giovedì 4 giugno 2026

I cinque punti fondamentali della pratica dello Yoga

Secondo lo Yoga la vita umana somiglia a un triangolo. Nell’angolo in basso a sinistra abbiamo la nascita. Il lato sinistro è la giovinezza, che conduce al vertice, la maturità. Da lì inizia il declino, la vecchiaia, che conduce all’angolo basso a destra, la morte.  La base del triangolo rappresenta la vita dopo la morte, che riconduce a una nuova nascita.
 Per uno Yogi, che vede il corpo esclusivamente come uno strumento per condurre la propria ricerca spirituale, è importante che questo strumento, questo veicolo, possieda sempre il massimo vigore. Lo Yoga, è la disciplina che permette al corpo e alla mente di mantenere il più a lungo possibile alti livelli di efficienza. Un corpo sano e una mente controllata conferiscono al praticante di Yoga la giusta forza di volontà e la capacità di applicarsi alla disciplina con profitto.

 

Swami Vishnudevananda, ha sintetizzato in cinque punti fondamentali la pratica dello Yoga.
Giusto Esercizio - le asana, le posizioni dello Yoga, se praticate correttamente e con regolarità, aumentano la circolazione, lubrificando le giunture, i muscoli e i legamenti. In questo modo conferiscono al corpo la flessibilità e la forza necessarie, in particolar modo alla colonna vertebrale, che è il punto di scambio e di controllo di tutte le energie che fanno funzionare l’organismo. Oltre ad agire sull’apparato osteoarticolare e su quello muscolare, le asana svolgono un’importante funzione di stimolo su tutti gli organi interni, che vengono massaggiati ed irrorati di sangue. Le asana danno i massimi risultati quando vengono eseguite lentamente e con consapevolezza, vengono mantenute per un certo periodo di tempo, con effetti non solo sui vari apparati del corpo umano, ma anche sulla mente, che diventa più calma e perciò più concentrata, più pronta alla meditazione.
Giusta Respirazione - Il prana, l’energia vitale che rende vivo il nostro corpo, viene assorbito in vari modi: raggi solari, energia della Terra, cibo. Ma il più importante di tutti, per quantità e qualità, è il respiro. È per questo che imparando a respirare bene impariamo anche a controllare l’afflusso di prana nel nostro organismo. La maggior parte dell’umanità normalmente usa solo un terzo delle proprie capacità polmonari, respirando in maniera superficiale e affrettata, soprattutto nei momenti di tensione psicologica. Questo vuol dire che incamera meno energia di quanta gliene serve, creando un continuo stato di carenza energetica e di debolezza psichica. Il pranayama, con i suoi vari esercizi respiratori, ci insegna a prendere pieno controllo del respiro, a potenziarlo e a renderlo regolare, non solo durante le lezioni di Yoga, ma sempre, in qualsiasi momento.
Gli Yogin, i praticanti dello Yoga, sanno per esperienza che esiste un’intima connessione tra respiro e mente. Basta pensare a come cambia il respiro, anche inconsapevolmente, nei vari stati emotivi in cui ci veniamo a trovare: affrettato e superficiale nei momenti di tensione o d’ira; calmo e quasi impercettibile quando siamo concentrati, a volte fino all’apnea (e tutti trattennero il fiato!). È per questo che imparando a controllare il respiro, non solo miglioriamo l’assunzione di energia vitale, ma gradualmente portiamo la mente in uno stato di calma profonda che aiuta la concentrazione e la meditazione.
Giusto Rilassamento - Come qualsiasi apparato, anche il corpo e la mente ogni tanto richiedono del riposo. Ogni lezione di Yoga inizia e finisce con alcuni minuti di rilassamento profondo, che viene indotto con tecniche specifiche dall’insegnante. Inoltre, tra un’asana e l’altra, si interpongono sempre dei momenti di rilassamento, soprattutto Savasana, per evitare che il corpo rispenda subito il prana accumulato durante la pratica e per mantenere calma la mente. Nello Yoga il rilassamento non consiste semplicemente nello sdraiarsi e restare fermi, ma, attraverso i tre livelli di rilassamento, fisico, mentale e spirituale, nel cercare di raggiungere uno stato di profonda quiete interiore. Soltanto quando si raggiunge questo stato di quiete il rilassamento diventa veramente rigenerante.
Giusta Dieta - Vegetariana. Il cibo che assumiamo quotidianamente ha una doppia funzione: rigenerare le cellule che hanno terminato il loro ciclo vitale e darci l’energia fisica necessaria a svolgere tutte le funzioni del corpo, dalla digestione alla respirazione, dalla circolazione ai vari movimenti. Poiché mangiamo più volte al giorno ogni giorno, è molto importante che questo cibo abbia certe caratteristiche di purezza, non solo per il corpo fisico, ma anche per quello sottile. Per questo dobbiamo fare attenzione che i cibi siano leggeri, non molto elaborati, possibilmente integrali e biologici, senza additivi chimici di vario genere. Soprattutto è importante che siano alimenti che rispettano gli animali e il pianeta, secondo una delle regole fondamentali dello Yoga: ahimsa, la non violenza. Cereali, legumi, frutta, verdure, latte, questi sono gli alimenti di cui abbiamo bisogno. Alimenti che hanno un alto contenuto di energia sottile e pura. Ovviamente il passaggio alla dieta vegetariana non deve essere automatico, anche se spesso con l’andar del tempo, chi pratica lo Yoga lo sente  più come una necessità che un’auto imposizione.
Pensiero Positivo e Meditazione.  Non si può pensare di praticare lo Yoga e condurre una vita materialistica, piena di desideri mondani. Lo Yoga, come ci insegnano i Maestri, è “vivere in maniera semplice e pensare in maniera elevata”. Le varie pratiche servono soprattutto a conquistare una consapevolezza sempre maggiore del nostro corpo, del nostro respiro, della nostra mente e infine della nostra componente spirituale, la più importante. La consapevolezza ci rende capaci di controllare e concentrare la mente fino ad arrestarla, per godere dello stato meditativo, del silenzio interiore, della Beatitudine Divina, Anānda. 

I testi induisti sono divisi in due categorie: sruti e smriti.

La parola sruti significa letteralmente "ciò che viene ascoltato" e si riferisce agli insegnamenti che venivano tradizionalmente ascoltati dai discepoli dai loro guru e che non venivano scritti. Questo perché si credeva che il potere di sruti risiedesse nella corretta pronuncia dei suoni.
La parola smriti significa letteralmente "ciò che viene ricordato" e si riferisce a una vasta collezione di testi che sono stati scritti e tramandati come tradizione. Smriti è considerata un'opera derivata rispetto a sruti e quindi considerata secondaria per importanza.   


Sruti include un solo testo: i Veda. La parola Veda significa letteralmente "conoscenza". E quindi i Veda si riferiscono a una vasta collezione di testi che includono inni cantati in lode alle divinità, istruzioni sui rituali e le cerimonie e domande filosofiche sulla natura dell'essere, della realtà, dell'esistenza, ecc.           Ci sono quattro Veda: Rigveda, Samaveda, Yajurveda e Atharvaveda. Ogni Veda è ulteriormente suddiviso in quattro parti, che sono Samhita, Brahmana, Aranyaka e Upanishad. Ora spiegherò cosa significano ciascuna di queste parti.
- Le Samhita consistono principalmente in una vasta collezione di inni cantati in lode alle divinità, sebbene includano anche alcune occasionali riflessioni filosofiche. Sono scritte in forma poetica e tutte le Samhita sono destinate ad essere recitate, tranne la Samhita del Samaveda che è destinata ad essere cantata.
- I Brahmana sono lunghi e elaborati manuali che spiegano come eseguire rituali e cerimonie. Questi includono rituali come il rituale del soma e cerimonie come l'incoronazione di un re. Sono scritti in forma di prosa e così sono tutte le restanti parti dei Veda.
- Gli Aranyaka sono una raccolta di testi che spiegano il ragionamento filosofico alla base dei rituali eseguiti nei Brahmana. Segnano il passaggio dei Veda dal ritualismo alla filosofia, dall'adorazione alla meditazione e dalla fede alla ragione.
- Le Upanishad sono l'ultima parte dei Veda e rappresentano l'alta filosofia dell'antica India. Includono discorsi e dialoghi su domande come "cosa succede dopo la morte?", "come è nato l'universo?", "cosa significa essere coscienti?"

Smriti si riferisce a opere che sono state scritte e tramandate come tradizione. Include una vasta collezione di testi che trattano argomenti come dovere, moralità, etica, legge, politica, rituali, cerimonie, ecc. Può essere vista come un'opera enciclopedica.  In senso stretto, smriti include solo i testi relativi al dharma, i dharmasutra e i dharmashastra che trattano questioni come dovere, obbligo, legge, moralità ed etica. In alcuni casi le parole smriti e dharmashastra sono persino usate in modo intercambiabile.

I dharmasutra sono più antichi dei dharmashastra e a un certo punto c'erano almeno 16 dharmasutra, sebbene solo 4 siano sopravvissuti fino ai giorni nostri, questi sono Apasthamba, Gautama, Baudhyana e Vashishta, ciascuno prende il nome da un saggio vedico.   I dharmashastra sono ancora più numerosi dei dharmasutra. Il Padma Purana elenca almeno 36 dharmashastra, ma la maggior parte di essi si sono estinti e solo pochi sono sopravvissuti. Alcuni dei dharmashastra più noti sono Yajnavalkha Smriti, Manu Smriti e Parashara Smriti.
In senso più ampio, smriti include anche l'opera enciclopedica nota come Purana, i poemi epici, Ramayana e Mahabharata, così come i testi che trattano di artha, kama e moksha come Arthashastra, Kamasutra e Vivekachudamani, il Kavya, Bhashya e Nibandhas, ecc.

Insegnamenti dei Veda

Le filosofie ortodosse indiane, che fanno riferimento ai Veda hanno come obiettivo l'emancipazione dell'individuo, sono la barca che ti  permette di superare il samsara; riducendo l'attaccamento alle proprie azioni si riduce il karma (La Gita enfatizza il non aspettarsi il frutto delle proprie azioni).  I Veda, con i loro insegnamenti, forniscono gli strumenti per arrivare alla liberazione o Moksha. 

Lo yoga è l'arresto delle modificazioni della mente per arrivare al Divino.      

