giovedì 25 dicembre 2025

Lo sviluppo storico dello yoga

Lo yoga ha origini sono molto antiche. Secondo i Purana (antiche cronistorie ), in un'epoca remota colui che fra gli dèi regolava la vita e la morte degli esseri, avrebbe rivelato agli uomini il modo di superare i limiti delle percezioni dei sensi, e di conoscere con un'esperienza diretta la natura sottile del mondo apparente e dei suoi aspetti trascendenti, cioè dello spirito e degli dèi.  Il nome di questo dio non si pronuncia, come nella foresta non si pronuncia il nome della tigre. In una lingua scomparsa lo si chiamava Ann, poi si chiamò Shiva  (“il benevolo”).      

Il primo adepto istruito da Shiva fu Matsyendra.  La rivelazione shivaita  è senza dubbio uno dei fenomeni più notevoli della storia del pensiero umano; si pensa che sia stata la fonte principale del pensiero filosofico indiano prima delle grandi invasioni. I suoi metodi di realizzazione spirituale, che ci sono stati tramandati sotto forma di tecniche yoga, rimangono la base conscia o inconscia di ogni vera ricerca interiore.   
L'approccio shivaita, confluito nella cultura degli invasori Vedici, ha prodotto uomini che rifiutarono di ridurre a dogma ogni conclusione che non sia verificabile dall'esperienza. Tutto il loro sforzo fu teso allo sviluppo dei mezzi di percezione dello spirito umano, di cui le tecniche yoga dovevano diventare la base, che permettevano di sperimentare direttamente l'invisibile e la natura intima dell'universo e dell'uomo.  Questo approccio, che oggi chiameremmo scientifico è il criterio essenziale del pensiero indiano in tutte le epoche.  Un'altra leggenda vuole che il primo yogin sia stato Hiranyagarbha, il cui nome, però, è anche uno dei molti nomi con cui viene chiamato l'Assoluto.  

Possiamo distinguere le seguenti fasi che hanno contribuito allo sviluppo dello yoga  quale oggi lo conosciamo: 

I. Periodo della Civiltà dell’Indo.   Tra il 3000/1700 A.C. nell'India del Nord, Mohenjo-Daro  e Harappa erano probabilmente le capitali di un regno dravida (una etnia locale). Nella religione troviamo il culto della Dea-Madre accanto a quello di un dio che potrebbe essere considerato un prototipo di Shiva. In questa regione è stata trovata una statuetta rappresenta uno yogin, assiso nella posizione classica del loto, che tiene gli occhi rivolti alla punta del naso con le palpebre abbassate in atteggiamento meditativo. Tutto ciò fa pensare all'esistenza dello yoga, sebbene non se ne conoscano le forme praticate.   
La cultura dell'Indo finì per fondersi con quella degli invasori, gli Ariani, portatori dei Veda, di una cultura patriarcale e della lingua sanscrita.

Il Periodo Vedico. Fra i documenti dello spirito umano in nostro possesso, i più antichi sono i quattro “Veda” : Rg-, Yajur -, Sama -, e Atharva. I Veda, che significano sia vedere che conoscere, rappresentano la conoscenza metafisica non soggetta ad alcun cambiamento. I Veda sono difficili da datare, anche perché prima della sistemazione definitiva vi è stato un periodo lunghissimo di trasmissione orale. 
Ciascun Veda consiste essenzialmente di quattro parti: Mantra (collezioni di inni), Brahmana  (precetti religiosi), Aranyaka (scritture per gli eremiti) e Upanisad (insegnamenti filosofici e metafisici  impartiti da maestri).  Lo sviluppo del pensiero, dagli Inni alle Upanisad, dovette richiedere non meno di un millennio di elaborazione.  Il desiderio di conoscere e capire il mondo portò a sviluppare nuovi metodi di indagine, che potessero andare al di là della ragione penetrando l'intima natura delle cose: tra questi metodi l'approccio shivaita, e lo yoga.  
Al sacrificio concreto si sostituisce gradualmente, attraverso lo yoga, un sacrificio interiore, Si lavora sul corpo e sulla respirazione. Col tempo si afferma la gnosi e la conoscenza di Brahma. E l'evoluzione si completerà nelle Upanisad . 
 
 III. Periodo Upanisadico.   Le vere basi dello yoga le troviamo nelle Upanisad. Considerate shruti o conoscenze rivelate e sacre, ben distinte dalle posteriori smrti o memorie, costituiscono la parte finale dei Veda, nel duplice significato di conclusione e scopo.  In forma di dialogo, descrivono la conoscenza di Brahma o Assoluto e forniscono i mezzi per accostarsene; essendo assolutamente incomunicabile nella sua essenza. Forniscono le tecniche  più o meno dirette per la  realizzazione metafisica.  Il Fine supremo è detto moksha o mukti  o “liberazione”, in quanto l'essere che vi perviene è sciolto dai vincoli dell'esistenza condizionata, grazie all'identificazione perfetta con l'assoluto.  
Il numero delle Upanisad è generalmente fissato in 108. In alcune di queste, per la prima volta, compare l'uso del termine yoga  in senso tecnico (Nella Katha: “per yoga si intende questo forte contenimento dei sensi”). La più importante è la Svetasvatara, i cui concetti (i cinque prana , ecc.) verranno ripresi dallo Hatha yoga. Nella Brhadaranyaka troviamo anche istruzioni di tipo sessuale, come il riassorbimento del seme durante l'amplesso, per fini magici o per la longevità, che verranno riprese e approfondite dal tantrismo. Ma il vero progresso segnato dalle Upanisad  sulle altre parti dei Veda sta nello spostamento del centro d'interesse dal mondo esterno a quello interiore.  
Le divinità dei Veda muoiono e nasce il vero Dio, l'incorporeo Brahman. Si prega solo per essere liberati dal dolore e dall'ignoranza: “Dall'irreale conducimi al Reale, dalle tenebre conducimi alla luce, dalla morte conducimi all'immortalità”.  L'attenzione si sposta, dal fatto fisico esterno, al Sé immortale interiore, situato di là dalla mente.  
Nella Brhadaranyaka, una delle più antiche, il nobile Yajnavalkya  pronuncia per la prima volta la formula estatica “ Aham brahmasmi ” ( Io sono Brahman ): l'affermazione della identità dello spirito umano con l'Assoluto è il vero segreto delle Upanisad.  
Nella Chandogya,  Uddalaka, uno degli spiriti più eccelsi tra quelli tramandatici dalle Upanisad, rivela al figlio Svetaketu, in un colloquio segreto, la dottrina del non-dualismo espressa nella formula “ Tat tvam asi ”  (Tu sei Quello).  
La Katha Upanisad comincia e finisce con una invocazione, quotidianamente recitata nei centri yoga che ad essa si ispirano, e che riguarda il rapporto fra maestro e discepolo nel processo di apprendimento:  OM sahana vavatu / saha nau bhunaktu / saha viiryam karavavahai / tejaswina vadhi 
tamastu / ma vidvisha vahai / OM shanti, shanti, shantihi!    Il significato è il seguente: 
“OM, che l'Atman o Realtà Suprema ci aiuti a crescere insieme  / che  insieme ci protegga e aiuti a compiere le opere importanti / che lo studio sia per entrambi glorificante / che fra di noi non sorga mai alcun contrasto / OM, armonia e pace (ripetuto tre volte: dagli elementi disturbanti provenienti dagli altri, da noi stessi, dalle forze della natura).  
Nella Katha Upanisad appaiono tutti quegli aspetti psicologici e meditativi che verranno in seguito sviluppati dal Samkhya e dallo Yoga. Riguarda il viaggio ultramondano di Nachiketas, il quale incontra Yama, dio dell'oltretomba e Signore della sapienza primordiale. Yama gli rivela la presenza dell'eterno Atman  in ogni essere umano e gli insegna in quale modo esso debba venir suscitato nella coscienza dell'individuo finché è in vita.  
La metafisica delle Upanisad è stata considerata secondo sei “punti di vista” o “darshana”.  Il quarto di questi sei darshana  è lo yoga, che quindi è un punto di vista  più profondo del precedente (il Samkhya ) ma non in contraddizione con questo, e introduttivo al Vedanta, dove troviamo una completa esposizione del Brahman supremo.  Lo yoga, tuttavia, è l'unico darshana  che insieme all'aspetto speculativo presenta anche un lato “pratico-tecnico” (magistralmente esposto da Patanjali).  
 
IV. Periodo Epico.  Le due grandi epopee indiane, il Ramayana  e il Mahabharata  sono ricche fonti di informazioni circa i concetti e le pratiche yoga prevalenti ai loro tempi. Nel Ramayana i dialoghi di Rama con Hanuman, il re delle scimmie, ci danno alcune informazioni sul pensiero spirituale prevalente all'epoca.  
Nel Mahabharata,  poema epico composto  intorno al VI secolo a.C., troviamo i 18 capitoli che costituiscono la Bhagavad Gita. Considerata e pubblicata come un libro a parte, la Gita è particolarmente ricca di informazioni sullo yoga.  In questo poema, Krishna  espone a Arjuna principi di valore universale, e insegna alcuni principi fondamentali dello yoga, in particolare delle tre Vie di : Jnana, Karma e Bhakti.  Definisce lo yoga come “ samatvam yoga ucyate ”: “la mente in continuo equilibrio nella calma interiore è detta yoga”; e come “ yogah karmasu kausalam ”: “yoga è abilità nell'agire”: non possiamo non agire, ma possiamo farlo in modo “abile”, ossia senza venire coinvolti nei frutti dell'azione. 
Krishna e Arjuna rappresentano, in realtà, rispettivamente il Sé e l'Io. I due protagonisti sono  rappresentati sopra lo stesso carro,  che in realtà è il veicolo dell'essere nel suo stato di manifestazione; e mentre Arjuna combatte, Krishna conduce il carro senza combattere. né essere coinvolto nell'azione; il campo ( kshetra)  è quello dell'azione, attraverso la quale l'individuo sviluppa tutte le sue possibilità, ma questa azione non tocca minimamente l'essere principale.  
 
V. Periodo dei Sutra.   Lo Yoga sutra di Patanjali è il più antico e autorevole testo sistematico sullo yoga giunto fino a noi; raccoglie le tradizioni prevalenti al suo tempo e ha esercitato una grande influenza su tutti i pensatori e praticanti posteriori. Ancora oggi si studia e si interpreta, e da generazioni serve da guida sicura e affidabile. E' considerato lo yoga “classico” e la sua importanza pratica dipende soprattutto dal valore dei commentatori, dato che il testo in sé è di eccezionale difficoltà interpretativa. Il più conosciuto commentatore è stato Vyasa. Il praticante dopo aver praticato il Kriyayoga, potrà eventualmente accedere all'Ashtanga yoga, sistema integrato ad otto elementi, che dal piano fisico lo solleverà a quello metafisico. Questo percorso ci porterà al raggiungimento della “Liberazione”, o  “Unione” con il Principio supremo.  
 
