psicologico l’accezione tecnica del termine resilienza, intesa come capacità di reagire a traumi e difficoltà, recuperando l’equilibrio psicologico attraverso la mobilitazione delle risorse interiori e la riorganizzazione in chiave positiva della struttura della personalità. 

Tra le sue pubblicazioni tradotte in italiano si citano qui: Un merveilleux malheur (1999; trad. it. 2000); Autobiographie d'un épouvantail (2008; trad. it. 2009); Mourir de dire: la honte (2010; trad. it. 2011); Quand un enfant se donne «la mor» (2011; trad. it. Morire d’infanzia. Uno studio sul fenomeno del suicidio infantile, 2014); Sauve-toi, la vie t'appelle (2012; trad. it. La vita dopo Auschwitz. Come sono sopravvissuto alla scomparsa dei miei genitori dopo la Shoah, 2014); Psychothérapie de Dieu (2017; trad. it. 2018).  

Di fronte alla disorganizzazione sociale, Cyrulnik propone di opporre resistenza coltivando la resilienza e l’empatia. Mette in guardia dal rischio di una «decivilizzazione», caratterizzata dalla perdita dei rituali quotidiani (buone maniere, cortesia, ascolto). Per affrontarla, è essenziale ricreare legami e pensare con la propria testa. Ascoltare gli altri, mantenere relazioni affettive rassicuranti, circondarsi di persone benevole permette di stimolare il cervello, regolare le emozioni e sviluppare la fiducia in se stessi e la propria autonomia, anche a costo di isolarsi temporaneamente dal conformismo. Occorre ricostruire dei piccoli rituali di interazione come il sorriso, l'ascolto, il turno di parola, che strutturano la civiltà e favoriscono la convivenza. 

Cyrulnik manda un grande messaggio di speranza: "Dobbiamo reinventare una civiltà che consenta una convivenza armoniosa tra uomini e donne, tra adulti e bambini, tra esseri umani diversi – ma anche tra gli esseri umani e la natura.».

martedì 16 giugno 2026

Raja Yoga e Hatha Yoga. Riscoprire l'unità dello Yoga

«Il Rāja Yoga non è coronato da successo senza lo Haṭha, né lo Haṭha senza il Rāja; perciò li si pratichi entrambi fino alla realizzazione finale.» - Haṭha Yoga Pradīpikā, II.76

Esistono versi che da soli riescono a mettere in discussione intere narrazioni contemporanee. Questo celebre passaggio della Haṭha Yoga Pradīpikā è uno di quelli. Oggi siamo abituati a pensare allo Haṭha Yoga come a una pratica del corpo e al Rāja Yoga come a una pratica della mente. È una distinzione che appare naturale alla sensibilità moderna, perché riflette il modo in cui la cultura occidentale ha imparato a osservare la realtà: separando. Corpo e mente, esperienza e conoscenza, materia e spirito, pratica e teoria vengono trattati come ambiti distinti.

La tradizione yogica, tuttavia, non nasce per dividere ma per integrare. Ed è proprio questa unità che il verso della Pradīpikā ci invita a recuperare.  Fin dai primi versi della Haṭha Yoga Pradīpikā, Svātmārāma definisce lo Haṭha Yoga come una preparazione al Rāja Yoga.
Nello stesso testo dichiara esplicitamente: «La conoscenza dello Haṭha viene trasmessa esclusivamente in funzione del Rāja Yoga.».  
Nella prospettiva tradizionale, āsana, prāṇāyāma, mudrā, bandha e tecniche di purificazione non costituiscono il fine dello Yoga. Sono strumenti preparatori destinati a rendere possibile un lavoro più profondo sulla mente e sulla coscienza.
Se dimentichiamo questa prospettiva, rischiamo di trasformare lo Haṭha Yoga in un fine a sé stesso, permanendo all'inizio del percorso senza mai iniziare realmente la salita.

Prima ancora di presentare l'Aṣṭāṅga Yoga (l'ottuplice sentiero), Patanjali dedica, nella sua opera Yoga Sutra, l'intero primo capitolo e gran parte del secondo all'analisi della mente, delle sue modificazioni, delle cause della sofferenza, degli ostacoli alla conoscenza e dei mezzi necessari per superarli.   
Il tema centrale dell'opera non è il comportamento morale, ma il funzionamento della coscienza
. Yama e Niyama sono certamente fondamentali, ma non rappresentano l'inizio del testo né il suo unico fondamento.  Ridurre gli Yoga Sūtra a un elenco di prescrizioni etiche significa perdere di vista la profondità dell'intero impianto filosofico costruito da Patanjali.

Anche il corpo occupa una posizione molto precisa e vengono presentati aspetti specifici della dimensione corporea e del suo rapporto con la pratica. Tuttavia il corpo non viene mai presentato come il traguardo dello Yoga.  La celebre definizione dell'āsana come posizione stabile e confortevole indica chiaramente una direzione: ridurre progressivamente l'interferenza corporea affinché la mente possa raccogliersi e stabilizzarsi.  Quando il corpo smette di reclamare continuamente attenzione attraverso tensioni, aggiustamenti e movimenti involontari, diventa possibile orientare l'energia verso livelli più sottili della pratica.

Se lo Haṭha Yoga prepara il terreno al Rāja Yoga, ne deriva una conseguenza inevitabile. A un certo punto la prevalenza del movimento deve lasciare spazio alla prevalenza della stasi. Questo non significa abbandonare il corpo, ma riconoscere che la sua funzione preparatoria è stata assolta.  Da quel momento il lavoro si sposta progressivamente verso gli strumenti descritti da Patanjali: dhāraṇā, dhyāna e samādhi.

Concentrazione, meditazione e liberazione non sono appendici marginali del percorso yogico; costituiscono il cuore stesso della trasformazione promessa dai testi tradizionali. Quando questa dimensione viene trascurata, lo Yoga rischia di ridursi a una pratica salutistica certamente utile, ma distante dagli obiettivi originari della tradizione.

La frammentazione che osserviamo oggi nello Yoga riflette una frammentazione più ampia del nostro modo di comprendere l'essere umano.  Il corpo viene trattato separatamente dalla mente. Le emozioni vengono isolate dalla coscienza. La spiritualità viene spesso separata dall'esperienza concreta.

La visione yogica è radicalmente diversa. Una postura modifica il respiro. Il respiro influenza la mente. La mente condiziona la percezione della realtà. La qualità della coscienza si riflette nelle relazioni, nelle scelte e nelle azioni quotidiane.  Tutto è interconnesso.

Per questo lo Haṭha senza il Rāja rischia di trasformarsi in una sofisticata ginnastica, mentre il Rāja senza lo Haṭha rischia di ridursi a un esercizio intellettuale privo di radicamento esperienziale. Entrambi diventano incompleti quando vengono separati. 

La trasformazione autentica non avviene attraverso il semplice perfezionamento del corpo né attraverso la sola accumulazione di conoscenze teoriche. Avviene quando il lavoro corporeo conduce progressivamente al lavoro sulla coscienza e quando la ricerca interiore trova una concreta incarnazione nella vita vissuta.

Non esistono due Yoga separati. Esiste un unico cammino, articolato in fasi differenti e strumenti differenti, orientato verso la stessa realizzazione.

Introduzione al Blog

  Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono p...