Tutti i testi induisti sono divisi in due categorie: sruti e smriti. La parola sruti significa letteralmente "ciò che viene ascoltato" e si riferisce agli insegnamenti che venivano tradizionalmente ascoltati dai discepoli dai loro guru e che non venivano scritti. Questo perché si credeva che il potere di sruti risiedesse nella corretta pronuncia dei suoni.  La parola smriti significa letteralmente "ciò che viene ricordato" e si riferisce a una vasta collezione di testi che sono stati scritti e tramandati come tradizione. Smriti è considerata un'opera derivata rispetto a sruti e quindi considerata secondaria per importanza.  Sruti include un solo testo: i Veda. La parola Veda significa letteralmente "conoscenza". E quindi i Veda si riferiscono a una vasta collezione di testi che includono inni cantati in lode alle divinità, istruzioni sui rituali e le cerimonie e domande filosofiche sulla natura dell'essere, della realtà, dell'esistenza, ecc. 

La conoscenza non è elaborazione mentale, ma viene dal Divino. Il Vedanta è una pozza d'acqua in presenza di un'alluvione, e porta alla fine della conoscenza umana.   Il Jiva e Brahman sono la stessa cosa. Noi siamo Brahman, anche se ci identifichiamo con il corpo, i sensi, il prana, ecc... che non sono la Realtà Ultima.  La coscienza e il Divino sono la stessa cosa.  Durante la creazione del mondo si è passati dal Divino al grossolano.  Secondo questi testi Vedici, prima della creazione, l'universo si trova in uno stato di riposo in cui i tre Guna sono in perfetto equilibrio (chiamato Prakriti indifferenziato). Quando questo equilibrio viene meno a causa dell'influenza dello spirito, i Guna iniziano a interagire tra loro. Questa interazione turba lo stato originario e dà avvio alla manifestazione dell'universo, generando tutte le forme di vita, la mente e i cinque elementi.

L'obiettivo di molte pratiche spirituali e dello yoga è quello di passare dal grossolano al Divino, trascendere l'influenza dei tre Guna per raggiungere uno stato di pura liberazione (Moksha) oltre la natura materiale.  

Con l'espressione "l'origine del mondo" nella filosofia indiana ci si riferisce ai Guna (sono citati sia nella Gita, sia negli Yoga Sutra), le tre componenti o "qualità" fondamentali che costituiscono l'universo materiale (la natura o Prakriti). Questo concetto è centrale nella cosmologia del Samkhya e della filosofia vedica. 
Il termine sanscrito Guṇa significa letteralmente "filo" o "corda", a indicare che queste tre energie sono intrecciate per legare l'anima (il puro spirito, o Purusha) all'esistenza materiale e illusoria. I tre Guna sono sempre presenti in ogni aspetto della realtà, sia fisica che mentale, ma in proporzioni variabili e sono necessari all'esistenza.
I tre Guna rappresentano le diverse fasi della creazione, del mantenimento e della dissoluzione:
    Sattva (Purezza ed Equilibrio): Rappresenta la luce, la conoscenza, la pace e l'armonia. È l'energia che permette la comprensione spirituale e l'evoluzione.
    Rajas (Attività e Passione): È la forza del movimento, del desiderio, dell'azione e dello sforzo. È l'energia che spinge a creare, ma se in eccesso porta ad agitazione, attaccamento e sofferenza.
    Tamas (Oscurità e Inerzia): Rappresenta la pesantezza, l'ignoranza, l'apatia e la decadenza. È la forza che frena, distrugge e oscura la coscienza. 

Nel diciassettesimo canto della Bhagavad Gita, Krishna spiega ad Arjuna come ogni azione e credenza sia influenzata dai tre guna (le tre componenti della natura materiale. 

Per la filosofia Yoga e l'Ayurveda, ogni aspetto dell'universo manifesto è composto da cinque (pancha) grandi (maha) elementi (bhuta): etere (Akascha), aria (Vayu), fuoco (Agni o Tejas), acqua (Apas o Jala) e terra (Prithvi). Ogni manifestazione fisica, animata o no contiene in sé questi elementi secondo pesi e proporzioni proprie. Gli stessi singoli elementi sono anch'essi composti da una mescola di vari elementi in cui quello dominante è quello che gli dà il nome specifico.

Nello yoga la loro conoscenza è molto importante perché la pratica lavora proprio su questi 5 aspetti (che corrispondo anche ai chakra) e conoscerli permette di usare le leggi della natura per ottenere equilibrio, felicità, saggezza, forza e salute sia fisica che mentale.    Nello yoga, lo studio si riferisce principalmente a Svādhyāya, il quarto dei Niyama (precetti etici). Questo concetto si articola in due direzioni fondamentali: - Studio di Sé: L'osservazione introspettiva del proprio corpo, delle proprie reazioni e dei propri schemi mentali durante la pratica sul tappetino.
 - Studio dei Testi: La lettura e la riflessione sui testi sacri e filosofici (come gli Yoga Sutra di Patanjali). La sera dovremmo dedicare del tempo per vedere cosa abbiamo fatto durante il giorno. 


 Lo yoga può essere considerato la parte pratica del Vedanta. La filosofia dello yoga prevede quattro percorsi tradizionali, adatti a diverse inclinazioni e personalità. Non sono mutualmente esclusivi, ma si integrano a vicenda. I quattro percorsi dello Yoga sono: 
    - Karma Yoga (Lo Yoga dell'Azione): Il sentiero per le persone attive. Consiste nell'agire per il Divino che c'è negli altri, agire in modo disinteressato, servendo gli altri senza aspettarsi ricompense o attaccamento ai risultati.
    - Bhakti Yoga (Lo Yoga della Devozione): Ideale per nature emotive e affettive. Attraverso l'amore, la preghiera e il canto di mantra, il praticante canalizza le proprie emozioni verso il Divino o il Tutto.
    - Jnana Yoga (Lo Yoga della Saggezza): Perfetto per menti intellettuali e analitiche. È il cammino della conoscenza, dello studio filosofico e dell'indagine interiore per distinguere il Reale dall'irreale. E' anche studio di se stessi, introspezione, conoscenza al fine dell'evoluzione spirituale. 
    - Raja Yoga (Lo Yoga della Meditazione o lo Yoga di Patanjali): La via del controllo mentale e fisico. Include l'Ashtanga (gli otto rami), focalizzandosi su asana (posizioni), pranayama (respiro) e meditazione profonda (dhyana).  Occorre lavorare su corpo, sensi (mantra, kirtan, incenso, ecc), respiro e mente.   C'è un rapporto tra chi medita, il meditare e su che cosa si medita ( il Divino).  Lo Yoga è l'unione tra chi medita e il Divino; l'unione tra il divino individuale e il Divino cosmico.  

Oltre a questi quattro percorsi ci sono altre discipline collegate, come il Mantra Yoga, Nada Yoga, Kundalini Yoga ecc., ma questi rimangono i fondamentali.

Un errore che molti praticanti fanno è quello di pensare di potersi dedicare ad uno solo di questi percorsi. In realtà la cosa migliore da fare è di praticare tutti i quattro percorsi, dando la priorità a quello per cui si è più portati per carattere, ma senza trascurare gli altri tre. 

I nove sistemi filosofici indiani

 I darśana o darshana (letteralmente "visione" o "punto di vista") sono i sistemi filosofici tradizionali dell'India. La tradizione ne riconosce tradizionalmente sei di tipo ortodosso (āstika), che riconoscono l'autorità dei Veda. A questi si aggiungono tre scuole eterodosse (nāstika) non vediche, formando così un quadro completo di nove grandi scuole di pensiero. 
Le sei scuole ortodosse (Āstika) sono spesso divise in tre coppie complementari che esplorano la realtà dal microcosmo al macrocosmo: 
  •     Sāṃkhya: Il sistema dualistico più antico. Postula una divisione netta tra la materia primordiale (prakṛti) e la coscienza pura (puruṣa), spiegando l'evoluzione dell'universo attraverso 23 principi.
  •     Yoga: Accettando la metafisica del Sāṃkhya, si concentra sulla pratica (tramite gli Yoga Sūtra di Patañjali) per raggiungere la liberazione (mokṣa) attraverso il controllo della mente e del corpo.
  •     Nyāya: La scuola della logica e dell'epistemologia. Sostiene che la liberazione si ottiene attraverso il retto uso della ragione e l'analisi rigorosa delle fonti di conoscenza valide.
  •     Vaiśeṣika: Scuola realista e pluralistica strettamente legata al Nyāya. Elabora una sorta di fisica e metafisica atomistica, classificando la realtà in categorie oggettive.
  •     Mīmāṃsā (o Pūrva Mīmāṃsā): Focalizzata sull'interpretazione rituale dei Veda. Crede che il Dharma si compia attraverso l'esecuzione corretta dei sacrifici e dei doveri prescritti.
  •     Vedānta (o Uttara Mīmāṃsā): Rappresenta l'essenza filosofica delle Upanishad. Si concentra sulla natura ultima della realtà (il Brahman) e sull'identità tra l'anima individuale (Ātman) e l'Assoluto. 
Le tre scuole eterodosse (Nāstika). Questi sistemi rifiutano l'autorità dei testi vedici, proponendo vie di liberazione e analisi ontologiche autonome:
  •     Buddhismo: Fondato da Siddhartha Gautama, insegna che la realtà è transitoria e priva di un'anima permanente. La liberazione si ottiene seguendo l'Ottuplice Sentiero per superare il ciclo delle rinascite (saṃsāra).
  •     Giainismo: Fondato da Mahāvīra, è un sistema rigorosamente ascetico basato sulla non-violenza totale (ahiṃsā) e sulla liberazione dell'anima attraverso il distacco dalla materia (karma).
  •     Cārvāka (o Lokāyata): La scuola materialista e scettica della filosofia indiana. Rifiuta l'esistenza di un'anima, di una vita dopo la morte e del karma, sostenendo che la percezione sensoriale sia l'unica fonte valida di conoscenza.

Il Saluto al Sole e il Saluto alla Luna

 Il Saluto al Sole (Surya Namaskar) è una sequenza dinamica di 12 posizioni yoga (asana) collegate dal respiro, ideale per riscaldare il corpo, migliorare la flessibilità e aumentare l'energia. Si esegue solitamente la mattina, coordinando i movimenti con inspirazioni ed espirazioni, alternando allungamenti in avanti e inarcamenti indietro.  