VI. Periodo Medievale e Tantra.  “Tantra ”  significa “ordito” (come di un tessuto) e “ estensione ” o approfondimento dei testi più antichi. Secondo il Mahanirvana Tantra, durante la prima età o satya yuga, gli uomini erano saggi e virtuosi e praticavano yoga. Nella quarta ed attuale era cosmica, il “ kali-yuga ”, il dharma  andò del tutto dimenticato. Secondo i Tantra, i mezzi tradizionali delle ere precedenti non sono più adatti, e propongono pertanto un nuovo metodo che ha il fulcro sul corpo. Lo scopo è di ottenere il dominio sulle dimensioni sottili dell'esistenza e entrare in contatto con la Realtà trascendente. Il microcosmo è un riflesso del macrocosmo e nella dimensione trascendente queste due realtà (oggettiva e soggettiva) sono assolutamente identiche.  
Il tantrismo si sviluppò in Raja yoga, e come aiuto al Raja yoga fu sviluppato lo Hatha yoga, alcuni aspetti del quale divennero molto diffusi e popolari.  Molte pratiche dello Hatha yoga traggono la loro origine dal tantrismo. Di tutta la letteratura, quella tantrica è la meno studiata e capita, forse a causa delle pratiche sessuali che ne fanno parte (comunque già presenti nei Brahmana e nelle Upanisad, in 
particolare  nella Chandogya e nella Brhadaranyaka).  In ogni caso, l'atto sessuale proposto nella pratica è visto come atto cosmico  di unione dei due principi opposti.  

Il concetto di Yoga

Il termine “Yoga” ha assunto il significato odierno attraverso una lunga evoluzione.     

Prima (nel Rig -Veda) esso veniva impiegato per indicare una “connessione”,  come il connettere le diverse singole parole che compongono una frase o una formula, dando loro un senso.  

Successivamente venne impiegato per indicare l'atto di “mettere sotto controllo” i sensi e gli istinti dell'essere umano: questi dovevano essere resi ubbidienti e al servizio dell'intelletto (l'auriga  che tiene le redini del carro), e non rimanere dei selvaggi e dei tiranni nella vita dell'uomo.  

Infine si giunse al concetto di “integrazione”.  Tutti gli aspetti di un essere umano vivente: corpo, istinti, emozioni, pensieri, mente, devono essere adeguatamente e armonicamente sviluppati, e sottoposti alla guida superiore  dell'intelletto, e si ha la “realizzazione del Sé"; la conoscenza della nostra vera natura, consistente in pura coscienza, pura esistenza.  Il termine “yoga” indica genericamente qualunque via indiana per l'auto-sviluppo, comprensione e trascendimento, nonché lo stato di unione con l'Essere assoluto.  

Bisogna tener presente, infine, che il termine ‟Yoga‟‟ viene impiegato sia per definire il Fine (il nuovo Stato di essere realizzato), sia i Mezzi (le tecniche impiegate per realizzarlo).   Il termine si compone della radice verbale “yuj” (unire, congiungere) e dal suffisso “ghan” (processo in atto).  

Dal punto di vista del Fine , “yuj” significa “unione, legame ”; Vyasa ci dice che, allora, da questo punto di vista, lo yoga  è sinonimo di “Samadhi”  (sam+a+dha)  che in termini moderni possiamo chiamare  “Integrazione‟.  L'integrazione di cui si parla è tra le diverse parti dell'essere umano. Possiamo definire l'integrazione  come un processo che si compie in tre momenti:  

  • mettere insieme parti diverse: unione (samyoga)  
  • mettere ogni parte al posto giusto: equilibrio (samatva)  
  • sottoporre tale processo ad una guida intelligente: controllo (samyama).  

Dal punto di vista dei Mezzi, la stessa radice “yuj” significa:  

  • tecnica, metodo - disciplina (yukti)  
  • elevazione (upaya)  
  • progressione, rafforzamento, eliminazione dei punti deboli (sannahana).  

Lo Yoga è un processo di cui si conosce l'inizio ma non la fine, dato che sfocia nell'Infinito e rimane incomprensibile a chi non lo pratica.  

Definizion di yoga date dal Dr. Manohar Laxman Gharote che è stato Direttore del prestigioso Kaivalyadhàma Institute di Lonàvlà (Bombay). Ha condotto e conduce un'intensa attività seminariale sullo yoga nel proprio Paese e all’estero (Germania, Brasile, Argentina, Italia e Giappone). Ha pubblicato in India e in Germania diverse opere.   

venerdì 12 dicembre 2025

La felicità secondo Matthieu Ricard

Il gusto di essere felici. Saggezza e benessere in ogni momento della vita, di Mathieu Ricard
 (Il titolo originario è Plaidoyer pour le bonheur). Plaidoyer significa “appello” o "impegno". Il libro è del 2003 ed è stato pubblicato in italiano nel 2008.  Matthieu decide di dedicare la vita agli altri «perché l’ego non può condurre all’amore»   


"Cercare la felicità al di fuori di noi è come aspettare il sorgere del sole in una grotta rivolta a nord"
•— Matthieu Ricard —•

Matthieu Ricard vive da più di quarant’anni nel monastero di Sechen, sulle montagne del Nepal, ma è tutt’altro che un asceta isolato dal mondo. È coinvolto in progetti umanitari che hanno portato alla costruzione di decine di scuole, ospedali e ponti nelle zone più povere dell’Himalaya. Viaggia per il mondo e partecipa a progetti scientifici, offrendo la sua esperienza unica di filosofo e scienziato. Con questo testo ha deciso di condividere con tutti i risultati di un lunghissimo viaggio spirituale e umano.
«Coltivare allo stesso tempo saggezza e bontà — intesa anche come altruismo — è come avere le due ali che permettono agli uccelli di volare nel cielo, verso la libertà interiore e la liberazione dalla sofferenza».
Matthieu pone la felicità al primo posto nella scala dei sentimenti. Come identificarla, raggiungerla e conservarla? Attraverso un percorso individuale di presa di coscienza interiore e di equilibrio della mente. La felicità è il motore dell’esistenza e rappresenta, più di ogni altro sentimento, l’amore per noi stessi e per il prossimo.

Gli scienziati del Wisconsin, lavorando nel campo della neuroplasticità, hanno studiato la felicità in relazione all’attività cerebrale. Matthieu Ricard ha ottenuto risultati che hanno superato quella che si pensava essere la soglia della felicità: è dunque l’uomo più felice della Terra?
La felicità è associata a una rete di regioni cerebrali che collaborano tra loro, tra cui il sistema limbico (che include amigdala e ippocampo), la corteccia prefrontale e il nucleus accumbens. Un’altra area chiave, scoperta più recentemente, è il precuneo, il cui volume sembra essere collegato all’intensità della felicità e alla capacità di trovare significato nella vita. Matthieu Ricard afferma che, di fronte alla stessa situazione, possiamo reagire in modi molto diversi: la nostra felicità o le nostre sofferenze sono spesso il risultato delle costruzioni mentali che sovrapponiamo alla realtà e delle “tossine” interiori da cui ci lasciamo avvelenare.
La felicità è lo scopo dell’esistenza umana. Essa esprime quanto una persona ama la vita che sta conducendo. È un programma a lungo termine in cui la gioia è percepibile. La persona felice è in armonia con il proprio mondo interiore e con ciò che la circonda. È la serenità imperturbabile dei saggi, che vivono con intensità l’esperienza opposta del dolore e della gioia.
La sofferenza e la gioia dipendono dalle condizioni esterne e dalle emozioni, ma una mente chiara permette di ridurre la distanza tra la realtà e il pensiero che proiettiamo su di essa; così facendo diventiamo meno vulnerabili alle circostanze esterne.

Un re chiese al suo consigliere di riassumere la storia umana in una frase. Il consigliere rispose: «Gli uomini soffrono, mio re».   Esistono diversi tipi di sofferenza; quella nascosta è legata alla nostra maleducazione e al nostro egocentrismo. Molte filosofie occidentali dichiarano che è impossibile raggiungere la felicità e che la sofferenza è inevitabile, e Schopenhauer elogia lo spleen.
Sulla spiaggia ci sono centinaia di stelle marine che stanno morendo al sole. Un uomo, a ogni passo, ne raccoglie una e la rimette in acqua. Un amico lo osserva e dice: «Ci sono milioni di stelle marine su questa spiaggia: i tuoi sforzi sono lodevoli, ma vani». L’uomo, rimettendo in acqua un’altra stella marina, risponde: «Hai ragione. Ma per questa stella marina fa una grande differenza».
Il dolore ci toccherà inevitabilmente quando arriva la morte; in quel caso, il miglior dono che possiamo offrire al nostro defunto è continuare a condurre un’esistenza felice e ricca.

Dobbiamo inoltre evitare di dare la colpa agli altri. Shantideva ha detto: «Se abbiamo un rimedio, perché disperarci? E se non c’è rimedio, perché affliggerci?».
Il Dalai Lama ha affermato: «Cercare la felicità rimanendo indifferenti alla sofferenza degli altri è un tragico errore!». La compassione è fondamentale: è un sentimento che genera responsabilità e rispetto verso la comunità umana.
Il saggio non ha nulla da desiderare, nulla da temere; non gli manca nulla e, di conseguenza, può essere pienamente felice. Non possiamo nascere saggi, ma possiamo diventarlo: è una lunga trasformazione interiore, basata sul lavoro quotidiano.
La realtà è spesso una nostra proiezione mentale: costruiamo la nostra realtà e creiamo confusione sulla base del concetto di identità personale. Un saggio tibetano diceva: «Perché ci crocifiggiamo per qualcosa che non esiste più o per qualcosa che ancora non esiste?».
La libertà interiore ci permette di apprezzare la pura semplicità del presente, liberi dal passato e dal futuro. La meditazione consente di sviluppare una libertà interiore e una forza sempre maggiore: le nostre angosce e paure si attenuano, e la fiducia — basata sulla gioia di vivere — sostituisce l’insicurezza; l’altruismo appassionato prende il posto dell’individualismo cronico.
Dovremmo dedicare tempo a diventare esseri umani migliori ed equilibrati.

Gino Luigi Sansone - Scuola di Yoga Integrale

 " IO SONO l'essere e il non-essere,   ma IO SONO aldilà dell'essere e del non-essere. " Bhagavad Gita    

Gino Luigi Sansone  ( 1958 ) -Ramanuja Acharya Das - è diplomato all’Accademia di Belle Arti di Napoli in Scenografia, ed ha sviluppato una forte passione per la saggezza dell’Oriente (soprattutto dell’India che visiterà in vari viaggi) e per la pratica della meditazione yoga.
È  insegnante di yoga diplomato alla Yoga Vedanta Forest Academy dello Shivananda Ashram-Divine Life Society di Rishikesh, India. Nel 1986 fonda a Napoli lo Shri Vaishnava Ashrama, la Scuola di Yoga Integrale in Italia – Yoga Sociale ad indirizzo Spirituale, Umanitario, Sociale, Ambientalista, Animalista, con sede in Orbetello (Grosseto), di cui è Presidente e Maestro.
Dal 1986 è membro iniziato dello Shri Vaishnava Sampradaya al Saligram Mandir, Vrindavana, India; nel 2007 ha fondato lo Shri Vaishnava Ashram, di cui è il Maestro riconosciuto dalle autorità spirituali indiane. Attualmente condivide l’insegnamento spirituale della meditazione yoga in tutta Italia tramite corsi, seminari e conferenze. 

La conoscenza del Maestro Gino Sansone spazia in incommensurabili campi, dalla storia alla filosofia, alle diverse tradizioni religiose e spirituali, dall’ Arte alla Poesia, dalla pittura al Teatro, dalla cultura orientale alla cultura occidentale, dalla cucina macrobiotica a quella ayurvedica, dallo Yoga alla Vita.
Gino Sansone ha trasmesso sempre i suoi saperi con esemplare generosità e semplicità, e con quell’allegria che è la perfetta combinazione per far comprendere argomenti profondi e complessi.
In Ashram si apprende la vita persino nell’osservare il Maestro cucinare o fare il pane: ogni azione, ogni parola è ricca di insegnamenti preziosi.  Gino è anche un eccellente Bio-vegan-chef.

Tra gli innumerevoli progetti realizzati citiamo il Corso Gratuito di Formazione Giovani Insegnanti Yoga, ad indirizzo Spirituale, Umanitario, Sociale, Ambientalista, Animalista, della durata triennale; il meraviglioso progetto Lo Yoga per i Musei - I musei per lo Yoga; il progetto Giovani in Yoga. Questi sono solo alcuni dei progetti da lui realizzati con la Scuola che opera, dalla sua fondazione ad oggi, in stretta collaborazione con gli Enti pubblici, Istituzioni ed Istituti scolastici di ogni ordine e grado.

Gino Sansone è anche uno straordinario artista, che ha partecipato a mostre con installazioni e dipinti e dal 1980 è il focalizzatore del Laboratorio di Teatro Yogico-Sciamanico con cui ha realizzato diversi happenings, attività creative e performative in teatri e in luoghi non convenzionali e per la città di Napoli.

Ha avuto qualche problema fisico a partire dal 14 ottobre 2022, a seguito di un grave episodio di salute iniziato con una emorragia cerebrale, che lo ha visto in pericolo di vita. Ha affrontato con successo una grande battaglia per curare il suo corpo.  Sta ricominciando a tenere conferenze e insegnamenti in varie città  d'Italia. 

Vari link:

  • Profilo e Pagina facebook:  Gino Sansone: https://www.facebook.com/sansonegino
  • Scuola di Yoga Integrale: https://www.facebook.com/scuoladiyogaintegrale
  • Link video:   https://youtu.be/RqxuXtgglXw  https://youtu.be/pUbASXiQIDY
  • https://www.facebook.com/1051504586/posts/10222568727100849/?mibextid=o7d1FKF6OwB1pP9P 

Il filosofo, la libido e la relazione logica

Il filosofo preferisce la relazione logica al rapporto sessuale e lo si riconosce dal fatto che, di fronte a un problema sessuale, assume un atteggiamento forzato, e inappropriato. Manifesta una glaciazione quando ci si attendeva un incendio, un incendio quando ci si attendeva una glaciazione. Formula una teoria a chi gli chiede un'emozione, sprofonda in una passione qualunque invece di rispondere razionalmente a una domanda sull'amore.   

Il filosofo è in difficoltà. Di fronte alla pulsione sessuale, nella vita quotidiana il filosofo prospetta soluzioni estreme: la verginità, la castrazione, nel senso della continenza; oppure la dissolutezza, la perversione, nel senso della licenziosità.  Nessuno immagina la castrazione per se stesso; il filosofo si. Può addirittura farvi ricorso. La storia della filosofia annovera due celebri castrati. Il primo è Origene, cristiano inflessibile.  Il secondo filosofo castrato è Abelardo.  

Tra quelli che sono rimasti vergini figurano (per quanto ne sappiamo) Plotino, Ipazia, Tommaso d'Aquino, Erasmo, Paracelso, Spinoza, Pascal, Malebranche, Kant, Lagneau, Simone Weil ("la Vergine rossa"), che non sembra siano stati tormentati dalla "cosa". Il che deve spiegare, in parte, la natura astratta della loro morale.
La vita sessuale di Spinoza, anche a venticinque anni, è un grande vuoto, per passività. Al piacere sessuale Spinoza rimprovera molte cose: tiene "la mente (...) così distratta" che le impedisce di "pensare a un qualche altro bene"; e poi, com'è noto, "dopo il godimento (...) segue una grande tristezza che, se non annienta la mente, tuttavia la turba e la stordisce".

Sull'altro fronte ci sono filosofi che hanno avuto un'esistenza da dissoluti: Tertualliano, Agostino, Lullo e Vanni.  Agostino e Lullo - si presentano come eroi che hanno rinunciato al piacere sessuale. Ma si dedicano all'astinenza dopo aver goduto dell'abbondanza. Ci piacerebbe che avessero coraggiosamente rinunciato al sesso a vent'anni invece che a trentadue ( Agostino) o a trentatré (Lullo). A quel tempo, a trent'anni si era già uomini maturi. Come dice il proverbio, "quando il diavolo invecchia, si fa eremita". Secondo un'ottima raccomandazione dei moralisti, essi non uccidono la libido: sostituiscono alla passione sessuale la passione evangelica. O meglio, poiché nel convertire mettono la stessa foga che avevano messo nel copulare, trasformano la propria libido. E' la medesima energia. Agostino e Lullo sono dei convertiti. La conversione è un'inversione di vapore. Si conserva il vapore, ma lo si dirige altrove.

Ma un'eccezione, un diavolo, si riesce comunque a scovarlo. Esiste un filosofo "dissoluto" (l'aggettivo è di Diderot): La Mettrie, medico materialista del XVIII secolo che difende l'erotismo universale. Osa titoli come L'arte di godere. Innalza questo inno: "Piacere, supremo padrone di tutti gli uomini e degli dei, davanti al quale tutto scompare, persino la ragione stessa, tu sai quanto il mio cuore ti adori". Ai diavoli si può aggiungere Claude Henri de Saint-Simon, di epoca napoleonica, definito "dissoluto". 

Quindi si potrebbe concludere che in Sofia non c'è alcuna depravazione o ce n'è ben poca.  

Vedi:  https://isentieridellaragione.weebly.com/la-libido-il-filosofo-preferisce-la-relazione-logica.html

Relazioni, amicizia e amore

"L'amicizia e l'amore sono una risonanza positiva molto forte con qualcuno, senza attaccamento, nè altra cosa, sono la constatazione di essere felice di stare con questa persona e di essere in relazione con questa persona. Ed è considerata l'emozione suprema perchè è accompagnata da stati mentali positivi che accompagnano come una costellazione questa risonanza positiva con gli altri da cui scaturisce il miglior stato dell'essere umano" - Matthieu Ricard               

  «C'è più testo scritto su un volto che in un volume della Pléiade e quando guardo un volto cerco di leggere tutto , anche le note a piè di pagina. Mi addentro nei volti, come ci si addentra nella nebbia, finché il paesaggio non si illumina nei minimi dettagli. Leggere così l'altro significa favorire il suo respiro, cioè farlo esistere. Forse i pazzi sono persone che nessuno ha mai letto , rese furibonde dal contenere frasi che nessuno sguardo ha mai percorso. Sono come libri chiusi». «L'incontro è lo scopo e il senso di una vita umana. Ci permette di non attraversarla come sonnambuli. Quando i miei occhi si chiuderanno, lo faranno su un'immensa biblioteca costituita da volti che mi hanno commosso, turbato, illuminato.  Un volto è illuminante quando un essere è benevolo e rivolto verso qualcosa di diverso da sé stesso. La cura che ha dell'altro lo illumina, lo rende vivo. Cattura una luce e la riflette. È qualcosa di raro. La ricchezza di questa vita è fatta soprattutto di volti e di poche parole». -  Christian Bobin

Incontrare l'altro... «È estremamente raro incontrare qualcuno, sia che si frequentino molte persone sia che si sia dei cosiddetti solitari. La maggior parte delle persone rende molto difficile incontrarle perché non sono sincere nelle loro parole o perché sono prive di anima.   Io attribuisco sempre all'altro il merito dell'incredibile novità della sua esistenza, ma questo merito si esaurisce se l'altro ha rovinato questa meraviglia per diventare come tutti gli altri.  -  Christian Bobin

Oscar Bonelli, Mauro Tiberi, Pejman Tadayon

 In questa pagina riporto alcuni grandi musicisti che suonano a Roma e propongono percorsi spirituali.  

“Danzi nel mio petto, dove nessuno può vederti.  Ma qualche volta io Ti vedo e quella Luce diviene quest’arte.”  (Jalaluddin Rumi)   

“Sono convinto che l’Oriente e l’Occidente possano incontrarsi e conoscersi profondamente. E non ho altro che la musica per dimostrarlo.”    (Pejman Tadayon) 

Pejman Tadayon, nato a Esfahan (Iran) nel 1977, è un musicista, compositore e pittore persiano, considerato uno dei massimi esperti di musica persiana e sufi in Italia. Ha studiato l’antico repertorio musicale persiano e strumenti tradizionali come târ e setâr con maestri rinomati. Trasferitosi in Italia nel 2003, ha frequentato l’Accademia di Belle Arti di Firenze e studiato musica occidentale. A Roma, ha collaborato con il gruppo Sarawan e fondato il gruppo Navà, incidendo il CD “Viaggio nei colori”. Nel 2009 ha creato il gruppo YAR e pubblicato l’album “Yar Ensemble”.
Nel 2013 ha fondato il Pejman Tadayon Ensemble, componendo musiche ispirate a Rumi e al Sufismo, pubblicando l’album “Universal Sufi Music”. Dal 2014, ha integrato corde nei suoi dipinti, creando opere di pittura sonora esposte nella Galleria Sonora di Roma, dove organizza anche eventi musicali. Tadayon insegna oud, târ, setâr e teoria della musica orientale. Nel 2015 ha co-fondato il progetto Cafè Loti, che unisce musica colta e popolare.
Ha collaborato con vari artisti e partecipato a produzioni teatrali e cinematografiche, tra cui “L’ultimo Pulcinella” e “Polvere di Baghdad”. Ha anche realizzato il docufilm “Quando Rumi incontra Francesco”. Tadayon è promotore del dialogo musicale tra Oriente e Occidente.
Pejman Tadayon continua a essere una figura rispettata nel mondo della musica persiana e un ambasciatore della sua ricca tradizione musicale. La sua passione per il tar e il suo impegno per l’eccellenza musicale lo rendono un artista straordinario e ammirato in tutto il mondo.   Sito web;  https://www.pejmantadayon.com/ 

Oscar Bonelli è un cantante, poli-strumentista e voice, ispirato dal canto armonico della Mongolia e del Tibet; dal canto carmatico indiano; dai canti dei nativi d’America e  africani.   Conduce laboratori di canto energetico e meditazione sul suono.  Comincia la sua ricerca musicale 25 anni fa con l’approccio alla danza africana. 
Lungo il suo percorso incontra numerosi maestri (Francesca Cassio – canto indiano; Nela Bagawath – Mumbay, canto indiano; Tran Quan Gai – Vietnam, canto armonico; Roberto Laneri – canto armonico; Riccardo Misto – Nada Yoga; Giovanni Imparato – drum circle, ecc).  Questi incontri delineano la sua personalità artistica, che Oscar esprime i maniera eccelsa, attraverso un mix di world music, che evoca nell'ascoltatore stati di contemplazione e rapimento spirituale.  La dimensione “cosmica” di musiche ancestrali, creata da Oscar Bonelli si esprime attraverso il suono di strumenti musicali, che giungono da tutte le zone e le culture del mondo.  Strumenti rari che Oscar ci presenta fondendone i suoni, con grande maestria, in un canto che diventa preghiera e devozione verso il divino. 