Le 12 Posizioni (Classica - Hatha/Sivananda):
    Pranamasana (Posizione della preghiera): In piedi, palmi uniti al petto.
    Hasta Uttanasana (Posizione delle mani sollevate): Inspira, allunga le braccia in alto e inarca leggermente la schiena.
    Uttanasana (Piegamento in avanti): Espira, piegati in avanti, mani a terra vicino ai piedi.
    Ashwa Sanchalanasana (Posizione equestre): Inspira, porta la gamba destra indietro, ginocchio a terra, guarda in alto.
    Phalakasana (Posizione della tavola): Trattieni il respiro, porta la sinistra indietro (corpo in linea).
    Ashtanga Namaskar (Saluto con otto arti): Espira, appoggia ginocchia, petto e mento al pavimento.
    Bhujangasana (Posizione del cobra): Inspira, solleva il petto inarcando la schiena.
    Adho Mukha Svanasana (Cane a testa in giù): Espira, spingi i glutei verso l'alto e indietro.
    Ashwa Sanchalanasana (Posizione equestre): Inspira, porta il piede destro in avanti tra le mani, ginocchio sinistro a terra.
    Uttanasana (Piegamento in avanti): Espira, porta il piede sinistro in avanti vicino al destro.
    Hasta Uttanasana (Posizione delle mani sollevate): Inspira, solleva le braccia e inarca la schiena.
    Tadasana (Posizione della montagna): Espira, torna in piedi, braccia lungo i fianchi. 
 Il saluto alla luna, come dice la parola stessa, va fatto quando si alza il sole… Come abbiamo anticipato il Saluto alla Luna va eseguito la sera, proprio perché rappresenta la pratica di chiusura della giornata, che compensa il lavoro energetico fatto da Surya Namaskara.
Il Saluto alla Luna (Chandra Namaskar) è una sequenza yoga rilassante e introspettiva. Esistono diverse varianti, ma la più comune si compone di 14 posizioni eseguite in piedi che seguono la mezza luna.   

Le 14 posizioni principali sono:
    Pranamasana (Posizione della preghiera): in piedi, piedi uniti e palmi giunti al petto.
    Urdhva Hastasana (Posizione delle mani sollevate): inspira, solleva le braccia e allungati verso l'alto.
    Parsva Urdhva Hastasana (Posizione della mezzaluna laterale): espirando, piega il busto verso destra allungando il lato sinistro del corpo.
    Utthita Tadasana (Posizione della stella): ritorna al centro, divarica le gambe e apri le braccia.
    Utkata Konasana (Posizione della dea): piega le ginocchia a 90° e porta le braccia piegate a candelabro.
    Utthita Tadasana (Posizione della stella): distendi di nuovo gambe e braccia.
    Utthita Trikonasana (Posizione del triangolo esteso): ruota il piede destro a destra, inclina il busto e scendi con la mano destra sulla caviglia o a terra.
    Parsvottanasana (Posizione della piramide): chiudi il bacino ruotando il piede sinistro, piegati sulla gamba destra distesa.
    Anjaneyasana (Affondo basso): appoggia il ginocchio sinistro a terra e apri il torace.
    Skandasana (Affondo laterale): piega il ginocchio sinistro e distendi la gamba destra.
    Malasana (Posizione della ghirlanda): accovacciati divaricando le gambe e unisci i palmi al petto.
    Skandasana (Affondo laterale dall'altro lato): ripeti l'affondo sul lato destro.
    Anjaneyasana (Affondo basso dall'altro lato): ginocchio destro a terra.
    Parsvottanasana (Piramide) e ritorno, ripetendo le posizioni in ordine inverso dal punto 8 al punto 1.

Guidalberto Bormolini

Guidalberto Bormolini, barba lunghissima bianca modello santone orientale, è un sacerdote, teologo e antropologo, che ha creato una comunità spirituale (Borgo Tutto è Vita) vicino Prato che accoglie persone malate verso il fine vita.  Bormolini conferma: “Yoga in Occidente è travisatissimo". Yoga è una parola potente, il nostro corpo è una sapiente esperienza yogica. Esiste anche uno yoga cristiano. Al borgo si pratica yoga ma  bisogna osservare i 10 comandamenti prima di fare gli Asana. 


L’esperienza mistica di Bormolini è un unicum nella spiritualità italiana che rischia ogni giorno di mescolarsi a ciarlatanerie e fedi cieche: “Non capiamo più il mistero del corpo. Non capiamo che per gli antichi ogni organo canta di riflesso con tutto il cosmo. C’è un’assimilazione tra corpo, sole, luna, stelle e cielo: e viaggiando nel corpo si viaggia nei cieli“.  Parla spesso dello  stupore perfino degli scienziati sul mistero della materia. “Il premio Nobel per la fisica, Carlo Rubbia, disse ‘osservo la natura e c’è qualcosa di più grande in ogni particella’. Il nostro corpo non è solo il tempio dello spirito quindi, ma partecipa a questa meraviglia sinfonica“.

La meditazione non è qualcosa che si fa, ma che si vive". E ai pazienti che si avvicinano alla morte, facciamo capire che il corpo è ben di più del corpo fisico. Cerchiamo di passare dal compatire al co-gioire. Io riempio il mio cuore ferito per la gioia che mi procura nell’aprirmi al sole, quando di questo nettare ce n’è per tutti si fa festa e così riempiamo il cuore dell’altro. Il co-gioire è un sentimento più nobile del compatire e la meditazione è l’arte con cui puoi farlo“.

Cammino nell’Italia buddhista

Il “Cammino nell’Italia buddhista” di Valerio Millefoglie, è un video-documentario per raccontare, a quarant’anni dalla sua fondazione, la strada percorsa dall’Unione Buddhista Italiana. Un diario di viaggio visivo per scoprire chi sono stati i primi buddhisti italiani, chi sono oggi ma anche per mappare i primi passi di chi, come lo scrittore di questa narrazione, Valerio Millefoglie, si muove alla scoperta di monasteri tibetani e zen che compaiono dietro le colline, di centri di tradizione Theravada che aprono cancelli e varchi tra i vicoli dei centri storici, creando una paesaggistica dell’inaspettato. “Fra incontri con lama, monaci, monache, meditanti, Valerio ha provato a scoprire qualcosa anche di me.” 

  1ª tappa:   https://www.youtube.com/watch?v=ONJGCASWN7g 

Regia e montaggio Domenico Catano e Valerio Millefoglie. Hanno partecipato a questa prima tappa in ordine di apparizione: Neva Papachristou Associazione per la Meditazione di Consapevolezza (A.Me.Co.), Roma Maria Angela Falà Fondazione Maitreya, Roma Chiara Calzamatta, meditante Giorgio Pensa, (A.Me.Co) Matteo Panza e Sergio Cortese, allievo e insegnante Dario Doshin Girolami Centro Zen L'Arco, Roma Kasia Smutniak Vittorio Giavotto, voce guida al telefono

Le altre tappe si trovano su YouTube... 

Non puoi evitare il dolore, ma puoi scegliere di non soffrire

"Non puoi evitare il dolore, ma puoi scegliere di non soffrire" -  Haruki Murakami

Il dolore non si può evitare, ma la sofferenza è opzionale.

Due parole chiave: dolore e sofferenza. Sembrano sinonimi, e nel linguaggio quotidiano vengono spesso usate come tali. Ma esiste una differenza tra il dolore e la sofferenza, e che quella differenza vale la pena capirla.
Il dolore è l’esperienza immediata di qualcosa che fa male, fisica o emotiva. La perdita di una persona cara. La fine di una relazione. Un fallimento professionale. Un rifiuto. Quelle esperienze fanno male, e non è possibile scegliere di non farle fare male. Non è una questione di forza di volontà o di mentalità positiva.
La sofferenza è qualcosa di diverso: è il racconto che si costruisce intorno al dolore. È il “perché proprio a me”, il “non avrei mai dovuto”, il “non me lo merito”, il “non finirà mai”, il “sono sempre io”. È l’elaborazione cognitiva ed emotiva del dolore che trasforma un’esperienza dolorosa e temporanea in una condizione permanente e identitaria. Ed è lì, in quella elaborazione narrativa, che esiste una scelta reale.

Dire che la sofferenza è opzionale non significa che si debba smettere immediatamente di soffrire o che soffrire sia sbagliato o una debolezza. Significa che c’è una differenza fondamentale tra attraversare il dolore e costruirci intorno una gabbia permanente. Tra sentire il male di qualcosa – che è reale, che è legittimo – e decidere inconsapevolmente che quel male è l’intera storia, che è permanente, che definisce chi si è, che impedisce qualsiasi cosa buona in futuro. 
Quella seconda parte – la gabbia, la permanenza, il “non cambierà mai” – non viene dal dolore stesso. Viene dal pensiero sul dolore. E lì, in quel pensiero, c’è una possibilità di scelta. C'è la possibilità di agire.

Chi ha perso qualcuno di importante sente un dolore reale, concreto, fisico. Quel dolore va rispettato e attraversato, non negato. La sofferenza aggiuntiva – quella del “non andrà mai meglio”, del “non posso andare avanti”, del “non merito di stare bene”, del “sarò sempre così” – non viene dalla perdita in sé. Viene da quello che si dice a se stessi sulla perdita.

Murakami non dice che questo sia facile da riconoscere, né che cambiare quel racconto interiore sia automatico. Ma dice che è possibile. E che la prima cosa è capire la differenza: il dolore è fuori controllo. La sofferenza, almeno in parte, non lo è.   
Praticare concretamente la distinzione tra dolore e sofferenza non è semplice, e non è automatico. Richiede un’osservazione consapevole e onesta di quello che si sta dicendo a se stessi nei momenti difficili. Non per negare il dolore, non per ignorarlo o minimizzarlo come se non ci fosse. Ma per chiedersi con lucidità: questo che sto vivendo in più rispetto al dolore reale, questo circolo di pensieri che amplifica e perpetua l’esperienza dolorosa, è necessario? È utile? Mi aiuta ad attraversare questo momento o mi ci tiene bloccato dentro?
Non sempre la risposta porta immediatamente a smettere di soffrire. A volte è giusto, anzi necessario, stare nel dolore per un po’ senza fretta di uscirne. Ma la consapevolezza che esiste una differenza – che il dolore è necessario e la sofferenza in parte no, che una parte di quello che si sente si può scegliere di non portare – è già un cambiamento di approccio. È la differenza tra essere travolti dall’onda e attraversarla.

Haruki Murakami nasce a Kyoto nel 1949. Scrittore giapponese di fama mondiale, è autore di romanzi come Norwegian Wood, Kafka sulla spiaggia,  1Q84 e L’arte di correre. È considerato uno degli scrittori più importanti della letteratura contemporanea mondiale. I suoi romanzi esplorano temi di perdita, solitudine, identità e capacità di andare avanti, con una voce inconfondibile che mescola realismo quotidiano e atmosfere surreali. Murakami è anche maratoneta: la sua visione del dolore come qualcosa da attraversare invece che da evitare emerge anche dai suoi scritti sulla corsa. La frase sul dolore opzionale è diventata uno dei suoi aforismi più citati e condivisi in tutto il mondo.