 Mauro Tiberi è un musicista, polistrumentista e ricercatore vocale, studioso e praticante di canto difonico (canto armonico), vocalità sacra orientale (canto bizantino), di canto indiano negli stili dhrupad, kyal e qawwali, più altri stili antichi di canto indoeuropeo. Organizzatore di concerti e formatore di gruppi di studio su argomenti che vanno dalla musica, alla filosofia della musica e di tecniche vocali per lo sviluppo psicofisico della persona. 

Antonio Olivieri - Centro Studi Viniyogah

Antonio Olivieri, insegna lo Yoga dal 1994. Si è avvicinato allo yoga già alla fine degli anni ottanta, inizialmente per problemi fisici, successivamente per un amore sempre crescente per questa disciplina, che lo ha portato a sperimentare lo Yoga partecipando a corsi, ritiri e seminari sia  in India che nel resto del  mondo.   


Segue la  tradizione di TKV Desikachar (figlio del grande maestro T. Krishnamacharya), con l’utilizzo del metodo di insegnamento Viniyoga nello Yoga. Incontra la sua maestra Chandra Klee  nel 1995, allieva diretta di TKV Desikachar, e si specializza con lei sullo Yoga Individuale e Terapeutico (Cikitsa).

Ha seguito da allora quasi tutti i seminari e gli stage tenuti da Desikachar in Italia ed Europa, fino al suo ultimo corso tenuto in Inghilterra (nel 2010).  

 Insegna Yoga  e dirige  il centro Studi Yoga Viniyogah di Roma che nasce nel febbraio 2002 , seguendo la tradizione e il metodo di insegnamento trasmesso da TKV Desikachar, sia a livello individuale che di gruppo, oltre ad occuparsi della Scuola di Formazione.  Al centro si insegna uno Yoga classico (basato sulla tradizione Viniyoga dello Yoga), accessibile a tutti, ed espressione del lignaggio di Sri Tirumalai Krishnamacharya e di suo figlio TKV Desikachar. 
Il centro si occupa inoltre di Educazione e Formazione dell’individuo ai vari livelli, dal Counseling relazionale  alle Costellazioni Familiari Sistemiche, dai corsi di Canto Vedico a quelli per la Gestione dello Stress, attraverso il  Movimento Psico Corporeo  finalizzato alla salute ed al benessere.

E' socio ed ex Coordinatore Regionale della Yani (Associazione Nazionale Insegnanti di Yoga)
 
Vedi  https://www.ayvi.it/ 

Citazione di Oscar Wilde sulla felicità e sullo “spreco della vita”

 La citazione di Oscar Wilde sulla felicità e sullo “spreco della vita”, può farti vedere la vita con occhi diversi. Amore trattenuto, potere non usato e prudenza evitano il dolore ma spegnono la felicità.   


La frase di Oscar Wilde — “Lo spreco della vita si trova nell’amore che non si è saputo dare... nel potere che non si è saputo utilizzare, nell'egoistica prudenza che ci ha impedito di rischiare e che, evitandoci un dispiacere, ci ha fatto mancare la felicità.” — suona come un invito a smettere di vivere “in modalità risparmio”.   Non parla di fallimenti eclatanti o di cadute spettacolari: mette a fuoco ciò che resta sospeso, le parti di noi che non escono mai allo scoperto perché le blocchiamo per paura, abitudine o eccesso di controllo.

Per Wilde il vero spreco è la rinuncia preventiva: non amare davvero, non usare le proprie risorse, non esporsi mai per evitare di soffrire. Ma una prudenza troppo rigida, se ti protegge da un dispiacere, può anche tenerti lontano dalla felicità e dalla pienezza. È qui il punto centrale: la vita non si “consuma” soltanto nelle scelte sbagliate, ma anche — e spesso di più — nelle scelte che rimandiamo all’infinito e non facciamo mai.  

Un’idea simile l’aveva espressa anche Cicerone molto prima di Wilde: “Chi vive nella gioia vive due volte”. In fondo, il messaggio è lo stesso: non limitarti a sopravvivere con il freno tirato. Coltivare la gioia, prendere iniziativa, dare spazio all’amore e al coraggio è un modo per allargare la vita, giorno dopo giorno.

Qui Wilde non sta celebrando l’amore romantico e basta. Parla dell’amore come energia vitale: affetto, presenza, cura, parole dette al momento giusto, gesti semplici che potrebbero cambiare la giornata di qualcuno (e anche la nostra). “Non si è saputo dare” è interessante: non dice “non si è voluto”, ma “non si è saputo”. Come se l’amore fosse anche una competenza emotiva: imparare a esprimersi, a mostrarsi, a non lasciarsi frenare dall’orgoglio o dalla paura di essere vulnerabili. È lo spreco del “poi glielo dico”, “un giorno mi apro”, “aspetto il momento perfetto”. Il momento perfetto spesso non arriva, e intanto la vita passa. Parole chiave emotive: rimpianto, non detto, potenziale, vulnerabilità, coraggio.

La parola “potere”
può suonare dura, ma qui può essere letta in modo ampio: potere come possibilità di incidere. È il potere di scegliere, di dire no, di cambiare strada, di proteggersi, di creare, di guidare, di usare il proprio talento. Non è necessariamente potere sugli altri: è potere su ciò che possiamo fare della nostra vita. Oscar Wilde suggerisce che sprecare la vita significa anche lasciare il proprio “spazio d’azione” inutilizzato: restare in silenzio quando servirebbe una voce, restare fermi quando servirebbe un passo, restare piccoli per non disturbare. È una critica sottile all’auto-svalutazione e alla delega continua: quando non usiamo le nostre possibilità, non perdiamo solo risultati, perdiamo identità.  Non usare il proprio potenziale per paura del giudizio o per comodità è una forma di rinuncia.

 Oscar Wilde dicendo: “Ciò che non abbiamo osato, lo abbiamo certamente perduto”ci invita ad avere più coraggio nella vita.  “L’egoistica prudenza” spesso si verifica quando la paura si traveste da saggezza. 
Wilde chiama la prudenza “egoistica”. Non perché la prudenza sia sempre sbagliata, ma perché a volte diventa una scusa elegante per non esporsi. Una maschera rispettabile della paura: “Sono fatto così”, “meglio non rischiare”, “non conviene”, “non è il momento”.

E' una prudenza egoistica perché ci mette al centro in modo difensivo, applicando la logica del minimo rischio: non vogliamo soffrire, non vogliamo essere rifiutati, non vogliamo perdere. Così facendo però proteggiamo il noi più fragile, ma affamiamo il noi più vivo. È una prudenza che evita i dispiaceri immediati, ma prepara rimpianti più lunghi.

“Per recuperare la giovinezza basta ripetere le proprie pazzie”e sentirsi così giovani dentro (a ogni età). Scegliere sempre la strada più protetta può ridurre il dolore, sì, ma spesso riduce anche la gioia. Perché molte felicità richiedono una quota di rischio: dire ciò che proviamo, cambiare lavoro, ricominciare, chiedere, provare, esporsi, sbagliare. 

La felicità, in questo senso, non è un premio per chi non sbaglia: è una conseguenza possibile per chi si muove. Wilde non idealizza l’incoscienza. Sta dicendo qualcosa di più psicologico che morale: se vivi con l’obiettivo primario di non soffrire, finisci per non vivere davvero. È una frase che smonta l’illusione del controllo totale: la vita “sicura” spesso è solo una vita rimandata.   

La spiritualità non è religione

Per noi è la spiritualità è un percorso per generare felicità, comprensione e amore, per poter vivere profondamente ogni momento della nostra vita.      

Avere una dimensione spirituale nella nostra vita non significa sfuggire alla vita o abitare in un luogo di beatitudine fuori da questo mondo, ma scoprire modi per gestire le difficoltà della vita e generare pace, gioia e felicità proprio dove siamo, su questa bellissimo pianeta. 

L'ascolto profondo è quel tipo di ascolto che può aiutare ad alleviare le sofferenze di un'altra persona. Puoi chiamarlo ascolto compassionevole. Si ascolta con un solo scopo: aiutare lui o lei a svuotargli il cuore."

ॐ ༺۩༻ Thich Nhat Hanh ॐ ༺۩༻ Maestro Zen 



Alla ricerca della gioia - Mario Thanavaro

Mario Thanavaro (1955 - ) è Maestro di meditazione Vipassana e insegna vari temi riguardanti la spiritualità.  Il suo nome è Mario Giuseppe Proscia ed è nato in Friuli.   Insieme alla Dott.ssa Enzina Luce Franzese è il fondatore dell’Associazione Amita Luce Infinita e ne è il presidente. Ha scritto oltre quindici libri riguardanti il buddhismo, la meditazione e la consapevolezza dell’esistenza umana. Conduce ritiri e incontri di meditazione online e in varie città d’Italia.      -
Il suo sito è il seguente: https://www.mariothanavaro.it/     https://percorsi.meditiamo.it/
Mario Thanavaro è uno dei pionieri della meditazione in Italia. Per 18 anni ha vissuto un’intensa esperienza  monastica nell’ambito del Buddhismo Theravada. Ha ricoperto per tre anni la carica di presidente dell’Unione Buddhista Italiana (U.B.I.) e poi Vice Presidente della Fondazione Maitreya.           

Nel suo libro Dalla sofferenza alla gioia, Come guarire dal dolore del mondo (pubblicato nel 2013 a 58 anni), Mario Thanavaro racconta come si è avvicinato alla spiritualità e cosa lo ha portato a diventare monaco nel 1979.   Il suo maestro, Achaan Sumedho, gli diede il nome Thanavaro che significa "Fondazione eccellente", per ricordargli che il Dhamma, l'insegnamento spirituale gli avrebbe assicurato la stabilità  in un mondo soggetto a terremoti e sofferenze di ogni tipo.  Su indicazione del suo maestro  ritornò in Italia (dopo 12 anni in Thailandia, Sri Lanka, USA), e fondò, nel 1990  il monastero "Santacittarama, Il giardino del cuore sereno ".  Un monastero buddista italiano Theravada nel lignaggio Thai Forest Tradition di Ajahn Chah situato a Rieti, vicino a Roma. Indirizzo: Località, Via Brulla, 02030 Poggio Nativo ( Rieti)  Telefono: 0765 872528.  

Per sei anni fu l'abate del  monastero Santacittarama, poi abbandonò la carica, privo di energia ed entusiasmo.  Thanavaro scoprì che anche il mondo religioso è pieno di pregiudizi e settarismi. Alla fine decise di ritornare alla condizione laicale e diffondere gli insegnamenti e la pratica della meditazione al di là dell'appartenenza ad una religione. 

Nel suo libro racconta con umiltà che ritornare nel mondo a quarant'anni, senza un appoggio economico e morale, non è stato un cammino facile. La strada che porta alla conoscenza di sé, spesso non è lineare e bisogna confrontarsi con le proprie paure e mettersi in discussione. Infine, assumere la responsabilità di essere liberi, capire che la vita è breve e deve essere vissuta al meglio e con coraggio per portare a termine il proprio compito.

Il filosofo cinese Zhuang sintetizza così la tipica condizione umana: “La felicità è più leggera di una piuma, nessuno sa afferrarla. L'infelicità è più pesante della terra, nessuno sa lasciarla”.  Siamo spesso affetti da un disagio esistenziale la cui origine è dentro di noi. Finché ci sposteremo da un luogo ad un altro, da una relazione ad un'altra difficilmente individueremo la causa della nostra agitazione. Talvolta attribuiamo questo disagio all’ambiente esterno e incolpiamo gli altri, ma se non ci assumiamo le nostre responsabilità non riusciremo a risolvere quelle problematiche esteriori che hanno inciso sul nostro cuore, sulla nostra mente e sul nostro corpo, diventando col tempo problematiche sempre più complesse e creando sempre più malessere.

Con la pratica meditativa seduta,  rimanendo immobili, possiamo riuscire a riconoscere le radici del nostro disagio, del male e della sofferenza, al fine di operare una pulizia profonda.   Un rapporto sano ed equilibrato con il corpo, che si esprime attraverso la piena accettazione di sé, è un passo fondamentale per vivere bene e per iniziare il nostro percorso evolutivo senza questo carico che appesantisce tanti di noi che non si riconoscono e non si piacciono forse da tantissimo tempo. La pratica meditativa richiede una conoscenza profonda di sé e una precisa cognizione della realtà attraverso l'osservazione, la concentrazione, la visualizzazione, l'introspezione.  [...]
La pratica meditativa equivale quindi a una cura personale rivolta a farci sentire puliti dentro, più belli fuori e più sani, più sereni e più felici; richiede una profonda conoscenza di sé, di come funziona la nostra mente.

L’appartenenza a  un credo religioso, induista, buddhista, ebraico, cristiano, islamico o altro, non protegge automaticamente dalla rigidità e dalla chiusura verso il prossimo, ma diventa spesso una semplice compensazione delle nostre mancanze interiori. 

Lungo il cammino della vita fate in modo di non privare gli altri della felicità. Evitate di dare dispiaceri ai vostri simili; anzi, cercate di dare loro gioia ogni volta che potete. […]  Siamo esseri sensibili e preziosi, a prescindere dal giudizio degli altri, dall'apprezzamento e dalla stima altrui. La ricchezza interiore, lo spirito di servizio e l'altruismo, sono beni inestimabili. La condivisione dei nostri talenti, del nostro lavoro e dell'energia che mettiamo nel vivere bene la nostra vita, è l'unica forza che può veramente salvare l'umanità.
Nel mondo attuale caratterizzato dal liberismo senza regole, dal consumismo insaziabile, dal depauperamento del pianeta, dalla crescita selvaggia a discapito dei diritti umani e dell'ambiente, dalla crescente disparità sociale sono incoraggiati l'avidità, l'attaccamento, la competizione e il conflitto. Bisogna riscoprire il piacere di una vita semplice, in armonia con se stessi e con gli altri esseri senzienti, con il pianeta. 

La pratica spirituale non ci allontana dai problemi del mondo, ma intende risolverli promuovendo la semplificazione dei bisogni, il consumo consapevole, l’ecosistema, l’uguaglianza sociale e una decrescita felice. Tutto ciò richiede una sempre maggiore consapevolezza, la spogliazione continua dell'avere per poter finalmente essere. 
L'obiettivo è vivere semplicemente la propria vita facendo quello che deve essere fatto senza cercare riconoscimenti e successo, superando la paura di fallire.

La cultura è disgiunta dalla vera conoscenza e spesso ostacola il cammino spirituale.  Nel film provocatorio Cento Chiodi di Ermanno Olmi, il protagonista, un affermato professore di filosofia e religione,  preso da un moto di ribellione della coscienza mette in discussione le radici stesse della sua cultura e, dice: "Quanta verità è stata scritta in questi testi … A che cosa sono serviti? A ingannarci l'un l'altro. C'è più verità in una carezza che in tutti i libri". E così lascia la biblioteca in cui lavorava e studiava, che era tutto il suo mondo, dopo aver trafitto le pagine degli antichi e preziosi libri di studi cristologici come atto finale di liberazione.

Spesso rimaniamo vittima di un approccio sbagliato ai paradigmi sociali e spirituali, ci sentiamo inferioria chi consideravo più dotto, più intelligente, più perfetto e illuminato di me. Siamo alla continua ricerca di una guida spirituale, di un leader idealizzato, di qualcuno che risolva tutti i problemi e che sia in grado di dirci cosa è il bene e cos'è il male, quale è la cosa giusta da fare, ecc. Ciò non aiuta alla nostra evoluzione interiore. Come dice Jiddu Krishnamurti "Voi credete nei salvatori, ma è proprio da loro che dovete salvarvi. Vi dovete redimere dall'idea che qualcuno possa venire a redimervi".

In altre parole, si tratta di essere umili, fiduciosi e onesti con se stessi, di vivere semplicemente la propria vita facendo quello che deve essere fatto senza cercare riconoscimenti e successo, e superando la paura di fallire. 

mercoledì 19 novembre 2025

La Tresse - Laetitia Colombani

"La tresse" (in italiano La treccia) è un romanzo del 2017 e un film del 2024 entrambi scritti e diretti da Laetitia Colombani. La storia segue tre donne in diverse parti del mondo – una in India, una in Canada e una in Italia – le cui vite sono intrecciate da un filo comune, esplorando temi come il coraggio, la lotta per l'emancipazione e la resilienza. Il romanzo è un omaggio al coraggio femminile e alla forza delle donne che perseverano di fronte alle avversità; alle donne amazzoni, alle guerriere indomite, alle combattenti instancabili.

Il libro intreccia le storie di Smita, un'intoccabile indiana che sogna di dare un'istruzione alla figlia; Giulia, una parrucchiera siciliana che affronta una crisi; e Sarah, un'avvocatessa canadese che lotta con la malattia.  Racconta tre destini di donne diverse, con tre vite diverse, di classi sociali diverse, che vivono in tre luoghi diversi eppure sono unite da una treccia nera di capelli. Ciocche di capelli lunghi e bellissimi che collegano l’India, gli Stati Uniti, l’Italia.

Smita abita in una baracca alla periferia di Badlapur in India. Sopravvive pulendo le latrine di venti case. Per farlo dev’essere intoccabile e invisibile. Il suo sogno è quello di vedere sua figlia sfuggire alla sua stessa miseria ed entrare a scuola e conquistare per sua figlia un futuro dignitoso.
Giulia Lanfredi lavora nel laboratorio di suo padre a Palermo in Italia. Da quasi un secolo la sua famiglia vive della “cascatura”, la tradizione siciliana di conservare i capelli tagliati per ricavarne parrucche e toupet. Quando il padre ha un infarto, Giulia scopre che l’azienda di famiglia è rovinata. Per Giulia salvare l’azienda di famiglia è una scelta dettata dal cuore.
Sarah Cohen è un noto avvocato che sta per essere promosso capo del suo studio a Montreal in Canada. La sua giornata è cronometrata e divisa a metà tra Sarah/donna in carriera e Sarah/madre di famiglia. La sua vita sembra scorrere alla perfezione quando apprende che è gravemente malata. E prenderà consapevolezza che la carriera non è la cosa più importante nella vita.

Smita, Giulia e Sarah, le tre protagoniste del libro La treccia, decidono di combattere contro il loro destino avverso in maniera coraggiosa e determinata. Il romanzo è  un inno alle donne tenaci che trovano in sé stesse le capacità di portare avanti i propri sogni e desideri.

Il libro è stato portato sullo schermo nel 2024.  Laetitia Colombani ha diretto e scritto l'adattamento cinematografico, fedele al suo romanzo bestseller. 

Lo Zen: una via di meditazione e risveglio

Il Buddhismo Zen è una delle principali correnti del Buddhismo Mahāyāna. Nasce in Cina, dove viene chiamato Chan, e da lì si diffonde in Giappone, Corea e Vietnam, assumendo i nomi di Zen, Seon e Thien. La parola “Zen” è la traslitterazione giapponese del cinese Chan, che a sua volta deriva dal sanscrito Dhyāna, ovvero “meditazione”. Non a caso, l’intera tradizione Zen pone al centro proprio l’esperienza meditativa: la pratica del zazen, l’esperienza diretta dell’illuminazione (satori) e la trasmissione “da mente a mente”, un insegnamento che va oltre il linguaggio e oltre lo studio dei testi.   

Uno degli slogan più noti della tradizione Zen sintetizza bene questo approccio: si parla infatti di “una trasmissione al di fuori delle scritture, non fondata sulle parole e sulle lettere, che punta direttamente al cuore dell’uomo, per vedere la propria natura e diventare Buddha”.


Origini e sviluppo in Asia. La storia dello Zen comincia in Cina, dove la tradizione Chan viene attribuita, in modo leggendario, al monaco indiano Bodhidharma, vissuto tra il V e il VI secolo. In Cina, il Chan si integra profondamente con il taoismo, dando vita a un Buddhismo improntato alla semplicità, alla spontaneità e all’esperienza diretta. Nel tempo si formano diverse scuole, tra cui la Caodong, da cui deriverà lo Sōtō Zen giapponese, e la Linji, che darà origine alla scuola Rinzai.

Lo Zen arriva in Giappone tra il XII e il XIII secolo. Qui si sviluppano due grandi tradizioni: il Zen Sōtō , fondato da Dōgen Zenji, e lo Zen Rinzai, introdotto da Eisai e in seguito riformato in profondità dal maestro Hakuin Ekaku. Accanto a queste figure, nella storia più recente dello Zen internazionale si riconoscono anche maestri come Thich Nhat Hanh, appartenente alla scuola Rinzai della tradizione vietnamita.

Testi e insegnamenti.  
Sebbene lo Zen enfatizzi la pratica più dello studio dottrinale, possiede comunque una ricca tradizione di testi, soprattutto raccolte di discorsi, dialoghi e koan—enigmi o paradossi spirituali utili a disinnescare la logica ordinaria.  Tra le opere cinesi più importanti troviamo il Sutra della piattaforma attribuito al sesto patriarca Huineng, i Dialoghi di Linji, il Mumonkan (o “La porta senza porta”) e lo Shōyōroku, una raccolta di casi illuminanti. La tradizione giapponese ha dato a sua volta testi fondamentali come lo Shōbōgenzō di Dōgen, il Zazengi con le istruzioni per la meditazione seduta, e I discorsi di Hakuin.