L’amicizia è sempre amore

Si tende a separare nettamente l’amicizia dall’amore, come se fossero due territori distinti con una frontiera precisa, due categorie di sentimento che non si mescolano. L’amore è intenso, viscerale, a volte doloroso. L’amicizia è serena, stabile, sicura. Ma non esiste  questa separazione netta.

Un rapporto d’amicizia che sia fra uomini o fra donne, è sempre un rapporto d’amore. E in una carezza, in un abbraccio sincero, in una stretta di mano a volte c’è più sensualità che nel vero e proprio atto d’amore.”
La sensualità nel senso più ampio è presenza fisica, calore, intensità del contatto. Un abbraccio dato con piena presenza – con tutto il corpo, con tutta l’attenzione rivolta alla persona – può contenere più intimità reale di un atto fisico distratto o abitudinario. 

Ci sono abbracci che cambiano davvero le giornate. Strette di mano che comunicano qualcosa che le parole non riuscirebbero a dire. Contatti fisici tra amici che contengono anni di storia, di fiducia, di cura reciproca condivisa, e quella densità accumulata si sente.   “Le amicizie vere sono quelle che sopravvivono al silenzio, alla lontananza, al cambiamento. Non hanno bisogno di essere continuamente nutrite per non morire — sono fatte di radici, non solo di rami.”

L’amicizia profonda è la capacità di ritrovarsi dopo mesi o anni come se il tempo non fosse passato. Non perché ci si sia dimenticati di quanto fosse trascorso, ma perché la base del legame è abbastanza solida e radicata da non aver bisogno di alimentazione continua.  Quelle amicizie “radicate” – poche, preziose, difficili da costruire e difficili da perdere – sono tra le cose più preziose che esistano nella vita di un adulto.     “Amare un amico o un’amica significa accettarli com’erano, com’erano stati e come sono diventati. È un amore che non chiede di essere diversi.”
Questa è forse la caratteristica più rara e più preziosa dell’amicizia autentica: l’assenza di progetto sull’altro. Nelle relazioni romantiche c’è spesso – anche inconsciamente – il desiderio che l’altro cambi, migliori, diventi più di quello che è. L’innamoramento porta spesso con sé una proiezione: si ama anche la persona che si immagina che l’altro potrebbe diventare. Nell’amicizia profonda questa componente è assente o molto ridotta. Si accetta la persona intera – con i cambiamenti, con le evoluzioni, con le incoerenze e le contraddizioni – senza chiedere che diventi qualcos’altro o qualcun altro.

Yoga al mattino

 ----- Una sequenza di posizioni da fare al mattino

Lo yoga moderno - Risultati

Il dato numerico è emblematico: in Italia si è passati, nell’arco dell'ultimo decennio, da una stima di poco più di tre milioni di praticanti a oltre dieci milioni, con un incremento che supera il duecento per cento, e questo dato, che potrebbe essere letto come un segnale di successo, deve invece essere interrogato nella sua qualità, perché a una crescita quantitativa così significativa non corrisponde una trasformazione altrettanto evidente sul piano delle abilità cognitive, della stabilità mentale o della riduzione della conflittualità, e questo scarto tra diffusione e risultato è il segno più chiaro di un problema strutturale.    

Lo yoga, purtroppo, si è trasformato in un grande mercato del benessere. Ritiri, festival, community online, teacher training. Spazi dove ci si sente capiti, accolti, parte di qualcosa. Il problema è che tutto questo contiene il disagio — non lo risolve. È sollievo, non trasformazione. Comfortevole, ma inutile rispetto al vero obiettivo dello yoga.
Patañjali nei suoi Yoga Sūtra descrive un metodo preciso, sequenziale, rigoroso — un intervento sulla mente, non una collezione di esperienze da collezionare. Eppure i Sūtra vengono citati ovunque, spesso solo per dare un'aria antica e autorevole a pratiche che con quel testo hanno poco a che fare.

L'errore di base è uno: si parte sempre dal corpo. Lo yoga cerca legittimazione nella scienza: neuroscienze, anatomia, fisiologia. Come se avesse bisogno di un'altra disciplina per dimostrare di valere qualcosa. Non è un segnale di apertura — è un segnale di insicurezza. Un sistema che non si fida più di se stesso.  Il risultato? Insegnanti formati male che formano altri insegnanti formati male. Un errore che si moltiplica.
In sanscrito esiste una parola: avidyā. Non significa semplicemente ignoranza. Significa vedere qualcosa al posto di qualcos'altro — un velo così sottile che non ti accorgi nemmeno di averlo. 

Lo yoga moderno è esattamente questo: un sistema che promette chiarezza e produce nebbia. L'antidoto, sempre nei Sūtra, è śauca — pulizia. Non una pratica in più da aggiungere alla lista. Si dovrebbe tornare allo yoga come sistema di conoscenza, e questo implica accettare una complessità che non è negoziabile.

E' morto Edgar Morin

 È morto a 104 anni Edgar Morin (nato nel luglio 1921), filosofo, sociologo, antropologo e figura centrale della sinistra intellettuale francese contemporanea. Autore di oltre cento libri tradotti in una trentina di lingue.
"Fino ai suoi ultimi giorni, Edgar Morin è rimasto attento al mondo, agli altri e alle grandi sfide umane che hanno nutrito il suo pensiero", ha dichiarato la moglie Sabah Abouessalam Morin. "Oggi il vuoto che lascia è immenso. Ma il suo coraggio, la sua fedeltà alle persone e alle idee, il suo rigore morale e la sua speranza continuano a guidarci", ha aggiunto.

 
Edgar Nahoum, questo è il suo nome di nascita, di origine ebrea, perse la madre all'età di dieci anni. Visse a Parigi e studiò alla Sorbona, dove conseguì lauree in storia e diritto. Dopo aver frequentato ambienti libertari favorevoli al campo repubblicano nella guerra civile spagnola, aderì al Partito comunista francese (Pcf)  nel 1942. Durante la Resistenza assunse lo pseudonimo di Morin, che avrebbe poi mantenuto.

Fu escluso dal Pcf nel 1951 per le sue critiche alla linea staliniana della direzione. La rottura con il comunismo arrivò poco dopo la pubblicazione del suo primo libro, L'An zéro de l'Allemagne.

Entrato al Cnrs come sociologo, Morin si dedicò presto a temi allora innovativi: il cinema, la moda, la cultura di massa, il fenomeno delle star e le dinamiche della voce pubblica. In La Rumeur d'Orléans, del 1969, analizzò una vicenda che aveva colpito l'opinione pubblica francese, quella della falsa voce secondo cui responsabili di un grande magazzino avrebbero fatto sparire donne per alimentare un traffico di tratta.
Dopo alcuni anni trascorsi in America latina, nel 1969 fu invitato all'Istituto Salk di San Diego, in California. Negli anni successivi diede vita alla sua opera maggiore, La Méthode, una serie di sei volumi pubblicati tra il 1977 e il 2004: La Nature de la nature, La Vie de la vie, La Connaissance de la connaissance, Les Idées, L'Humanité de l'humanité ed Éthique.
Con La Méthode, Morin cercò di confrontare e collegare i metodi delle scienze umane con quelli delle scienze biologiche, promuovendo una visione transdisciplinare del sapere. Partecipò anche, insieme ai biologi Jacques Monod e François Jacob, alla creazione del Centro internazionale di studi di biologia e antropologia.

Morin scrisse: "Quando un sapere frammentario e disperso ci rende sempre più ciechi davanti ai nostri problemi fondamentali, l'intelligenza della complessità diventa un bisogno vitale per le nostre persone, le nostre culture, le nostre società".  Per Morin, la complessità era il tratto stesso della realtà, irriducibile a un unico schema di spiegazione.
Morin si definì sempre agnostico, o anche "incredulo radicale". Nessuna concezione del mondo, sosteneva, può considerarsi depositaria della Verità, e le rappresentazioni filosofiche e religiose devono poter coesistere.

Nel 2007,  Morin avviò un dialogo con Nicolas Hulot sulla necessità di promuovere una "politica di civiltà", orientata a rimettere l'uomo al centro della politica e a privilegiare il "vivere bene" rispetto al semplice benessere.
Negli anni Duemila dedicò numerosi libri ai grandi temi dell'attualità: educazione, ambiente, politica internazionale. Pubblicò anche volumi di dialogo con personalità molto diverse, tra cui Boris Cyrulnik, Jean Baudrillard, Stéphane Hessel, François Hollande e Tariq Ramadan. 

Nel giugno 2002 suscitò una vasta polemica firmando con Danièle Sallenave un articolo su Le Monde intitolato "Israel-Palestine: le cancer", nel quale denunciava la politica israeliana verso i palestinesi. L'articolo gli valse un procedimento promosso da associazioni come France Israel e Avocats sans frontières. Alcuni critici gli rimproverarono anche di sottovalutare la rinascita dell'antisemitismo in Francia e di coltivare una visione multiculturale giudicata troppo idealizzata.

Quando si invecchia?

 “Maestro, quando si invecchia?”

“Si invecchia quando la colonna vertebrale diventa rigida

e quando non si hanno più  sogni nel cassetto”.                                 -    Arri Wind

Arri Wind è il pseudonimo di Ezio Arrigoni, maestro yoga e preparatore atletico.

lunedì 11 maggio 2026

Il segreto per vivere bene ed evitare i veleni mentali

"Se gli altri vi trattano male, vi criticano, sottolineano i vostri errori e questo vi ferisce, ancora una volta è per il vostro atteggiamento egoistico: se non foste così ossessionati da voi stessi, se non vi consideraste il centro dell’universo, gli altri potrebbero dirvi qualunque cosa e non ne verreste minimamente toccati. La critica ferisce solo il vostro ego". 

Un grande maestro buddhista Lama Michel Rinpoche intervistato da Marcello Foa sul senso della vita, indica il cammino per raggiungere la felicità, che è più vicina di quanto immaginiamo: è dentro noi stessi. Significa capire che non bisogna aver paura della morte ma dobbiamo concentrarci su come viviamo, sapere interrogarci su cosa ci fa star bene e cosa ci fa star male, sulla nostra capacità di conoscere noi stessi e di non farci prendere dai veleni mentali. Lama Michel ci invita a smettere di vittimizzarci e a capire che cosa genera davvero la nostra rabbia e il nostro malessere interiore. E spiega che c’è un ego che ci nuoce e un ego che ci fa star bene, che ci fa evolvere. 