Maestri e figure di riferimento. 
La genealogia Zen è popolata da figure che hanno segnato profondamente questa via spirituale. Bodhidharma è ricordato come il padre del Chan, un maestro rigoroso e silenzioso. Huineng, vissuto nel VII secolo, è il grande innovatore dell’idea che l’illuminazione sia immediata e che la natura di Buddha sia già presente in ogni persona. In Giappone, Dōgen Zenji fonda la scuola Sōtō e sviluppa la pratica dello shikantaza, il “solo sedersi”, insegnando che pratica e illuminazione coincidono. Eisai introduce il Chan in Giappone, mentre Hakuin, secoli dopo, rinnova profondamente la scuola Rinzai e rende sistematico l’uso dei koan.

Pratiche fondamentali dello Zen.  Al cuore dello Zen troviamo lo zazen, la meditazione seduta. Questa può assumere la forma dello shikantaza, tipico della scuola Sōtō, in cui ci si siede senza oggetto di meditazione, semplicemente presenti a ciò che accade; oppure la forma del lavoro sui koan, più diffusa nella tradizione Rinzai, che utilizza paradossi come “Qual è il suono di una sola mano che applaude?” per spingere la mente oltre ogni logica discorsiva. Un’altra pratica importante sono i sesshin, intensivi di meditazione di diversi giorni che includono zazen, lavoro quotidiano (samu), pasti rituali, silenzio e incontri con il maestro. L’obiettivo non è accumulare concetti, ma aprirsi a un’esperienza di chiarezza immediata.

Il cuore dell’esperienza: il Satori.  Il satori rappresenta un lampo di intuizione, un risveglio improvviso alla realtà così com’è. Non è considerato l’illuminazione definitiva, ma un primo passo decisivo. Lo Zen insiste sul fatto che non si debba cercare un traguardo lontano: la pratica stessa, qui e ora, è già la via del risveglio.

La vita e l’estetica Zen. La vita Zen tradizionale è semplice e disciplinata, fondata sul lavoro manuale vissuto come meditazione e sull'armonia dei gesti quotidiani. Da questa dimensione contemplativa nascono numerose arti: la calligrafia, la poesia haiku, i giardini Zen, la cerimonia del tè e perfino alcune arti marziali, che incorporano principi di presenza e non-dualità.

Lo Zen nel mondo contemporaneo.  Dal XX secolo lo Zen si è diffuso in tutta Europa e Nord America. Molti praticanti occidentali lo vivono anche in versione laica, come forma di consapevolezza e meditazione. Tra i maestri che hanno portato lo Zen in Occidente ricordiamo Shunryu Suzuki, Philip Kapleau e Thich Nhat Hanh.

I simboli nello Zen.  I simboli zen più comuni includono l'Enso, un cerchio disegnato a mano che rappresenta l'illuminazione, la forza e l'universo, e la svastica (卍), che nel buddismo Zen simboleggia il "sigillo della mente-cuore del Buddha". Un altro simbolo importante è Mu (無), che significa "nulla" o "non-esistenza" e rappresenta l'opposto dell'esistenza (有).  L' Enso (円相)  viene disegnato con un unico gesto e la sua imperfezione riflette l'equilibrio tra controllo e mancanza di esso. 
È un simbolo sacro nella calligrafia giapponese (Shodo) e spesso usato dai maestri zen come firma, rivelando lo stato d'animo al momento della creazione. 

Per chi desidera avvicinarsi allo Zen, alcuni testi accessibili e profondi sono:

  •  Zen, mente di principiante di Shunryu Suzuki, 
  • I tre pilastri dello Zen di Kapleau  
  • Opere di commento come Il Libro del Nulla di Osho. 
  • Letture più filosofiche, come Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta di Pirsig, offrono spunti ispirati alla visione Zen.

 

La spiritualità in Giappone

I Giapponesi sono essenzialmente laici, ma tutti sono coinvolti in riti shintoisti come battesimi e matrimoni, e essere shintoista è considerato sinonimo di essere giapponese. I funerali, di solito, vengono celebrati con riti buddhisti. In Giappone è comunque difficile trovare un vero monaco durante le ore turistiche, poiché molti templi sono stati trasformati in luoghi da visitare.      
 

In Giappone convivono lo shintoismo, il buddhismo e il confucianesimo. La maggior parte delle persone aderisce a una combinazione di shintoismo e buddhismo, ma le statistiche sulle identità religiose sono complesse perché molti praticano entrambe le religioni. Secondo dati del 2021, lo shintoismo è praticato dal 48,1% e il buddhismo dal 46,5% dei credenti. Il confucianesimo non è considerato una religione separata in Giappone, ma piuttosto un sistema etico che ha influenzato profondamente la cultura e le credenze locali, sebbene non esistano statistiche specifiche sulla sua adesione.

Lo shintoismo, letteralmente “la via degli dei”, ha origine da una religione animista che adorava i kami, divinità che un tempo si riteneva albergassero in tutte le cose. Nelle cerimonie shintoiste il sacerdote agita dei rami nei quattro punti cardinali per scacciare i cattivi spiriti, coadiuvato dalle miko, le ragazze del santuario. Storicamente, le miko svolgevano un ruolo spirituale importante come intermediarie; anche se oggi tale ruolo è spesso visto come un lavoro part-time, esse sono ancora una parte integrante della tradizione shintoista.   

L’influenza cinese portò lo shintoismo verso il culto degli antenati. Tutti, e in particolare l’imperatore, sarebbero diventati kami, cioè divinità. I primi buddhisti sostenevano che i kami fossero reincarnazioni dei loro Buddha. Ciò portò a una forma di sincretismo. I santuari si caratterizzano per il portale d’ingresso (torii), solitamente di colore rosso e bianco (maschile e femminile), e per i due cani-leone (komainu) capaci di allontanare il maligno. Alcuni santuari contengono statue di animali e tavolette votive (ema).
Non esistono “scuole” shintoiste nel senso dottrinale del termine, ma l’organizzazione principale che raggruppa la maggior parte dei santuari e gestisce l’istruzione religiosa è il Jinja Honchō (Associazione delle Chiese Shintoiste del Giappone). Il Jinja Honchō amministra migliaia di templi in tutto il Paese e circa un centinaio di scuole.
Nello shintoismo la purificazione con l’acqua è fondamentale per rimuovere impurità, peccati e sfortuna prima di interagire con il sacro. I rituali principali sono il Misogi, l’abluzione completa del corpo per purificarsi da contaminazioni spirituali e fisiche (si ispira al mito di Izanagi, che si purificò in mare dopo essere stato nella terra dei morti), praticato sotto una cascata, in un fiume o in un lago, specialmente se considerato sacro; e il Temizu, una purificazione fisica e simbolica più breve delle mani e della bocca, eseguita prima di entrare in un santuario presso una fontana apposita (chiamata chōzuya o temizuya).

Una statua di un drago si trova spesso all’interno o accanto al temizuya, poiché i draghi sono associati alle divinità dell’acqua (Ryūjin). Il rituale prevede di prendere un mestolo d'acqua con la mano destra, sciacquare la sinistra; poi sciacquare la mano destra versando l’acqua nella mano sinistra; quindi raccogliere un po’ d’acqua per sciacquarsi la bocca (senza toccare il mestolo con le labbra) e sputarla a terra, lontano dalla fontana; infine sciacquare il mestolo e riporlo.
Le tavolette votive shintoiste, chiamate ema, sono tavolette di legno su cui i fedeli scrivono desideri o preghiere per poi appenderle in appositi spazi all’interno dei santuari. Le tavolette raffigurano spesso immagini simboliche o legate al santuario. In origine erano sostituite da cavalli veri, da cui deriva il nome (“cavallo disegnato”). Periodicamente i santuari bruciano le ema accumulate in un rito che simboleggia l’invio dei desideri ai kami.

In Giappone è presente anche il confucianesimo, un sistema di pensiero fondamentale che ha influenzato profondamente le riforme statali e l’etica sociale fin dal VI secolo, soprattutto durante il periodo Edo (1603–1867). Sebbene non sia una religione nel senso tradizionale, ha fornito principi etici e politici basati sul ruolo dell’individuo e sulla virtù. I giapponesi possono abbracciare i principi confuciani senza contraddizioni, pur professando altre religioni. Nonostante il confucianesimo abbia perso importanza, alcuni suoi valori sono ancora presenti nella società, e alcuni templi confuciani rimangono attivi. I più importanti sono lo Yushima Seidō a Tokyo e il Taku Seibyō (il più antico esistente); altri siti che conservano questo retaggio includono il Kōshibyō di Nagasaki.

Il buddhismo giapponese è una tradizione spirituale ricca e complessa, profondamente radicata nella cultura del Paese. Arrivato dalla Cina e dalla Corea nel VI secolo come religione di corte, si mescolò poi allo shintoismo e si sviluppò in molte scuole distinte. Le principali correnti comprendono la Tendai (IX secolo), la Shingon (IX secolo), la Terra Pura (XI secolo), lo Zen (XII–XIII secolo, con le scuole Sōtō e Rinzai) e la scuola di Nichiren (XIII secolo).

Durante il periodo Nara (710–784) esistevano sei scuole principali (Sanron, Jōjitsu, Hossō, Kusha, Ritsu e Kegon), introdotte dalla Cina e dalla Corea. Rappresentavano diverse correnti buddhiste Mahāyāna e Theravāda prima della diffusione del buddhismo esoterico Shingon, e costituivano il fondamento del buddhismo giapponese pre-Shingon.

Il buddhismo esoterico Shingon, fondato da Kūkai (774–835) nel 816, è un sistema che integra e supera gli insegnamenti delle scuole precedenti. Collega il buddhismo Mahāyāna a insegnamenti esoterici di origine tantrica. Da qui si sviluppò una tradizione particolarmente attenta all’esperienza diretta, ai rituali e alla dimensione mistica.   Il bodhisattva più conosciuto in Giappone è Kannon, derivato da Avalokiteśvara, venerato come divinità della misericordia. Un altro bodhisattva molto popolare è Jizō (Kshitigarbha), protettore dei bambini, dei viaggiatori e dei defunti. Molto noto è anche Miroku, ovvero Maitreya, che apparirà sulla Terra in futuro.

La scuola Tendai, fondata da Saichō (767–822), deriva dalla scuola cinese Tiāntái, una delle più importanti tradizioni Mahāyāna. Essa pone al centro il Sutra del Loto, la dottrina della Triplice Verità e il principio della presenza dei “tre mila mondi in un singolo istante di vita”. È stata una scuola molto influente, da cui sono nate tradizioni come lo Zen e il buddhismo della Terra Pura.

Il buddhismo della Terra Pura si diffuse nel periodo Heian e divenne una scuola indipendente nel periodo Kamakura grazie a Hōnen (1133–1212). Da essa nacque la Jōdo Shinshū fondata da Shinran, oggi una delle tradizioni più seguite.

Il buddhismo di Nichiren fu fondato nel 1253 da Nichiren (1222–1282) e si basa sul Sutra del Loto. La pratica centrale è la recitazione del mantra Nam(u) myōhō renge kyō davanti al Gohonzon.