Ascolta l' intervista.  https://www.youtube.com/watch?v=MakJJYXKyBU 

La banalità del bene

"La tecnologia ci informa in un minuto su tutto quello che sta accadendo nel mondo come atrocità, i giornalisti, avidi di sensazionalismo, ci inondano di immagini violente e barbariche. Purtroppo i media non menzionano (o raramente) ciò che c'è di bello, buono e semplice nel mondo, né vicino casa nostra.
    Penso che bisogna ridare speranza e un'immagine più giusta della natura umana. Una persona ventenne, in Europa, ha visto più di 40.000 immagini di morti violente sui media.
    La tecnologia ci rende consapevoli di tutto. C'è un'overdose di immagini aberranti e di barbarie. Questa fenomenale distorsione ci porta all'idea del "mondo cattivo". L'uomo sarebbe cattivo. Il mondo un pozzo di violenza.
  In realtà, la violenza non smette di diminuire da cinque secoli. La maggior parte delle volte, la stragrande maggioranza dei sette miliardi di esseri umani si comporta decentemente l'uno verso l'altro. Dimentichiamo la banalità del bene.
" - Matthieu Ricard 

 

Biologo molecolare, Matthieu Ricard è anche membro attivo dell'Istituto Mind and Life, associazione che cerca di approfondire la comprensione scientifica di come funziona la mente al fine di ridurre le sofferenze interne.
 Partecipa a progetti di ricerca sugli effetti dell'allenamento mentale, anche sulla neuroplasticità cerebrale, l'equilibrio emotivo e l'invecchiamento, con un accento sulle meditazioni sulla compassione, che hanno reso particolarmente chiaro le differenze tra empatia e compassione. Ha anche co-firmato molte pubblicazioni scientifiche.
 Infatti, una verità fondamentale viene spesso trascurata: la maggior parte degli esseri umani vive, agisce e interagisce con gentilezza, discrezione e decenza, ma questo non fa i titoli per i giornali.
 I media tradizionali e digitali hanno infatti un'attrazione per ciò che è raro, spettacolare o scioccante.

Non è una novità: una catastrofe attira l'attenzione, mentre un ordinario atto di solidarietà passa inosservato. Questo crea una distorsione cognitiva: finiamo per credere che violenza, cinismo e crudeltà siano ovunque, eppure rimangono minoritari in  proporzione.
    La realtà è più sfumata:
    • La violenza è diminuita (come dimostrato da Steven Pinker in The Better Angels of Our Nature).
    • Il bene è spesso silenzioso, quotidiano e invisibile. È un vicino che aiuta, uno sconosciuto che ascolta, una mano tesa nell'ombra.
    Questa "banalità del bene" merita un riconoscimento, non per negare gli orrori del mondo, ma per bilanciare il nostro sguardo e mantenere fiducia nella nostra umanità.
    Francine Drums

Per un’empatia verso gli animali - Oltre la complicita’dell’indifferenza

Articolo scritto da Roberto Fantini - May 08, 2026

 “La bonta’, l’amore altruista e la  compassione non vanno d’accordo con la parzialita’. Limitare a un campo ristretto il nostro altruismo non solo lo riduce quantitativamente ma anche qualitativamente. Praticarlo selettivamente, nella fattispecie solo verso gli esseri umani, finisce per impoverirlo.”  -    Matthieu Ricard


            Il sofista Filostrato d’Atene  narra che il neopitagorico Apollonio di Tiana abbracciò con entusiasmo il vegetarianesimo in seguito all’incontro con i bramini di Taxila (Punjab), proclamando che “la Terra produce il necessario al sostentamento dell’umanità” e che “chi è felice di vivere in pace con il creato così com’è stato fatto non esige nulla di più”. Mentre, a proposito dei carnivori, avrebbe detto che si dimostravano “indifferenti alle grida della madre terra”.

Molti sono i pensatori e gli analisti che, riflettendo sul sempre crescente sterminio degli animali perpetrato a scopo alimentare, fanno ampiamente ricorso alla categoria dell’ indifferenza. Come si potrebbe, d’altronde, riuscire a fornire una ragionevole giustificazione del fatto che, ogni anno, vengano sacrificate alle esigenze del palato le vite di circa 60 miliardi di animali terrestri e di ben 1.000 miliardi di animali marini, contribuendo, per di più, ad incrementare in maniera rilevante il fenomeno del sottosviluppo e dei tanto lamentati squilibri ambientali?

Secondo la filosofa francese Elisabeth de Fontenay noi animali umani, che pratichiamo e tolleriamo una simile ecatombe quotidiana, non dovremmo essere considerati dei sadici sanguinari, bensì “indifferenti, passivi, disincantati, noncuranti, corazzati, vagamente complici”, resi tali dalla nefasta quanto implacabile convergenza  antropocentrica di cultura monoteistica, tecnoscienza e imperativi economici.

A suo avviso, però, il “guardarsi dal sapere ciò che altri fanno per noi”, mantenendosi volutamente disinformati, non dovrebbe costituire affatto una attenuante, ma, per noi che ci arroghiamo il pieno diritto di innalzarci al di sopra degli animali non umani proprio in nome della presunta “unicità” della nostra coscienza, rappresenterebbe una chiara circostanza aggravante.

E, secondo lo storico statunitense Dominick LaCapra, evidenti sarebbero le analogie con quanto verificatosi durante la tragedia della Shoah. I meccanismi psicologici, infatti, sarebbero simili, e, fra questi, il primo e fondamentale sarebbe rappresentato dal cosiddetto  “falso segreto”.

Ovvero, non si tratterebbe di vera e propria ignoranza-indifferenza, bensì di un sapere abbastanza da non volerne sapere oltre. Non ci troveremmo, cioè, di fronte a “semplice indifferenza”, ma ad “una dinamica molto attiva che consiste nel ridurre al silenzio i propri pensieri.”
Per il celebre monaco-scienziato Matthieu Ricard, quindi, ad essere macellata e fatta a pezzi, nella sistematica orgia di sangue ai danni dei nostri fratelli animali non umani, è anche la nostra coscienza interiore la quale, per paura, viltà, pigrizia, ignavia e conformismo, si autocondanna a vivere nella cecità del non voler sapere, del non voler comprendere e del non volersi ribellare.

Sua (e nostra!) convinzione, pertanto, è che il permanente massacro degli animali debba essere inteso come una vera e propria sfida dai connotati epocali, in cui, a essere in gioco, siano “l’integrità e la coerenza etica delle società umane.” E, nelle ultime pagine del suo ottimo lavoro del 2014, Plaidoyer pour les animaux*, aprendosi a fiduciosa speranza, il monaco buddhista scrive:

“Certamente non mancano le buone notizie. Da una trentina d’anni a questa parte la mobilitazione in favore degli animali non ha mai cessato di crescere. Non si tratta soltanto dell’opera di qualche “animalista” sfegatato, ma di persone assennate che hanno rivolto la loro empatia e compassione agli animali.   Diventa sempre più difficile fingere di ignorare il rapporto tra la sofferenza del vitello e la cotoletta che mangiamo. (…)
Un numero crescente di persone non si accontenta più di un’etica limitata ai comportamenti dell’uomo verso i suoi simili, e chiede che la benevolenza sia rivolta a tutti gli esseri, non come un’aggiunta facoltativa, ma in quanto componente essenziale dell’etica stessa.
Spetta a noi continuare a promuovere l’avvento di una giustizia e di una compassione imparziali, nei confronti dell’insieme degli esseri senzienti.  
La bontà - conclude -  non è un obbligo:   è la più nobile espressione della natura umana.”
---------------------- 
*M. Ricard, Sei un animale! Perché abbiamo bisogno di una RIVOLUZIONE ANIMALISTA, Sperling & Kupfer.


Chi sei davvero? - Mauro Bergonzi

Tratto dai dialoghi del sito di Mauro Bergonzi "Il Sorriso Segreto dell'Essere"  https://sites.google.com/site/ilsorrisodellessere/       

Siamo abituati a pensare a noi stessi come individui separati dal mondo: un "io" che pensa, soffre, sceglie, cerca. Ma cosa succede se questa convinzione fosse, alla radice, un'illusione? È questa la domanda che percorre i dialoghi di Mauro Bergonzi, professore di Filosofie Orientali.


Bergonzi usa un'immagine semplice e potente: immagina un foglio bianco con un puntino nero al centro. Il foglio è la coscienza — lo spazio in cui ogni esperienza appare. Il puntino è il corpo-mente, con tutti i suoi pensieri, sensazioni, emozioni.
Nella vita ordinaria ci identifichiamo quasi sempre con il puntino. Crediamo di essere quella piccola macchia: i nostri pensieri, le nostre preoccupazioni, il nostro nome, la nostra storia. Ma la coscienza — il foglio bianco — è sempre lì, inattaccabile, silenziosa, capace di contenere tutto.
Uno dei punti più spiazzanti dell'insegnamento di Bergonzi riguarda la mente. Siamo abituati a parlarne come di una cosa ben precisa, quasi un organo invisibile che produce pensieri. Ma se cerchi la mente nella tua esperienza diretta, cosa trovi davvero? Un flusso di pensieri che appaiono e scompaiono. Nient'altro.
"La mente non esiste come entità separata," dice Bergonzi. "È solo il nome che diamo ai pensieri che spontaneamente appaiono e scompaiono nella sconfinata vastità della coscienza."
Questo ha una conseguenza importante: il classico tentativo di controllare la mente con la mente stessa è un vicolo cieco. Come una trappola che cerca di catturare se stessa. I pensieri ossessivi, quelli depressivi, quelli ansiosi, sorgono da soli — nessuno li "fa". E l'intenzione di controllarli è anch'essa un pensiero che sorge da solo.
C'è un momento preciso in cui questo equivoco ha inizio. Intorno ai due anni, il bambino smette di parlare di sé in terza persona ("Mario vuole giocare") e comincia a dire "io". Da quel momento, la potente ipnosi del linguaggio convince gradualmente l'individuo di essere soltanto un corpo-mente separato dal resto del mondo.
Prima di quel passaggio, il bambino vive in una coscienza globale. Tutto fluisce indiviso: suoni, colori, sensazioni, emozioni. Poi arriva il pensiero "io sono solo questo", e nasce la separazione. E con la separazione arriva il senso di incompletezza, di solitudine, il bisogno di cercare qualcosa che si crede perduto.
Eppure, nota Bergonzi, nulla è davvero andato perduto. L'adulto è sempre immerso nella stessa coscienza globale del neonato. Ha solo acquisito in più un pensiero illusorio: "sono separato dal mondo."
Molti si aspettano che Bergonzi promuova tecniche di meditazione come via alla liberazione. La sua risposta è più sfumata — e più radicale. La meditazione può portare pace, armonia, benessere mentale. Ma dal punto di vista della liberazione, non ci avvicina di un millimetro a ciò che siamo già. Nessuno sforzo, nessuna pratica può portarci più vicini all'Essere, perché siamo già l'Essere. Come ogni onda del mare non si avvicina mai di un centimetro all'acqua: è già acqua.
Con una bella immagine, Bergonzi dice che la meditazione è "un ornamento della vita, meravigliosamente superfluo nella sua gratuita magnificenza." Togliere il vestito non produce la nudità — che era sempre lì sotto. Così la meditazione non produce la Presenza, ma può aiutare a svelarla.
Esiste il libero arbitrio? Bergonzi risponde che la domanda è mal posta — come chiedersi se Babbo Natale è alto o basso. Sia il libero arbitrio sia il determinismo presuppongono l'esistenza di un "io" separato che possa essere libero o condizionato. Ma quell'"io" non esiste come entità autonoma.
Scelte e decisioni accadono. Pensieri accadono. Azioni accadono. Ma non c'è un agente separato che le compie. "Il vento soffia" — ma esiste un vento a parte dal soffiare? Ugualmente, "io penso" è solo un modo di parlare: c'è il pensare che appare nella coscienza. Nient'altro.
Questo non è fatalismo. È leggerezza. Tutto accade spontaneamente, naturalmente, senza bisogno di un controllore invisibile al timone.
Molti di coloro che dialogano con Bergonzi parlano di solitudine, depressione, ansia. La sua risposta tocca la radice: il senso di isolamento nasce dall'identificazione con un io separato. Quando crediamo di essere solo questo corpo-mente, il mondo esterno diventa un luogo da cui difendersi o da cui dipendere.
Ma sia la scienza sia la mistica concordano: non possiamo essere separati dall'universo. La coscienza che siamo non ha confini. È come lo spazio: non c'è uno spazio "dentro" il vaso separato da quello "fuori". È il vaso a essere immerso nello spazio.
Quando questo viene visto — non come concetto, ma come esperienza diretta — si apre una pace che non dipende da circostanze favorevoli. Una pace che non si raggiunge perché è già ciò che si è.
Verso la fine di uno dei dialoghi più intensi, Bergonzi dà un'indicazione semplice. Ogni volta che sorge un dubbio su chi si è, ogni volta che l'ansia o la confusione sembrano sopraffare, c'è qualcosa di sempre disponibile:  Ci sei? Esisti? Sei cosciente?
La risposta è immediata, certa, prima di ogni pensiero. Non si può dubitare dell'esistenza mentre si dubita. Per negare di esistere, bisogna prima esserci. Questa evidenza — essere-consapevolezza — è il vero "io". Non un'entità separata, ma la luce silenziosa in cui tutto appare e scompare. Il foglio bianco su cui il film della vita si proietta.  Il resto va e viene.

La felicità e la sofferenza - Lama Thubten Zopa Rinpoche

La felicità che desideriamo, la sofferenza che non vogliamo, la felicità che cerchiamo di ottenere, la sofferenza che cerchiamo di eliminare o evitare: tutto proviene dalla mente e non dalla mente di qualcun altro, ma dalla nostra.
Lama Zopa Rinpoche è uno dei maestri di Buddhismo tibetano più rinomati a livello internazionale. Nato nel 1946 in Nepal, a tre anni è stato riconosciuto come reincarnazione di Kunsang Yeshe del lignaggio buddhista Nyngma. Il suo maestro è Lama Thubten Yeshe. Insieme nel 1967 fondarono in Nepal i monasteri di Kopan e di Lawdo e nel 1974 la Fondazione per la Preservazione della Tradizione Mahayana (FPMT), un network interna­zionale di centri e progetti di Dharma.       

 

 La sofferenza, il disagio, la frustrazione sorgono perché la nostra mente non è sotto il nostro controllo; siamo noi a essere sotto il controllo della nostra mente che, a sua volta, è controllata dai nostri pensieri disturbanti. Permettiamo alla nostra mente di essere controllata dai nostri nemici interiori: ignoranza, rabbia ed egoismo. Invece di contrastarli e cercare di liberarcene, diamo loro carta bianca e accettiamo di essere sconfitti. Questo è un problema. Tutto qui. Questa è la nostra vita quotidiana.

Ma se ci sforzassimo di tenerli sotto controllo troveremmo finalmente pace e gioia nella nostra vita quotidiana e la sofferenza che vogliamo evitare cesserà. Ma finché permetteremo ai pensieri disturbanti di controllarci andremo inevitabilmente incontro a problemi e dolore.

Se nella nostra vita di tutti i giorni desideriamo la pace mentale allora, anche se non riusciamo a rinunciare a noi stessi per prenderci cura degli altri esseri senzienti con totale dedizione, anche se non riusciamo a cambiare così tanto, dovremmo almeno praticare l’equanimità, comprendendo che noi e gli altri esseri senzienti siamo identici nel non desiderare nemmeno il minimo disagio e nel voler essere felici e appagati. Da questo punto di vista, siamo perfettamente uguali.
Limitarsi a conoscere e comprendere gli insegnamenti non è sufficiente: il loro scopo è che vengano messe in pratica. Se non pratichiamo ciò che sappiamo, non sperimenteremo la pace mentale. Quindi, se non riusciamo ancora a scambiare noi stessi con gli altri — rinunciando al nostro egocentrismo per essere totalmente altruisti — dovremmo quanto meno cercare di praticare l’equanimità.

È tutto molto logico. Riflettete: la vostra famiglia, gli amici e i colleghi, chiunque nel vostro Paese e, in ultima analisi, proprio tutti gli esseri senzienti desiderano essere felici, non vogliono soffrire. Esattamente come voi. Ecco perché non c’è alcuna ragione che giustifichi che la vostra felicità e la vostra libertà dalla sofferenza siano più importanti di quelle di chiunque altro.
Per prima cosa, provate a pensare al vostro partner e a qualcuno che odiate, al vostro nemico: sono uguali. Non c’è una sola ragione che dimostri che la libertà dalla sofferenza e la felicità della persona che amate siano più importanti di quelle della persona che non vi piace. Poi pensate allo stesso modo riguardo al resto della vostra famiglia, ai vostri colleghi, ai vicini di casa, ai connazionali, all’umanità tutta e poi a qualsiasi essere senziente. D’accordo, parlano lingue diverse, si vestono ognuno a suo modo, il colore della pelle cambia ma sono tutti esattamente uguali. Per quanto siano diversi, sono esattamente uguali da questo punto di vista.
Quindi voi e la persona che non vi piace per niente, il vostro nemico, desiderate la felicità e non volete il benché minimo disagio esattamente alla stessa maniera. E ne avete l’identico diritto. Sia voi che gli altri siete nella medesima condizione per un ulteriore aspetto: avete bisogno dell’aiuto altrui, così come gli altri hanno bisogno del vostro. Questa è la realtà ed è per questo che è sconcertante far del male agli altri per nessun motivo valido se non per il proprio tornaconto personale. È ingeneroso e meschino. Ma se in una famiglia, o anche in una coppia, c’è qualcuno che pratica l’equanimità, ci sarà molta pace e armonia.

L’uguaglianza di cui parlo è un fatto, un dato di realtà mentre l’idea che “io sono più importante degli altri, del mio nemico, di tutti gli esseri senzienti” è una nostra visione errata. A dire il vero, l'”Io” che si sente più importante degli altri non esiste nemmeno, è un’allucinazione. Quindi aggrapparsi a un’allucinazione è piuttosto ridicolo. Eppure è ciò che facciamo incessantemente, giorno dopo giorno ed è proprio da qui che nasce tutta la confusione.

L’egocentrismo è la fonte della nostra depressione, della nostra aggressività, degli esaurimenti nervosi, dei fallimenti, delle situazioni indesiderabili, degli alti e bassi della vita e dei problemi quotidiani. Più forte è, maggiori sono i problemi che sperimentiamo; e più intensa è la nostra preoccupazione per noi stessi, il nostro desiderio di felicità personale, più facilmente ci sentiamo a disagio. Ci arrabbiamo persino con gli uccellini che cinguettano fuori dalla nostra finestra. Ci arrabbiamo con i cani che abbaiano e persino con il rumore del vento tra gli alberi! Se il nostro cibo si è raffreddato ne facciamo un dramma. Accadono molte cose sconcertanti come queste. Magari per altre persone ciò che fa innervosire o arrabbiare un egoista non è affatto un problema.
Bastano pochi esempi per comprendere che tutto deriva dalla mente della persona egoista. Se va in giro si sente disturbata; se resta a casa, idem. Ovunque vada, è sempre irritata.

Le coppie egoiste litigano continuamente: litigano in giardino, litigano in casa; in camera da letto, in sala da pranzo, a colazione, pranzo e cena. L’unico momento in cui non litigano è quando non sono insieme. Sono tutte cose che il Buddha ha spiegato nei suoi insegnamenti.
Ma se almeno uno dei due rinunciasse alla propria felicità a favore di quella dell’altro, la relazione diventerebbe pacifica e armoniosa; maggiore è la rinuncia, maggiore è la pace e l’armonia.

Avrete dunque compreso quanto sia incredibilmente importante trasformare la propria mente, praticare l’equanimità, passare da un modo di vedere egocentrico e a autoriferito a un atteggiamento gentile e altruista.  E' tutto molto logico e basato sull’evidenza dei fatti. È lampante. Facciamo un altro esempio: se voi e un’altra persona state morendo di fame e l’altra persona trova del cibo e ve lo offre, rinunciando alla sua felicità per la vostra, quanto vi rende felici? Ecco la dimostrazione di come la rinuncia all’egocentrismo causi felicità.

Se gli altri vi trattano male, vi criticano, sottolineano i vostri errori e questo vi ferisce, ancora una volta è per il vostro atteggiamento egoistico: se non foste così ossessionati da voi stessi, se non vi consideraste il centro dell’universo, gli altri potrebbero dirvi qualunque cosa e non ne verreste minimamente toccati. La critica ferisce solo il vostro ego. Ecco perché dovreste considerarlo un nemico e per farlo dovreste riconoscerne i difetti e gli svantaggi. Magari state cercando di praticare il Dharma ma qualunque cosa facciate con il corpo, la parola e la mente non diventa Dharma, anche di questo è responsabile l’atteggiamento egoistico; le vostre azioni non diventano Dharma perché avete un atteggiamento egoistico.