Lo Zen si sviluppò come movimento centrato sulla meditazione (zazen) e sull’esperienza diretta (satori), più che sulla dottrina. Giunto dalla Cina tra XII e XIII secolo, fu introdotto soprattutto da Eisai (scuola Rinzai) e da Dōgen (scuola Sōtō). Una terza scuola, Ōbaku, ebbe anch’essa un ruolo importante. Lo Zen ha influenzato profondamente l’estetica giapponese e concetti come il wabi-sabi, che celebra la semplicità, l’imperfezione e la bellezza del tempo. Le differenze principali tra Sōtō e Rinzai riguardano l’uso dei kōan e il modo di praticare la meditazione.
Kyoto, Nara e Kamakura sono tre principali centri dello Zen giapponese, con numerosi templi di grande importanza come il Nanzen-ji, i Kyoto Gozan, il Ryōan-ji, il Kōshō-ji e lo Shisendō. A Nara si trovano il santuario Kasuga Taisha e il tempio Tōdai-ji; a Kamakura i templi Jufuku-ji ed Engaku-ji.

Il monastero Eihei-ji, insieme al Kōya-san, è uno dei pochi luoghi dove si può osservare da vicino la vita monastica buddhista giapponese. Il Kōya-san, centro del buddhismo esoterico Shingon, ospita il tempio principale Kongōbu-ji. Il pellegrinaggio del Kumano Kodō collega antichi siti shinto-buddhisti in un percorso simbolo del sincretismo religioso giapponese.

Giappone - Suddivisione storica per periodi: 

  • Periodo Asuka  dal 593  al 710
  • Periodo di Nara dal 710 al 794  (scuole Sanron, Jōjitsu, Hossō, Kusha, Ritsu e Kegon) e Tendai                   
  • Periodo  Heian    dal 794 al 1192                       Shingon - Terra Pura  
  • Periodo  Kamakura  dal 1192 al 1333                Nichiren,    Zen Rinzai e Soto
  • Periodo Nanbokucho  dal 1333 al 1392
  • Periodo Muromachi   dal 1392 al 1573
  • Periodo Azuchi-Momoyama dal 1573 al 1603
  • Periodo  Edo  dal 1603 al 1868
  • Periodo Meiji dal 1868 al 1912 
  • Periodo Taishò  dal 1912 al 1926
  • Periodo Showa dal 1926 al 1989 
  • Periodo Heisei  dal 1989 al 2019 
  • Periodo Reiwa dal 2019  …... 


Il mio viaggio in Giappone

Dal  3 /11/2025  al 17/11/2025   all'andata Roma - Tokyo  al ritorno Osaka - Tokyo - Roma                      Tasso di cambio   1 euro  =  160 yen.

Itinerario: arrivo a Tokyo, escursione a monte Fujiyama, in treno Tokyo-Kanazawa,  poi in bus fino a Shirakawa. Da qui in bus fino a Takayama,  in treno Takayama-Nagoya-Osaka,  Osaka-Koyasan in treno + funivia,  Poi Koyasan- Kyoto in funivia + treno,  Kyoto - Nara in treno + autobus, ritorno a Kyoto, poi da Kyoto  con l'autobus fino all'aeroporto di Osaka, partenza per Tokyo. Poi Tokyo - Roma.    Percorsi circa 1200 km. 

TOKYO. Hotel Villa Fontaine. Visita del monastero shintoista Meiji.   Questo santuario shintoista circondato da una lussureggiante foresta verde si trova proprio nel cuore di Tokyo ed è dedicato all'imperatore Meiji (1852-1912) e all"imperatrice Shoken che ha contribuito alla modernizzazione del Giappone.  Visita del quartiere Shinjyuku. 

Escursione al monte Fujiyama. Visita della pagoda Chureito, giro del lago Kawaguchi in barca. Visita del monastero shintoista Kitaguchihongu FujiSengen Jinji ***

Visita del quartiere di Asakusa e del tempio buddhista Senso-ji il più vecchio del Giappone dedicato al bodhisattva Kannon, venerato come incarnazione della compassione e della misericordia. Ha raggiunto l'illuminazione ma ha scelto di rimanere nel ciclo delle reincarnazioni per aiutare gli esseri senzienti a liberarsi dalla sofferenza. Il suo nome significa "colui che ascolta le voci del mondo" o "ascolto vigile".     

Visita del quartiere Ueno e del museo nazionale **

KANAZAWA.  Hotel Tokiu Stay.  Visita al tempio shintoista di Oyama, del castello, del giardino Gyokosen inmay garden, del museo di arte contemporaneo (di nessuno interesse).
Abbiamo visitato il  giardino Kenrokuen uno dei tre più belli del Giappone. Il Museo D.T. Suzuki. * e poi il quartiere dei samurai e in particolare la casa della famiglia Nomura.

 SHIRAGAWA.  Villaggio UNESCO costituito da case completamente in legno e dai tetti di paglia (gassho-zukuri).

TAKAYAMA.   Wat Hotel. Visita al quartiere del periodo Edo con case tradizionali che si sviluppa lungo il fiume.  Visita della casa di Yoshijima, la passeggiata di Higashiyama in mezzo a templi shintoisti e cimiteri, visita al tempio shingon di Hida Kokobunji.  

Nagoya -  OSAKA. Hotel Monterey La soeurs.  Siamo arrivati a Osaka passando per Nagoya.  Visita notturna del castello di Osaka circondato da un bellissimo parco.

KOYA-SAN. ****  Abbiamo dormito al monastero  Henjoko-in situato sul Monte Koya. Koya-san  è il luogo più sacro della nazione, uno dei più noti eremi buddhista e l'ultimo baluardo della tradizione giapponese. Tutti i giapponesi vorrebbero essere sepolti nella mitica foresta. Situato a sud-est di Osaka è una delle sedi più importanti del buddhismo Shingon (parola vera), una forma di buddhismo esoterico. Questo tipo di buddhismo è noto per le sue pratiche di meditazione come la meditazione ajikan con il suono del respiro e i rituali mattutini di canto dei sutra, che sono offerti anche ai visitatori.  Il buddhismo Shingon fu fondato da Kukai nel 816. Il tempio principale di Koya-san è il Kongobu-ji.  Al monastero ho partecipato all'antica cerimonia per prendere rifugio nel Buddha: il Jukai. Poi  il giorno successivo alla lettura dei sutra e preghiere del mattino. Qui sono riuscito a incontrare e parlare con dei monaci.  

KYOTO. *** Almont Hotel.  Kyoto ha centinaia di monasteri di cui almeno uan ventina sono stati riconosciuti pratrimonio UNESCO.  Visita al  monastero Shingon To-ji.  Il giorno successivo visita al Ginkakuji, monastero Zen Rinzai,   al Kurodani monastero della Terra Pura, al  Nanzen-ji monastero Zen Rinzai,  al Sho-ren-in monastero buddhista Tendai, al  Kodaiji monastero Zen Rinzai.

La mattina Onsen - bagno caldo.  Poi visita al santuario di Kiyomizudera.     Il complesso ospita un tempio buddhista Hosso e un tempio shintoista. Qui abbiamo visto un monaco che recitava la cerimonia del giorno.

Pomeriggio a NARA dove si trovano circa 1200 cervi in libertà (sono i messaggeri degli dei). Il complesso ospita il Kasuga Taisha un monastero Shintoista, fondato nel 768 d.C. e noto per le sue migliaia di lanterne di bronzo e pietra. Nel complesso si trova anche il Todai-ji, il monastero buddhista Shingon  con la pagoda principale in legno che è la più grande del mondo.

Visita al santuario Fushimi Inari Taisha Shrine (altare). Un tempio con un corridoio formato da colonne rosse che portano al monte sacro.   Dedicato al kami  Inari, la divinità del buon raccolto e del successo negli affari.    Pomeriggio visita al Sanjusangen-do ( o Rengeo-in ), il tempio shingon  famoso per le sue 1000 statue di Kannon, il boddhisatva della compassione.

D.T. Suzuki

“I workshop di Suzuki sul Buddhismo Zen sono tra i migliori contributi alla conoscenza del Buddhismo vivente.”   — Carl Gustav Jung

“Proprio qui, adesso, c’è qualcosa che dovremmo fare. Se lo perdi in questo istante, un fiore che sboccia tra mille anni non ci sarà.”   — Dialogo con Okamura Mihoko (l'assistente di D.T. Suzuki).

Il museo di D.T. Suzuki a Kanazawa in Giappone, presenta la vita e il pensiero del filosofo buddhista Daisetz Teitaro Suzuki (1870–1966), che per tutta la sua esistenza tenne conferenze e presentazioni in Giappone e all’estero con l’intento di trasmettere la cultura e il pensiero orientale — in particolare quello giapponese. La sua attività esercitò una profonda influenza su molte persone, attraverso un dialogo diretto e immediato.


Nel trasmettere il suo pensiero, D.T. Suzuki ricorreva spesso a poesie di ogni epoca e provenienza. Tradusse anche antichi poemi giapponesi, come waka e haiku, rendendoli accessibili al pubblico inglese.

Suzuki spiegava che "una persona capace di vedere un oggetto così com’è lo ha già trasceso”. Quando qualcuno soffre, o prova caldo o freddo, e osserva quella condizione esattamente per ciò che è, senza aggiungere nulla, allora ha già superato quell’esperienza. Gli esseri umani, a differenza degli animali, possiedono questa capacità di consapevolezza.

Suzuki insisteva anche sulla necessità di conservare il senso dell’infinito e dell’eternità. Per farlo, diceva, abbiamo bisogno di un’immaginazione creativa capace di cogliere ciò che non è immediatamente visibile. A questa immaginazione egli dava il nome di “poesia”.   Senza poesia, affermava, sarebbe impossibile vivere pienamente come esseri umani, in un mondo dove spesso i sentimenti e l’interesse vengono perduti. La poesia non è soltanto una combinazione di lettere: ciascuno può custodirla nel proprio cuore, anche senza conoscere la scrittura. Nel regno della poesia è semplice viaggiare intorno al globo, abbracciare l’immenso universo buddhista, o immaginare lo spazio infinito colmo delle galassie di cui parlano gli astronauti, e spingerle sempre più lontano. 