Ricevete ogni tipo di insegnamento sull’addestramento mentale (lojong) da molti Lama, ma di fronte a un problema non solo non li mettiamo in pratica ma addirittura non ce li ricordiamo! Qualcuno ci tratta male o si approfitta di noi e non riusciamo a ricordare quale meditazione dovremmo praticare in quel momento. Perché? Perché stiamo seguendo l’atteggiamento egoistico. Finché ci comporteremo così i buddha dei tre tempi potrebbero stare davanti a noi per darci insegnamenti per cento eoni, e le loro parole non sarebbero di alcun beneficio, non cambierebbero la nostra mente. Se non facciamo uno sforzo in prima persona, non importa chi è il maestro, persino Gesù in persona, non accadrà nulla, non troveremo pace…   

Deismo, Teismo, Panteismo e Agnosticismo

C’è una domanda che nessun essere umano riesce davvero a ignorare: Esiste qualcosa — una mente, un principio, una forza — all’origine di tutto? E se esistesse, che cosa cambierebbe per noi? Le risposte che la filosofia ha elaborato nel corso dei secoli sono molte e profondamente diverse tra loro. Tre in particolare meritano attenzione: il deismo, che ammette l’esistenza di un principio intelligente ma nega ogni sua ingerenza nella vita umana; il panteismo, che identifica Dio con l’universo intero; e l’agnosticismo teologico, che riconosce onestamente i limiti di ciò che la ragione può sapere. Tre posizioni diverse, accomunate da un rifiuto: quello del dogmatismo e del fanatismo religioso.     

Il deismo è la convinzione che esista un principio intelligente all’origine dell’universo. Non un Dio che interviene nella storia, che ascolta le preghiere o punisce i peccatori: semplicemente, una mente ordinatrice che ha messo in moto l’esistenza.
Voltaire, il grande filosofo illuminista, è il deista per eccellenza — e si ferma deliberatamente qui. La perfezione e la complessità del mondo non possono essere l’effetto della mera casualità: l’ordine straordinario del cosmo, la struttura degli organismi viventi, le leggi della fisica sembrano richiedere una mente ordinatrice a monte. Ma oltre questo punto, Voltaire non si spinge. Ciò che sta oltre i limiti della ragione non merita speculazioni: altro non siamo in grado di dire, e forse è meglio così.     

Su questo sfondo si inserisce anche la posizione di Leibniz, che offre una risposta più ottimista: questo è il migliore dei mondi possibili. Dio — onnisciente, onnipotente e perfettamente buono — avrebbe creato il mondo migliore tra tutti quelli logicamente concepibili. Il male esiste, ma è necessario per un bene maggiore. Voltaire risponde a questa tesi con feroce ironia nel suo Candido: come può un mondo devastato da terremoti, guerre e pestilenze essere il migliore possibile? L’ottimismo metafisico di Leibniz, per Voltaire, è una forma di cecità davanti alla sofferenza reale.

Il panteismo è una visione filosofica e teologica che identifica Dio con l’universo, la natura e la totalità delle cose. Il termine deriva dal greco pan (tutto) e theos (dio): tutto è divino, e il divino è tutto. Non esiste un Dio creatore separato dal mondo: Dio coincide con la natura stessa, la permea, l’attraversa, ne è la sostanza profonda.
Il suo massimo esponente è Spinoza, che sintetizò questa visione nella celebre formula Deus sive Natura — "Dio, ovvero la Natura". Per Spinoza esiste un’unica sostanza infinita, che possiamo chiamare indifferentemente Dio o Natura: tutto ciò che esiste ne è una manifestazione. Gli esseri umani, gli animali, le stelle, i pensieri — tutto è modo di questa sostanza unica, infinita e necessaria.
I punti chiave del panteismo:
Identificazione Dio–Mondo: Dio non è un creatore separato dalla creazione, ma coincide con essa. Non c’è trascendenza: il divino è pienamente immanente.
Immanenza: la divinità permea l’intera realtà — esseri umani, legge naturale, materia e pensiero.
Monismo: la realtà è un’unica sostanza divina. Non c’è dualismo tra Dio e mondo, tra spirito e materia.
Radici storiche: il termine nacque agli inizi del XVIII secolo, ma la visione ha radici antiche: Eraclito, gli Stoici, Giordano Bruno e soprattutto Spinoza ne sono i rappresentanti principali.

Il panteismo si distingue nettamente dal teismo: il teismo vede Dio come un essere personale e trascendente, distinto dalla natura che ha creato. Il panteismo invece afferma che Dio è la natura — non l’ha creata dall’esterno, ma la costituisce dall’interno.
Dal panteismo si distingue anche il panenteismo, che afferma qualcosa di più sfumato: tutto è in Dio, ma Dio non si esaurisce nel mondo. Il divino è immanente nell’universo, ma lo trascende anche

L’agnosticismo teologico è la posizione di chi riconosce onestamente i limiti della ragione umana di fronte alla domanda su Dio. Non nega che esista un archè — un principio originario dell’universo — ma afferma che di questo principio non siamo in grado di dire nulla di certo. E che, probabilmente, è meglio che non diciamo nulla, piuttosto che costruire teologie elaborate su fondamenta fragili.
La posizione è vicina per spirito a quella di Epicuro: Dio ci sarà pure, ma adesso ce la dobbiamo cavare da soli. Non c’è provvidenza, non c’è intervento divino, non c’è un destino scritto dall’alto. Il mondo è un campo aperto, pieno di incognite e di cose orribili a cui dobbiamo far fronte con la sola ragione. Aspettare un soccorso soprannaturale non è solo inutile: è un modo per eludere la propria responsabilità.
Il mondo va affrontato realisticamente, senza attendersi interventi provvidenziali di esseri superiori.”  — Voltaire
Questa posizione è quella di Immanuel Kant, che nella Critica della ragion pura dimostrò che le tradizionali prove razionali dell’esistenza di Dio non reggono a un esame critico rigoroso. La ragione umana, quando tenta di spingersi oltre i limiti dell’esperienza possibile, cade inevitabilmente in contraddizioni. Dio è un’idea della ragione — necessaria, utile come postulato morale — ma non un oggetto di conoscenza dimostrabile.

Al di là delle distinzioni filosofiche, la posizione di Voltaire ha una direzione pratica molto precisa. Filosofare significa essere presenti, qui e ora, e cercare di esserci nel modo migliore possibile. Non costruire sistemi metafisici astratti, non attendere la salvezza in un aldilà, non consolarsi con promesse di giustizia ultraterrena: agire, adesso, per rendere il mondo un posto più giusto e più umano.
Il nemico principale di questa filosofia è il fanatismo — religioso, ideologico, di qualsiasi tipo. Il fanatismo nasce dalla certezza assoluta di possedere la verità, e da questa certezza deriva il diritto di imporla agli altri con qualsiasi mezzo. Voltaire combatte questa tendenza per tutta la vita, con l’ironia come arma principale.
A questa critica al fanatismo si aggiunge una critica all’ottica antropocentrica: l’idea, profondamente radicata nella tradizione occidentale, che l’essere umano sia il centro e il fine dell’universo, e che tutto il resto esista al suo servizio. Voltaire anticipa con sorprendente modernità la necessità di un rispetto che si estenda oltre i confini della specie umana — agli animali, alla natura, a ogni essere capace di soffrire.
Il programma filosofico di Voltaire si può sintetizzare così: basarsi su principi etici universali, convivere senza distruggerci a vicenda, costruire un mondo più rispettoso dei bisogni dell’essere umano in un’ottica egualitaria. Non perché Dio lo chieda — ma perché la ragione lo indica come necessario.
Il Dizionario Filosofico — forse la sua opera più interessante e rappresentativa — è la materializzazione di questo programma. Una raccolta di voci in ordine alfabetico che smonta le certezze acquisite, mostra l’assurdità del fanatismo, rivendica il diritto di ogni essere umano a pensare con la propria testa. Fu messo all’Indice e bruciato più volte: Voltaire lo ripubblicava, ampliato, ogni volta.

Al fondo di tutto questo c’è un messaggio che potrebbe sembrare paradossale, vista la ferocia con cui Voltaire critica ogni istituzione: un messaggio di fiducia nell’umanità. Non una fiducia ingenua, ma fondata sulla constatazione che la ragione umana ha le risorse per affrancarsi dalle barbarie che ha prodotto in tanti periodi della storia.
L’umanità ha compiuto atrocità enormi: guerre di religione, schiavitù, persecuzioni, genocidi. Ma ha anche saputo, in altri momenti, costruire leggi più giuste, riconoscere diritti, limitare il potere arbitrario, diffondere l’istruzione. La barbarie non è un destino scritto nella natura umana: è il prodotto dell’ignoranza e del fanatismo, e come tale può essere combattuta.
La celebre conclusione del Candido — “bisogna coltivare il proprio giardino” — non è un invito alla rassegnazione. È un programma filosofico: smettere di attendere che qualcuno dall’alto risolva i nostri problemi, e dedicarsi concretamente, con le proprie mani e la propria ragione, a migliorare ciò che è a portata. Il giardino è la vita, la comunità, il mondo che ci circonda. Coltivarlo è il compito di ogni essere umano responsabile — credente o no, deista o ateo, agnostico o panteista.

L'ateismo è la negazione dell'esistenza di qualsiasi divinità o essere soprannaturale, ponendosi come opposto al teismo. Derivante dal greco á-theos ("senza dio"), indica chi non crede in religioni, spesso basandosi su un approccio razionalista o materialista. L'ateismo è pratico (vivere come se dio non esistesse) e teorico (negazione filosofica). Sinonimi includono non credenza, scetticismo, razionalismo, miscredenza. È la convinzione che Dio non esista, differenziandosi dall'agnosticismo, che sostiene l'impossibilità di sapere se Dio esista o meno.

Riferimenti: Voltaire, Dizionario Filosofico, Candido — Spinoza, Etica — Leibniz, Teodicea — Kant, Critica della ragion pura — Epicuro, Epistole.

La meditazione - Walpola Rahula

Walpola Rahula Thera (1907-1997) è stato un monaco buddista, il primo professore di Storia e Religioni in una università occidentale. In questo testo L'insegnamento del Buddha - Walpola Rahula spiega cosa è la meditazione.  La vera meditazione buddhista non significa affatto una fuga dalla realtà.  Il termine originale, Bhavana, significa coltura mentale, o sviluppo mentale, il tentativo di depurare la mente dalle impurità e da ciò che al turba. E coltivare qualità positive come l'energia, concentrazione, l'attenzione, ecc.          

Ci sono due forme di venivano considerati come meditazione; una è sviluppo della concentrazione mentale (samatha) nel fissare la mente in un unico punto, che conduce alla sfera della né-percezione, nè non percezione. Questo tipo di meditazione esisteva prima del Buddha. Questi stati mistici  come un vivere in pace in questa esistenza.  Con il Buddha si introduce un altro tipo di meditazione Vipassana o visione penetrativa della natura delle cose, che conduce alla liberazione della mente, alla realizzazione della Realtà ultima, al Nirvana. E' un metodo analitico basato sulla consapevolezza, l'attenzione, la vigilanza, l'osservazione. Il discorso sulla meditazione o sviluppo mentale si chiama Satipatthana-sutta, i Fondamenti della consapevolezza.

 Uno degli esempi di meditazione è la consapevolezza del respiro, dell'inspirazione e dell'espirazione. La mente è concentrata sul respiro in modo da essere consapevole dei suoi movimenti e mutamenti di ritmo. Poco a poco la mente riuscirà ad essere concentrata solo sul respiro, si farà l'esperienza di un istante in cui non esisterà alcun suono, e il mondo esterno  non esisterà, si arriva alla realizzazione mistica. La facoltà di concentrazione è essenziale per ogni tipo di comprensione, penetrazione, di visione profonda della natura delle cose, alla realizzazione del nirvana.    L'esercizio sulla respirazione porta a risultati immediati, migliorerà la salute fisica, il sonno, la calma e l'efficienza. 

Un'altro tipo di meditazione consiste nell'essere attenti e consapevoli di qualsiasi cosa si faccia durante la quotidianità, si arriverà a essere consapevoli di vivere nel momento presente, nell'azione presente. Spesso si vive nel passato o nel futuro, e si fanno più cose contemporaneamente.  Ma la vera vita è il momento presente. Dovete dimenticarvi di voi stessi e perdervi in ciò che fate, coltivando incessantemente la consapevolezza mentale.

Esiste un modo di praticare lo sviluppo mentale (meditazione) che riguarda le nostre sensazioni o sentimenti. in questo modo si riesce ad essere consapevoli e testimoni dello nostre emozioni. Si osservano oggettivamente le emozioni che sorgono e si riesce a controllarle, se fossero negative. 

Vi è anche una meditazione su temi etici, spirituali e intellettali. Tutti gli studi, letture, conversazioni, riflessioni su questi temi sono una forma di meditazione, Si può riflettere sui cinque impedimenti che sono: desideri sessuali, malizia, odio e collera, torpore e indolenza, l'agitazione e l'ansia, i dubbi scettici. Sui sette fattori dell'illuminazione: consapevolezza, ricerca, energia, gioia, rilassamento, concentrazione, l'equanimità.  Si può anche meditare sui quattro stati sublimi: amore e benevolenza,  compassione per tutti gli esseri, gioia compartecipe, equanimità nelle vicende della vita. 

Tutto questo deve essere applicato nella quotidianità e non nel chiuso di un monastero. Sariputta, il principale discepolo del Buddha, disse: "colui che conduce una vita pura in un villaggio è assai superiore a quello che vive come un asceta nella foresta". Un uomo che passa tutta la vita in solitudine, preoccupato solo del suo benessere e della sua salvezza non segue l'insegnamento del Buddha, che è basato sull'amore, sulla compassione e sul servizio degli altri.  Occorre rispettare i sei gruppi sociali e familiari: genitori, maestri, la moglie e i figli, gli amici, i parenti, i vicini, i servitori, operai, impiegati e i religiosi. 

Se si vuole diventare buddhisti non c'è nessuna cerimonia di iniziazione da compiere, si è considerati buddhsiti se si prende rifugio nei tre gioielli e si osservsano i cinque precetti. non distruggere una vita, non rubare, non commettere adulterio, non dire il falso, non assumere sostanze inebrianti.

Il buddhismo si interessa anche del benessere sociale e economico di tutti gli esseri, non è facile condurre una vita spirituale se le condizioni sociali e materiali non sono favorevoli.  Certe minime istanze materiali devono essere soddisfatte per arrivare ad avere un successo spirituale.  Ci sono anche il Cakkavattisihanandasutta e il Kutananda sutta che trattano di questi temi. migliorandeo le condizioni economiche si ridurranno i crimini.  Il Buddha considerava il progresso e il benessere economico una precondizione per la felicità umana, che è basata sulla spiritualità e sull'etica, e predicava la nonviolenza e la pace come messaggio universale. Intervini di persona per prevenire la guerra, come ad esempio tra i Sakya e i Koliya.    Un paese per essere felice deve avere un sovrano e un governo giusto che governi in armonia con il suo popolo. 

La solo conquista che porti pace e felicità è la conquista di sé. Si possono conquistare milioni di uomini in battaglia, ma chi conquista se stesso, uno solo, è il più grande dei conquistatori. 

L'odio non è mai placato dall'odieo, ma è placato dalla gentilezza, si deve vincere la collera con la gentilezza, la valvagità con la bontà, l'egoismo con la carità, e la menzogna con la verità. E questo e vero anche su scala nazionale e internazionale. Aoka (III a.C.) è l'unico esempio nella storia dell'umanità in cui un sovrano all'apice del potere, rinuncia alal guerra, alla violenza e abbraccia il buddhismo e un messaggio di pace  e nonviolenza. Il buddhismo propugna una società in cui la compassione sia il motore dell'azione; in cui tutti gli esseri viventi, anche i più insignificanti, siano tratttati con giustizia, considerazione e amore. 

L'insegnamento del Buddha - Walpola Rahula

Walpola Rahula Thera (1907-1997) è stato un monaco buddista, studioso e scrittore dello Sri Lanka. Nel 1964 divenne professore di Storia e Religioni alla Northwestern University, diventando così il primo monaco (bhikkhu) a ricoprire una cattedra nel mondo occidentale. In questo testo L'insegnamento del Buddha - Walpola Rahula presenta la dottrina e l'etica buddhista, e si propone di adattare, senza tradirlo, l'insegnamento del Buddha alla vita moderna e laica.       

Il Buddha non ha mai affermato di aver tratto ispirazione da qualcuno, Dio o potere esterno. Ogni uomo ha le potenzialità per diventare un Buddha, basta che lo voglia o si sforzi di farlo. L'uomo è padrone di se stesso e del suo destino. "Ognuno è il rifugio di se stesso" -disse il Buddha.  "Spetta a voi compiere il vostro sforzo, posso solo indicarvi la via".   La libertà di pensiero concessa dal Buddha non ha eguali nella storia delle religioni.  Il Buddha consigliava che il discepolo dovrebbe sottoporre a esame lo stesso maestro. Oltre la libertà di pensiero il Buddha era tollerante con tutte le forme di spiritualità. Anche l'imperatore Asoka segui l'esempio di tolleranza e comprensione del Buddha e onorò, e diede il suo appoggio a tutte le religioni del suo vasto impero.  La verità non è monopolio di nessuno, le etichette generano pericolosi pregiudizi nella mente degli uomini.  

Questo spirito di tolleranza e comprensione è stato fin dall'inizio uno degli ideali più cari alla cultura e alla civiltà buddhista che si è diffusa pacificamente.   L'enfasi viene posta sul vedere, conoscere, comprendere e non sulla fede o sulla credenza.  L'insegnamento del Buddha è qualificato come ehi-passika, perchè invita a venire a vedere, non a venire a credere. Questo è particolarmente importante in un periodo di brahamanica intolleranza.  Non si deve dire che ciò in cui si crede è vero e tutto il resto è falso. L'insegnamento è come una zattera che serve ad attraversare il fiume, e non a tenersela stretta.

 Nel buddhismo non c'è il peccato, la radice di tutti i mali è l'ignoranza. Non si deve credere ciecamente a qualcosa ma si devono avere dubbi, anche sull'inseganemnto del Buddha. La violenza è ripudiata in qualsiasi forma.  L'insegnamento del Buddha deve condurre l'uomo alla pace, alla sicurezza, alla felicità, al conseguimento del nirvana.  Il Buddha non ha mai parlato di superflue questioni metafisiche che sono di carattere speculativo come se l'universo è eterno o meno, la relazione tra anima e corpo, ecc...  Questi argomenti sono inutili, non conducono al distacco, all'equanimità, alla pace e alla piena speculazione. Il Buddha ha spesso ignorato queste domande.

Il buddhismo non è ne pessimista, nè ottimista; e non nega che vi sia felicità nella vita quando parla di sofferenza. Anzi riporta una lista di felicità dal fisico al mentale, ma sono tutte incluse in dukkha (la sofferenza).  E' necessario evitare l'impazienza e l'irritazione e comprendere la sofferenza, le sue cause e come liberarsene, e  lavorare per questo fine con intelligenza e energia. I veri buddhisti sono i più felici degli esseri e non hanno nè paure, né ansietà.

Quello che chiamiamo un essere, un individuo o un io è solo una combinazione di forze o energie mentali e fisiche che mutano incessantemente e che possono essere divise nei cinque aggregati: materia, sensazioni, percezioni, formazioni mentali, la coscienza. Non c'è uno spirito permanente e immutabile che possa essere considerato come un Sé permanente, un'individualità, niente che possa chiamarsi io, un'anima o ego, in opposizione alla materia. Il mondo è un flusso continuo e impermanente.  La tradizione buddhista nega l'esistenza di un atman (sé) imperituro e vede quello che chiamiamo "Io" un insieme di aggregati: quindi non sostiene né la teoria nichilista, né la teoria eternalista. 

La falsa idea del sè è la causa dei pensieri negativi, egoistiic e dell'attaccamento. e la fonte dei tormenti nel mondo.  Secondo la teoria della relatività buddhista ogni cosa è condizionata, relativa e inter-dipendente. 

Il Mahaparinibbana-sutta recita: "Dimorate facendo di voi stessi il vostro sostegno, facendo di voi stessi e  del Dhamma il vostro rifugio, non cercando rifugio in nessun altro".

Introduzione al Blog

Il Blog è nato nel marzo 2021, in tempo di pandemia, per comunicare e condividere le mie letture e i miei interessi.  Nel Blog ci sono più...