"Chi non può vedere l’essenza delle cose, non può comprendere la realtà della poesia".   — D.T. Suzuki, vedi The Realm of Poetry

Questa visione ricorda i celebri versi di William Blake: 
“Vedere il mondo in un granello di sabbia e il cielo in un fiore selvatico;
tenere l’infinito nel palmo della tua mano e l’eternità in un’ora.
”

Opere e approfondimenti:

  • The Essence of Buddhism
  • Lo zen e la cultura giapponese
  • Essays in Zen Buddhism
  • Buddha of Infinite Light: the teaching of Shin Buddhism, the Japanese way of wisdom and compassion
  • Buddhismo Shin 

Il Buddhismo Shin si fonda sugli insegnamenti e sui testi di Shinran, maestro religioso giapponese del XIII secolo. Il suo obiettivo è guidare l’essere umano — visto nella sua fragilità e imperfezione — verso la salvezza attraverso la fede nel Buddha Amida, un aspetto del Buddha cosmico. Amida, secondo la tradizione, avrebbe rimandato la propria illuminazione fino a quando tutti gli esseri non saranno salvati grazie alla forza del suo voto e alla sua compassione.
Il Buddhismo Shin insegna che la via di Amida opera nel cuore di ogni uomo e che la liberazione non proviene dallo sforzo personale, ma dall’affidarsi profondamente alla sua presenza illuminante.

lunedì 10 novembre 2025

Giorgio Sangiorgio, alchimista e divulgatore dell’Ars Regia

Nel panorama italiano dell’ermetismo contemporaneo, Giorgio Sangiorgio viene indicato tra i maggiori conoscitori italiani di alchimia ed ermetismo, è conferenziere, ricercatore e autore di diverse monografie e saggi, e da decenni si dedica a diffondere l’Ars Regia attraverso il Centro Studi Ermetici Alchemici “Il Convivio”. Il suo lavoro non si limita alla ricerca erudita: è anche un percorso praticato, e questa doppia natura, di studioso e di operatore, ne definisce la fisionomia.  Sangiorgio vive l'alchimia come una via di realizzazione e la considera una pratica da sperimentare in prima persona.   vedi: https://www.youtube.com/watch?v=4AY7XLFg_jY&t=14s


Per Sangiorgio l’alchimia non è la chimica rudimentale di un’epoca prescientifica. La presenta invece come una conoscenza millenaria e una pratica rivolta alla trasmutazione dell’uomo, con metodi che rispettano le leggi di natura, visibili e invisibili, e con operazioni analoghe a quelle della lavorazione dei campi e dei metalli. L’immagine agricola, che ritorna anche nel titolo di uno dei suoi libri, Agricoltura celeste, suggerisce un’idea precisa: l’opera alchemica è coltivazione, richiede tempi, stagioni, pazienza, e non si impone alla natura ma la asseconda. 

In questa visione l’alchimia è un’arte sostenuta da una tecnica. Mira all’espansione della mente, intesa come insieme di tre centri dell’uomo: quello energetico del corpo, quello emozionale e quello intellettivo. Quando questa mente espansa entra in sinergia con il campo mentale universale, l’obiettivo dell’alchimista, cioè la sopravvivenza dopo la morte, diventa un’ipotesi di lavoro e non solo una speranza. 

Un’opera centrale è L’Elixir di lunga vita. Manuale di salute e di astrologia alchemica. Qui Sangiorgio insiste su un aspetto spesso frainteso: l’alchimia comporta attività molto concrete, che non consistono solo nella produzione di farmaci chimici o vegetali, ma anche nel creare relazioni positive con gli altri e con l’ambiente e nel realizzare opere che diano all’esistenza un valore non effimero. 
Il libro fa la distinzione tra  alchimia materiale e spirituale, poi affronta l’alimentazione come componente essenziale del processo, sul piano fisico e metafisico. Seguono il concetto di salute alchemica, i farmaci alchemici (preparazione e uso) e una lunga sezione sull’astrologia ermetica e sulla lavorazione alchemica degli archetipi, con le operazioni riferite ai segni zodiacali e ai pianeti. 
L’alchimia deve andare a tempo con i fenomeni e i processi della natura: per questo l’astrologia entra nel discorso, non come divinazione ma come scansione dei ritmi con cui lavorare. L’alchimista diventa in qualche modo medico di sé stesso.   Altro testo importante è Manuale di alchimia interiore.  

Sangiorgio ha scritto anche alcuni romanzi come In Vino Veritas e Romanzo alchimico.  Nel primo riporta la via spiritosa della conoscenza alchimica che nasce da un’esperienza di gruppo; è il frutto delle frequentazioni dell’autore con un gruppo di sperimentazione alchemica. Il libro riporta i dialoghi ermetici tra i partecipanti a quel convivio, con uno stile ironico. Nella tradizione ermetica l’insegnamento passa spesso per la conversazione, per la domanda e la battuta, più che per il trattato.
Nel Romanzo alchimico, scritto con Daniela Moretto, racconta di un uomo e una donna che, dopo una serie di eventi dolorosi, scoprono un amore diverso, riguarda i sentimenti e il superamento dell’ego.

Il percorso di Sangiorgio si basa sulle seguenti idee. La prima è l’unità di corpo, mente e spirito, per cui la salute fisica, il benessere psicologico e la ricerca spirituale sono aspetti di un unico processo. La seconda è il rispetto dei ritmi naturali, cosmici e biologici. La terza è la concretezza: l’alchimia si traduce in pratiche, regimi alimentari, preparazioni, relazioni, opere. La quarta è la trasmissione per via comunitaria e dialogica, nel gruppo di lavoro, nel convivio, nella parola scambiata. Non affronta il tema della sopravvivenza dopo la morte.

martedì 21 ottobre 2025

Le due grandi vie dello Yoga moderno: Krishnamacharya e Sivananda

Nel panorama dello yoga contemporaneo, due maestri vissuti nello stesso periodo storico — la prima metà del Novecento, emergono come pilastri fondamentali per la diffusione e la trasformazione di questa antica disciplina: Tirumalai Krishnamacharya (1888–1989) e Swami Sivananda Saraswati (1887–1963).
Entrambi hanno contribuito in modo decisivo alla rinascita dello yoga nel XX secolo, ma le loro visioni, metodologie e obiettivi riflettono approcci profondamente diversi alla pratica e all’insegnamento. Pur partendo da comuni origini indiane, hanno dato allo yoga due direzioni complementari: una più individuale e terapeutica, l’altra più universale e devozionale.
                          
Krishnamacharya
è spesso considerato il “padre dello yoga moderno”. Formatasi alla corte del Maharaja di Mysore, la sua ricerca si radica nello studio dei testi classici — come i Yoga Sutra di Patanjali, gli Yoga Yajnavalkya, e la Hatha Yoga Pradipika — ma è caratterizzata da una forte attenzione alla personalizzazione della pratica.
Per Krishnamacharya, lo yoga non era un insieme di tecniche universali, bensì un cammino individuale, adattato alle necessità fisiche, mentali e spirituali di ciascun praticante (viniyoga).
Krishnamacharya insegnava una pratica in cui ogni respiro aveva un significato e ogni asana era adattato al corpo, all’età e allo stato mentale del praticante.
Il suo principio guida era semplice e rivoluzionario:  “Non è la persona che deve adattarsi allo yoga, ma lo yoga che deve adattarsi alla persona.”
Da questa visione nacquero approcci oggi famosi in tutto il mondo — l’Ashtanga Vinyasa Yoga di Pattabhi Jois, l’Iyengar Yoga di B.K.S. Iyengar e il Viniyoga  / Yoga Therapy sviluppato da suo figlio T.K.V. Desikachar. Pur diverse tra loro, queste scuole condividono la centralità del respiro e la visione del corpo come veicolo di consapevolezza.
Ritroviamo l’attenzione al respiro come ponte tra corpo e mente, la personalizzazione della pratica, e l’idea che lo yoga sia una terapia dell’essere umano nella sua interezza. 
La pratica degli asana (posizioni) è concepita come strumento di trasformazione personale. Gli asana si adattano alla persona, non il contrario.   L’uso del respiro (pranayama) è essenziale per unire corpo e mente.
L’insegnamento avviene spesso in forma individuale o in piccoli gruppi, per garantire l’adattamento costante alle esigenze del praticante.

Sivananda, medico e monaco dell’ordine di Saraswati, fondò la Divine Life Society a Rishikesh nel 1936. La sua visione dello yoga, più spirituale e universale, era fortemente influenzata dall’Advaita Vedanta e dal servizio disinteressato (seva).
Il suo approccio era sintetico e spirituale, mirato all’armonia tra corpo, mente e spirito, attraverso quella che definì la via dello Yoga Integrale: "Serve, Love, Give, Purify, Meditate, Realize".
Nella tradizione di Sivananda, la pratica è strutturata in un metodo standardizzato, accessibile a tutti:
12 asana fondamentali, praticati in una sequenza fissa; esercizi di pranayama, rilassamento, satsang (canto e studio spirituale). È uno yoga accessibile, armonioso, che integra corpo, mente e spirito. Adotta un approccio sistematico, volto a equilibrare tutte le dimensioni dell’essere.
L’obiettivo non è tanto la personalizzazione quanto la diffusione universale dello yoga come strumento di salute, pace e crescita spirituale.
Sivananda vedeva nello yoga una via d’amore e di servizio, dove la disciplina personale si unisce alla compassione e alla gioia del dare. Il suo discepolo, Swami Vishnudevananda, portò questo insegnamento in Occidente fondando i Sivananda Yoga Vedanta Centers, tuttora attivi in tutto il mondo.
 
Visione pedagogica e trasmissione.
Krishnamacharya formava i suoi studenti a osservare, adattare, trasformare. L’insegnante era chiamato a essere un terapeuta e un artigiano della pratica, capace di leggere il corpo e la mente del praticante. La trasmissione era diretta, esperienziale, e spesso rigorosa.

Sivananda, invece, puntava a formare insegnanti capaci di portare lo yoga nel mondo. Il suo allievo Swami Vishnudevananda sistematizzò il metodo in un formato replicabile (il Sivananda Yoga Vedanta), aprendo centri in tutto il mondo.  L’accento pedagogico era sull’ispirazione spirituale e la disciplina morale, più che sulla precisione tecnica.

Finalità dello yoga.
 Per Krishnamacharya, lo yoga è un cammino di svadhyaya (auto-conoscenza) e di armonizzazione tra corpo, mente e respiro. La realizzazione spirituale passa attraverso una progressiva interiorizzazione.

In sintesi

Aspetto.                  Tradizione di Krishnamacharya            Tradizione di Sivananda

Filosofia.        Yoga di adattamento individuale        -            Yoga integrale e universale
    
Approccio.    Personalizzato, terapeutico, attento al respiro  -  Sistematico, spirituale, aperto a tutti. Armonia globale, devozione, servizio
    
Pratica.      Insegnamento personalizzato adattato all’individuo (viniyoga)  -  Sequenza fissa di asana e pratiche spirituali
    
Finalità.   Auto-conoscenza e guarigione ed equilibrio interiore  -  Realizzazione del Sé, servizio disinteressato e vita etica
    
Trasmissione.        Da maestro a discepolo, individuale      -     Diffusione di massa
    
Eredità principale.   Iyengar, Ashtanga, Viniyoga        -         Sivananda Yoga Vedanta Centers 
 
Per Sivananda, lo yoga è un mezzo per la realizzazione del Sé universale attraverso la purezza, la devozione e il servizio. L’obiettivo è la liberazione attraverso l’amore e la dedizione.  Sivananda ci invita sia a guardare dentro, sia a vivere lo yoga come amore attivo e servizio verso gli altri. 
Krishnamacharya ci insegna a guardare dentro, ad ascoltare il corpo come strumento di consapevolezza.

Due vie che sembrano diverse, ma che in realtà si completano.  Una porta all’altra, perché non può esserci consapevolezza profonda senza cuore aperto, né amore autentico senza presenza e ascolto.
Entrambe, pur con linguaggi e metodi differenti, puntano alla stessa meta: l’unione dell’essere umano con la propria essenza più profonda e ritrovare l’unità dentro di noi e con il mondo che ci circonda.

Introduzione al Blog

  Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono p...